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mercoledì, marzo 14, 2012

Non è semplice parlare di acqua


Di Mauro Icardi


Nel 2011 si sono tenuti i referendum popolari, e due di questi avevano come tema l’acqua. In realtà più che l’acqua in sé, le modalità di gestione del servizio idrico. La mobilitazione attorno a questo tema è stata importante, e di acqua si è fatto un gran parlare. Direi che non si è ancora finito, visto che il Forum  dei movimenti per l’acqua si è ancora attivato pochi giorni fa occupando la sede del Ministero dell’Ambiente, temendo che l’esito del referendum dello scorso Giugno potesse in qualche maniera venire travisato, se non completamente stravolto.

Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha rassicurato di voler rispettare l’esito referendario e i manifestanti si sono detti soddisfatti, pur ribadendo di voler vigilare sull’effettiva ripubblicizzazione del servizio idrico.

Lavoro nel servizio idrico ormai da più di vent’anni, e in tutto questo tempo mi sono reso conto che, quando si parla di acqua, spesso sono i luoghi comuni o le leggende ad avere la meglio. Sia per quanto riguarda le idee che la gente ha della qualità dell’acqua del rubinetto di casa, sia per la convinzione molto diffusa e totalmente errata che i depuratori peschino l’acqua dai fiumi per depurarla, anziché occuparsi di ricevere i liquami delle fognature, per restituirli dopo adeguati trattamenti, ai corpi idrici ricettori ( fiumi,laghi o mari), rispettando i limiti previsti per legge.

Ogni anno sono molte le visite scolastiche che variano dalle classi delle elementari agli studenti di Ingegneria Ambientale. Quasi tutti mi chiedono se possono portarmi un campione dell’acqua di casa da analizzare, visto che spesso hanno installato filtri, o comprato caraffe ritenute miracolose. E quando li accompagno allo scarico finale dell’impianto di depurazione ,quasi tutti mi domandano se l’acqua si può bere.
Questi episodi, che si ripetono molto frequentemente,  mi danno l’idea che sia necessario anche in questo campo fare informazione corretta.

E’ un dato accertato che la disponibilità di acqua dolce idonea all’uso potabile stia diminuendo in tutto il pianeta, che molti dei principali fiumi siano, dal punto di vista della qualità delle loro acque e dell’inquinamento, in condizioni critiche.  Due terzi della popolazione mondiale sono privi di misure sanitarie. Oltre un miliardo di persone bevono quotidianamente acqua inquinata. Questo accade maggiormente nei paesi in via di sviluppo, l’India per esempio (Il Gange fiume sacro per antonomasia è uno dei più inquinati).

Per contro nei paesi più sviluppati si cominciano a vedere problemi legati alla scarsità d’acqua, se il Consiglio Nazionale delle Ricerche degli Usa ha suggerito di recuperare le acque reflue trattate per destinarle certamente non all’uso potabile ma quantomeno  a quello irriguo, o per il lavaggio di piazzali.

Anche per questo ritengo indispensabile il crescere di una corretta cultura dell’acqua. Il gesto di aprire un rubinetto e veder scorrere acqua, così come quello di pigiare un interruttore e veder accendersi una lampadina, a volte porta le persone a credere magari inconsciamente che questi flussi siano infiniti. Purtroppo non è cosi.

Per l’acqua in questi anni si è molto insistito sulla necessità  di un uso corretto ed attento. Qualcosa si comincia a vedere, ma moltissime persone non hanno rispetto, o non credono alla qualità della loro acqua del rubinetto, e di fatto la destinano unicamente alla cottura dei cibi ed all’igiene personale. La loro fiducia certamente non aumenta, soprattutto quando si verificano casi di inquinamento delle falde o superamenti di qualche limite.

Il caso dell’Arsenico  che ha vietato l’utilizzo dell’acqua ad uso alimentare in un centinaio di comuni non ha certamente contribuito ad aumentare la fiducia. In quasi tutti questi casi la contaminazione da Arsenico è dovuta alla presenza di questo metallo nelle rocce, e non per inquinamento di tipo industriale. La legge prevede delle zone di rispetto per la sicurezza dei pozzi di approvvigionamento.

Ovviamente questi casi hanno una gran risonanza mediatica, e la paura della gente fa il resto. Posso dire che la qualità dell’acqua potabile sia generalmente buona, ovviamente con differenze tra le varie zone d’Italia.
Questo non ha impedito che in questi anni moltissime persone abbiano installato filtri o caraffe filtranti, perché spaventati o a causa di campagne pubblicitarie martellanti.

Molte persone, amici e conoscenti mi hanno portato campioni di acqua provenienti da questi filtri. Il più delle volte ho trovato acqua decisamente troppo addolcita. Questo significa che la qualità dell’acqua era già buona precedentemente e che il filtro è stato decisamente una spesa inutile. In altri casi ho purtroppo riscontrato qualcosa di peggiore: la mancata manutenzione del filtro, o l’utilizzo improprio della caraffa filtrante sono stati causa della proliferazione batterica. In un caso eclatante ho riscontrato anche la presenza di Enterococchi.

