sabato, febbraio 28, 2009
Democrazia, informazione e nucleare
Lo sbandierato ritorno al nucleare nel nostro paese è, come ha giustamente scritto Ugo Bardi, per ora solo una pia intenzione, tutta da dimostrare nella realtà. C’è però da chiedersi quali siano i motivi di questo clamore mediatico. A mio parere, essi risiedono completamente nella strategia politica di Berlusconi volta a mantenere il consenso degli elettori, dimostrando di prendere o dando l’impressione di prendere decisioni di governo, contro un mondo politico parolaio bloccato dai veti incrociati dei partiti. Egli si autorappresenta cioè come un deus ex machina in grado di risolvere i problemi degli italiani che, storicamente ed antropologicamente, sono particolarmente sensibili a queste suggestioni. Il presidente del Consiglio, è inutile negarlo, è uno straordinario “venditore di tappeti” e usa abilmente gli strumenti del marketing economico applicandoli alla politica. Ascolta il polso degli elettori con frequenti sondaggi e costruisce azioni di governo proprio sui temi più popolari. Non importa se tali provvedimenti siano efficaci, l’importante è l’effetto annuncio, che lascia a cittadini spesso poco e male informati dai mass media un’apparenza di efficacia dell’azione di governo. Così si spiegano il decreto “antifannulloni”, le “ronde antimmigrati”, la “Robin Tax” e via dicendo. E così si spiega la campagna mediatica sul nucleare tutta giocata sulle insicurezze energetiche degli italiani. Si può combattere questo modello di comunicazione politica? E’ molto difficile, perché Berlusconi possiede il controllo di gran parte dei mezzi d’informazione e perché le opposizioni politiche sono state finora poco efficaci e la stessa informazione indipendente sconta il difetto storico nel nostro paese di una scarsa cultura scientifica, l’unica in grado di smascherare le bufale che ci propina il governo, come quella del nucleare. Nel nostro piccolo, cerchiamo di fare un po’ di controinformazione. Qualche giorno fa, ho scritto una lettera al Direttore del giornale “Il Riformista”, noto sostenitore del ritorno al nucleare in Italia, che mi sembra rimanga attuale per confutare alcune delle certezze dei nuclearisti nostrani. Perciò ve la ripropongo.Caro Antonio Polito,
a proposito del ritorno al nucleare in Italia, non si lasci ingannare dai dati forniti da chi ha interessi nel settore. Il vero costo di produzione dell'energia elettrica prodotta dal nucleare è molto superiore alle valutazioni ottimistiche che circolano in certi ambienti. Le consiglio la lettura di questo articolo di un esperto indipendente (è un'ottima analisi tecnica che si basa su un metodo certificato internazionalmente, ma può leggere le conclusioni che smascherano i trucchetti contabili dei nuclearisti)
In realtà è il libero mercato a frenare il rilancio del nucleare, visto che da anni quasi nessuno investe in questo settore. La costruzione della tanto sbandierata centrale finlandese si sta allontanando nel tempo e i costi aumentano, come scritto in questo articolo su Qualenergia: Certo, se lo Stato in Italia ci mettesse un bel pò di soldi il ritorno al nucleare si potrebbe anche fare. Ma io come lei sono liberista e la cosa francamente mi ripugna.
Infine Le propongo la lettura, all'indirizzo di un rapporto poco incoraggiante sulle disponibilità di uranio economicamente estraibile. Per inciso, attualmente le estrazioni di uranio coprono circa il 60% del fabbisogno, mentre l'altro 40% deriva dallo smantellamento dell'arsenale nucleare.
Distinti Saluti
Terenzio Longobardi
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giovedì, febbraio 26, 2009
Colin Campbell: il profeta

..... direi che veramente negli ultimi 150 anni della prima metà dell'era del petrolio le banche prestavano molto di più di quello che avevano in deposito, confidenti che l'espansione basata su parametri economici era sufficiente a garantire per i debiti di oggi. Così, tutti hanno cominciato a pensare che fosse il denaro che faceva girare il mondo. In realtà, era l'abbondante disponibilità di energia a buon mercato. Direi che stiamo arrivando alla fine di un epoca in un certo modo. La finanzia, l'economia, le banche e tutto il resto diventano cose veramente delicate in questi giorni. Così potremmo trovarci a fronteggiare l'inizio di quello che potrei chiamare la seconda metà dell'era del petrolio. Potremmo trovarci a fronteggiare la seconda grande depressione, perchè la prosperità economica del passato che era generata da questa energia a buon mercato non è più disponibile.
Testo originale:
Anche Marion King Hubbert aveva previsto qualcosa del genere e persino il modesto sottoscritto, Ugo Bardi
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mercoledì, febbraio 25, 2009
Mucche? Macchè, bufale ...
martedì, febbraio 24, 2009
Italia, Francia e il nucleare
Allora, prima di presentarmi per l'intervista allo studio televisivo, mi sono letto il comunicato ENEL sull'accordo. Poi, mentre me stavo seduto impalato e incravattato davanti alla telecamera ad aspettare, mi è toccato sorbirmi tutto il notiziario del giorno, nel quale mi sono accorto con stupore (ma neanche poi tanto) che si dicevano cose del tutto diverse da quelle scritte nel comunicato. Si diceva che Francia e Italia hanno "firmato un'accordo per la costruzione di quattro centrali nucleari in Italia entro il 2020". Ma è vero?
Bene, guardiamo un po' il testo del comunicato stampa emesso da ENEL. Ve lo riporto per intero in fondo, ma qui concentriamoci sulle frasi significative.
Risulta dal comunicato che ENEL e EDF (electricité de France) hanno "siglato due memorandum of understanding (MoU)". Cos'è questo oggetto che ha come nome un curioso mix di latino e inglese, e che viene abbreviato con la sigla di una caramella? In Italiano, si dovrebbe dire "protocollo d'intesa" oppure "lettera di intenti". Già il fatto che nel comunicato stampa abbiano usato il nome più pomposo di "memorandum of understanding" la dice lunga sulla volontà di offuscazione di questa gente. Ma andiamo avanti.
Allora, un memorandum of understanding (o protocollo di intesa, o lettera d'intenti che dir si voglia) rappresenta l'equivalente un po' più formale di una stretta di mano. Non che non possa avere valore legale; anche una stretta di mano lo può avere. Ma il fatto di usare questo termine e non quello di "contratto" indica che i partners dichiarano soltanto la loro buona volontà ma non prendono nessun impegno. Non abbiamo i testi dettagliati di queste due caramelle MoU, ma dal testo che abbiamo ci accorgiamo subito che, in effetti, non corrispondono a nessun impegno reale.
Ci sono due MoU fra Enel e EDF. Il primo "pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. " Notate che "pone le premesse", ovvero per ora non c'è nessun piano del genere.
Dice poi che "Enel ed EDF si impegnano a costituire una joint-venture paritetica (50/50) che sarà responsabile dello sviluppo degli studi di fattibilità per la realizzazione delle unità di generazione nucleare EPR". Ovvero, l'unico impegno di questo MoU e che EDF e ENEL faranno insieme uno studio di fattibilità. Ma notate che qualcuno dovrà finanziarlo, e qui non si accenna nemmeno a uno stanziamento.
Leggiamo poi che "Successivamente, completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna unità di generazione nucleare EPR", Notate che "è prevista" la costituzione di una società ad hoc, ma questo è qualcosa che avverrà in un futuro non ben definito quando saranno prese "le necessarie decisioni di investimento", ovvero qualcuno avrà trovato i soldi, se ci riuscirà. Ovviamente, non c'è nessun impegno legale a fare questa cosa.
La seconda caramella MoU è altrettanto insipida della prima: dice che "Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR". Notate che Enel "ha espresso la volontà," tutto qui! E notate anche che soltanto ENEL ha espresso questa volontà; secondo il comunicato stampa, EDF non ha detto niente. Di solito, quando si fa un contratto, bisognerebbe essere d'accordo in due!
Diciamo che questi MoU sono equivalenti a una situazione in cui io potrei andare, per esempio, dall'agente immobiliare che vende una bella villa sulla Costa Smeralda e firmare con lui un "memorandum of understanding" nel quale io mi dichiaro interessato a comprare la villa e lui si dichiara interessato a vendermela, ma non si menziona a che prezzo. Una cosa del genere non vale niente; ovviamente. Infatti, quando fai un contratto serio per comprare una casa paghi una caparra e sul contratto c'è scritto il prezzo, i termini e le condizioni. Ma qui, fra Francia e Italia non c'è proprio niente del genere, niente di serio sul nucleare.
Questo non vuol dire che Francia e Italia non siano interessate a collaborare sull'energia nucleare. Anzi, con il proprio nucleare ormai in netto declino, la Francia ha bisogno di partners per rilanciare e rifinanziare nuove centrali e probabilmente questa è la ragione che ha spinto Sarkozy a Roma. Ma questo cosiddetto "accordo" fra Italia e Francia è puro fumo e rumore; aria fritta, propaganda fatta secondo un copione ormai collaudato e, curiosamente, la gente continua a cascarci.
ACCORDO ENEL-EDF PER LO SVILUPPO DEL NUCLEARE IN ITALIA
Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, l’Ad di Enel Fulvio Conti e il Pdg di Edf Pierre Gadonneix hanno siglato due Memorandum of Understanding per studiare la fattibilità di almeno 4 unità di terza generazione avanzata del tipo EPR da costruire nel nostro Paese e per estendere la partecipazione di Enel al programma nucleare in Francia, a partire dal reattore di Penly recentemente autorizzato.
Roma, 24 febbraio 2009 - Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, Fulvio Conti amministratore delegato e direttore generale di Enel e Pierre Gadonneix, presidente e direttore generale di Edf hanno firmato un primo Memorandum of Understanding (MoU) che pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. Quando sarà completato l’iter legislativo e tecnico in corso per il ritorno del nucleare in Italia, Enel ed EDF si impegnano a sviluppare, costruire e far entrare in esercizio almeno 4 unità di generazione, avendo come riferimento la tecnologia EPR (European Pressurized water Reactor), il cui primo impianto è in costruzione a Flamanville in Normandia e che vede la partecipazione di Enel con una quota del 12,5%.
L’obiettivo è di rendere la prima unità italiana operativa sul piano commerciale non oltre il 2020.
L’accordo Enel-EDF entra in vigore il 24 febbraio 2009 e ha una durata di 5 anni dalla data della sua firma, con possibilità di estensione.
In un secondo MoU, Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR, a partire da quello che recentemente il Governo francese ha autorizzato nella località di Penly.
“Enel è onorata di avere al suo fianco nel progetto di rilancio del nucleare in Italia un partner industriale come Edf che ha in questo campo un’esperienza e una reputazione riconosciute a livello internazionale – ha commentato Conti –. Gli accordi siglati oggi contribuiscono a rafforzare i legami tra i sistemi industriali di Italia e Francia in un settore strategico come quello dell’energia e a sviluppare ulteriormente la reciprocità nei rispettivi mercati.”
Enel è oggi presente in Francia nel nucleare, con una partecipazione del 12,5% nell’impianto di terza generazione EPR a Flamanville (1.660 MW); nelle rinnovabili, tramite la controllata Erelis, con 8 MW eolici operativi a fine 2008 e una pipeline di circa 500 MW; nella commercializzazione di elettricità con oltre 1.000 GWh venduti nel 2008.
Ulteriori possibilità di sviluppo di Enel in Francia, riguardano la costruzione di un impianto a carbone pulito da 800 MW, la partecipazione in due unità a ciclo combinato alimentate a gas (CCGT) di Edf da 930 MW e la partecipazione al processo di gara per il rinnovo di concessioni per 25 centrali idroelettriche.
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Il porta e incassa funziona!

In un post precedente, vi avevo già parlato del decreto "porta e incassa" (conferimento remunerato dei rifiuti), promulgato a Novembre dell'anno scorso dal consiglio dei ministri. In Italia, capita non di rado che decreti bene intenzionati restino lettera morta, ma in questo caso per fortuna non è successo. Il decreto è stato attuato molto seriamente e i cittadini campani possono oggi portare plastica, vetro, alluminio e acciaio a ben 28 centri di raccolta sparpagliati per la regione. Ne ricevono un piccolo compenso, da 1.28 euro per 100 kg per la carta a 28.8 euro per 100 kg per l'alluminio. A questi compensi, decisamente nessuno diventa ricco. Per l'alluminio, per esempio, una lattina di 20 g vale meno di un centesimo. E' poco, però è qualcosa e, vista la situazione generale, aiuta.
