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mercoledì, marzo 14, 2012

Non è semplice parlare di acqua


Di Mauro Icardi


Nel 2011 si sono tenuti i referendum popolari, e due di questi avevano come tema l’acqua. In realtà più che l’acqua in sé, le modalità di gestione del servizio idrico. La mobilitazione attorno a questo tema è stata importante, e di acqua si è fatto un gran parlare. Direi che non si è ancora finito, visto che il Forum  dei movimenti per l’acqua si è ancora attivato pochi giorni fa occupando la sede del Ministero dell’Ambiente, temendo che l’esito del referendum dello scorso Giugno potesse in qualche maniera venire travisato, se non completamente stravolto.

Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha rassicurato di voler rispettare l’esito referendario e i manifestanti si sono detti soddisfatti, pur ribadendo di voler vigilare sull’effettiva ripubblicizzazione del servizio idrico.

Lavoro nel servizio idrico ormai da più di vent’anni, e in tutto questo tempo mi sono reso conto che, quando si parla di acqua, spesso sono i luoghi comuni o le leggende ad avere la meglio. Sia per quanto riguarda le idee che la gente ha della qualità dell’acqua del rubinetto di casa, sia per la convinzione molto diffusa e totalmente errata che i depuratori peschino l’acqua dai fiumi per depurarla, anziché occuparsi di ricevere i liquami delle fognature, per restituirli dopo adeguati trattamenti, ai corpi idrici ricettori ( fiumi,laghi o mari), rispettando i limiti previsti per legge.

Ogni anno sono molte le visite scolastiche che variano dalle classi delle elementari agli studenti di Ingegneria Ambientale. Quasi tutti mi chiedono se possono portarmi un campione dell’acqua di casa da analizzare, visto che spesso hanno installato filtri, o comprato caraffe ritenute miracolose. E quando li accompagno allo scarico finale dell’impianto di depurazione ,quasi tutti mi domandano se l’acqua si può bere.
Questi episodi, che si ripetono molto frequentemente,  mi danno l’idea che sia necessario anche in questo campo fare informazione corretta.

E’ un dato accertato che la disponibilità di acqua dolce idonea all’uso potabile stia diminuendo in tutto il pianeta, che molti dei principali fiumi siano, dal punto di vista della qualità delle loro acque e dell’inquinamento, in condizioni critiche.  Due terzi della popolazione mondiale sono privi di misure sanitarie. Oltre un miliardo di persone bevono quotidianamente acqua inquinata. Questo accade maggiormente nei paesi in via di sviluppo, l’India per esempio (Il Gange fiume sacro per antonomasia è uno dei più inquinati).

Per contro nei paesi più sviluppati si cominciano a vedere problemi legati alla scarsità d’acqua, se il Consiglio Nazionale delle Ricerche degli Usa ha suggerito di recuperare le acque reflue trattate per destinarle certamente non all’uso potabile ma quantomeno  a quello irriguo, o per il lavaggio di piazzali.

Anche per questo ritengo indispensabile il crescere di una corretta cultura dell’acqua. Il gesto di aprire un rubinetto e veder scorrere acqua, così come quello di pigiare un interruttore e veder accendersi una lampadina, a volte porta le persone a credere magari inconsciamente che questi flussi siano infiniti. Purtroppo non è cosi.

Per l’acqua in questi anni si è molto insistito sulla necessità  di un uso corretto ed attento. Qualcosa si comincia a vedere, ma moltissime persone non hanno rispetto, o non credono alla qualità della loro acqua del rubinetto, e di fatto la destinano unicamente alla cottura dei cibi ed all’igiene personale. La loro fiducia certamente non aumenta, soprattutto quando si verificano casi di inquinamento delle falde o superamenti di qualche limite.

Il caso dell’Arsenico  che ha vietato l’utilizzo dell’acqua ad uso alimentare in un centinaio di comuni non ha certamente contribuito ad aumentare la fiducia. In quasi tutti questi casi la contaminazione da Arsenico è dovuta alla presenza di questo metallo nelle rocce, e non per inquinamento di tipo industriale. La legge prevede delle zone di rispetto per la sicurezza dei pozzi di approvvigionamento.

Ovviamente questi casi hanno una gran risonanza mediatica, e la paura della gente fa il resto. Posso dire che la qualità dell’acqua potabile sia generalmente buona, ovviamente con differenze tra le varie zone d’Italia.
Questo non ha impedito che in questi anni moltissime persone abbiano installato filtri o caraffe filtranti, perché spaventati o a causa di campagne pubblicitarie martellanti.

Molte persone, amici e conoscenti mi hanno portato campioni di acqua provenienti da questi filtri. Il più delle volte ho trovato acqua decisamente troppo addolcita. Questo significa che la qualità dell’acqua era già buona precedentemente e che il filtro è stato decisamente una spesa inutile. In altri casi ho purtroppo riscontrato qualcosa di peggiore: la mancata manutenzione del filtro, o l’utilizzo improprio della caraffa filtrante sono stati causa della proliferazione batterica. In un caso eclatante ho riscontrato anche la presenza di Enterococchi.

Quindi, una prima regola di semplice buon senso dovrebbe essere quella di informarsi sulla qualità dell’acqua erogata nel proprio comune prima di spendere soldi  per impianti di filtrazione. La seconda piuttosto ovvia: se installate questi impianti non potete dimenticarvi delle regolari manutenzioni. Ultimamente ricevo molte telefonate di persone che si lamentano del sapore o dell’aspetto della loro acqua. Il gestore dell’acquedotto ha la responsabilità della qualità dell’acqua fino al punto di consegna, cioè all’ingresso del contatore. In molti casi, pur non essendo strettamente di nostra competenza, ci siamo attivati ed abbiamo effettuato campionamenti nelle abitazioni. E ci siamo accorti del peggioramento della qualità dell’acqua dopo il contatore, quasi sempre per problemi di manutenzione delle tubazioni, o perché  le tubazioni erano decisamente vecchie.

