Visualizzazione post con etichetta psicologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicologia. Mostra tutti i post

sabato, giugno 05, 2010

I bambini e le paure

Un titolo così può sembrare un po’ OT in un blog in cui si parla di risorse.
Tuttavia, qualche giorno fa mentre andavo al lavoro stavo rimuginando proprio su queste cose.

Un bambino ha un background di conoscenze scientifiche e di esperienza ridotto all’osso, per ovvi motivi; ciò non toglie che la sua interazione con il mondo sia molto profonda e sorprendentemente ricca di capacità previsionale, per lo meno qualitativa.

Ad esempio, mi ricordo di alcuni “momenti chiave” (avrò avuto intorno ai 7 anni o poco più) che, riletti con il senno del dopo, mi danno molto da pensare.

- Fumo: intorno ai primi anni ’80 si cominciava a parlare diffusamente dei danni provocati dal fumo, anche se era ben vivo (come oggi, del resto) il mito secondo cui “esistono persone che, pur fumando 1 pacchetto al giorno, sono arrivate a 90 anni”.
Mio padre non voleva saperne di smettere; mi ricordo come se fosse oggi di un giorno in cui sono scoppiato a piangere perché con le “buone” non funzionava; mentre io ero terrorizzato dall’idea che potesse ammalarsi e ne ero anche piuttosto convinto, mia madre, seppur preoccupata anche lei, mi rassicurava dicendo “ma no, mica tutti i fumatori muoiono”. Mio padre ha sempre continuato a fumare, ed è morto 3 anni fa per una malattia polmonare, con 15 anni di anticipo sulla sua aspettativa di vita.

- Giocattoli: quando mi arrivavano dei giocattoli nuovi, spesso mi domandavo che fine avrebbero fatto quelli vecchi. Mi era anche successo di soffrire nel dover “archiviare” i giocattoli che mi avevano accompagnato per qualche anno, ed erano ancora funzionanti.

- Automobile: come tutti i bambini ero affascinato dalla macchina. Con i miei amici mi chiedevo da dove venisse quella cosa odorosa che il papà cacciava nel serbatoio. La risposta generale era : “dal benzinaio”. Un giorno avevo chiesto più spiegazioni a mio padre, e la risposta era stata del tipo: “La benzina ci arriva dall’Arabia.”. Altra domanda infantile: “Ma la benzina non finisce mai”? Risposta: “Sì, finirà, ma tra moltissimo tempo, chissà quando”

Il mondo degli adulti, in generale, soffre di più l’effetto di trascinamento inerziale della dinamica dei sistemi, “fotografata” nel momento in cui vivono. L’assunto implicito è che i sistemi siano stabili, e allora possiamo riscaldare allegramente le case a 22° C se il gas costa poco, chi percepisce 50 k€ all’anno può mantenere fino a 5 figli eccetera. E’ il trionfo del paradosso di Jevons.

Ma non basta: “E’ sempre stato così, perché mettersi lì a coibentare la casa con quello che costa, che senso ha mettere i pannelli solari che non funzionano di notte e quando non c’è il sole, come possiamo avere fiducia nel trasporto elettrico se l’autonomia è ridotta e le batterie costano”, e via demolendo con cose di questo tipo.

Fortunatamente, i bambini crescono, gli incubi spariscono e a volte i sogni si realizzano.

lunedì, maggio 03, 2010

L'ipercultura: vivere "on demand"


Botero's Mona *


Ispiratrice inconsapevole di questo post è mia madre, che tanto teme i miei discorsi sull'energia e sul futuro :-)

Nata nell'immediato dopoguerra ('46), ha trascorso la propria giovinezza in un ambiente contadino del tempo: duro lavoro, stanze fredde, nessuno spreco e cose di questo genere. A inizio anni '70 si è sposata ed è andata a vivere in una cittadina medio-piccola, dove lavorava mio padre.
Ora lei è abituata a uno stile di vita "da città": nessun problema di fornitura gas, acqua o elettricità, nessuna stufa a legna da mantenere e molto altro ancora. Ma la cosa che di lei non smetterà mai di sorprendermi è l'approccio: è come se avesse fatto un "erase" dei files datati ante 01/01/1970. Quando descrive la sua giovinezza, ne emerge subito il fatto che si disponeva solo di giocattoli poveri, che la televisione è arrivata tardi, che erano tempi di "scarsità" e privazioni su tutto. Un po' come quando un reduce anziano ricorda malvolentieri l'atroce esperienza dei lager.