La cosa interessante è che, anche a questi prezzi bassi, il sistema funziona. Mi riferiscono da napoli che la gente porta davvero carta, vetro, eccetera ai centri di raccolta. Se la cosa prende campo, Napoli e le città Campane potrebbero diventare le città più pulite d'Italia.
Fra le altre cose, è nato anche un progetto della prefettura di Napoli per incoraggiare i Rom a ripulire i loro campi e le zone limitrofe sfruttando il sistema "porta e incassa". Lo riferisce "La Repubblica" del 20 Febbraio 2009. Un'altra buona idea che potrebbe dare risultati eccellenti sia per ripulire zone degradate sia per migliorare l'immagine sociale dei tanto bistrattati Rom.
Potete leggere i dettagli dell'operazione in Campania a questo link.
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Ringrazio Mariella Maffini del commissariato per l'emergenza rifiuti in Campania per le informazioni che mi ha dato su questo argomento.
Etichette: rifiuti
lunedì, febbraio 23, 2009
Una storia italiana
Tutto troppo bello per essere vero. Il passaggio della linea 2 in Piazza del Duomo scatena le proteste dei tutori dell’arte preoccupati dell’impatto sui monumenti e attorno ad essi si aggrega un variegato gruppo d’interesse politico-economico. A nulla valgono le assicurazioni, suffragate da centinaia di esperienze analoghe in Europa, che rispetto all’enorme impatto generato attualmente dai circa 2300 bus che attraversano giornalmente la piazza, il tram garantirebbe la salvezza delle opere d’arte grazie alla completa eliminazione delle vibrazioni agli edifici circostanti e alla totale assenza di emissioni nocive. Viene indetto un referendum consultivo che non supera la percentuale di partecipazione richiesta per la discussione in consiglio comunale. I contrari e i favorevoli sono quasi alla pari con una leggera prevalenza dei primi. Il Sindaco e la giunta comunale annunciano responsabilmente la volontà di andare avanti in un progetto strategico per la mobilità cittadina, uno degli oppositori politici manifesta l'intenzione di presentare una lista alle prossime elezioni comunali e tutto sembra tornare nell’alveo della ragionevolezza. Ma, alle primarie del Partito del Sindaco uscente per l’individuazione del nuovo candidato, vince nettamente e inaspettatamente il giovane Presidente della Provincia di Firenze che, appena nominato, annuncia una “verifica tecnica della fattibilità dei tracciati proposti” che tradotto dal politichese vuol dire ridiscussione del passaggio in Piazza Duomo. Nel vecchio stile italiano di rimettere sempre tutto in discussione senza concludere nulla. Ma perché perdere altro tempo quando, come spiega bene in questa intervista l’amministratore delegato francese della società che gestirà il sistema tranviario fiorentino, non esiste una vera alternativa al passaggio dal centro e dal Duomo? A meno di non prendere in considerazione l’assurda proposta proveniente da alcuni settori economici di una costosissima e inefficace metropolitana sotterranea. Come ho scritto in questo articolo e in questo articolo, il tram moderno è attualmente la soluzione più efficiente in termini energetici, gestionali ed economici ai problemi del traffico urbano ed extraurbano. Per questi motivi, mi auguro che il nuovo Sindaco, non riparta daccapo rispetto a un’infrastruttura fondamentale per la città e oserei dire per il paese, in forza della spinta propulsiva che l’esperienza di Firenze potrebbe dare a una tecnologia tranviaria in piena espansione in tutta Europa, ma in estremo ritardo in Italia.
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sabato, febbraio 21, 2009
La verità sul clima
Tutto questo mi viene in mente ascoltando le recenti polemiche sull'effetto serra e sui cambiamenti climatici dovuti alle attività umane. Nel 1895 un chimico svedese, Svante Arrhenius (1859-1937; quest'anno cade anche il 150° anniversario della sua nascita; quante ricorrenze in questo 2009!), aveva pubblicato, in una rivista scientifica, un articolo in cui spiegava che l'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera avrebbe fatto aumentare la temperatura terrestre. Alla fine dell'Ottocento si era nel pieno nella rivoluzione industriale basata sull'uso del carbone (la cui combustione provoca appunto una immissione di anidride carbonica nell'atmosfera) ed era appena cominciata l'era del petrolio. Passano i decenni e dal 1958 cominciano ad essere pubblicati i risultati di misure dettagliate della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera effettuate in un osservatorio nell'isola di Mauna Loa, nelle Hawaii, in pieno Oceano Pacifico, lontano da città, fabbriche e altri disturbi. I dati sperimentali mostrano un costante aumento di tale concentrazione in diretta correlazione con l'aumento dell'uso dei combustibili fossili. Nello stesso tempo l'analisi delle statistiche sulle variazioni del clima nell'ultimo secolo ha mostrato che l'aumento della immissione nell'atmosfera di vari gas, principalmente l'anidride carbonica di origine antropica, sta provocando, proprio come aveva previsto Arrhenius, un lento graduale aumento della temperatura "media" --- va sottolineato "media", non quella di quest'estate o di quest'inverno a Bari o Bologna --- del pianeta Terra.
Un riscaldamento planetario che provoca fusione di parte dei ghiacciai permanenti, fa aumentare la frequenza delle tempeste in alcune zone e della siccità in altre, con prevedibili crescenti danni e costi economici per la nostra e le future generazioni. L'avvertimento è stato raccolto dalle autorità internazionali che, da alcuni anni a questa parte, hanno deciso che occorre limitare le emissioni di gas nell'atmosfera e rallentare il riscaldamento planetario, anche se questo impone di limitare il consumo dei combustibili fossili, di modificare radicalmente i mezzi di trasporto, i processi produttivi e l'organizzazione delle città, e comporta minori profitti per le industrie più inquinanti. Le quali in questi anni hanno organizzato una campagna di contro informazione per negare l'evidenza dei fatti.
Sono così apparsi e continuano a moltiplicarsi migliaia di articoli e di "blog" (quelle specie di lettere che appaiono su Internet, in cui chiunque può scrivere quello che vuole) di carattere negazionista; essi sostengono che non è vero che le attività umane fanno aumentare la temperatura "media" del pianeta e perciò che non è necessario cambiare la produzione delle merci o limitarne i consumi. Un riflesso di questo negazionismo si è avuto nella recente posizione assunta dal governo italiano al fine di ostacolare gli accordi europei per la limitazione delle emissioni di anidride carbonica. La voce dei negazionisti si è fatta più alta in occasione dell'attuale inverno freddo che smentirebbe chi sostiene l'esistenza di un riscaldamento planetario di origine antropica; anzi essi sostengono chel'osservazione della superficie terrestre dai satelliti artificiali indicherebbe che i ghiacciai stanno di nuovo aumentando. Per quel poco che può valere la mia modesta opinione, faccio presenteche il gioco del negazionismo non giova a nessuno; una corretta analisi mostra che il volume dei ghiacciai continua a diminuire, la crescente siccità e le sempre più frequenti alluvioni sono, purtroppo, realtà. Negare, per interessi di affari, le verità scientifiche alimenta il chiacchiericcio ma danneggia la conoscenza del mondo e diffonde l'impressione che non c'è da fidarsi di nessuno. E, fra l'altro danneggia anche coloro che alimentano il negazionismo perché impedisce loro di affrontare con coraggio e rapidità gli inevitabili mutamenti tecnico-scientifici e sociali necessari perché la Terra diventi più umana da abitare.
Etichette: cambiamento climatico, negazionismo
venerdì, febbraio 20, 2009
Hubbert il profeta
Ultimamente, ho fatto notare più di una volta come le "profezie" dei membri di ASPO si stiano avverando una ad una, comprese quelle del modesto sottoscritto. Ovviamente, le nostre non sono profezie, ma scenari basati su dati e modelli quantitativi. Tuttavia, prevedere il futuro non è mai facile - anzi, e facilissimo prendere delle cantonate pazzesche. I nostri modelli e i nostri dati, evidentemente, hanno qualcosa di buono.Quindi, è tradizione per ASPO di fare buone previsioni e questa tradizione va indietro fino alla figura di riferimento del gruppo, l'uomo che per primo intuì l'esistenza del picco del petrolio nel 1956 ben prima che si verificasse negli Stati Uniti, nel 1970: Marion King Hubbert.
Guardate cosa diceva Hubbert in un seminario che dette al MIT Energy Laboratory il 30 Settembre del 1981. Se volete, lo potete prendere come una profezia dell'attuale crollo finanziario. In ogni caso, è evidente come Hubbert già prefigurasse a quell'epoca una serie di problemi che si stanno facendo sempre più scottanti oggi.
(Testo fornito da Gail Tilverberg, The Oil Drum - traduzione di Ugo Bardi)
L'attuale civiltà industriale mondiale è messa in difficoltà dalla coesistenza di due sistemi intellettuali che si sovrappongono ma che sono incompatibili: la conoscenza accumulata negli ultimi quattro secoli delle proprietà e delle relazioni fra energia e materia e la cultura monetaria associata che si è evoluta da modi di comportarsi popolari di origine preistorica.
Il primo di questi due sistemi è stato responsabile della crescita spettacolare, principalmente durante i due ultimi secoli, del sistema industriale attuale ed è essenziale per la sua esistenza continuativa. Il secondo, ereditato dal passato prescientifico, opera mediante regole proprie che hanno poco in comune con quelle del sistema di materia ed energia. Ciononostante, il sistema monetario, per mezzo di un accoppiamento poco rigido, esercita un controllo generalizzato sopra il sistema della materia e dell'energia al quale è sovrapposto.
Nonostante le loro incompatibilità di base, durante gli ultimi due secoli, questi due sistemi hanno avuto una fondamentale caratteristica comune, ovvero la crescita esponenziale, che ha reso possibile una coesistenza ragionevolmente stabile. Ma, per molteplici ragioni, è impossibile per il sistema materia-energia mantenere la crescita esponenziale per più di qualche decina di raddoppiamenti e questa fase è ormai quasi esaurita. Il sistema monetario non ha limiti del genere e, in accordo con una delle sue regole fondamentali, deve continuare a crescere per mezzo dell'interesse composto. La disparità fra un sistema monetario che continua a crescere esponenzialmente e un sistema fisico che non lo può fare porta nel tempo a un aumento del rapporto fra il denaro e l'output del sistema fisico. Questo effetto si manifesta come inflazione dei prezzi. Un'alternativa monetaria che corrispondesse a una crescita zero in senso fisico sarebbe un tasso di interesse zero. In ogni caso, il risultato sarebbe l'instabilità finanziaria su grande scala.
"The world's present industrial civilization is handicapped by the coexistence of two universal, overlapping, and incompatible intellectual systems: the accumulated knowledge of the last four centuries of the properties and interrelationships of matter and energy; and the associated monetary culture which has evloved from folkways of prehistoric origin.
"The first of these two systems has been responsible for the spectacular rise, principally during the last two centuries, of the present industrial system and is essential for its continuance. The second, an inheritance from the prescientific past, operates by rules of its own having little in common with those of the matter-energy system. Nevertheless, the monetary system, by means of a loose coupling, exercises a general control over the matter-energy system upon which it is super[im]posed.
"Despite their inherent incompatibilities, these two systems during the last two centuries have had one fundamental characteristic in common, namely, exponential growth, which has made a reasonably stable coexistence possible. But, for various reasons, it is impossible for the matter-energy system to sustain exponential growth for more than a few tens of doublings, and this phase is by now almost over. The monetary system has no such constraints, and, according to one of its most fundamental rules, it must continue to grow by compound interest. This disparity between a monetary system which continues to grow exponentially and a physical system which is unable to do so leads to an increase with time in the ratio of money to the output of the physical system. This manifests itself as price inflation. A monetary alternative corresponding to a zero physical growth rate would be a zero interest rate. The result in either case would be large-scale financial instability."
