Il blog di ASPO-Italia, sezione italiana dell'associazione internazionale per lo studio del picco del petrolio e del gas (ASPO)
sabato, luglio 14, 2012
Attraversando una stanza piena di elefanti
sabato, novembre 12, 2011
I prossimi quarant'anni
Pubblichiamo in italiano, a seguire, uno stralcio del libro di prossima pubblicazione "I prossimi quarant'anni", in cui il famoso "economista ecologista" Herman Daly espone magistralmente le motivazioni economiche della fine della crescita. Bene, a distanza di quarant’anni, la crescita economica è ancora l’obiettivo politico praticamente di tutte le nazioni – è innegabile. Gli economisti della crescita dicono che i “neo Malthusiani” hanno semplicemente sbagliato e che continueremo a crescere. Ma io penso che la crescita economica sia già finita, nel senso che la continuazione della crescita è attualmente antieconomica – costa più di quanto vale al margine e ci rende più poveri che ricchi. La chiamiamo ancora crescita economica, o semplicemente ”crescita” nella confusa convinzione che crescita debba sempre intendersi in senso economico. Io sostengo che noi - specialmente coloro che vivono nei paesi ricchi - abbiamo raggiunto il limite economico della crescita, ma non lo sappiamo e disperatamente neghiamo l’evidenza di una contabilità nazionale imperfetta, perché la crescita è il nostro idolo e smettere di adorarlo è un anatema.
E’ incontestabile che se ci chiedessimo se preferiremmo vivere in una grotta congelando al buio invece di accettare i benefici che abbiamo tratto dallo sviluppo, la risposta sarebbe, ovviamente, no. I benefici complessivi dello sviluppo sono, a mio avviso, maggiori dei costi complessivi, sebbene taluni studiosi di economia dibattano questa questione.
In ogni caso non possiamo distruggere il passato e bisogna essere grati a coloro che hanno pagato i costi della creazione del benessere di cui oggi noi godiamo. Ma come ogni economista che si rispetti dovrebbe sapere, sono i costi e i benefici marginali (non totali) che sono rilevanti per determinare quando la crescita diventa antieconomica. I benefici marginali sono in declino, perché ormai soddisfiamo i nostri più pressanti bisogni primari; i costi marginali crescono, perché usiamo innanzitutto le risorse più accessibili e sacrifichiamo alla crescita gli ultimi servizi ecosistemici vitali (trasformiamo la natura in artefatti). I benefici marginali del possesso di una terza autovettura valgono il costo marginale dello sconvolgimento climatico e l'innalzamento del livello del mare? Il calo dei benefici marginali uguaglierà l’aumento dei costi marginali mentre i benefici netti sono positivi - proprio quando i benefici netti cumulativi di crescita del passato sono al massimo! Nessuno è contro l'essere più ricco, almeno fino a un sufficiente livello di ricchezza. Che essere ricco sia meglio di essere poveri è una verità lapalissiana. Che la crescita ci renda sempre più ricchi è un errore elementare anche all'interno della logica di base di un’ economia standard.
Quanto detto prima, ci suggerisce che non vogliamo veramente sapere quando la crescita diventa antieconomica, perché allora dovremmo smettere di crescere in quel punto - e non sappiamo come gestire un stato stazionario dell'economia, e che siamo religiosamente impegnati in un'ideologia dell’assenza di limiti. Noi vogliamo credere che la crescita può "curare la povertà" senza distribuzione e senza limitare la dimensione produttiva della nicchia umana. Per mantenere questo stato di illusione si confondono due distinti significati del termine "crescita economica". A volte ci si riferisce alla crescita di quella cosa che chiamiamo economia (il sottosistema fisico del nostro mondo costituito dalle scorte di popolazione e ricchezza, e dai flussi di produzione e consumo). Quando l'economia diventa fisicamente più grande, noi la chiamiamo "crescita economica". Ma il termine ha anche un secondo significato molto diverso - se la crescita di tutto ciò che produce dei benefici aumenta più rapidamente dei costi, anche quella noi la chiamiamo "crescita economica" - la crescita è economica nel senso che produce un beneficio netto o un profitto. Ora, "crescita economica" nel primo senso comporta "crescita economica" nel secondo senso? No, assolutamente no. L'idea che una economia più grande debba sempre renderci più ricchi è pura confusione.
Che gli economisti debbano contribuire a questa confusione è sconcertante perché tutti i microeconomisti si dedicano a trovare la scala ottimale di una determinata attività - il punto oltre il quale i costi marginali superano i benefici marginali e un'ulteriore crescita sarebbe antieconomica. La formula Ricavo marginale = costo marginale è anche chiamata "quando si ferma la legge" di crescita per un'impresa. Perché questa semplice logica di ottimizzazione scompare nella macroeconomia? Perché la crescita della macro-economia non è soggetta ad una analoga "quando fermare la legge"?
Ci rendiamo conto che tutte le attività microeconomiche fanno parte del sistema più grande macroeconomico, e la loro crescita provoca lo spostamento e il sacrificio di altre parti del sistema. Ma la macro-economia è concepita come il tutto, e quando si espande, presumibilmente nel vuoto, non sposta nulla, e non comporta, quindi, alcun effetto costi-benefici. Ma questo è falso, naturalmente. Anche la macro-economia è una parte, un sottosistema della biosfera, una parte della Più Grande Economia degli ecosistemi naturali. Anche la crescita della macro-economia impone un “costo opportunità” crescente della riduzione di capitale naturale che ad un certo punto limiterà l'ulteriore crescita.
