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mercoledì, agosto 04, 2010

La fine della guerra in Iraq

Produzione petrolifera irachena (da Aspo-Netherlands). La produzione negli ultimi tempi è stata in in aumento, ma l'Iraq non è stato - e probabilmente non sarà mai - il paese dell'abbondanza petrolifera come era stato dipinto prima della guerra del 2003.

Si conclude dopo sette anni la guerra in Iraq. Il presidente Obama ha annunciato oggi il ritiro entro Settembre di tutte le truppe americane impiegate direttamente in combattimento. Rimarranno 50.000 "advisors" che se ne andranno anche loro entro la fine del 2011. E' un accordo fra il governo americano e quello iracheno che risale al tempo del presidente Bush.

Cosa resta di sette anni di guerra? Ben poco di tutto quello che si era detto prima della guerra. Le famose armi di distruzione di massa sono risultate un'invenzione, così come i fiori che dovevano accogliere i liberatori occidentali. Saddam Hussein è stato impiccato - probabilmente se lo meritava, ma forse non più di altri dittatori sanguinari che infestano questo pianeta. Gli iracheni hanno adesso delle elezioni, ma il paese rimane dominato dalla divisione settaria fra le due anime religiose del paese: i Sunniti e gli Shiiti. Questa divisione sta provocando una guerra civile ancora ben lontana da arrivare a una conclusione. In queste condizioni, la "democrazia in Iraq" è altrettanto illusoria di quanto non lo fossero le bombe atomiche irachene che si diceva fossero nascoste nei bunker sepolti nel deserto. Per non parlare delle enormi sofferenze degli iracheni, queste per niente illusorie.

Si è detto che la guerra era una "guerra per il petrolio" e più d'uno ha sbandierato l'idea che la conquista dell'Iraq avrebbe portato a un grande aumento della produzione petrolifera e a un forte abbassamento dei prezzi. Questa idea si è rivelata ancora più illusoria di quella delle armi di distruzione di massa. La guerra in Iraq ha inaugurato una nuova fase di prezzi alti del petrolio e la produzione petrolifera irachena non è mai veramente decollata. Al momento è ancora ben lontana dal picco del 1978, raggiunto prima dell'inizio della guerra Iran-Iraq. Trent'anni di guerra praticamente ininterrotta non hanno fatto bene alle infrastrutture petrolifere irachene e, secondo alcuni, potrebbero aver irreparabilmente danneggiato alcuni dei pozzi più importanti.

Può darsi, come dice qualcuno, che ci sia ancora un grande potenziale petrolifero inesplorato all'Ovest del paese. Può darsi; ma ci sono buone ragioni geologiche per dubitarne. Ma si sa che quando si parla di petrolio si parla spesso di sogni e di fantasmi. Questo grande potenziale petrolifero potrebbe essere altrettanto illusorio quanto tutte le altre illusioni di cui si è parlato in questa guerra - una vera serie di miraggi nel deserto.

Certo, se lo scopo degli Americani era di dimostrare la loro potenza militare, ci sono riusciti molto bene con questa guerra. Sono riusciti anche, e forse ancora meglio, a dimostrare la potenza del loro apparato propagandistico. Riuscire a convincere praticamente tutti dell'esistenza di "armi di distruzione di massa" inventate di sana pianta è stato un risultato non da poco; un vero trionfo di quello che oggi si chiama l'industria della "costruzione del consenso". Ancora maggiore è stato il fatto di poterla fare franca dopo aver imbrogliato tutti in quel modo. Anche questa è un'illustrazione del concetto che le balle sono tanto più credibili quanto più sono grosse.

Rispetto a sette anni fa, sono cambiate molte cose. C'è stato, probabilmente, il picco globale del petrolio nel 2008, c'è stata l'impannata dei prezzi arrivati a quasi 150 dollari al barile, c'è stata la grande crisi finanziaria del 2009 - che non è ancora finita. Il mondo di oggi è completamente diverso da quello che, nel 2003, contemplava come credibili le previsioni di una guerra che "sarebbe durata cento anni" o addirittura la "guerra infinita."

Nelle condizioni economiche in cui si trova oggi l'Occidente sarebbe impossibile impegnarsi in una nuova guerra importante, anche solo di una settimana - per non parlare di una "guerra infinita" (o di cento anni). Forse è per questo che, miracolosamente, ultimamente non si sono viste nascere nuove guerre. Le ultime convulsioni di qualche importanza sono state la guerra fra Russia e Georgia dell'Agosto del 2008 e l'attacco a Gaza da parte di Israele, cominciato il 27 Dicembre del 2008. Il 2009 non ha visto cominciare nessuna nuova guerra e - per ora - nemmeno il 2010. Rimane attiva la guerra in Afghanistan, ma sembra sempre di più che si cerchi di finirla anche con quella.

Chissà che questo periodo di relativa pace non sia dovuto anche in parte al picco del petrolio. In effetti, per fare la guerra ci vogliono risorse e la risorsa principale per la nostra società è il petrolio. Meno petrolio, meno guerre? Può anche darsi; nel qual caso si potrebbe dire che non tutti i mali vengono per nuocere. In ogni caso, siamo a quasi due anni senza nuove guerre. Facendo i dovuti scongiuri, speriamo che continui così.





ATLANTA — Nearing a milestone in the long and divisive Iraq war, President Barack Obama on Monday hailed this month's planned withdrawal of all U.S. combat troops — "as promised and on schedule" — as a major success despite deep doubts about the Iraqis' ability to police and govern their country.

Portraying the end of America's combat role in the 7-year war as a personal promise kept, Obama said Iraq will have 90,000 fewer U.S. troops by September than when he took office — a steady homeward flow he called "a season of homecomings." But there could still be more fighting involving U.S. forces.

"The hard truth is we have not seen the end of American sacrifice in Iraq," the president said in a speech to the national convention of the Disabled American Veterans. "But make no mistake, our commitment in Iraq is changing — from a military effort led by our troops to a civilian effort led by our diplomats."

A transitional force of 50,000 troops will remain, down from the peak of 170,000 in 2007. Their mission will be to train and advise Iraqi security forces, protect U.S. civilians, manage the chain of supplies and equipment out of Iraq and conduct counterterrorism operations.

Those soldiers and Marines will remain in harm's way and will be likely to engage at times in some form of fighting. Iraqi commanders will be able to ask the U.S. for front-line help.

All American troops are to leave Iraq by the end of next year, as mandated under an agreement negotiated before Obama took office, between the Iraqis and President George W. Bush.

Continua a questo link

martedì, luglio 06, 2010

Smettere di esplorare in Arabia Saudita


Non so cosa ne pensate voi, ma io credo che non gli si può dare certamente torto.


Riadh (Zawya, Dow Jones). Il re saudita Abdullah ha ordinato di fermare le esplorazioni per conservare la ricchezza degli idrocarburi per le future generazioni nel paese che è il massimo esportatore di greggio, così ha detto l'agenzia di stampa ufficiale saudita (SPA) questo Sabato.

"Stavo andando a una riunione di gabinetto e ho detto ai convenuti di pregare Dio Onnipotente di dare a tutti una lunga vita," ha detto il Re Abdullha agli scienziati sauditi che studiano a Washington, secondo la SPA

"Ho detto loro che ho ordinato di fermare tutte le esplorazioni petrolifere, cosicchè parte della ricchezza sarà conservata per i nostri figli e successori, a Dio piacendo," ha detto. Un esponente del ministero del petroli, che non ha voluto essere nominato esplicitamente, ha detto al reporter di Dow Jones, Zawya, che l'ordine del Re non è stato una proibizione totale, ma piuttosto che le esplorazioni future dovranno essere portate avanti con saggezza.