Etichette: collasso finanziario, hubbert
giovedì, febbraio 19, 2009
Penso positivo
Etichette: comunicazione, psicologia, sistemi dinamici
mercoledì, febbraio 18, 2009
Spigolature: linkoteca di ASPO - Italia
What is and what should never be *
'Il fatto che tra gli sponsor della sua fondazione ci siano società coinvolte nel business degli inceneritori per lui non è un motivo di imbarazzo ma “una balla che non esiste, un’invenzione”'
visto che fra i suoi sponsor ci sono fior di aziende legate mani e piedi al business:
all' "half gone" per un bene del quale non si può proprio fare a meno, altro che petrolio:
'Siamo al “picco dell’acqua”. Anche se miliardi di persone non hanno ancora accesso all’acqua, il genere umano usa già la metà dell’acqua accessibile. L’informazione viene dal Pacific Institute, che usa il termine “picco dell’acqua” nel suo rapporto biennale “The World’s Water” appena pubblicato'
Dalle speranze presto deluse dell'energia infinita - chi fra gli ing. nucleari della ml non ricorda il Superphénix ? :
'La centrale nucleare di Monju è l'unico reattore autofertilizzante giapponese e avrebbe dovuto essere il fiore all'occhiello della sua tecnologia. Il fiore invece è appassito presto, dal momento che nel 1995, appena un anno dopo la sua inaugurazione, una grave perdita di Sodio ne ha imposto la chiusura'
agli investimenti che avrebbero un reale ritorno, energetico e di risparmio:
'Qui da noi no. Qui da noi parole sante come quelle di Thomas Dietz sembrano eresia. I nostri governanti pensano di far ripartire l’economia e salvare posti di lavoro con gli incentivi al mercato delle auto. Proprio quelle che consumano tanta energia e friggono il clima con le emissioni di gas serra. E quando arriverà il piano di incentivi all’acquisto delle auto, per favore: non date retta agli specchietti per le allodole, non stateli a sentire quando diranno che lo fanno per salvare il pianeta oltre che l’economia, dal momento che le auto nuove producono meno emissioni'
dagli arabi che comprano derivati petroliferi:
'Beh è una notiziola, ma comunque un evento storico: l'Arabia Saudita ha firmato un accordo per comprare 3 milioni di barili di gasolio da una compagnia giapponese'
fino alla madre di tutti i problemi:
'Non è solo questione di lasciar spazio su questa Terra anche alla foca monaca e alla tigre del Bengala. Il punto è che lo spazio, fra un po’, non lo avremo neanche più per noi. Eppure, se sentite i tigì, le culle vuote sembrano un’emergenza nazionale. Strano, non trovate?'
Con una lettura consigliata:
'Kunstler, la cui impostazione è vista da vari analisti come l’ultima evoluzione delle teorie malthusiane sullo squilibrio tra demografia e produzione di risorse, basa la sua analisi non solo sulla necessità di congrue forniture di idrocarburi per il nostro sistema socio-economico, ma sull’imprescindibilità di una loro disponibilità a basso prezzo: secondo l’autore infatti, l’intera parabola dell’industrializzazione (dalle prime macchine a vapore fino all’odierna economia globalizzata) e dell’urbanizzazione di massa si è basata su una specie di “bolla” di prelievo di energia. Indipendentemente dal fatto che il picco globale del petrolio e quello del gas siano già stati raggiunti o siano in procinto di esserlo (e, come giustamente afferma l’autore, ce ne potremo accorgere solo «dallo specchietto retrovisore», cioè a posteriori), ciò che è certo è che in due secoli l’umanità ha consumato almeno la metà dell’energia solare che era stata stoccata in depositi sotterranei in milioni di anni. E la metà rimanente è quella più costosa e meno agile da estrarre [....] Una società ipertrofica quindi, perchè drogata di energia a basso prezzo. Una società che ha basato il suo sviluppo industriale, economico, urbano e dei trasporti sull’illusione dell’inesauribilità del suo carburante (e componente strutturale) più importante, o perlomeno sull’infinita disponibilità di esso a basso prezzo. E una società che, con il mutamento del paradigma della disponibilità di idrocarburi economici è destinata al collasso, o meglio ad una fase di «lunga emergenza», quale è il - più adatto – titolo originale dell’opera [....] In sintesi, quindi, abbiamo costruito, grazie agli idrocarburi a buon mercato, un sistema di utilizzo dei flussi caratterizzato da altissima entropia, i cui sottoprodotti sono l’inquinamento (in particolare quello climatico), le guerre per le risorse, l’impoverimento morale della società [....] Per capire il futuro occorre aggiungere a quanto descritto finora un costante percorso di logoramento che subiranno la società umana, la sua coesione sociale, la sua stabilità economico-finanziaria (e a conferma della spiccata capacità predittiva dell’autore va annotato che, tra i principali fattori di destabilizzazione da egli attesi in un “prossimo futuro” rispetto all’anno 2005 in cui è uscita l’opera, possiamo leggere una crisi dei mutui subprime e oscillazioni prima mai viste del prezzo al barile del petrolio), la solidità delle sue istituzioni centrali, e l’aggravarsi dei cambiamenti climatici causati dal surriscaldamento globale'
Maurizio
* http://www.lyricsfreak.com/l/led+zeppelin/what+is+what+should+never+be_20082025.html, http://www.youtube.com/watch?v=Q7oxXi0V_I0
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David Addison
Etichette: comunicazione, miscellanea
martedì, febbraio 17, 2009
Gli allarmisti di Katrina

Anni fa, mio zio è morto di un tumore ai polmoni. Era lo zio ingegnere che sapeva un po' tutto di tutto. Da lui avevo imparato tante cose: come costruire una radio a galena, come sparare col fucile da caccia, come trovare i pianeti nel cielo e guardarli con il telescopio. Se ho studiato scienza all'università e ho fatto la carriera che ho fatto, è stato molto per via dalla sua influenza.
C'era una cosa, però, che da lui non ho imparato: fumare. Non ho mai fumato una sigaretta in vita mia, se non per scherzo e facendo finta ogni volta di soffocare. Invece, mio zio era sempre stato un fumatore incallito e uno dei ricordi che ho di lui quando ero piccolo erano le sue dita gialle di tabacco. Quando è morto, aveva poco più di cinquant'anni e lasciava cinque figli, di cui uno di sei anni. Mi ricordo che maledissi le sigarette e chi le vendeva.
Anni dopo, mi ricordo che raccontai questa storia a un collega; anche lui accanito fumatore. Volevo fargli capire che avrebbe dovuto smettere. Ma lui mi rispose: "ma come fai a dire che tuo zio è morto per colpa delle sigarette? Tanta gente muore di cancro ai polmoni, anche chi non fuma." E se andò in una nuvola di fumo azzurrino.
Questa storia mi è ritornata in mente discutendo con Carlo Stagnaro nei commenti di un post precedente, intitolato "ghiaccio agghiacciante". La ragione del contendere era il confronto fra gli opposti estremismi nella questione climatica: da una parte la compiacenza di chi trascura il problema dall'altra l'allarmismo di chi lo ingigantisce.
Io sostenevo che non c'è veramente un problema di allarmismo. Al massimo, secondo me, si trova sui vari blog e commenti qualche ingenuo che vede il global warming in ogni giornata di sole. Stagnaro, invece, sosteneva che anche i sostenitori del Global Warming Antropogenico fanno spesso dell'allarmismo, citando sia i ghiacci polari come l'uragano Katrina del 2005.
Vale la pena di ragionare su questo punto, specialmente a proposito della questione Katrina dove, effettivamente, si può sostenere che c'è chi ha un po' esagerato con la relazione con il riscaldamento globale. Mi ricordo, infatti, di aver sentito Sharon Stone a un convegno dire a proposito di Katrina che "non vi sembra che la Terra stia cercando di scrollarsi di dosso gli esseri umani?" Frase a effetto, indubbiamente, ma non proprio esatta. Ma è allarmismo, questo? E che differenza c'è fra "allarmismo" e "allarme"? A questo punto, credo che abbiate capito perchè sono partito in questo post raccontandovi la storia della morte di mio zio. Sarebbe stato allarmismo dire a mio zio che avrebbe fatto bene a smettere di fumare? Oppure sarebbe stato un allarme giustificato?
I fabbricanti di sigarette avrebbero certamente parlato di allarmismo, specialmente al tempo in cui mio zio fumava un pacchetto di sigarette dopo l'altro, negli gli anni 1960 e 1970. A quel tempo, cercavano ancora di convincere la gente che il fumo non faveva male. Ma il primo studio statistico che correlava fumo e tumori risale al 1929 e già nel 1964 l'evidenza era talmente chiara che il "Surgeon General" degli Stati Uniti aveva dichiarato ufficialmente che il fumo era pericoloso per la salute. Queste cose, mio zio non poteva non saperle. Doveva anche essergli chiaro il principio di precauzione, dato che lavorava come ispettore della sicurezza degli edifici. Eppure, ha continuato a fumare fino all'ultimo. Con tutta l'ammirazione che avevo, e ho tuttora, per mio zio, devo dire che si è comportato da irresponsabile.
Ora, tornando all'uragano Katrina e al riscaldamento globale, quello che possiamo dire è che un uragano è il risultato di una catena di eventi molto complessi; masse d'aria che si scaldano, venti che soffiano, temperature dell'oceano che variano. Per trovare un legame diretto e casuale con il riscaldamento globale dovremmo seguire tutti questi eventi complessi e alla fine non arriveremmo a provare niente. Ma quello che possiamo dire è basato sulla statistica: la frequenza degli eventi estremi come gli uragani è molto aumentata in funzione dell'aumento di temperatura degli oceani. Così come la probabilità di un tumore ai polmoni aumenta se uno fuma, la probabilità di un evento come Katrina è maggiore a causa del global warming.
Così, chi vive in zone soggette agli uragani può anche non aver capito bene i dettagli e le correlazioni statistiche - ma non è allarmismo se gli diciamo che farà bene a non sentirsi troppo tranquillo e a prendere delle precauzioni per una possibile emergenza. Sarebbe da irresponsabili ignorare il problema. Lo stesso vale per tutte le altre manifestazioni del riscaldamento globale; dalla siccità alle ondate di calore. Non è allarmismo parlarne e neppure prendere delle precauzioni. E se fumate, pensateci sopra: sarà allarmismo, ma se smettete è meglio per la vostra salute.
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(ah.... se vi incuriosisce, quel collega che avevo cercato di convincere a non fumare oggi ha quasi settant'anni e, per quanto ne so, sta benissimo!
Etichette: riscaldamento globale
lunedì, febbraio 16, 2009
Nuovo blog di ASPO-Italia: "Nuove Tecnologie Energetiche"

E' nato il nuovo blog della famiglia "ASPO-Italia", nuove tecnologie energetiche.
L'idea nasce dalla lista di discussione con lo stesso nome "nuove tecnologie energetiche". La lista esiste da circa un anno e ha oltre 180 aderenti che includono parecchi esperti di energia rinnovabile. Visto il buon livello della discussione, ci è parso il caso di allargarla e di renderla pubblica con un blog dedicato specificatamente all'argomento. Ci è parso anche di poter alleggerire il blog "Risorse, Economia e Ambiente" che, al momento, si trova un po' ingorgato con troppi argomenti e che così potrà assumere una fisionomia più mirata e specifica.
L'idea con "nuove tecnologie energetiche" è di fare un blog dove si parla di energia, in particolare di energia rinnovabile, a un livello comprensibile da tutti ma comunque in modo rigoroso. Il blog lo pensiamo "aperto" nel senso che valutiamo contributi da chiunque abbia voglia di sottometterceli. Per il momento, mandateli a ugo.bardi@unifi.it; si cercano anche dei volontari che diano una mano a gestire il blog.