Ma alcuni dicono che se la nostra misura empirica della crescita è il PIL, basato sull’acquisto e la vendita volontarie di beni e servizi finali in libero mercato, allora, ciò garantisce che la crescita sia sempre costituita da beni e non da "mali". Questo accade perché la gente volontariamente acquista solo beni. Se essi, infatti, comprassero “mali” allora dovremmo ridefinirlo come un bene! Vero abbastanza, ma fino ad un certo punto. Il libero mercato non stabilisce un prezzo per i mali – i mali, tuttavia, sono inevitabilmente prodotti indivisi dai beni. Da quando i mali sono senza prezzo, la contabilità del PIL non può sottrarli – invece registra la produzione aggiuntiva di anti-mali (che invece hanno un prezzo), e li conta come merci. Per esempio, non sottraiamo il costo dell'inquinamento come un male, ma si aggiunge il valore della pulizia dell’inquinamento come un bene.
Questa è la contabilità asimmetrica. Inoltre calcoliamo il consumo del capitale naturale (l'esaurimento di miniere, pozzi, falde acquifere, foreste, pesca, terriccio, ecc) come se si trattasse di reddito, piuttosto che riduzione del capitale- un colossale errore contabile. Paradossalmente, quindi, il PIL, qualunque cosa misuri, è anche il miglior indice statistico che abbiamo dell'aggregato di inquinamento, esaurimento, congestione e perdita di biodiversità. L’economista Kenneth Boulding ha suggerito, un po’ ironicamente, di ridefinirlo Costo Interno Lordo. Almeno dovremmo mettere costi e benefici in una contabilità separata per il confronto. Economisti e psicologi stanno scoprendo che, al di là di una soglia di sufficienza, la correlazione positiva tra PIL e felicità soggettiva* scompare. Questo non è sorprendente perché il PIL non è mai stato inteso come misura di felicità o di benessere - solo di attività, alcune delle quali sono gioiose, benefiche, altre purtroppo necessarie, correttive, banali, dannose, e, talora, stupide.
In sintesi, la crescita economica in senso 1 (scala) può essere, e negli Stati Uniti è diventata, crescita antieconomica in senso 2 (benefici netti). Ed è il senso 2 che conta di più. Penso che I limiti dello sviluppo in senso 2 siano stati raggiunti negli ultimi quaranta anni, ma che li abbiamo volontariamente negati, con grande danno della maggior parte di noi, ma a beneficio di una élite minoritaria che continua a spingere per una ideologia della crescita , perché ha trovato il modo di privatizzare i benefici della crescita e socializzare i costi sempre maggiori. Ora la questione che mi pongo è: è possibile che la negazione, l’ illusione e l’offuscamento durino altri quarant'anni? E, se continuiamo a negare il limite alla crescita economica, quanto tempo abbiamo prima di schiantarci contro i più discontinui e catastrofici limiti biofisici? Sono fiducioso che nei prossimi quarant’ anni potremo finalmente riconoscere e adattarci al più clemente possibile limite economico. L'adattamento significa passare dalla crescita ad un stato stazionario dell'economia, quasi certamente di scala più piccola di quello attuale. Con scala intendo dimensioni fisiche dell'economia rispetto all’ecosistema, probabilmente meglio commisurato con il rendimento delle risorse. E, ironia della sorte, il miglior indice esistente che abbiamo è probabilmente il PIL reale!
Devo confessarlo, sono sorpreso che la negazione abbia resistito per quarant’anni. Penso che risvegliarci dal nostro stato di confusione e illusione richiederà una specie di pentimento e conversione, per dirla in termini religiosi. È inutile "prevedere" se avremo la forza spirituale e la chiarezza razionale per una tale conversione. La previsione della direzione della storia si fonda su un determinismo che nega scopo e sforzo come cause indipendenti. Nessuno ottiene un premio per aver predetto il suo comportamento. La previsione del comportamento altrui è problematica, perché gli altri sono così troppo se stessi. E, se siamo davvero deterministi, allora non importa ciò che prevediamo - anche le nostre previsioni sono determinate. Come non-determinista spero e lavoro per porre fine alla crescita-mania entro i prossimi quarant’anni. Questa è la mia personale scommessa sul futuro a medio termine. Quanta fiducia ho di vincere questa scommessa? Circa il 30%, forse. È del tutto plausibile che avremo il totale esaurimento delle risorse della terra e dei sistemi di supporto vitale nel tentativo rovinosamente dissipativo di crescere all’infinito: forse con la conquista militare delle risorse di altre nazioni 'e dei rimanenti beni comuni globali, forse con il tentativo di conquistare la "frontiera alta" dello spazio. Molti pensano che sol perché abbiamo gestito un paio di spedizioni spaziali dal costo enorme, la fantascientifica colonizzazione dello spazio siderale sia tecnicamente, economicamente, politicamente, ed eticamente praticabile. E queste sono le stesse persone che ci dicono che mantenere l’economia sulla terra in uno stato stazionario è un compito troppo difficile da realizzare.
mercoledì, settembre 07, 2011
La casa brucia
Oggi siamo purtroppo costretti a parlare della drammatica crisi dalle conseguenze imprevedibili, che si sta di nuovo abbattendo sullo Stato italiano a causa dell'incapacità dell'attuale governo di adottare una manovra economica efficace e credibile che tranquillizzi i mercati e tarpi sul nascere le nuove ondate speculative sui titoli di Stato.Nel grafico qui sotto vediamo anche la poco credibile curva dei redditi italiani, caratterizzata da una platea bassissima
Questa situazione di ingiustizia sociale è ancora più intollerabile in un momento di crisi profonda delle finanze dello Stato, dissestate anche grazie all'infedeltà fiscale di tanti soggetti economici.