Saudi King: Halt To Oil Exploration To Save Wealth
RIYADH (Zawya Dow Jones)--Saudi Arabia's King Abdullah has ordered a halt to oil exploration operations to save the hydrocarbon wealth in the world's top crude exporting nation for future generations, the official Saudi Press Agency, or SPA, reported late Saturday. "I was heading a cabinet meeting and told them to pray to God the Almighty to give it a long life," King Abdullah told Saudi scholars studying in Washington, according to SPA.
"I told them that I have ordered a halt to all oil explorations so part of this wealth is left for our sons and successors God willing," he said.
A senior oil ministry official, who declined to be named, told Zawya Dow Jones the king's order wasn't an outright ban but rather meant future exploration activities should be carried out wisely.

venerdì, luglio 02, 2010

Geopolitica degli idrocarburi. Istruzioni per l’uso



Prefazione al libro di Stefano Casertano "Oro Blu. La contesa del gas tra Cina, Russia ed Europa", di prossima pubblicazione da Fuoco Edizioni e da cui sono tratte le espressioni virgolettate nel testo.



created by Massimo Nicolazzi


Unconventional. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto grosso modo 250 miliardi di metri cubi di gas naturale “non convenzionale”; e dunque di gas “tight”, gas da shale (scisti), e gas da letto di carbone (“CBM”). Tralasciamo l’approfondimento tecnico. A nostri fini, basta sapere che e’ tutto gas che fino a qualche anno fa non si riteneva possible produrre. Un libro non pubblicato, per parafrasare Goethe, e’ un libro non scritto. Un gas che non si puo’ produrre e’ un gas che non c’e’. Poi pero’ un po’ alla volta hanno imparato a stamparlo; e adesso c’e’, e tanto. 10 anni fa, lo avremmo contato zero e avremmo scritto magari tremanti dell’imminente pesante dipendenza degli Stati Uniti dal gas straniero. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto piu’ della Russia (ma magari in prima pagina non l’avete trovato), hanno importato meno del 10% del consumato, e il volume di unconventional che hanno prodotto equivale grosso modo al 100% del volume di gas naturale esportato dalla Russia nel corso dell’anno.

Europa. Dice che qui tra ambientalisti e permitting e (forse) anche una diversa qualita’ delle risorse col cavolo che l’unconventional si riuscira’ mai a produrlo. Pero’ non c’e’ nessuno che dica che non c’e’. World Energy Outlook, 2009, p. 413 : “unconventional resources in OECD Europe are large enough to displace 40 years of imports of gas at the current level, assuming recovery rates in line with those in North America”. Magari e’ una bufala peggio dell’idrogeno. Pero’ se anche fosse solo in parte vera ti cambia il mondo. La Polonia Texas d’Europa. I pellegrinaggi che riscoprono Czestochowa e snobbano Baku, per non parlare di Ashkhabad. Suppongo a qualcuno verrebbe da parlare di rivoluzione geopolitica. In realta’ aveva solo sbagliato scenario. Quando proiettiamo il domani, non facciamo spesso che proiettare l’oggi. Business as usual.

Prima istruzione per l’uso. Le risorse naturali preesistono alla politica, e qualche volta la modellano. I combustibili fossili non si formano nelle viscere dei Dipartimenti di Stato e anche se la dinamica dei fluidi e’ infinitamente piu’ noiosa della politica estera (o forse solo assai piu’ complicata...) non sarebbe male ricordarsi di premettercela. Che poi ne escano modelli con troppe variabili per consentire una predizione dovrebbe essere solo normale. Nel futuro non c’e’ niente di solito.

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La guerra del gas . E quelle del petrolio. Produttori contro consumatori. Ricatti e complotti e conflitti. In realta’ non funziona. Gli idrocarburi fino alla fine della seconda Guerra mondiale erano essenzialmente made in the U.S.A. Negli anni trenta dell’altro secolo gli Stati Uniti arrivarono da soli ad oltre il 60% della produzione mondiale. Poi si scopri’ che la maggior parte di quello che non era in America sembrava quasi per contrappasso essersi andato a depositare lontano dalla Democrazia. Di qui, soprattutto dalla crisi del 1973, lamenti e allarmi e paure per la nostra dipendenza. Facendo magari finta di non capire che chi produce ha spesso piu’ bisogno di chi consuma che non viceversa, perche’ al netto della partita energetica il suo PIL rischia l’invisibilita’ e la sua bilancia dei pagamenti si mette a funzionare solo su un piatto (quello delle importazioni). Togliete gli idrocarburi ad Ahmadinejad e poi vediamo come paga le pensioni (tutti sicurissimi che il nucleare lo faccia con finalita’ prioritariamente belliche?). Togliete la partita energetica all’amico Russo e ne avrete mutato in recessione lo sviluppo interno dell’ultimo decennio. La chiusura selettiva dei rubinetti sin qui si e’ risolta nel chiudere a chi non pagava e quando ne mancava (2005) nel chiudere selettivamente a chi pagava meno. Che poi in entrambi i casi si trattasse di soggetti statali gia’ appartenenti all’orbita sovietica magari da’ il sospetto che fosse complotto imperiale; pero’ da’ anche la certezza che la crisi aveva radici nel collasso economico interno. “La via del gas russo non e’ necessariamente una minaccia”; e un modo proficuo per provarsi a leggere la politica russa da Putin in poi puo’ assumere le lenti del tentativo di diversificare le fonti di prodotto interno, e leggere come priorita’ dell’Amministrazione russa, prima e piu’ che di quelle europee, la necessita’ di ridurre la propria dipendenza energetica. Se bastassero riserve e rendita petrolifera a garantire sviluppo Nigeria e Congo sarebbero Paesi ricchi.

Seconda istruzione per l’uso. Per i produttori l’idrocarburo non e’ (di regola) strumento diretto di politica, ma strumento di finanziamento della politica. Se il prodotto interno e’ largamente tributario della produzione di idrocarburi non puoi privarti del loro reddito. Poi, dato che il mondo e’ ormai un grande mercato, e proprio per questo, puoi permetterti di fare il selettivo. Gli arabi potevano proclamare l’embargo a Stati Uniti ed Olanda, che alla fine il loro greggio ci arrivava comunque attraverso quelli cui l’embargo non si applicava. Chavez puo’ proclamare la priorita’ politica della destinazione del suo greggio, che in pratica vuol solo dire che dove non vende lui vendono gli altri, e l’importante alla fine e’ che si riesca a vendere tutti. Senza produrre ed esportare non ti paghi ne’ il missile ne’ la pensione. Non puoi permetterti l’embargo del petrolio o la guerra del gas. Al piu’, puoi usare petrolio e gas per finanziarti la guerra.

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Uovo e gallina. Senza il petrolio non ci sarebbe l’automobile. Falso. Il motore di Otto era progettato per andare a (gas di) carbone, e il motore di Diesel a vegetali. Il primo motore a combustione interna, quello di Barsanti e Matteucci, addirittura a idrogeno. Poi e’ vero che senza il petrolio e la sua densita’ non avremmo cosi’ compiutamente sviluppato la premessa della globalizzazione, e dunque la civilta’ dell’automobile ovvero della mobilita’ incondizionata, da punto a punto, di uomini e merci. Pero’ l’intensita’ e la modalita’ dell’applicazione del petrolio, in un secolo nel quale il suo maggior problema era che ce n’era sempre troppo, era spronata o frenata dal consumo, e non dalla produzione. Nella vita tutto e’ concausa; ma incluse le crisi del 1973 e del 1980 e’ sempre stato molto piu’ lo sviluppo americano a determinare la produzione dello sceicco di quanto lo sceicco non abbia determinato i consumi americani. Il mercato, diceva qualcuno, lo fa la domanda; e a volte e’ persino vero.

Terza istruzione per l’uso. La tua capacita’ di approvvigionamento energetico e’ anzitutto funzione del tuo mercato e del tuo sviluppo interni. “Le pipeline definiscono relazioni industriali e politiche”. Dalla Guerra (nel senso ottocentesco, e non in quello iracheno) come forma necessaria del rapporto di dominio al Mercato (licenza retorica, e pure grondante... “scambi commerciali” sarebbe, nella sua modestia, piu’ esatto) come forma necessaria della coesistenza. Con la conseguenza , tra l’altro, che dopo che nel secolo scorso ti e’ infine (faticosamente) riuscito di chiudere i Ministeri della Guerra, il nuovo paradigma di relazione magari adesso consiglierebbe se non di smagrire almeno di ripensare Dipartimenti di Stato e Farnesine. Non basta ribattezzare la diplomazia “cooperazione internazionale”, o simili. Magari la diplomazia aiuta. Pero’ non risolve. Perche’ la tua principale fonte di sicurezza energetica non e’ la brillantezza o il peso militare della tua politica/proiezione estera. La tua sicurezza energetica e’ anzitutto la tua capacita’ di produrre ricchezza interna. Se mai vi sara’ competizione per risorse scarse, il vantaggio competitivo pendera’ tutto dalla parte di chi sapra’ finanziarsene l’acquisto. La “sicurezza” tributaria della “ricchezza” (e se pensate alle tragedie d’Africa, verrebbe quasi da dire che e’ sempre stato cosi’). Non e’ a partire dalla politica estera, ma dal PIL e dalla sua crescita che si modelleranno, se mai, le forme di una assai ipotetica futura competizione eurocinese per il gas russo. ( Che poi magari la scarsita’ nel breve neanche la intravvedi,e di gas ce ne e’, e tanto, e per secoli. Magari moltiplichiamo il nucleare, che col gas ci compete. Magari le rinnovabili diventano una meraviglia anche economica, o finanche l’idrogeno roba seria. Magari per tecnologia e per cultura abbattiamo i consumi fossili molto prima del previsto. .. La casistica delle possibili deviazioni dal business as usual tende per definizione all’infinito).