Etichette: aspo, energia, rinnovabili
domenica, febbraio 15, 2009
Il picco dei licenziamenti
Etichette: occupazione, psicologia
sabato, febbraio 14, 2009
A Favore dei Veicoli Elettrici
Funk el al. (1999) hanno calcolato che i costi sociali dei danni dovuti agli agenti inquinanti sono pari al 7% del costo del ciclo di vita di un nuovo veicolo a benzine, mentre il valore sale a 120% del costo dei nuovi veicoli a motore Diesel. Una frazione importante degli inquinanti prodotti dai combustibili fossili proviene dalle attività agricole. Infatti, Mayeres et al. (Mayeres I, Proost S, Vandercruyssen D, Nocker L D, Panis L I, Wouters G, Borger B D. The external costs of transportation. 2001. Final report. Sustainable mobility program federal office for scientific, technical and cultural affairs, state of Belgium, prime minister’s services) hanno valutato che 40% della produzione mondiale di NOx proviene prevalentemente dalle attività agricole.
Posti i fatti indicati sopra, e prima di andare avanti con questa breve analisi, vanno affermati dei concetti chiave e semplici, difficili da confutare (non necessariamente esaustivi):
1- Non esiste un settore della nostra società moderna che non produce inquinamento.
2- Le fonti tecniche che producono energie rinnovabili passano in una fase produttrice di inquinanti, in particolare durante i processi di produzione iniziale dei vari elementi e alla fine del loro ciclo vitale qualora il riuso ed il riciclo non sono attuati.
3- Il passaggio da una società fondata sul Petrolio ad una fondata sulle Energie Rinnovabili, non potrà mai verificarsi in modo automatico, rapido e breve: esso necessita di una strategia capace di attuare cambiamenti (graduali, integrati e virtuosi), investimenti, formazione e conversione culturale.
Secondo molti autori (Granovskii et al., 2001; Moussazadeh, Bardi e El Asmar, 2009 – le fonti sono citate più avanti) il modo più rapido e semplice per ridurre l’inquinamento dovuto all’uso massiccio e incongruo dei combustibili fossili è quello di un intervento sul settore del trasporto privato (questo articolo non prende in considerazione il trasporto pubblico del quale abbiamo molto appreso grazie a Terenzio Longobardi): cioè sostituire (per quanto possibile) i veicoli convenzionali con motori a benzina o diesel, con veicoli a motore elettrico con energia fornita da batterie.
In un recentissimo studio in corso di pubblicazione (Hossein Mousazadeh, Alireza Keyhani, Hossein Mobli, Ugo Bardi,Ginevra Lombardi, Toufic el Asmar. Environmental assessment of RAMseS multipurpose electric vehicle compared to a conventional combustion engine vehicle. Journal for Clean Production (2009), Elsevier) abbiamo analizzato gli effetti ambientali dell’uso di un veicolo elettrico (in questo caso il veicolo RAMseS (www.ec-ramses.org)) comparandolo con un veicolo con motore a combustione interna (ICEV). L’analisi è stata eseguita applicando il “Lyfe Cycle Assessment – LCA” per la maggior parte dei processi implicati in entrambi i casi (RAMseS e convenzionale); per i veicoli abbiamo applicato una altro tipo di LCA ossia la metodologia Well-to-Wheel (dal pozzo alla ruota). Per il confronto abbiamo considerato il trattore modello John Deer 3120 da 40 CV (considerando che RAMseS a parità di coppia ha la stessa potenza). Abbiamo dimostrato che, rispetto ai veicoli ibridi e a quelli convenzionali, un veicolo elettrico a batterie alimentate da FER, presenta dei vantaggi notevoli sia dal punto di vista ambientale che economico. Questi vantaggi si mantengono anche se il veicolo elettrico è alimentato direttamente dalla rete elettrica. I risultati del nostro lavoro concordano benissimo con quelli di un altro svolto da Granovskii et al. (Granovskii M, Dincer I, Rosen M A. Economic and environmental comparison of conventional, hybrid, electric and hydrogen fuel cell vehicles. Journal of power sources. 2006; 159: 1186–1193).
A- Veicolo Elettrico: l’elemento inquinante è rappresentato dalle batterie, in particolar modo a fine ciclo; e se il loro smaltimento non rispetta le procedure richieste, si possono verificare rischi: emissione di piombo e arsenico – tuttavia esistono pochi dati in bibliografia; (figura 1)
B- Impianto Fotovoltaico (il sistema RAMseS è stand-alone alimentato da un sistema FV da 10kWp): gli elementi inquinanti sono rappresentati in particolare dai metalli pesanti, gas tossici ed emissione di gas serra (prima fase del ciclo di vita); (figura 1)
- Le tecnologie di produzione di energia da fonte fossile (centrale elettrica ad olio, a petrolio, a carbone, ecc.) producono inquinamento durante tutte le fasi del loro ciclo vitale;
- Le tecnologie di produzione di energia da fonte rinnovabile (fotovoltaico, eolico, idroelettrico, ecc.) possono produrre inquinamento durante la prima e/o durante l’ultima fase del loro ciclo vitale;
- I veicoli con motore a combustione interna inquinano l’ambiente (aria, terra e acqua) e sono responsabili di molte malattie tediose e terminali;
- Alla stregua delle tecnologie FER, i veicoli elettrici possono essere inquinanti durante l’inizio o alla fine del loro ciclo di vita. In particolar modo le batterie. Tale impatto negativo potrebbe essere attenuato qualora si applicassero le regole di recupero, ri-uso e riciclaggio.
In conclusione:
Per quanto riguarda il trasporto privato, il rapporto di Greenpeace Germania (qualora fosse vera la fonte) è privo di qualsiasi consistenza scientifica; non esistono dati e/o riferimenti tecnici e bibliografici. L’autore si basa soltanto su convinzioni personali e con molta probabilità su una avversione verso i veicoli elettrici.
Forse con quella uscita Greenpeace Germania abbia voluto spingere di più verso una incentivazione del trasporto pubblico (tram, treno, …) ma ha completamente sbagliato strategia volendo colpire una tecnologia nata a metà dell’800 e che ha un futuro sempre più promettente sotto tutti i punti di vista.
Etichette: veicoli elettrici
Quando s'alza il vento
Per quanto detto, e considerando che la produzione di energia elettrica italiana da olio combustibile (derivato del petrolio) è attualmente pari al 6,3% del Consumo Interno Lordo, l’utilizzazione completa delle potenzialità eoliche italiane permetterebbe quindi di annullare del tutto la dipendenza da un combustibile fossile che sarà sempre più scarso in futuro a causa del raggiungimento del picco produttivo. Inoltre eviteremmo la costruzione di centrali a carbone al posto di quelle a olio combustibile per circa 4000 MW (cioè quattro centrali da 1000 MW), risparmiando l'emissione in atmosfera di circa 20 milioni di tonnellate di CO2, cioè quasi la riduzione richiesta dal protocollo di Kyoto per le emissioni del settore elettrico italiano (e il 20% di quelle del settore energetico nel suo complesso).
Per il conseguimento della potenza massima indicata deve però essere risolto un problema non marginale, cioè la compatibilità della produzione intermittente di energia eolica con la rete elettrica nazionale. Le possibili soluzioni, messe confronto con le strategie di altri paesi europei, sono contenute in un brillante articolo di Eugenio Saraceno, sempre su questo blog.
Concludendo, l’eolico convenzionale può dare un importante ma non risolutivo contributo alla produzione di energia elettrica nazionale, ha un valore tattico ma non strategico nelle politiche energetiche nazionali. In prospettiva è necessario ricercare e sperimentare soluzioni in grado di superare i limiti dell’attuale tecnologia descritti in precedenza. Un modo efficace per risolverli potrebbe essere il progetto dell’eolico di alta quota Kitegen.
Etichette: energia eolica
giovedì, febbraio 12, 2009
Un pezzo di ASPO Italia a Bruxelles
(http://www.sustenergy.org/). Si tratta di un evento annuale durante il quale la Commissione Europea, Direzione Energia, premia i 6 migliori progetti sull'efficienza energetica, l'uso intelligente dell'energia e la sua sostenibilità ambientale. Due volte all'anno, la Commissione Europea, nell'ambito del programma Intelligent Energy Europe (http://ec.europa.eu/energy/intelligent/index_en.html) pubblica dei bandi (il prossimo esce verso fine marzo) per la presentazione di proposte di progetto sull'Energia.
Il consorzio AMU, insieme alle sue associate, è da anni impegnato nel settore dell'agroenergetico. Il progetto si affida ad un Distretto Agricolo Energetico Territoriale al quale partecipano i vari attori locali, pubblici e privati, coinvolti nella filiera agroenergetica. Ciascun territorio del distretto, è caratterizzato dalle proprie risorse naturali, grazie alle quali può ottenere energia pulita. Ciascun territorio sempre nell'ambito del Distretto, produce, trasforma e consuma energia, attraverso le risorse agroforestali locali. Il risultato è risparmio economico, occupabilità, tutela dell'ambiente. Il Distretto ha lo scopo principale di migliorare la coesione e la collaborazione locale rendendo così più condiviso ed efficiente la gestione del sistemaA dire la verità, Giovanni non l'ho mai conosciuto personalmente. Durante il buffet post premiazioni, mi ero presentato a lui e al Dr. Cami. Allora Giovanni mi ha sorriso dicendomi il suo nome .. è stato una gran bella coincidenza ritrovarci lì.
A lato dell'evento devo ammettere che sono stato particolarmente sorpreso dalle politiche poco coerenti della CE. Accanto al palazzo di Governo della Commissione, c'è un'altro altrettanto alto (non ho contato i piani) tutto occupato proprio dal programma Sustainable Energy Campain. E' un palazzone di vetro, quasi sempre illuminato e riscaldato. A mio parere c'era poco risparmio energetico o efficienza, ma non posso giudicare dato che non so che tipo di sistema di riscaldamento/raffreddamento usano .. tuttavia dubito che sia solare.
Una cosa interessante a Bruxelles è l'illuminazione stradale, almeno le strade che avevo visitato: erano quasi tutti illuminati con lampioni a led.
Per quanto riguarda il trasporto, Bruxelles, malgrado un ottimo sistema di Metropolitana, e almeno nelle ore di punta era intasata dal traffico. Ieri, andando verso l'aeroporto Charleroi c'era una coda di ben 10 Km ... pazzesco. Tuttavia oltre ai parchi eolici ho visto accanto all'aeroporto un palazzo (foto in basso) sul tetto del quale c'era due rotori eolici verticali funzionanti alla grande; di sicuro alimentano il fabbisogno del palazzo stesso.

Etichette: agricoltura, efficienza energetica, energia
Darwin: il primo scienziato dei sistemi complessi
Una certa visione tradizionale dell'evoluzione darwiniana la vede come un processo di progressiva crescita da forme "primitive" verso forme "superiori". Spesso, si considera l'uomo (l'uomo bianco) come la creatura in cima a questa piramide di perfezione. Questa visione è lontanissima da quello che Darwin pensava e proponeva.
Ricorre oggi il bicentenario della nascita di Charles Darwin. Dopo tanti anni, stiamo ancora scoprendo nuove conseguenze della sua grande intuizione: quella che lui aveva chiamato "evoluzione per selezione naturale". Una visione che era il primo tentativo di esaminare scientificamente quello che oggi chiameremmo un "sistema complesso": la biosfera terrestre, tuttora probabilmente il sistema più complesso che conosciamo. Darwin non sapeva niente di biologia molecolare, eppure la sua ipotesi si è rivelata perfettamente compatibile con tutto quello che sappiamo in biologia. Darwin è stato veramente un pilastro della scienza moderna.
Uno dei suoi pochi errori fu quello di aver usato il termine "evoluzione". "Adattamento" sarebbe stato più appropriato (meglio ancora "omeostasi adattativa"), per descrivere le variazioni delle specie in funzione del tempo. Sfortunatamente, il termine "evoluzione" è stato costantemente interpretato nel senso di "progresso", ovvero come se le specie terrestri avessero percorso una lunga strada verso una sempre maggiore perfezione formando una piramide sul cui vertice stava, miracolosamente, l'uomo e - secondo alcuni - l'uomo bianco.
Non c'è bisogno di dire che questa interpretazione è completamente falsa. Non esiste una graduatoria di perfezione fra gli esseri viventi. Tutti hanno percorso strade della stessa lunghezza e sono altrettanto adatti a sopravvivere nelle condizioni in cui vivono. Giustificare l'odio razziale e gli stermini di massa degli ultimi secoli sulla base delle idee di Darwin è stato, e resta, solo una perversione del pensiero di un uomo che sarebbe rimasto sicuramente disgustato se avesse potuto vedere quello che è stato perpetrato in suo nome.
