Il blog di ASPO-Italia, sezione italiana dell'associazione internazionale per lo studio del picco del petrolio e del gas (ASPO)
giovedì, agosto 19, 2010
Comunicazione sul blog di Aspo
domenica, agosto 01, 2010
Aspo censurata
Sul Sole 24 Ore di lunedì 26 luglio è apparso un articolo di Giorgio S. Frankel dal titolo “L’incognita del picco petrolifero”, che dà conto in maniera un po’ confusa delle varie previsioni sulla data del picco petrolifero. Non mi soffermo su cose che i lettori di questo blog già conoscono come il recente allarme lanciato dallo Stato Maggiore statunitense, gli errori di previsione e le successive smentite dell’Agenzia Energetica Internazionale.Mi preme sottolineare che ASPO non viene mai nominata direttamente, anche se nell’articolo si fa esplicitamente riferimento alle sue previsioni in materia di picco. Così, se “organismi molto influenti” come AIE ed EIA avevano previsto il picco dopo il 2030, “altri l’avevano già previsto per questi anni”. Inoltre, “oggi, all’improvviso, si parla del 2014 – 2015 non da parte di scienziati militanti (?) e no global”.
Ma il colmo di questa strana censura si raggiunge nella pubblicazione, a margine dell'articolo, del grafico (riportato anche sul sito di Aspoitalia) corrispondente alle previsioni di ASPO internazionale relative alla produzione mondiale di greggio e gas, dove la fonte viene completamente omessa.
Speriamo che si tratti solo di un refuso e non di un tentativo inutile quanto maldestro di occultamento del merito innegabile della nostra associazione di aver previsto e denunciato da tempo quello che altri si ostinavano a negare.
domenica, giugno 13, 2010
Teologia dell'optione nucleare
L'energia nucleare sul medio termine sarà perdente e sarà ricordata soltanto come un business goduto da pochi, per un tempo relativamente breve (il famigerato "mordi e fuggi"), alla faccia dell'accesso equo alle risorse.
Sicuramente non bisogna abbandonare la ricerca nel settore nucleare, ma la scelta di aumentare il numero di centrali nel mondo, investendo preferenzialmente (a discapito delle rinnovabili) in una macchina che è e sarà sempre più inefficiente, degradando lo scarso materiale fissile e riuscendo anche a produrre scorie la cui pericolosità da radiazione durerà secoli/millenni... sembra davvero appartenere alla ricca saga "facciamoci del male".
venerdì, maggio 14, 2010
Con il mondo sulle spalle
giovedì, maggio 06, 2010
In ricordo di un genio del cinema
In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di uno dei più grandi registi della storia del cinema, Alfred Hitchcock. A mio parere il più grande. Ricordo ancora vividamente l’intensa emozione provata nella visione di quello che io ritengo il più bel film della storia del cinema, Rear Window (La finestra sul cortile). Dopo la sua morte, negli anni ottanta, furono rimessi in circolazione dagli eredi nelle sale cinematografiche alcuni suoi film degli anni '50, il suo periodo migliore, tra cui questo superbo esempio di metacinema, cioè di film che riflette su se stesso e sui propri meccanismi espressivi. La finestra sul cortile è un film claustrofobico, in cui la macchina da presa coincide con il punto di vista voyeristico di un eccezionale James Stewart che, bloccato da un incidente nel proprio appartamento, assiste dalla finestra al brulicare della vita nel microcosmo del caseggiato di fronte, scoprendo l’autore di un orrendo delitto con l’aiuto della fidanzata, un’indimenticabile Grace Kelly. Nonostante lo spazio ristretto della scena, Hitchcock riesce con la sua solita maestria a mantenere lo spettatore in tensione e attenzione costanti, grazie alla tecnica della “suspence” che lo stesso regista considera la quintessenza dell’arte cinematografica. A tale proposito, nel famoso libro “il cinema secondo Hitchcock” di Francois Truffaut, il celebre regista del brivido racconta l’aneddoto della moglie del produttore che, durante la proiezione della prima, talmente presa dalla trama, prende il braccio del marito scongiurandolo di fare qualcosa per evitare un epilogo tragico alla vicenda.Per potere apprezzare completamente la qualità dei film di Hitchcock consiglio la visione in una sala cinematografica dotata di ampio schermo, ma non essendo sempre possibile, soprattutto per i film più vecchi, ci si può anche accontentare di vederli dalla poltrona di casa propria, tanto difficilmente ci si alza per andare a prendere qualche stuzzichino. E fate la pipì prima di accendere il televisore.