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La scrittura di “Oro Blu”, pur conoscendole, non esplicita le istruzioni per l’uso. Sceglie di narrare e di narrarsi per altra via, apparentemente piu’ ligia all’estetica classica della politica estera. Cinematograficamente, e’ (quasi) una soggettiva. Perche’ l’estetica classica resta comunque lo strumento piu’ diffuso della percezione. E perche’ le parole della politica estera sono le forme del consenso interno. Un governante produttore che dicesse che gas is just money, oltre a durare pochissimo, fertilizzerebbe per reazione protezionismo e hybris nazionale. L’estetica classica richiede che al governato ed al governante ci si indirizzi in forme piu’ rispettose del consenso e della cultura nazionale. “Sembra quasi che la Russia, per esprimere il suo carattere positivo e costruttivo, debba ancora prendere consapevolezza delle sue enormi potenzialita’ come Potenza industriale e economica...tornera’ ad essere un grande Paese, ma dovra’ avere abbastanza fiducia in se’ stessa da mettersi in gioco nella societa’ aperta”. Detta cosi’, vorrebbe andare dalla stessa parte; e rischia pure di arrivarci prima.

lunedì, giugno 07, 2010

L'EROEI della guerra


Michael Klare l'ho conosciuto e mi è parso una brava persona, molto bene intenzionato e ben preparato. Ma la sua idea che andiamo verso un periodo di "guerre per le risorse" non la condivido troppo.

Io credo che anche la guerra - come la produzione di energia - sia soggetta alla dura legge dell "EROEI", il ritorno energetico dell'energia investita. Di risorse ce ne sono sempre di meno, quindi le guerre rendono sempre di meno. Vedete com'è andata a finire l'invasione dell'Iraq. L'EROEI della guerra scende sempre di più ed è ormai abbondantemente sotto l'unità per quanto riguarda le guerre per il petrolio.

Ma la gente non si rassegna ad abbandonare le cose che funzionavano nel passato.E allora, per far rendere la guerra ancora qualcosa, si cerca di aumentare l'efficienza della guerra stessa - è una reazione tipica in tutti i campi. Aumentare l'efficienza della guerra vuol dire usare armi più efficienti: più letalità per lo stesso costo. Vuol dire anche lasciar perdere le regole e concentrarsi sui risultati. Ovvero, in pratica si tratta di essere più brutali - molto più brutali.

La brutalità della guerra l'abbiamo vista aumentare constantemente negli ultimi anni. Vi ricordate dei tempi in cui le guerre si dichiaravano prima di farle? Avete più visto una guerra dichiarata? Vi ricordate di quando si applicavano le convenzioni di Ginevra ai prigionieri? Se la guerra non è dichiarata, non esistono prigionieri e quindi le convenzioni non si applicano. E tante altre piccole regolette che una volta si rispettavano e che rendevano la guerra un tantino meno brutale. La guerra, allora, si sparpaglia in miriadi di piccole azioni a basso costo e ad alta efficienza. Droni o kamizaze che siano, hanno in comune il fatto di non prendoere prigionieri. 


Va a finire che le guerre non si fanno nemmeno più per le risorse ma semplicemente per la sopravvivenza. E queste sono sempre state le più brutali di tutte. Ultimamente sembra che abbiamo visto qualche nuovo picco di brutalità - non saranno certamente gli ultimi.

venerdì, febbraio 12, 2010

La questione mediorientale




created by Toufic El Asmar


L'acqua è una delle risorse oggetto dei tanti conflitti in corso; Israele si trova in un'area particolarmente sensibile priva di acqua "in abbondanza". Il Mar Morto è calato di brutto in questi ultimi 10 anni, e già nel 2007 quando andammo io ed Ugo in Giordania, constatammo di persona quanto l'area sia vulnerabile. Basta considerare inoltre che la Giordania sfrutta le sue acque reflue per ricavarne acqua per irrigazione e da bere, dopo costosissime depurazioni; La Siria non vive meglio il problema dell'acqua. Nemmeno il Libano che è sempre stato considerato ed è ancora tuttora il serbatoio (se non l'unico serbatoio) di acque nel Medio Oriente. Recenti studi di colleghi miei Libanesi hanno dimostrato un netto inquinamento delle falde sotterranee, per eccesso sovrauso e quindi abbassamento della falda e penetrazione dell'acqua di mare.
Esiste un conflitto sull'acqua del Libano sia da parte Siriana che da parte Israeliana; noi cerchiamo di accontentare tutti ma con la crescita demografica e l'aumento della domanda, mi chiedo se sarò possibile evitare nuovi conflitti.....
                                                                                                    Toufic



Da Libanese e da Medio-orientale che subisce la questione Palestinese, detta anche conflitto Arabo - Israeliano da quando è nato, dissento dal meccanismo mentale (in termine politico e geo-politico) che guida spesso le discussioni e le analisi del conflitto Medio-orientale (e non solo). Cercherò di spiegarmi con un pò di ordine.

1- Obama e premio Nobel: francamente la nomina non mi ha affatto sorpreso, figuriamoci era stato dato il premio Nobel a Yasser Arafat (Abou Ammar) e a Shimon Perez; perché? Perché avevano firmato un trattato farsa che tutti avevano chiamato trattato di Pace. Ma intanto non c'era mai stata Pace, anzi, ad Israele facevo comodo una specie di soluzione per togliersi dalle spalle il controllo di un territorio sempre più incontrollabile e soprattutto costosissimo per il bilancio della sicurezza e della difesa israeliana; inoltre faceva fare bella figura ad Israele, dato che dopo un pò sia l'economia che il turismo avevano registrato un salto di qualità finché non era saltato di nuovo l'equilibrio.
Il trattato andava benissimo anche ad Arafat; rifugiatosi in Tunisia a metà anni ottanta dopo l'invasione Israeliana del Libano, Arafat fu cacciato da Beirut e si rifugiò a Tripoli (Libano), che era sotto l'influenza Siriana; Arafat si mise contro la Siria e dopo un annetto circa fu cacciato via anche da lì e si rifugiò, con la sua cricca di assassini e mafiosi, a Tunisi.
Quello che è successo dopo è solo storia. Obama, probabilmente, ha ottime intenzioni per risolvere il cosiddetto problema Palestinese. Ma è davvero "un problema Palestinese?" Siamo sicuri che è Obama da solo a decidere la strategia internazionale degli Stati Uniti? Siamo sicuri che Obama abbia carta bianca su tutte le questioni che riguardano gli interessi degli Stati Uniti nel Mondo, in particolare quelli Energetici?Secondo me la nomina di Obama non è niente altro che una specie di incoraggiamento ad un uomo che sta portando un cambiamento (in primis) culturale negli USA. Un presidente nero- Afro-Americano (come dire un Papa nero a Roma) e per giunta progressista.

