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giovedì, agosto 19, 2010

Comunicazione sul blog di Aspo


In questo breve post vorrei solo fare un rapido saluto ai lettori. No, non vado via :-)  , le idee di Aspo sono troppo vicine alle mie per poterlo fare! Semplicemente, ho chiesto l'aiuto di qualcuno per sostituirmi nella gestione del blog.  A causa di una serie di impegni, in testa a tutti la preparazione del matrimonio, mi sono davvero reso conto che non stavo più erogando la "potenza" che avrei voluto e che grosso modo ero riuscito a tenere abbastanza costante da fine 2007, quando avevo accettato la proposta di Ugo Bardi di dargli una mano.  Per la verità, ho sì scritto qualche pezzo, ma ho soprattutto potuto vedere "dal di dentro" pezzi straordinariamente interessanti, scritti da Ugo Bardi, Terenzio Longobardi, Toufic El Asmar, Gianni Comoretto, Giorgio Nebbia, Luca Mercalli, Eugenio Saraceno, Marco Pagani, Pietro Cambi, Anacho, Armando Boccone, Maurizio Tron, Massimo Nicolazzi, Silvano Molfese, Roberto De Falco, Tommaso Virnicchi, Mirco Rossi, Marco Bertoli [spero di non aver dimenticato nessuno visto che ci sono pezzi individuali anche di un paio di anni fa].

Il nuovo coordinatore sarà Terenzio Longobardi, che si è gentilmente offerto per dare una mano in questo nella vita del blog. Terenzio é già conosciuto ai lettori per i suoi istruttivi interventi, le sue analisi e gli approfondimenti, soprattutto su tematiche quali le evoluzioni energetiche, i trasporti, le politiche economiche generali a ogni livello, e altro ancora.

Oltretutto, credo sia benefico un cambiamento in quanto permette di ampliare le vedute e gli stili. Grazie mille allora a Terenzio e a tutti quanti vorranno contribuire alla ricchezza del blog: potranno farlo inviando a terenzio_longobardi@yahoo.it  il loro potenziale post, completo di eventuali files in formato immagine.

domenica, agosto 01, 2010

Aspo censurata

Sul Sole 24 Ore di lunedì 26 luglio è apparso un articolo di Giorgio S. Frankel dal titolo “L’incognita del picco petrolifero”, che dà conto in maniera un po’ confusa delle varie previsioni sulla data del picco petrolifero. Non mi soffermo su cose che i lettori di questo blog già conoscono come il recente allarme lanciato dallo Stato Maggiore statunitense, gli errori di previsione e le successive smentite dell’Agenzia Energetica Internazionale.
Mi preme sottolineare che ASPO non viene mai nominata direttamente, anche se nell’articolo si fa esplicitamente riferimento alle sue previsioni in materia di picco. Così, se “organismi molto influenti” come AIE ed EIA avevano previsto il picco dopo il 2030, “altri l’avevano già previsto per questi anni”. Inoltre, “oggi, all’improvviso, si parla del 2014 – 2015 non da parte di scienziati militanti (?) e no global”.
Ma il colmo di questa strana censura si raggiunge nella pubblicazione, a margine dell'articolo, del grafico (riportato anche sul sito di Aspoitalia) corrispondente alle previsioni di ASPO internazionale relative alla produzione mondiale di greggio e gas, dove la fonte viene completamente omessa.
Speriamo che si tratti solo di un refuso e non di un tentativo inutile quanto maldestro di occultamento del merito innegabile della nostra associazione di aver previsto e denunciato da tempo quello che altri si ostinavano a negare.

domenica, giugno 13, 2010

Teologia dell'optione nucleare

Mi ha colpito, in questo fresco post di Marco Pagani  "Il nucleare dei vescovi: ciò che l'Avvenire tace su Flamanville",  il termine "teo-nukes". Teo- come radice della teologia e nukes come il materiale impiegato nei reattori a fissione.
A lasciarmi piuttosto perplesso è il vigore con cui i vertici della Chiesa sponsorizzano l'energia nucleare come via di uscita dalla crisi e di "sviluppo". Non escludo che in seno alla Chiesa ci possano essere esperti di fisica nucleare, progettisti di reattori e quant'altro; tuttavia, alla luce delle stime geologiche circa la disponibilità di Uranio e della reale efficienza del ciclo nucleare completo (ottenimento di materia prima utile, mantenimento e dismissione dei reattori, stoccaggio scorie) , puntare in modo così direzionato sul nucleare, esortando implicitamente la comunità a fare altrettanto richiede davvero un atto di fede.

Un paio di settimane fa un amico mi ha passato un opuscoletto che è stato inviato (gratuitamente) a casa degli abbonati di un settimanale di notizie locali, "La Guida" di Cuneo. Il titolo del libricino è "Energia per il Futuro"; in esso vi si legge un susseguirsi di ovazioni al nucleare che sfociano implicitamente in persuasione. Ma la cosa curiosa è che vengono riesumati i miti di sempre:  giacimenti "enormi" di Uranio da sfruttare, estraibilità dello stesso dall'acqua di mare (!),  imminenza dello scale-up di centrali autofertilizzanti (la famosa "quarta generazione"),  dipendenza dell'Italia dal gas e costo della bolletta energetica non competitivo, ipersicurezza delle centrali, non-sufficienza delle rinnovabili, scorie sistemate in luoghi inattaccabili, opportunità occupazionali per i giovani.
Purtroppo, non c'è nessuna citazione dell'EROEI della filiera nucleare, non ci si pone il problema del picco dell'Uranio, nulla si dice sul fatto che la 3° generazione dei reattori tanto osannata è una 1° generazione anni 40' "abbellita", non si accenna al fatto che la tecnologia autofertilizzante è per momento inarrivabile e che l'estrazione dell'uranio dal mare ha rese insostenibili,  non si menzionano gli scempi ecologici e sociali che le mega-miniere stanno provocando negli Stati più deboli, in Niger in particolare, non si vuole ammettere che il problema delle scorie non è un dettaglio ma una questione sostanzialmente irrisolta.
L'energia nucleare sul medio termine sarà perdente e sarà ricordata soltanto come un business goduto da pochi, per un tempo relativamente breve (il famigerato "mordi e fuggi"), alla faccia dell'accesso equo alle risorse.

Sicuramente non bisogna abbandonare la ricerca nel settore nucleare, ma la scelta di aumentare il numero di centrali nel mondo, investendo preferenzialmente (a discapito delle rinnovabili) in una macchina che è e sarà sempre più inefficiente, degradando lo scarso materiale fissile e riuscendo anche a produrre scorie la cui pericolosità da radiazione durerà secoli/millenni... sembra davvero appartenere alla ricca saga "facciamoci del male". 

Nel libretto, ampio spazio è stato dato alla "benedizione" data al nucleare civile da parte dal Papa Benedetto  XVI e del Cardinale Martino.

L'edizione seguente de "La Guida" è stata caratterizzata da una forte presenza di lettere al Direttore, e tutte esprimevano dubbi su contenuti e scopi dell'opuscolo. La gente sta cominciando a pensare con la propria testa. Anzi, mi correggo: lo ha sempre fatto, ma solo recentemente riesce a esternarlo e a giocare un ruolo d'impatto nella cultura e nelle decisioni  del proprio tempo.

venerdì, maggio 14, 2010

Con il mondo sulle spalle


Riceviamo e pubblichiamo da Emanuele Campiglio l'introduzione al suo libro "Con il mondo sulle spalle. Questioni globali e limiti alla crescita".
A questo link è possibile trovare il riferimento per acquistarlo, oppure per scaricarlo liberamente come .pdf (copyleft)  


created by Emanuele Campiglio


Gli ultimi tre secoli sono stati per la società umana un periodo di straordinario sviluppo, di cui le nostre condizioni di vita sono testimoni. Una grande parte del pianeta ha oggi facile accesso a cibo, medicine, elettricità, case riscaldate, acqua pulita, aeroporti, computer, informazioni e altre comodità che rendono la vita più lunga e più degna di essere vissuta.
Eppure, allo stesso tempo sembra aumentata anche la varietà ed intensità dei problemi. Esplosione della popolazione, povertà, dipendenza da risorse finite, inquinamento - un complesso insieme di fenomeni globali pare ora disegnare un futuro incerto e quanto mai articolato da gestire.
Per quanto proseguirà l’aumento demografico? Riusciremo a trovare alternative al petrolio? Sarebbe possibile sostenere una Cina dallo stile di vita americano? Può darsi – come sostengono alcuni – che il modello di sviluppo occidentale debba essere profondamente riformato, ponendo dei limiti alla crescita e un freno ai consumi. Ma come farlo?
Attraverso l’esposizione di fatti, teorie e prospettive future, il libro tenta di dare una risposta a questi fondamentali interrogativi, analizzando il dibattito contemporaneo e cercando di rendere la materia comprensibile anche a chi vi si avvicina per la prima volta.