Quindi, una prima regola di semplice buon senso dovrebbe essere quella di informarsi sulla qualità dell’acqua erogata nel proprio comune prima di spendere soldi  per impianti di filtrazione. La seconda piuttosto ovvia: se installate questi impianti non potete dimenticarvi delle regolari manutenzioni. Ultimamente ricevo molte telefonate di persone che si lamentano del sapore o dell’aspetto della loro acqua. Il gestore dell’acquedotto ha la responsabilità della qualità dell’acqua fino al punto di consegna, cioè all’ingresso del contatore. In molti casi, pur non essendo strettamente di nostra competenza, ci siamo attivati ed abbiamo effettuato campionamenti nelle abitazioni. E ci siamo accorti del peggioramento della qualità dell’acqua dopo il contatore, quasi sempre per problemi di manutenzione delle tubazioni, o perché  le tubazioni erano decisamente vecchie.

Ultimamente, visto che la crisi sta cambiando le abitudini, l’acqua potabile sta riguadagnado posizioni nelle preferenze dei consumatori. In Lombardia esistono moltissime case dell’acqua, e molti cittadini vi si riforniscono. Tutto molto lodevole, se non fosse che l’acqua è sostanzialmente la stessa che esce dal proprio rubinetto. Ma come sempre la leggenda ha maggior peso.

A Torino per anni la gente cercava le fontanelle (i famosi toret, le fontanelle con la testa di toro),che si diceva si alimentassero direttamente dalla sorgente del Pian della Mussa, ritenuta di buonissima qualità. In realtà l’acqua confluiva poi nelle tubazioni insieme a quella proveniente da altre fonti, e la quantità di acqua proveniente da quel sito non credo superasse il dieci per cento del totale erogato. Ma la leggenda resiste ed è dura a morire.


Forse è anche giusto si continui a farla vivere.
Ho iniziato dicendo che non è facile, o meglio che non si può esaurire in poco tempo il discorso acqua.
Ci sono tante altre cose di cui parlare. L’intenzione è di farlo in qualche altro articolo.

martedì, giugno 07, 2011

L'apologo della moglie che risparmia l'acqua

Mia moglie non è dichiaratamente ecologista. Però, essendo dotata di un solido rigore morale, difficilmente scende a patti nei comportamenti con le proprie convinzioni, come a volte faccio io quando, forse per pigrizia, mi abbandono a un più comodo relativismo etico. Per questo, se si convince della giustezza di uno stile di vita più conservativo nella gestione delle risorse diventa immediatamente più integralista di me.

L’altro giorno, all’arrivo dell’ennesima bolletta dell’acqua, più salata del solito (la bolletta, non l’acqua) a causa degli adeguamenti tariffari imposti dalle aziende che operano nella nostra Regione, ha deciso che da ora in poi si dovesse consumare meno acqua. Ha cominciato così a controllare che nessun rubinetto rimanesse aperto un secondo più del necessario, a innaffiare le piante con l’acqua utilizzata per lavare le verdure, a usare programmi di lavaggio degli elettrodomestici meno dispendiosi e via dicendo. Mi aspetto da un momento all’altro che inserisca un mattone nello sciacquone del bagno.

Come tutti gli apologhi, anche questa breve storiella di vita quotidiana fa riflettere e produce insegnamenti morali, sociali e politici.

Il primo insegnamento deriva dal fatto che il comportamento meno dissipativo della risorsa acqua è iniziato in corrispondenza dell’aumento tariffario. E’ un meccanismo noto nell’economia classica: l’aumento del prezzo di un bene oltre un certo livello detto prezzo marginale, determina una riduzione del suo consumo.
Quindi, in un’ottica ecologista, un minore uso di risorse limitate, scarse o vulnerabili, deve essere ottenuto con una politica dei prezzi che interiorizzi queste caratteristiche. Tutti coloro che propugnano l’accessibilità totale a un bene primario come l’acqua evitando in assoluto la crescita dei prezzi, non hanno capito nulla dell’ecologia.
L’ultimo Rapporto annuale disponibile della Commissione di Vigilanza sulle Risorse Idriche ci fa vedere che l’Italia ha uno dei livelli tariffari più bassi in Europa e nel mondo e a questo corrisponde un sistema di gestione dell’acqua inefficiente e fortemente dispersivo della risorsa (alte perdite di rete, prelievi abusivi, inadeguatezza depurativa ecc.)

Quest’ultima considerazione ci porta al secondo insegnamento dell’apologo. Il rapporto citato in precedenza, ci fornisce anche i risultati di un’indagine sulle perdite di rete degli acquedotti italiani. Esse sono molto elevate, intorno al 37%, ma ciò che colpisce maggiormente è la scarsa affidabilità del dato. Come si può vedere nel grafico allegato qui accanto, il 37% dei gestori non ha dichiarato i volumi di acqua immessi nell’acquedotto, il 49% non ha dichiarato i volumi di acqua persi durante la distribuzione (tali valori sono leggermente più bassi se si considerano esclusivamente le dichiarazioni degli affidatari del Servizio Idrico Integrato).
La Commissione infatti conclude che “Dall’analisi dei dati raccolti, si evince una realtà allarmante legata, oltre che a valori di perdite elevati, a un generalizzata scarsa consapevolezza della risorsa erogata da parte delle aziende incaricate della gestione delle reti…Si evidenzia come il rapporto tra i volumi misurati e quelli stimati subisca una inversione nel passaggio tra i volumi immessi nel sistema e quelli persi in distribuzione: ciò denota uno scadimento nel controllo della risorsa nel passaggio dalla produzione alla distribuzione….La dispersione dei dati sul territorio è considerevole anche all’interno di singole Regioni, e presenta notevoli differenze percentuali persino tra Ambiti contigui: ciò avvalora l’ipotesi di una scarsa attendibilità complessiva dei dati trasmessi…”.
Questa situazione ci suggerisce già un terzo insegnamento, ma procediamo per ordine: gli acquedotti italiani sono caratterizzati da percentuali molto elevate di dispersione e, a causa della scarsa attendibilità dei dati forniti dai gestori, probabilmente sottostimate. Ad esempio, Legambiente, in questo studio, stima al 40% il valore delle perdite di rete.
Quindi, il comportamento virtuoso dell’utente consumatore viene abbondantemente vanificato a monte dalle colossali perdite idriche di acquedotti obsoleti e la risoluzione di questo grave problema richiede ingenti investimenti da trasferire sui quadri tariffari, con conseguente aumento dei prezzi.

