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giovedì, giugno 28, 2012

il petrolio c'è. Ma quanta fatica ci costa?


Di Ugo Bardi

Abbiamo visto ultimamente una serie di commenti sulla stampa e sul web che sostengono che il problema del picco del petrolio non esiste più e non esisterà mai (o perlomeno per tempi molto lunghi). Questo tipo di atteggiamento ricompare costantemente ogni volta che vediamo un abbassamento dei prezzi del petrolio - come è successo nelle ultime settimane.

Sembra in effetti che la memoria storica degli operatori e dei politici non vada oltre qualche mese quando si tratta di prezzi. In realtà, il problema è molto più complesso e non si risolve semplicemente dando un'occhiata ai listini dei prezzi petroliferi. 

Il problema non è la disponibilità di petrolio, ma il costo di estrazione in termini di energia, che diventa sempre più alto. Le nuove tecnologie, molto decantate ultimamente, aiutano ad alleviare il problema ma non lo possono risolvere alla radice. Le cose non sono molto cambiate negli ultimi anni e l'articolo che segue, (di quattro anni fa) è ancora perfettamente attuale nel descrivere i differenti punti di vista fra "abbondantisti" e "catastrofisti".

giovedì, luglio 02, 2009

Verrà la Parusia come Ladro di Notte

"Per quanto, poi, riguarda il tempo e il momento preciso, voi fratelli, non avete bisogno che vi si scriva. Voi stessi, infatti, sapete molto bene che il giorno del Signore arrivera’ come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dira’: Pace e sicurezza! improvvisa piombera’ su di essi la rovina allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non ci sara’ scampo. "
(Paolo di Tarso, prima lettera ai Tessalonicesi.
)

Se ti occupi di esaurimento delle risorse, ti accorgi spesso che la gente ti guarda strano. E' un po' come se fossi uno dei primi cristiani che si aspettavano la Parusia arrivare "come ladro di notte" in qualsiasi momento. La gente, apparentemente, si aspetta che tu sia triste e terrorizzato tutto il tempo in attesa della catastrofe imminente.

Credo che non ci sia bisogno di dire che chi si preoccupa dell'esaurimento delle risorse non passa il suo tempo seduto immobile a guardare l'intonaco del muro. Ma ci deve essere qualche ragione psicologica profonda che rende la possibilità di una catastrofe qualcosa ri reale per qualcuno di noi, mentre la rende qualcosa di impensabile per altri. In questo post, cerco di esaminare un po' la questione.

Negli anni '80, lavoravo all'università di Berkeley. Molti dei miei colleghi abitavano sulle colline a Sud-Est della città. Ci sono stato molte volte: era una zona residenziale tranquilla, molto tipica della California con le sue casettine; quasi tutte con la bandiera americana sul balcone. Una delle cose che notate quando vivete nella "East Bay" di San Francisco è come il clima cambi rapidamente appena ci si muove verso l'interno. Berkeley è una città spesso nebbiosa e umida, ma basta fare qualche chilometro a est e vi trovate immediatamente in una zona molto secca. Si sa che quelle zone sono soggette a periodici incendi - e le case sulla collina erano tutte di legno.

Nell'estate del 1991 mi ricordo che ero a Berkeley; a cena da un collega sulla collina. Mi ricordo anche di aver notato erba secca a perdita d'occhio nella zona. Non mi venne in mente, e probabilmente nemmeno al mio collega, che quell'erba secca poteva essere un rischio. Pochi mesi dopo, quella casa non esisteva più.

L'incendio di Berkeley dell'Ottobre del 1991 ha avuto un'intensità tale da essere definito "firestorm"; tempesta di fuoco. Un totale di oltre 3000 case e più di 400 appartamenti sono finiti in cenere in pochi giorni. Mi ricordo che in quei giorni la notizia dell'incendio passò brevemente anche sui telegiornali italiani. Scrissi al mio collega per sentire se stava bene. Mi rispose che stava bene - si - ma la casa era bruciata fino alle fondamenta. Lui è sua moglie erano riusciti a scappare all'ultimo momento; salvando la pelle e la macchina, ma niente altro. Altre persone che abitavano nella zona mi hanno raccontato storie simili. Il fuoco è divampato con un'intensità tale che non c'è stato nulla da fare. Sono potuti solo scappare, alle volte ancora in ciabatte, senza poter salvare quasi niente. Le foto della zona ricordavano i bombardamenti di Tokyo nella seconda guerra mondiale: rovine tutte uguali con solo qualche caminetto ancora in piedi.