Paradossalmente, oggi mi trovo in seria difficoltà nel spiegarle che mettere troppo detersivo per i piatti comporterà il fatto di gettarne l'eccesso ancora attivo nello scarico, nonchè problemi nel risciacquare decentemente le stoviglie;  che avere in casa 19, 20 o 22 °C cambia poco, se si sta seduti 3 ore davanti alla TV il freddo ai piedi viene comunque, per ovvie ragioni fisiche ;  " l'altra notte mi sono svegliata, ma perchè diavolo i termosifoni sono freddi, bisognerebbe fossero sempre un po' caldi " ...  voglio dire, ci provo e cerco pure di non essere insistente, ma lei dopo pochi minuti comincia a irritarsi.
Fortunatamente, finora ho trattenuto la battuta "Potremmo lasciare l'automobile accesa di notte d'inverno, così al mattino quando la si prende è già calda" ...

Ma la cosa che per me è ancora più curiosa è che non riesce a cambiare vision per nessun motivo, ad esempio la sola idea di integrare il riscaldamento a termosifoni con altre soluzioni (ad esempio, stufetta a legna, vestiti più pesanti, borsa dell'acqua calda ad emulazione del kotatsu) la gettano nell'isteria del "ritorno al passato" e del "regresso".
In pratica, se le cose non sono "iper" e "on demand", scatta in lei lo sconforto.

Non vorrei dare l'impressione di volermi accanire pubblicamente contro mia madre, avendo già un quasi -precedente  :-)   ;   queste considerazioni sono estendibili, almeno credo, a una moltitudine di situazioni e contesti analoghi. Insomma, alla problematica classe '40 (circa 2 generazioni fa), quella che ha realizzato e vissuto il boom economico.

L'Uomo, in prima battuta è un animale; solo in un secondo step riesce a sviluppare razionalità ed etica, che in parte risiedono in lui, in parte "racimola" (e sviluppa) dalle persone che incontra e dal bagaglio generale di studi ed esperienze che si fa.
Forse, proprio per questa sua natura, è condannato a oscillare tra mostruosi eccessi, alla disperata ricerca di un equilibrio che non riesce a padroneggiare.

*  L'immagine scelta è legata al fatto che la bisnonna materna, classe 1893, soleva esclamare " Che biga! " come segno di complimento nei confronti di una persona "grassoccia". Al tempo, il problema della sottoalimentazione era diffuso e una persona in carne era vista più in salute degli altri, indipendentemente dalla reale situazione clinica la cui conoscenza, al tempo, era anni luce da oggi

domenica, aprile 11, 2010

Il paradosso dell'abbondanza

L'altro giorno stavo pensando a una cosa. Quando una risorsa è molto abbondante ma comunque finita, il buon senso vorrebbe che si cogliesse l'occasione per creare delle scorte strategiche, per utilizzarla comunque nel migliore dei modi, cioè in modo da centellinarla, omogeneizzandone il suo impiego nel tempo e nello spazio, un po' come se non fosse così "abbondante" come la si percepisce.

Invece, nella realtà le cose non funzionano esattamente così. Succede spesso che uno studente universitario abbia davanti a sè molto tempo per affrontare un esame, tuttavia entrano in ballo dei meccanismi psicologici per cui trova decine di cose da fare in parallelo, cosicchè si ritrova a pochi giorni dall'esame con l'80% del lavoro ancora da fare o da consolidare (parlo per esperienza vissuta).
Stesso discorso per i lavori di casa. Quante volte si avrebbe il tempo per fare ordine nel garage, e proprio per questo si cominciano a fare altre cose, e alla fine l'ordine non si fa?
Per il petrolio, poco cambia. Negli anni '50 si stavano scoprendo giacimenti di capacità inimmaginabile per il consumo del tempo, tanto che è stato dato il 'La' per il grande consumo cornucopiano in cui siamo immersi tuttora. Visti i ritardi che stiamo accumulando nella transizione alle rinnovabili e nella riduzione della dipendenza dai fossili, non rischiamo di trovarci nella situazione dello studente universitario, che si presenta all'appello ripetendo a se stesso "Io speriamo che me la cavo" ?

sabato, marzo 06, 2010

Pensare globale


Un concetto che forse non è condiviso da tutti è la differenza che esiste tra il potersi permettere l'uso di una risorsa, e l'effettiva correttezza (di medio/lungo termine) nell'usarla. Vediamo alcuni casi-tipo.

Ad esempio: in Italia, se sono un dentista o un notaio potrò permettermi di girare con un SUV dall'ammortamento di 20.000 €/anno. Obiezioni? No, posso permettermelo, se ad esempio guadagno 180.000 €/anno.

