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mercoledì, agosto 04, 2010

La fine della guerra in Iraq

Produzione petrolifera irachena (da Aspo-Netherlands). La produzione negli ultimi tempi è stata in in aumento, ma l'Iraq non è stato - e probabilmente non sarà mai - il paese dell'abbondanza petrolifera come era stato dipinto prima della guerra del 2003.

Si conclude dopo sette anni la guerra in Iraq. Il presidente Obama ha annunciato oggi il ritiro entro Settembre di tutte le truppe americane impiegate direttamente in combattimento. Rimarranno 50.000 "advisors" che se ne andranno anche loro entro la fine del 2011. E' un accordo fra il governo americano e quello iracheno che risale al tempo del presidente Bush.

Cosa resta di sette anni di guerra? Ben poco di tutto quello che si era detto prima della guerra. Le famose armi di distruzione di massa sono risultate un'invenzione, così come i fiori che dovevano accogliere i liberatori occidentali. Saddam Hussein è stato impiccato - probabilmente se lo meritava, ma forse non più di altri dittatori sanguinari che infestano questo pianeta. Gli iracheni hanno adesso delle elezioni, ma il paese rimane dominato dalla divisione settaria fra le due anime religiose del paese: i Sunniti e gli Shiiti. Questa divisione sta provocando una guerra civile ancora ben lontana da arrivare a una conclusione. In queste condizioni, la "democrazia in Iraq" è altrettanto illusoria di quanto non lo fossero le bombe atomiche irachene che si diceva fossero nascoste nei bunker sepolti nel deserto. Per non parlare delle enormi sofferenze degli iracheni, queste per niente illusorie.

Si è detto che la guerra era una "guerra per il petrolio" e più d'uno ha sbandierato l'idea che la conquista dell'Iraq avrebbe portato a un grande aumento della produzione petrolifera e a un forte abbassamento dei prezzi. Questa idea si è rivelata ancora più illusoria di quella delle armi di distruzione di massa. La guerra in Iraq ha inaugurato una nuova fase di prezzi alti del petrolio e la produzione petrolifera irachena non è mai veramente decollata. Al momento è ancora ben lontana dal picco del 1978, raggiunto prima dell'inizio della guerra Iran-Iraq. Trent'anni di guerra praticamente ininterrotta non hanno fatto bene alle infrastrutture petrolifere irachene e, secondo alcuni, potrebbero aver irreparabilmente danneggiato alcuni dei pozzi più importanti.

Può darsi, come dice qualcuno, che ci sia ancora un grande potenziale petrolifero inesplorato all'Ovest del paese. Può darsi; ma ci sono buone ragioni geologiche per dubitarne. Ma si sa che quando si parla di petrolio si parla spesso di sogni e di fantasmi. Questo grande potenziale petrolifero potrebbe essere altrettanto illusorio quanto tutte le altre illusioni di cui si è parlato in questa guerra - una vera serie di miraggi nel deserto.

Certo, se lo scopo degli Americani era di dimostrare la loro potenza militare, ci sono riusciti molto bene con questa guerra. Sono riusciti anche, e forse ancora meglio, a dimostrare la potenza del loro apparato propagandistico. Riuscire a convincere praticamente tutti dell'esistenza di "armi di distruzione di massa" inventate di sana pianta è stato un risultato non da poco; un vero trionfo di quello che oggi si chiama l'industria della "costruzione del consenso". Ancora maggiore è stato il fatto di poterla fare franca dopo aver imbrogliato tutti in quel modo. Anche questa è un'illustrazione del concetto che le balle sono tanto più credibili quanto più sono grosse.

Rispetto a sette anni fa, sono cambiate molte cose. C'è stato, probabilmente, il picco globale del petrolio nel 2008, c'è stata l'impannata dei prezzi arrivati a quasi 150 dollari al barile, c'è stata la grande crisi finanziaria del 2009 - che non è ancora finita. Il mondo di oggi è completamente diverso da quello che, nel 2003, contemplava come credibili le previsioni di una guerra che "sarebbe durata cento anni" o addirittura la "guerra infinita."

Nelle condizioni economiche in cui si trova oggi l'Occidente sarebbe impossibile impegnarsi in una nuova guerra importante, anche solo di una settimana - per non parlare di una "guerra infinita" (o di cento anni). Forse è per questo che, miracolosamente, ultimamente non si sono viste nascere nuove guerre. Le ultime convulsioni di qualche importanza sono state la guerra fra Russia e Georgia dell'Agosto del 2008 e l'attacco a Gaza da parte di Israele, cominciato il 27 Dicembre del 2008. Il 2009 non ha visto cominciare nessuna nuova guerra e - per ora - nemmeno il 2010. Rimane attiva la guerra in Afghanistan, ma sembra sempre di più che si cerchi di finirla anche con quella.

Chissà che questo periodo di relativa pace non sia dovuto anche in parte al picco del petrolio. In effetti, per fare la guerra ci vogliono risorse e la risorsa principale per la nostra società è il petrolio. Meno petrolio, meno guerre? Può anche darsi; nel qual caso si potrebbe dire che non tutti i mali vengono per nuocere. In ogni caso, siamo a quasi due anni senza nuove guerre. Facendo i dovuti scongiuri, speriamo che continui così.





ATLANTA — Nearing a milestone in the long and divisive Iraq war, President Barack Obama on Monday hailed this month's planned withdrawal of all U.S. combat troops — "as promised and on schedule" — as a major success despite deep doubts about the Iraqis' ability to police and govern their country.

Portraying the end of America's combat role in the 7-year war as a personal promise kept, Obama said Iraq will have 90,000 fewer U.S. troops by September than when he took office — a steady homeward flow he called "a season of homecomings." But there could still be more fighting involving U.S. forces.

"The hard truth is we have not seen the end of American sacrifice in Iraq," the president said in a speech to the national convention of the Disabled American Veterans. "But make no mistake, our commitment in Iraq is changing — from a military effort led by our troops to a civilian effort led by our diplomats."

A transitional force of 50,000 troops will remain, down from the peak of 170,000 in 2007. Their mission will be to train and advise Iraqi security forces, protect U.S. civilians, manage the chain of supplies and equipment out of Iraq and conduct counterterrorism operations.

Those soldiers and Marines will remain in harm's way and will be likely to engage at times in some form of fighting. Iraqi commanders will be able to ask the U.S. for front-line help.