Spero che il Presidente Napolitano abbia il polso della situazione, e se la situazione si dovesse ulteriormente aggravare, assuma la difficile responsabilità di affidare un incarico a una personalità di indiscusso prestigio e provate capacità in campo economico, in grado di farsi carico delle decisioni indispensabili per la salvezza economica del paese.
martedì, maggio 24, 2011
Povera Italia!
Però l’indice di Gini è rimasto sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio e “Secondo le stime disponibili, nel confronto internazionale l’Italia registra un livello di disuguaglianza della ricchezza netta tra le famiglie piutt
In Italia le attività reali rappresentavano il 62,3 per cento della ricchezza lorda, le attività finanziarie il 37,7 per cento. Un dato caratteristico del nostro paese rispetto al quadro internazionale è l’elevato peso della proprietà di abitazioni all’interno della ricchezza netta reale (82%).
domenica, agosto 15, 2010
I consumi di energia elettrica italiani nel 2009
Innanzitutto, preciso quali assunzioni nell’aggregazione dei dati Terna sono alla base delle mie elaborazioni:
1) Il Consumo Interno Lordo (la somma della produzione nazionale lorda e del saldo con l’estero) è considerato al lordo dei pompaggi, cioè quella quota di produzione idroelettrica che si ottiene pompando durante le ore notturne di minore richiesta negli invasi idroelettrici una parte delle acque di valle da utilizzare nei momenti di picco dei consumi elettrici. I dati storici italiani del Consumo Interno Lordo, disponibili sempre sul sito di Terna, sono costruiti su questa assunzione. Per questo motivo, anche se anche quest’anno i documenti di Terna fanno riferimento al Consumo Interno Lordo al netto dei pompaggi, ho ritenuto di operare in continuità con le mie elaborazioni precedenti.
2) Per questo motivo, la quota di rinnovabili da me calcolata, 22,2% è leggermente diversa da quella indicata da Terna in 20,8%. La differenza è proprio l’energia ricavata tramite pompaggi.
3) La quota di produzione termoelettrica da gas naturale è ottenuta considerando anche i derivati del gas naturale.
4) La quota di termoelettrico da altri combustibili è depurata delle biomasse agricole e forestali e dai rifiuti, che sono inserite ovviamente nelle rinnovabili. A tale proposito, come ho precisato anche in precedenti articoli, bisognerebbe scorporare da questa quota la parte dei rifiuti contenenti plastiche, ma la differenza sarebbe poco significativa.
Rispetto ai dati provvisori, quelli definitivi ridimensionano in piccola parte
l’elemento più significativo della drastica riduzione rispetto all’anno precedente del Consumo Interno Lordo, descritta in un mio precedente articolo. Infatti, dai 359,2 TWh del 2008, si passa ai 339,1 TWh invece che ai 333,6 Twh dei dati provvisori (- 5,7% invece che -6,7%). Rimane però il dato storico di un crollo mai verificato dei consumi elettrici, attribuibile alla terribile crisi economica iniziata nel 2008, da cui si può ipotizzare il raggiungimento di un picco, bene esemplificato nel grafico aggiornato che allego qui accanto e, ancor di più, dall'ultimo grafico che rappresenta l'andamento storico del consumo specifico, cioè per abitante, in cui si rileva una sostanziale stagnazione dei consumi a partire dal 2002 e un crollo nel biennio 2008 - 2009 (tutti i grafici si possono ingrandire cliccandoci sopra). C'è da aggiungere però che, in collegamento con la ripresina economica in corso, i dati Terna aggiornati a luglio 2010 rivelano una crescita della richiesta di energia elettrica del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2009. Quindi, se la tendenza dovesse essere confermata, a fine anno i consumi potrebbero recuperare circa la metà delle perdite del 2009. Ma, se la ripresa globale dovesse consolidarsi, assisteremo a una nuova crescita dei prezzi petroliferi, che mentre scrivo hanno di nuovo superato gli 80 dollari al barile, con effetti depressivi sull'economia e conseguentemente sui consumi energetici.Per il resto, continua la tendenza verso una sempre più marginale (4,7%) dipendenza dal petrolio della produzione termoelettrica, la conferma del ricorso al
gas naturale come principale fonte di produzione termoelettrica, ma in calo rispetto all'anno precedente di oltre 5 punti percentuali, soprattutto a favore delle rinnovabili che registrano una crescita del 4%. Abbiamo infine un contributo stabile dei combustibili solidi (carbone), e un aumento del saldo tra import ed export.Il sensibile aumento del peso delle rinnovabili è determinato da una crescita della produzione idroelettrica, da 41623 GWh a 49137 GWh (+ 18,1%), grazie al persistere di condizioni meteorologiche favorevoli alle precipitazioni, e da una crescita sostenuta dell’eolico, da 4861 GWh a 6543 GWh (+ 34,6%). Infine si registra un’esplosione relativa dell’energia fotovoltaica, da 193 a 676 GWh (+ 250%).