Tra le tante iniziative di commemorazione, il Corriere della Sera ne ha avviata una che comprende la distribuzione dell’ampia rassegna di film composti da Hitchcock. In questo articolo potete trovare una breve ma efficace sintesi visiva del lavoro del regista inglese, in cui si ammirano anche alcune scene del film più visionario ed attinente al tema del nostro blog, “Gli Uccelli”, splendida metafora di una Natura che si ribella alla prepotenza del genere umano.
giovedì, aprile 29, 2010
La benzina costa cara? Nessun problema: c'è il petrolio abiotico
mercoledì, aprile 21, 2010
Sciami di buio
venerdì, marzo 26, 2010
L'executive e il petrolio
Vediamo in dettaglio le due situazioni.
domenica, marzo 21, 2010
venerdì, marzo 19, 2010
The age of clever
A furia di sentirne parlare in Aspo e dintorni non ho resistito alla tentazione di andare a vedere il film “The age of stupid”, offerto da Legambiente in un piccolo cinema della Toscana. Sono arrivato tardi e la sala era stracolma sicchè, non trovando posto a sedere, mi sono sorbito la proiezione in piedi fin quasi alla fine, quando uno spettatore visibilmente contrariato ha lasciato prematuramente la comoda poltrona, su cui mi sono immediatamente lanciato come un naufrago sulla ciambella di salvataggio. Era dai tempi di “Via col vento” che non assistevo in piedi a uno spettacolo, ma erano passati quasi quarant’anni e li sentivo tutti.Alla fine della proiezione mi sono guardato intorno ad osservare gli spettatori. Avevano quasi tutti quell’aria di incredulo stupore che spunta immancabilmente sul volto dei miei interlocutori quando parlo loro di picco del petrolio e limiti dello sviluppo. Mi aspettavo che da un momento all’altro si alzasse il Fantozzi di turno esclamando nel delirio generale: “Per me, the age of stupid è una cagata pazzesca”, quando è cominciato il dibattito con gli esperti chiamati da Legambiente, tra cui il buon Meneguzzo di Aspoitalia. Beh, confesso che dopo un po’ sono andato via anch’io. Per carità, non per la qualità degli interventi, apprezzabili e condivisibili, semplicemente perché non sentivo bisogno di una ripassata di concetti già noti. Repetita iuvant, ma fino a un certo punto.
Così, pian pianino, mi sono incamminato verso casa, rimuginando lentamente sugli aspetti contenutistici e formali del film (scusate quest’espressione da cinefilo incallito) che più mi avevano colpito. Non so se capita anche a voi, ma quando esco dal cinema mi rimane ancora addosso per qualche minuto la sensazione strana di far parte del film, come se fossi uscito direttamente dallo schermo. Comunque, provo qui a sintetizzare il frutto delle mie elucubrazioni vaganti:
1) Il film è di buona fattura. Il ritmo è incalzante e il montaggio della storia tiene viva l’attenzione. La scelta di alternare scene reali con cartoni animati per illustrare la storia energetica dell’umanità è originale e indovinata, come pure la figura del narratore nella torre-biblioteca che compulsivamente richiama spezzoni dei filmati di quando e quanto eravamo stupidi. La fotografia è ottima.
2) La storia mostra un pianeta stravolto dalle conseguenze planetarie dei cambiamenti climatici indotte dall’uso dei combustibili fossili e, forse per questo, sottovaluta e approfondisce poco la questione cruciale del limite delle risorse. All’inizio del film la voce narrante ci annuncia che il petrolio finirà tra quarant’anni, senza spiegare che oggi la produzione ha iniziato a declinare, inducendo anche nello spettatore l’effetto di sottovalutazione del problema.