All American troops are to leave Iraq by the end of next year, as mandated under an agreement negotiated before Obama took office, between the Iraqis and President George W. Bush.

Continua a questo link

giovedì, aprile 29, 2010

La benzina costa cara? Nessun problema: c'è il petrolio abiotico


Certe volte, comincio a pensare che ci sia veramente qualcuno da qualche parte che è pagato per tener d'occhio la situazione del petrolio e - quando è il caso - rilanciare un po' di sciocchezze ottimistiche. Diamine, cosa sarebbe il mondo senza un po' di sana confusione ogni tanto?

Così, con gli aumenti del prezzo della benzina e con il Pentagono che si preoccupa del picco del petrolio, non c'è forse da sorprendersi che "La Stampa" esca fuori con una paginata quasi intera a firma di Cinzia di Cianni, intitolata "Misteri, L'ipotesi abiotica. Se la dimostrazione teorica fosse confermata le quantità di oro nero sarebbero quasi illimitate"

Come si suol dire: la solita frittata. La sig.ra Cianni va a recuperarsi un articolo di "Nature Geoscience" che risale al Luglio del 2009 - ovvero quasi un anno fa. Non è certamente l'ultima novità e - comunque - non era una novità nemmeno nel 2009. E' quasi un secolo che si sa che esistono delle reazioni inorganiche che producono idrocarburi e c'è poco da eccitarsi quando ci se ne accorge di nuovo. E poi, da li arrivare a dire che "le quantità di oro nero sarebbero quasi illimitate", eh, beh, ce ne passa.

Fortunatamente, l'articolo cita anche una persona sana di mente (ce ne sono rimaste alcune, per fortuna), Giuseppe Etiope del CNR, che dice le cose come stanno. Ma, nel complesso, l'articolo è solo una rifrittura di ilazioni che ormai hanno fatto il loro tempo.

Questa storia del petrolio abiotico mi fa sempre venire in mente Shakespeare che aveva detto "È una favola narrata da un idiota, piena di strepito e furia e senza significato alcuno." Ecco, proprio così.

(per una critica un tantino più dettagliata della storia del petrolio abiotico, si veda questo mio articolo)

mercoledì, dicembre 09, 2009

Trucchi contabili

Un uomo si ritrova chiuso in una stanza sigillata ermeticamente. Ogni ora produce, respirando, 20 grammi(1) di biossido di carbonio (CO2). Dopo 24 ore il CO2 nella stanza sarà a concentrazioni abbastanza alte da avvelenarlo, e quindi lui è ragionevolmente preoccupato.

Ma il nostro ha un'idea brillante: divide in due la stanza con una tenda, e spinge con un ventilatore il CO2 dall'altro lato della tenda. Si fa un po' di conti e vede che ogni ora il ventilatore sposta 1000 grammi di CO2. Naturalmente ogni ora gli stessi 1000 grammi tornano indietro nella sua mezza stanza, ma il nostro ragiona:

"Sto producendo solo il 2% dell'anidride carbonica(2) che circola tra le due mezze stanze ogni ora. Si tratta sicuramente di una quantità trascurabile, come posso avvelenarmi cambiando solo del 2% i flussi di CO2?"


Lascio a voi immaginare come va a finire.


Lo stesso tipo di ragionamento viene spesso fatto parlando del CO2 che produciamo noi e dell'"effetto serra". Ad esempio (ma non è la prima volta che lo vedo) l'ho trovato in questo articolo su un blog di astronomia.
Nella figura qui sopra vediamo come l'uomo produca 20-30 miliardi di tonnellate (gigatonnellate, abbreviate in Gt) di CO2 l'anno. Ma gli oceani ne producono 330, e la biosfera (suolo, animali e piante) 440. La conclusione, cito testualmente, è:

Vi può sembrare sensato che il 3% dell’1% possa causare un così tragico futuro per la Terra? Ed il resto mostruosamente preponderante su cui non possiamo fare niente? Se quest’ultimo non ha ucciso il nostro pianeta nel passato, lo potrà fare adesso il nostro trascurabile contributo? Non rispondo nemmeno …

I numeri sono tutti corretti. Potete controllarli ad esempio qui. Ad es. gli oceani sono in buona comunicazione con l’atmosfera, e rilasciano annualmente 330 Gt di CO2, ma ne assorbono un po' di più. Il bilancio è di circa 7.5 Gt sequestrati ogni anno.

Poi, come ci insegnano alle scuole medie, il ciclo del carbonio organico fa sì che questo giri avanti ed indietro tra piante ed animali. Complessivamente le piante assorbono ogni anno 440 Gt di CO2, che ritorna in atmosfera quando queste respirano, muoiono, vengono mangiate. Il bilancio netto è di soli 0,7 GT che finiscono sequestrati (nel suolo) ogni anno. Il carbonio organico è quello, per fissarlo serve molto tempo.

La situazione è la stessa della nostra stanza: ci sono dei cicli chiusi, in cui il CO2 circola senza che la quantità totale cambi di molto, e a questi aggiungiamo ulteriore CO2 proveniente dall'esterno (dal carbonio nel sottosuolo).

Rifacendo i conti, noi produciamo 20-30 Gt l'anno di CO2. Di queste 7-8 finiscono negli oceani, che difatti stanno acidificandosi, 0,7 Gt nel suolo, e il resto sono quelle 15-20 Gt che ci si ritrova in più in atmosfera ogni anno. Il risultato è che un quarto abbondante delle 3000 Gt presenti in atmosfera le abbiamo prodotte noi negli ultimi 150 anni, in buona parte negli ultimi 50. Sappiamo che questa quota è antropogenica anche solo guardandoci i rapporti isotopici (una specie di "firma", diversa nel carbonio fossile e in quello organico). Insomma, il nostro contributo non è per niente trascurabile.

Purtroppo quando l'ho fatto notare all'autore questo mi ha risposto: "Nessuno poi dice che la(2) CO2 non salga, ma non vi sono prove che faccia salire la temperatura". Non sono riuscito, con tutta la buona volontà, a capire se ritenga l'uomo responsabile o meno di questo aumento, o come concili quest'affermazione con quella riportata sopra.