Ultimamente, visto che la crisi sta cambiando le abitudini, l’acqua potabile sta riguadagnado posizioni nelle preferenze dei consumatori. In Lombardia esistono moltissime case dell’acqua, e molti cittadini vi si riforniscono. Tutto molto lodevole, se non fosse che l’acqua è sostanzialmente la stessa che esce dal proprio rubinetto. Ma come sempre la leggenda ha maggior peso.

A Torino per anni la gente cercava le fontanelle (i famosi toret, le fontanelle con la testa di toro),che si diceva si alimentassero direttamente dalla sorgente del Pian della Mussa, ritenuta di buonissima qualità. In realtà l’acqua confluiva poi nelle tubazioni insieme a quella proveniente da altre fonti, e la quantità di acqua proveniente da quel sito non credo superasse il dieci per cento del totale erogato. Ma la leggenda resiste ed è dura a morire.


Forse è anche giusto si continui a farla vivere.
Ho iniziato dicendo che non è facile, o meglio che non si può esaurire in poco tempo il discorso acqua.
Ci sono tante altre cose di cui parlare. L’intenzione è di farlo in qualche altro articolo.

mercoledì, febbraio 01, 2012

Catastrofi palesi e catastrofi nascoste

L'Isola del Giglio vista da Punta Telegrafo sul Monte Argentario. Sullo sfondo l'Isola di Montecristo.
 
Tutti l'hanno vista, e non si poteva far finta di niente. Una nave lunga trecento metri
appoggiata agli scogli appena fuori del porto di una delle tante mete turistiche toscane
non poteva essere nascosta.
Poi c'erano i morti umani, fra cui molti stranieri, e soprattutto la morbosità dei soliti necrofili che alimenta la necrofilia della stampa ed è a sua volta da essa alimentata
(un caso di scuola di ciclo di retroazione positivo nel quale si manifesta l'incapacità degli
spiriti vivi del mercato nell' interrompere un circolo vizioso).

C'era da indagare sulla biondina moldava del capitan Schettino, c'era da fare le magliette con su scritto “vada a bordo cazzo!”, c'era tutto il marketing della catastrofe e allora (con debito ritardo e inopinata lentezza per un governo tecnico) si è mandata tutta la schiera che vediamo quotidianamente in TV per i briefing che parlano delle azioni di recupero e delle analisi che con estrema acribia (e va bene!) riportano le variazioni dei parametri chimico- fisici e microbiologici fra poppavia e dritta, in confronto al bianco preso a un miglio al largo.
(Sia chiaro che ho il massimo rispetto, la massima stima e una vera ammirazione per gli uomini che lavorano in queste settimane intorno e dentro al relitto della Costa Concordia).

Inevitabile. In attesa che la SMIT e Neri si porti via l'IFO380 dai serbatoi della Costa- Concordia, abbiamo tutti imparato a parlare di biscaggine, bettoline, bunkeraggio ecc.

Il problema è che, morti umani a parte, l'incidente della Costa- Concordia è la proverbiale punta dell'Iceberg della catastrofe ambientale determinata dal traffico nei nostri mari. Traffico che coinvolge anche materiali tossici da smaltire, spazzatura e altro. Incluso ovviamente anche il diporto estivo che, ad esempio, fa apparire i bracci di mare davanti alle nostre coste altrettante autostrade e parcheggi, con le solite manifestazioni di inciviltà che pensiamo siano proprie degli automobilisti, ma che sono invece un modo di essere dell'italiano: navigazione a ridosso della costa, svuotamento di cessi chimici, abbandono di rifiuti ecc.

Due anni fa le spiagge dell'Argentario furono invase da un maceriume di spazzatura che, si disse, era spazzatura di Napoli scaricata dolosamente in mare da una chiatta. Non ho idea di come sia finita l'ichiesta.

Il 17 dicembre scorso la motonave Venezia della compagnia Grimaldi ha perso in mare due semirimorchi carichi di fusti (e sacchi) di un catalizzatore esaurito, a base di silicati di Molibdeno e Nickel, che serve per la desolfurizzazione del petrolio (altri danni collaterali della tossicodipendenza dalle fonti fossili).

Leggo da questa intervista in rete, che fa seguito ad un'intervista pubblicata sul settimanale Panorama, che il mare Tirreno è una discarica. I pescatori tacciono perché temono di vedersi bloccati i pescherecci dagli inquirenti, le capitanerie e altre autorità di sorveglianza tacciono per motivi loro (ci saranno bustarelle in gioco?), i mezzi di comunicazione perennemente alla ricerca del fatto eclatante nel migliore dei casi fanno un po' di rumore quando qualcosa trapela poi dimenticano rapidamente alla ricerca di nuove più eccitanti, nel peggiore dei casi tacciono anche loro.

E' significativo che nell'intervista il pescatore dica anche che tacere è necessario perché già si fa fatica a portare a casa  qualcosa. E forse si può immaginare perché: le zone di pesca si stanno esaurendo ovunque. Altrettanto significativo che lo stesso pescatore dichiari che a suo figlio preferisce dare il nasello surgelato pescato in Norvegia.

Ancora una volta possiamo tranquillamente dire con Enrico Euli che viviamo già interamente nella catastrofe, non c'è più nulla da annunciare, ma c'è ancora tutto da fare.

lunedì, novembre 07, 2011

Emergenze sanitarie di serie B


Sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono disponibili i dati più aggiornati relativi all’inquinamento atmosferico da polveri sottili (PM10 e PM2,5) e agli effetti sanitari ad essi correlati nel mondo.