Il terzo insegnamento della nostra storia è che la gestione pubblica del ciclo delle acque in Italia è stata un disastro dal punto di vista di un corretto e razionale uso della risorsa. L’ingresso dei privati nella gestione delle acque in alcune realtà territoriali non sembra finora aver determinato un apprezzabile miglioramento della situazione. Il mercato dell’acqua è strutturalmente un monopolio naturale e non può giovarsi se non marginalmente dei vantaggi della concorrenza applicabili ad altri servizi di interesse pubblico. La privatizzazione, parziale o totale della gestione potrebbe ottenere qualche risultato positivo solo in presenza di alte capacità di regolazione da parte del soggetto pubblico affidatario del servizio, ma non si capisce come possano acquisire queste capacità soggetti pubblici caratterizzati in genere da inefficienza nella gestione diretta.

Il quarto e ultimo insegnamento lo ricaviamo da questo articolo di Nuova Ecologia che riferisce di uno studio di Legambiente sull’uso dell’acqua in agricoltura, secondo il quale il nostro paese sarebbe il terzo in Europa per percentuale (60%) di uso dell’acqua in questo settore che, per questo, dovrebbe avere un’attenzione prioritaria per quanto riguarda la riduzione dei consumi della risorsa idrica, rispetto agli altri due principali settori (industria 25% - civile 15%).

Concludendo, il comportamento virtuoso del consumatore potrà incidere in misura ridotta al risparmio della risorsa idrica. Gli aspetti cruciali del problema sono: livello efficiente della gestione, politiche degli investimenti e tariffarie, controllo degli usi idrici in agricoltura. Mia moglie contribuirà a migliorare il bilancio familiare, molto meno il bilancio idrico.

domenica, agosto 23, 2009

Sotto la neve pane



created by Silvano Molfese




A metà aprile di quest’anno dalle fontane l’acqua usciva ad una pressione molto elevata



In montagna, con la calura estiva, bere l’acqua fresca alla sorgente è un gran sollievo e quest' anno, in piena estate, dalle sorgenti sgorgava acqua in abbondanza.
La neve si è fatta vedere questo inverno e sulle cime dell’Appennino il manto nevoso si è conservato più a lungo.
Chi, dopo anni, rivede il paesaggio innevato rimane estasiato per la nevosa bellezza dei luoghi e per il silenzio ovattato (concedetemi questa licenza poetica).
Anche se c’è qualche inconveniente per pedoni ed automobilisti, gonfiato talvolta su giornali e TV, i vantaggi materiali di una consistente nevicata sono di gran lunga superiori ai momentanei disagi.

Due proverbi della civiltà contadina sintetizzano efficacemente l’importanza della neve. Uno dice: “Sotto la neve pane, sotto l’acqua fame” e l’altro recita cosi: “Sotto la neve pane, sopra la neve fame”.





La neve ingloba aria: mediamente su dieci parti di neve una è costituita da acqua e le altre nove parti sono costituite da aria.
Un manto nevoso alto un metro corrisponde ad una pioggia di 100 mm e su un m2 occupa un volume pari a 100 litri di acqua.
La neve è una fondamentale riserva idrica: sciogliendosi lentamente favorisce l’assorbimento dell’acqua da parte del terreno.

Sul terreno in pendio, l’acqua proveniente dalle precipitazioni nevose verrà in gran parte assorbita dal suolo con notevole vantaggio per la vegetazione. Se l’identica quantità di acqua cadesse sotto forma di pioggia sullo stesso suolo, una minore percentuale di acqua verrebbe trattenuta dal terreno.
Sui terreni di piano la neve, sciogliendosi gradualmente, permette una percolazione profonda dell’acqua: sarà nullo o molto ridotto il rischio di ristagno idrico rispetto alla stessa quantità di acqua piovana caduta sullo stesso suolo.
L’aria intrappolata nei fiocchi di neve funge da isolante termico: protegge le piantine dalle escursioni termiche, dal vento gelido, trattiene il calore proveniente dal terreno e cosi i germogli possono resistere al freddo invernale.
Luigi Giardini descrive un effetto indiretto della neve: nelle zone a rischio di gelate tardive, rallentando la ripresa vegetativa delle colture, limita i danni prodotti da queste gelate ai giovani germogli. (Agronomia generale, Patron 1982, II edizione, pag. 53).

Ipotizzando una copertura nevosa estesa su 5 milioni di ettari (corrisponde a poco meno del 50% della superficie italiana classificata come montagna) avente in media una altezza di un metro avremmo 5 miliardi di m3 di acqua (5 Gm3 ). Una tale quantità è sufficiente al fabbisogno idrico delle colture praticate in Italia?
Facciamo un esempio con i cereali che sono alimento base. Per ottenere una sola tonnellata di cereali occorrono in toto ben 1.000 tonnellate di acqua ovvero 1.000 m3 (*). In base ai dati ISTAT, nel triennio 2005-2007, la produzione media italiana di cereali è stata di circa 20,2 milioni di tonnellate e, nello stesso periodo, in media, abbiamo importato circa 8,7 milioni di tonnellate di cereali. Quindi, sulla base dell’ipotetica quantità di neve caduta, possiamo supporre che viene soddisfatto il fabbisogno idrico complessivo di 5 milioni di tonnellate di cereali. Importare il 30 % del nostro fabbisogno in cereali significa importare ben 8,7 Gm3 di acqua.