3) Il titolo del film non mi convince, io l’avrei chiamato “The age of clever”, l’era dell’intelligente, e spiego perché. L’enorme potenza distruttrice dell’ecosistema che l’umanità ha prodotto negli ultimi centocinquant’anni, è stata possibile solo grazie alle innumerevoli scoperte scientifiche e tecnologiche necessarie per sfruttare le risorse naturali disponibili sulla Terra, che non erano accessibili alle generazioni precedenti. Tali scoperte sono state partorite da poche menti con intelligenza superiore alla media e hanno consentito alla maggioranza della
Lo so, qualcuno ora osserverà che la colpa non è degli intelligenti, ma degli stupidi che applicano male le loro intuizioni e invenzioni. Ma è un dettaglio secondario, la causa prima rimangono sempre le brillanti menti che hanno progettato il progresso umano e hanno aperto la strada ai comportamenti umani consumistici e dissipativi.
Ho aperto la porta di casa e sono andato a letto. Prima di addormentarmi ho pensato che non sarà l’intelligenza a salvare l’uomo, ma la temperanza.
martedì, gennaio 05, 2010
Quanto durerà il petrolio?
nel n. 21 della Vostra rivista è presente un dossier sull’energia che contiene alla pagina 72 diverse imprecisioni che rischiano di ingenerare un falso ottimismo circa l’effettiva disponibilità di risorse petrolifere nel mondo.
Alla domanda: “Quanto durerà il petrolio?”, voi rispondete: “Le stime sono contraddittorie. Alcune sono molto pessimistiche (20 anni o poco più), altre parlano di secoli. Negli ultimi anni, tuttavia, le riserve mondiali sono andate crescendo, anziché calando, in seguito alla scoperta di nuovi giacimenti e all’introduzione di nuove tecnologie d’estrazione… Secondo dati dell’OPEC… i giacimenti noti e sfruttabili in tutto il mondo garantirebbero ancora 1300 miliardi di barili, sufficienti per altri 85 anni. Il World Factbook della Cia ha stilato una lista dei paesi con le maggiori “riserve sicure”… e stima in 54 anni la durata media delle riserve dei primi 17 paesi di questa classifica, guidata da Arabia Saudita, Canada e Iran.
Tralasciamo il fatto che evitate di citare le fonti definite impropriamente pessimistiche (il pessimismo e l’ottimismo non sono categorie scientifiche). Innanzitutto, nessuna stima, “pessimistica” o “ottimistica” che sia, prevede che il petrolio finirà fra vent'anni. Anche le stime più conservative vedono una "coda" di produzione che si estende ben oltre i vent'anni. Confutare inoltre le previsioni “pessimistiche” sulla disponibilità di petrolio, con la notizia che le riserve mondiali starebbero crescendo, anziché calando, è sbagliato e infondato, perché in questo modo cadete anche voi nella confusione che spesso viene fatta tra i termini risorse e riserve. Le prime rappresentano la quantità totale di petrolio potenzialmente estraibile, le seconde sono le risorse effettivamente accertate e disponibili in un determinato momento. E’ evidente che, quando una parte delle risorse diviene realmente estraibile, perché viene scoperto e messo in produzione un nuovo giacimento di petrolio, questa quota va ad aumentare le riserve. Ma l’entità delle risorse rimane purtroppo inalterata ed è questa che conta quando si vuole fare una previsione ragionevole sulla disponibilità futura di petrolio.
Per quanto riguarda le citate previsioni di durata delle risorse petrolifere, la domanda che correttamente dobbiamo porci non è quando ma come finirà il petrolio. Spesso, i commentatori non esperti della materia, tendono superficialmente a considerare il meccanismo di esaurimento dei giacimenti petroliferi come quello che io definisco a “botte di vino”: nella cantina di una casa della ricca borghesia c’è una botte piena di vino. Durante una festa i proprietari cominciano a far spillare il vino, aumentando l’estrazione man mano che arrivano gli ospiti, fin quando l’ultima goccia di vino presente nella botte viene bevuta. Anche quando si fanno previsioni sulla durata del petrolio spesso si ragiona con questo schema mentale: posta x la quantità di risorse petrolifere ancora disponibili, si divide per la produzione annuale di petrolio e si ottiene in via approssimata (non tenendo conto della tendenza alla crescita della domanda petrolifera) la durata in anni delle potenzialità estrattive. Sfortunatamente però, la dinamica di esaurimento dei giacimenti petroliferi non segue uno schema così semplificato ma, per motivi geologici ed economici, raggiunto un picco di estrazione, la produzione comincia gradualmente ed irreversibilmente a declinare secondo un modello a campana, in cui il picco è approssimativamente collocato in corrispondenza di metà delle risorse disponibili.