La storia delle idee di Darwin è quella di una lentissima penetrazione nel pensiero comune che, a tutt'oggi, non è ancora completa. In effetti, Darwin ha subito periodiche demonizzazioni ideologiche a partire dal famoso dibattito di Thomas Huxley con il vescovo Wilberforce nel 1860. Per molti versi, il dibattito sull'evoluzione riecheggia quello che è successo al lavoro dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972 e a quello che sta succedendo alla scienza del clima oggi. La demonizzazione politica è il destino di ogni idea che forza la società a un cambiamento. Come se fosse un essere vivente, la società riconosce le nuove idee come un virus pericoloso e reagisce scatenando una reazione immunitaria che cerca di distruggerle.
Forse un giorno riusciremo a integrare nel nostro modo di pensare e nella struttura della società anche queste idee "pericolose" (come Daniel Dennett ha definito quelle di Darwin). Non ci riusciamo ancora completamente, ma la loro persistente vitalità ci da una speranza per il futuro.
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mercoledì, febbraio 11, 2009
Il disastro australiano: un effetto del riscaldamento globale

Il disastro australiano è ancora in atto, ma già se ne cercano le ragioni. Purtroppo, come sempre in questi casi, si cerca il capro espiatorio. Così, il governo australiano se la prende ufficialmente con i "piromani". Curiosamente, per l'esistenza di questi piromani, nessuno chiede prove così schiaccianti come sono chieste per l'influenza umana sul riscaldamento globale. In ogni caso, serve a poco prendersela con questi ipotetici incendiari; così come serve a poco prendersela con gli "speculatori" per il disastro della borsa; così come è servito a poco prendersela con gli untori al tempo della peste di Milano. Sono altre le ragioni del disastro.
L'Australia del sud è soggetta a incendi periodici come quello degli ultimi giorni. Il problema è che la frequenza e l'intensità di questi incendi è molto aumentata negli ultimi anni, e non solo in Australia. E' ovvio che sarebbe sbagliato dare tutta la colpa al riscaldamento globale. Tuttavia, proprio perchè l'Australia è così a rischio, basta poco per far scattare la reazione a catena di un incendio dopo l'altro. Il riscaldamento globale da sicuramente un contributo: gli esperti sono concordi su questo punto.
A parte i danni locali, una cosa preoccupante di questi eventi è che - distruggendo la vegetazione - gli incendi generano ulteriore CO2 immessa nell'atmosfera che aumenta ancora di più il riscaldamento. Questo, a sua volta, rischia di generare ulteriori incendi e ulteriore riscaldamento. E' una reazione di feedback positivo che - al momento - non è stata molto studiata, ma è certo che esiste. I risultati disponibili indicano che da un contributo non trascurabile al riscaldamento globale. (vedi, per esempio, questo link)
Sembra che gli incendi in Australia siano in calo. L'estate dell'emisfero Sud volge al termine e nella zona di Victoria non è rimasto gran che da bruciare. Per l'emisfero Nord, dove stiamo noi, speriamo bene per l'estate in arrivo.
Trovate una serie di immagini impressionanti del disastro australiano a questo link.
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Abitudini, inerzie e altre patologie / 6 : parrucchieri di se stessi
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martedì, febbraio 10, 2009
Io e il lampredotto
Il panino col lampredotto è un'antica tradizione fiorentina. E' buono, a buon prezzo e nutritivo, anche se non è proprio leggero per lo stomaco. Di solito lo si mangia stando in piedi davanti al banchino e lo si accompagna con un bicchiere di rosso. Questa storia che vi racconto è avvenuta davanti a un banchino come questo. Io: "Uno col lampredotto, grazie."
Venditrice: "Ecco"
I: "Un bicchiere di rosso, si può avere?"
V: "No. C'è una nuova legge. Non possiamo più vendere vino sfuso"
I: "Ah....?"
V: "Può prendere una bottiglietta. Sono 25 cc., un bicchiere e mezzo"
I: "Va bene, una bottiglietta."
V: "Vuole anche un bicchiere?"
I: "Per forza, non vorrà che lo beva con la cannuccia!"
V (sorride): "Non si sa mai, abbiamo tanti turisti americani...."
.....................................................
I: "La bottiglia glie la ridò indietro?"
V: "Solo se me la ridà piena"
I: "Non la può riprendere?"
V: "Non si può."
I: "Allora dove la butto?"
V: "La butti nel cestino, lì, a lato."
I: "Ma il vetro non si butta da qualche parte.... sa... separato?"
V: "No."
I: "Ci butto anche il bicchiere di plastica?"
V: "Si."
(butto bottiglia di vetro, bicchiere di plastica, carta e nylon dove era avvolto il panino, tutto insieme del bidoncino dove c'è altra carta, plastica, bottiglie, lattine, tappi in plastica e in metallo e resti di panini vari)
I: "Grazie e arrivederci"
V: "Arrivederci"
...........................................................
Questo dialogo si è svolto a duecento metri dalla sede della provincia di Firenze dove ho passato una mattinata a parlare con vari assessori e funzionari a proposito della necessità di incrementare la frazione della raccolta differenziata dei rifiuti.
Etichette: rifiuti
Che succede al nucleare?

Un piccolo set di dati interessanti per far vedere le tendenze della produzione di elettricità in un paese vicino; la Gran Bretagna. Notate come il carbone sia il combustibile più importante. Notate anche come la produzione segue il ciclo stagionale, sicuramente spegnendo e accendendo una parte degli impianti. Il gas, invece, viene utilizzato per seguire i cicli giornalieri, ma questa variazione non appare nel grafico.
E' interessante vedere l'andamento della produzione di energia nucleare che, apparentemente, non segue il ciclo stagionale ma mostra una netta tendenza alla diminuzione. Negli ultimi cinque anni la produzione si è dimezzata!
Questo crollo del nucleare inglese si spiega con il fatto che gli impianti sono vecchi e ormai prossimi alla pensione. In Gran Bretagna ci sono 24 reattori in azione, alcuni risalgono agli anni 1960, il più recente è del 1988. Evidentemente il sistema di produzione nucleare inglese è destinato a sparire in qualche decennio se i vecchi reattori non vengono sostituiti. In questo senso, i "20 nuovi reattori" che il governo inglese sta considerando venno visti come una sostituzione dei vecchi e non certamente come un espansione della produzione nucleare. Non è per niente ovvio, tuttavia, che si trovino le risorse per costruire questi reattori.
La Gran Bretagna evidenzia in modo particolarmente netto una tendenza che si vede anche a livello globale: l'anziana flotta di reattori costruita a partire dagli anni '60 non è stata sostituita e ora comincia a mostrare gli anni. Nel 2007, la produzione globale di energia nucleare è calata per la prima volta nella storia. Si aspettano i dati per il 2008, ma sembra che la tendenza continui.
La spiegazione standard per il declino del nucleare è che negli anni '80 gruppi di ambientalisti fanatici abbiano tagliato le gambe a una fiorente industria che, altrimenti, si sarebbe sviluppata rapidamente e così oggi non avremmo più problemi di energia. Può darsi. Ma ho qualche dubbio considerando il successo che gli ambientalisti fanatici stanno avendo in altri campi, per esempio nel fare qualcosa di serio contro il riscaldamento globale. La mia impressione è che il nucleare abbia fatto il suo ciclo, proprio come lo ha fatto e lo sta facendo il petrolio. Così, se il picco del petrolio è stato nel 2008, può darsi che il nucleare abbia piccato con un anno di anticipo.
Etichette: energia nucleare
lunedì, febbraio 09, 2009
L'EROEI degli attori non è cosa da EROI
Non ricordo assolutamente la sequenza completa, ma ad esempio Tom Cruise fa in media guadagnare alla macchina organizzativa del cinema e indotto circa 4 dollari per ogni dollaro con cui viene pagato; Nicole Kidman si è invece recentemente assestata su un dollaro prodotto per ogni dollaro di cachet (!), con grandi preoccupazioni degli impresari che lavorano per niente.
E' incredibile quanto i concorrenti riuscissero ad afferrare perfettamente il concetto.
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domenica, febbraio 08, 2009
Ma cos'è questo picco di Hubbert?
Lo so, che cos'è il picco di Hubbert lo abbiamo detto e stradetto. Ma c'è sempre gente che cade dalle nuvole e scambia il picco di produzione per un "picco dei prezzi" o altre cose. Quindi fatemi ripetere un'altra volta che cos'è questo benedetto picco di Hubbert; con tante scuse per quelli di voi che già lo sanno benissimo.
Il picco del petrolio (o picco di Hubbert) è un picco di produzione, ovvero il momento in cui si raggiunge il massimo storico di produzione di una risorsa finita. Esaminando i dati storici, si è visto che il picco si verifica approssimativamente quando metà della risorsa estraibile è stata estratta e la forma della curva di produzione è "a campana", questa viene anche detta "curva di Hubbert". Questo comportamento si vede tipicamente per il petrolio ma anche per la maggior parte delle risorse minerali.
La forma della curva di Hubbert deriva principalmente dal fatto che i costi di estrazione aumentano gradualmente dato che si estraggono prima le risorse meno costose. All'inizio, l'estrazione costa poco, i profitti sono alti e li si ri-investono in nuove ricerche e estrazione. Questo causa una rapida crescita della produzione. Ma, col tempo, i costi aumentano e diminuiscono i profitti. Così, si investe di meno nella ricerca e lo sviluppo di nuove risorse. La rapida crescita iniziale rallenta fino ad arrestarsi. La produzione diminuisce dopo essere passata da un massimo. In sostanza, non si arriva mai a un esaurimento improvviso. Nessuno estrae per rimetterci e, di conseguenza, può succedere che si smetta di estrarre la risorsa ben prima di averla fisicamente esaurita.
Il concetto di picco, di per se, non dice nulla sui prezzi. Tuttavia, è ovvio che i produttori cercano di mantenere i loro profitti aumentando i prezzi di vendita per compensare gli aumenti dei costi di estrazione. Questo è quello che causa gli aumenti di prezzi nelle vicinanze del picco: è la fase in cui l'industria produttiva fa uno sforzo per cercare di continuare ad aumentare la produzione. Ma gli alti prezzi finiscono per ridurre la domanda; a questo punto il mercato si contrae e i prezzi diminuiscono. Questo è quello che è successo negli ultimi anni.
I meccanismi del mercato finanziario (chiamateli "speculazione" se volete) amplificano la portata di questi effetti causando un aumento spettacolare dei prezzi e una caduta altrettanto spettacolare. Queste oscillazioni hanno effetti abbastanza modesti sulla produzione che ha un'"inerzia" che la rende poco sensibile alla volatilità dei prezzi. Bastano 3 secondi per decidere se comprare o non comprare petrolio mentre per mettere in produzione un giacimento ci vogliono tipicamente 10 anni. Per questa ragione, la produzione di oggi deriva da scelte fatte anni fa, anche molti anni fa. Non c'è da stupirsi che la produzione sta continuando a seguire la curva di Hubbert. Sembrerebbe proprio che siamo nelle vicinanze del picco e che presto comincerà il declino.
Alla fine dei conti, il messaggio di ASPO è sempre quello ed è molto semplice: nel futuro avremo meno petrolio a disposizione. Il resto; prezzi, speculazioni, bolle finanziarie, crisi delle borse e tutto quanto non cambia gran che la situazione della produzione. Sarà bene cominciare ad abituarsi.