Secondo l’OMS, “Al materiale particolato sottile è associato un ampio spettro di malattie acute e croniche, come il cancro ai polmoni e malattie cardiopolmonari. In tutto il mondo, si stima che esso sia causa di circa il 9% dei decessi per cancro del polmone, 5% dei decessi cardiopolmonari e circa l'1% delle morti per infezione delle vie respiratorie.”

A partire dai dati OMS ho elaborato alcuni interessanti grafici che ci consentono di visualizzare i diversi valori di inquinamento ed effetti sanitari registrati nel 2008 a livello mondiale.
Il primo grafico in alto, riguarda il confronto tra le emissioni di PM10 dei paesi appartenenti all’EU 27.
L’Italia si piazza al 6° posto in questa poco onorevole classifica, con un valore di 36,72 microgrammi/metrocubo, ma al primo posto dei paesi occidentali più avanzati. Ricordo che l’OMS raccomanda di non superare il valore annuale di 20 microgrammi/metrocubo. Ma, come vediamo nel secondo grafico, siamo addirittura al terzo posto per le emissioni di PM2,5 (25,31 microgrammi/metrocubo), molto pericolose per la salute a causa delle piccolissime dimensioni (< 2,5 micron) che facilitano il loro ingresso negli alveoli polmonari. In questo caso il valore raccomandato dall’OMS è di 10 microgrammi/metrocubo.

Purtroppo, come ho scritto qui, siccome quasi nessun paese è in grado di rispettare questo limite annuale e quello giornaliero, l‘Unione Europea ha fatto marcia indietro rispetto a precedenti normative, mantenendo limiti più blandi (40 microgrammi/metrocubo per le PM10 e 25 microgrammi/metrocubo per le PM2,5). Comunque, l’Italia è fuorilegge per le PM2,5 e molte città italiane continuano a non rispettare il limite dei 35 superamenti del valore giornaliero di 50 microgrammi/metrocubo.

Ma, come ho scritto qui, con una sentenza molto discutibile, un magistrato italiano ha di recente ulteriormente depotenziato anche questi limiti insufficienti a garantire la difesa sanitaria delle popolazioni.

Infine allego anche due grafici, ricavati dalla solita fonte OMS, relativi alle morti per inquinamento atmosferico e al DALY (Disability-adjusted life-year, indicatore che combina l'impatto complessivo sulla salute generale di malattie, disabilità e mortalità) nei paesi EU 27. Anche qui l’Italia si distingue molto negativamente, ma a parziale consolazione il valore specifico degli stessi parametri (ogni centomila abitanti) ci vede in una situazione leggermente migliore.

Questi dati nudi e crudi, testimoniano una vera e propria emergenza sanitaria, che l'OMS e altre organizzazioni sanitarie denunciano da molti anni, nell'indifferenza quasi generale. La soluzione è una sola: mettere in discussione l'attuale modello di sviluppo fondato sull'uso del mezzo privato per la mobilità di persone e cose. Ma forse è proprio questo il motivo che spinge l'opinione pubblica e i decisori politici a relegare l'inquinamento atmosferico nella serie B delle emergenze sanitarie.

venerdì, luglio 08, 2011

Le città italiane sono le più inquinate d'Europa

Tra le prime 30 città europee maggiormente inquinate, più della metà, esattamente 17, sono italiane.
A Plovdiv, prima nella graduatoria per la qualità dell’aria peggiore, l’indicatore segna che le
concentrazioni dei tre inquinanti superano in media, nel 2008, 2,6 volte i limiti di legge. Torino, come già evidenziato, si colloca al secondo posto di questa classifica, dopo essere stata al primo
negli anni 2004 e 2005. Nel corso dei cinque anni considerati Torino ha visto diminuire il valore
dell’indice sintetico da 3,1 nel 2004 a 2,7 nel 2007, a 2,5 nel 2008. Milano presenta un valore
dell’indice sostanzialmente stabile, pur con un leggero miglioramento nel 2008, anno nel quale
evidenzia un superamento di 2,2 volte i limiti previsti.

L'Italia è tra le ultime nazioni europee in base allo stesso indicatore sintetico di qualità dell'aria.

Sono queste alcune delle conclusioni di uno studio dell'Istat sulla qualità dell'aria nelle città europee a partire dai da contenuti nei database dell'Agenzia Europea dell'ambiente.

Non mi pare che questa situazione determini una mobilitazione dell'opinione pubblica proporzianale alla gravità degli effetti sulla salute dei cittadini. In Italia si fanno barricate contro tutto tranne contro l'automobile vero idolo pagano delle società moderne.

Allego alcuni grafici che ho ricavato dallo studio (si ingrandiscono cliccandoci sopra), con l'avvertenza che la qualità dell'aria è peggiore per valori più elevati dell'indicatori.

venerdì, gennaio 07, 2011

Uova alla diossina


Questo post non è tanto a proposito di uova alla diossina, quanto sull'immane casino in cui ci siamo messi in generale. Allora, nel testo che segue trovate un commento di Eric Berger ("Sciguy") su un recente articolo che dimostra come le uova dei polli ruspanti ("free range") contengono oltre cinque volte più diossina dei polli in batteria ("caged"). Conclude Berger che per i polli è meglio vivere in un prato, ma per gli esseri umani sono meglio mangiare polli allevati in batteria.

Premesso che questi risultati sono validi per Taiwan, dove pare ci sia pieno di inceneritori, credo che la situazione laggiù non sia differente dalla nostra e se lo fosse ci stiamo comunque rimettendo in pari rapidamente facendo inceneritori anche da noi. Ma la sostanza del discorso è che ci siamo messi veramente in un immane casino se dei polli che stanno in un prato finiscono per fare uova alla diossina e ti tocca concludere che è meglio allevarli in una gabbia con dei mangimi artificiali, magari riempiendoli di antibiotici, ormoni, e chissà che altro.