Vivo in un paese dove ad oggi la disponibilità di acqua dolce è elevata, e il costo al m3 è basso. Dunque, posso usarne senza preoccuparmi di risparmiarla.

Tornando all'esempio del professionista di reddito elevato: guadagnando molto, potrò permettermi di avere 8 figli (e un pullmino) senza problemi per il loro mantenimento e futuro.

Vivo in una città ricca. Visti i problemi che ci sono nel terzo mondo, posso essere favorevole a un'accoglienza verso un'immigrazione non pianificata, pur di aiutare delle persone in condizioni di bisogno.

In questi esempi, una psicologia morbida  e "locale" fa a pugni contro una realtà più dura e "globale".

Nel caso del ricco professionista, possiamo dire che il mantenimento energetico del suo mezzo di trasporto equivale al non-possedimento di una piccola utilitaria da parte di circa 4 famiglie. Allo stesso modo, ogni figlio che nasce in un certo contesto sociale "eredita" dal sistema il fabbisogno energetico che gli è "dovuto", caricando il sistema di un certo impatto. Stesso discorso in termini di impatto ce l'ha qualunque migrante che passa da una zona di sussistenza a una realtà industrializzata.

Ma allora, qual è il problema? Qual è la soluzione? La realtà, essendo complessa, si compone di contesti e di azioni, più che di semplicistici problemi-soluzioni. E' sbagliato che ci siano persone che guadagnano 20 volte quello che percepiscono altri, che magari lavorano 3 volte di più in termini di tempo e di fatica; è sbagliato caricare i sistemi solo sulla base di considerazioni economiche o di spinte emotive.
Le giuste azioni locali dovrebbero discendere innanzitutto da un'approfondita conoscenza della realtà globale. Senza assolutismi e imposizioni, ma sulla base di una diffusa razionalità.

lunedì, febbraio 08, 2010

Verso l'autosufficienza... vincoli, azioni e risultati: il mio primo restyling energetico



Nella foto potete vedere come si presenta la falda sud del tetto della casetta dove oggi vivo con mia madre. I moduli solari che vedete, sia termici che fotovoltaici, sono stati piazzati in novembre dello scorso anno: circa 5 metri quadri di superficie dedicata al solare termico totalmente integrato, e circa 14 per il solare fotovoltaico parzialmente integrato.

L'idea di sostituire la vecchia caldaia a gas (33 anni di onorato servizio) e il non più giovane boiler a gas  (20 anni) è nata poco più di un anno fa quando, già bazzicante in ASPO, sentivo fortemente il "richiamo" a fare qualcosa di concreto in prima persona, oltre a constatazioni sull'insostenibilità del mondo e a dialoghi sopra i massimi sistemi dell'universo, per limitare il consumo di risorse fossili.

Quando si è trattato di valutare la sostituzione dell'impianto, mia madre si era subito trovata d'accordo con l'idraulico nell'installare una caldaia a condensazione che facesse riscaldamento e acqua sanitaria, soprattutto per motivi pratici: spesso la fiammella pilota del riscaldamento si spegneva, mentre il bollitore richiedeva una manutenzione quasi ogni anno per la formazione di incrostazioni calcaree; l'insieme dei due costituiva un' importante fonte di inefficienza.
L'idea piaceva anche a me, ma gli scambi di idee sulle liste Aspo (e un po' di sano buonsenso) mi portavano a pensare che era assurdo lasciare "incolta" quella falda di tetto così ghiotta per intercettare l'energia dal Sole.

Quando ho proposto a mia madre l'idea di installare i pannelli termici (ed eventualmente fotovoltaici), ha iniziato a tremare il nucleo della Terra.
"I pannelli sono cari, non te li ripaghi", "solo per 1 o 2 persone non servono", "non li ha nessuno, se funzionassero tutti li avrebbero sui tetti", "poi ci nevica sopra", "la grandine li rompe", "poi ci piove in casa", "d'estate scaldano il soffitto della stanza da letto", "per montarli sul tetto spacchi tutti i coppi", "sono brutti", "il nostro vicino che se ne intende di lavori li sconsiglia", " ci sono le ombre delle case dei vicini, mica siamo in campagna" ...

Sono sicuro di dimenticare altre forze frenanti, ma credo che basti. Probabilmente il mio è stato un caso disperato, con innumerevoli vincoli soprattutto psicologici, ho dovuto davvero lottare per mesi e a volte litigare per procedere. Ma alla fine ce l'ho fatta.