Note:
1) Non ho fatto i conti su quanto biossido di carbonio un uomo produca in un'ora. I numeri che cito servono solo per questo esempio.
2) il nostro, come il sottoscritto fino al post precedente, non ha mai letto la nota IUPAC che raccomanda di evitare l'obsoleta denominazione "Anidride carbonica". Per chi non sa la chimica, biossido di carbonio, anidride carbonica e CO2 sono la stessa cosa. Il C02 (con lo zero invece della O) non esiste.

martedì, maggio 19, 2009

La bufala del raffreddamento globale

Il riscaldamento globale? E' una bufala, infatti negli anni '70 gli scienziati prevedevano un'imminente era glaciale. Allora si temeva che la Terra si stesse raffreddando, ora si teme che si riscaldi troppo, in realtà sono solo fisime di persone che scambiano oscillazioni casuali per tendenze a lungo termine.
Quante volte abbiamo sentito o letto queste frasi (ad es. qui)? Molto citato un articolo del Newsweek, che si rifà ad un articolo di Science News del 1975 in cui si paventava l'arrivo imminente di una nuova era glaciale. L'articolo esiste veramente, e si intitola "Climate change: chilling possibilities".

Ma come stanno le cose? Cosa pensava davvero il mondo scientifico nel 1975?

Mi è appena arrivato l'ultimo numero di "Skeptical Inquirer", il giornale del Committe for Scientific Inquiry, l'analogo statunitense del nostro CICAP. Dentro ben due articoli sul riscaldamento globale, affrontati cercando di riportare su un terreno scientifico bufale che di scientifico han poco. Uno dei due affronta proprio il "grande mito del raffreddamento globale".

L'autore parte dalla storia delle ricerche sul clima. Che l'anidride carbonica prodotta dall'uomo potesse produrre un riscaldamento globale lo si sapeva già dai lavori di Arrhenius del 1896. Che il rischio fosse concreto lo si sospettava almeno dal secondo dopoguerra. Nei primi anni 70 cominciano ad essere utilizzabili le serie storiche di temperature medie globali, e con una discreta sorpresa gli scienziati scoprirono, contrariamente alle attese, che era in atto un raffreddamento. La questione è evidentemente molto più complessa, c'entrano gli aerosol atmosferici (no, non quelli delle scie chimiche), l'attività solare, eccetera. E durante gli anni '70 gli scienziati mettono insieme tutti questi pezzi, valutano gli effetti di queste cose, arrivando rapidamente ad avere un quadro del problema non distante dall'attuale.


L'autore passa quindi in rassegna gli articoli sul tema pubblicati in riviste scientifiche tra il 1965 e il 1979, trovando che la stragrande maggioranza (44 su 71) considerava probabile un riscaldamento globale nel prossimo futuro. Solo 7 ipotizzavano un possibile raffreddamento. Anche l'articolo di Science News del 1975 è in realtà molto cauto, parla di una possibilità ma evidenzia tutte le incertezze del caso, e nota come il riscaldamento globale antropico sia comunque dietro l'angolo e possa rovesciare la tendenza al raffreddamento (come è successo).

Un' altra frequente citazione riguarda un rapporto del National Science Board del 1974, in cui si diceva che "A giudicare dalle misure storiche delle ere interglaciali passate la situazione attuale di clima mite terminerà ... e ci condurrà alla prossima era glaciale". La citazione appare anche nell'appello del sen. Inhofe (quello dei 700 scienziati che negano il riscaldamento globale), ma non cita la frase successiva del rapporto, che colloca l'imminente era glaciale "nei prossimi 20.000 anni".

In conclusione anche la storia degli scienziati che 30 anni fa ci minacciavano un'era glaciale imminente è un mito. Con un grano di verità, allora i modelli climatici erano ai primordi e il riscaldamento era molto meno evidente di ora, mascherato da altri effetti. Ma anche allora l'idea diffusa tra gli scienziati era quella di un riscaldamento globale dovuto all'anidride carbonica che produciamo.

Un po' come la storia della verde Groenlandia, di Marte, Giove e Nettuno che si riscaldano, dei ghiacci artici tornati ai livelli del 1979, e dei tanti miti che alimentano il negazionismo climatico.

Riferimenti:


  • J. Fleck: "The Great Global Cooling Myth and the Politics of Science", Skeptic Inquirer, 33(3), pag. 20 (2009)

  • J. Douglas, "Climate change, chilling possibilities", Science News 107(9), pag. 138 (1975)

  • T. Peterson, T. Connolley, J. Fleck "The myth of the 1970s Global Cooling scientific consensus", Bulletin of the American Meteorological Society, 89(9), pag. 1325-1337

  • La voce "Global cooling" della wikipedia contiene una buona rassegna delle posizioni sull'argomento negli anni '70.

mercoledì, febbraio 25, 2009

Mucche? Macchè, bufale ...


Pochi giorni fa, sul sito di una nota rivista italiana di automobili, è comparso l'articolo

"LE MUCCHE EMETTONO PIÙ CO2 DELLE AUTO". Tra l'altro, proprio alla sezione attualità/ecologia, in cui di tanto in tanto vado a spigolare per rendermi conto dei contenuti che si vogliono far passare in "anteprima" (si fa per dire) al pubblico del web.

In questo articolo l'autore (ignoto) si lancia in un funambolico confronto tra le emissioni di autoveicoli e quelle dell'allevamento del bestiame, arrivando a constatare che i primi impattano meno degli animali. Non vengono tratte ulteriori conclusioni scritte, tranne il fatto che si potrebbe fare qualcosa agendo sull'alimentazione degli animali ( ! ).



Devo amaramente realizzare che la mamma delle bufale è sempre incinta, con parti frequenti e plurigemellari; si dicono sempre più spesso le stesse falsità scientifiche, travestendole di volta in volta. Purtroppo, mentre la falsità giuridica è punita dalla legge, quella scientifica è continuamente vituperata, con una leggerezza disarmante.

Tornando al nostro articolo, occorre ricordare ancora la differenza tra cicli fossili e cicli rinnovabili. I bovini rientrano nella biosfera e traggono il proprio sostentamento dai cicli rinnovabili da centinaia di migliaia di anni: acqua, erba, sole.

La CO2 che scambiano deriva dalle biomasse: i carboidrati che digeriscono i bovini (l'uomo non può nutrirsi esclusivamente di "erba", essendo sprovvisto degli enzimi che hanno invece gli animali) vengono trasformati dal loro metabolismo, tra le altre cose, in metano ed anidride carbonica.