Certe volte uno si sente totalmente impotente..... non resta che leggersi l'articolo di Berger e rabbrividire.


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From "Sciguy"

June 16, 2010

Free range chickens: Good for them, bad for you?

Free-range chickens are sometimes advertised as an exceptionally clean, healthy and delicious source of essential protein. Well, of course they're delicious. They taste like chicken. But are they really cleaner and healthier?
Just because everyone knows free-range chickens are better than caged chickens doesn't actually mean it's so.
Oh, don't get me wrong. It's vastly better for the chickens. But scientists are finding there may be a down-side to human health from free-range chickens.
A new study in the Journal of Agricultural and Food Chemistry (see full article) finds that the eggs of free-range chickens may contain five times the amount of some pollutants.
Being a free-range hen means the chickens have continuous daytime access to open-air runs, covered by vegetation, and during half of their lives have at least 1 square meter to themselves. However, as free range hens spend most of their lifetime in an outside environment, they have a better chance of being exposed to contaminants from the environment, scientists say.
Taiwanese scientists analyzed the eggs of free-range chickens at various sites in Taiwan and compared them to the eggs of caged birds. The found that the levels of dioxins (specifically PCDDs and PCDFs) was 5.7 times higher in the free-range chickens than in the caged animals.
There are important caveats to the study: Taiwan has a lot of municipal waste incinerators that produce dioxins. And the samples were relatively small. However, it's also worth noting that previous studies have found elevated levels of dioxins in free-range birds.
The study, therefore, provides another reminder than terms like "organic" and "free-range" that are commonly used to sell foods does not always mean the foods are better or safer for you. Caveat emptor.

domenica, dicembre 19, 2010

La peste o le polveri sottili

Qualche settimana fa ho informato i lettori, sinteticamente, del pronunciamento in prima istanza del Tribunale di Firenze in merito a una denuncia del Codacons nei confronti degli amministratori regionali e dei comuni dell’area fiorentina, per non aver attuato misure efficaci contro l’inquinamento da polveri sottili e biossido di azoto, registrato dalle centraline di misurazione negli anni passati.

Si tratta di una sentenza importante e per molti versi sconcertante, che rischia di condizionare pesantemente nei prossimi anni le politiche volte a ridurre l’inquinamento atmosferico nelle aree urbane e per questo ritengo opportuno entrare maggiormente nel merito delle motivazioni che hanno portato all’assoluzione con formula piena degli amministratori.

Premetto subito che sono un ingegnere e non un giurista, quindi non ho le competenze adeguate per valutare in punta di diritto le conclusioni dei magistrati. L’interpretazione delle norme, specie in Italia, è un esercizio molto complesso e raffinato che a volte contrasta e collide con il buon senso, quindi cercherò solo di evidenziare alcune incongruenze sul piano logico contenute a mio parere nella sentenza.

Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria ha descritto gli innumerevoli studi epidemiologici nazionali ed internazionali che dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio lo stretto legame esistente tra i livelli di polveri sottili, biossido di azoto e i casi di morbosità e mortalità nei centri urbani, cioè l’aumento delle patologie, dei ricoveri e dei decessi derivanti da un esposizione prolungata agli inquinanti. Ha poi evidenziato come le stesse conclusioni siano contenute nel Piano Sanitario Nazionale.

Ebbene, il giudice ha sminuito sul piano legale questi aspetti, affermando che tali conclusioni erano divergenti “non solo sulle cause ma anche sulle soluzioni” rispetto a quelle dei consulenti scientifici della difesa. Tali considerazioni potrebbero condurre, afferma la sentenza, “se portate alle estreme conseguenze giuridiche, all’immediato esaurimento di buona parte del processo, poiché da valutazioni scientifiche divergenti, seppure astrattamente valide (nel senso che l’inquinamento da PM10 da intendersi in questa sede come il superamento dei limiti posti dalle norme comunitarie …, per i consulenti del PM è conseguenza delle omissioni e/o comunque della condotta degli imputati, mentre per quelli delle difese è conseguenza esclusiva, o del tutto prevalente di fattori ambientali non governabili) non potrebbe che scaturire la doverosa assoluzione degli imputati, preso atto della insanabile divergenza delle tesi e conclusioni sull’argomento, in un ambito peraltro di pari dignità scientifica.”

L’errore logico di questa impostazione è secondo me quello di confondere il metodo di valutazione giudiziario con quello scientifico. In caso di dubbio sulla colpevolezza, in giurisprudenza si propende per l’assoluzione, cioè per la tesi difensiva. Il metodo scientifico invece, nelle situazioni controverse, procede nel senso indicato dalla maggioranza della comunità scientifica. E’ il caso ad esempio dei cambiamenti climatici, dove una esigua minoranza di scienziati in disaccordo sull’origine antropica dei cambiamenti non ha condizionato le nazioni ad assumere le conclusioni contrarie degli scienziati dell’IPCC, o come nel caso della presunta origine abiotica del petrolio asserita da pochi scienziati, che non ha scalfito il dato consolidato sul piano scientifico dell’origine biologica.
Anche nel settore dell’inquinamento da polveri sottili, la comunità scientifica internazionale (in particolare rappresentata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) è concorde in maggioranza sulle origini, sui danni causati e sui rimedi al problema e a tali studi fanno espresso riferimento le normative comunitarie e nazionali che impongono limiti ai livelli di inquinanti presenti nell’atmosfera. La motivazione del giudice fiorentino, appare pertanto come una impropria invasione nel campo di competenza del legislatore, quando mette in discussione le basi scientifiche stesse della produzione normativa in materia.