Nel frattempo, non pago di tutto questo, mi sono messo in testa di non installare la caldaia a condensazione, che pure avevamo valutato, ma di mettere una pompa di calore, supportata da pannelli fotovoltaici. Anche qui è stata molto dura l'opera di convincimento, ma alla fine è andata :-)
Ho avuto anche modo di riuscire a partecipare a buona parte delle operazioni generali di installazione, prendendo così contatto con tecnicismi che ignoravo.
Tra l'altro, avendo realizzato con il nuovo impianto una riduzione dell'impiego di energia primaria (circa il 50%), ho richiesto al GSE una maggiorazione della tariffa incentivante del 30%, richiesta che deve ancora essere accettata formalmente.

Per avere un bilancio energetico completo occorrerà attendere novembre 2010; comunque, visto il trend è probabile che la casa autosoddisferà circa il 90% dei suoi bisogni, nonostante sia un edificio anni '70, a cui ho fatto solo interventi di isolamento molto semplici (sottotetto, doppi vetri, chiusura spifferi, isolamento tapparelle,  parte del sottopavimento isolato).
Per arrivare al 100% o più, occorrerà fare ulteriori interventi, sia singoli che combinati: passare al riscaldamento a pavimento e realizzare un cappotto perimetrale. Questi lavori non sono stati fatti subito per motivi pratici: rifare i pavimenti di una casa in cui ci si vive, e realizzare un cappotto con spostamento in avanti di infissi (che a questo punto verrebbero sostituiti) e tenendo conto della vicinanza di altri edifici sono cose un po' più delicate, sia da un punto di vista economico che psicologico, non so se mia madre avrebbe retto.
Per il momento sarà più semplice dotare la casa di una ministufa a pellet/legna, in modo da "rilassare" la pompa di calore (che diventa energivora per basse temperature dell'aria) nelle prime ore del mattino e alla sera, per i 2 mesi più freddi dell'anno. Inoltre, quando la lavatrice tirerà le cuoia (ha 20 anni pure lei) sarà sostituita con una a doppio ingresso, che sfrutti il surplus termico dell'accumulo solare (500 litri) e scaldi l'acqua per effetto Joule solo quando necessario.

Ora mia madre potrà godersi, anche se non so quanto consapevolmente, la raggiunta quasi-autosufficienza energetica. E dopo aver compiuto questa missione, direi quasi eroica :-) , sono pronto per perdere lo status di "bamboccione" e andare a caccia di nuove sfide rinnovabili ... 

Alla prossima puntata!

PS Se tra i lettori c'è chi ha fatto esperienze analoghe e ha voglia di raccontarle può inviarci una mail, si potrà fare un nuovo post della saga dell'autosufficienza

mercoledì, dicembre 16, 2009

Speculazione: ai confini della realtà



Quante volte l'opinione pubblica si sfoga contro i "potenti" che controllano i prezzi, muovono le pedine ai danni di una moltitudine di cittadini ininfluenti, che altro non possono fare se non subire gli effetti di queste "decisioni", pagando in ultima analisi con il loro portafoglio.
Moratti alza il prezzo dei carburanti come il petrolio fa bau, salvo poi mantenerli se c'è un calo del greggio; il prezzo dei cereali scende, e il costo al dettaglio della pasta sale; e via di questo passo.

Allora, se si vogliono vedere le cose "o bianche o nere", si rischia di rimanere intrappolati nei classici discorsi da bar, in una visione banalizzata di una realtà che è invece complessa.
Sicuramente, i "potenti" di turno (industriali, banchieri, politici...) sono in una posizione di forza e prendono delle decisioni a volte discutibili.
Sicuramente, non fa piacere vedere il lavoro degli agricoltori sempre meno remunerato, con gli intermediari che creano una lievitazione dei prezzi che tra non molto sarà difficile da sostenere per una certa parte della popolazione.
Sicuramente, nella storica escalation del prezzo del petrolio dell'estate scorsa fino a quasi 150 $/barile la speculazione ha avuto un ruolo molto importante.

Ma l'errore che a mio modesto parere dovremmo evitare di fare è pensare che se la causa è "solo" la speculazione, allora non dobbiamo preoccuparci, trattandosi di una motivazione fittizia. Invece, dobbiamo avere ben presente il concetto che la speculazione avviene laddove c'è un terreno a lei favorevole: il mondo delle risorse minerarie, idrocarburi ma non solo. In modo particolare, tutto ciò che è "fossile" è destinato inesorabilmente a entrare nel perverso turbine della speculazione (che altro non è che accumulazione di capitale in "accelerazione", nelle mani di pochi); è solo questione di tempo. Le ondate speculative si manifesteranno esattamente in concomitanza (e dopo) al picco di produzione di tale risorsa, quando cioè i punti fisici di estrazione saranno diventati molto più poveri e "rari".

