Visualizzazione post con etichetta sovrappopolazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sovrappopolazione. Mostra tutti i post

domenica, novembre 08, 2009

E' tempo di sterminare gli animali domestici?




Pare che i veterinari italiani stiano ricevendo richieste sempre più frequenti di sopprimere cani e gatti perfettamente sani. La gente, semplicemente, non ce la fa più a trovare i soldi per nutrirli. E' in questo clima certamente non simpatico che si inserisce un libro che ha suscitato un certo interesse "Time to eat the dog" ("E' tempo di mangiare il cane") di Brenda e Robert Vale. Secondo quanto riportato nell'articolo di Repubblica che ha dato inizio alla discussione in Italia, gli autori sostengono che un cane di grossa taglia consumerebbe più risorse di una SUV in termini di energia.

E' vero questo? Sono andato a rivedermi i conti e vi posso dire che, sostanzialmente, è una fesseria. Il meglio che possiamo dire è che un cane di grossa taglia nutrito con carne, in effetti, può richiedere una quantità di energia non tanto più piccola di quella di una SUV usata con molta moderazione. A parte l'aver stiracchiato i termini del confronto (per esempio, è raro che i cani siano nutriti a carne) è proprio il concetto che non funziona: non ha senso paragonare l'energia di origine biologica usata da un essere vivente con quella fossile usata da un SUV. Non è neanche un paragonare mele con cipolle, è come paragonare mele con bulloni. Gli autori avrebbero dovuto utilizzare concetti più evoluti, tipo quello di "impronta ecologica". In realtà hanno solo voluto ottenere un risultato un po' eclatante per farsi pubblicità. Questo lo si vede anche dal titolo "E' tempo di mangiare il cane." Messo così, il libro finirà per essere interpretato come una facile scusa per giustificare il possesso di una SUV: in fondo cosa c'è di male? Consuma meno energia di un cane.

Tuttavia, il dato degli autori, pur nei suoi limiti, ci ricorda quanto sia impattante l'agricoltura. E' qualcosa di cui dovremmo tener conto quando si parla con tanta leggerezza di sostituire i combustibili fossili con biocombustibili. In prima approssimazione, usare una SUV alimentata a biocombustibili vuol dire portar via il cibo a una creatura biologica delle dimensioni di un cane. E un essere umano è anche leggermente più grande.

Ma c'è una considerazione ancora più fondamentale. L'intenzione degli autori del libro, secondo quello che si può leggere in proposito, era più che altro di allertarci sullo spreco di cibo da parte degli animali domestici. Si è detto che circa il 10% dell'industria alimentare mondiale è dedicata a nutrire gli animali domestici. Ammesso che sia vero, e probabilmente lo è almeno in parte, si potrebbe saltare alla conclusione che è un imperativo morale sterminare gli animali domestici per dare cibo agli affamati umani. C'è chi, in effetti, ha detto qualcosa di simile a commento del libro.

Ahimé, questo tipo di posizione serve solo a sottolineare l'incapacità umana di ragionare in termini dinamici, ovvero di valutare le conseguenze a lungo termine delle azioni che decidiamo di fare. Potremmo sterminare gli animali domestici e questo porterebbe - forse - ad aumentare del 10% la disponibilità di cibo per gli umani. Di conseguenza, il numero di esseri umani potrebbe aumentare di un ulteriore 10%. Considerando che oggi siamo circa sette miliardi, vorrebbe dire che potremmo aggiungere altre 700 milioni di umani sul pianeta.

E poi? E poi saremmo al punto di prima, solo con 700 milioni di umani in più. Rimarrebbero invariati, ma più gravi, i problemi dell'erosione dei terreni agricoli, della scarsità di fertilizzanti che oggi vengono tutti dal petrolio e di tutti i vari problemi che abbiamo con l'agricoltura. In altre parole, lo sterminio degli animali domestici porterebbe soltanto ad aggravare la condizione di "overshoot" in cui ci troviamo.