Etichette: picco del petrolio
Spigolature: linkoteca di ASPO - Italia
'Sui banchi i ragazzi hanno trovato un compito in classe di matematica dell’epoca, uno di quelli che i loro coetanei sedicenni nati nel 1949-50 risolvevano senza penare e senza copiare troppo. Pochissimi tra gli studenti arrivati dal futuro (il 15%) sono riusciti a farcela, gli altri hanno consegnato il foglio in bianco. È andata meglio nelle tappe intermedie che la macchina del tempo ha fatto: nel 2005 i compiti erano già più facili e il 35% li ha risolti. Ma, complessivamente, gran parte dei 1300 piccoli geni delle scuole inglesi si è rivelato incapace di venire a capo dei problemi di matematica e algebra che i loro genitori risolvevano [....] In Gran Bretagna (e un po’ in tutti i Paesi) la qualità del livello di insegnamento e di apprendimento sta precipitando e secondo gli esperti, se non si rimedia subito, le future generazioni non saranno in grado di fare la più semplice delle divisioni, figuriamoci una radice quadrata [....] Frank Field, un autorevole e ascoltato membro del Parlamento laburista, in un discorso all’Università di Leicester ha anche dato la colpa ai genitori, che non esercitano più quel rigore educativo indispensabile alla formazione dei ragazzi. Secondo Field, l’epoca d’oro della famiglia britannica è culminata negli Anni Cinquanta, l’ultima era nella quale i genitori stavano sempre dalla parte degli insegnanti e mai dei loro figli, e famiglia e scuola contribuivano in ugual misura alla crescita culturale dei ragazzi. Si dice che fra qualche anno i robot avranno una capacità di elaborazione superiore a quella del cervello umano, mentre a quanto pare i cervelli delle nuove generazioni faticheranno a fare una moltiplicazione'
'Affrontando il tema (oggi più che mai attuale) dei rapporti fra scienza ed etica, Asimov ci propone due paradossi. Il primo è che il ritorno dai giganteschi elaboratori elettronici all'umile matita, al semplice pezzo di carta, all'elementare memorizzazione della tavola pitagorica, non è una regressione ma costituisce un progresso. Con ciò l'autore, inconsapevolemte ci ricorda la massima di Alessandro Manzoni, secondo il quale "non tutto ciò che vien dopo è progresso". Il secondo è che questo ritorno possa anche costituire un mortale pericolo
«Quando cominciai a studiare la scienza che oggi si chiama grafitica, la consideravo alla stregua di un passatempo privato. Non vedevo, in essa, altro che un divertimento stimolante, un esercizio mentale. Quando il Progetto 63 venne istituito, io ritenevo che i miei superiori vedessero più lontano di me; che la grafitica potesse essere messa al servizio dell'umanità, potesse contribuire, per esempio, alla realizzazione di congegni veramente pratici per il trasporto individuale. Ma ora capisco che sarà usata solo per spargere morte e distruzione.»'
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David Addison
Etichette: comunicazione, miscellanea
sabato, febbraio 07, 2009
Dalla mailing list di Al Gore
Etichette: politiche energetiche
venerdì, febbraio 06, 2009
Il messaggio travisato: ASPO come "I Limiti dello Sviluppo" e come l'IPCC

Tempo fa, Dennis Meadows, uno degli autori dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972, mi ha raccontato delle tante difficoltà che hanno avuto con il loro studio. Mi diceva che uno dei problemi è stato che hanno scoperto che la maggior parte della gente non è in grado di leggere i grafici cartesiani. Infatti, i detrattori dello studio hanno basato le loro critiche non sui grafici pubblicati nel libro, ma su dati numerici estratti da una delle tabelle. Se la gente fosse stata in grado di capire i grafici, si sarebbe resa conto immediatamente che le critiche erano infondate; invece la demolizione delle tesi del libro ha avuto successo.
Un grafico cartesiano è una forma di linguaggio. Non è un linguaggio difficile, ma comunque deve essere appreso - altrimenti uno si ritrova perduto come di fronte a una lingua straniera della quale non conosce una parola. Il linguaggio dei grafici si può imparare a scuola o nella pratica, ma la maggior parte della gente non lo conosce, nessuno glie lo ha spiegato. Fateci caso: sulla stampa i grafici cartesiani dove si vede una linea continua che connette i dati sono molto rari. Quasi sempre, troverete piuttosto dei "diagrammi a barre". Sembra che per la maggior parte dei lettori sia difficile capire che le barre sono connesse fra di loro da una tendenza storica. E' un po' come una patologia nota della corteccia cerebrale: certe persone sono in grado di vedere gli oggetti che si spostano da un punto all'altro, ma non sono in grado di vederli "in movimento".
Non ho trovato dati su quale frazione della popolazione sia affetta da questa forma di cecità ai grafici cartesiani. Ho il dubbio, però, che Dennis Meadows avesse perfettamente ragione e che questa frazione non sia per niente piccola. Questo lo sto vedendo con la questione del picco del petrolio che, dopo tutto, è comprensibile più che altro in termini di un grafico cartesiano. Negli ultimi tempi, con la caduta dei prezzi del petrolio, mi sono trovato in discussioni accese sulla questione con gente che mi sono accorto, con orrore, non aveva la minima idea di cosa si stesse parlando. Non so se avete avuto anche voi la stessa esperienza ma, per esempio, Mario Tozzi scriveva qualche tempo fa su "La Stampa": "si sta per raggiungere il cosiddetto picco del petrolio, cioè il momento in cui costerà troppo." Anche lui, evidentemente, non ha capito niente del picco.
Molta gente non ha capito che il picco è un picco di produzione e lo ha inteso invece come correlato ai prezzi, più o meno come ha detto Tozzi. Dal fatto che i prezzi si sono abbassati, sono saltati alla conclusione che ASPO ha "sbagliato le previsioni". E' una cosa molto simile a quello che è successo con "I Limiti dello Sviluppo", dove alcuni numeri estratti da una singola tabella sono stati presi come prova che, anche qui, lo studio aveva "sbagliato le previsioni".
Gli autori dei "Limiti dello Sviluppo" hanno passato almeno vent'anni a cercare di spiegare che non avevano mai detto le cose che erano accusati di aver detto, senza riuscirci. Sfortunatamente, sembra che non sia un esempio isolato. Verso la fine del 2008, 2 settimane di neve e l'abbassamento dei prezzi del petrolio sono stati sufficienti per convincere moltissima gente che sia il concetto di "picco del petrolio" come di "riscaldamento globale causato dall'uomo" sono delle pure e semplici fesserie. Non è un buon sintomo della nostra capacità di reagire a questi problemi.
(ringrazio mia figlia Donata per avermi segnalato la patologia della corteccia cerebrale di cui parlo in questo articolo)
giovedì, febbraio 05, 2009
Modelli economici e sociali a confronto
Non sono mai stato antiamericano, anzi mi ha sempre infastidito l’antiamericanismo ideologico e fazioso di una parte della sinistra. Gli Stati Uniti erano “l’impero del male”, i giovani gridavano “yankee go home” e chi osava contestare queste posizioni difendendo le ragioni di quella grande e pura Democrazia, come minimo veniva tacciato di “servo del capitale”, come massimo si beccava un bel po’ di legnate.Ma ora, allo stesso modo, mi irrita alquanto l’improvvisa omologazione culturale filoamericana e l’unanimismo acritico con cui una sinistra non più alternativa ripone speranze messianiche nel primo presidente nero degli Stati Uniti d’America.
Eppure dovrebbe essere del tutto evidente che la grave crisi economica in corso, di cui tutti stiamo subendo le conseguenze, abbia avuto origine proprio negli Stati Uniti e rappresenti il colossale fallimento di un modello di sviluppo sociale ed economico insostenibile, fondato su un’espansione parossistica dei consumi individuali finanziata dal ricorso irresponsabile all’indebitamento delle famiglie.
Con circa il 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti consumano il 25% della produzione petrolifera per alimentare prevalentemente un assurdo sistema di mobilità individuale, il consumo procapite di energia elettrica di ogni cittadino americano è circa il doppio di quello di un europeo e circa 30 volte quello di un africano.
Mai come oggi viene rivalutata l’economia sociale di mercato, il modello economico nato in Europa su ispirazione di John Maynard Keynes, per attenuare gli effetti negativi di un liberismo senza freni attraverso il ruolo regolatore e redistributore dello Stato.
In campo politico è una vittoria senza prigionieri del pensiero socialdemocratico, a cui anche i partiti conservatori alla fine hanno aderito, modellando in tal senso l’economia e le società europee. Lo stesso Obama e ancor di più la sua ex rivale Hillary, sono un’evidente espressione oltreoceano di questo pensiero e rappresentano politicamente una sorta di resa culturale del popolo americano al modello europeo.
Eppure, c’è ancora qualcuno, soprattutto qui in Italia, che si ostina a considerare ineguagliabile il sistema di vita americano, proponendo le ricette anti crisi del nuovo presidente americano come originale antidoto alla crisi: infrastrutture magari ecologiche e politiche dei redditi per far ripartire i consumi. Mi sbaglierò, ma a me sembra che siano proprio gli yankees a copiare noi.
L’Europa sta tirando faticosamente da anni la volata della lotta ai cambiamenti climatici, con gli Stati Uniti staccati in fondo al plotone e ora che finalmente cambiano linea siamo sempre pronti a dipingerli come i primi della classe.
Aveva ragione Alberto Sordi in un celebre film, la mostarda e il ketchup diamoli al gatto, “Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo…! Io me te magno, ahmm!”.
Etichette: comunicazione
mercoledì, febbraio 04, 2009
C'è qualcosa che non va?
Confindustria, per espressione della sua leader Emma Marcegaglia, chiede "più sforzi e più aiuti pubblici", ovviamente a favore dell'industria dell'auto (e non solo) per evitare una crisi senza precedenti, con quasi un milione di nuovi disoccupati in Italia entro il 2009.
I sindacati sono pronti a scendere in piazza perchè "bisogna garantire la conservazione del posto ai lavoratori".
Siamo sicuri di quello che vogliamo?
martedì, febbraio 03, 2009
Riscaldamento globale: dov'è la prova?

Nel 1860, Thomas Huxley, scienziato, e Samuel Wilberforce, arcivescovo, si incontrarono a Oxford per un dibattito sulla teoria dell'evoluzione darwiniana. Wilberforce, oppositore delle idee di Darwin, era noto come oratore sottile e in questa occasione aveva fatto ampio ricorso alle sue arti retoriche. Aveva terminato il suo intervento con la richiesta a Thomas Huxley "se fosse per parte di madre o di padre che riteneva di discendere dalle scimmie". Huxley rispose con "preferirei discendere da una scimmia piuttosto che da qualcuno che fa uso del suo intelletto per oscurare la verità in questo modo." Pare che questa risposta abbia sanzionato la sconfitta totale di Wilberforce.
Quell'antico scontro fra Huxley e Wilberforce è ormai leggendario e non è detto che le cose siano andate esattamente come sono raccontate di solito. Ma non importa; è una storia che ci illustra comunque alcune delle tecniche più comuni della retorica. Anche oggi, chi si oppone al concetto di riscaldamento globale causato dall'uomo, si trova quasi subito a corto di argomenti e deve fare uso di tattiche di guerriglia retorica per cercare di sviare il dibattito. Come tutte le tattiche di guerriglia, si tratta di colpire di sorpresa dove possibile sfruttando le caratteristiche del terreno. I guerriglieri della negazione riciclano continuamente i vecchi argomenti (il vino in Inghilterra, la Groenlandia come "terra verde", anche Marte si scalda, ecc.) e non perdono occasione ogni volta che nevica per dire "e allora dov'è questo riscaldamento globale?"
L'ultima tattica che è venuta di moda fra i negatori del mondo anglosassone è quella della "richiesta della prova". Questa tattica la si trova con grande chiarezza nel testo (in inglese) Il manuale dello scettico scritto da Joanne Nova. Sostanzialmente, Nova ammette che il riscaldamento globale esiste e ammette anche che l'incremento della concentrazione della CO2 nell'atmosfera è causato dall'attività umana. Tuttavia, nega che questa CO2 sia la causa del riscaldamento. La richiesta della "prova" che il riscaldamento è causato dalla CO2 è quasi ossessiva nel documento; dov'è questa prova?
Per chi conosce appena un pò la faccenda del riscaldamento globale, le prove del ruolo della CO2 sono molteplici e evidentissimi e mi sono provato a descrivere il meccanismo fisico dell'effetto dei gas serra in questo post. Ma Il punto è che mettersi a spiegare alla sig.ra Nova i principi fisici del meccanismo di "forcing" causato dalla CO2 sarebbe cadere nella trappola. Eh, no, qualunque cosa tu gli possa dire, quella farà un sorrisetto e ti risponderà "ma questo è soltanto un modello". Sarebbe come se Huxley si fosse messo a spiegare a Wilberforce che l'accoppiamento fra scimmie e umani non è fertile. L'arte della retorica somiglia molto all'arte militare: mai combattere sul terreno scelto dal nemico.