La speculazione, allora, non nega il problema della scarsità. Al contrario, ne conferma l'esistenza. Matematicamente.

lunedì, novembre 16, 2009

Fichi e lambrette



created by Luca Pardi


Molti anni fa, ero un ragazzo meno che ventenne, avevo una lambretta. Non mi chiedete il modello perché non me lo ricordo. Anche se ne ho sempre fatto uso per spostarmi, non ho mai contratto il feticismo mistico di alcuni miei amici di allora. So solo che era una lambretta verde pisello, e andava abbastanza bene. Una notte di settembre, guidando quella lambretta in una località fra Porto Santo Stefano e Orbetello, caddi. Seguivo un mio amico, anche lui in moto, lo vidi entrare in una curva abbastanza stretta, ma che conoscevamo benissimo, sbandare un paio di volte e riprendersi, il tempo perché io andassi sdraiato sull’asfalto sbattendo la faccia in terra, avevo il casco, ma non era integrale. Non mi feci altro che qualche graffio sullo zigomo sinistro e un ematoma all’occhio dalla stessa parte. Una ferita da sfoggiare con le ragazze i giorni successivi.



La sbandata di Luciano (il mio amico) e la mia caduta erano dovute all’asfalto reso viscido in quel punto e in quel periodo, da un fico che scaricava i suoi frutti maturi sulla strada sottostante (lo so che i fichi non sono frutti, ma infiorescenze, ma uno mica può dire che il fico scaricava le sue infiorescenze, … scienziati si, ma insomma). Seppi poi che in quello stesso punto altri motociclisti erano caduti e di li a poco un’ordinanza del comune impose al proprietario del terreno che ospitava il fico di tagliarlo. Era un fico molto grande e molto vecchio. In maremma le chiamano ficaie.
Personalmente non ho mai portato rancore a quel fico e mi dispiacque quando l’anno dopo constatai che era stato eliminato. Lo rispettavo. Non sarei mai più rientrato in quella curva in una sera di tarda estate con la stessa velocità e pendenza, anche se il fico, ormai non c’era più.

Ho visto tagliare alberi lungo le strade perché avevano provocato incidenti. Ho visto i volantini di comitati per l’abbattimento dei pini che costeggiano una strada provinciale in provincia di Pisa perché troppi erano gli incidenti mortali. Ho sentito che la famiglia di un giovane vittima di un incidente aveva motoseghe alla mano, abbattuto per “vendetta” l’albero (di cui non ricordo la specie) contro cui il ragazzo era andato a sbattere.

Ho visto anche un singolare cartello stradale di pericolo in cui è scritto “attenzione alberi fuori sagoma”. Cosa può essere, signori, un albero fuori sagoma? Quale standard di sagoma ha in mente l’estensore di quel cartello? Quegli alberi “fuori sagoma” sono il doppio filare di platani che costeggia ambo i lati della provinciale che da Porta a Lucca a Pisa arriva a San Giuliano Terme. Quei platani c’erano già quando i miei genitori vivevano a Pisa prima della guerra (la seconda), mia zia si ricorda di quel viale percorso a piedi controcorrente in un flusso di sfollati che fuggivano da Pisa bombardata, mentre lei andava a cercare i suoi in città. Allora i platani non erano “fuori sagoma”. La gente si muoveva in bicicletta, o con i barrocci a mano.

Non la voglio fare lunga. Ho vissuto, visto e sentito raccontare tutte queste cose di alberi “incriminati”, ma non ho mai sentito parlare di un comitato di cittadini, che dopo un morto contro un albero, invece che contro gli alberi, si mobilitasse per la limitazione della potenza delle auto. Non so voi!

mercoledì, novembre 04, 2009

Incroci pericolosi




La "croce di Sant'Andrea", così come si presenta nella grafica che identifica i
 prodotti chimici pericolosi (sostanze nocive e irritanti)


Il simbolo della croce figura tra quelli che compaiono più frequentemente nei campi più svariati. L'immagine riprende il significato ristretto al campo, molto specifico, della tossicologia; possiamo menzionare però moltissimi altri significati e concetti evocati. Ad esempio, la segnaletica stradale, l'idea di incontro tra persone o tra culture, la 'X' che significa cancellazione di una scritta, e quella che determina un voto. Oppure, il simbolo della religione più diffusa nel mondo, il Cristianesimo.