giovedì, maggio 06, 2010

In ricordo di un genio del cinema

In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di uno dei più grandi registi della storia del cinema, Alfred Hitchcock. A mio parere il più grande. Ricordo ancora vividamente l’intensa emozione provata nella visione di quello che io ritengo il più bel film della storia del cinema, Rear Window (La finestra sul cortile). Dopo la sua morte, negli anni ottanta, furono rimessi in circolazione dagli eredi nelle sale cinematografiche alcuni suoi film degli anni '50, il suo periodo migliore, tra cui questo superbo esempio di metacinema, cioè di film che riflette su se stesso e sui propri meccanismi espressivi. La finestra sul cortile è un film claustrofobico, in cui la macchina da presa coincide con il punto di vista voyeristico di un eccezionale James Stewart che, bloccato da un incidente nel proprio appartamento, assiste dalla finestra al brulicare della vita nel microcosmo del caseggiato di fronte, scoprendo l’autore di un orrendo delitto con l’aiuto della fidanzata, un’indimenticabile Grace Kelly. Nonostante lo spazio ristretto della scena, Hitchcock riesce con la sua solita maestria a mantenere lo spettatore in tensione e attenzione costanti, grazie alla tecnica della “suspence” che lo stesso regista considera la quintessenza dell’arte cinematografica. A tale proposito, nel famoso libro “il cinema secondo Hitchcock” di Francois Truffaut, il celebre regista del brivido racconta l’aneddoto della moglie del produttore che, durante la proiezione della prima, talmente presa dalla trama, prende il braccio del marito scongiurandolo di fare qualcosa per evitare un epilogo tragico alla vicenda.
Per potere apprezzare completamente la qualità dei film di Hitchcock consiglio la visione in una sala cinematografica dotata di ampio schermo, ma non essendo sempre possibile, soprattutto per i film più vecchi, ci si può anche accontentare di vederli dalla poltrona di casa propria, tanto difficilmente ci si alza per andare a prendere qualche stuzzichino. E fate la pipì prima di accendere il televisore.
Tra le tante iniziative di commemorazione, il Corriere della Sera ne ha avviata una che comprende la distribuzione dell’ampia rassegna di film composti da Hitchcock. In questo articolo potete trovare una breve ma efficace sintesi visiva del lavoro del regista inglese, in cui si ammirano anche alcune scene del film più visionario ed attinente al tema del nostro blog, “Gli Uccelli”, splendida metafora di una Natura che si ribella alla prepotenza del genere umano.

giovedì, aprile 29, 2010

La benzina costa cara? Nessun problema: c'è il petrolio abiotico


Certe volte, comincio a pensare che ci sia veramente qualcuno da qualche parte che è pagato per tener d'occhio la situazione del petrolio e - quando è il caso - rilanciare un po' di sciocchezze ottimistiche. Diamine, cosa sarebbe il mondo senza un po' di sana confusione ogni tanto?

Così, con gli aumenti del prezzo della benzina e con il Pentagono che si preoccupa del picco del petrolio, non c'è forse da sorprendersi che "La Stampa" esca fuori con una paginata quasi intera a firma di Cinzia di Cianni, intitolata "Misteri, L'ipotesi abiotica. Se la dimostrazione teorica fosse confermata le quantità di oro nero sarebbero quasi illimitate"

Come si suol dire: la solita frittata. La sig.ra Cianni va a recuperarsi un articolo di "Nature Geoscience" che risale al Luglio del 2009 - ovvero quasi un anno fa. Non è certamente l'ultima novità e - comunque - non era una novità nemmeno nel 2009. E' quasi un secolo che si sa che esistono delle reazioni inorganiche che producono idrocarburi e c'è poco da eccitarsi quando ci se ne accorge di nuovo. E poi, da li arrivare a dire che "le quantità di oro nero sarebbero quasi illimitate", eh, beh, ce ne passa.

Fortunatamente, l'articolo cita anche una persona sana di mente (ce ne sono rimaste alcune, per fortuna), Giuseppe Etiope del CNR, che dice le cose come stanno. Ma, nel complesso, l'articolo è solo una rifrittura di ilazioni che ormai hanno fatto il loro tempo.

Questa storia del petrolio abiotico mi fa sempre venire in mente Shakespeare che aveva detto "È una favola narrata da un idiota, piena di strepito e furia e senza significato alcuno." Ecco, proprio così.

(per una critica un tantino più dettagliata della storia del petrolio abiotico, si veda questo mio articolo)

mercoledì, aprile 21, 2010

Sciami di buio



Leggendo il "Drumbeat" di oggi, non ho potuto fare a meno di notare alcune cose. Per chi non fosse un affezionato di "The Oil Drum", Drumbeat è una rubrica quotidiana in cui viene presentato un nutrito gruppo di notizie collegate al petrolio, al gas, alle risorse in genere, alla demografia, al clima e a cosucce del genere in cui sguazziamo noi di Aspo.

In Pakistan in questi giorni ci sono stati numerosi tagli nella produzione di elettricità, con gravi disagi e malcontento tra la popolazione.

Ci sono poi gli articoli  "The future of flight" e  "Britain 'facing electricity blackouts' ".

In entrambi emerge che analisti governativi sia statunitensi che britannici prevedono un oil crunch intorno al 2015 - 2016 (saranno soci Aspo ?? ).  Questo, se dovesse realizzarsi, implicherebbe razionamenti e veloci effetti domino sull'organizzazione e produzione industriale, sull'occupazione, sui trasporti, e soprattutto sulla nostra capacità di produrre e allocare cibo e farmaci. Stare al buio sarebbe davvero l'ultimo dei problemi.

Ma allora, davvero non si può fare niente? Dobbiamo rassegnarci a livello governativo e deprimerci a livello civile? Non tutto è perduto, potremo forse gridare "arrivano i nostri", ma i nostri dobbiamo farli arrivare noi, siamo noi stessi ...   innanzitutto prendendo coscienza della dimensione della cosa, e soprattutto promuovendo un'intensa attività di implementazione di infrastrutture rinnovabili, nonchè un'industria-artigianato volta al recupero delle risorse minerarie (sempre in Drumbeat si parla anche dell'imminente crisi del Fosforo).

A mio avviso è estremamente difficile fare tutto questo in 5 anni, in modo da "cavalcare dolcemente" il picco del petrolio con nonchalance. L'impatto ci sarà, ma s(t)iamo preparati.

venerdì, marzo 26, 2010

L'executive e il petrolio

Credo che tutti i lettori conoscano la fiaba de "La volpe e l'uva", attribuita ad Esopo, di cui riprendo la trama sotto (da wiki):

Una volpe, dopo aver sognato di raggiungere un grappolo d'uva, si sveglia accorgendosi che quel grappolo esiste davvero. L'animale affamato tenta con grandi balzi di staccare il grappolo ma ogni sforzo è vano. Constatando di non poterla raggiungere, esclama: "tanto è ancora acerba!"

La morale è:

"È facile disprezzare quello che non si può ottenere".

Ora, se ci pensiamo un attimo, è una sistuazione molto simile a quella cui stiamo assistendo. Gli AD di compagnie petrolifere, industriali in genere e i politici dicono che a causa della depressione economica non ha senso estrarre petrolio al ritmo del "picco" di 85 milioni di barili/giorno.



Vediamo in dettaglio le due situazioni.

La volpe e l'uva

COSA vorrebbe la volpe: raggiungere l'uva con un salto
QUAL è la realtà: non riesce a saltare sufficientemente in alto
COME presenta la faccenda: non la VUOLE prendere perchè è acerba

L'executive e il petrolio

COSA vorrebbe l'executive: aumentare la produzione di petrolio per rifornire i mercati e accrescere i profitti
QUAL è la realtà: i pozzi non riescono a tenere il ritmo, sia in termini di quantità che di qualità estratta, e si genera rallentamento economico
COME presenta la faccenda: non si VUOLE estrarre più petrolio perchè la richiestà è diminuita a causa della "crisi"

La volpe ha avuto almeno la "fantasia" di cercare una causa diversa dalla sua "inabilità" per giustificare l'insuccesso; l'executive, invece, inverte la causa (diminuzione dell'estrazione) con la conseguenza (crisi).
La morale, adattata, diventa:

"E' utile distorcere quello che è scomodo".