Questo è il punto fondamentale: raggiunto il picco avremo consumato metà delle risorse, ma a produzione crescente, superato il picco avremo ancora disponibile l’altra metà delle risorse, ma a produzione decrescente e, aggiungo, a costi più elevati. Quindi la domanda giusta è: quando ci sarà il picco del petrolio? Secondo ASPO internazionale il picco potrebbe essere già passato o al massimo si collocherà in un breve intervallo intorno al 2010. Anche l’Agenzia Energetica Internazionale, dopo avere per anni negato l’esistenza del picco, ne ha ammesso l’esistenza e le loro previsioni, ogni anno che passa, si avvicinano sempre più a quelle di ASPO. Inoltre, di recente, l’autorevole giornale “Guardian” ha svelato che l’AIE avrebbe deliberatamente nascosto negli anni scorsi le difficoltà dell’offerta mondiale di petrolio rispetto alla crescita costante della domanda sostenuta dalle economie emergenti, per non “turbare i mercati internazionali”.
Per approfondire le tematiche sintetizzate in precedenza, vi consigliamo di consultare i nostri siti http://www.aspoitalia.it/ e http://www.peakoil.net/ .
sabato, dicembre 19, 2009
Bada come parli
Qualche giorno fa è apparso un articolo di Maurizio Crosetti su “La Repubblica”, di cui consiglio la lettura, in cui il giornalista racconta della crassa ignoranza della lingua italiana in cui sembra essere drammaticamente finita un’intera generazione di nostri connazionali. Non entro nel dibattito sulle cause di questa sconveniente situazione, per affrontare un altro tema connesso alla riflessione di Crosetti. Egli solleva a mio parere due problemi per niente secondari. Il primo riguarda la difesa del nostro idioma nazionale, della nostra cultura secolare e, in ultima istanza, della nostra identità, sempre più aggrediti da una globalizzazione (mi perdoni Crosetti questo sgradevole neologismo) banalizzante e da un’omologazione consumistica dei comportamenti. Ho di recente affrontato questa tematica in “Viva l’Italia” e in “Perché non mi piace la green economy”, non per riproporre un becero nazionalismo, ma per sollecitare la riscoperta di valori comuni e unificanti, assolutamente necessari in questa fase di incombente crisi delle risorse, che si abbatterà con effetti devastanti sulle economie e sulle società di tutto il mondo.Il secondo attiene al rapporto tra linguaggio letterario e linguaggio scientifico e richiede un maggiore approfondimento. Ambedue i linguaggi, si manifestano attraverso segni, ma le conseguenze reali del simbolismo in essi contenuto sono profondamente diverse. In particolare per quanto riguarda gli errori e le inesattezze espressive. Gli errori linguistici, entro certi limiti, non inficiano la possibilità di comprensione del discorso, le imprecisioni del linguaggio scientifico pregiudicano irrimediabilmente il rigore e la correttezza del metodo scientifico. Se ad esempio un parente ci scrivesse “Sto disperato, io avrebbe bisogno del aiuto vostro”, forse rabbrividiremmo per gli orrori grammaticali, ma questo non ci impedirebbe di correre immediatamente in soccorso del malcapitato. Se invece uno studente di matematica scrivesse nella dimostrazione a + b * c, al posto di (a + b) * c, il risultato finale sarebbe sbagliato e rimedierebbe una sonora bocciatura.
Allora, perché è importante e dobbiamo pretendere che si parli un italiano corretto? Perché è giusto che una comunità nazionale coesa si esprima in maniera omogenea e
condivisa, ma soprattutto per una questione eminentemente estetica, legata al piacere formale che ci procura un discorso corretto dal punto di vista grammaticale e sintattico. In un’epoca utilitaristica come la nostra, potrebbe sembrare un argomento irrilevante, ma l’aspirazione alla bellezza è a mio parere l’unico antidoto contro la barbarie. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, fece dire ad Ulisse uno dei padri della nostra antica lingua. Naturalmente, auspicheremmo tutti che un bel discorso in italiano fosse sempre accompagnato anche da un contenuto ragionevole e non proponesse corbellerie scientifiche, ma tutto dalla vita non sempre si può avere. Vittorio Sgarbi si esprime in un italiano impeccabile, però quando manifesta la sua contrarietà alle centrali eoliche o al tram di Firenze dice delle castronerie che gli andrebbero rinfacciate in un altrettanto impeccabile italiano. Concludendo, rigore scientifico e correttezza formale dal punto di vista linguistico, non indeboliscono ma arricchiscono il discorso sulla natura umana.giovedì, dicembre 17, 2009
Lettera picchista a un giornale locale
mi preme ritornare sulla questione dell'energia verde, sulla quale si è espresso in maniera tanto radicale il Sig. *** nel numero scorso.