Negli ultimi giorni si sta di nuovo discutendo circa l'opportunità o meno del Crocifisso nei luoghi pubblici in Italia. Personalmente sono cristiano cattolico, pur con i propri limiti e dubbi, tuttavia davvero non riesco a capire tutto questo fermento mediatico, e guardo alle concitate esternazioni "crocifisso sì, crocifisso no" con una certa preoccupazione. Oggi, un politico con aria spiritata ha urlato che il crocifisso ci deve essere assolutamente (in realtà ha detto anche altro; ritrovabile su youtube); ieri è comparso su facebook il gruppo "difendiamo il crocifisso!", e varie cose di questo genere.

A casa mia, non c'è mai stato un crocifisso; a casa dei miei nonni, sì. Alcune persone tengono sulla macchina la corona del rosario, altre no. Potrei andare avanti descrivendo tutte le situazioni possibili immaginabili, e ne sapremmo tutti quanto prima  :-)

Senza voler sminuire rituali, usi e costumi, mi sento molto più coinvolto negli incroci che la dinamica dei sistemi ci sta snocciolando a velocità piuttosto alta. Siamo nel bel mezzo di uno spartiacque globale: possiamo scegliere se continuare ad accaparrare risorse in nome di un improbabile "sviluppo infinito", magari anche trincerandoci dietro argomentazioni religiose di comodo, e accettando di sfidare i limiti dello sviluppo a colpi di guerre di religione e altre iatture, oppure se prendere coscienza della nostra natura limitata e lavorare il più possibile per un uso razionale, rinnovabile e condiviso delle risorse.

La "parte buona" di tutte le religioni si occupa di questo aspetto, per lo meno come approccio psicologico; approccio a mio avviso assolutamente compatibile con la situazione individuata dal Club di Roma, almeno in termini di scelte comuni da intraprendere, nel caso in cui si vorrà utilizzare la X come incontro e integrazione tra i popoli, e non come eliminatore fisico di comunità intere.

venerdì, ottobre 09, 2009

Competenze e opinioni



Tra le (tante) cose che non riesco a comprendere nella loro interezza, ai primi posti inserirei sicuramente questa: perchè nel mondo sociale e politico succede così spesso di sentire parlare in pubblico persone che hanno scarsissime competenze su un certo argomento?

Al di là delle parole, che potrebbero anche andare e venire, il problema è che chi parla ha spesso una forte influenza mediatica, quando non anche del potere decisionale.

Ora, mi piacerebbe fare un distinguo triviale tra competenze e opinioni. Le competenze discendono da un'attività continuativa di studio, di pratica e/o di lavoro in un certo campo; le opinioni in senso lato astraggono dalle competenze. In pratica, chiunque, anche senza competenze, può esprimere un'opinione su una data cosa. Questa da una parte è una grande conquista sociale, ma un suo cattivo uso (quale mi sembra di osservare in modo sempre più sistematico) può condurre a distorsioni molto pericolose.

Non mi sembra normale affrontare a mezzo di referendum argomenti specialistici e complessi come ad esempio la genetica e l'energia nucleare, oppure formali e di nicchia quali i dettagli sui sistemi elettorali; soprattutto in carenza di un'informazione obiettiva da parte dello Stato per fornire una "preparazione" media in vista dell'ipotetica votazione.

Non è benefico che il mondo politico solo raramente abbia persone con una robusta formazione tecnica, che sarebbe basilare per analizzare i problemi e fare decision making con qualche possibilità di far meglio di chi decide a caso, o segue la moda del momento.

Un optimum ci sarebbe: formulare opinioni supportate da competenze. Ma forse è troppo difficile.

venerdì, luglio 17, 2009

Emotività nucleare

Mr. Monthgomery Burns. Personaggio del noto cartoon "I Simpson", è il ricchissimo proprietario della centrale nucleare in cui lavora Homer Simpson; tra le proprie forze incorpora dipendenti volutamente incapaci, o morbosamente attaccati a lui. Anzianissimo, e' un uomo avido e disonesto.


E' stato recentemente segnalato da Luca Mercalli, e archiviato in Aspoitalia, un articolo di Sergio Zabot a proposito della politica nuclearista italiana. Propongo qui un post-abstract, che vuole essere un "ponte" per arrivare al documento completo dell'Autore.

Una cosa poco evidente, a 22 anni dal referendum sul nucleare, è che l'attuale rientro dell' Italia nella filiera dell'energia atomica è dovuto a un'ondata altrettanto emotiva e ideologica di quella di allora (che era andata nel verso opposto). I "sostenitori" delle centrali nucleari evocano paure quali la "fine del petrolio", l'inaffidabilità dei paesi esportatori di gas naturale, l'ineluttabilità di uno sviluppo per cui volenti o nolenti necessiteremo di sempre più energia, la riduzione dei gas a effetto serra.