lunedì, agosto 09, 2010
FIAT VOLUNTAS TUA
Il grande vecchio del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari, ha scritto di recente su Repubblica un illuminante editoriale a proposito del declino e del destino dell’industria automobilistica nel nostro paese. Rimando a una lettura integrale del testo per comprendere i motivi di strategia industriale che determineranno gradualmente un evento epocale, cioè la scomparsa dell’azienda automobilistica nazionale che ha, nel bene e nel male, influenzato una parte importante della storia italiana, per limitarmi ad approfondire la parte conclusiva dell’analisi che, a mio parere, attiene maggiormente alle riflessioni che periodicamente svolgiamo su questo blog.Scalfari si domanda: “Andiamo dunque verso un rapido azzeramento delle conquiste sindacali e dell’economia sociale di mercato degli anni Sessanta fino agli inizi di questo secolo?” e risponde: “Io temo di sì. Temo che la direzione di marcia sia proprio quella ed ho cercato di definirla parlando della legge chimico – fisica dei vasi comunicanti. In ogni sistema globalmente comunicante il liquido tende a disporsi in tutti i punti del sistema allo stesso livello, obbedendo all’azione della pressione atmosferica (?). In un'economia globale questo meccanismo funziona per tutte le grandezze economiche e sociali: il tasso di interesse, il tasso di efficienza degli investimenti, il prezzo delle merci, le condizioni di lavoro. Tutte queste grandezze tendono allo stesso livello, il che significa che i paesi opulenti dovranno perdere una parte della loro opulenza mentre i paesi emergenti tenderanno a migliorare il proprio standard di benessere. La prima tendenza sarà più rapida della seconda. Al termine del processo il livello di benessere risulterà il medesimo in tutte le parti, fatte salve le imperfezioni concrete rispetto al modello teorico”.
A parte le imprecisioni nella descrizione del meccanismo fisico dei vasi comunicanti, comprensibili in una persona di formazione umanistica, la metafora è efficacissima e descrive perfettamente quello che sta avvenendo. Ciò che invece colpisce è la presa d’atto, da parte di un progressista convinto, sostenitore del valore positivo del meccanismo di continua crescita economica delle società industriali, di un limite invalicabile a tale crescita. Infatti, rimanendo nella metafora dei vasi comunicanti, egli indirettamente ammette che non è più possibile immettere altra acqua (ricchezza) nel sistema globale per ridistribuire il benessere materiale, continuando a mantenere però gli attuali livelli di opulenza nei paesi sviluppati. In altre parole, che il sistema non è destinato ineluttabilmente a crescere illimitatamente, ma piuttosto evolve verso una configurazione di stazionarietà. E’ un fatto sorprendente, e ci fa comprendere che la ragione in qualche caso continua a prevalere sull’ideologia.
Molto condivisibili sono poi le conclusioni del noto giornalista: occorre “… far funzionare il sistema dei vasi comunicanti non solo tra paese e paese, ma anche all’interno dei singoli paesi. L’Italia è certamente un paese ricco. Anzi fa parte dei paesi opulenti del mondo, che sono in prevalenza in America del Nord e nella vecchia Europa. Ma l’Italia è anche un paese dove esistono sacche di povertà evidenti e dislivelli intollerabili nella scala dei redditi e dei patrimoni individuali. Tra l’Italia dei ceti benestanti e quella dei ceti poveri e miserabili il sistema dei vasi comunicanti è bloccato, non funziona. Il benessere prodotto non viene ridistribuito, rifluisce su se stesso e alimenta il circuito perverso e regressivo dell’arricchimento dei più ricchi e dell’impoverimento dei poveri”. Come perseguire questo nobile obiettivo? “Attraverso una riforma fiscale che sbloccasse il meccanismo e ridistribuisse il benessere”.
Bel compitino per una sinistra ancora in cerca di un’identità precisa. Da parte nostra le consigliamo di volgere la testa al passato e alle radici socialdemocratiche piuttosto che continuare a gingillarsi con nuove quanto evanescenti elaborazioni politico – culturali.
venerdì, luglio 23, 2010
La spesa pubblica dopo il picco del petrolio
Di recente ho scritto qui un articolo, che richiama anche alcuni miei approfondimenti precedenti, in merito ai tagli al trasporto pubblico locale operati dal governo.Devo dire che non mi hanno convinto del tutto i contenuti della successiva protesta contro la manovra economica. Se, da un parte, è corretta la critica all'iniquità della manovra, che chiede sacrifici alle solite categorie sociali, senza coinvolgere adeguatamente i ceti più abbienti e affrontare seriamente la vera piaga economica del nostro paese, il lavoro sommerso e l’evasione fiscale, non è più possibile pensare, in un quadro di risorse pubbliche sempre più scarse e di esigenze improcrastinabili di risanamento dei conti pubblici, a un meccanismo della spesa pubblica svincolato da criteri di efficienza. Il caso del trasporto pubblico locale è eclatante. Lo Stato da decenni investe ingenti risorse pubbliche per finanziare un sistema estremamente inefficiente sul piano economico e della qualità del servizio. Ora tutti si lamentano per i tagli ai servizi che dovranno essere applicati in seguito alla manovra, ma nessuno in passato ha mai messo in discussione il finanziamento di questi carrozzoni pubblici improduttivi, forse illudendosi che ci sarebbe stato sempre qualcuno che ne avrebbe occultato i deficit.