Diverso è il caso per l'utilizzo dei distillati dell'industria petrolifera. La loro combustione completa produce in modo quantitativo anidride carbonica e acqua (oltre a piccole parti di idrocarburi incombusti e altre molecole); dunque, il carbonio in forma ridotta, che era sepolto da decine di milioni di anni sotto qualche chilometro di litosfera, viene estratto e ossidato in modo estremamente veloce.

L'atmosfera si ritrova così a dover "collocare" un esubero di CO2 , che è un gas serra; essendo questo un ciclo ecologico con tempi sulla scala dei secoli/millenni, prima che le piante e gli oceani abbiano di nuovo fissato o assorbito l'esubero di anidride carbonica, sarà l'anno 2500 e oltre.

Il secolo attuale sarà quello in cui verranno accumulate le "coperte" più spesse.
[ si veda a tale proposito il post "L'effetto coperta (già effetto serra)" di Ugo Bardi ]



PS E' chiaro che l'autore aveva le idee ben confuse; non sembra aver capito che il rapporto originale della FAO si riferisce alla filiera dell'allevamento nel suo complesso (non si parla di mucche contro maiali etc). Avere un kg di carne sulla tavola è estremamente energivoro, in termini di petrolio equivalente per alimentare la poco efficiente catena dell'allevamento. Per un approfondimento si veda il post di Marco Pagani "Carne, energia e riscaldamento globale" .

mercoledì, novembre 05, 2008

Com'era verde la mia vallata

Spesso si trova, in giro su articoli di giornale, blog, anche libri, la leggenda per cui attorno all'anno mille la Groenlandia era una verde e ridente isola. Difatti il nome, in norvegese, significa "terra verde", ed Eric il Rosso parla di una terra di verdi vallate. Quindi allora faceva molto più caldo di ora, e la storia che stiamo vivendo un riscaldamento climatico senza precedenti è una balla messa in giro da ambientalisti fanatici.

Non ho mai avuto modo di approfondire la cosa, a parte qualche lettura sull' "optimum climatico medioevale", un periodi relativamente caldo tra il 900 e il 1200. Secondo le ricostruzioni "standard", la temperatura media era allora simile a quella della metà del secolo scorso, quasi un grado più di quella della "piccola era glaciale" che seguì. Forse un po' di più di oggi, nell'area del nord atlantico. In ogni caso, la calotta di ghiaccio che copre l'isola è vecchia circa un milione di anni, ben prima che Eric il Rosso dovesse scappare per mare.

Leggendo "Collasso", di Jared Diamond, bellissimo libro su come una civiltà o una comunità possa sparire, mi ha colpito tra gli altri il dettagliatissimo racconto sulla comunità norvegese in Groenlandia. Non voglio sostituirmi al lungo e accurato lavoro di ricerca di Diamond, ma provo a metter giù i punti essenziali.

Il sito dove poco prima del 1000 sbarcò Eric si può vedere su Google Maps, e in effetti è proprio verde brillante. E lo era anche negli anni '30, quando alcuni allevatori decisero di impiantarvisi. Ho trovato un sito di un abitante del posto, e anche se il ghiaccio abbonda, ci sono paesaggi come quello della foto qui accanto. Nelle mappe da satellite si possono vedere anche rade fattorie.

Un secondo insediamento si trova nella costa occidentale, di fronte al Labrador, vicino all'attuale Nuuk. Si tratta in entrambi i casi di situazioni molto particolari, con vallate relativamente pianeggianti, all'interno di profondi fiordi che proteggono dalle fredde correnti oceaniche. Nel sito orientale è possibile coltivare qualcosa, e in entrambi i pascoli consentono di allevare diverse centinaia di capi di bestiame.

Anche oggi la situazione non è rosea, ogni famiglia di allevatori riceve dal governo una decina di migliaio di euro l'anno per coprire le perdite. Ma per i coloni vichinghi la vita nei due insediamenti era durissima. D'estate si portava il bestiame al pascolo, nel frattempo raccogliendo il foraggio per i lunghi mesi invernali. Il latte veniva usato per preparare formaggi e yogurt. Si cacciavano i pochi animali locali, e le foche. Si cacciava anche i trichechi, le cui zanne erano una preziosa fonte di avorio da scambiare con la madrepatria in cambio del ferro e legno, che mancava (gli arbusti locali e le betulle nane superano di rado 1-2 metri). In autunno si contavano le scorte di fieno, e gli animali in più di quelli che potevano essere nutriti nel lungo inverno venivano macellati. La sopravvivenza era marginale, ed era essenziale un forte tessuto sociale (sia pure con la rissosità vichinga, e una rigida struttura gerarchica). Non ci si poteva permettere che i "deboli" (o sfortunati) morissero, anche se poi ci si scannava nelle faide e saghe familiari.

Anche l'ambiente era messo a dura prova. I pascoli erano sovrasfruttati, il fabbisogno energetico veniva soddisfatto, oltre che con il legname di importazione, con la poca legna locale o con la torba, ma in entrambi i casi si trattava di risorse che si rinnovano lentamente. I sedimenti lacustri raccontano di un ambiente sempre più povero di vegetazione, soprattutto arborea (dai pollini), e sempre più esposto all'erosione (dall'accumulo di sabbia), fino al 1500 circa. Poi le risorse si sono lentamente ricostituite, anche se ora, dopo la ripresa della pastorizia, i segni di sovrasfruttamento stan tornando.

L'insediamento occidentale, che nella massima espansione manteneva 1000 abitanti, scomparve intorno alla metà del 14^ secolo, quello orientale, circa 4 volte più grande, sopravvisse un altro secolo circa.

I motivi del collasso sono molti. L'ambiente sovrasfruttato rendeva sempre meno. Il clima stava raffreddandosi. I contatti con la madrepatria, essenziali per ottenere legna (energia) e ferro (utensili) si erano molto ridotti, per cessare del tutto all'inizio del 1400. Probabilmente per motivi culturali, i vichinghi norvegesi non mangiavano pesce (!) (lo so, ha sorpreso pure me, e altri autori sostengono che dal 1300 il pesce veniva usato).