Questa ideologia sottende invece interessi di grandi gruppi industriali; per creare concentrazione economica e finanziaria nelle mani di pochi eletti non c'è nulla di meglio di una filiera complessa come quella nucleare.
Per sostenere la necessità di realizzare in Italia impianti nucleari, vengono diffuse ad arte menzogne che fanno leva sull'emotività; ecco le bugie e le paure indotte più ricorrenti.


BUGIE


- In Italia paghiamo cara l'energia elettrica perchè abbiamo centrali termoelettriche e non nucleari, e dobbiamo compensare con le importazioni

Falso. Sono altri i fattori: meccanismi di formazione del prezzo nella borsa elettrica, gli "oneri generali di sistema", l'inadeguatezza/obsolescenza della rete elettrica nazionale, l'impatto di tasse+iva (il tutto, confrontato con gli altri Stati UE).
In sintesi, l'alto costo dell'elettricità italiana è dovuto ai privilegi di cui ancora godono i vecchi monopolisti, i produttori di elettricità e i petrolieri, all'inefficienza dell'infrastruttura e alla voracità dello Stato.


- In Francia l'energia elettrica costa meno grazie al nucleare

Falso. Si tratta del cavallo di battaglia dei fautori del nucleare, che però non hanno capito l'intimo e storico rapporto che esiste tra nucleare civile e militare. Grazie all'azione politica di De Gaulle, la Francia ha potuto raggiungere la leadership del polo nucleare europeo, necessario per motivi di bilanciamento dei rapporti di forza politico-strategici tra USA, URSS ed Europa. Il nucleare civile francese è nato in simbiosi con quello militare; qualunque reattore di oggi processa Uranio e dà come sottoprodotto (tra gli altri) il Plutonio, perfetto per le testate atomiche. I Francesi pagano questi costi occulti, ma in modo indiretto, nelle tasse che versano allo Stato, e non nella bolletta energetica.

- Le centrali nucleari non emettono gas serra

Falso. La produzione dell'Uranio è un'attività mineraria e chimico industriale molto complessa ed energivora. Il minerale estratto, l'Uranite, si trova combinato con altri ossidi metallici, e contiene circa lo 0,15% in peso di Uranio; questo va arricchito per portare la parte fissile (isotopo U235) dallo 0,7% al 3,5%.
Si tratta di un processo molto costoso in termini di energia e materie prime: combustibili fossili, acqua, elettricità, Acido Solforico e Fluoro.
Solo l'attività-core della centrale nucleare non comporta emissioni di CO2.
A valle, la fase del ritrattamento delle scorie comporta costi di gestione, trasporto, processamento e interramento elevatissimi.
Ad oggi, una centrale nucleare comporta l'immissione di circa 1/3 della CO2 che immetterebbe un'equivalente centrale a gas a ciclo combinato.
Nel tempo, naturalmente, i giacimenti di uranio andranno "esaurendosi" (secondo i dati, siamo già al picco dell'Uranio) e l'attività di estrazione-concentrazione diventerà sempre più pesante nel ciclo.


PAURE


- La sicurezza dell'approvvigionamento energetico

Per convincere l'opinione pubblica, si menziona il fatto che petrolio e gas provengono da zone instabili politicamente; forse non tutti sanno che a livello mondiale, meno del 30% dell'uranio utilizzato proviene da Paesi "stabili" (Australia, Canada, USA); altrettanto proviene da paesi giudicati "instabili" (Stati dell'Europa centrale, dell'Africa, Russia). Il restante quasi 50% proviene dallo smantellamento degli arsenali militari. La caccia all'Uranio è oramai un'attività routinaria dei capi di stato. Nicolas Sarkozy, ad esempio, si è assicurato i diritti sullo sfruttamento in moltissimi giacimenti del Congo e del Niger. Inutile sottolineare che proprio a causa di questi interessi occidentali in paesi sottosviluppati, la lotta politica interna per il controllo del potere assume aspetti di guerra civile ed è destinata a intensificarsi.