Quindi, le Regioni, più che minacciare improbabili restituzioni di deleghe al governo centrale, che a sua volta ha spezzato il fronte facendo accordi con Comuni e Province, dovrebbero chiedere allo Stato investimenti in conto capitale per modificare radicalmente la struttura del trasporto pubblico, attraverso una riconversione dalla gomma al ferro.
Ma come si fa a sostenere un piano di riconversione di questa portata in un periodo di risorse economiche sempre più scarse? Ci viene in aiuto un corretto approccio ecologista al problema. In un mio precedente articolo, ho delineato un programma decennale di costruzione di 100 tranvie per 1000 km di nuove linee in Italia. Per finanziarlo, ho calcolato che basterebbe aumentare le accise sui carburanti di appena 3 centesimi al litro, seguendo il principio di compensare parzialmente i costi esterni della mobilità privata a favore di quella collettiva. Naturalmente, questo valore potrebbe anche diminuire utilizzando allo scopo i finanziamenti di molti progetti autostradali inutili tra cui il ponte sullo stretto e adottando sistemi di gara che coinvolgano nel finanziamento gli aggiudicatari, come il project financing.
Come ho scritto in precedenza, l’era del post picco segnerà una forte discontinuità rispetto alle principali culture economiche e politiche del ‘900, tutte orientate a promuovere la crescita dei consumi e della produzione attraverso l’espansione costante dell’economia e della spesa pubblica. Ma paradossalmente, l'aumento continuo del debito pubblico può funzionare solo in presenza di un'inesausta espansione economica che lo finanzi. In un periodo di cronica recessione come appare l'attuale, gli Stati rischiano di fallire e con essi lo Stato sociale. Quindi, in una società ecologica di tipo stazionario, occorrerebbe ripensare profondamente ai criteri della spesa sociale, orientandoli all'efficienza e all'efficacia degli investimenti.
lunedì, luglio 12, 2010
Il crollo della bolla immobiliare: USA e Italia a confronto
Non so dire quale siano le ragioni di questa differenza. Potrebbe essere dovuta, per esempio, al fatto che la densità di popolazione negli Stati Uniti è più bassa che da noi, il che rende meno costoso il terreno. Oppure forse negli USA ci sono meno tangenti da pagare ai vari politici che gestiscono il territorio. Forse anche gioca il fatto che le case negli USA sono quasi sempre di legno: il costo di costruzione è minore che da noi. O, infine, semplicemente il fatto che negli USA tutto avviene sempre più in grande e più rapidamente che da noi. sabato, giugno 19, 2010
La lenta caduta
sabato, aprile 03, 2010
Ritorna la speculazione
Il prezzo del barile è tornato sopra gli 85 dollari al barile e anche le altre materie prime manifestano una nuova tendenza al rialzo delle quotazioni. Mentre in altri paesi si comincia a discutere anche negli “alti livelli” delle conseguenze del picco (leggete questo interessante post), immancabilmente gli organi di informazione nazionali danno voce alla tesi rassicurante della speculazione finanziaria per giustificare gli aumenti dei prezzi, trascurando le ragioni di fondo delle nuove tensioni, legate al sempre più marcato squilibrio tra domanda e offerta tipico delle situazioni di picco della risorsa.Ne cito due. Su Repubblica, il solito Rampini, che già era stato artefice in passato di una bufala sull’argomento, come spiegato in questo mio precedente articolo, riprende la tesi speculativa, assicurandoci però che stavolta “le autorità americane non staranno a guardare”, mettendo in campo un organo di vigilanza che imporrà “limiti severi ai volumi di petrolio, gas naturale e materie prime che possono essere oggetto di speculazione finanziaria da parte di banche, hedge fund e altri operatori non industriali", mentre un’importante Authority contrasterà “l’eccessiva concentrazione nelle mani di pochi operatori finanziari di un potere smisurato nell’influenzare i corsi delle materie prime.”. Sul sito del Sole 24 Ore, invece, interviene un economista della Cattolica di Milano che avverte dei rischi di amplificazione “degli elementi speculativi e degli atteggiamenti finanziari impropri”, concludendo però che “in tempi medi il riequilibrio sui mercati dovrebbe tornare perché l'incremento dei prezzi renderà più conveniente la coltivazione di nuovi giacimenti” (sic).
Senza voler riprendere argomentazioni più volte espresse in passato, mi limito a domandare a costoro come mai, quando è scoppiata la crisi finanziaria, il calo dei prezzi sia stato attribuito al crollo della domanda mondiale, invece ora che le quotazioni risalgono, non venga attribuita ai fondamentali del mercato ma alla speculazione. Non mi pare molto logico pensare a mercati che si comportino in maniera diversa a seconda delle situazioni.