Entrando poi nel merito delle contestazioni del PM agli amministratori locali, il giudice, preliminarmente si abbandona alle seguenti considerazioni politico – culturali:
“… se si pone attenzione alle documentate condizioni igieniche generali in cui proprio nei territori europei le popolazioni hanno vissuto per secoli, alle conseguenti condizioni di vita degradanti, all’infierire di devastanti epidemie che uccidevano milioni di persone, e poi al costante, enorme miglioramento delle vite delle stesse nel corso di un tempo relativamente breve (cui ha contribuito senza alcun dubbio possibile anche la motorizzazione di massa), fino al quasi raddoppio sulle aspettative di vita rispetto a quelle di circa un secolo fa …., le disquisizioni sulla presenza oggi nell’aria del PM10 (che certamente era molto limitato, mancando il contributo del traffico con i veicoli a motore e del riscaldamento di massa, quando pochi secoli fa infieriva la peste narrata dal Manzoni) e della sua relativa nocività perdono ogni connotazione drammatica, ed evidenziano come solo popolazioni fortemente evolute sul piano sanitario ed economico possono porsi in maniera così coinvolgente problemi come quello di cui si occupa il presente processo.”

Pur non condividendola minimamente, non entro volutamente nel merito della precedente analisi, che corrisponde a una profonda corrente di opinione nelle moderne società di massa, che considera l’inquinamento come un inevitabile prezzo da pagare al progresso e all’avanzamento del benessere. Mi limito in questa sede a considerare che un giudice non deve operare le sue valutazioni processuali sulla scorta di pregiudizi etico – morali, ma solo sulla imparziale applicazione e interpretazione della norma. In questo modo invece, il giudice non solo esula dai propri compiti istituzionali, ma induce il forte sospetto che le conclusioni giuridiche della sentenza a favore della difesa degli imputati possano essere state pesantemente condizionate dai suoi convincimenti personali. Inoltre, come già rilevato, con le affermazioni precedenti il giudice mette in discussione la volontà del legislatore favorevole alla riduzione dell’inquinamento atmosferico, travalicando completamente ruolo e compiti della magistratura.

Passiamo ora al merito della sentenza. La singolare tesi del magistrato giudicante a favore dell’assoluzione degli imputati è che ai fini della valutazione dei livelli di inquinamento urbano e di superamento delle soglie ammissibili per la tutela della salute umana, debbano prendersi a riferimento non le centraline di misurazione collocate nelle zone di traffico, ma solo quelle situate in siti di “fondo urbano” che misurerebbero l’esposizione media della popolazione.
Per tale motivo, i superamenti dei limiti di legge, calcolati dall’accusa nei siti di traffico, andrebbero verificati sui siti di fondo urbano rappresentativi dell’inquinamento medio della zona considerata e, nel caso specifico, tali postazioni nell’area fiorentina hanno rispettato i limiti di legge. Per questo, tutti gli amministratori sono assolti dal reato di omissione d’atti d’ufficio in quanto nessuna azione di limitazione del traffico o delle altre fonti inquinanti si sarebbe dovuto applicare, nonostante che nei siti di traffico i valori limite siano stati abbondantemente e più volte superati nel corso degli anni.

Questa interpretazione della Direttiva Europea n. 50/2008 mi sembra errata. Infatti, l’art. 13 impone agli stati membri di garantire il rispetto dei valori limite per gli inquinanti nell’insieme delle loro zone e dei loro agglomerati, senza precisare in quale tipo di stazione essi debbano essere rispettati, mentre l’art. 15 precisa chiaramente che gli stati membri devono garantire il rispetto dell’obiettivo nazionale di riduzione dell’esposizione alle polveri sottili che, come previsto dall’art. 2 (punti 20 e 22), è riferito all’esposizione media della popolazione, da misurare nei siti di fondo urbano di tutto il territorio nazionale.
Quindi, come mi sembra logico e banale, tutte le centraline, comprese quelle situate in zone di traffico (e, si badi bene, rappresentative di tutte le zone di traffico) concorrono a determinare il rispetto dei valori limite, mentre quelle di fondo urbano rappresentative dell’inquinamento medio a cui è sottoposta l’intera popolazione, determinano il rispetto dell’obiettivo medio nazionale.

A rafforzare questa interpretazione ci vengono poi in soccorso proprio le indagini e le valutazioni scientifiche degli organismi scientifici che sono state considerate dal legislatore la fonte della produzione normativa in materia. Nello studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità denominato “Impatto sanitario di PM10 e Ozono in 13 città italiane” viene spiegato il metodo di selezione delle centraline le cui misurazioni sono prese a riferimento per la valutazione dell’impatto sanitario associato a vari livelli degli inquinanti. Ebbene, come si può vedere dalla tabella allegata all’inizio di questo articolo, vengono considerate sia alcune centraline di traffico che di fondo urbano come rappresentative dell’inquinamento medio nelle città campione.

Sul piano più generale poi, l’interpretazione riduttiva della legge operata dal giudice fiorentino, che considera solo i siti di fondo urbano come rappresentativi dell’inquinamento appare del tutto paradossale, perché qualora si ritenesse corretta, essa determinerebbe una pesante discriminazione tra i cittadini. Come nel caso dei polli di Trilussa, i cittadini sottoposti a livelli di inquinamento superiori dovrebbero “accettare” i maggiori danni alla salute, perché la media di tali valori rispetterebbe i limiti di legge. Ma ciò contrasta evidentemente con il sacrosanto principio dell’uguaglianza dei cittadini nei confronti del diritto alla salute, stabilito anche dalla nostra Costituzione.