In agricoltura il fabbisogno idrico è molto elevato e la neve, a tempo debito, è una componente molto vantaggiosa per le colture: una ragione in più per ridurre drasticamente le emissioni dei gas serra che, riducendo la nevosità, mettono a rischio la nostra sicurezza alimentare.

Quando i fiocchi di neve cadendo uno dopo l’altro, coprono come un bianco mantello montagne e pianure della bella Italia, pensiamo quanto sia importante la neve nel saziare il nostro appetito.

(*) Sandra Postel, 2000 – State of the World 2000, Ed. Ambiente – pag. 69;
Lester Brown, 2001 – State of the World 2001, Ed. Ambiente – pag. 84.

giovedì, aprile 09, 2009

Una ricerca a Pietrapertosa

Pietrapertosa (PZ) sulle Dolomiti Lucane (1.088 m s.l.m.)
created by Armando Boccone

L’estate dell’anno scorso ho fatto una ricerca sul modo in cui al mio paese veniva risolto il problema dell’approvvigionamento dell’acqua prima che arrivasse l’acquedotto.
Il mio paese è in provincia di Matera, che è un territorio con delle precipitazioni che raggiungono a malapena i 700 mm l’anno (1), con una tendenza alla riduzione negli ultimi quindici anni.
Un giorno sono andato a Pietrapertosa, sulle Dolomiti Lucane, in provincia di Potenza, dove ho fatto una ricerca analoga. Le precipitazioni piovose e nevose nel territorio in cui è situato il paese sono leggermente più consistenti rispetto al territorio della provincia di Matera.
Sono andato subito alla ricerca del serbatoio dell’acqua. E’ situato ad alcune decine di metri sopra il livello del paese e fu costruito, come recita un bassorilievo, nell’anno XIII dell’Era fascista (che corrisponde al 1935).



Il serbatoio dell’acqua di Pietrapertosa, situato a più di 1.100 s.l.m.

L’acqua è fornita dall’Acquedotto Lucano che, attraverso condotte lunghe decine di km e di diversi impianti di sollevamento, alimenta il serbatoio di Pietrapertosa e quelli di altri comuni della zona. L’acqua poi, per caduta, acquista la necessaria pressione per alimentare le utenze domestiche.

Parte dell’approvvigionamento idrico nel mio paese avveniva con le cisterne. Queste sono inserite in vani interrati, e fanno parte della struttura stessa della casa. Hanno una profondità di circa 4-5 metri e una capacità di 20-30 metri cubi. Hanno la forma di una classica borraccia e sono dotate di due aperture per accedervi: una, più grande, dall’esterno della casa, e una, più piccola, dall’interno della casa stessa.
Le cisterne servivano per immagazzinare l’acqua piovana dai tetti, che scorreva in una canaletta laterale. Questa portava l’acqua in una condotta all’interno del muro e infine la immetteva nella cisterna appena sotto il suo “collo”. La condotta, fatta di tubi di terracotta a incastro, era appena sotto lo strato di intonaco, in modo che fosse possibile accedervi con una certa facilità nel caso di interventi di manutenzione. Era possibile deviare il flusso dell’acqua verso l’esterno della casa.

A Pietrapertosa non si vedono cisterne. Ho intervistato alcune persone del paese ma ho ricevuto delle risposte contradditorie. Alcune hanno detto che non ce ne erano, mentre altre hanno detto che erano all’interno degli edifici e quindi non visibili dall’esterno. Altre persone ancora hanno detto che ce le avevano solamente gli edifici di persone benestanti. Ho avuto l’impressione che avessero perso memoria del problema dell’approvvigionamento dell’acqua nel passato e delle strutture ad esso connesse.

Parlo infine con un vigile urbano ed un’altra persona. Mi viene detto che in passato ci si approvvigionava di acqua dalle molte sorgenti diffuse sul territorio. Le portate di queste sorgenti erano consistenti e venivano utilizzate anche per irrigare gli orti.
Molte di queste sorgenti, mi dicono, sono scomparse dopo il terremoto del 1980. Probabilmente i movimenti sotterranei hanno deviato le vene acquifere ed in seguito nessuno è andato alla loro ricerca, anche perché ormai gli approvvigionamenti di acqua attraverso l’acquedotto soddisfacevano le esigenze del paese.

Come potrebbe essere il futuro dell’approvvigionamento idrico di paesi piccoli e con le caratteristiche di Pietrapertosa quando i combustibili fossili non saranno più abbondanti e a buon mercato? Si consideri inoltre che le precipitazioni nell’intera Regione sembra stiano diminuendo (ma il fenomeno sembra che interessi tutto il mondo): se si confrontano i dati relativi alle precipitazioni fra il periodo 1921-2000 e il periodo 1991-2000 si osserva una tendenza alla diminuzione delle precipitazioni nel periodo 1991-2000 rispetto al periodo 1921-2000. La riduzione dovrebbe essere ancora più pronunciata tenendo conto che nella media del periodo 1921-2000 incide la minore piovosità del decennio 1991-2000. (questi ultimi dati sono consultabili sul sito dell’ARPAB, l’ARPA della Basilicata).