2- Guerra in Afghanistan: Ci sbagliamo tutti se crediamo o pensiamo che questa guerra sia iniziata con George W. Bush; la guerra in Afghanistan è iniziata quando nel pieno della guerra fredda, Americani e Russi capirono l'importanza dei giacimenti di Gas nel Mar Caspio. L'ex URSS occupò l'Afganistan, per il semplice motivo che non poteva permettere un controllo USA dell'area ed anche perché il suo meccanismo economico monopolista iniziava a dimostrare le crepe (e tutti sappiamo che quando una Nazione "forte" inizia a soffrire seriamente i suoi problemi economici, cerca altre aree o regioni per assicurarsi le risorse delle quali ha bisogno).
La resistenza Afghana era riuscita a vincere perché fortemente appoggiata dagli USA ma anche dai petrodollari dell'Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo. Dai rimasugli di tale appoggio nasce Al Quaeda; successivamente arrivano i Talebani che prendono in mano il potere in Afghanistan, perché i cosiddetti "resistenti" non facevano altro che scannarsi "tra l'altro ammazzando altri musulmani, uomini donne e bambini".
Posto che veramentel'attentato 9/11 alle Torri gemelle di New York, sia stato opera di AlQuaeda, gli strateghi USA hanno colto l'occasione per rafforzare la loropresenza e quindi la loro pressione nell'ambito delle trattative incorso per il passaggio del Gasdotto dal Mar Caspio attraverso l'Afghanistan (ricordiamoci delle trattative Amministrazione USA e Talebani, ricordiamoci di quelli con l'Iran o tra Iran e Talebani, e cosi via).
Questa situazione oggi non è cambiata, anzi è di strategica importanza per USA, Iran, Russia, Europa. Quindi Obama non può e nonpotrà mai cambiare strategia in Afghanistan finché una soluzione -accordo non sarà raggiunta su come, quanto, quando, a che costi e a quanti guadagni ci saranno dal Gas del Mar Caspio. Di seguito passo un link preso dalla rete, che fa capire l'importanza strategica dell'intera regione e delle risorse energetiche per tutto il Mondo Industrializzato:
http://temi.repubblica.it/UserFiles/Image/limes/Carte/gas_tre_mari800.jpg

3- IRAN - USA: dal primo giorno di successo della "rivoluzione" di Khomeini, due linee geopolitiche si erano delineate in modo estremamente chiare:
- la volontà Iraniana di egemonia sull'intera Area che va dal Mar Caspio al Golfo di Aden, al Medio-Oriente
- la volontà USA di contrastare le politiche dei Mullah Iraniani, mantenendo e rafforzando il controllo e quindi la sua egemonia sulla stessa area.
Da lì nascono nuovi conflitti: l'invasione dell'Iran da parte di Saddam Hussein e la conseguente guerra-carneficina; la nascita di Hezbollah in Libano (in concomitanza con l'invasione Israeliana e la cacciata dei Palestinesi da Beirut verso Tunisi); e molto dopo la nascita di Hamas (fortemente appoggiata all'inizio da Yasser Arafat) e l'attuale conflitto inter-Palestinese; la guerra settaria tra Sunniti e Sciiti in Iraq; la guerra Israele-Hezbollah nel 2006; l'attacco di Hezbollah ai Sunniti di Beirut (quindi agli interessi dell'Arabia Saudita e degli USA in Libano) nel 2007; l'attacco a Hamas (con il beneplacito di OLP, Egitto, Arabia Saudita ed altri Paesi del Golfo, ...), e infine l'attuale conflitto interno nello Yemen trail governo Sunnita e la minoranza Houti vicina agli Sciiti.
A quanto pare il massacro dei musulmani non è solo opera di americani, europei e Israeliani, ma è anche un "bel" lavoro inter-musulmano. Leggendo le statistiche vi potete rendere conto di quanto i musulmani stessi delle diverse confessioni sono incredibilmente bravi a mietere più vittime (tra uomini, donne e bambini) in un giorno di quanto potesse fare un semplice pilota Top-Cretin americano.
Infine, non ci dimentichiamo che questo conflitto USA - Iran si è trasformato in un conflitto settario regionale tra i Sunniti Wahabiti dell'Arabia Saudita ed i Sciiiti dell'intera area Mediterranea che si ricordano ancora ad oggi in modo tragico dell'assassinio di Hossein e di Ali a Karbala, nel 680 D.C.
Forse vale la pena parlare un pochino anche del "Wilayat Al Faqih" ossia la nazione del Mahdi, dove esiste un solo rappresentante del Mahdi (in sua assenza, dato che è atteso il suo ritorno), e che unisce tutti gli Sciiti del Mondo. Secondo il dogma Khomeinista, in tale Nazione, tutte le confessioni e le popolazioni saranno protette eguidate non solo dalla Shari'a, ma anche dalle decisioni "sagge e giuste" del Wali o del Mahdi stesso. Hezbollah, è il braccio armato del "Wilyat al Faquih" in Libano, ma anche questa è un altra storia. A tale dogma si oppongono gli Sciiti seguaci di Al-Sistani (Iraq equalcuno in Libano), i Sunniti del Mondo Arabo (Hamas rimane sempre unmovimento Sunnita, che per semplice opportunismo è alleato all'Iran).
La questione nucleare non si basa sul fatto se l'Iran ha o non ha armi nucleari; essa è un capitolo del conflitto IRAN - USA per il controllo e la gestione della Sicurezza della aree citate prima. Ovviamente nessuno può assicurare in modo assolutamente netto se l'Iran ha o non ha la possibilità di svilupparsi armi "atomiche" come India e Pachistan o "Nucleari" come Israele.

4- La questione Palestinese : lo Stato di Israele è nato dopo un conflitto mondiale durante il quale gli Europei si sono dimostrati maestri di genocidi e assassini di massa; ha dichiarato la sua indipendenza nel pieno del primo conflitto arabo-israeliano durante il quale molti Palestinesi furono spinti dagli attuali regimi arabi a lasciare la Palestina per rientrarci da trionfatori. Certo gli ebrei in quel conflitto hanno fatto la loro parte ... dovessimo ricordarci del massacro di Dei Yassin (9 Aprile del 1948) ad opera dell'Irgun comandati da Menachem Begin (primo ministro Israeliano dal 1977 al 1983, in concomitanza dei massacri di Sabra e Chatila in Libano); Israele da quei tempi non ha smesso di sentisi minacciata dagli Arabi (Gamal Abdel Nasser, per pura propaganda diceva sempre: "getteremo Israele nel mare") e quindi attaccava o si difendeva dagli arabi; oggi Israele si sente ancora più minacciata di prima per tanti motivi:
- l'incremento demografico della popolazione palestinese, motivo principale che aveva spinto Ariel Sharon a ritirarsi dalla striscia di Gaza;
- l'incremento delle minacce anche se a parole da parte dell'Iran; Ahmadinejad non smette mai di dire ciò che diceva Abdel Nasser "Israele sarà distrutta, sarà buttata nel mare" ecc...
- l'incremento delle minacce armate da parte di gruppi sempre più agguerriti, meglio addestrati e fortemente armati come Hezbollah sulla frontiera Nord con il Libano o (una volta) Hamas alla frontiera Sud con la Striscia di Gaza
- l'incremento delle capacità di Paesi Islamici non moderati come Pachistan e Iran nell'avere le conoscenze tecnologiche e scientifiche(almeno) per costruirsi armi atomiche o nucleari.

Oggi lo stato di Israele sta portando avanti una politica estremamente aggressiva:
- rafforzare la sua struttura militare di deterrenza e di attacco (una prossima guerra di Hezbollah contro Israele sarà o potrebbe essere estremamente devastante soprattutto per il Libano, perché questa volta Israele è decisa a farla finita e a rendere tale guerra ... l'ultima guerra. Questo distruggerà non solo gli Hezbollah ma tutto il Libano)
- rafforzare i suoi confini (anche con il muro, che sembra abbia dato i risultati sperati ossia fermare al 99% qualsiasi tentativo di attacco Kamikase)
- migliorare le sue condizioni demografiche (nel senso di distribuzione etnica) e delle sue carte nell'ambito delle trattative di Pace: coprire tutte le aree di interesse strategico militare-religioso, con l'insediamento dei coloni; incrementare e consolidare il controllo su Gerusalemme mediante l'occupazione forzata di molti quartieri Arabi (sono mesi che gli abitanti arabo cristiani emusulmani vengono cacciati dalle loro case mediante l'uso di strumentie decisioni dei tribunali).

Non si può dare la colpa solo ad Israele, sarebbe del becero idealismo. Arafat nell'ultimo anno della sua vita aveva liberato tuttigli assassini dalle sue carceri, aveva rifiutato l'offerta di Clinton e di Ehud Barak (avere metà Gerusalemme come capitale della Palestina), aveva aizzato di nuovo la rivolta, non aveva mai controllato i suoi che erano diventati deri veri corrotti e corruttori; lui chiedeva l'impossibile ossia il ritorno della diaspora in Palestina (quasi due milioni di persone da mettere in un fazzoletto di terra).
L'OLP post - Arafat, non ha fatto di meglio e la sua guerra con Hamas è devastante per la popolazione Palestinese ... qualcuno di voi ha mai visto i massacri che si sono commessi i palestinesi (musulmani) gli uni contro gli altri? Youtube ne è piena ... videofatti dagli stessi militanti mentre si ammazzavano.Oggi esiste un problema del quale nessuno parla, la Diaspora Palestinese, presente in quasi tutti i Paesi confinanti con Israele, e che si trovano confinati in campi miseri, senza strutture, servizi e possibilità di lavoro e futuro. Cosa fare di questa popolazione? Sono quasi 2 milioni, solo in Libano ce ne sono circa 400.000.
Nessun Paese arabo è disposto a dare loro la cittadinanza ossia "Nazionalizzarli".
Cosa fare di questa bomba ad orologeria? Può un Paese fragile come il Libano sostenere una "Nazionalizzazione" di 300.000 - 400.000 nuovi Musulmani? Quanti di questi 2.000.000 accetterebbero di andare in Palestina sapendo che farebbero una vita più misera di quella dove vivono oggi?