venerdì, novembre 27, 2009
Una serata al circolo ARCI; parlando di energia
Questa è una foto che ho trovato su internet e che non ritrae l'evento di cui vi parlo in questo post. Però, rende abbastanza bene l'idea delle tante conferenze sull'energia che si fanno nei vari circoli in Italia.giovedì, novembre 26, 2009
L’energia aliena
venerdì, ottobre 09, 2009
Competenze e opinioni

venerdì, settembre 18, 2009
Condizioni necessarie e condizioni sufficienti
mercoledì, giugno 17, 2009
La moda del GPL genera nuove unità di misura

lunedì, aprile 27, 2009
Dove seminare il “picco”
"Seminatore al tramonto" (Vincent Van Gogh, 1888)Altri confronti invece sono alimentati da paludati economisti, famosi opinion leaders, politici o sindacalisti di vaglia che discettano con cognizione di causa ma senza mai nemmeno sfiorare i concetti di prospettiva energetica e di “picco”.
Pil, mercato, lavoro, sicurezze, incremento della produzione e del reddito da un versante; dall’altro poveri e ricchi, lavorare meno, capitalismo alla fine, cambiare obiettivi e pensare alla felicità.
Ore e ore di confronti spesso tra buoni parlatori, credibili, che a molti ascoltatori possono chiarire qualche dubbio. Di certo però tutte queste discussioni inevitabilmente consolidano l’idea generale che la natura di una crisi può avere, a seconda dei casi, origine finanziaria, economica, sociale, politica o perfino etica, ma che non potrà mai essere legata dalla carenza di risorse.
Mi chiedo come mai personalità di tale peso, certo non degli sprovveduti, siano in grado di ignorare nelle loro considerazioni un punto fondamentale: le scelte possibili all’interno di una crisi non dipendono solo dalla volontà, dall’ideologia, dalle convinzioni, dalle regole economiche. Come prima e dopo, anche durante una crisi le scelte sono possibili unicamente nei limiti definiti dalla disponibilità di risorse primarie. Solo all’interno di questi limiti le altre variabili possono agire e con questa semplice verità devono misurarsi le possibili soluzioni, intese come reali e durature.
L’unica condizione assolutamente pregiudiziale non viene mai evocata.
In queste occasioni non mi è mai capitato di registrare la presenza di qualche illustre aspista, o simpatizzante; tuttavia non posso credere che né gli organizzatori né nessuno dei partecipanti “preparati” ed “esperti” abbia mai sentito parlare di limiti delle risorse, dell’esistenza di una scuola di pensiero che ritiene impossibile il continuo incremento della produzione e dei consumi.
Eppure avranno certo sentito parlare di “picco” da qualche parte! Hanno convinzioni diverse? Non ritengono credibile l’analisi? Hanno dimenticato che il legame essenziale tra risorse e sviluppo o crisi è ineludibile? Mah!
Episodi come questo mi confermano nella convinzione che la larga divulgazione di alcuni concetti fondamentali sui limiti dello sviluppo e sulle concrete prospettive energetiche sia vitale per il successo, pur parziale, della “mission” di Aspo.
Libri, conferenze, convegni, interviste, articoli, siti, link, ben vengano, ma la loro utilità si concretizza in un ambito limitato.
Alcuni di questi approcci intercettano, per un tempo discretamente lungo, un pubblico già sensibile e motivato; altri, per brevi momenti, un pubblico “distratto” e occasionale, in grado di recepire messaggi-slogan o poco più. Entrambe tipologie d’interlocutori che poco del messaggio di Aspo fanno poi pesare nel sistema di pensiero riferibile alla collettività larga, quella che produce il senso comune, la cultura di massa. Cioè quel “pensiero dominante” che in democrazia governa i processi politici e decisionali.