Nella pratica, che si veda o no come un imperativo morale lo sterminio degli animali domestici, è probabile che le conseguenze della crisi si abbatteranno prima su di loro che sugli umani. Come dicevo all'inizio di questo post; tenere un cane di media taglia sta diventando costoso e stiamo ritornando verso una condizione che era comune nel passato, ovvero quando solo i ricchi si potevano permettere di avere dei cani. Per i poveri, il massimo possibile era qualche uccello in gabbia e Konrad Lorenz aveva definito il merlo "il cane dei poveri cristi" (cito a memoria, non riesco più a trovare la sorgente, forse non era il merlo ma il tordo). Credo che ben presto arriveremo a qualcosa del genere e forse anche il merlo (o il tordo) rischierà forte di finire in padella.

Credo di poter concludere ricordando una vecchia storia di Isaac Asimov, del 1970, che si intitolava "2430 AD". Qui, Asimov cui descriveva l'uccisione degli ultimi animali esistenti sulla terra. Era un piccolo gruppetto tenuto in uno zoo che veniva eliminato per far posto a una massa equivalente di esseri umani. Nella storia, quelli che decidevano lo sterminio lo descrivevano come il completamento del destino umano: quello di formare tutta la biomassa animale possibile sul pianeta Terra. Qualcuno, sicuramente, interpreta in questo modo il comandamento biblico "crescete e moltiplicatevi"; a mio parere decisamente un po' troppo alla lettera.

lunedì, ottobre 19, 2009

Fame nel mondo: una previsione che uno non vorrebbe aver azzeccato

L'impressionante tendenza all'aumento dei sottonutriti nel mondo, dal rapporto FAO "food insecurity" del 2009. Un altro disastro annunciato.


Non è che io abbia la palla di cristallo sulla scrivania; ma certe volte mi fa impressione vedere come riesco a prevedere le tendenze del futuro. Per esempio, all'inizio del 2008 avevo correttamente previsto sia il crollo dei prezzi del petrolio sia la crisi economica che ne sarebbe conseguita. All'inizio del 2009 avevo previsto che non sarebbero successi particolari sconquassi nei prezzi del petrolio, cosa che si sta verificando con i prezzi che si stanno mantenendo approssimativamente costanti da molti mesi. Avevo parlato di "80 dollari al barile" e, mentre scrivo, verso metà Ottobre del 2009, siamo a 77 dollari al barile per il Nymex. Credo di non potermi lamentare come capacità predittive.

Nello stesso post con le mie previsioni per il 2009 avevo anche detto che:

Un settore dove la situazione potrebbe già farsi drammatica nel 2009 è quello dell'agricoltura, dove ci stiamo trovando in difficoltà crescenti a mantenere la produzione a livelli tali da assicurare cibo per tutti.

Bene, questa predizione si sta avverando. Guardate, per esempio, questo articolo recente di Repubblica del 14 Ottobre 2009, oppure come potete leggere sul sito della FAO. Si parla di oltre un miliardo di persone affamate e in crescita. Si parla anche di una forte riduzione degli aiuti alimentari. Tutte tendenze in crescita ormai dalla fine degli anni novanta, ma che hanno preso una drammatica impennata verso l'alto proprio quest'anno.

Sembra che la cosiddetta "rivoluzione verde" sia ormai definitivamente da archiviare come la più terribile arma di distruzione di massa sviluppata nella storia umana. Per qualche decennio, ci ha dato l'illusione dell'abbondanza alimentare. Ma era un'abbondanza basata sull'uso di combustibili fossili e sul sovrasfruttamento del suolo. Non poteva essere mantenuta a lungo. Questa illusoria abbondanza ha portato a raggiungere livelli di popolazione ben superiori a quelli che il pianeta può nutrire su tempi lunghi. Adesso dovremo rientrare a livelli sostenibili, e questo non sarà piacevole, per dirla in modo blando.