Non è assolutamente facile parlare di Medio-Oriente, tanto meno quando si tratta di Palestina. Prima di spendersi in parole come "Palestina Libera", "Morte ad Israele", "giusto o non giusto dare il premio a Obama" ecc... sarebbe tempo di iniziare a proporre soluzioni più serie, per qui i casi sono due la fine di Israele o la fine dei Palestinesi come entità geopolitica indipendente. Non sarebbe meglio capire e affrontare il problema nel suo insieme e proporre il compromesso? Per il bene di tutti gli uomini, donne e bambini.

domenica, novembre 09, 2008

Un'idea forte

created by Armando Boccone


In questi ultimi giorni c’è stato uno scambio di e-mail fra gli amici della lista a proposito del modo in cui procedere affinché si possano risolvere i gravi problemi che si intravedono all’orizzonte.
Alcuni hanno detto che è importante costruire macchine più efficienti mentre altri sostengono che sia sbagliato consumare enormi risorse in una corsa all’efficienza se poi non si chiude con certi modelli di produzione e di vita (cioè, se non si chiudono i cicli).

Si è parlato del paradosso di Jevons e della necessità di ridurre il peso del mercato, perché questo si basa sulla crescita infinita mentre il mondo è finito. Si è parlato del rapporto con i giovani e di come passare i messaggi sulla futura situazione in campo energetico e non solo. Si è prospettato la riduzione della giornata di lavoro e si sono fatte altre analisi e proposte.
Le varie proposte e analisi, anche se a prima vista sembravano escludersi, in realtà si completavano e arricchivano a vicenda.

Cosa porterà ad uno sblocco della situazione, per far si che si sviluppino le fonti energetiche rinnovabili, che si prendano a cuore le dinamiche demografiche, che si eliminano i consumi che servono solamente ad incrementare il PIL, ecc. ?
E’ necessaria un'idea forte e condivisa che “agiti” le persone e dia un senso alle tante piccole e grandi azioni.

A tale riguardo ho pensato a quello che è successo negli Stati Uniti dopo la crisi del 1929. Crollò la produzione e si creò una disoccupazione spaventosa. Con la Tennessee Valley Authority act e con altri provvedimenti messi in atto dall’amministrazione Roosevelt non si riuscì a superare la crisi. Verso la fine degli anni trenta la produzione era ancora circa il 75% di quella di prima della crisi.
Per superare la crisi era necessaria una idea forte che però non si vedeva all’orizzonte.
L’amministrazione Roosevelt la ottenne su un piatto d’argento dal Giappone il 7 dicembre 1941 con l’attacco alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawai.
Ho letto infatti da più parti che a Roosevelt tutto ciò non dispiacque.
Solamente con l’entrata nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti superarono la crisi iniziata col 1929.
Ma quale fu l’idea forte che rese possibile tutto ciò? Erano le idee della guerra, della difesa dei confini nazionali, della difesa del proprio spazio vitale, ecc. Bisognava produrre più acciaio per fare navi, aerei e carri armati per difendere la nazione dall’attacco giapponese; bisognava produrre più grano, più carne, più scarpe, più vestiti, ecc. con cui alimentare ed equipaggiare le truppe. Queste idee sono forti perché avevano alle spalle 4.500 anni di storia e quindi facevano stabilmente parte del bagaglio culturale umano. Vennero infatti a maturazione circa 4.500 anni fa nella bassa Mesopotamia, quando le città-stato della civiltà sumera cominciarono a risolvere con la guerra i problemi di espansione e/o difesa del proprio spazio vitale.

A proposito invece della crisi provocata dagli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del Pleistocene, circa 12-15 mila anni fa: i radi gruppi umani, in conseguenza degli sconvolgimenti climatico-ambientali di cui si è detto, correvano il rischio di estinguersi. Quale fu l’idea forte che portò alla soluzione di questa crisi?
Era necessario un incremento demografico per risolvere la crisi e questo si ottenne sostituendo la caccia e raccolta con la coltivazione delle piante e l’allevamento degli animali. Il passaggio dalla caccia e raccolta all’agricoltura e alla pastorizia non avvenne contemporaneamente su tutta la terra ma prima in certi luoghi e successivamente in altri, avvenne con gradualità, con situazioni intermedie, alle volte con forti progressi e alle volte con arretramenti, con aspetti diversi in relazione al diverso contesto ecologico e culturale in cui avveniva.
Con la coltivazione delle piante e con l’allevamento degli animali il territorio era in grado di sostenere un numero maggiore di individui. Le condizioni di vita però peggiorarono con queste nuove forme di sostentamento ma fu superato il rischio di estinzione dei radi gruppi umani. I gruppi umani che vivevano di caccia e raccolta erano formati da circa trenta persone fra uomini donne e bambini ma l’ambiente venuto fuori dopo gli sconvolgimenti di cui si è parlato avrebbero potuto sostenere gruppi ancora più piccoli se si fosse praticata ancora la caccia e la raccolta. Infatti si ritirarono enormemente le savane e le praterie e la caccia sarebbe avvenuta nelle foreste, avrebbe riguardato animali singoli e di stazza inferiore. Ciò avrebbe richiesto gruppi umani di consistenza numerica inferiore ed avrebbe nello stesso tempo potuto sostenere gruppi umani di consistenza numerica inferiore. Il rischio di estinzione era incombente. Con la coltivazione delle piante e la pastorizia i gruppi umani non condussero più un modo di vita nomade o semi-nomade ma iniziarono a vivere in villaggi stabili ed erano formati da circa 250-500 individui.

Quale é l’idea forte capace di superare la crisi attuale? E' quella che ha distinto il genere Homo dagli altri animali e che è la stessa che ha operato alla fine del Pleistocene: è la coscienza del desiderio della vita eterna o, detto diversamente e in modo più concreto, del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei propri bisogni.

Deve essere questa idea l’orizzonte di riferimento, il criterio con cui valutare le varie soluzioni di cui si dibatte. L’adozione delle lampadine a basso consumo, la rottamazione delle autovetture o degli elettrodomestici portano ad un miglioramento nel soddisfacimento dei bisogni umani e ad un allungamento del tempo di vita dell’umanità?
Lo stesso criterio deve adottarsi a proposito della maggiore efficienza delle macchine oppure della coibentazione degli edifici.
E’ necessario però che tutti i provvedimenti si muovano nella stessa direzione altrimenti se per esempio si coibentano le abitazioni e poi si costruiscono sempre più case (per speculazione oppure per incremento demografico) si fa un buco nell’acqua. Il criterio da seguire, come dicevo, è il miglioramento delle condizioni di vita e un allungamento delle prospettive dell’umanità.

lunedì, agosto 18, 2008

Siamo azionisti della guerra in Ossezia ?



Anche la guerra in Ossezia, tanto per essere originali, ha radici energetiche.

Il territorio ha terre molto fertili, ha riserve petrolifere inattaccate (seppur non si tratti di giacimenti giganti) e, cosa molto importante, è zona di transito per un oleodotto di enorme importanza strategica per il petrolio che dal Caspio arriva all'Europa, il Baku-Tbilisi-Ceyhan. La Russia ha cercato di bombardarlo, e afferma che ci sono le basi giuridiche per un massiccio intervento militare contro la Georgia.

Naturalmente quando succedono questi eventi l'attenzione del pubblico è fortemente polarizzata su singoli episodi (generalmente cruenti, a forte impatto emotivo) e su meccanismi parziali che inducono una visione incompleta e distorta della realtà: presenza di frange terroristiche da eliminare, rappresaglie di una parte o dell'altra, interventi "giusti"...
Gli aspetti economici e politici fanno la parte del leone e quasi "accompagnano" a pensare che la soluzione dei conflitti possa essere ricercata solo in essi.

Il Papa ha fatto il suo ennesimo appello a deporre le armi. Non che sia sbagliato, ma la sua efficacia è paragonabile a quella di un uomo in mezzo a una tempesta che grida "fermati ...".