Nel 1996, sono tornato a Berkeley. C'erano ancora case distrutte, ma la maggior parte era stata ricostruita. Il mio collega mi ha invitato a cena nella sua nuova casa e abbiamo parlato a lungo di quello che era successo. Alle volte, la catastrofe ti colpisce "come ladro di notte", come la parusia di cui parla san Paolo. Non te lo aspetti: vivi la tua vita tranquilla di pendolare; vai a lavorare tutte le mattine, torni a casa, accendi la televisione. Tutto questo va avanti tutti i giorni, per anni. E poi, all'improvviso, tutto questo sparisce in una vampata: la tua casa, i tuoi mobili, i tuoi vestiti, i tuoi ricordi: le foto di una vita che tenevi in un cassetto. Ti ritrovi in ciabatte in un centro di accoglienza del governo, senza nemmeno più la tua carta di identità per dimostrare chi sei. La sensazione, mi diceva il mio collega, era di irrealtà, di sgomento, di assoluta incredulità. La sensazione, mi diceva, è che tutto fosse un sogno, che non fosse vero.

Eppure, nell'incubo c'era una certezza. Quasi tutti a Berkeley avevano un'assicurazione contro l'incendio. Il mio collega ce l'aveva e con quella aveva potuto ricostruirsi una casa nuova, anche più bella di quella di prima. Gli dispiaceva aver perso tutte le foto della sua vita prima dell'incendio ma, a parte quello, il ricominciare da capo non era stato tanto traumatico.

Di quelli che conoscevo a Berkeley e che hanno avuto la casa bruciata, nessuno era senza assicurazione. Ma non tutti l'avevano: non era obbligatoria. In un documentario sull'incendio, ho visto qualcuno di loro intervistato in TV. Impietosamente, l'intervistatore gli chiedeva come si sentiva. Non mi ricordo cosa avesse risposto, ma mi ricordo l'espressione; qualcosa come quella di un cervo fermo in mezzo alla strada, abbagliato dalla luce dei fari.

Ho cercato su internet se c'è qualche studio che ci dia il profilo psicologico di quelli che non assicurano la propria casa di legno contro gli incendi. Non ho trovato niente di specifico. Mi posso immaginare, però, cosa mi avrebbe risposto uno dei non assicurati di Berkeley se gli avessi fatto notare il rischio prima del grande incendio. Immagino che mi avrebbe risposto con lo stesso astio aggressivo che trovo spesso quando si comincia a parlare di esaurimento delle risorse e di cose del genere. Se avessi insistito, mi avrebbe mandato a quel paese, io e le mie "teorie catastrofiste". Probabilmente mi avrebbe anche fatto notare come deve essere infelice la vita di uno che passa il suo tempo a preoccuparsi.

Beh, la testa di certa gente deve funzionare in modo un po' particolare. L'unica cosa che posso dire è che, se vivete in un area a rischio di incendi, non è catastrofismo fare una buona assicurazione sulla casa - soprattutto se è di legno. E se vivete in un pianeta che ha risorse minerarie limitate, non è una cattiva idea pensare a come gestirsi il loro esaurimento prima che sia del tutto evidente.


Nota: il titolo di questo post è ispirato anche al romanzo di Mauro Miglieruolo "Come Ladro di Notte", apparso su "Galassia" nel 1972

lunedì, marzo 09, 2009

Che cos'è il catastrofismo?

- Che cos'è il "riscaldamento globale", nonno?
- E' quella cosa che chiamavamo "estate"


Estratto dal Sole24Ore (7 marzo 2009):


«No ai catastrofisti» Poi il premier ha puntato il dito ancora una volta con « i catastrofisti e i profeti di sciagura» perchè per uscire dalla crisi «bisogna essere ottimisti». «Con il pessimismo si fa soltanto il male dei cittadini», ha proseguito Berlusconi.