Gli Inuit, popolazione molto ben adattata a quell'ambiente, stava espandendosi, e tra le due popolazioni non vi fu mai una relazione amichevole . Oltretutto il grosso vantaggio tattico degli europei (l'uso del ferro) non era più disponibile ai nostri vichinghi. Se avessero imparato dagli Inuit a cacciare foche e balene, forse sarebbe andato diversamente, ma il primo resoconto di un contatto racconta di come gli skraeling (miserabili) sanguino diversamente dagli europei. Probabilmente i sentimenti erano corrisposti.

Non sappiamo cosa alla fine fece scomparire l'ultima colonia vichinga. I resti parlano di storie tremende, vennero mangiati, fino agli zoccoli, gli ultimi vitellini e capretti, persino i cani da caccia. Ma non abbiamo racconti scritti, possiamo solo immaginare. Pochi anni prima le scarne cronache sembravano indicare una vita normale, matrimoni, processi, qualche faida. Quindi il collasso, ance se covava da tempo, avvenne in modo relativamente rapido, in pochi decenni.

Cosa ci dice tutto questo? Innanzitutto che citare la "terra verde" come prova che nell'anno 1000 il clima era molto più caldo di ora non ha senso. La situazione che incontrò Eric era analoga all'attuale, semmai gli studi sul clima aiutano gli archeologi, ma l'archeologia non ci dice niente (in questo caso) sul clima.

Poi come questa comunità, che riuscì per 450 anni ad abitare in una terra difficilissima, finì per collassare anche per il sovrasfruttamento del loro ambiente.

Infine la dipendenza dall'energia. Senza un apporto dall'esterno di energia la comunità sopravvisse 50 anni circa. Questo vale anche per il ferro. Minerali ferrosi sono abbondanti sul posto, ma non si poteva ridurli a ferro metallico per mancanza di legna.

martedì, febbraio 19, 2008

Le cattive persuasioni


Quante volte abbiamo avuto la sensazione che qualcuno, anche con belle parole, cercasse di circuirci? Nel mondo del lavoro, del risparmio, nella vita quotidiana ... tutti abbiamo incontrato persone che parevano volerci "carpire " il pensiero, le nostre attitudini e debolezze, per usarle in modo asimmetrico (a loro vantaggio / a nostro svantaggio) e poter modellare la nostra mente e nostri comportamenti a piacimento. Ora, chiameremo queste situazioni cattive persuasioni.


Intanto, un breve flash back su leggende e bufale (vedere per approfondimento il decalogo antibufala di Aspoitalia)

Le leggende sono asserti, situazioni e meccanismi a volte bizzarri, cervellotici, che violano principi della fisica. Pensiamo ai motori ad acqua, ai vari moti perpetui, ai complotti più disparati. Le leggende lasciano il lettore con piacevoli dubbi, a volte addirittura con l'acquolina in bocca: "e se il petrolio fosse rinnovabile"? "E se si rendesse disponibile la free energy"? "E se riuscissimo a recuperare idrocarburi da altri pianeti" ? E se .... ?!?!? Ma nulla si può fare perchè siamo prigionieri di un numero imprecisato di complotti...
Le leggende, dopo essere sopravvissute per un certo periodo, vengono smascherate e infine declassate a bufale. Una bufala è un asserto (o addirittura un insieme di asserti) che appare vero, ma che viene smontato in modo pressochè istantaneo. Attenzione però: se per un certo tempo non si parla più della bufala per quello che è, essa vien come per magia "resuscitata" (come nelle assicurazioni o nei film horror) a leggenda e ritorna in circolazione. Insomma, c'è lavoro per generazioni.

Le cattive persuasioni si appoggiano invece a norme comportamentali, legali, al più di "economia spiccia". A volte si confondono con le bufale, o ci coincidono.

Sono molto difficili da contrastare (a mio parere), perchè spesso godono dell'appoggio psicologico dell' "uomo della strada". Questa categoria di asserti si distingue dalle leggende per l’essere molto subdola: le cattive persuasioni si insinuano e mostrano un alone di ovvietà, quando non di solenne autorità.

Me ne sono venute in mente alcune. Chiedo aiuto ai lettori, sono sicuro che si potrebbero trovare molti più casi specifici.

1. votare è un dovere
2. “servire il Paese” con le armi è un dovere sacro
3. a cosa serve vietare la fabbricazione e la commercializzazione delle armi? Se non lo facciamo noi, qualche altro stato ci penserà, e ci perderemo un sacco di soldi (e di occupazione)
4. se riduciamo un certo settore industriale, gli occupati di quel settore e le loro famiglie cadranno in rovina
5. dobbiamo stare tranquilli, nel sottosuolo c'è una quantità di petrolio residua immensa
6. se implementiamo in modo massivo le centrali nucleari, tutto il mondo avrà la sicurezza energetica
7. dobbiamo aumentare i consumi per “far girare l’economia”
8. più lavori, più sei nobilitato
9. dobbiamo continuare a usare pesantemente le risorse fossili, se "cedessimo" a quelle rinnovabili non saremmo competitivi
10. produrre molti rifiuti darà problemi, ma è sintomo di benessere
...

Inizialmente volevo commentare i punti uno ad uno, ma poi mi sono reso conto della pesantezza della cosa. Più probabilmente, da ognuno potrà scaturire un post ...

[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

venerdì, dicembre 21, 2007

Volete comprare il colosseo?

Totò cerca di vendere la Fontana di Trevi a un turista in un vecchio film


Il nostro rapporto con le automobili è molto stretto e a volte tormentato e gli aumenti dei prezzi dei carburanti ci stanno portando a degli atteggiamenti a volte degni di cocainomani in crisi di astinenza. In particolare, vediamo la nascita e la diffusione di aggeggi e polverine magiche che in qualche modo dovrebbero migliorare le prestazioni delle automobili e scongiurare la crisi. In molti casi, questi arnesi sono venduti da imbroglioni senza scrupoli, come quelli del famigerato ""tubo tucker". La storia è lunga, qui provo a raccontarvi la mia esperienza con qualcuno di questi aggeggi-miracolo, sperando che vi sia utile per evitare di trovarvi in tasca l'equivalente del contratto di acquisto del Colosseo o della Fontana di Trevi.