Francamente, questa previsione avrei preferito non averla azzeccata.

sabato, ottobre 03, 2009

Etiopia 1935: un'altra guerra dimenticata


I "land cruisers" in viaggio nel deserto del Sahara con il loro carico umano di deportati, in gran parte etiopici in fuga verso l'Italia. Da "Come un uomo sulla terra". Film del 2008 di Dagmawi Ymer, regista etiopico residente in Italia.

Il 3 Ottobre ricorre l'anniversario dell'inizio di una guerra della quale ci siamo quasi totalmente dimenticati: l'attacco dell'Italia all'Etiopia, 74 anni fa, nel 1935. Dopo sette mesi di guerra durissima, si arrivò all'occupazione totale dell'Etiopia e al dubbio onore per Vittorio Emanuele III di proclamarsi "Imperatore d'Etiopia".

Se ci fosse una classifica delle idiozie strategiche, probabilmente l'attacco italiano all'Etiopia figurerebbe ai primi posti. Fu un'azione disperata e auto-distruttiva di un paese che, nel 1935, si trovava in gravi difficoltà economiche. A quel tempo, l'Italia dipendeva quasi al 100% dal carbone inglese in un mondo in cui il carbone era la base di tutte le attività economiche. Ma la produzione di carbone inglese aveva raggiunto il suo picco nei primi anni '20 e l'Inghilterra non riusciva più a rifornire l'Italia come aveva fatto per almeno un secolo nel passato.

La reazione italiana alla carenza di carbone fu quella di un animale chiuso in gabbia: la ricerca disperata di nuove risorse lanciandosi a testa bassa verso il primo bersaglio disponibile. Mussolini e i suoi non capirono mai qual'era la radice del problema italiano e pensarono di risolverlo facendosi un piccolo impero. Di tutta l'Africa, non c'era che l'Etiopia ancora non occupata da qualche paese europeo e quella fu la scelta. Ma l'Etiopia era anche un paese povero e - come l'Italia - privo di risorse minerali. Conquistarlo non portava vantaggi degni di nota; solo spese. La propaganda del tempo parlò dell'Etiopia come un "posto al sole" da accaparrarsi, come se l'Italia non avesse sole a sufficienza e come se i contadini italiani avessero avuto davvero l'intenzione di trasferirsi sull'altopiano etiopico.

Mentre oggi la stupidità e l'inutilità di quella guerra ci appare ovvia, curiosamente all'epoca fu un successo mediatico senza precedenti. Per citare solo un esempio, Don Lorenzo Milani , allora un ragazzino di 13 anni, ci racconta che "saltava di gioia" alla notizia della proclamazione dell'Impero. Anche l'uso di gas venefici (che oggi chiameremmo "armi di distruzione di massa") contro gli etiopici, passò senza lasciare traccia in un opinione pubblica anestetizzata dagli inni alla vittoria. Erano i primi tentativi di usare l'arma propagandistica che, da allora, è stata molto perfezionata e raffinata.

Ma la propaganda si scontra prima o poi con la realtà e, di solito, la realtà si rivela molto più tosta. L'Impero italiano in Etiopia ha perlomeno un primato statistico: quello di essere stato l'impero di più breve durata della storia: non durò neanche 10 anni. Mantenere il controllo di territori così remoti era un costo improponibile per l'economia italiana del tempo. Per l'invasione, l'Italia schierò quasi mezzo milione di uomini - fra militari e civili di supporto. Si calcola che negli anni '30, il 20%-25% della spesa pubblica era dedicato ai territori coloniali. Non c'è da stupirsi se l'Italia arrivò stremata alla prova della guerra mondiale e la fallì completamente. Haile Selassie, imperatore d'Etiopia a quel tempo, disse a proposito della sconfitta del suo popolo "oggi tocca a noi, domani a voi". Fu curiosamente profetico perché pochi anni dopo toccò in effetti all'Italia di essere bombardata, sconfitta e invasa (a noi, per fortuna, furono risparmiati i gas venefici).