sabato, marzo 06, 2010
Pensare globale
martedì, febbraio 16, 2010
Rimedi apparenti

giovedì, gennaio 14, 2010
Un messaggio di speranza
Il recente vertice di Copenaghen purtroppo non ha prodotto risultati apprezzabili per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici (per chi fosse interessato, una sintesi delle conclusioni è disponibile sul sito del Focal Point italiano dell’IPCC). Molti commentatori hanno manifestato stupore misto ad indignazione per degli esiti così scoraggianti, non sapendo spiegarsi per quale motivo i Capi di Stato mondiali non riescano a raggiungere un accordo su una tematica così essenziale per i destini del pianeta e dell’umanità. Eppure, il motivo è molto semplice e sarebbe facilmente comprensibile se si riflettesse senza preconcetti sui meccanismi che generano l’aumento delle emissioni di gas serra. Esso risiede nel fatto poco percepito dall’opinione pubblica internazionale, ma estremamente chiaro ai Capi di Stato, che le politiche necessarie a raggiungere gli obiettivi indicati dalla comunità scientifica internazionale sono economicamente antiespansive e contrastano con la tendenza del sistema produttivo e di consumo a crescere illimitatamente.La Cina ha avviato da qualche anno il motore apparentemente inarrestabile della crescita economica, con percentuali di crescita annuale del PIL paragonabili a quelle italiane del boom economico negli anni ‘60 e non ha alcuna intenzione di arrestarlo. Per fare questo ha bisogno di grandi quantità di energia e sta utilizzando in maniera intensa le fonti interne (soprattutto carbone), incrementando contemporaneamente le importazioni attraverso politiche aggressive di accaparramento dei residui mercati petroliferi mondiali. I paesi emergenti stanno anche investendo fortemente nella produzione energetica da fonti rinnovabili, ma le attuali tecnologie sono solo in minima parte in grado di sostenere la crescita tumultuosa di quelle economie.
Un discorso analogo vale per gli Stati Uniti. La colossale crisi finanziaria globale che ha rischiato di travolgere le economie planetarie è partita proprio da quel paese, e nasce in effetti dal tentativo di contrastare la concorrenza internazionale delle economie emergenti e rilanciare la domanda interna attraverso politiche di sviluppo fittizie fondate sull’abnorme crescita del debito privato. Del resto gli americani non sembrano avere alcuna intenzione di modificare i propri stili di vita consumistici e dissipativi di risorse e lo stesso Obama considera prioritaria la ripresa della crescita economica interna, anche se edulcorata con il riferimento a una green economy i cui risultati saranno inevitabilmente vanificati dal meccanismo esponenziale della crescita economica e dalla progressiva saturazione dell’efficienza energetica. Se si guarda al vertice di Copenaghen da questo punto di vista, appaiono anche del tutto ineluttabili le deludenti conclusioni e inevitabili gli analoghi fallimenti negli incontri che lo seguiranno.
Ma, in questo quadro desolante, si intravede un barlume di speranza. La crisi economica globale sta determinando anche un calo sensibile dei consumi energetici e delle emissioni di CO2. Secondo quanto si legge nell’ultimo Rapporto Energia e Ambiente dell’ENEA, “una valutazione precisa dei consumi energetici nei mesi a cavallo fra il 2008 e il 2009 è ovviamente ancora impossibile, tuttavia sono disponibili dati parziali che possono fornire una prima idea dell’ordine di grandezza dell’impatto della crisi sul sistema energetico globale. L’edizione di maggio dell’Oil Market Report dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) stima una riduzione della domanda globale di petrolio del 2,5% nell’ultimo trimestre del 2008, seguita da un’ulteriore riduzione del 3,6% nel primo trimestre del 2009. La caduta della domanda risulta particolarmente accentuata nei paesi OCSE (-5% circa nei due periodi). La domanda globale è quindi prevista diminuire del 3% circa nell’intero 2009 (-0,3% del 2008). Secondo il Monthly Natural Gas Survey (sempre dell’AIE) di aprile 2009, la riduzione dei consumi di gas naturale nei paesi OCSE nei primi quattro mesi del 2009 è pari al 5,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un picco del -8% nei paesi europei. Nel corso dell’ultimo inverno la domanda è letteralmente precipitata anche in Europa: dati preliminari parlano di una caduta del 15-20% dei consumi elettrici dell’industria, con conseguente crollo parallelo della domanda di gas per la termogenerazione. Il crollo della domanda è stato particolarmente intenso dove maggiore è stata la caduta della produzione industriale: in Italia, Francia, Spagna, Regno Unito.
Il consumo di elettricità a livello globale è previsto ridursi anch’esso del 3,5% nel corso del 2009, per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale (i dati dei paesi OCSE relativi ai primi tre mesi del 2009 evidenziano una caduta della domanda elettrica su base annua del 4,9%, mentre una domanda debole è prevista anche nell’area non OCSE)”. E inoltre, “Nel breve termine, la più ridotta crescita economica potrà determinare una flessione delle emissioni, una riduzione in termini assoluti nei paesi avanzati e una riduzione del tasso di crescita nei paesi emergenti. Stime preliminari indicano che le emissioni di CO2 dell’Unione Europea si sarebbero ridotte nel 2008 del 6% circa con una riduzione simile attesa per il 2009.”
Siccome l’agognata ripresa economica avverrà molto lentamente e sarà comunque frenata dalla contemporanea crescita delle quotazioni petrolifere che già oggi, in corrispondenza di una limitata ripresa della domanda mondiale e di uno squilibrio sempre più evidente tra la domanda e l’offerta, hanno superato gli 80 dollari al barile, è facile prevedere che il mondo si avvierà stancamente verso un lungo periodo di stasi dei consumi e, successivamente, verso nuove crisi economiche che produrranno un ulteriore calo dei consumi energetici. Riuscirà questa tendenza a scongiurare il rischio del cambiamento climatico o a limitarne gli effetti? Come si legge in questo documento, la questione è ancora controversa, ma mi sembra indubitabile che qualche effetto positivo ci sarà.