Esso si forma principalmente sulla base della cultura appresa nel ciclo scolastico; resta poi influenzato dall’azione autodidattica, dalle esperienze, dalle letture, ma soprattutto da gretti interessi personali, dalle notizie “alla Tozzi” o alla “Piero Angela”, dai dibattiti o dalle informazioni televisive brevi, concise, semplici, sensazionali.
Le pillole di cultura distribuite dai mass media se reiterate, ascoltate più volte in contesti convincenti, lasciano il segno. Non è detto che facciano male, anzi, ma in sostanza non incidono sulle nozioni di fondo, verniciandole di “sentito dire”, di un qualcosa che qualcuno ha detto e che potrebbe essere o accadere.
La pseudo-conoscenza che determinano è in balia di chi, affrontando lo stesso tema da posizione di oggettiva autorevolezza in altri campi, può facilmente smantellarla: per convinzione diversa o per “dimenticanza”, occasionale o voluta, è in grado di convincere o lasciar intendere che una certa cosa non esiste, non succederà mai, o se succederà sarà in un tempo indefinibile, fuori dalle prospettive concrete.
Trascurando la ristretta quota di esperti, studiosi, idealisti, persone politicamente e idealmente convinte o incentivate, la quasi totalità dei cittadini resta irraggiungibile o, nel migliore dei casi, superficialmente sfiorata dal messaggio che Aspo riesce a veicolare sui media o con le tradizionali iniziative.
La fase più adatta ad acquisire nozioni e concetti basilari si conferma quindi essere quella del periodo scolastico, ambito non esclusivo ma certamente privilegiato di formazione culturale. Ma luogo dove per esperienza diretta da molti anni verifico la completa ignoranza ed estraneità degli elementi e dei concetti indispensabili affinché una persona possa acquisire un minimo di consapevolezza e di motivazione sulla sostanza del messaggio di Aspo.
Questa “tabula rasa” (pressoché totale) la riscontro tra i ragazzi che frequentano gli ultimi due anni dei licei, degli istituti tecnici e più in generale di ogni tipo di scuola superiore. Solo per una piccola frazione di coloro che proseguiranno all’università si presenterà l’occasione di accedere a nozioni e che, pur elementari a volte, vengono trattate come segreti per iniziati.
Non casualmente pari condizioni le riscontro nella stragrande maggioranza degli insegnanti, compresi quelli di scienze naturali, di applicazioni tecniche, di biologia, ecc.
Negli ultimi dieci anni (durante i quali ho interloquito direttamente - di solito per qualche ora - con almeno trentamila studenti e qualche migliaio di insegnanti di scuole di secondo grado) non ho mai trovato nessuno capace di dare una definizione decente di “bilancio energetico” e che abbia la vaga idea della sua importanza, di cosa significhi LCA, del fatto che un’automobile nuova, quando fa bella mostra di sé nella vetrina del concessionario, abbia già consumato un quantitativo di petrolio (equivalente) pari a quello che consumerà nel percorrere i successivi 25-35.000 chilometri. Tanto meno di cosa significhi Aspo, “picco” e a quali conclusioni porti la teoria di Hubbert. Tutto questo condito da un elevato livello di confusione tra solare a concentrazione, termico, fotovoltaico, MW, GW, fonti primarie e secondarie o mettendo più o meno sullo stesso piano la capacità produttiva di una turbina eolica e quella di una termoelettrica standard.
Gli studenti sanno parecchio di più sul riscaldamento globale, sull’inquinamento, sui benefici del riciclaggio (questo, magari un po’ confusamente), sul cibo biologico, sui prodotti a chilometri zero, sulla biodiversità, sui ghiacciai che stanno scomparendo e sui mari che stanno per sommergere le Maldive.
Ma nulla di nulla sui quattro-cinque principali concetti-nozione, indispensabili per comprendere la situazione, la dinamica e le prospettive energetiche; per raggiungere un minimo di consapevolezza sull’insostenibilità di questo tipo di sviluppo; per rendersi conto che né il nucleare né le energie rinnovabili potranno in nessun caso garantire a lungo la sopravvivenza di questo tipo di società; per acquisire la consapevolezza che nei prossimi decenni dovranno misurarsi con una ristrutturazione-rivoluzione di cui nessuno è in grado di prevedere i contorni e la portata; per motivare sufficientemente un qualche cambiamento da subito dello stile di vita.