Sicuramente bisognerà andare alla ricerca delle sorgenti perse dopo il terremoto del 1980. Bisognerà utilizzare fonti locali di energie come il solare e l’eolico per sollevare l’acqua e portarla ai serbatoi. Per quanto riguarda l’eolico è da notare che il territorio è particolarmente favorito: se si consulta l’Atlante Eolico dell’Italia (realizzato dal CESI e dal Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Genova) si nota che il territorio è fra i più interessanti dell’Italia da questo punto di vista.
Bisognerà inoltre accumulare l’acqua con delle cisterne e piccoli invasi per farne uso agricolo e altri usi diversi da quello direttamente umano.


(1) è possibile visionare questa ricerca, intitolata “Il problema dell’acqua”, sul sito di Aspoitalia, fra gli “Articoli dei soci”, a cui si accede attraverso la sezione “Area riservata ai soci”.

giovedì, novembre 27, 2008

Il ritorno del bagno di vapore


Uno dei modi di risparmiare acqua è di fare la doccia in due.
Non è sempre però la soluzione più pratica.


Fra le varie cose che mi sono capitate in vita, una è stata di essere invitato a una cerimonia indiana del bagno di vapore purificatore. Questo è avvenuto in Italia, ma il cerimoniere era un vero indiano Lakota (detti anche Sioux) e vi posso raccontare che non era una versione per turisti.

Una quindicina di persone si sono messi a sedere seminudi dentro una capanna al buio. L'assistente al cerimoniere stava all'esterno e da li' faceva rotolare all'interno dei pietroni scaldati al rosso vivo su un fuoco di legna. Stabilito che nessuno dei presenti era stato mortalmente ustionato dai pietroni (probabilmente per diretto intervento del Grande Spirito), il cerimoniere lanciava un secchio di acqua sui pietroni stessi. L'effetto che ne risultava era piuttosto simile a quello di cui ho esperienza quando mi capita di visitare una fonderia; ovvero di guardare dentro la bocca dell'altoforno.

La vampata di calore che si genera nella capanna in queste condizioni ha un effatto micidiale e uno si ritrova in trenta secondi a sudare più di quanto non abbia fatto nei precedenti 10 anni di vita. Il tutto mentre il cerimoniere prega il Grande Spirito con appropriate canzoni in lingua Lakota. Va detto che le regole consentono a chi non resiste di scusarsi e scappare pronunciando le parole rituali "Mitayuke Oyasin!" (siamo tutti fratelli). Apparentemente, il Grande Spirito perdona questo momento di sgomento. In quella occasione, non tutti ce l'hanno fatta ma vi posso dire che, da vero guerriero, ho resistito a tutte quattro le canoniche vampate di calore.

La capanna sudatoria Lakota è una versione un po' più drastica di cose più sopportabili, come la sauna finlandese o il bagno turco. Mi è capitato di provare la sauna finlandese in Finlandia: è bello caldo, si, ma non mortale come la cerimonia Lakota. Ho anche sperimentato molte volte il bagno termale giapponese, l'onsen; che è il meno mortale di tutti; anche se l'acqua è a temperature tali che sembra a un passo da poterci buttar dentro gli spaghetti.

Non so dire quali siano le ragioni delle differenze di stile di queste varie e antiche tradizioni. Certi bagni sono molto umidi e relativamente meno caldi, come mi pare di capire che sia l'hammam medio-orientale. Altri sono micidialmente caldi e poco umidi come la sauna e il bagno Lakota. Forse ci sono delle ragioni geografiche per queste differenze; per esempio in Giappone sono comuni le sorgenti calde naturali e, probabilmente, i giapponesi hanno trasferito in ambienti artificali l'antica abitudine di rilassarsi a mollo in queste pozze vulcaniche.

Una cosa che però tutti questi bagni hanno è la caratteristica di essere a basso costo; "sostenibili" diremmo oggi. Principalmente, il costo viene abbassato dal fatto di essere pubblici. Se uno dovesse tagliare la legna e scaldare l'acqua soltanto per se; sarebbe una fatica e un costo da non credersi. Una volta, in effetti, la doccia o il bagno caldo in casa propria erano impossibili o talmente costose da essere concepibili solo per i super-ricchi.

In secondo luogo, i vari bagni di vapore sono pensati in modo da risparmiare sia acqua come combustibile. In questo senso, il vapore batte ampiamente l'acqua liquida. La cerimonia Lakota è veramente il massimo del risparmio. Un po' di legna, una decina di litri d'acqua, e 15 persone escono dalla tenda fuori belle pulite e rilassate. L'altro estremo è il bagno giapponese, dove bisogna comunque scaldare un centinaio di litri d'acqua a persona. Però, va detto che il Giappone è un paese ricco d'acqua e anche di legna.

Vista la carenza di energia e di acqua che sta comincianto a delinearsi, sembrerebbe appropriato cominciare a pensare a soluzioni meno costose per le nostre personali abluzioni. Con questa idea in testa, ho fatto qualche misura. Vi posso dire che una doccia fatta a casa mia con due passate di shampoo consuma circa 25 litri di acqua, più o meno. Mi sembra di essere abbastanza parco, dato che su internet si dice comunemente che una doccia consuma almeno 50 litri di acqua. E' comunque sempre meno di una vasca da bagno che, tipicamente, contiene 150-200 litri di acqua. In effetti, fra le varie regole per risparmiare energia, una delle più comuni è "fate la doccia e non il bagno". Si suggerisce anche a volte di fare la doccia in due, il che ha qualche risvolto erotico; solo però nel caso della giusta combinazione di sessi e gusti.