E in Italia cosa sta succedendo? Se guardiamo i dati ufficiali dei consumi energetici del 2008, pubblicati sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, ci accorgiamo che la tendenza alla riduzione dei consumi energetici era apparsa già molto prima della crisi finanziaria globale. Come possiamo vedere dal grafico iniziale che ho ricavato dai dati storici del Consumo Interno Lordo di energia primaria (Produzione + saldo tra importazioni ed esportazioni), i consumi sono calati per il terzo anno consecutivo, attestandosi a 191, 304 Mtep, rispetto ai 197,776 Mtep del 2005 (- 3,27%) e sicuramente caleranno ancora nel 2009 sotto i 190 Mtep, in corrispondenza degli effetti maggiori della crisi economica. Un segnale evidente di questo futuro ulteriore calo è costituito dall’andamento dei consumi di energia elettrica che, secondo i dati Terna, nel 2009 subiranno un calo rispetto all’anno precedente di circa il 7%.
Come si può osservare in quest’altro grafico, ancora più accentuato risulta il fenomeno se si prendono in considerazione i consumi procapite, dove il calo si è verificato per il quarto anno consecutivo da 3,39 tep/residente a 3,19 tep/residente (- 6,56%).
Un’analisi della distribuzione per fonti e per usi dei consumi energetici è contenuta in questa mia precedente analisi, ma se si osservano i consumi finali ricavati dai dati del Ministero Sviluppo Economico, notiamo che la riduzione è molto differenziata tra i settori dei consumi finali. Mentre l’industria registra nel triennio considerato un catastrofico – 8,89%, e il civile un sensibile calo (- 3,84%), i trasporti rimangono sostanzialmente stabili (- 0,63%), a dimostrazione della marcata rigidità di questo settore rispetto alle dinamiche economiche. Come ho scritto in un mio precedente articolo, gli effetti di questa dinamica dei consumi energetici si riflette positivamente sulla quantità delle emissioni di CO2, consentendoci probabilmente di avvicinare se non raggiungere gli obiettivi del protocollo di Kyoto per il 2012, che l’Unione Europea quasi sicuramente nel suo insieme conseguirà.
Morale della favola. Inutile deprimersi per il calo dei consumi e del Prodotto Interno Lordo, o lamentarsi per le famiglie che non raggiungono la fine del mese. Dovremo imparare a compensare il calo della ricchezza, con la rinuncia agli sprechi e agli eccessi di un’economia insostenibile, ritornando ad adottare più incisive politiche dei redditi che riducano le sperequazioni sociali e salvaguardino le fasce più deboli della popolazione. Riscopriremo i valori veri della vita e forse lasceremo alle generazioni future una situazione climatica meno drammatica di quella che si prospetterebbe se non cambiassimo i nostri insostenibili comportamenti.
mercoledì, dicembre 30, 2009
Efficienza e Resilienza: dopo il Paradosso di Jevons, il Principio del Porcellino
mercoledì, dicembre 23, 2009
Il senso perduto del Natale e la frenesia del Consumo

In alcuni canti cristiani del Medio Oriente (cantati in lingua aramaica - assyriaca) si afferma che con l'avvento di Cristo, gli ebrei non hanno più bisogno di sacrificare gli animali sull'altare per chiedere perdono o compiacere al Signore. Infatti si cita che Cristo si sacrificò fisicamente per la salvezza dell'umanità "come un agnello sacrificato sull'altare".
I seguenti link sono relativi a due video presi da you tube, del "Padre Nostro" e dell' "Ave Maria" cantati in lingua aramaica - la lingua di Cristo.
I Vangeli raccontano che Gesù nacque in una specie di stalla in una giornata (o serata poco importa) fredda. Gesù nacque umile, circondato dagli animali (nella storia occidentale si ama parlare di bue e asino, io sarei un po’ scettico sul bue ma anche questo ha poca importanza). Egli stesso, una volta iniziata la sua missione di profeta e portatore di un messaggio divino di Pace e di Speranza, si dichiarò dalla parte dei poveri e umili e attaccò fortemente i commercianti del tempio e i falsi, facendo capire quanto sia difficile (ma non impossibile) conciliare ricchezza e paradiso. In sintesi la nascita e la morte di Cristo non si sono mai abbinate all'uccisione di agnelli, capponi, polli, tacchini; gli unici doni che il Cristo, da neonato, ricevette erano stati offerti da Re venuti dall'Asia.
Ogni anno sia a Natale che a Pasqua (che per noi Cristiani orientali corrisponde ad un secondo Natale), si riparte con la frenesia del consumismo becero; dei regali a tutti i costi, delle cene e dei pranzi abbondanti e nel consumo di quantità incredibili di animali domestici (agnelli, maiali, capponi, tacchini e polli) oltre ovviamente alla distruzione di centinaia o migliaia di abeti, pini ed altri alberi: Oggi sono stato al Supermercato ed ancora non siamo giunti alla vigilia, e sia dentro che fuori c'è la frenesia ... no, la pazzia totale. Ho visto gente comprare di tutto e di più, ho visto persone litigare per la fila alle casse, signore arrabbiate, perché non ci sono più i tacchini belli ... per strada, in macchina, una signora mi aveva quasi speronato perché aveva fretta di fare chissà cosa. Non nego che fare regali e riceverli sia una cosa bella, soprattutto per i nostri bambini, non nego che gli alberi, le luci, i babbi natale attaccati sui balconi e gli addobbi lungo le strade siano una cosa carina ... soprattutto per i bambini. Ma quand'è che la smettiamo con questa pazzia?