Invece, bisogna contrattaccare sfruttando la debolezza del nemico. Infatti, si dice che Huxley, prima di parlare dopo l'intervento di Wilberforce, abbia detto a un suo amico "il signore me lo ha messo nelle mani". Wilberforce si era messo in una posizione indifendibile per chi avesse saputo sfruttarla, come ha fatto Huxley.
Allora, nel campo del cambiamento climatico, la Sig.ra Nova e i suoi seguaci si mettono in una posizione indifendibile andando ad ammettere esplicitamente che, si, il riscaldamento globale esiste e che, si, la CO2 nell'atmosfera aumenta a causa dell'attività umana. A questo punto, si tratta di contrattaccare dicendo qualcosa tipo: "signora Nova, vedo che lei ammette che il riscaldamento globale esiste. Vedo anche che lei chiede una *prova* della causa di questo riscaldamento. Allora, io le chiedo - che cosa, secondo lei causa il riscaldamento? Se non è il CO2, mi aspetto da lei una *prova* di che cosa sia."
Se, a questo punto, questa menziona il sole, beh, il signore l'ha messa nelle nostre mani. Cara signora, questa non è prova!! E qualsiasi cosa dica, si può rispondere: ma questo è solo un modello. Per darle il colpo finale, basta farle vedere il grafico all'inizio di questo post.
Etichette: riscaldamento globale
lunedì, febbraio 02, 2009
L’intelligenza connettiva e collettiva
Riflessioni antropologiche su un documento di Aspoitalia
Il problema dell’informazione
Nei primi giorni di gennaio del 2009 compaiono sulla stampa italiana articoli che parlano di un ripristino nel 2008 dei ghiacci artici al livello del 1979 (già alcuni giorni prima però alcuni quotidiani avevano fatto dell’ironia sulla “teoria” del riscaldamento globale mettendo in evidenza le forti nevicate avvenute in Italia).
Questi articoli fanno riferimento a quanto detto dal Centro di Ricerca sul Clima Artico dell’Università dell’Illinois.
I soci di Aspoitalia iniziano un duro e lungo lavoro con cui dimostrare scientificamente l’infondatezza del contenuto di quegli articoli di stampa.
I contatti e gli scambi di informazioni fra i soci di Aspoitalia per la preparazione di un documento da mettere sul sito avvengono soprattutto in una mailing list della stessa associazione. Sono fatte ricerche sul Web per recuperare le informazioni necessarie alla stesura del documento e soprattutto per vedere cosa effettivamente ha scritto il Centro di Ricerca sul Clima Artico dell’Università dell’Illinois. Sono contattati via e-mail Bill Chapman (ricercatore del predetto centro di ricerca) e un responsabile del National Snow and Ice Data Center del governo USA.
Il lavoro è svolto soprattutto da Claudio Della Volpe, Luca Mercalli, Alessio Zanol, Ugo Bardi ma tanti altri soci ed amici di Aspoitalia hanno dato il loro apporto creando, tutti insieme, il nuovo “spazio antropologico” che ha reso possibile la stesura del documento “Ghiaccio agghiacciante” di Claudio Della Volpe, che viene pubblicato sul sito Aspoitalia il 12 gennaio cui un articolo di Luca Mercalli, intitolato “I negazionisti dei gas serra” e pubblicato su Repubblica on-line del 13 gennaio, rimanda con un link.
Il documento redatto da Claudio Della Volpe è un vero e proprio lavoro scientifico e arriva alla conclusione finale che le notizie giornalistiche hanno dato informazioni false sulla situazione dei ghiacci artici. Ovviamente si rimanda alla lettura di questo lavoro per conoscere tutti gli aspetti della questione.
Ma come è stato possibile risolvere in questo modo il problema posto dalle erronee informazioni comparse sulla stampa a proposito dei ghiacci artici?
E’ stato possibile grazie ad una nuova cultura e a nuove personalità che sono maturate in seno alla rivoluzione nella gestione dell’informazione avvenuta negli ultimi decenni; ma anche grazie all’adeguato soddisfacimento dei bisogni fondamentali alimentari, sanitari e di istruzione che è avvenuto nell’ultimo secolo. Questa nuova cultura e queste nuove personalità hanno preso il posto di quelle vecchie (che sono però ancora dominanti), che affondano le loro radici nella rivoluzione neolitica avvenuta circa diecimila anni fa.
Questo discorso culturale è importante non solo per mettere in evidenza il modo in cui è stato possibile dimostrare la falsità di quelle notizie giornalistiche (il ripristino dei ghiacci artici al livello del 1979) ma anche perché lo scontro fra energie rinnovabili ed energie da combustibili fossili (che sono i temi centrali di questo blog e dell’associazione Aspoitalia) è uno scontro fra diversi valori culturali.
E’ bene andare per ordine!
La cultura iniziata col neolitico
I valori fondamentali della cultura iniziata col neolitico e venuti a maturazione nella bassa Mesopotamia nel quarto millennio a.C., e che costituiscono il sangue di tutte le attuali culture umane, sono quelli di “individuo” (inteso come centro di iniziativa e di interessi, prima solamente diversi ma in seguito, in presenza di penuria di risorse, anche contrapposti a quelli di altri individui), di “gerarchia” (inteso come l’orizzonte, il contesto, in cui si situavano gli individui, indicandone le diverse posizioni e i connessi oneri e diritti nella distribuzione di beni e servizi), le “derive sociali” (intese come quel fenomeno per cui ogni parte di un gruppo umano, in relazione alle caratteristiche delle mansioni che svolge, acquisisce degli interessi particolari e, in presenza di penuria di risorse disponibili, in contrapposizione a quello di altre parti dello stesso gruppo umano, formando corporazioni e classi) e le “derive culturali” (intese come quel fenomeno per cui ogni gruppo umano, a contatto con un ambiente ecologico particolare, acquisisce un pacchetto culturale particolare e, in presenza di condizioni di penuria di risorse materiali, in contrapposizione a quello di altri gruppi umani).
Tutto iniziò con gli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del pleistocene (12-15 mila anni fa). La temperatura aumentò di circa 8 gradi centigradi e aumentò anche la piovosità. Ciò porto ad una forte crescita delle foreste e ad contemporaneo e connesso forte restringimento delle savane e delle praterie, dove vivevano i grandi erbivori oggetto di caccia da parte dell’uomo. La situazione si fece molto critica per i piccoli e radi gruppi umani: c’era il pericolo della loro estinzione. La soluzione che venne presa, all’interno di un complesso contesto che lo rese possibile, fu l’adozione della agricoltura e della pastorizia al posto della caccia e della raccolta, in modo che così si ottenesse incremento demografico. Si ebbe però un peggioramento delle loro condizioni di vita ma il pericolo dell’estinzione dei piccoli e radi gruppi umani fu scongiurato.
Si innescò così una reazione a catena che portò al progresso tecnologico, alla specializzazione del lavoro e in seguito all’urbanizzazione.
Le causa più immediata della nuova cultura che si creò dipese dalla soluzione di un grosso problema che intervenne nella gestione del know how in una situazione di penuria di risorse. (si preferisce l’uso del concetto di “know how” in questo contesto piuttosto che quello di “informazione”)
Per centinaia di migliaia di anni infatti l’uomo visse in piccoli gruppi di circa trenta persone fra uomini, donne e bambini. Circa la metà di questi gruppi umani erano fatti da bambini e l’altra metà da persone adulte, quindi poco meno di dieci uomini adulti e poco meno di dieci donne adulte per villaggio, fra cui c’era una divisione del lavoro (gli uomini addetti alla caccia e alla preparazione delle strumentazione necessaria e le donne, aiutate dai bambini, alla raccolta, alla costruzione delle capanne e ad altre mansioni. I rapporti erano diretti (interazioni “faccia a faccia”) e improntati a una forte solidarietà. L’attività lavorativa avveniva in comune. Non esistevano capi, gerarchie o leggi. C’era parità fra uomini e donne. Le questioni che riguardavano tutti venivano discusse in comune intorno al fuoco.
Con l’incremento demografico che avvenne nel neolitico in seguito all’adozione dell’agricoltura e della pastorizia i villaggi diventarono consistenti con alcune centinaia di persone. Come conseguenza e opportunità offerta dall’incremento demografico e dallo sviluppo tecnologico si ebbe la specializzazione del lavoro. Sorsero così dei problemi nella gestione del know how e ciò si risolse con l’elaborazione dei valori dell’individuo e della gerarchia così come sono stati intesi appena sopra. Non era infatti più possibile risolvere i problemi stando la sera accanto al fuoco. Non era più possibile svolgere insieme l’attività lavorativa visto che ogni villaggio era formato da centinaia di individui. Ogni individuo-corporazione poteva svolgere (e, necessariamente, in esclusiva) solamente una fra le tante mansioni che si erano create con la specializzazione del lavoro. Per esempio, nelle prime civiltà storiche, uno scriba (la cui mansione si acquisiva con un lungo apprendistato nelle scuole scribali) non poteva discutere con un artigiano che forgiava i metalli sul modo di redigere un contratto sulle tavolette di terracotta; così pure un artigiano non poteva discutere con un pastore sul modo in cui forgiare i metalli. Molti rapporti sociali non poterono più essere diretti e iniziarono un processo, lungo e lentissimo, di spersonalizzazione e burocratizzazione.
La nascita dell’individuo come centro di interessi prima solamente diversi e poi in contrapposizione con gli altri individui e la connessa gerarchia che indicava l’orizzonte in cui si situavano gli individui indicandone le diverse posizioni e i connessi e diversi oneri e diritti nella distribuzione di beni e servizi derivò dalla soluzione del problema nella gestione del know how in un contesto di endemica penuria di risorse.
Internet e il Web
Il termine Internet deriva dall’abbreviazione delle due parole inglesi interconnected (interconnesso) e network (rete) e indica sia la più grande rete di computer mondiale ad accesso pubblico sia come uno dei principali mezzi di comunicazione di massa, insieme con le informazioni e i servizi che sono offerti agli utilizzatori per mezzo di questa rete.
Internet offre i più svariati servizi, i principali dei quali sono il World Wide Web, la posta elettronica, mailing list, forum, blog, e-commerce, e-learning, ecc. Internet è utilizzata per le comunicazioni più disparate: private e pubbliche, ricreative e lavorative, scientifiche e commerciali.
Il Web (sigla con cui viene indicato il World Wide Web, conosciuto come la grande ragnatela mondiale) è uno dei principali servizi offerti da Internet. Il servizio mette a disposizione degli utenti uno spazio per la pubblicazione di contenuti multimediali (testi, immagini, audio, video, ipertesti, ipermedia, ecc.) oltre che per la distribuzione di programmi, dati, applicazioni, videogiochi, ecc.
Questi contenuti sono costantemente on-line e sono costantemente fruibili da chiunque disponga di un computer, di un accesso a Internet e degli opportuni programmi che consentono, come si dice in gergo, di navigare nel Web, salvo il caso che il titolare di uno spazio web metta dei limiti all’accesso ai contenuti del proprio spazio web.
L’intelligenza connettiva e collettiva: un nuovo spazio antropologico
Con Internet, intesa come infrastruttura tecnologica, e il Web, intesa come nuovo spazio umano fatta di reti relazionali, si assiste ad una rivoluzione che non è da meno di quella avvenuta molti millenni fa con l’incremento demografico, la specializzazione del lavoro e con l’urbanizzazione. Il periodo in cui questa rivoluzione fa passi significativi sono gli anni novanta del secolo scorso.