Ora, ho anche visto che la temperatura ideale della mia doccia è di circa 40 gradi. Questo mi permette di fare un po' di conti. Sappiamo che per scaldare un litro di acqua di un grado ci vuole una kcal. Quindi, se la temperatura esterna è di 18 gradi, diciamo che mi ci vogliono 25*22 =550 kcal, il che corrisponde a circa 0.7 kWh. Ma questo assume un'efficienza del 100% e che si scaldi soltanto l'acqua che mi serve. Ovviamente, nella pratica le cose sono molto diverse. I vecchi scaldabagno a bidone erano estremamente inefficienti, dato che erano pensati per tener caldo un ammontare di una cinquantina di litri d'acqua tutto il tempo, anche se non serviva. Quelli più moderni, che scaldano i tubi via via che l'acqua passa, dovrebbero essere molto migliori, ma anche con questi credo credo che l'efficienza del riscaldamento di uno scaldabagno a gas sia misera e questo valore deve essere perlomeno moltiplicato per tre. Diciamo che una doccia mi costa 2 kWh.

2 kWh non sono molti, ai costi attuali dell'energia elettrica sono dell'ordine del costo di un caffé al bar. Se l'acqua si scalda con il gas, è ancora meno. In realtà, li si possono azzerare con dei pannelli solari passivi che non hanno difficoltà a scaldare l'acqua ai 40 gradi necessari, anche per quantità ben superiori a quelli che ci vogliono per una doccia.

Tuttavia, al momento attuale, nelle nostre zone il problema non è tanto l'energia, ma l'acqua. Con l'inaridimento generalizzato del Mediterraneo dovuto al cambiamento climatico, in un futuro non remoto potremmo trovarci in difficoltà per avere abbastanza acqua anche per una semplice doccia. Se il comune ti sospende le forniture; anche se uno ha i pannelli solari, la doccia se la scorda.

Ora, potremmo fare uno step in più e pensare di risparmiare ritornando agli antichi metodi di bagno di vapore? In effetti, la quantità di acqua necessaria è enormemente minore. Già vi ho raccontato che con il metodo Lakota, bastano pochi secchi d'acqua per 15 persone. Si possono fare saune molto più tecnologiche e su internet troverete molte soluzioni basate sul "generatore di vapore" elettrico. Questo è un arnese che ha una potenza data, al minimo, intorno ai 2 kW. Un bagno di vapore può durare un quarto d'ora o giù di li, ma il generatore starà in funzione un po' di più, diciamo una mezz'ora. Il risultato è 1 kWh di costo, non molto diverso da quello della doccia. Il vantaggio del bagno di vapore è che l'acqua necessaria è intorno ai due-tre litri; molto meno dei 20-30 che sono il minimo per una doccia.

Vedremo allora il ritorno del bagno di vapore? Forse si, ma ci sono alcuni problemi. Uno è che i sistemi super-belli e super-tecnologici in vendita sono molto cari. Una capanna sudatoria Sioux costa molto meno, ma non è che sia tanto pratica e mancano gli stregoni per le adeguate incantazioni e preghiere al grande spirito. In più, i vicini di casa troverebbero strano vedere la cerimonia svolgersi nel cortile.

Quello che vi posso dire è che c'è molto interesse sull'argomento e che nei paesi dove ci sono problemi d'acqua si cerca di fare degli "hammam sostenibili" basati sull'energia solare. Vi posso anche dire che sono stato invitato a provare uno di questi hammam solari, insieme a Toufic El Asmar e altri membri del team del trattore elettrico RAMSES. La cosa si dovrebbe fare per Marzo dell'anno prossimo a Attaouia, dalle parti di Marrakesh in Marocco. Vi racconterò come è andata.


domenica, dicembre 23, 2007

Cronaca (disordinata) dell'incontro di Siena

Quel che segue è la cronaca molto disordinata di un incontro tra Aspisti in occasione di una conferenza di Luca Mercalli presso un comitato che si oppne all'allargamento dell Aeroporto di Siena ( Ampugnano)

Dopo un cinquinesco elettrico viaggio wwwwwwhhhh di una 65ina di km, una volta tanto privo di eventi, arrivo alla Calp di Colle Val D’elsa, la più grande azienda vetraria italiana, dove, pur essendo una specie di città, grazie a Corrado, TUTTI conoscono il cinquino.

Il portiere, questa volta mi alza la sbarra, mi aggiro elettricamente, tra gli sguardi dei pochi operai presenti, tra gli enormi capannoni, mucchi di cristallo in attesa di riciclo e materie prime varie, palletts, pancali e ganci di sollevamento da piano quinquennale, mega-impianti di aspirazione, ventilazione, alimentazione....ed arrivo al laboratorio elettrico dove Corrado ed un po' di collaboratori, circondati come al solito da DECINE di motori elettrici ed altri arnesi vari, piu' o meno smontati riassemblati, acccumulati... mi aspettano. Attacchiamo il cinquino in carica e SCHEGGIAMO con la macchina di Corrado a prendere Luca.

Il tempo di prendere respiro due volte ( ma devo concentrarmi PARECCHIO per ricordarmi di respirare) e siamo arrivati alla stazione di Siena a prendere Luca che arriva, nonostante lo sfiatatissimo trenino diesel bicarrozza IN ORARIO.