Sui giornali parlano di una ripresa nella fiducia dei consumatori cito dalla Repubblica di oggi: "Migliorano le attese dei consumatori, ma non nel Mezzogiorno. Si spera in meglio per la propria situazione personale, ma non per l'economia nazionale. Isae, a dicembre cresce la fiducia. E' ai massimi dal luglio 2002" ... mi sembra che la maggior parte delle persone non ha ancora realizzato la portata della crisi economica-finanziaria che i politici ed i loro fidatissimi portavoce - giornalisti dicono che ormai è stata superata.

(fonte immagine http://italianiscostumati.splinder.com/tag/poverta)
Si è perso il senso della Natività, come si è perso il senso del "Babbo Natale", o di "San Nicola", che non si era dato da fare per i ricchi o bimbi dei ricchi ma per i più poveri, gli ultimi. Il Babbo Natale è ormai una velina in gonna cortissima oppure un ubriacone sulla spiaggia, oppure il famoso calciatore che riceve centinaia di lettere nella sua splendida casa, aiutato dalla bellissima mogliettina per regalare le penne telefoniche. Eppure siamo in Crisi, c'è troppa gente in Cassa Integrazione, non passa un giorno senza la notizia di nuovi scioperi e occupazioni per le aziende che chiudono.
Mentre siamo indaffarati a comprare i regali, o a pensare cosa fare alla vigilia del Natale, il giorno di Natale, a Santo Stefano ecc... ecc...:
- Molte persone a Natale si stanno deprimendo completamente, odiano questa festività, per tanti motivi (psicologici, d'infanzia, povertà, ecc....);
- Molti Paesi sono collassati (ad esempio la Somalia, Haiti), in corso di collasso (ad esempio Nigeria, Etiopia, Afganistan, etc..), molti stanno confermando il loro collasso (come Argentina);
- Il numero di affamati e malnutriti (1 Miliardo di persone secondo la FAO) è in crescita dato che le statistiche ancora non considerano completamente i nuovi poveri americani (Nord e Sud), Europei, e di altri continenti;
- Il numero dei poveri è in continuo incremento e la crisi finanziaria ed economica sta probabilmente nascondendo nuove sorpresa ... vedremo;
- Il prezzo di molte commodities agricole è in crescita, ultimamente si segnala un incremento nel prezzo del tè nero (3,18 dollari al kg nel settembre 2009, rispetto ai 2,38 dollari al kg del 2008, e questo a causa della siccità);
- L'intensificazione delle anomalie climatiche (alla faccia del "Giornale") con tutte le conseguenze che ne stanno risultando; perché questa grande nevicata - gelata, che ci ha colpiti mettendo in KO tutti i sistemi dei trasporti, seguita dopo pochissimi giorni da un rialzo netto delle temperature per l'arrivo dello scirocco, può essere considerata un'anomalia non tanto per il fenomeno in se quanto per la violenza e l'intensità del fenomeno stesso;
- La crisi energetica è in corso, nonostante le solite chiacchiere, i Paesi produttori non intendono incrementare la loro produzione giornaliera (notizie di 2 giorni fa), il prezzo non scende al di sotto dei 70 dollari e comunque anche se scende non è che riesca ad andare al di là di una certa soglia.
- La disoccupazione è diventata di nuovo il problema dei vari governi mentre le banche, finanziarie e grandi società che hanno beneficiato dell'intervento pubblico non hanno cambiato nemmeno di una virgola il loro comportamento e codice etico rispetto al passato, ed insistono nell'applicare politiche ormai dimostratisi inefficienti e dannosissime per le economie dei Paesi. Il sistema sia completamente drogato e questo, forse, fa presupporre una nuova crisi forse ancora peggiore della prima, poiché la prossima volta difficilmente i Governi riusciranno a trovare i soldi necessari per salvare le banche e le finanziarie.
- A Copenhagen, i politici ed i governanti oltre ad aver seppellito per sempre gli accordi di Kyoto hanno fallito clamorosamente nella difesa dell'ambiente e quindi delle economie in generale. Gli aiuti promessi ai Paesi più poveri serviranno davvero a qualcosa? questi miliardi di dollari di cui parlano Obama, Clinton e compagnia esistono d'avvero?
Ancora non ci siamo; i segnali di fumo non sono leggibili da tutti e quindi si crede o si tende a credere che tutto stia andando benissimo, come prima, anzi meglio di prima e allora alla faccia del Cristo e del suo messaggio di umiltà, solidarietà, pace, amore per il "Creato": meglio un Babbo Natale in più magari in gonnella e strafiga oppure muscoloso e macho che regala suonerie, telefonini, che un momento di calma durante il quale - almeno - si tenta di pensare a quello che ci circonda e che non riusciamo a vedere e soprattutto a fare un piccolo gesto verso chi oggi ha bisogno non della carità ma di un aiuto morale.
Approfitto dell'occasione per augurare a tutte e tutti un Buon Natale segno di Pace e Rinnovamento nelle nostre teste e comportamenti.