Per finire queste brevi e certo non esaustive considerazioni, faccio riferimento alle motivazioni del giudice contro il secondo reato contestato oltre all’omissione d’atti d’ufficio, cioè quell’articolo del codice penale che vieta il getto di cose o le emissioni di gas, vapori o fumi atti ad offendere, imbrattare o molestare le persone. Il giudice esclude la commissione da parte degli imputati anche di questo reato, perché innanzitutto la condotta è punita solo se l’emissione non è consentita dalla legge. Ma, “siccome nel caso in esame le emissioni di fumo dallo scappamento dei veicoli a motore (che avrebbero provocato le eccessive, secondo l’accusa, concentrazioni di inquinanti in atmosfera) non sono in nessun modo vietate dalla legge”, non esiste nemmeno il reato. Inoltre la norma in questione punirebbe solo chi commette materialmente il reato, nel nostro caso gli automobilisti e gli altri emettitori di inquinanti, e non chi si astiene dall’impedirlo, cioè gli amministratori. Che altresì non sono condannabili perché non hanno impedito qualcosa che non costituisce reato.

Senza entrare in questi bizantinismi giuridici, mi limito qui a considerare che non è vero che le emissioni dei veicoli a motore non sono in alcun modo vietate dalla legge, ma esse devono rispettare per poter circolare precisi limiti emissivi stabiliti dalla normativa. In altre parole, il giudice secondo me fa confusione tra emissioni del singolo veicolo e emissioni complessive del parco auto circolante che influenzano invece la qualità dell’aria.

In conclusione, pur non condividendo soluzioni giustizialiste al problema dell’inquinamento urbano e non auspicando la condanna di amministratori che operano tra mille difficoltà e, nel caso specifico hanno in alcuni casi intrapreso anche iniziative di limitazione delle fonti d’inquinamento, ritengo che sarebbero auspicabili azioni volte almeno a fare chiarezza sugli aspetti controversi della sentenza, che rischiano di far arretrare pesantemente le battaglie per migliorare la qualità dell’aria nelle nostre città. Il problema è principalmente politico – culturale: la motorizzazione di massa è un disvalore. Fin quando non ci sarà questa consapevolezza non ci sarà alcuna legge di tutela della salute che possa risolvere del tutto il problema. E forse il picco del petrolio aiuterà a raggiungere questa consapevolezza.

Per chi fosse interessato, è possibile consultare a questo indirizzo la Direttiva europea n. 50/2008, a quest’altro indirizzo una sintesi delle conclusioni dello studio dell’OMS citato nel mio articolo e infine qui (articolo n. 177) un’analisi delle motivazioni alla base delle linee guida OMS.



Su questo post, leggi anche un commento su "Effetto Cassandra". 

venerdì, dicembre 03, 2010

SENZA PAROLE



Leggete qui le motivazioni della sentenza e poi qui una mia precedente analisi del problema.

giovedì, marzo 04, 2010

Smog, le colpe non sono tutte del traffico


created by Luca Lombroso
[articolo pubblicato sabato 27 febbraio 2010 su La Gazzetta di Modena ]
























Nelle foto sopra, la Ghirlandina ricoperta dal "telo del Paladino" durante i lavori di restauro: il 24 gennaio 2008 il telo, appena installato, era bianco candido, il 26 febbraio 2010 il telo risulta annerito dallo smog.

Sotto, due grafici che mostrano come il miglioramento di qualità dell'aria dal 2006 al 2009 sia stato favorito principalmente dal maggior numero di giorni di pioggia e come, nell'inverno 2009-10, praticamente tutti i giorni in cui non è piovuto l'inquinamento da PM10 è stato oltre la soglia di legge di 50 ug/m3.







Rottamare le vecchie auto non risolve i problemi: occorrono scelte coraggiose in più settori