Queste sono le terre da dissodare; in questi luoghi dovrebbe poter entrare ASPO, in ogni istituto, in ogni aula, in ogni testo scolastico.
Non mi risulta esistano libri di testo che facciano cenno ai ragionamenti di ASPO, che presentino la sua chiave di lettura della realtà, sollecitino approfondimenti sulla prossima carenza degli approvvigionamenti energetici.
Le conseguenze sono evidenti e se di tanto in tanto una classe borbotta qualche parola su questo terreno è merito di un insegnante che, per scelte del tutto personali, ha voluto approfondire l’argomento, trasferendo qualche frammento ai propri alunni.
Qualche aspista si dedica già meritoriamente a questo il tipo di divulgazione, ma si è ben lontani dal realizzare collettivamente un battente perlomeno significativo.
Se questo tipo di iniziativa potesse essere adeguatamente sviluppata – e, ne sono consapevole, i problemi non mancano - potrebbe diventare decisiva per la costruzione, in tempi non storici, di una nuova cultura dell’energia e delle risorse: l’unica che può sostenere un approccio accettabile ai difficili tempi che ci aspettano.
Decisivo sarebbe poter inserire qualche pagina con i concetti a cui Aspo fa riferimento all’interno dei libri scolastici. Alcuni sono verità scientifiche indiscutibili (bilancio di energia, LCA, energia grigia, limiti fisici delle risorse) che la folle idea di uno sviluppo illimitato sta volutamente mantenendo fuori dai processi d’istruzione e formazione culturale. Altri, più discutibili, dimostrerebbero a studenti ed insegnanti l’esistenza di letture diverse della realtà e li spingerebbero a una visione critica dell’informazione e della cultura “ufficiale”.
So bene che il problema di diffondere consapevolezza è immane e va ben al di là delle già ardue difficoltà esistenti in ambito scolastico. Ma in questa direzione va fatto il massimo sforzo, mettendo in campo tutti gli strumenti possibili, perché se la scuola non viene adeguatamente coinvolta qualunque altra iniziativa di Aspo, pur restando opportuna e positiva, otterrà comunque un risultato complessivamente insufficiente.
giovedì, aprile 16, 2009
Nessuno più si fida di nessuno
La diffusione di notizie via internet sta diventando una cosa troppo complicata e difficile da gestire e da comprendere per la maggior parte di noi. Siamo arrivati in una situazione in cui nessuno più si fida di nessuno è il complottismo dilaga incontrollato.
Vi passo qui di seguito un bel "rant" (sfogo) di Michael Tobis, climatologo che gestisce il blog "Only in for the gold". Il titolo si riferisce all'accusa che gli hanno fatto di occuparsi di clima "per i soldi". E' un bel blog ricco di informazioni e di approfondimenti. Se masticate bene l'inglese, vi suggerisco di seguirlo.
Qui vi passo una sezione del testo in cui Michael Tobis centra benissimo il problema di comunicazione che ci troviamo davanti: con l'ingresso di internet, non abbiamo più punti di riferimento e la maggior parte di noi non ha i "filtri" che sarebbero necessari per eliminare il rumore. Se avete tempo, leggetevi tutto il post.
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Verso un giornalismo scientifico sostenibile per un mondo sostenibile.
Di Michael Tobis
Prima dell'internet, chiunque poteva dire qualsiasi cosa, ma nessuno poteva trovare chi lo ascoltava. In Inghilterra, si manteneva la tradizione degli oratori che parlavano stando in piedi su delle scatole di sapone, immagino, ma dubito che chiunque possa oggi ottenere un'udienza in quel modo. L'azione, per almeno un secolo, è stata tutta nelle mani dei mass media. Di conseguenza, per il periodo di vita di quelli che vivono oggi e fino a pochi mesi fa, erano gli interessi monetari a decidere chi poteva parlare e chi doveva stare zitto.