O meglio: Arriva in orario rispetto all'orario Internet, con15 minuti di ritardo rispetto a quello degli orari affissi e con 25 minuti di anticipo rispetto a quanto segnalato dai tabelloni luminosi.

Buh?

Corriamo all'appuntamento con gli altri Aspisti ad una grande fonte detta della pescaia per la visita ai "bottini" medioevali di Siena.

L'atmosfera è surreale, dietro degli anonimi caseggiati anni 60 ( per quanto realizzati con quel minimo di garbo che ancora conservano da queste parti), ed una strada rialzata, c'e' un meraviglioso edificio medioevale davanti il quale si apre una piazza del Campo in miniatura, vero ed evidente centro di socializzazione sotto le arcate gotiche che reggono l'edificio si succedono tre vasche dove placidamente gorgoglia l'acqua, le tre vasche essendo al tempo destinate in ordine, agli umani, agli animali ed infine alle lavandaie. Intorno e davanti alle vasche sedute in mattoni ed i segni di attività sociali ormai dimenticate.


Eh si, perché il grande spazio è DESERTO, come dimenticato, dal quartiere che gli è sorto intorno, una sorta di NON-rovina romana, estraniato dalla quotidianità. Sembra quasi, complice la luna che fa capolino, di vedere i fantasmi delle lavandaie che per generazioni si sono succedute, dei mercanti, degli abitanti insomma che per tanti secoli hanno tenuto in ordine e funzionante quella fonte.

Eh, si' perché a Siena L'acqua, naturalmente NON C'E' e NON c'e' mai stata.

Questo forse è anche la ragione per la quale la formidabile serie di alture è rimasta semi-abitata per millenni, nonostante le succedutesi civilizzazioni etrusche e romane.

Il motivo è non climatico ma geologico.

Siena pogge su una specie di rupe tufacea ( non si tratta veramente di tufo ma di sabbie plioceniche molto poco addensate) che in pratica assorbe come una spugna l'acqua e tuttavia non è abbastanza permeabile da permettere la raccolta in un semplice pozzo.

Quindi ogni singola fonte compresa quella che stiamo vedendo si basa, per l'approvvigionamento su KM di canali scavati a mano nei secoli e per secoli mantenuti che si inoltrano nella rupe lasciando che l'acqua, goccia-goccia dalle mille fratture della roccia, si raccolga in una canaletta e poi in polle artificiali connesse tra di loro e poi, finalmente, arrivi alle fonti.

Un lavore secolare con una manutenzione a quanto pare, ripetuta ogni 70 anni.

L'acqua che filtra in fatti, è un'acqua "dura" ricca di calcare, che deposita, nei decenni concrezioni di travertino.

Il fenomeno avviene costantemente con la formazione di una sottilissima brina calcarea sulla superficie delle polle, a causa della degassificazione dell'anidride carbonica. Raggiunto uno spessore sufficiente la tensione superficiale dell’acqua non è piu' in grado di resistere al peso dello straterello e questo affonda pian piano cosi riempiendo le polle. e rivestendolo di un candido ( e durissimo) strato di calcare, un po’ come le stalattiti e le stalagmiti.

Si vedono ancora i colpi di piccone con cui hanno scavato i cunicolo e NONOSTANTE la siccità egli ultimi mesi l'acqua scorre ancora, placidamente e gorgogliando arriva alla fonte appena vista.

Torniamo in superficie e dopo una visita ad un mercatino (Luca fa incetta di una mezza quintalata di panforte artigianale) andiamo a dare un occhio alla bellissima enoteca/ristorante PUBBLICA che si trova nel forte costruito ( al terzo tentativo, pare, dai Fiorentini. 'che i Senesi di notte demolivano quello che le maestranze prezzolate dai Fiorentini costruivano di giorno).

Poi, dopo un mancato incontro con il professore di economia ambientale che ha invitato Luca, ce ne andiamo a recuperare il cinquino, non prima però di aver visitato un'altra fonte mi pare fonte nuova.

Questa visita mi si stampa nella memoria e non credo solo a me.

Immaginatevi una piccola chiesa gotica tagliata a meta, le bifore le alte volte a crociera, che sono aperte verso una piazza ( aime' piena di auto) con le solite due vasche rivestite di travertino auto formatosi di un candore accecante) i riflessi dell’acqua che sgorga placida PLACIDA, come il sottofondo di certi cd new age, sulle alte volte a crociera, la grande vasca, quasi una piscina, per l’acqua da bere e in successione quella piu' bassa per le lavandaie. Una cassetta della frutta di plastica, rovesciata, è diventato un meraviglioso pezzo di marmo traforato, ci metto un po a capire cosa è quella cosa, forse messa li per fare da gradino ed aiutare la discesa nell'acqua ( ai tempi chi insozzava l'acqua a Siena veniva sottoposto ad orrendi supplizi , ora immagino che i ragazzini, d'estate ci facciano il bagno).

Finalmente arriviamo alla Calp (Corrado, fortunatamente frenato dal traffico e dalla chiacchera con Luca scende a velocità che permettono una respirazione naturale) ed andiamo a visitare una linea di produzione, una cosa affascinante anche e sopratutto per il mix di tecnologia intelligenza manualità ed anche efficienza energetica che si vede ovunque.

A parte la complessità dei macchinari ( uno poi capisce perché ci vuole assolutamente una GROSSA officina elettrica e pure con parecchie persone competenti) quel che colpisce è la qualità dell'isolamento.

Ad un certo punto ci troviamo di fronte ad una specie di grossa piscina sospesa su possenti travi in acciaio e rivestita di refrattario.