PS : anche nel blog di Debora Billi si parla del problema delle riserve petrolifere stimate "gonfiate" e del delicatissimo quinquiennio che ci attende, in termini di approvvigionamenti energetici

domenica, marzo 21, 2010

Il senso della vita se sei un dinosauro



"Non so, Carlo, credo solo che ero stato pensato per qualcosa di più nella vita" (da Geekologie)

venerdì, marzo 19, 2010

The age of clever



A furia di sentirne parlare in Aspo e dintorni non ho resistito alla tentazione di andare a vedere il film “The age of stupid”, offerto da Legambiente in un piccolo cinema della Toscana. Sono arrivato tardi e la sala era stracolma sicchè, non trovando posto a sedere, mi sono sorbito la proiezione in piedi fin quasi alla fine, quando uno spettatore visibilmente contrariato ha lasciato prematuramente la comoda poltrona, su cui mi sono immediatamente lanciato come un naufrago sulla ciambella di salvataggio. Era dai tempi di “Via col vento” che non assistevo in piedi a uno spettacolo, ma erano passati quasi quarant’anni e li sentivo tutti.
Alla fine della proiezione mi sono guardato intorno ad osservare gli spettatori. Avevano quasi tutti quell’aria di incredulo stupore che spunta immancabilmente sul volto dei miei interlocutori quando parlo loro di picco del petrolio e limiti dello sviluppo. Mi aspettavo che da un momento all’altro si alzasse il Fantozzi di turno esclamando nel delirio generale: “Per me, the age of stupid è una cagata pazzesca”, quando è cominciato il dibattito con gli esperti chiamati da Legambiente, tra cui il buon Meneguzzo di Aspoitalia. Beh, confesso che dopo un po’ sono andato via anch’io. Per carità, non per la qualità degli interventi, apprezzabili e condivisibili, semplicemente perché non sentivo bisogno di una ripassata di concetti già noti. Repetita iuvant, ma fino a un certo punto.
Così, pian pianino, mi sono incamminato verso casa, rimuginando lentamente sugli aspetti contenutistici e formali del film (scusate quest’espressione da cinefilo incallito) che più mi avevano colpito. Non so se capita anche a voi, ma quando esco dal cinema mi rimane ancora addosso per qualche minuto la sensazione strana di far parte del film, come se fossi uscito direttamente dallo schermo. Comunque, provo qui a sintetizzare il frutto delle mie elucubrazioni vaganti:
1) Il film è di buona fattura. Il ritmo è incalzante e il montaggio della storia tiene viva l’attenzione. La scelta di alternare scene reali con cartoni animati per illustrare la storia energetica dell’umanità è originale e indovinata, come pure la figura del narratore nella torre-biblioteca che compulsivamente richiama spezzoni dei filmati di quando e quanto eravamo stupidi. La fotografia è ottima.
2) La storia mostra un pianeta stravolto dalle conseguenze planetarie dei cambiamenti climatici indotte dall’uso dei combustibili fossili e, forse per questo, sottovaluta e approfondisce poco la questione cruciale del limite delle risorse. All’inizio del film la voce narrante ci annuncia che il petrolio finirà tra quarant’anni, senza spiegare che oggi la produzione ha iniziato a declinare, inducendo anche nello spettatore l’effetto di sottovalutazione del problema.
3) Il titolo del film non mi convince, io l’avrei chiamato “The age of clever”, l’era dell’intelligente, e spiego perché. L’enorme potenza distruttrice dell’ecosistema che l’umanità ha prodotto negli ultimi centocinquant’anni, è stata possibile solo grazie alle innumerevoli scoperte scientifiche e tecnologiche necessarie per sfruttare le risorse naturali disponibili sulla Terra, che non erano accessibili alle generazioni precedenti. Tali scoperte sono state partorite da poche menti con intelligenza superiore alla media e hanno consentito alla maggioranza della popolazione umana il comportamento consumistico che sta portando la specie all’autodistruzione. L’intelligenza è una delle caratteristiche della nostra specie che presenta una distribuzione statistica nella popolazione rappresentata, guarda un po’, proprio da una gaussiana. Circa il 16% della popolazione è caratterizzata da un’intelligenza superiore alla media (con un 2% di geni), un altro 16% ha un’intelligenza inferiore alla media (con un 2% di minorati mentali). Il resto è il famigerato uomo medio delle ricerche di mercato contemporanee. In genere nelle popolazioni animali avviene che meccanismi genetici (e culturali nell’uomo) emarginano i devianti dalla norma (cioè dalla media) impedendone una diffusione nella popolazione con potenziali effetti distruttivi. Nel caso dell’intelligente invece, la società umana (tranne che in qualche raro caso come l’Italia) ha trasformato questo meccanismo escludente in un meccanismo di valorizzazione che tende a premiare questa qualità intellettiva. Il motivo è comprensibile: lo sfruttamento della risorsa costituita dagli intelligenti consente di migliorare le condizioni di vita dell’intera società.
Lo so, qualcuno ora osserverà che la colpa non è degli intelligenti, ma degli stupidi che applicano male le loro intuizioni e invenzioni. Ma è un dettaglio secondario, la causa prima rimangono sempre le brillanti menti che hanno progettato il progresso umano e hanno aperto la strada ai comportamenti umani consumistici e dissipativi.

Ho aperto la porta di casa e sono andato a letto. Prima di addormentarmi ho pensato che non sarà l’intelligenza a salvare l’uomo, ma la temperanza.

martedì, gennaio 05, 2010

Quanto durerà il petrolio?



A questa domanda impropria risponde in maniera sbagliata il periodico di divulgazione scientifica (sigh!) FOCUS DR. Ho inviato per conto del Comitato Scientifico di Aspoitalia la seguente precisazione.



Gentile Direzione di FOCUS DR,

nel n. 21 della Vostra rivista è presente un dossier sull’energia che contiene alla pagina 72 diverse imprecisioni che rischiano di ingenerare un falso ottimismo circa l’effettiva disponibilità di risorse petrolifere nel mondo.
Alla domanda: “Quanto durerà il petrolio?”, voi rispondete: “Le stime sono contraddittorie. Alcune sono molto pessimistiche (20 anni o poco più), altre parlano di secoli. Negli ultimi anni, tuttavia, le riserve mondiali sono andate crescendo, anziché calando, in seguito alla scoperta di nuovi giacimenti e all’introduzione di nuove tecnologie d’estrazione… Secondo dati dell’OPEC… i giacimenti noti e sfruttabili in tutto il mondo garantirebbero ancora 1300 miliardi di barili, sufficienti per altri 85 anni. Il World Factbook della Cia ha stilato una lista dei paesi con le maggiori “riserve sicure”… e stima in 54 anni la durata media delle riserve dei primi 17 paesi di questa classifica, guidata da Arabia Saudita, Canada e Iran.

Tralasciamo il fatto che evitate di citare le fonti definite impropriamente pessimistiche (il pessimismo e l’ottimismo non sono categorie scientifiche). Innanzitutto, nessuna stima, “pessimistica” o “ottimistica” che sia, prevede che il petrolio finirà fra vent'anni. Anche le stime più conservative vedono una "coda" di produzione che si estende ben oltre i vent'anni. Confutare inoltre le previsioni “pessimistiche” sulla disponibilità di petrolio, con la notizia che le riserve mondiali starebbero crescendo, anziché calando, è sbagliato e infondato, perché in questo modo cadete anche voi nella confusione che spesso viene fatta tra i termini risorse e riserve. Le prime rappresentano la quantità totale di petrolio potenzialmente estraibile, le seconde sono le risorse effettivamente accertate e disponibili in un determinato momento. E’ evidente che, quando una parte delle risorse diviene realmente estraibile, perché viene scoperto e messo in produzione un nuovo giacimento di petrolio, questa quota va ad aumentare le riserve. Ma l’entità delle risorse rimane purtroppo inalterata ed è questa che conta quando si vuole fare una previsione ragionevole sulla disponibilità futura di petrolio.

Per quanto riguarda le citate previsioni di durata delle risorse petrolifere, la domanda che correttamente dobbiamo porci non è quando ma come finirà il petrolio. Spesso, i commentatori non esperti della materia, tendono superficialmente a considerare il meccanismo di esaurimento dei giacimenti petroliferi come quello che io definisco a “botte di vino”: nella cantina di una casa della ricca borghesia c’è una botte piena di vino. Durante una festa i proprietari cominciano a far spillare il vino, aumentando l’estrazione man mano che arrivano gli ospiti, fin quando l’ultima goccia di vino presente nella botte viene bevuta. Anche quando si fanno previsioni sulla durata del petrolio spesso si ragiona con questo schema mentale: posta x la quantità di risorse petrolifere ancora disponibili, si divide per la produzione annuale di petrolio e si ottiene in via approssimata (non tenendo conto della tendenza alla crescita della domanda petrolifera) la durata in anni delle potenzialità estrattive. Sfortunatamente però, la dinamica di esaurimento dei giacimenti petroliferi non segue uno schema così semplificato ma, per motivi geologici ed economici, raggiunto un picco di estrazione, la produzione comincia gradualmente ed irreversibilmente a declinare secondo un modello a campana, in cui il picco è approssimativamente collocato in corrispondenza di metà delle risorse disponibili.