E' pur vero che gli uomini al contrario della natura recepiscono e possono guidare, entro certi limiti, il corso degli eventi; tuttavia in un sistema dinamico complesso dobbiamo trovare la via per gestire il cambiamento. Sperare, disperare o usare la forza bruta sarà perfettamente inutile quando non controproducente.

La mamma di tutte le guerre è la fame di petrolio e di risorse in genere che ci prende in una morsa terribile di dipendenza, impedendoci di vedere il suo vero volto.

P.S . Il titolo non vuole essere soltanto psico-provocatorio. Chiunque abbia delle azioni su mercati internazionali, di qualunque settore, avrà tempo e modo di vedere quanto il loro valore sarà influenzato dalla presenza o dall'assenza dei flussi petroliferi dell'oleodotto di cui sopra.

giovedì, luglio 17, 2008

Fotovoltaico per la pace in Libano


Impianto fotovoltaico installato al monastero Mar Sarkis and Bakhoss sul monte Libano a 35 km da Beirut. L'impianto è parte del sistema di gestione di un veicolo elettrico nell'ambito del progetto RAMsES.


E' in pieno sviluppo il progetto RAMSES di un sistema agricolo a impatto zero. Il progetto è finanziato dalla Commissione Europea ed è coordinato da Toufic el Asmar, segretario di ASPO-Italia. Vedete nella foto i pannelli fotovoltaici già installati in Libano. Questi pannelli daranno energia a un veicolo agricolo in costruzione in Italia. Il veicolo dovrebbe essere pronto entro l'estate, appena possibile faremo vedere qualche foto.

Insomma, un bell'impianto innovativo in Libano, una cosa positiva in un paese che, purtroppo, ha tanti guai. Oltre a non avere fonti energetiche proprie (come noi) ha anche il guaio di essere diviso in fazioni armate pronte a combattersi fra di loro (da noi, per il momento no - perlomeno non ancora). Chissà che non sia possibile farli smettere se si trova il modo di dare energia per tutti. Fra l'altro, i pannelli costano meno dei missili che potrebbero distruggerli, per cui non avrebbe senso bombardarli. Chissà...........

giovedì, dicembre 20, 2007

Clooney e gli elicotteri


Sul notiziario ANSA di giovedì 13 dicembre 2007 è comparsa una notizia, ripresa in blu sotto, secondo cui l'attore George Clooney avrebbe escogitato (con un suo collega) una possibile soluzione per la grave crisi del Darfur. Il discorso è più articolato, ma è possibile estrarre il seguente stralcio:
"24 elicotteri potrebbero salvare milioni di persone. Bisogna trovare subito i soldi", senza decontestualizzarlo.

A leggere queste considerazioni, mi sono venuti parecchi dubbi.

- di fucking helicopters da combattimento è pieno il mondo. Possibile che nessuno (tra i dispensatori di "pace militare", USA in testa) ci abbia mai pensato?

- Clooney, abituato ai suoi introiti annuali di decine di milioni di dollari (lordi), crede che basti trovare i soldi

- mi riesce davvero difficile immaginare, nel Post Peak Oil, una "cavalleria che arriva per salvare tutti". Specialmente una cavalleria alata.

La cosa che mi preoccupa è soprattutto questa: supponendo che Clooney sia assolutamente in buona fede (con una certa dose di ingenuità) e che la pubblicità che consegue a certe sue esternazioni sia un puro sottoprodotto, resta il fatto che la maggior parte dei lettori arriverà a condividere le sue idee. Se poi si candiderà in politica e vincerà (cosa non così rara per gli attori), le sue "pensate" circoleranno con un peso ancora maggiore.


DARFUR: CLOONEY, BASTEREBBERO 24 ELICOTTERI
ROMA - George Clooney a Roma, insieme all'attore Don Cheadle a sostegno della causa del Darfur, di una cosa sembra davvero sicuro: è l'informazione e i giornalisti che possono fare la differenza. In una conferenza stampa durata oltre mezz'ora in Campidoglio, l'appello dell'attore è stato solo per i media anche perché dice:"é il momento giusto. Ci saranno presto i giochi olimpici in Cina e le elezioni negli Usa". Mentre sull'immediato l'attore lancia più volte un appello: "24 elicotteri potrebbero salvare milioni di persone. Bisogna trovare subito i soldi". Abbiamo bisogno di voi dice più volte rivolto ai giornalisti Clooney "come la cavalleria che arriva per salvare tutti, visto che per ora non è in arrivo né quella Usa, né quella inglese". In realtà spiega l'attore Don Cheadle nell'incontro moderato da padre Giulio Albanese "siamo ora a una dead-line. Le risoluzioni Onu per intervenire nell'area sono pronte, ma poi non accade nulla anche per l'opposizione del governo sudanese". Quello che intanto si può fare spiegano i due attori è trovare 47 milioni di dollari per acquistare 24 elicotteri "che potrebbero proteggere e salvare quattro milioni di persone". E pensare, dice Clooney "che all'America non mancano certo questi stramaledetti elicotteri". E per far capire davvero quello che sta succedendo nel Darfur e la poca attenzione delle stampa fa un esempio. "Quello che è successo a Gillian Gibbons, maestra di scuola elementare di Khartoum frustrata perché voleva chiamare un orsetto di peluche con il nome di Maometto, è una cosa che farebbe ridere quelli del Darfur. E poi - continua l'attore - perché si è parlato tanto di lei e così poco della tragedia del Darfur? E' chiaro perché si trattava di un Occidentale". Anche sull'appoggio da parte dei politici americani il premio Oscar Clooney ha qualcosa da dire:"abbiamo contattato molti parlamentari sia democratici che Repubblicani e tutti ci danno ragione. Anzi nei Repubblicani pesa molto la loro componente cristiana per capire meglio le nostre ragioni, ma poi non accade nulla". Sulla tragedia nel Darfur scoppiata nel febbraio 2003 e che ha causato finora almeno duecentomila morti e oltre 2 milioni e mezzo di profughi e sfollati, Don Cheadle cerca di fare alcuni esempi della sua gravità:"famiglie distrutte, acqua inquinata, villaggi bruciati e persone fatte a pezzi e buttate nei pozzi", ma attenzione ci tiene a dire Clooney:"non sono persone che chiedono elemosina, prima di questa guerra erano del tutto autosufficienti, non cercano elemosina, ma vogliono solo giustizia".



[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno.3@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

giovedì, novembre 22, 2007

Ruolo delle risorse energetiche nella storia dei conflitti: il caso della Germania

Post ricevuto da Eugenio Saraceno

Lo sviluppo della Germania è iniziato alla fine del XIX secolo grazie al carbone indigeno finchè quel paese, fino ad allora diviso e subalterno ha ben dimostrato a Sadowa e Sedan che poteva sopravanzare la Francia e l'Austria nella egemonia dell'Europa continentale. In pochi anni si ebbe unità nazionale, sviluppo industriale e l'acquisizione di numerose colonie.