Il fenomeno di Internet e del Web è abbastanza recente e non è certamente possibile fare delle affermazioni certe su di esse però alcune cose si riescono già ad intravedere. Con Internet, il Web e gli altri servizi resi possibili da Internet ogni persona dotata di un computer e della possibilità di connettersi alla rete si mette in contatto in tempo reale praticamente con tutto il mondo. L’intelligenza di ogni persona si connette alle intelligenze di tutte le altre persone connesse a Internet. Si crea, come dicono alcuni studiosi, un nuovo spazio antropologico. Ogni persona connessa vede espandere in modo incredibile le sue possibilità di conoscenza. Si crea, secondo alcuni studiosi, una intelligenza collettiva resa possibile dall’intelligenza connettiva. Si crea così una nuova cultura e una nuova personalità degli attori, basi per nuovi valori come la collaborazione e, in molti casi, la gratuità. Ogni attore vale per quello che pensa e comunica e ciò che pensa e comunica dipende anche da ciò che altri attori hanno pensato e comunicato. Una caratteristica delle relazioni che avvengono sul Web prescindono dallo status socio-economico-lavorativo degli attori di queste reti. Internet e il Web sono potenti strumenti ma alcuni studiosi si sono sbilanciati nel considerare questi strumenti l’unica causa della nuova cultura e della nuova personalità che si è creata. Internet e il Web sono diffusi nel mondo sviluppato, in un mondo in cui, in un contesto caratterizzato da un notevole sviluppo tecnologico, sono soddisfatti adeguatamente le esigenze fondamentali di alimentazione, salute e istruzione. Sono anche questi ultimi aspetti della realtà che creano attori che sono considerati per le informazioni e le esperienze che mettono in rete e non per il loro status socio-economico-lavorativo o per altri titoli. Questo stesso fenomeno si nota anche in altre nuove realtà come Wikipedia, le banche del tempo, i G.A.S. (gruppi di acquisto solidali) e in tanti altri fenomeni (non è un caso che anche questi fenomeni siano nati negli anni novanta del secolo scorso). Il comportamento umano non è dovuto ad una fantomatica “natura umana” ma ad una serie di condizioni storiche di cui l’uomo e tutta la natura sono attori. Come la vecchia cultura iniziata col neolitico (che è l’attuale e predominante cultura, basata sull’individuo e la gerarchia) fu determinata dalla necessità di risolvere il problema della gestione del know how in una situazione di endemica penuria di risorse, così le condizioni che stanno creando una nuova cultura adeguata alla nuova realtà sono rappresentate dalla rivoluzione nel campo della gestione dell’informazione dovuta a Internet e al Web, però all’interno di un contesto caratterizzato dallo sviluppo tecnologico, dalla sviluppo economico e dall’adeguato soddisfacimento dei bisogni fondamentali (alimentari, sanitari, di istruzione e di pochi altri).
E’ questa nuova realtà, con la nuova cultura e con le nuove e adeguate personalità, che ha reso possibile la redazione di un documento per dimostrare l’infondatezza delle notizie giornalistiche di cui si parlava agli inizi. E saranno proprio queste a rendere possibile la diffusione delle energie rinnovabili al posto di quelle derivanti da combustibili fossili, perché lo scontro fra questi diversi tipi di fonti energetiche è uno scontro fra quelle diffuse sul territorio e quelle concentrate, fra quelle democratiche e quelle gerarchiche: è uno scontro fra la vecchia cultura basata sull’individuo e la gerarchia (a cui però bisogna aggiungere anche le derive culturali a proposito dei rapporti fra le varie parti del mondo) e la nuova, basata sulla collaborazione, la gratuità e altri valori ancora.
Quanto detto è solo una parte di una analisi ancora più complessa che questo tema richiederebbe.
Etichette: cambiamento climatico, comunicazione
domenica, febbraio 01, 2009
L'arte del management secondo Ugo Bardi

Quando ero "postdoc" all'università di Berkeley, il mio capo cercava di far lavorare di più i suoi collaboratori mettendoli uno contro l'altro. Ci chiamava nel suo ufficio, uno per uno, e ci raccontava di come il nostro vicino di stanza stava facendo di più e di meglio e come mai tu non riesci a tenere il passo? L'idea era di stimolarci. Bene, poi noi ci ritrovavamo tutti insieme a bere birra e ci raccontavamo le cose che il capo ci aveva detto singolarmente e ci facevamo sopra delle gran risate.
Quel capo non era un cattivo capo. Aveva solo certe piccole manie, una delle quali era di volere il premio Nobel. Questa idea lo faceva diventare nervoso e lo spingeva a rompere le scatole ai suoi collaboratori. A parte questa forma di lieve follia (e il premio Nobel non è riuscito a prenderlo) nel complesso era una brava persona e procurava a tutti le risorse necessarie per lavorare. Questo è quello che il capo deve fare. C'è solo un errore irrimediabile che il capo può fare: fregarsene dei suoi collaboratori.
Gli anni sono passati, e oggi sono il "capo" di un piccolo gruppo di ricerca all'università. Non so quanto a lungo questo gruppetto di 7-8 persone potrà continuare a esistere, vista la situazione attuale di disastro finanziario. Ma finora ha funzionato benino. Vi posso dire anche che la mia tecnica di gestione del gruppo è una tecnica di "non-management". Ovvero, cerco di procurare ai miei collaboratori le risorse di cui hanno bisogno e poi li lascio lavorare in pace.
Tuttavia, se appena esco dalla situazione abbastanza idillica del mio gruppo (o dei gruppi dei colleghi), vedo subito che le cose cambiano. L'università intesa come istituzione è un disastro. Vi ricordate la storia del ragionier Fracchia, personaggio di Paolo Villaggio? Era un impiegato statale a cui avevano rubato la gomma il primo giorno di lavoro e aveva passato tutto il resto della sua carriera a cercarla. Beh, nell'amministrazione dell'università ci sono veramente situazioni del genere; magari non proprio a livello del mitico Fracchia, ma non tanto distanti. Certe volte ti prende la disperazione e ti verrebbe voglia di chiamare, non solo il ministro Brunetta, ma Attila in persona; inteso come lo storico "flagello di Dio."
Ma, nella mia esperienza di ricerca per tanti anni per la Fiat e per altre grandi industrie, la loro efficienza non mi è parsa molto migliore di quella dell'università. Se la sindrome di Fracchia è tipica degli enti statali, nelle industrie c'è la "sindrome di Wally". Wally è un personaggio della striscia di "Dilbert" che ha passato un intera vita nella ditta senza mai aver fatto nulla anche se ha dovuto ingegnarsi un po' per non farsi scoprire.
Gestire una grande industria o un'amministrazione statale è una cosa molto difficile. Ho visto più di un caso di industrie partite come un gruppetto di amici entusiasti che poi si sono ingrandite con operai, dirigenti, rappresentanti, contabili, quality manager, personale di pubbliche relazioni, eccetera. Non puoi gestire tutta questa gente semplicemente lasciandoli tranquilli. La faccenda non è più soltanto un problema; è diventata un incubo.
Deve essere per questo motivo che ci sono tanti libri che ti spiegano come essere un buon manager; per esempio quello che si intitola "I segreti di management di Attila l'Unno". Ce ne sono tanti altri che si trovano, tipicamente, nelle librerie degli aereoporti dove i manager passano molte ore della loro vita. Evidentemente, se si vendono vuol dire che hanno una ragione di esistere e la sola ragione che si può pensare per la loro esistenza è che essere un buon manager è cosa difficile. In effetti, se uno compra un libro che ti spiega come fare una certa cosa, vuol dire che quella cosa non la sa fare bene. Pensate a vostra nonna che cucinava così bene e non aveva certamente bisogno do comprare libri di cucina. Ma non è affatto detto che comprare un libro vi faccia diventare un bravo manager (o un bravo cuoco).
L'efficacia di questi libri deve essere piuttosto modesta; almeno per quello che ne posso dire io dalla mia esperienza. Libri o non libri, l'efficienza delle grandi organizzazioni rimane sempre molto modesta e, a mio parere, peggiora più sono grandi. Le organizzazioni veramente grandi, come le università o le industrie automobilistiche, sono terribilmente inefficienti. Se poi saliamo su di qualche tacca in dimensioni, troviamo gli stati nazionali i cui governi hanno fatto le più grandi bestialità che la storia riporti.
La mia impressione è che le grandi organizzazioni siano soggette a una forma di "tragedia dei commons". Vi ricordate di Garrett Hardin, che propose questo concetto: c'è un pascolo comune, ci sono dei pastori che ci portano le loro pecore. Ogni pastore ha un vantaggio a portare al pascolo quante più pecore può; ma il pascolo non può sostenere più di un certo numero di pecore. Va a finire che tutti i pastori portano qualche pecora in più; il pascolo si rovina irrimediabilmente e pastori e pecore muoiono di fame.
Il modello di Hardin non è stato tanto citato come applicabile alle industrie e ai sistemi statali, ma credo che spieghi molte cose. Quello che succede, a mio parere, è che quando l'organizzazione supera una certa dimensione, chi ci lavora dentro cessa di lavorare "per il bene dell'azienda", ma piuttosto per il bene di se stesso o dei collaboratori vicini. Vale il principio di Hardin: il manager cerca di accaparrarsi risorse al massimo possibile. Se l'organizzazione è piccola, facendo così danneggerebbe prima di tutto se stesso. Ma, se è grande, il vantaggio personale che ne ricava è superiore al danno che ne subisce in quanto membro dell'organizzazione stessa. Del resto, se leggete i libri di management che si trovano negli aeroporti, non ci troverete istruzioni su come agire per il bene dell'azienda, ma per il proprio bene come manager (chiamato "sviluppo", "realizzazione", "successo" e simili).
Questo credo che sia un meccanismo talmente comune che non ci facciamo nemmeno caso, se non quando il contrasto fra il bene del manager e quello dell'azienda non appare talmente eccessivo da non poterlo ignorare. Mi risulta, per esempio, che Giancarlo Cimoli, amministratore delegato dell'Alitalia, aveva uno stipendio di 2 milioni e 700 mila euro all'anno fino a non molto tempo fa. Questa è una delle cose che ha fatto gridare allo scandalo. Ma, se l'Alitalia non fosse andata in crisi, chi avrebbe protestato? Cimoli ha semplicemente agito secondo le linee di un classico modello dei commons: l'andamento dell'Alitalia non dipende dal suo stipendio e anche se lui se lo fosse dimezzato - o anche avesse lavorato gratis - questo non avrebbe avuto alcun effetto pratico su un deficit di parecchie centinaia di milioni di Euro. Il problema è che, ho l'impressione, tutti all'Alitalia, un po' a tutti i livelli, hanno ragionato in questo modo e i risultati si sono visti.
Quasi tutte le organizzazioni sono afflitte da questo problema, contro il quale non c'è veramente molto da fare. Non c'è libro di management che tenga contro la tendenza umana ad accaparrarsi quel che si può, quando si può. Pugno di ferro, regole severe, controlli capillari; si, possono aiutare. Ma chi controlla i controllori che, anche loro, sono soggetti alle stesse tentazioni dei controllati?
Alla fine dei conti, sembrerebbe che la soluzione migliore per questo problema sia la "distruzione creativa". Ovvero, tornando ai commons di Hardin, se i pastori sono appena arrivati nel pascolo, possono decidere che gli conviene piuttosto cercare zone ancora non utilizzate piuttosto che rovinare quelle in cui già si trovano. Ci vuole un po' di tempo prima che la "tragedia dei commons" si instauri. Così, una possibile ricetta per migliorare le prestazioni delle organizzazioni è di smantellare le strutture ormai irrecuperabili e costruirne di nuove. Questo è quello che dovrebbe fare il libero mercato con le aziende obsolete. Anche per le organizzazioni statali, può darsi che il fatto che la democrazia sia normalmente un sistema più efficiente delle dittature non è tanto che gli elettori scelgono i governanti migliori, ma piuttosto che ogni tanto si fa una distruzione creativa e si cambiano le persone ai vertici.
Purtroppo, queste forme di distruzione creativa sembrano avere un'efficacia abbastanza limitata. Non solo, ma nei momenti in cui una ditta o una società si trovano in gravi difficoltà, gli stati tendono ad abbandonare la democrazia per affidarsi all'uomo forte del momento e le ditte invocano aiuti statali per la salvezza. Proprio le cose che perpetuano la stasi e fanno i danni peggiori.
Ci troviamo oggi nella necessità di gestire un intero pianeta; per esempio per controllare le emissioni di gas-serra. La cosa non è facile; anzi, è un compito qualitativamente molto più difficile di qualsiasi cosa che la storia ricordi. Vedremo se ci riusciremo; se non ci riusciamo può darsi che la distruzione che ne conseguirà non sarà per niente creativa.
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