Questo è il punto fondamentale: raggiunto il picco avremo consumato metà delle risorse, ma a produzione crescente, superato il picco avremo ancora disponibile l’altra metà delle risorse, ma a produzione decrescente e, aggiungo, a costi più elevati. Quindi la domanda giusta è: quando ci sarà il picco del petrolio? Secondo ASPO internazionale il picco potrebbe essere già passato o al massimo si collocherà in un breve intervallo intorno al 2010. Anche l’Agenzia Energetica Internazionale, dopo avere per anni negato l’esistenza del picco, ne ha ammesso l’esistenza e le loro previsioni, ogni anno che passa, si avvicinano sempre più a quelle di ASPO. Inoltre, di recente, l’autorevole giornale “Guardian” ha svelato che l’AIE avrebbe deliberatamente nascosto negli anni scorsi le difficoltà dell’offerta mondiale di petrolio rispetto alla crescita costante della domanda sostenuta dalle economie emergenti, per non “turbare i mercati internazionali”.

Per approfondire le tematiche sintetizzate in precedenza, vi consigliamo di consultare i nostri siti http://www.aspoitalia.it/ e http://www.peakoil.net/ .

sabato, dicembre 19, 2009

Bada come parli


Qualche giorno fa è apparso un articolo di Maurizio Crosetti su “La Repubblica”, di cui consiglio la lettura, in cui il giornalista racconta della crassa ignoranza della lingua italiana in cui sembra essere drammaticamente finita un’intera generazione di nostri connazionali. Non entro nel dibattito sulle cause di questa sconveniente situazione, per affrontare un altro tema connesso alla riflessione di Crosetti. Egli solleva a mio parere due problemi per niente secondari. Il primo riguarda la difesa del nostro idioma nazionale, della nostra cultura secolare e, in ultima istanza, della nostra identità, sempre più aggrediti da una globalizzazione (mi perdoni Crosetti questo sgradevole neologismo) banalizzante e da un’omologazione consumistica dei comportamenti. Ho di recente affrontato questa tematica in “Viva l’Italia” e in “Perché non mi piace la green economy”, non per riproporre un becero nazionalismo, ma per sollecitare la riscoperta di valori comuni e unificanti, assolutamente necessari in questa fase di incombente crisi delle risorse, che si abbatterà con effetti devastanti sulle economie e sulle società di tutto il mondo.
Il secondo attiene al rapporto tra linguaggio letterario e linguaggio scientifico e richiede un maggiore approfondimento. Ambedue i linguaggi, si manifestano attraverso segni, ma le conseguenze reali del simbolismo in essi contenuto sono profondamente diverse. In particolare per quanto riguarda gli errori e le inesattezze espressive. Gli errori linguistici, entro certi limiti, non inficiano la possibilità di comprensione del discorso, le imprecisioni del linguaggio scientifico pregiudicano irrimediabilmente il rigore e la correttezza del metodo scientifico. Se ad esempio un parente ci scrivesse “Sto disperato, io avrebbe bisogno del aiuto vostro”, forse rabbrividiremmo per gli orrori grammaticali, ma questo non ci impedirebbe di correre immediatamente in soccorso del malcapitato. Se invece uno studente di matematica scrivesse nella dimostrazione a + b * c, al posto di (a + b) * c, il risultato finale sarebbe sbagliato e rimedierebbe una sonora bocciatura.
Allora, perché è importante e dobbiamo pretendere che si parli un italiano corretto? Perché è giusto che una comunità nazionale coesa si esprima in maniera omogenea e condivisa, ma soprattutto per una questione eminentemente estetica, legata al piacere formale che ci procura un discorso corretto dal punto di vista grammaticale e sintattico. In un’epoca utilitaristica come la nostra, potrebbe sembrare un argomento irrilevante, ma l’aspirazione alla bellezza è a mio parere l’unico antidoto contro la barbarie. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, fece dire ad Ulisse uno dei padri della nostra antica lingua. Naturalmente, auspicheremmo tutti che un bel discorso in italiano fosse sempre accompagnato anche da un contenuto ragionevole e non proponesse corbellerie scientifiche, ma tutto dalla vita non sempre si può avere. Vittorio Sgarbi si esprime in un italiano impeccabile, però quando manifesta la sua contrarietà alle centrali eoliche o al tram di Firenze dice delle castronerie che gli andrebbero rinfacciate in un altrettanto impeccabile italiano. Concludendo, rigore scientifico e correttezza formale dal punto di vista linguistico, non indeboliscono ma arricchiscono il discorso sulla natura umana.

giovedì, dicembre 17, 2009

Lettera picchista a un giornale locale


Riceviamo da Stefano Saviotti e pubblichiamo questa lettera che lo stesso autore ha inviato qualche giorno fa al giornale faentino Sette Sere, un po' in risposta ad alcune "lamentele" pubblicate sullo stesso giornale, da parte di una persona che  lamentava le "devastazioni" del paesaggio causate da torri eoliche e campi fotovoltaici, preferendo gli "effetti collaterali" del petrolio. 
Solo chi ha una certa sensibilità riesce a leggere i segnali del presente e a immaginare scenari del futuro, arrivando a costruirsi una cultura specifica e a percepire le distorsioni che viziano certe affermazioni: è questo il caso di Stefano Saviotti.
Il giornale ha pubblicato la lettera, che al momento pare destinata a cadere lì, vittima del vuoto di interesse medio che accompagna ancora il tema dell'energia (FG)



created by Stefano Saviotti



   Egregio Direttore,
mi preme ritornare sulla questione dell'energia verde, sulla quale si è espresso in maniera tanto radicale il Sig. *** nel numero scorso.

Credendo che agli impianti di energie rinnovabili siano preferibili gli effetti collaterali del petrolio cadiamo in un grosso errore: se si cerca di incrementare la produzione di energia rinnovabile non è solo per lucro, ma perché finalmente qualcuno comincia a capire che se non abbandoniamo il petrolio, sarà lui che abbandonerà noi, e molto prima di quanto si pensi.

I dati produttivi confermano che nel 2005 è stato raggiunto il picco massimo di produzione di petrolio convenzionale, e nell'estate 2008 si è raggiunto quello comprensivo anche di tutti i combustibili assimilati (gas liquidi, sabbie bituminose, petrolio marino e polare)(per maggiori dati vedasi il sito aspoitalia.net). Da allora, la produzione fatica a rimanere stabile. Nel frattempo, lo sviluppo di Cina e India ha richiesto sempre più petrolio. L'aumento di prezzo dal 2002 al 2008 è diretta conseguenza di questa maggiore domanda e della stasi nell'offerta, con l'aiuto di una robusta componente speculativa, ed è stato a sua volta una delle principali cause dello scoppio dell'attuale crisi economica. Secondo il rapporto 2009 World Energy Outlook della International Energy Agency (IEA) (worldenergyoutlook.org) nei prossimi anni la produzione petrolifera crollerà del 5 % annuo: tempo due-tre anni, e tutti noi cominceremo a soffrire la mancanza di petrolio, per l'aumento dei prezzi della benzina e quindi di tutte le merci, che sono in ogni caso prodotte e/o trasportate grazie al petrolio.

Questo ucciderà ogni speranza di ripresa economica, a meno che non si provveda a trovare nuove fonti energetiche, e potrebbe portare a conflitti internazionali per il controllo dei paesi produttori.
Riguardo l'innegabile saccheggio del territorio, posso dire che esso è stato reso possibile proprio dal petrolio: l'abbondanza di energia a basso costo che esso fino ad oggi ci ha fornito, ha permesso lo sviluppo tecnologico e la creazione di grandi ricchezze. Con questi capitali sono poi state costruite le autostrade, i centri commerciali, i grattacieli, le fabbriche, gli elettrodotti, le selve di antenne per i cellulari e tutte le altre opere che devastano il territorio molto più delle torri eoliche e dei campi fotovoltaici, ma che ci fanno comodo.
Il petrolio ci ha dato l'energia per sviluppare la civiltà, ma l'uomo non è stato capace di gestire questo dono della natura e l'ha sprecato, lasciando dietro di sé solo devastazione e rifiuti. Se anche volessimo sviluppare il nucleare, con tutti i dubbi che dà, è ormai troppo tardi: anche l'uranio si sta esaurendo, e da tempo le grandi potenze riciclano nelle centrali civili quello delle bombe atomiche eliminate grazie ai trattati di non proliferazione.
Neanch'io però mi fido solo di eolico e solare: le fonti rinnovabili purtroppo per ora hanno scarsi rendimenti, e da sole non potranno fornire MAI tutta l'energia a cui siamo abituati ora: volenti o nolenti, dovremo in ogni caso abbandonare tante comodità moderne. Forse questo è un bene, perché ci costringerà a ritornare solidali con il nostro prossimo per condividere le risorse, come si faceva una volta tra vicini, prima che il benessere portasse l'egoismo. Se non si punterà in tempo sulle rinnovabili per gestire l'inevitabile decrescita energetica, la nostra stessa civiltà sarà in pericolo.