Interessante il confronto con l'Italia che partendo nella stessa epoca da una situazione politica simile non si trova in casa il carbone e se ha uno sviluppo industriale e acquisisce le colonie è grazie all'accordo con l'egemone di allora, l'Impero Britannico che la appoggia politicamente e rifornisce anche di carbone (ma non abbastanza, per non rafforzarla troppo) in funzione antifrancese ed antiaustriaca.
L'ascesa della Germania grazie al carbone locale invece sembra inarrestabile, ai primi del secolo scorso i tedeschi si mettono in testa di varare una flotta da guerra per competere con i britannici e la flotta in un sistema come quello coloniale significa predominio.Ma i britannici reagiscono ammodernando, su intuizione di Churchill che al tempo si occupava della marina militare, la propria flotta con motori mossi da derivati petroliferi.
Appare inoltre una nuova arma strategica, l'aviazione che abbisogna di petrolio. Da quel momento per la Germania è una corsa contro il tempo per non perdere terreno, la prima tappa è la I guerra mondiale in cui si dimostra con la distruzione della flotta tedesca a carbone, da parte di quella britannica a petrolio, che chi non ha il controllo del petrolio perde, la II è il tentativo dei tedeschi di entrare in possesso di petrolio e di non perdere addirittura terreno anche nella produzionedi carbone. La Germania nazista infatti ha il suo picco della produzione di carbone nel 1940 e non ha accesso al petrolio; non a caso nel 1938 si annette i Sudeti e la Boemia regioni ricche di carbone, poi si accorda con i sovietici e tra i termini dell'accordo oltre alla spartizione della Polonia (la parte ovest ricca di carbone se la prende il Reich) vi sono interessanti scambi armi e tecnologia tedesca contro petrolio sovietico.
E' noto anche che la Germania aveva promesso all'Italia (affamata di energia ma sprovvista come sappiamo) che se fosse entrata in guerra non cedendo al ricatto inglese (stop a forniture dicarbone se Mussolini non rompeva i trattati con Hitler) avrebbe ricevuto carbone dalla Germania e petrolio dai sovietici in virtù degli accordi Molotov-Ribbentrop. Hitler si assicura anche il resto del carbone europeo invadendo il Belgio e l'Alsazia.
Dilagando nei Balcani si noti che l'attenzione principale fu verso la Romania (all'epoca il maggiore produttore europeo di petrolio dopo la Russia) e la Jugoslavia ricca di minerali. Risolto il problema del carbone Hitler sa che non potrà vincere la guerra a lungo termine contro gli alleati, i quali hanno disponibilità di petrolio ben maggiori del Reich che possiede solo i campi rumeni e le forniture sovietiche, limitate e sottoposte alla buona volontà di questi ultimi, così matura il progetto di invasione dell'URSS che punta decisamente al Caucaso ricco di greggio, mentre laguerra in Africa, può essere vista come il tentativo di raggiungere da sud il Medio Oriente e i suoi campi petroliferi che rifornivano l'Impero Britannico.
Una manovra a tenaglia per cui le due spedizioni dovevano ricongiungersi ai piedi del Caucaso dopo aver preso il controllo di tutte le fonti energetiche dell'area. Per questo Stalingrado ed El Alamein segnarono la fine del sogno di egemonia dell'asse. Da allora per l'Asse il petrolio non fu più sufficiente, si dovette produrre l'antieconomica benzina dal carbone e i nazifascisti persero la superiorità bellica, in particolare quella aerea (l'arma più energivora) visto che gli alleati avevano di che alimentare le proprie macchine da guerra con il petrolio russo, americano e mediorientale a basso costo.

Sull'altro emisfero obbiettivo principale del Giappone erano i giacimenti indonesiani che permettevano di non sottostare al ricatto delle esportazioni di petrolio americano.

Non avrebbe potuto Hitler importare carbone? Una volta che la Germania avesse raggiunto il picco produttivo non avrebbe potuto farlo se non da uno dei suoi competitori esponendosi ai loro ricatti: Britannici, Russi, Americani. Dagli stessi avrebbe dovuto importare petrolio.

La compravendita di risorse strategiche non è come andare dal droghiere, se qualcuno ti vende petrolio ci sono tre possibilità:

1) è obbligato perchè è sotto il tuo controllo o di un tuo alleato

2) non gli puoi nuocere perchè ti controlla militarmente o può farlo agevolmente (minaccia)

3) sei un possibile competitore ma la fornitura avviene ugualmente a patto che si danneggi un terzo soggetto che sia un competitore ancora più temibile.

Se avesse ceduto a questo ricatto la Germania avrebbe perso qualsiasi speranza di egemonia, poi infatti l'ha persa. Hitler e i suoi erano crudeli e cinici, pazzi se si vuole, ma non dementi.

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lunedì, novembre 19, 2007

La Questione Energetica Meridionale



In un articolo recentemente apparso sul sito di aspoitalia al link http://www.aspoitalia.net/index.php?option=com_content&task=view&id=186&Itemid=38 ,

Ugo Bardi discute i principali eventi geopolitico - militari degli ultimi due secoli e i rapporti di forza tra i Paesi del Mediterraneo, dandone una lettura in chiave "energetica"; sempre da questo punto di vista, analizza le ragioni profonde del divario Nord-Sud in Italia.

Secondo questa interpretazione, l'industrializzazione del Nord Europa a partire dal secolo diciottesimo è stata possibile in quei paesi dove la disponibilità di vie d'acqua navigabili permetteva di trasportare facilmente il carbone. In Italia, questa possibilità si arrestava, approssimativamente, con la Toscana, mentre il centro e il sud non disponevano che di limitatissime possibilità in questo senso.

Mentre il nord Italia poteva industrializzarsi importando carbone dall'Inghilterra per via d'acqua, il sud non aveva questa possibilità e rimaneva a uno stadio di sviluppo soltanto agricolo. L'Italia del Sud era culturalmente parte dell'Europa, ma geograficamente faceva parte di quel mondo Mediterraneo che includeva tutta l'Africa del Nord e che si trovava sempre più in difficoltà a tenere il passo.

Il divario fra Nord e Sud divenne sempre più netto finché verso la metà del diciannovesimo secolo era tale che il Nord Italia potè annettersi il SudGeopolitica, geografia e tecnologia si intrecciano in questa complessa serie di eventi che ancora oggi segna le caratteristiche del nostro paese.

Oggi, con il declino del carbone, la facile trasportabilità del petrolio ha cambiato radicalmente le cose e ridotto enormemente il divario economico fra paesi del Nord Europa e quelli del Mediterraneo. Non solo, ma con lo sviluppo dell'energia solare il divario si può non soltanto appianare, ma capovolgere con il soleggiato Sud che oggi ha un netto vantaggio sul nebbioso Nord.

Purtroppo, l'Italia non ha ancora capito il vantaggio geografico che si ritrova ad avere e si sta muovendo con estrema lentezza nello sviluppo delle rinnovabili.





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martedì, agosto 28, 2007

Il nuovo grande gioco

Di Eugenio Saraceno

Pochi in occidente hanno idea di cosa sia SCO e non è certo a causa di disattenzione, semplicemente sui nostri media non esiste. Eppure la Shanghai Cooperation Organization è un patto economico e militare che, per i geostrateghi atlantici, è problema ben più preoccupante del terrorismo islamico (che in un certo senso loro stessi hanno fomentato fin dai tempi dell'URSS in Afghanistan e di cui a mio avviso non hanno mai perso completamente il controllo) poichè è un gruppo di paesi (Russia, Cina, Pakistan, Kazakhstan, Uzbekistan e altri), quasi tutti muniti di arsenale nucleare e posizionati tra Europa e Asia proprio a ridosso della regione dove due secoli fa iniziò il "grande gioco" tra Russi e Britannici per il controllo dell'Asia Centrale. Il grande gioco sembra non essere ancora terminato ma oggi in luogo dei britannici sono subentrati quasi completamente gli Usa.

Tenere lontani gli Usa dall'Asia Centrale è lo scopo principale e nemmeno tanto nascosto di SCO, quindi non deve stupire il fatto che non siano stati invitati a partecipare alle operazioni militari se non come osservatori. Mentre del fallimento della strategia in Iraq si parla su tutti i giornali perchè comunque esiste una fazione politica americana (ripresa da moltissimi partiti europei, in particolare a sinistra) che ha idee diverse sul Medio Oriente, sulla debacle in Asia Centrale si tace perchè su quella tutte le fazioni politiche occidentali sono d'accordo, perfino in casa nostra dove con distinguo più o meno sottili e tranne un paio di senatori cocciuti tutti sono a favore della campagna d'Afghanistan, ultima roccaforte atlantista in asia centrale.

Dopo il fallimento del golpe attribuito ad islamisti "democratici" in Uzbekistan e della "rivoluzione dei tulipani" in Kirghizistan le cose in Asia Centrale si sono messe male per gli Usa e la Nato. Gli Uzbeki , subito dopo aver domato le squadracce paramilitari che cercarono di attuare il golpe nel 2005, sospettarono gli americani di aver eterodiretto la cosa e revocarono la concessione delle basi ex sovietiche Uzbeke agli Usa che le avevano ottenute dopo l'attentato delle torri gemelle. Così le uniche basi operative atlantiche in Asia Centrale sono quelle Afghane che vengono allestite e potenziate con priorità massima rispetto a qualsiasi altra infrastruttura del paese.

Tenere l'Afghanistan è vitale ma sempre più arduo perchè ogni rifornimento terrestre dipende dal Pakistan che è formalmente un alleato degli Usa, ma anche un membro di SCO, ha concesso una base navale alla flotta cinese e vi sono anche poteri molto influenti che supportano la guerriglia dei Taliban, insomma definire il Pakistan un alleato fedele dell'occidente è un puro eufemismo.