Negli Stati Uniti, si sa, l'automobile è un accessorio necessario alla vita quotidiana quanto lo sono pettini, orologi da polso, calzini e altre cose. E' così da tanti anni e lo era anche quando lavoravo al Lawrence Berkeley Laboratory, negli anni '80. Allora, noi studenti e post-doc non avevamo molti soldi, come è tipico degli studenti e dei post-doc, ma avevamo comunque bisogno di una macchina per spostarci.

La mancanza di soldi, si sa, stimola soluzioni creative e non c'è dubbio che molti di noi si ingegnavano. Tipicamente, si potevano comprare dei ferrivecchi a 100 dollari o anche meno dallo sfasciacarrozze locale; arnesi che bene o male erano ancora in grado di una certa locomozione autonoma, sia pure incerta. Un mio amico cinese, grande risparmiatore come lo sono spesso i cinesi, ne aveva recuperata una che andava abbastanza bene salvo un problema con il servosterzo che rendeva molto difficile sterzare a sinistra. Aveva risolto il problema studiando un itinerario che lo portava da casa al laboratorio, e ritorno, senza mai o quasi aver bisogno di girare a sinistra.

Ma i problemi più comuni dei ferrivecchi che guidavamo a quel tempo stavano nella meccanica. Emettevano suoni pietosi quando in movimento e si comportavano come se soffrissero dell'equivalente meccanico di un enfisema polmonare umano. Quanto al colore e alla consistenza del fumo di scarico, in alcuni casi ricordava quello delle antiche locomotive a vapore.

Come è ovvio, la mancanza di soldi impediva riparazioni complete, per cui circolavano varie ricette miracolose per ridare un po' di fiato ai vecchi catorci. Per rimediare alle perdite d'acqua del radiatore, si poteva buttarci dentro un uovo crudo. Mi risulta che la cosa abbia funzionato in un paio di casi, con i buchi che venivano tappati dall "'effetto frittata" dell'uovo che si coagulava nei posti giusti. Per curare i pistoni che sguazzavano nei cilindri come cucchiaini nella tazzina del caffé, la cosa era più complessa e una frittata non sarebbe stata sufficiente. Qui, circolavano varie polverine magiche che promettevano di ringiovanire motori ormai a un passo dalla tomba. In un ambiente di chimici, come quello dove ero io, potete immaginare che queste polverine avevano un fascino particolare. Il solfuro di molibdeno aveva fama di essere efficace in questo senso. Ne ordinammo qualche barattolo per "scopi di ricerca" e parecchie cucchiaiate finirono in vari motori che, in effetti, ne ebbero benefici considerevoli riacquistando, se non proprio la gioventù, almeno una certa capacità di emettere rumori "normali" per un motore a scoppio.

Più tardi, in una carriera di chimico, mi è capitato più di una volta di incrociare problemi di lubrificazione dei motori a scoppio. Ho scoperto che ci sono in commercio svariate polverine che vengono occasionalmente usate anche dagli esperti in lubrificazione. L'opinione generale di coloro che sanno di queste cose è, tuttavia, che le polverine possono essere utili solo in casi molto particolari. Le si possono usare in motori molto usurati o per scopi militari quando una polverina ben piazzata può riportare a casa, bene o male, un veicolo che ha subito la perdita totale dell'olio del motore.

Tuttavia, negli ultimi tempi c'è stato un notevole ritorno di vari "rimedi miracolo" per i motori a scoppio; non solo polveri ma campi magnetici e vari arnesi strani che sono raccomandati sia per ridar vita alle vecchie macchine sia per migliorare le prestazioni delle nuove. In un tempo di crisi petrolifera, la gente si arrangia come può; in un certo senso sembra che tutti siano arrivati all'atteggiamento che avevamo noi studenti squattrinati a Berkeley negli anni '80.

Il problema di questi rimedi magici è che la loro efficiacia è spesso nulla o, al meglio, temporanea. Avrete sentito certamente della storia del "tubo tucker" che prometteva risparmi miracolosi di carburante ma che era un purissimo imbroglio. In quel caso, la magistratura è intervenuta più che altro per via del "marketing piramidale" utilizzato dalla Tucker che sarebbe stato un imbroglio anche se, per caso, il tubo miracoloso avesse funzionato. Più difficile intervenire in casi in cui l'imbroglio non è così palese. Qualcuno vende un aggeggio che promette di migliorare le prestazioni di un motore. E' un imbroglio? Per provarlo bisognerebbe fare delle prove, spendere dei soldi e chi ha il tempo e le risorse? In più se una persona seria si mette a far notare l'impossibilità fisica del funzionamento di certi aggeggi, rischia di vedersi querelato dal venditore e di trovarsi davanti a beghe infinite.

Nella pratica, ultimamente gli aggeggi miracolosi impazzano su internet. Ce n'è uno che è apparso proprio in questi giorni e che fa le solite promesse di aumenti di efficienza, ridotti consumi, eccetera. Non farò il nome di questo aggeggio e della ditta che lo produce (scusate, ma non mi posso permettere le spese legali di una querela per diffamazione.). Mi limito a dire che è basato su raggi infrarossi che dovrebbero "attivare" le molecole del carburante. C'è cascato qualche giorno fa anche il blog "blogecko" e forse anche gli Amici della Terra. Se avete orecchi per intendere, avete inteso.

Ora, per spiegare come mai ritengo che l'aggeggio che non nomino sia un imbroglio dovrei descrivere in dettaglio come mai le cose che raccontano nel loro web site sono del tutto prive di senso. In pratica, ci vorrebbe un sacco di tempo. Quindi, vi racconto una storia differente che vi può aiutare a capire quanto sia difficile fare miracoli tecnologici. Ci vogliono doti particolari per curare i lebbrosi e riattaccare le gambe agli amputati; la ricerca tecnologica è forse un pochino meno difficile ma, se ci costruite sopra una carriera, vedrete che alle volte sviluppare delle buone tecnologie vi sembrerà altrettanto difficile che risuscitare i morti.

Qualche anno fa, sono stato contattato da una ditta che vendeva una polvere lubrificante per ringiovanire i motori. La cosa non era, a priori, un imbroglio per cui ci ho perso un po' di tempo sopra; un po' per curiosità, un po' perché è il mio mestiere. Ho trovato che quello che mi aveva contattato era una persona onesta che, sicuramente, non voleva imbrogliare nessuno. Credeva veramente di avere un prodotto valido. Aveva fatto fare delle prove da una facoltà di ingegneria e avevano trovato che effettivamente la polverina migliorava le prestazioni di una vecchia macchina. Aumentava il rapporto di compressione, miglioravano le prestazioni e i consumi, diminuivano le emissioni. Con questa polvere, sosteneva, si potevano ridurre i consumi di tutto il parco macchine Italiano e scongiurare per molti anni la crisi petrolifera.