                                                                                                                                    Stefano Saviotti

venerdì, novembre 27, 2009

Una serata al circolo ARCI; parlando di energia

Questa è una foto che ho trovato su internet e che non ritrae l'evento di cui vi parlo in questo post. Però, rende abbastanza bene l'idea delle tante conferenze sull'energia che si fanno nei vari circoli in Italia.




Serata di dibattito sull'energia al circolo ARCI dove mi hanno invitato come oratore. Siamo in una piccola frazione di un comune in provincia di Firenze. E' fine estate, la temperatura è mite e il buffet è all'aperto nel cortile. E' stato preparato da alcune signore anziane, c'è arista, bruschetta di pomodoro e crostini toscani - niente male!

Durante la cena, si proietta il film di Al Gore, "Una verità scomoda". Sarà la quinta volta che lo vedo, ma ogni volta ci scopro qualcosa di nuovo. Veramente un bel film di un maestro della comunicazione. Mentre sgranocchio un crostino, l'assessore comunale all'ambiente, che ha organizzato l'incontro, mi saluta e mi dice, "Appena è finito il film, introduco io la serata, poi parlerà un altro oratore e poi lei. Un quarto d'ora o venti minuti ciascuno, poi facciamo il dibattito".

Finisce il film, sono oltre le nove e mezzo e si comincia subito male. L'assessore non sa parlare in pubblico. Si mangia le parole, ripete i concetti, non finisce le frasi che ha cominciato e non arriva mai a una conclusione. Parla di biomasse, geotermico, eolico e fotovoltaico, ma non si capisce se gli vanno bene o no. Sembra una versione in dialetto toscano dell'assessore pasticcione di "Zelig".

Ad ascoltare l'assessore ci sono una quindicina di persone anziane - i giovani che erano venuti al buffet sono subito spariti. I vecchietti guardano l'assessore con aria perplessa. Io chiedo a mia moglie, seduta accanto a me in platea, "ma hai capito cosa ha detto?" "Assolutamente niente," mi risponde lei. Non credo che i vecchietti abbiano capito più di noi.

Sono oltre le dieci quando si passa al primo oratore. Subito alle prime immagini capisco che la faccenda si mette male. Dico a mia moglie "Questo qui parla almeno per tre quarti d'ora". In realtà, sono troppo ottimista. Alla fine avrà parlato per 56 minuti.

Non che l'oratore non sia competente, anzi, dalla sua lunga prolusione sull'isolamento energetico degli edifici imparo due o tre cose che non sapevo prima. Ma l'argomento è tosto e l'effetto è devastante sui vecchietti in platea. Ormai ho imparato che questo tipo di platea è formato da bravissime persone che però non sono in grado nemmeno di leggere un grafico cartesiano - proprio come io non sarei in grado di leggere un testo in cinese. Ma la presentazione di questo signore è tutta basata su grafici e tabelle. Non ho contato esattamente il numero di slide che ha fatto vedere, ma da una stima approssimata sono almeno 70. E' la maledizione del Power Point: una slide tira l'altra.

I vecchietti, poveracci, non ce la fanno proprio. Alcuni rimangono a occhi aperti, ma puntati verso il vuoto. Altri li chiudono proprio, altri ancora si abbattono sulla spalliera della sedia. L'effetto è surreale: possibile che l'oratore non si accorga che sta parlando a una platea di persone addormentate? C'è luce nel cortile e, come lo vedo io che dormono, lo deve vedere anche lui. In più, l'assessore se n'è andato e io stesso mi prendo una pausa per un altro paio di biscotti alle mandorle al buffet. Quando torno, l'oratore sta continuando a parlare imperterrito.

E' una piccola cerimonia religiosa in cui l'oratore sta parlando a delle divinità che solo lui può vedere. O, forse, sta parlando alle sue slide Power Point. Forse è il Power Point che ha acquisito poteri divini. A un certo punto, l'oratore dice - "... e con questo, fra poco ho finito". Non mi frega, ormai lo so che quando dicono "ho quasi finito" non è vero. Mi prendo altri cinque minuti di pausa per fare una passeggiatina. Quando torno, sta ancora parlando e parlerà ancora per almeno altri 10 minuti.

Finalmente, passa l'ultima diapositiva e la presentazione finisce con qualche applauso (presumo di sollievo). Alcuni dei vecchietti si alzano e fanno per andarsene. Quando mi vedono avvicinarsi al palco però, si vede che gli sembra di farmi una scortesia e si rimettono a sedere. A un gruppetto di loro, dico "guardate, lo so che avete sonno, non vi preoccupate; non mi offendo mica se ve ne andate!". Loro mi sorridono e scuotono la testa, come a dire che non hanno sonno e che ci tengono a sentire anche me. Sono veramente delle brave persone.

Così, mi trovo sul palco quando sono ben oltre le undici. Sarei tentato di dire "Grazie ma è troppo tardi per mettersi a disquisire di petrolio. Andiamo tutti a dormire." Ma sarebbe cosa scortese nei riguardi di queste brave persone. Non posso farlo. Però, mi trovo completamente spiazzato: cosa racconto a una platea di persone stanche e insonnolite che sono li' solo a sperare che il tutto finisca presto? Faccio del mio meglio parlando senza diapositive per poco più di 10 minuti (al mio orologio, il totale è 12 minuti). In questo breve tempo, parlo dei prezzi, do dei dati sulla produzione e sui consumi in Italia, racconto delle difficoltà dell'economia. Per tenere svegli i vecchietti, faccio loro delle domande: "Sapete dirmi se nel 2008 in Italia si è consumato più o meno petrolio dell'anno prima?". Scuotono la testa: non lo sapevano che i consumi di carburanti in Italia sono in calo.

Sarà servito a qualcosa? Probabilmente no, ma perlomeno non li ho fatti dormire. Quando concludo, noto anche qualche sorriso. Forse perché gli è piaciuto, più probabilmente perchè ho fatto alla svelta.

Riprende l'assessore dicendo che ora è il momento del dibattito. Però, curiosamente, invece di dare la parola al pubblico, ricomincia lui a parlare ripetendo - mi sembra - esattamente quello che aveva detto nel suo discorso introduttivo, e neanche stavolta si capisce qualcosa. Lo lascio parlare per 14 minuti (cronometrati), al quindicesimo non ce la faccio ulteriormente. Mi alzo, ringrazio pubblicamente tutti e in particolare le signore del buffet, mi scuso ma è un po tardi e devo tornare a casa; che non è vicina. Spero che nessuno si sia offeso, ma era già quasi mezzanotte e penso che abbiano capito.

All'uscita del circolo ARCI, seduti sulla terrazza sul lato opposto di dove si teneva l'incontro, ci sono almeno trenta persone, molti di loro giovani, a bere e a chiaccherare.


Non so se questa piccola storia abbia una morale; penso di no. E' semplicemente un momento della vita di un gruppetto di una ventina di esseri umani su un pianeta dove ce ne sono ormai quasi sette miliardi. Immagino che si parli di energia e di clima anche a Kabul e a Ulan Bator. Non so se se ne parla negli stessi termini e con le stesse modalità che sono in uso nei circoli ARCI della provincia di Firenze; ma di una cosa sono sicuro: se anche a Kabul e Ulan Bator usano il Power Point, fanno gli stessi disastri comunicativi che facciamo noi.

giovedì, novembre 26, 2009

L’energia aliena




created by Mirco Rossi


Da quasi vent’anni illustro quel poco che so sui temi dell’energia a studenti e cittadini. Si tratta di un’azione divulgativa verso un target di persone spesso totalmente a digiuno degli argomenti affrontati, molto diverso da quello che si incontra nei convegni o nelle situazioni più “acculturate”.

In queste settimane l’attività si è molto intensificata in relazione alle numerose presentazioni del mio recente libro “ENERGIA E FUTURO – le opportunità del declino”, con notevole incremento degli incontri organizzati durante le ore serali, necessariamente frequentati da un pubblico prevalentemente adulto.

Ancor più che tra gli studenti delle ultime classi delle scuole superiori, in questi contesti si registra la pressoché totale ignoranza dei più basilari concetti indispensabili a comprendere la situazione e le prospettive energetiche. Ma ciò quasi mai rappresenta un particolare problema; anzi, di norma dà origine a una specie di “fascinazione”, a curiosità e interesse durevoli, ben oltre le usuali soglie d’attenzione definite dai manuali di comunicazione.

Risulta piuttosto semplice – almeno al momento - smantellare credenze, illusioni, errori concettuali, false certezze, frutto di ignoranza o di un sistema che fa della “disinformazia” il proprio standard informativo e spesso il proprio obiettivo.