Questo si è interrotto parzialmente nel periodo dal 1966 al 1974, il breve periodo chiamato a volte "gli anni 60" in cui i radicali capivano i media meglio di quelli che li gestivano. Rapidamente, tutto quello che c'era di interessante su quel periodo, è stato sterilizzato, offuscato, e doverosamente dimenticato da tutti quelli che non hanno avuto il privilegio di diventare adulti in quel periodo.
Il controllo dell'input intellettuale è completamente a pezzi, oggi. Non c'è governo dell'internet. E' il dominio della folla, come potrete notare istantaneamente se fate una ricerca con Google di "consenso sul global warming". Le corporazioni controllano una sezione dell'economia più grande di ogni altro periodo - anche i baristi (quelli che fanno il caffé) si commerciano in pubblico. Ma hanno perso il controllo dei media in un modo che fa sembrare la rivoluzione degli anni '60 come una goliardata (che, in un certo senso, è stato se ci pensate un attimo)
Il controllo delle corporazioni sulla "finestra di Overton" (n.d.t. un concetto che descrive che cosa è ammissibile discutere pubblicamente e fornisce metodi per rendere accettabili opinioni prima giudicate troppo estreme) (grazie a Eli per avermi insegnato il concetto) si stava già indebolendo prima che il disastro dell'AIG (n.d.t. La AIG è una compagnia multinazionale di assicurazioni andata in bancarotta nel 2008) provò quello che molti di noi avevano sempre sospettato a proposito dei vari Phil Gramm al mondo (n.d.t. Gramm è un politico americano accusato di aver prodotto una legislazione che ha favorito il crollo del mercato finanziario del 2008). Adesso non c'è più speranza. Abbiamo libertà di parola, ma non ha molta importanza dato che nessuno più si fida di nessuno.
Queste sono notizie altrettanto molto buone che molto cattive. La libertà di espressione è la buona notizia. Se avete qualcosa di interessante da dire, potete trovare un'udienza che la troverà interessante. Oggi, c'è molta roba interessante da leggere.
Sfortunatamente, abbiamo anche cattive notizie. Le bugie costano meno della verità; vaghe allusioni costano meno di un'analisi bilanciata e costa meno inventarsi qualcosa che fare un'analisi basata su interviste e investigazioni. In breve, il rumore domina sul segnale. Così come sono messe le cose, la maggior parte della gente non ha filtri efficaci.
Una funzione importante che una volta era fornita dalle corporazioni, e prima di loro dalla cultura e dalla chiesa, era di dare un senso di cosa era ragionevole e di cosa era folle, che cosa ere degno di una conversazione educata e di cosa si poteva certificare. Via via che perdiamo questa conoscenza imposta di cosa è appropriato, abbiamo un bisogno disperato di filtri, di meccanismi affidabili per connettere quelli che hanno perso la fiducia in tutte le istituzioni e le persone che veramente vogliono fare qualcosa di buono e che sanno di cosa c**** stanno parlando.
Testo originale
Before the internet, anybody could say anything, but nobody could get anybody to listen. The Brits maintained their soapbox tradition in Hyde Park, I imagine, but I doubt anybody gathers much of an audience that way anymore. The action, for almost a century now, has been in the mass media. Consequently, for the lifetime of everybody living and until just a few months ago, it was the moneyed interests who decided who would speak and who would be silent.
This broke down a bit in the period of 1966-1974, often called "the sixties", a brief period when radicals understood media better than the people who owned them. Soon enough everything interesting about that period was sanitized, obfuscated and duly forgotten by everybody who wasn't privileged to come of age exactly at that moment.
Control of intellectual input by the corporate sector is totally shattered now. There is no governance on the internet. It's totally mob rule, as a Google search on "global warming consensus" will instantly reveal. The corporations run a bigger chunk of the economy than ever; even our barristas are publicly traded. But they have lost control of the media in a way that makes the revolution of the sixties look like a fraternity prank. (Which, in a way, it was, come to think of it.)
The corporate control of the Overton window (thanks to Eli for teaching me the concept) was already weakening before the great AIG screwup proved what many of us had always suspected about the Phil Gramms of the world. Now it's hopeless. Speech is uncontrolled but it doesn't matter very much, because nobody trusts anybody anymore.
This is both very good news and very bad news. Freedom is the good news. If you have something interesting to say, you can find the audience to whom it is interesting. There is much more interesting stuff to read nowadays.