Oggi, sono passati più di 70 anni da quel tempo, e ben poco è rimasto in Italia di quella breve avventura imperiale, a parte la storia dell'obelisco di Axum, portato a Roma durante l'occupazione e oggi di nuovo in piedi, ad Axum, nonostante varie polemiche di chi lo voleva tenere in Italia. Ma Italia e Etiopia, pur senza parlarsi fra loro, hanno seguito strade curiosamente parallele. Quella dell'Etiopia è stata più difficile, con guerre e colpi di stato ripetuti. Ma entrambi hanno visto una grande crescita economica e della popolazione. Nel 1935, al tempo dell'attacco, la popolazione Italiana era di quasi 40 milioni di persone, mentre quella etiopica era di meno di venti milioni. Oggi, settanta anni dopo, l'Italia si sta fermando intorno ai 60 milioni. L'Etiopia, invece, ha raggiunto gli 80 milioni di abitanti e la tendenza alla crescita sembra ininterrotta.


Popolazione in Etiopia, da "peopleandplanet"

La pressione di questa crescita demografica sta creando enormi problemi a un paese povero e privo di risorse come l'Etiopia. Deforestazione, siccità, erosione e cambiamento climatico stanno distruggendo l'agricoltura etiopica. Già negli anni '80, ci sono state gravi carestie; quella che vediamo in questi anni sembra essere molto peggiore. L'altopiano etiopico non può nutrire 80 milioni di persone. Il resto del mondo, in crisi alimentare crescente, difficilmente potrà risolvere il problema. La tragedia è appena iniziata.

Da questa situazione nasce l'emigrazione etiopica: decine di migliaia di disperati alla ricerca di una possibilità di sopravvivenza. Molti, tentano di attraversare il deserto del Sahara, passando attraverso il Sudan e da li' verso la Libia per poi lanciarsi nella traversata versol'Italia. La storia di questi emigranti ce la racconta il film "Come un uomo sulla terra" di Dagmawi Ymer.

Un bel film sotto tanti aspetti. Unilaterale, certo, manca completamente la voce dei libici, condannati senza appello al ruolo di torturatori e sfruttatori. Però, nel complesso, le storie di sofferenza e di maltrattamenti raccontate dai profughi etiopi in viaggio per l'Italia suonano credibili: è così che gli uomini si comportano con i loro simili quando sanno di poterla fare franca. Del terribile carcere di Khufra vediamo solo le ferite alle braccia di una delle donne intervistate; il resto ce lo dobbiamo immaginare. Il regista, tuttavia, è riuscito a mostrarci le immagini dei "land cruiser", enormi camion che navigano il deserto carichi di profughi stipati all'inverosimile.

La tesi del regista, Ymer, è che i maltrattamenti ai profughi etiopici sono un meccanismo per selezionare i più robusti e i più adattabili; quelli che poi l'Italia accoglierà per farli lavorare. Tesi comprensibile dal suo punto di vista di ex-profugo ma, probabilmente, infondata. La cattiveria umana, normalmente, non ha bisogno di spiegazioni logiche. E' più probabile che ci troviamo di fronte a una conseguenza della tragedia di un paese sovrappopolato che si trova a dover fare i conti con i limiti delle risorse disponibili. Se l'Etiopia si trova in cattive acque, tuttavia, ricordiamoci anche che le parole dell'Imperatore Haile Selassie si sono rivelate profetiche una volta, "oggi tocca a noi, domani a voi."
Link
___________________________________________________

Per una storia del picco del carbone in Inghilterra, si veda il mio articolo sulla ASPO-newsletter n 73 del 2007. Una descrizione più dettagliata sui rapporti fra Italia e Inghilterra in relazione al commercio di carbone si trova in un altro mio articolo pubblicato su Aspo-Italia, intitolato "La Befana non ci porta più il carbone".