E’ quindi piuttosto frequente incontrare a un certo punto della serata occhi sbarrati, facce attonite, atteggiamenti di disagio, espressioni orfane di punti di riferimento. Il difficile comincia proprio a questo punto, quando le fragilissime basi su cui si posava la tranquillità di molti sono letteralmente “svampate”.

La necessità di ridurre i consumi e incrementare le energie rinnovabili non si presentano certo come strade lastricate di dolciumi e cioccolata, ma – combinate alla scarsa capacità di comprendere in così poco tempo la profondità delle trasformazioni che si renderanno indispensabili! - permettono a molti di ritrovare sufficienti appigli per ricollocarsi in una prospettiva non dico gioiosa o accattivante ma perlomeno non disperante.

Ad alcuni però questa conversione, verso l’accoglimento seppur parziale delle difficoltà di cui vengono a conoscenza, non riesce.

Il miscuglio tra impreparazione, convincimento, paura, confusione, desiderio, sogno, negazionismo, rifiuto della realtà spiacevole, dà luogo alle combinazioni più varie, tutte presto trasformate in granitiche certezze, da cui emergono affermazioni indiscutibili: “Questo è solo catastrofismo”, “Allora sarebbero tutti cretini gli scienziati e i politici che la pensano diversamente”, “L’uomo è sempre riuscito a trovare la soluzione ai problemi e così sarà anche questa volta”, “La scienza non ha limiti. Basta investire e studiare e si troveranno sicuramente nuove energie ora sconosciute”, “Le soluzioni esistono già ma le società petrolifere le tengono nascoste e sequestrate per continuare a fare soldi con il petrolio”, “Tutto sarà risolto dalla fusione nucleare”.

Un florilegio di inconsistenti appigli che solo in parte può essere messo in crisi in quanto oltremodo resistenti proprio per la loro sostanziale infondatezza e irrazionalità.

L’altra sera tuttavia, al termine di quasi tre ore di confronto e con circa una quarantina di persone ancora in sala, un signore è andato oltre, è proprio arrivato al limite.

Per una serie di coincidenze (altri interventi da parte dei presenti a lui contrari, una mia serata particolarmente felice, debolezza del suo convincimento) le due (tra le solite) eccezioni che aveva avanzato erano miseramente crollate. Avrebbe dovuto acconciarsi ad ammettere l’esistenza di qualche serio problema, ma questo probabilmente lo avrebbe messo in gravi difficoltà con il bisogno di mantenere l’equilibrio mentale che evidentemente non poteva rinunciare alle asserite certezze con cui era entrato in sala. Ad un certo punto si alza in piedi e, quasi urlando “Ma c’è l’energia già scoperta dagli alieni. Quella delle astronavi con cui sono giunti sino a noi. Sapete bene anche voi che nelle profondità di Los Alamos gli americani stanno da decenni studiando le astronavi ritrovate nel deserto per scoprirne i segreti. Non lo ammettono ufficialmente ma ci sono migliaia di scienziati che ci lavorano proprio per scoprire di cosa sono fatte e quale energia le fa funzionare. La soluzione esiste, basta poco e poi la faranno conoscere anche a noi, loro alleati.”

Non mi era mai capitato prima. Sembrava una persona assennata, un po’ illusa e forse intimorita dalla necessità di ridisegnare, almeno mentalmente, il suo futuro.

La nuova realtà aveva invece fatto entrare in corto circuito il suo cervello.

Si è riseduto quasi di schianto. Non ho ritenuto opportuno replicare e, come altri dei presenti, mi sono limitato a uno sguardo cercando di dissimulare la “pietas” che provavo per lui.

venerdì, ottobre 09, 2009

Competenze e opinioni



Tra le (tante) cose che non riesco a comprendere nella loro interezza, ai primi posti inserirei sicuramente questa: perchè nel mondo sociale e politico succede così spesso di sentire parlare in pubblico persone che hanno scarsissime competenze su un certo argomento?

Al di là delle parole, che potrebbero anche andare e venire, il problema è che chi parla ha spesso una forte influenza mediatica, quando non anche del potere decisionale.

Ora, mi piacerebbe fare un distinguo triviale tra competenze e opinioni. Le competenze discendono da un'attività continuativa di studio, di pratica e/o di lavoro in un certo campo; le opinioni in senso lato astraggono dalle competenze. In pratica, chiunque, anche senza competenze, può esprimere un'opinione su una data cosa. Questa da una parte è una grande conquista sociale, ma un suo cattivo uso (quale mi sembra di osservare in modo sempre più sistematico) può condurre a distorsioni molto pericolose.

Non mi sembra normale affrontare a mezzo di referendum argomenti specialistici e complessi come ad esempio la genetica e l'energia nucleare, oppure formali e di nicchia quali i dettagli sui sistemi elettorali; soprattutto in carenza di un'informazione obiettiva da parte dello Stato per fornire una "preparazione" media in vista dell'ipotetica votazione.

Non è benefico che il mondo politico solo raramente abbia persone con una robusta formazione tecnica, che sarebbe basilare per analizzare i problemi e fare decision making con qualche possibilità di far meglio di chi decide a caso, o segue la moda del momento.

Un optimum ci sarebbe: formulare opinioni supportate da competenze. Ma forse è troppo difficile.

venerdì, settembre 18, 2009

Condizioni necessarie e condizioni sufficienti



In più di un'occasione i media economici, i politici e gli industriali dichiarano che la "crisi" (se ci prendiamo la briga di contare quante volte viene pronunciata questa parola in un TG troviamo valori prossimi a 15) è causata dalla mancanza di investimenti in prospezione mineraria, infrastrutture, impianti industriali, edilizia eccetera. Dunque, ognuno incolpa una non ben definita categoria, che raggruppa "quelli che si dovrebbero occupare di investimenti" . Spesso, chi fa questa dichiarazione non si rende conto che egli stesso, secondo la sua teoria, dovrebbe occuparsi della cosa (cfr. Confindustria: gruppo Marcegaglia). Ma la cosa non ha senso; siamo davanti all'ennesimo circuito autoreferenziale, che dissipa energia, fa perdere tempo e distoglie la gente dalle radici dei problemi reali.

Quando un certo processo chimico non ha luogo, questo può avvenire per due motivi: mancanza di reagenti (o substrato, o materia prima), oppure, ancora, per un eccesso di prodotti presenti nel recipiente che fanno retrocedere l'equilibrio verso i reagenti (principio di Le Chatelier, formulato per la prima volta nel 1884). Ad esempio, tutti sappiamo che mettendo un cucchiaio di sale in un litro di acqua a temperatura ambiente e mescolando un po', questo si discioglierà in pochi minuti; se invece proviamo a scioglierne la stessa quantità in un litro di acqua già bella salata, se ne scioglierà di meno o non se ne scioglierà affatto.
Se entrambe le condizioni sono verificate, a maggior ragione, il processo non potrà aver luogo.

Trasportando questi concetti nella vita reale, abbiamo la compresenza delle due condizioni: da una parte la difficoltà dei giacimenti fossili a mantenere la produzione, dall'altra il feedback da saturazione di merci e prodotti di vario tipo. Incidentalmente, se ci fosse un surplus energetico alla base i sistemi industriali potrebbero inventare ulteriori bisogni fittizi e rottamazioni, per mantenere o aumentare ulteriormente l'intensità dei flussi negli scambi, substrato necessario per l'esistenza di "catene di valore aggiunto" e "reservoir di accumulazione di capitale".
Le diminuzioni nei flussi energetici e minerari sono condizioni sufficienti per generare crisi economica; non è detto che siano necessarie, in quanto le cause potrebbero essere legate a giochi politico-strategici, accaparramenti nascosti etc. Ma in un gioco a "informazione completa", dunque in assenza di perversioni, diventano anche condizioni necessarie.

Incidentalmente, per le risorse su cui al momento non è agganciabile il concetto di scarsità, come l'aria e l'acqua di mare, non esiste nemmeno la nozione di prezzo, e non si pongono affatto problemi da "limiti dello sviluppo" (a meno di "violentare" sul serio gli ecosistemi contaminandoli al punto da renderli inadatti alle interazioni cui siamo abituati).

Forse, un giorno, i media smetteranno di propinarci il menu a portate invertite, scambiando le cause con le conseguenze. Ma questo sarà realizzabile solo quando saremo in grado di difenderci, ad esempio per mezzo dell' Intelligenza connettiva e collettiva [flash back su un post di Armando Boccone].

mercoledì, giugno 17, 2009

La moda del GPL genera nuove unità di misura



1832: Carl Friedrich Gauss getta le basi del sistema metrico di misurazione CGS

1961: si formalizza il Sistema Internazionale, che stabilisce le unità di misura ufficiali del mondo scientifico e tecnico

2008/2009 : viene inventata una nuova unità di misura del volume: il "pieno".