La domanda successiva da porsi è: "Che cos'è il catastrofismo"? Se lo dobbiamo combattere, dobbiamo almeno conoscerlo.

Recita il Garzanti:
catastrofismo, s.m. (geol.) teoria secondo la quale la Terra e gli esseri viventi sarebbero mutati, nel corso delle ere geologiche, attraverso improvvisi cataclismi e conseguente apparire di nuove forme.
Questo è quanto riporta il mio datato dizionario; in ogni caso, la teoria in gioco è quella dei "cataclismi", formulata intorno al 1815 dal naturalista francese Georges Cuvier. Questo tipo di teoria è perfettamente compatibile con quella dell'evoluzionismo darwiniano, anche se pone l'accento sugli effetti di fenomeni eccezionali e relativamente improvvisi, più che sul lento adattamento delle specie in condizioni soft.

Quella che credo vada evitata come la peste è la propaganda catastrofica malata, che punta alla spettacolarizzazione di fenomeni presunti ma gonfiati ad arte. A spingere questo tipo di comunicazione ci possono essere motivi "gratuiti", cioè la depressione vera e propria, oppure motivi "lucrativi", per cui chi fa certe affermazioni estreme lo fa per partito preso e per garantire continuità a possibili rendite.
Personalmente, non mi ritengo catastrofista, ma un realista scientifico. Ad esempio, sarei molto contento che venisse formulata una teoria climatica più ampia che dimostrasse l'infondatezza o la "valenza locale" della tendenza al global warming; che ci fossero riserve nascoste di petrolio; che con l'equidistribuzione delle risorse risolvessimo le enormi disuguaglianze tra nord e sud del mondo. Purtroppo, non è questo il caso.
Chi ignora le previsioni dei modelli scientifici, lo può fare per pigrizia, per indifferenza o per rifiuto.
Pigrizia: avventurarsi nei modelli dinamici comporta un certo impegno, sia mentale che di tempo
Indifferenza: qui subentra una sottovalutazione degli ordini di grandezza in gioco e la confusione generata dalle leggende.
- "Sì, è da anni che sentiamo parlare della fine del petrolio, ma finora non si vede nessun problema ... "
- "Nel mondo ci sono riserve di metano inimmaginabili"
- "Il problema della fame nel mondo? La terra è talmente grande e ci sarebbe talmente tanto cibo ..."
- "Il rialzo delle temperature è definitivamente smentito dalle abbondanti nevicate di quest'inverno in Italia"
[...]
Rifiuto: qui la cosa si fa patologica. Il rifiuto ideologico è normalmente legato a interessi politici e/o industriali, per cui risulta difficile dichiarare che il giocattolino che si vuole propagandare è rotto.
Quando si "ignora", gli effetti sono praticamente segnati. Se a farlo sono persone di peso politico, si parla di irresponsabilità. Se invece è una moltitudine di persone senza potere decisionale, ma con una enorme inerzia, possiamo parlare di "occasioni perse".

PS Curioso il fatto che vicino alle dichiarazioni del premier ci sia un link a certe esternazioni di Giorgio Napolitano [ " ... La crisi finanziaria ed economica globale «dà segni piuttosto di ulteriore aggravamento che non di allentamento» ... " ].
Cribbio, pure il presidente catastrofista & menagramo ci voleva ...

lunedì, dicembre 22, 2008

Il mondo fatto a mano

Ovvero: come ho imparato a smettere di preoccuparmi


e ad amare il catastrofismo



created by David Conti







Il sistema autostradale nazionale, Wal Mart e Walt Disney World non potranno continuare a funzionare con nessuna combinazione di solare, eolico, idroelettrico, idrogeno, nucleare e olio di frittura usato”, poi, “I sobborghi (suburbs) sono stati il più grande spreco di risorse nella storia dell’umanità”.


Le sopracciglia si alzano, la fronte diventa corrugata ed alla fine del libro la tua percezione dell’ambientalismo e di quel bluff chiamato sviluppo sostenibile viene inesorabilmente rimpiazzata da una più profonda consapevolezza del concetto di Picco del Petrolio e di tutte le sue ramificazioni economiche e sociali. Non credo di essere il solo ad aver avuto questo effetto leggendo “Collasso”, il saggio di James Howard Kunstler, pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Edizioni.