Memore della mia esperienza con il solfuro di molibdeno buttato a cucchiaiate nei motori delle vecchie macchine americane, gli dissi che non mi stupivano questi risultati, ma che bisognava vedere quanto erano duraturi, quanto era l'efficiacia su altri tipi di macchine, eccetera. Lui disse che secondo lui la polverina in questione era diversa dai soliti lubrificanti, e che l'effetto era duraturo e definitivo e che, in qualche modo, poteva riparare l'acciaio usurato del motore. Alla fine, commissionò al nostro laboratorio un esame dettagliato. Questo ha voluto dire far girare un piccolo motore per un certo tempo e poi sezionarlo per esaminare le condizioni delle superfici in contatto; cosa alquanto laboriosa come vi potete immaginare.

I risultati furono abbastanza definitivi. La polverina era uno dei tanti lubrificanti di emergenza che aumentano la viscosità dell'olio e, di conseguenza, riducono le perdite di pressione quando i cilindri e i pistoni sono molto usurati. Non aveva nessun effetto su un motore in buone condizioni. Fra le altre cose, sarebbero state necessarie ben altre prove (e altri costi) per verificare se, a lungo andare, la polverina non avrebbe danneggiato i motori o le marmitte catalitiche. Non era un imbroglio: se uno voleva tirar fuori qualche migliaio di chilometri in più da un motore ormai moribondo, ne avrebbe tratto qualche beneficio. Ma i motori moderni si usurano poco e la polvere non avrebbe avuto nessun effetto significativo sui consumi del parco veicolare nazionale. Mi risulta che la polvere sia stata in vendita per un certo periodo ma, alla fine, non se ne è più sentito parlare.

Vi ho raccontato questa storia per farvi vedere come sia difficile migliorare le prestazioni dei motori delle automobili, anche partendo da idee, in principio, non sbagliate e senza voler imbrogliare nessuno. Immaginatevi cosa succede con imbrogli palesi come il tubo tucker o quell'altra cosa a infrarossi strana che è l'origine di questo post e di cui non vi ho detto il nome (che, a questo punto, forse avete localizzato con google).

Purtroppo, quando vengono fuori queste cose, c'è sempre qualcuno che ci casca. Qualcuno che ci crede subito; qualcuno che si dichiara disposto a fare una prova; altri che disquisiscono dottamente sulle caratteristiche quantomeccaniche del trattamento proposto. Se ti azzardi a dire che è un imbroglio, c'è sempre qualcuno che ti aggredisce dandoti di venduto al soldo delle case automobilistche. Eppure, basterebbe dire che se a Roma incontrate uno che vi propone di acquistare il colosseo, non è che perdete tempo a cercare di verificare se per caso quel tale non fosse veramente il proprietario del colosseo. Sapete che è un imbroglio e basta, e lo stesso tipo di atteggiamento vale per i vari arnesi magici di cui stiamo parlando.

venerdì, novembre 23, 2007

Il marketing virale


Qualche tempo fa, su "comedonchisciotte" è uscito un articolo firmato da "Utopico" in cui si accusano sia Beppe Grillo sia Antonio di Pietro di praticare tecniche di "Marketing Virale" nei loro blog.

L'accusa è probabilmente poco fondata in questo caso: né Grillo né Di Pietro sembrano usare tecniche di persuasione particolarmente sofisticate; più che altro hanno cavalcato e continuano a cavalcare proficuamente la leggenda che "i politici sono tutti ladri". Tuttavia, la questione del marketing virale è interessante e vale la pena di approfondirla per cercare di capire cosa ci sta succedendo intorno.

Il nocciolo del viral marketing è in un semplice concetto: mentre nel marketing normale i consumatori sono soltanto dei ricevitori passivi del messaggio, nel marketing virale sono allo stesso tempo ricevitori e diffusori. E' una versione commerciale delle "catene di sant'antonio" che hanno avuto tanto successo su internet. E' evidente il vantaggio per chi riesce a scatenare una catena del genere: con poco sforzo diffonde il suo messaggio a valanga; il problema è come riuscirci.

Nonostante che si parli molto di Marketing Virale, gli esempi in Italia sono molto pochi. Con tutta la buona volontà, riesco a pensarne solo uno: quello della macchina ad aria compressa, la Eolo. Vi sarà arrivato sicuramente il messaggio intitolato "L'auto ad aria compressa è volata via" (lo trovate per esempio qui) dove si racconta che lo sviluppo della mirabolante vetturetta è stato affossato da un complotto dei petrolieri.

E' impossibile dire se questo messaggio sia stato diffuso dalla Eoloauto che ha usato scientemente tecniche di marketing virale. Non si può escludere che qualche persona mentalmente, diciamo, "indebolita" lo abbia inventato e diffuso per sua pura soddisfazione. Comunque sia, in ogni caso, questo messaggio ha giovato immensamente alla visibilità della Eolo che, altrimenti, sarebbe stata soltanto uno dei tanti veicoli a emissione zero che vengono continuamente proposti e - normalmente - ignorati dal pubblico.

Vi posso anche raccontare che so di sicuro che una ditta che conosco ha tentato di fare qualcosa del genere per giustificare il fallimento di un impianto a energia rinnovabile che aveva cercato di costruire. Hanno messo su un "comitato di cittadini per l'energia rinnovabile" il cui unico membro era il presidente e proprietario della ditta in questione (scusate, ma per ovvie ragioni non posso fare nomi). Dopo di che hanno cominciato a mandare in giro messaggi in cui si attribuiva il fallimento a un complotto e si chiedevano più soldi alla ditta. Questo tentativo non ha avuto successo; la reazione a catena non c'è stata.

Questa cosa del marketing virale è estremamente di moda negli ultimi tempi, c'è anche un sito, goviral.com, per esempio, che vi aiuterà a lanciare il vostro prodotto con tecniche virali.

giovedì, novembre 15, 2007

Rifkin: il venditore di olio di serpente

Gli americani parlano di "snake oil" (olio di serpente) per quel tipo di intrugli miracolosi che dovrebbero far bene ai calli, curare il mal di testa, e far andar via anche le emorroidi. Da noi, tendiamo a correlare i venditori di questi intrugli alla ormai storica figura di Vanna Marchi.