Sulla scia dei rincari dei carburanti più diffusi, benzina e gasolio, le case produttrici di autoveicoli fanno una pubblicità serrata ai loro modelli ibridi benzina-GPL.

"E il pieno costa la metà", per alcune. Per altre, "15 euro"; per altre ancora, "18 euro". Chiarissimo.
Potrei proporre un nuovo modello dove il pieno costa 1 euro, con l'enorme vantaggio di avere un ingombro del serbatoio davvero irrisorio... :-)

A parte le battute, sta davvero cominciando l'invasione di massa del GPL, un po' come 20 anni fa è successo per il gasolio, che oggi ha superato la benzina, in termini di proporzione di veicoli circolanti. Personalmente ho fatto montare l'impianto a gas sul mio 1200 cc, a scopo di diversificazione, per risparmiare e per utilizzare un combustibile meno "pregiato" della benzina.

Non dobbiamo tuttavia credere che GPL e Metano siano "la soluzione" per un futuro che veda ancora presente l'attuale modello di mobilità di massa, basato sul motore a combustione interna; possono andare bene come diversificatori nella transizione, ma il picco del petrolio e del gas li condurrà nel giro di (suppongo) 5-10 anni sulla scia degli altri carburanti liquidi.

lunedì, aprile 27, 2009

Dove seminare il “picco”

"Seminatore al tramonto" (Vincent Van Gogh, 1888)



created by Mirco Rossi



Sarà certamente capitato a molti ascoltare dibattiti su crisi, crescita, decrescita alla radio o alla televisione; talvolta essi sono affidati a personaggi improbabili il cui coinvolgimento risulta imperscrutabile in relazione agli argomenti da affrontare.
Altri confronti invece sono alimentati da paludati economisti, famosi opinion leaders, politici o sindacalisti di vaglia che discettano con cognizione di causa ma senza mai nemmeno sfiorare i concetti di prospettiva energetica e di “picco”.
Pil, mercato, lavoro, sicurezze, incremento della produzione e del reddito da un versante; dall’altro poveri e ricchi, lavorare meno, capitalismo alla fine, cambiare obiettivi e pensare alla felicità.
Ore e ore di confronti spesso tra buoni parlatori, credibili, che a molti ascoltatori possono chiarire qualche dubbio. Di certo però tutte queste discussioni inevitabilmente consolidano l’idea generale che la natura di una crisi può avere, a seconda dei casi, origine finanziaria, economica, sociale, politica o perfino etica, ma che non potrà mai essere legata dalla carenza di risorse.

Mi chiedo come mai personalità di tale peso, certo non degli sprovveduti, siano in grado di ignorare nelle loro considerazioni un punto fondamentale: le scelte possibili all’interno di una crisi non dipendono solo dalla volontà, dall’ideologia, dalle convinzioni, dalle regole economiche. Come prima e dopo, anche durante una crisi le scelte sono possibili unicamente nei limiti definiti dalla disponibilità di risorse primarie. Solo all’interno di questi limiti le altre variabili possono agire e con questa semplice verità devono misurarsi le possibili soluzioni, intese come reali e durature.
L’unica condizione assolutamente pregiudiziale non viene mai evocata.

In queste occasioni non mi è mai capitato di registrare la presenza di qualche illustre aspista, o simpatizzante; tuttavia non posso credere che né gli organizzatori né nessuno dei partecipanti “preparati” ed “esperti” abbia mai sentito parlare di limiti delle risorse, dell’esistenza di una scuola di pensiero che ritiene impossibile il continuo incremento della produzione e dei consumi.
Eppure avranno certo sentito parlare di “picco” da qualche parte! Hanno convinzioni diverse? Non ritengono credibile l’analisi? Hanno dimenticato che il legame essenziale tra risorse e sviluppo o crisi è ineludibile? Mah!
Episodi come questo mi confermano nella convinzione che la larga divulgazione di alcuni concetti fondamentali sui limiti dello sviluppo e sulle concrete prospettive energetiche sia vitale per il successo, pur parziale, della “mission” di Aspo.

Libri, conferenze, convegni, interviste, articoli, siti, link, ben vengano, ma la loro utilità si concretizza in un ambito limitato.
Alcuni di questi approcci intercettano, per un tempo discretamente lungo, un pubblico già sensibile e motivato; altri, per brevi momenti, un pubblico “distratto” e occasionale, in grado di recepire messaggi-slogan o poco più. Entrambe tipologie d’interlocutori che poco del messaggio di Aspo fanno poi pesare nel sistema di pensiero riferibile alla collettività larga, quella che produce il senso comune, la cultura di massa. Cioè quel “pensiero dominante” che in democrazia governa i processi politici e decisionali.
Esso si forma principalmente sulla base della cultura appresa nel ciclo scolastico; resta poi influenzato dall’azione autodidattica, dalle esperienze, dalle letture, ma soprattutto da gretti interessi personali, dalle notizie “alla Tozzi” o alla “Piero Angela”, dai dibattiti o dalle informazioni televisive brevi, concise, semplici, sensazionali.
Le pillole di cultura distribuite dai mass media se reiterate, ascoltate più volte in contesti convincenti, lasciano il segno. Non è detto che facciano male, anzi, ma in sostanza non incidono sulle nozioni di fondo, verniciandole di “sentito dire”, di un qualcosa che qualcuno ha detto e che potrebbe essere o accadere.
La pseudo-conoscenza che determinano è in balia di chi, affrontando lo stesso tema da posizione di oggettiva autorevolezza in altri campi, può facilmente smantellarla: per convinzione diversa o per “dimenticanza”, occasionale o voluta, è in grado di convincere o lasciar intendere che una certa cosa non esiste, non succederà mai, o se succederà sarà in un tempo indefinibile, fuori dalle prospettive concrete.
Trascurando la ristretta quota di esperti, studiosi, idealisti, persone politicamente e idealmente convinte o incentivate, la quasi totalità dei cittadini resta irraggiungibile o, nel migliore dei casi, superficialmente sfiorata dal messaggio che Aspo riesce a veicolare sui media o con le tradizionali iniziative.

La fase più adatta ad acquisire nozioni e concetti basilari si conferma quindi essere quella del periodo scolastico, ambito non esclusivo ma certamente privilegiato di formazione culturale. Ma luogo dove per esperienza diretta da molti anni verifico la completa ignoranza ed estraneità degli elementi e dei concetti indispensabili affinché una persona possa acquisire un minimo di consapevolezza e di motivazione sulla sostanza del messaggio di Aspo.
Questa “tabula rasa” (pressoché totale) la riscontro tra i ragazzi che frequentano gli ultimi due anni dei licei, degli istituti tecnici e più in generale di ogni tipo di scuola superiore. Solo per una piccola frazione di coloro che proseguiranno all’università si presenterà l’occasione di accedere a nozioni e che, pur elementari a volte, vengono trattate come segreti per iniziati.
Non casualmente pari condizioni le riscontro nella stragrande maggioranza degli insegnanti, compresi quelli di scienze naturali, di applicazioni tecniche, di biologia, ecc.
Negli ultimi dieci anni (durante i quali ho interloquito direttamente - di solito per qualche ora - con almeno trentamila studenti e qualche migliaio di insegnanti di scuole di secondo grado) non ho mai trovato nessuno capace di dare una definizione decente di “bilancio energetico” e che abbia la vaga idea della sua importanza, di cosa significhi LCA, del fatto che un’automobile nuova, quando fa bella mostra di sé nella vetrina del concessionario, abbia già consumato un quantitativo di petrolio (equivalente) pari a quello che consumerà nel percorrere i successivi 25-35.000 chilometri. Tanto meno di cosa significhi Aspo, “picco” e a quali conclusioni porti la teoria di Hubbert. Tutto questo condito da un elevato livello di confusione tra solare a concentrazione, termico, fotovoltaico, MW, GW, fonti primarie e secondarie o mettendo più o meno sullo stesso piano la capacità produttiva di una turbina eolica e quella di una termoelettrica standard.
Gli studenti sanno parecchio di più sul riscaldamento globale, sull’inquinamento, sui benefici del riciclaggio (questo, magari un po’ confusamente), sul cibo biologico, sui prodotti a chilometri zero, sulla biodiversità, sui ghiacciai che stanno scomparendo e sui mari che stanno per sommergere le Maldive.
Ma nulla di nulla sui quattro-cinque principali concetti-nozione, indispensabili per comprendere la situazione, la dinamica e le prospettive energetiche; per raggiungere un minimo di consapevolezza sull’insostenibilità di questo tipo di sviluppo; per rendersi conto che né il nucleare né le energie rinnovabili potranno in nessun caso garantire a lungo la sopravvivenza di questo tipo di società; per acquisire la consapevolezza che nei prossimi decenni dovranno misurarsi con una ristrutturazione-rivoluzione di cui nessuno è in grado di prevedere i contorni e la portata; per motivare sufficientemente un qualche cambiamento da subito dello stile di vita.