La sua ultima fatica letteraria, “World Made by Hand” (Mondo fatto a mano) si può considerare il primo romanzo espressione del Picco del Petrolio: non potevo perdermelo. La storia in breve: L’autore non lo specifica, ma ci troviamo intorno al 2030, nella parte settentrionale dello stato di New York in una cittadina chiamata Union Grove. Lì vive e lavora come carpentiere il protagonista, Robert Earle, ex direttore marketing di un’affermata software house. Dico ex perché in quel periodo storico gli Stati Uniti praticamente non esistono più. L’ultimo shock petrolifero, combinato con due esplosioni nucleari di matrice terrorista che hanno raso al suolo Los Angeles e Washington, insieme ad una devastante influenza hanno fatto regredire il continente americano di almeno 200 anni. I sopravvissuti vivono nei loro villaggi, principalmente di agricoltura e lavori manuali. Le notizie del mondo esterno, ovvero tutto ciò che si trova oltre la contea, sono scarse e non verificabili. L’elettricità, quella poca rimasta, va e viene, a volte assente anche per giorni interi. La giustizia è un concetto astratto mentre i pochi spostamenti avvengono a rischio e pericolo di chi li compie, a piedi, con carri trainati da cavalli o con i battelli che solcano il fiume Hudson.

La vita a Union Grove si muove intorno a quattro pilastri. La cittadina con i suoi residenti, una ex banda di motociclisti accampata fuori città specializzata nel riciclaggio e nel recupero di materiali dell’epoca petrolifera, una specie di feudo retto da un signorotto locale ed i nuovi arrivati, un gruppo di evangelici in fuga dal caos che impera negli stati del sud decisi a piantar tenda. Il ricordo della vita precedente, ripiena delle apparenti comodità moderne è un leit-motif che accomuna molti dei protagonisti, ma quello che più emerge dalla lettura, è un senso di calma risolutezza nell’affrontare le difficoltà di questa nuova vita, anche di gioia viste le frequenti feste organizzate. Tutto, a partire dai dialoghi, è più semplice e diretto, scevro di quella punta di ipocrisia che spesso risiede nel nostro gergo. Nella narrativa di Kunstler c’è poi molto spazio dedicato al cibo, dimostrando così una ricerca di quelle che potrebbero essere le abitudini alimentari di questo mondo in rovina. Niente grano, per via della ruggine, ma soprattutto mais, latticini e tanta frutta e verdura visto che ogni abitante può contare su un proprio orto.

Chiuso il libro, mi viene subito da pensare “ma non sarà che Kunstler è andato troppo pesante con il catastrofismo?”. E’ un’obiezione sensata, visto che comunque l’autore è estremamente ferrato sull’argomento. Ma qui vorrei spezzare una lancia, non tanto per il libro, che si è dimostrato una lettura molto piacevole, più che altro per il catastrofismo in se, ovvero, il fatto di poter leggere il libro ed immaginare che uno scenario così fosco potrebbe effettivamente realizzarsi. Per quanto tecnologicamente avanzata, la complessità intrinseca della nostra società è la nostra debolezza più grande. Sarà possibile gestire una transizione ordinata verso una società a bassa energia? Quale meccanismo potrebbe fallire e trascinare con sé gli altri? L’energia, la produzione di cibo, le istituzioni democratiche? Senza contare poi le variabili impazzite rappresentate dal terrorismo, le malattie ed i cambiamenti climatici. E quale potrebbe essere la reazione a queste avversità di una popolazione con una capacità di analisi anestetizzata da un bombardamento mediatico incessante? Lo spirito d’inventiva e la capacità di rispondere alle avversità della razza umana resta notevole, lo dice la storia, ma pensare di bollare aprioristicamente uno scenario “catastrofista” come impossibile è un lusso che non possiamo permetterci, soprattutto di questi tempi. Ed il libro di Kunstler è lì a ricordarcelo.



World Made by Hand di James Howard Kunstler.
Disponibile su Amazon, ancora in attesa di una traduzione in italiano.
www.worldmadebyhand.com