Le ragioni per cui il Patto Atlantico tiene tanto a rimanere con un piede in asia centrale si riconducono sostanzialmente al posizionare basi strategiche esattamente al centro dell'Asia da cui minacciare Russia, India, Pakistan, Iran e Cina. Da questa posizione di forza è anche possibile controllare alcune zone particolarmente ricche di fonti energetiche, ma questo, se ci si riferisce al solo Caspio è un obbiettivo secondario perchè l'Afghanistan non ha sbocchi al mare. Diviene non secondario se vi si saldano gli altri due pilastri della geopolitica Usa in Eurasia: Caucaso e Medio Oriente. Realizzando almeno uno di questi il dominio dell'Asia Centrale diviene effettivo e paga anche dal punto di vista delle risorse energetiche. Se Infatti fosse possibile controllare le repubbliche Centroasiatiche e rendere sicuro il corridoio caucasico (Georgia e Azerbaijan) le risorse energetiche centroasiatiche potrebbero fluire attraverso tale corridoio senza passare dal territorio russo. Ancor più efficace sarebbe chiudere il cerchio del golfo Persico controllando l'Iran; in tal modo, oltre a poter veicolare verso il mare l'energia del bacino del Caspio attraverso il corridoio più breve, si otterrebbe l'obbiettivo strategico maggiore di controllare completamente le maggiori riserve di idrocarburi al mondo e presidiare lo stretto di Hormuz dai due lati (Oman e Iran) Ciò è quanto più vicino al controllo totale delle riserve energetiche del pianeta si possa ottenere.

Tuttavia le azioni intraprese dagli Usa per perseguire questi obbiettivi, lungi dall'aver ancora risolto la situazione a proprio favore, hanno avuto come effetto il consolidarsi di SCO cosa che in assenza della comune minaccia non sarebbe mai avvenuta. Secondo il mio parere l'unione di Russia, Cina e repubbliche centroasiatiche in qualcosa di simile ad un patto di Varsavia, con l'aggiunta eventuale di altri paesi quali Iran e l'India è una minaccia geostrategica severa per l'egemonia Usa, ed anche per l'Europa se ne verrà vista come satellite accondiscendente, in particolare per la prossimità geografica.

In pratica se per gli Usa il rischio è perdere l'occasione per egemonizzare definitivamente il pianeta, per noi c'è quello di rimanere isolati con vicini ostili ed un alleato che non è più forte come prima e non ha nè voglia nè possibilità di supportarci. Pensate a tutto questo con in mente la geopolitica del dopo peak oil con la guerra più o meno strisciante per le risorse. L'Europa sovrappopolata, priva di risorse e senza la supremazia tecnologica di un tempo, non ha speranza di avere alcuna rilevanza strategica in un simile contesto. Verremmo schiacciati da orde in cerca di quel che ci è rimasto, un pò di terra coltivabile e qualche infrastruttura ancora utile.

Se veramente l'obbiettivo geostrategico degli Usa è contrastare la crescente potenza Cinese prima che sia troppo tardi (10-15 anni secondo gli analisti) l'aver provocato l'abbraccio Russo/Cinese è uno degli errori più clamorosi che si potessero fare; A quanto pensava Brezinsky infatti Cinesi e Russi dovevano liquidarsi a vicenda come effettivamente stava per succedere 30 anni fa.

Come rimediare? Penso che la soluzione per noi Europei è cercare di rendere i Russi meno ansiosi di riarmarsi facendo più sicure le loro frontiere e quindi meno importanti i loro rapporti di alleanza strategica con la Cina. Questo significa prendere le distanze gentilmente ma fermamente dalla geopolitica Usa (via dal centro Asia, no basi Usa in est europa e no basi russe sul Baltico, accordo euroasiatico sull'energia e politica di riduzione dell'uso di combustibili fossili). Puntare quindi ad una struttura di cooperazione politica economica e militare con i Russi e gli altri paesi ex sovietici che abbia buoni rapporti sia con gli Usa sia con Cina e India, che superi la UE e le pur meritevoli direttive sulla lunghezza dei cetrioli e guardi verso est, da dove viene la nostra unica speranza di non rimanere senza energia e materie prime. Una specie di ago della bilancia.

Oggi abbiamo ancora qualche attrattiva, domani ci rideranno in faccia e ci diranno di rivolgerci a Washington.

Eugenio Saraceno

martedì, febbraio 13, 2007

L'Attacco all'Iran

Le dichiarazioni sul ruolo iraniano in Iraq fatte da Robert Gates, direttore della CIA, sembrano aver dato inizio al bombardamento mediatico che, secondo molte fonti, dovrebbe precedere e preparare il bombardamento fisico dell'Iran. Le fonti ufficiali negano, ma si sente ripetere che l'attacco dovrebbe essere per questa primavera oppure, si dice, potrebbe essere rimandato all'anno prossimo.

Se a noi comuni mortali non è dato sapere cosa è stato deciso nelle stanze del potere; possiamo perlomeno domandarci che cosa ci potremmo ragionevolmente aspettare. Le opzioni e le implicazioni dell'attacco sono state descritte e analizzate in dettaglio da Cordesman e Al Rhodan nel loro studio pubblicato sul sito del Center for Strategic and International Studies.

Si parla di quattro opzioni possibili. Di queste, le prime due sono più che altro dimostrative. L'opzione 3 parla di 500-600 attacchi da eseguirsi su un periodo di circa 10 giorni, principalmente su obbiettivi militari. L'opzione 4 parla invece di attacchi generalizzati contro le infrastrutture militari e civili con circa 2500 sortite da eseguirsi in parecchie settimane di campagna. La descrizione dettagliata dei tipi di missione, bersagli, eccetera è una lettura affascinante (e agghiacciante) e la si trova nell'articolo citato del CSIS.

C'è un interessante commento che si trova su Econbrowser dove Menzie Chinn, da bravo economista, si domanda quanto ci costera tutto l'ambaradan. Curiosamente, la conclusione è che in confronto ai costi della guerra in Iraq, in principio attaccare l'Iran secondo l'opzione 3 è quasi un affare: costerebbe meno di un miliardo di dollari. In confronto, la guerra in Iraq costa ai contribuenti americani 9-10 miliardi di dollari al mese.

Questi conti non considerano quanto costa (o costerà) la guerra ai contribuenti iracheni e iraniani. Neppure è chiaro quanti miliardi di dollari di danni possono fare un miliardo di dollari di bombe. Il problema, comunque, non è nemmeno questo. La storia ci insegna che chi comincia una guerra è sempre sicuro di vincerla e anche di vincerla alla svelta. Ma la storia ci insegna anche che molte sono state le amare delusioni in questo senso.

Su questo punto, sia Menzie Chinn che Cordesman e Al Rhodan sono piuttosto preoccupati. Secondo gli strateghi, come risposta agli attacchi, l'Iran è perfettamente in grado di chiudere, almeno in parte, lo stretto di Hormuz e di bloccare il flusso di petrolio dagli stati del golfo all'Occidente. Le conseguenze per le economie occidentali sarebbero devastanti. Secondo Chinn, uno scenario del genere costerebbe all'economia americana più di 5 punti di PIL, una cosetta da un migliaio di miliardi di dollari, qualcosa come tutto il PIL italiano di un anno. Sempre Menzie Chinn ci dice che di fronte a una situazione del genere i costi per la guerra all'Iraq (meno di un punto di PIL) ci sembrerebbero uno scherzetto al confronto.

A parte il disastro umano di una guerra del genere, forse la conseguenza peggiore a lungo termine sarebbe l'effetto sulla percezione dell'opinione pubblica delle ragioni della crisi. Molto probabilmente, si farebbe lo stesso errore che fu fatto all'epoca della prima crisi del petrolio, negli anni 1970, ovvero di attribuire a cause politiche quella che invece era una crisi strutturale. A quel tempo, si dette tutta la colpa ai cattivi sceicchi dell'OPEC, dimenticandosi del picco produttivo degli Stati Uniti, vera causa della crisi. Nel caso attuale, tutta la colpa del petrolio a 250 dollari al barile (stima di Chinn) sarebbe data all'Iran, dimenticandosi del picco di produzione globale, vera causa della situazione in cui ci troviamo.

L'interpretazione politica della crisi ci porterebbe a sprecare le risorse che restano in spese militari, trascurando la cruciale necessità di costruire ora le infrastrutture necessarie per uscire dalla dipendenza dal petrolio. Di errori, nella nostra storia di esseri umani ne abbiamo fatti tanti, questo sarebbe uno dei peggiori, forse quello finale.




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