Queste sono le terre da dissodare; in questi luoghi dovrebbe poter entrare ASPO, in ogni istituto, in ogni aula, in ogni testo scolastico.
Non mi risulta esistano libri di testo che facciano cenno ai ragionamenti di ASPO, che presentino la sua chiave di lettura della realtà, sollecitino approfondimenti sulla prossima carenza degli approvvigionamenti energetici.
Le conseguenze sono evidenti e se di tanto in tanto una classe borbotta qualche parola su questo terreno è merito di un insegnante che, per scelte del tutto personali, ha voluto approfondire l’argomento, trasferendo qualche frammento ai propri alunni.
Qualche aspista si dedica già meritoriamente a questo il tipo di divulgazione, ma si è ben lontani dal realizzare collettivamente un battente perlomeno significativo.
Se questo tipo di iniziativa potesse essere adeguatamente sviluppata – e, ne sono consapevole, i problemi non mancano - potrebbe diventare decisiva per la costruzione, in tempi non storici, di una nuova cultura dell’energia e delle risorse: l’unica che può sostenere un approccio accettabile ai difficili tempi che ci aspettano.
Decisivo sarebbe poter inserire qualche pagina con i concetti a cui Aspo fa riferimento all’interno dei libri scolastici. Alcuni sono verità scientifiche indiscutibili (bilancio di energia, LCA, energia grigia, limiti fisici delle risorse) che la folle idea di uno sviluppo illimitato sta volutamente mantenendo fuori dai processi d’istruzione e formazione culturale. Altri, più discutibili, dimostrerebbero a studenti ed insegnanti l’esistenza di letture diverse della realtà e li spingerebbero a una visione critica dell’informazione e della cultura “ufficiale”.

So bene che il problema di diffondere consapevolezza è immane e va ben al di là delle già ardue difficoltà esistenti in ambito scolastico. Ma in questa direzione va fatto il massimo sforzo, mettendo in campo tutti gli strumenti possibili, perché se la scuola non viene adeguatamente coinvolta qualunque altra iniziativa di Aspo, pur restando opportuna e positiva, otterrà comunque un risultato complessivamente insufficiente.

giovedì, aprile 16, 2009

Nessuno più si fida di nessuno

La diffusione di notizie via internet sta diventando una cosa troppo complicata e difficile da gestire e da comprendere per la maggior parte di noi. Siamo arrivati in una situazione in cui nessuno più si fida di nessuno è il complottismo dilaga incontrollato.


Vi passo qui di seguito un bel "rant" (sfogo) di Michael Tobis, climatologo che gestisce il blog "Only in for the gold". Il titolo si riferisce all'accusa che gli hanno fatto di occuparsi di clima "per i soldi". E' un bel blog ricco di informazioni e di approfondimenti. Se masticate bene l'inglese, vi suggerisco di seguirlo.

Qui vi passo una sezione del testo in cui Michael Tobis centra benissimo il problema di comunicazione che ci troviamo davanti: con l'ingresso di internet, non abbiamo più punti di riferimento e la maggior parte di noi non ha i "filtri" che sarebbero necessari per eliminare il rumore. Se avete tempo, leggetevi tutto il post.
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Verso un giornalismo scientifico sostenibile per un mondo sostenibile.
Di Michael Tobis

Prima dell'internet, chiunque poteva dire qualsiasi cosa, ma nessuno poteva trovare chi lo ascoltava. In Inghilterra, si manteneva la tradizione degli oratori che parlavano stando in piedi su delle scatole di sapone, immagino, ma dubito che chiunque possa oggi ottenere un'udienza in quel modo. L'azione, per almeno un secolo, è stata tutta nelle mani dei mass media. Di conseguenza, per il periodo di vita di quelli che vivono oggi e fino a pochi mesi fa, erano gli interessi monetari a decidere chi poteva parlare e chi doveva stare zitto.

Questo si è interrotto parzialmente nel periodo dal 1966 al 1974, il breve periodo chiamato a volte "gli anni 60" in cui i radicali capivano i media meglio di quelli che li gestivano. Rapidamente, tutto quello che c'era di interessante su quel periodo, è stato sterilizzato, offuscato, e doverosamente dimenticato da tutti quelli che non hanno avuto il privilegio di diventare adulti in quel periodo.

Il controllo dell'input intellettuale è completamente a pezzi, oggi. Non c'è governo dell'internet. E' il dominio della folla, come potrete notare istantaneamente se fate una ricerca con Google di "consenso sul global warming". Le corporazioni controllano una sezione dell'economia più grande di ogni altro periodo - anche i baristi (quelli che fanno il caffé) si commerciano in pubblico. Ma hanno perso il controllo dei media in un modo che fa sembrare la rivoluzione degli anni '60 come una goliardata (che, in un certo senso, è stato se ci pensate un attimo)

Il controllo delle corporazioni sulla "finestra di Overton" (n.d.t. un concetto che descrive che cosa è ammissibile discutere pubblicamente e fornisce metodi per rendere accettabili opinioni prima giudicate troppo estreme) (grazie a Eli per avermi insegnato il concetto) si stava già indebolendo prima che il disastro dell'AIG (n.d.t. La AIG è una compagnia multinazionale di assicurazioni andata in bancarotta nel 2008) provò quello che molti di noi avevano sempre sospettato a proposito dei vari Phil Gramm al mondo (n.d.t. Gramm è un politico americano accusato di aver prodotto una legislazione che ha favorito il crollo del mercato finanziario del 2008). Adesso non c'è più speranza. Abbiamo libertà di parola, ma non ha molta importanza dato che nessuno più si fida di nessuno.

Queste sono notizie altrettanto molto buone che molto cattive. La libertà di espressione è la buona notizia. Se avete qualcosa di interessante da dire, potete trovare un'udienza che la troverà interessante. Oggi, c'è molta roba interessante da leggere.

Sfortunatamente, abbiamo anche cattive notizie. Le bugie costano meno della verità; vaghe allusioni costano meno di un'analisi bilanciata e costa meno inventarsi qualcosa che fare un'analisi basata su interviste e investigazioni. In breve, il rumore domina sul segnale. Così come sono messe le cose, la maggior parte della gente non ha filtri efficaci.

Una funzione importante che una volta era fornita dalle corporazioni, e prima di loro dalla cultura e dalla chiesa, era di dare un senso di cosa era ragionevole e di cosa era folle, che cosa ere degno di una conversazione educata e di cosa si poteva certificare. Via via che perdiamo questa conoscenza imposta di cosa è appropriato, abbiamo un bisogno disperato di filtri, di meccanismi affidabili per connettere quelli che hanno perso la fiducia in tutte le istituzioni e le persone che veramente vogliono fare qualcosa di buono e che sanno di cosa c**** stanno parlando.

Testo originale

Before the internet, anybody could say anything, but nobody could get anybody to listen. The Brits maintained their soapbox tradition in Hyde Park, I imagine, but I doubt anybody gathers much of an audience that way anymore. The action, for almost a century now, has been in the mass media. Consequently, for the lifetime of everybody living and until just a few months ago, it was the moneyed interests who decided who would speak and who would be silent.

This broke down a bit in the period of 1966-1974, often called "the sixties", a brief period when radicals understood media better than the people who owned them. Soon enough everything interesting about that period was sanitized, obfuscated and duly forgotten by everybody who wasn't privileged to come of age exactly at that moment.

Control of intellectual input by the corporate sector is totally shattered now.
There is no governance on the internet. It's totally mob rule, as a Google search on "global warming consensus" will instantly reveal. The corporations run a bigger chunk of the economy than ever; even our barristas are publicly traded. But they have lost control of the media in a way that makes the revolution of the sixties look like a fraternity prank. (Which, in a way, it was, come to think of it.)

The corporate control of the Overton window (thanks to Eli for teaching me the concept) was already weakening before the great AIG screwup proved what many of us had always suspected about the Phil Gramms of the world. Now it's hopeless.
Speech is uncontrolled but it doesn't matter very much, because nobody trusts anybody anymore.
This is both very good news and very bad news. Freedom is the good news. If you have something interesting to say, you can find the audience to whom it is interesting. There is much more interesting stuff to read nowadays.

Unfortunately, we also have the bad news. Lies are cheaper than truth, vague misgivings cheaper than balanced analyses, and wild-ass guesses cheaper than interview and investigation. In short, noise dominates signal. As things stand, most people lack effective filters.
An important function that the corporations used to provide for us, and before that the culture and the churches, was to provide a sense of what was reasonable and what was outlandish, what was worthy of polite conversation and what was certifiable. As we lose this imposed sense of propriety, we are in desperate need of filters, of reliable mechanisms to connect the people who have lost faith in every institution to the people who really do mean well and really do know what the f*** they are talking about.