Con qualsiasi termine lo si voglia definire, un venditore di intrugli di grande successo è Jeremy Rifkin che continua a imperversare con le sue idee sull'idrogeno. E' un ospite regolare - sempre a pagamento da quello che si sente dire - di conferenze e dibattiti. Ultimamente, lo abbiamo visto come ospite addirittura del parlamento italiano, osannato da quasi tutti i parlamentari.

Così come l'olio di serpente viene detto curare le malattie più svariate, Rifkin ci propone l'idrogeno come rimedio universale dei guai più vari. Se le idee di Rifkin sono grandiose, sono anche molto confuse. Ci sono perlomeno tre concetti che possiamo identificare nella proposta di Rifkin, e forse anche di più.

1. L'idrogeno come mezzo di stoccaggio dell'energia rinnovabile. Questa è un idea nel complesso sensata. L'idrogeno potrebbe essere una delle tecnologie che ci permetteranno di risolvere il problema dell'intermittenza delle fonti rinnovabili. L'efficienza del ciclo dell'idrogeno come stoccaggio energetico non è molto alta e ci potrebbero essere alternative migliori, ma potrebbe funzionare se ci lavoriamo sopra.

2. L'idrogeno come vettore energetico. Rifkin parla di un'analogia fra la produzione di idrogeno e l'Internet. Ovvero, dovremmo tutti produrre idrogeno a casa, essere interconnessi casa per casa con delle tubazioni che trasportano idrogeno e scambiarselo a seconda delle necessità; un po' come facciamo con la posta elettronica. L'idea è sotto certi aspetti affascinante ma, dal punto di vista pratico, è il disastro totale. L'idrogeno è un pessimo vettore energetico; ha una bassa densità volumetrica di energia, rovina i tubi in metallo, è pericoloso da trasportare in bombole, la conversione è energeticamente inefficiente e, soprattutto, i costi di un sistema del genere non sarebbero nemmeno stratosferici; sarebbero interstellari! Insomma un'idea insensata sotto tutti i punti di vista. Tanto più che esiste un vettore energetico molto migliore è che ha già una sua rete di distribuzione: l'elettricità

3. L'idrogeno come sostituto dei combustibili fossili, in particolare nei veicoli stradali. I problemi qui sono molteplici: hanno a che fare con la difficoltà di trasportare l'idrogeno in bombole o sotto forma di liquido criogenico e con la mancanza di un sistema di distribuzione dell'idrogeno come combustibile. Inoltre, l'idea di un veicolo stradale a idrogeno ha senso soltanto se si usano pile a combustibile per convertire l'idrogeno a elettricità, altrimenti sarebbe terribilmente inefficiente. Ma le pile a combustibile utilizzabili su un veicolo hanno moltissimi problemi, fra i quali quello di dipendere da costosi catalizzatori al platino. A parte il costo, non c'è abbastanza platino su questo pianeta per fare abbastanza pile per equipaggiare i veicoli esistenti. I problemi sono molteplici e, apparentemente, estremamente difficili da risolvere: sono più di vent'anni che si fanno prototipi di veicoli a pile a combustibile e ancora non ne esiste uno che sia in produzione. Ciononostante, si continuano a spendere soldi pubblici per ulteriori prototipi.

4. Infine, ci sono vari e vaporosi slogan di Rifkin, come "la terza rivoluzione industriale," l'"economia basata sull'idrogeno" e altri. Ma non bastano gli slogan per fare cose serie.

Va detto anche che nessuno di questi concetti è veramente originale. Rifkin si è limitato a recuperare idee sviluppate da altri ben prima di lui e a impaccarle insieme. Lo ha fatto mettendole in una forma accattivante che andava a soddisfare l'appetito sia del pubblico come dei politici per una soluzione facile e indolore dei gravissimi problemi che abbiamo di fronte. Rifkin, in sostanza, ha fatto soltanto del marketing.

Su questo, è stato veramente bravo. Un grande venditore che è riuscito a vendere l'idea dell'idrogeno come cura universale a tutti i mali del pianeta. E i governi hanno ingoiato non solo l'esca, ma anche la lenza e tutta la canna da pesca. Le idee di Rifkin sono state accettate e finanziate a suon di miliardi senza che ci fosse stato nessun dibattito critico serio su quanto valessero veramente. Una cosa che la dice lunga su come i processi decisionali dei governi siano alla mercé delle mode del momento e su come il nostro destino sia affidato a persone del tutto incompetenti sulle basi tecniche di quello che stanno facendo.

Cosi', in gran parte grazie a Rifkin, l'idrogeno è diventato immensamente popolare nell'immaginazione del pubblico e dei politici. Il risultato è che stiamo impiegando grandi capitali e risorse per inseguire una tecnologia, quella dell'idrogeno come vettore o come combustibile per i veicoli stradali, per la quale ci vorranno perlomeno decenni di lavoro per arrivare a qualcosa di pratico (come ammesso dagli stessi proponenti). Lo stiamo facendo senza nessuna chiara evidenza che ci arriveremo mai e nemmeno che ne valga la pena. Non solo, ma qualsiasi processo produca o faccia uso di idrogeno, anche se parte dai più sudici combustibili fossili, viene visto come qualcosa di buono per definizione. Anche un processo che trasforma combustibili fossili in idrogeno viene a volte definito come "rinnovabile" e addirittura finanziato come tale con soldi pubblici. Tutto questo è stato un grave danno per le tecnologie rinnovabili vere. Un danno paragonabile sotto certi aspetti allo scandalo del CIP6, anche quello il risultato di una voluta confusione fra ciò che è rinnovabile e ciò che non lo è.

Negli ultimi tempi, politici, funzionari e scienziati che si sono impegnati pubblicamente sulle idee di Rifkin stanno cominciando ad accorgersi di aver fatto un'immane fesseria. Purtroppo, non sanno come uscirne senza fare una figuraccia. Il re continua a camminare pavoneggiandosi come se avesse addosso una pelliccia di visone. Ma sta cominciando a rendersi conto di essere nudo.





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