Dentro ci sono ( circa) 100 quintali di vetro a 1500 gradi, come dimostra una condotta che si dirama ed arriva ad una specie di beccuccio gigante da pasticciere che robotticamente fa cadere da tre o 4 metri un gocciolone fuso di cristallo in una specie di stampino king-size da dolcetti natalizi, fase iniziale della realizzazione di fruttiere in cristallo giganti...

Bene. la parte alta del tinozzone è APERTA e coperta del materiale che viene via via aggiunto ( la linea è continua), vetro di recupero, minio ed altri ossidi aggiunti ( e trattati, ovvero inumiditi se ben ricordo, per evitare polveri letali etc etc) questo materiale, pian piano, fonde e sprofonda, mescolandosi con il resto del blob.

Siamo, forse, a tre metri e FA FREDDO.

Infatti arriva lo spiffero dalle vetrate a 15 metri alle nostre spalle e nemmeno un erg da davanti.

Quasi incredibile, specialmente per un geologo che ha avuto la ventura di trovarsi ad una distanza di due o tre volte superiore (una dozzina di metri) da una colata lavica, a Stromboli, e si è trovato con le sopracciglia ed un bel ciuffo di capelli strinati dalla vampa di calore irradiato... e questo con una temperatura di almeno 500 gradi piu' bassa...Il pavimento su cui camminiamo e rivestito di piombo. Mentre sto chiedendomi se serve per assorbire vibrazioni e/o rumore Corrado spiega tranquillamente che serve come un MEGA fusibile: In caso di collasso/rottura del cisternone di vetro fuso questo colando fuori anziché invadere l'intero capannone come una colata di lava artificiale (penso agli operai di Torino e rabbrividisco) fonderebbe all'istante il pavimento di piombo precipitando in un grosso locale con un volume multiplo di quello del cisternone.

Affascinati, finiamo il giro e ritorniamo a Siena , io con il cinquino e Corrado e Luca con la macchina di Corrado.

Tocco punte di ben 102 km/h di Gps ( ma il motore protesta, essendo fatto frullare piu' di quanto abbia voglia...) mentre in effetti nelle zone in piano il cinquino fa sempre i suoi 95 km/h reali, come dovrebbe.

Messo il cinquino di traverso all'ingresso dell'incontro comincia la conferenza, di cui parlerà Ugo in un altro post.

Luca, in pubblico, è di una efficienza senza pari.

Io che alle conferenze mi distraggo velocemente, ANCHE se l'argomento mi prende, non perdo una battuta. Ed il pubblico pure.

Sopratutto, è una mossa simbolica e QUINDI sostanziale, quella di far sedere sulle sedie del palco "oratori" le persone in piedi in fondo alla sala. Il lato simbolico è evidente: il problema E' LORO, le persone DEVONO partecipare e non assistere come, purtroppo invece ci insegna, ad esempio, la televisione. Un incontro deve ESSERE un incontro.

Sopratutto, terminando, Luca torna a ripetere: Ok, io vado a mangiarmi un cinghialetto locale ma... voi continuate, e, bene, funziona:

Benché un bel po’ di persone se ne vadano, come alla fine di uno spettacolo, TANTI restano e, appunto, continuano.

Ottima semina, Luca.

Per il resto Corrado ci porta a sud già in mezzo alle crete dove l'agriturismo in cui alla fine abbiamo l'ASPO convivio è accanto ad una polla termale naturale, ancora allo stato grezzo fino a qualche anno fa ed ora trasformata in una specie di rustica piscina..anche qui lo sviluppo avanza, ma non in modo devastante direi.

Il glu glu del post precedente si riferisce ad un curioso "Merlot in purezza" delle vigne limitrofe, vino inusuale, devo dire, da quelle parti, affinato in rovere, ma direi non barricato. Per quel che so il Merlot è un vitigno robusto, che sopporta terrenacci, climi ed irrigazione marginali, al contrario di altri più delicati e tradizionali, che chiedono cura, irrigazione ( o almeno pioggia)….

Forse, tanto per cambiare, anche questo si lega alle mille e mille beghe di cui gui parliamo, un piccolo flebile segnale, almeno per chi riesce a coglierlo.

Come al solito chiacchieriamo di mille cose tra cui, tra parentesi, mi piacerebbe che qui si riprendesse le mappe cognitive di Andrea (Ans-Fans) per l'aspo education, In quanto fantastiche per la possibilità di visualizzare a colpo d'occhio le connessioni tra le mille problematiche che qui dibattiamo, sostanzialmente facendo acquistare una dimensione al classico approccio monidimenisonale-lineare delle tipiche presentazioni e/o dei siti internet.

In piu' la struttura da database relazionale permette una implementazione progressiva e quindi, nei limiti da noi stabiliti, "open source".

Salutatici con un abbraccio, ed dopo un bel in bocca al lupo a Luca ( oggi avrà 8-minuti-8 da Fazio e credo che domani lo scorticheranno vivo su mezza stampa nazionale) io, Ugo la moglie ed una loro amica ce ne torniamo a Firenze, mentre, finalmente, per il relax auditivo di tutti quanti, finalmente mi taccio e m'arronfo.

Recuperata la nuova/vecchia bi ruote ( sto vendendo lo scassone precedente e sono passato ad un modello piu' piccolo piu robusto, tendente all'eterno, e sopratutto piu' risparmioso) la frustrata di aria diacciatissima ( sono quasi le 2 di notte) mi tiene egregiamente sveglio fino a casa.

Pietro