In questo perturbato inizio di 2010, con semplici elaborazioni dei dati ho scoperto che, sostanzialmente, quando non è piovuto, l’inquinamento da polveri è stato fuorilegge: e dire che siamo stati fortunati, si fa per dire, per l’alto numero di giorni piovosi (o nevosi), già una ventina. Anche l’osservazione storica dei dati, mostra crudamente la realtà: se è vero che dal 2006 al 2009 il numero di giorni di superamenti delle polveri fini, i PM10, è in calo costante, a Modena dai 130 del 2006 ai 76 del 2009, è altrettanto evidente che nello stesso periodo vi è stato un incremento costante dei giorni di pioggia nella “stagione fredda e inquinata” (da ottobre a marzo), dai 48 del 2006 ai 75 del 2009. In poche parole, sembra veramente minimo il beneficio dei provvedimenti antismog e dobbiamo ringraziare la pioggia, il vento e, in parte, la neve.
Il nostro clima però non è il vero responsabile dell’inquinamento. Potremmo pensare alla pianura padana come una stanza piccola, con scarsa areazione, piena di fumatori; infatti le immagini satellitari dell’inquinamento mostrano la pianura padana come una delle aree più inquinate del mondo. Modena sembra in buona compagnia, tuttavia vediamo spesso che la nostra città spicca nelle classifiche dell’inquinamento, in regione insieme a Reggio e Piacenza: perché?
A Modena circa il 25% delle emissione serra (buon indicatore delle emissioni inquinanti) proviene dal traffico, il 17% dalla combustione non industriale, circa altrettanto dalla combustione industriale, un 15% dai processi produttivi, 7% da agricoltura e circa 5% da rifiuti. I settori industriali e produttivi, messi assieme, dunque contribuiscono più che il traffico. Nessun settore poi deve sentirsi criminalizzato, ma altrettanto nessuno può sottrarsi dal fare la sua parte se vogliamo risolvere un problema che riguarda la salute ed anche i costi indiretti dei danni da inquinamento.
Da dove proviene questa gran quantità di emissioni dai settori industriali? Nel distretto ceramico si consuma circa un miliardo di metri cubi di metano, circa 7 volte tanto il consumo ad uso civile. In sostanza, in Provincia, si brucia l’equivalente di metano (non ecologico come si crede) di una grande centrale elettrica con alte ciminiere. L’aria non ha confini e così capita che noi respiriamo polveri di Sassuolo, di Mantova o Piacenza per fare alcuni esempi, e viceversa.
Noi non ci pensiamo, ma quando, a Modena, ad esempio, premiamo un qualsiasi interruttore elettrico o saliamo su un filobus, indirettamente da qualche parte, forse a Piacenza, si producono gas serra e polveri, dato che la maggior parte dell’energia elettrica Italiana proviene da centrali a turbogas o ciclo combinato. Allo stesso modo, chi acquista da lontano le nostre mattonelle ci lascia in carico una certa dose di inquinamento.
Altrettanto, non pensiamo di cavarcela, per la fetta di polveri dovute al traffico, con le rottamazioni per dotarci di auto ritenute più ecologiche. Per costruire un’auto nuova e smaltire la vecchia occorre molta energia e si produce una quantità tale di inquinamento che, prima di ammortizzarla, potremmo circolare per oltre 100000 chilometri. In sostanza, rottamando le auto pensiamo di risolvere un problema locale ma accentuiamo quelli globali e di altre generazioni.
Tornando però ai PM10, che fare? Serve bloccare alcune categorie di veicoli? Un blocco totale, vero, di tutto il traffico, anche autostradale, e di tutte le auto, anche euro 5 e a gas, di tutta la pianura padana sarebbe senz’altro un bell’esperimento: non risolutivo, ma educativo e permetterebbe di quantificare meglio la reale incidenza del traffico. Tuttavia l’annuario ambientale ISTAT ci conferma che, anche in Italia, il traffico è responsabile solo per un terzo delle polveri.
Dovremmo, quindi, ridurre il traffico (e la velocità), ma anche i consumi elettrici e spostarli su fonti rinnovabili, isolare meglio gli edifici, rendere più efficienti gli impianti di riscaldamento, migliorare i processi industriali, produrre e bruciare meno rifiuti. Dovremmo anche usare meglio le previsioni meteo, per pianificare prima, e non dopo, i blocchi del traffico, ma anche la riduzione di tutte le sorgenti inquinanti quando si prevede tempo stabile.
Occorrono dunque soluzioni complesse su tutti i settori sopra citati ed anche sul nostro stesso modello di sviluppo, basato sulla crescita, la quale rischia di annullare i benefici dei miglioramenti tecnologici.
Soprattutto è necessaria la consapevolezza e la partecipazione dei cittadini oltre al coraggio della politica di fare scelte, talvolta impopolari, ma che guardano al futuro.

martedì, marzo 18, 2008

Un po' di inquinamento non ha mai fatto male a nessuno

La speranza di vita (o aspettativa di vita) in Italia (dati dal Census Bureau degli Stati Uniti e dal "World Factbook" della CIA) La serie storica mostra un netto cambio di pendenza verso il 2000. Si è interrotta la tendenza all'aumento della longevità?


Vi siete sentiti dire anche voi tante volte che l'inquinamento non può far male "dato che la vita media è sempre in aumento?" Secondo questo ragionamento, il fatto che viviamo sempre più a lungo è prova certa che le varie nanoparticelle, diossine, aromatici e altre robacce non sono cosa di cui preoccuparsi. E' un ragionamento assai discutibile ma, a parte questo, è proprio vero che viviamo sempre più a lungo? L'altra sera mi è venuto in mente di andare a verificare.

Detto fatto, mi sono messo a cercare i dati su internet e vi posso dire che trovarli è stata un'impresa veramente difficile. Non ho trovato in nessun posto qualcuno che si sia posto la mia stessa domanda e ne abbia discusso pubblicamente. Alla fine, sono andato a cercare i dati storici; anche questa si è rivelata impresa assai difficile. Per esempio, nel guazzabuglio incredibile che è il sito dell'ISTAT non si trovano serie storiche sull'aspettativa di vita. Alla fine, mi è toccato cercare i dati su fonti estere. Ne ho trovati sul sito Eurostat, sul Census Bureau degli Stati Uniti e sul sempre utilissimo "CIA world factbook" (la CIA ha una cattiva fama per tante ragioni, ma questo loro sito li rende benemeriti). I risultati li vedete nella figura all'inizio (dal Census + CIA).

Ora, prima di tutto si tratta di capire l'affidabilità di questi dati. Nessuna delle fonti che ho usato cita la fonte originale, che deve essere diversa fra Eurostat e Census Bureau dato che i due set di dati non sono perfettamente uguali. Tuttavia, plottando le due cose insieme si vede che sono molto simili. La tendenza al cambio di pendenza è soltanto accennata nei dati Census e Eurostat, che si fermano al 2003. Si vede bene solo con l'aggiunta dei dati della CIA, che darei per affidabili.

Che cosa ha causato questo cambiamento? Difficile a dirsi, probabilmente impossibile. Ci sono tantissime cose che influenzano la durata della vita umana: clima, dieta, stress, fumo, inquinamento, eccetera. E tantissime cose sono cambiate negli ultimi dieci anni o giù di li'. Potremmo divertirci a correlare il cambiamento a tanti fattori diversi: Forse è dovuto al fatto che abbiamo raggiunto il limite massimo della durata di vita possibile? Può anche darsi, ma è impossibile provarlo. Allora che cosa? L'aumento dell'inquinamento? L'uso smodato dei telefonini? La riforma sanitaria? Il baco del millennio? L'unica cosa che possiamo notare con una certa sicurezza è il fattore climatico: Tutti e due i set di dati (Census e Eurostat) fanno vedere il leggero calo della longevità nel 2003. Era l'anno della grande ondata di calore che, evidentemente, ha fatto dei danni visibili specialmente alle donne. Può darsi allora che la stasi sia dovuta al riscaldamento globale degli ultimi anni? Forse, ma chi può dirlo con esattezza?

Certo, i dati sono ancora piuttosto incerti e non possiamo negare la possibilità che la tendenza all'appiattimento sia un artifatto momentaneo. Può darsi che la tendenza si inverta e che la longevità ricominci a crescere. Oppure, al contrario, potrebbe succedere qualcosa che è già successa nei paesi dell'ex Unione Sovietica. Dopo il crollo del governo sovietico, la vita media a cominciato a ridursi a causa di una serie di fattori che includono il collasso del sistema sanitario, il peggioramento della dieta, l'inquinamento in crescita e altre cose. Potrebbe succedere anche qui? Speriamo di no, ma non lo possiamo considerare impossibile.

Indipendentemente dai dati della curva, sembrerebbe anche che molta dell'aspettativa di vita che vediamo oggi sia stata ottenuta a spese di una senescenza prolungata. Fra demenza senile, Alzheimer e altre malattie degenerative, i nostri vecchi vivono gli ultimi anni della loro vita in una condizione umiliante (che loro, fortunatamente, non percepiscono) fra pillole, pannoloni, pappette e badanti.

Comunque la si voglia mettere, è un fatto che l'argomento che l'inquinamento non fa male perchè "la longevità aumenta" non funziona più tanto bene da qualche anno. Forse è per questo che è così difficile trovare questi dati e forse è per questa ragione che non se ne discute in nessun posto. Sembrerebbe un'altra conferma dell' "Effetto Cassandra" che fa si che tutti cerchiamo di ignorare o negare le notizie spiacevoli.

Sfortunatamente, sembra proprio che non tutto vada alla perfezione nel migliore dei mondi e questi dati sulla longevità sono una nuova crepa in un edificio che negli ultimi anni sta scricchiolando minacciosamente un po' ovunque.
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Nota aggiunta il 22 Marzo 2008

Ho ricevuto svariati commenti su questo post, alcuni mi segnalavano siti dove si potevano trovare dati più completi sull'aspettativa di vita. Ho esaminato queste segnalazioni, in tutti i casi i dati - per esempio quelli del WHO (world health institute) - sono incompleti. Non si riesce a trovare una serie storica coerente che copra qualche decennio e che arrivi fino agli ultimi anni. Non solo, ma le varie sorgenti sono anche lievemente differenti. Per esempio, nei dati del WHO non si vede quella diminuzione dell'aspettativa di vita delle donne del 2003 che, invece, si vede benissimo nei dati EUROSTAT.

Nonostante queste incertezze, mi sembra che tutti i set di dati che ho sono coerenti con un punto fondamentale: c'è stato effettivamente un cambio di pendenza nel 2000 che ha interrotto la crescita dell'aspettativa di vita. A conferma di questa tendenza per l'Italia, ho trovato il seguente grafico sul web per il canadà



Poi, se qualcuno è riuscito a trovare i dati completi, per favore ci allerti sui commenti. Grazie!




[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

sabato, dicembre 08, 2007

Fa male scaldarsi con il caminetto?

In questi giorni, il mio amico Roberto (noto come "Solaria" su internet) mi ha messo una pulce nell'orecchio. Abbiamo ragionato che, con l'aumentare dei costi dei combustibili fossili, cercheremo di usare di più la legna per scaldarci. Ma, con il caminetto acceso in casa, non sarà che ci beccheremo qualche cancro ai polmoni o cose del genere? Una pulce nell'orecchio che mi ha spinto a fare una piccola ricerca bibliografica sulla situazione. Vi passo qui di seguito quello che ho tirato fuori. Non pretendo che sia una ricerca completa ma, se qualcuno ha altre informazioni, ce le passi nei commenti e le includeremo nel post.

Ho trovato molti siti che raccomandano di usare soltanto legna nel caminetto e non altri combustibili. Alcuni dicono che i caminetti sono pericolosi, ma questi sembrano essere più che altro gente che ti vuol vendere qualche stufa particolare. Viceversa, c'è un bello studio recente (2005) sull'american journal of epidemiology che trovate a questo link:

http://aje.oxfordjournals.org/cgi/content/full/162/4/326

Lo studio è in inglese e ve ne riassumo rapidamente le conclusioni. In sostanza, non c'è evidenza che il riscaldamento a legna faccia venire il cancro ai polmoni (meno male!!). C'è evidenza, però di un certo rischio, se si usano combustibili solidi (carbone o legna) per cucinare. Questo rischio, tuttavia, c'è più che altro se in giro ci sono dei fumatori.

In sostanza, mi sembra di poterne dedurre che si può stare moderatamente tranquilli con il caminetto di casa, posto che, ovviamente, ci sia un buon tiraggio. E' bene fare attenzione, tuttavia, ai fumi generati dalle bistecchine e ai salsicciotti cucinati sulla brace; specialmente se c'è in casa qualcuno che fuma sigarette. Aggiungerei anche che, secondo me, potrebbe essere rischioso bruciare nel caminetto cose come carta o plastica che contengono le peggiori robacce (specialmente la plastica).

Tuttavia, scaldarsi a legna potrebbe fare danni di altro tipo. Lo studio che ho citato non prende in considerazione gli effetti dei caminetti sull'inquinamento atmosferico, specialmente in combinazione con tutte le altre fonti di inquinamento che ci sono in città. Se tutti si mettessero a scaldarsi a legna in una grande città, sarebbe probabilmente un disastro sanitario. Se poi tutti si dirigessero verso i boschi nei dintorni, armati di ascia, sarebbe un bel disastro per i boschi. La conclusione? Meglio scaldarsi con i pannelli solari.


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