- Se non rientriamo nel nucleare saremo tagliati fuori dallo sviluppo tecnologico

Come sottolineato da Giuseppe Zampini, AD di Ansaldo Energia, l'utilizzo di tecnologia EPR francese per la realizzazione di centrali nucleari in Italia non comporterà molta ricaduta occupazionale in Italia, in quanto sarà necessario importare tecnici dalla Francia.
Inoltre, il costo per kWh dei nuovi impianti sarà in tempi molto rapidi superiore a quello ottenuto per mezzo di combustibili fossili.
L'ipotetica "avventura" nucleare italiana darà lavoro a poche grandi imprese; si tratta di un affare per giganti.
Dopo fusioni e riorganizzazioni, a livello mondiale sono rimasti pochi grandi gruppi che gestiscono la costruzione di impianti: Areva-Mitsubishi, Westinghouse-Toshiba, GE-Hitachi Nuclear Energy. (Le fusioni tra giganti sono ormai all'ordine del giorno: lo stesso succede, ad esempio, i costruttori automobilistici e aeronautici. Si tratta di un sintomo macroeconomico molto chiaro!)

- Siamo circondati da centrali in Francia e in Svizzera: se succede un incidente a loro, saremo coinvolti anche noi

E'vero; tuttavia, quale perversione masochista ci induce questo comportamento imitativo, visti gli svantaggi, evidenti o occultati, della tecnologia nucleare? Il parco centrali francese è piuttosto vecchiotto, e gli incidenti minori con fuoriuscite di materiale radioattivo stanno diventando sempre più frequenti (ad es., l'impianto di Tricastin). C'è poi stato il recente scandalo, denunciato da France-3, dei 300 milioni di tonnellate rifiuti radioattivi sparsi discretamente per le campagne, e impiegati come materiale strutturale.


Considerazioni conclusive


Il pacchetto 20-20-20, che prevede un aumento dell'efficienza energetica del 20% (con conseguenti aumento della quota di rinnovabli, e taglio di emissioni di CO2) entro il 2020, in realtà è in competizione diretta con l'utilizzo di energia nucleare: le due cose non sono compatibili, sia a livello di finanziamenti, che di reale bisogno di surplus energetico, nel caso in cui si migliorasse l'efficienza (soprattutto delle abitazioni).

Le tecnologie "distribuite" (tipicamente, gli impianti rinnovabili a potenza medio-bassa) sono destinate a diventare sempre più convenienti a causa di un mix di effetti: miglioramento continuo dell'efficienza e inesorabile aumento del prezzo delle materie prime fossili (peak oil). Inoltre, queste nuove tecnologie energetiche sarebbero molto più compatibili con il tessuto industriale italiano, dominato dalle piccole-medie imprese più che da grandi multinazionali.

Diceva Gandhi: "La terra produce abbastanza da soddisfare i bisogni di ognuno, ma non per soddisfare l'avidità di tutti".

____________________________________________


Alcuni post di Aspo-Italia sull'energia nucleare (quelli meno recenti sono comunque ritrovabili sul blog) :

- Italia, Francia e il nucleare

- Democrazia, informazione e nucleare

- Che succede al nucleare?

- ASPO-Italia sul nucleare

- Nucleare: mito e realtà

- Il Bidone Nucleare

- Dietrologia nucleare anni '80

martedì, marzo 17, 2009

Abitudini, inerzie e altre patologie / 8 : asciugamani colposi e insoddisfacenti



Quello che vediamo nell'immagine è un modello di asciugamano elettrico automatico. Ce ne sono di vari tipi in commercio, e i prezzi variano da 100 e più €, fino a 400 (!) €. Sono piuttosto diffusi e infestano autogrill, pizzerie, ristoranti e mense aziendali. Perchè "infestano" ? Non sono forse il risultato di anni e anni di evoluzione degli asciugamani tradizionali? Purtroppo no ...

- sono colposi: impiegano il riscaldamento a effetto Joule, per cui una corrente elettrica attraversa un elemento resistivo e dissipa completamente la sua potenza in calore. E' il sistema di trasformazione dell'energia più ridondante e inefficiente che si conosca, che potrebbe essere solo in parte "sopportato" se si utilizzasse energia elettrica rinnovabile*;

- sono insoddisfacenti: ogni volta che in un locale mi ritrovo a tu per tu con questa diavoleria mi viene male, per cui se lì vicino non ci sono tovaglioli di carta mi riduco a strappare pezzi di carta igienica o a passarmi le mani sul fazzoletto/pantaloni. Per asciugarsi decentemente le mani sotto quel getto d'aria occorre starsene lì impalati per un paio di minuti ...



* In effetti, la trasformazione di 1 kWh elettrico rinnovabile (ad esempio, se si hanno i pannelli fotovoltaici) in calore porta a 1 kWh di energia termica, per conversione completa. E' chiaro che trattandosi di energia "gratuita" non è un abominio, ma si tratta comunque di una scelta tecnica poco oculata. Utilizzando quel kWh per alimentare una pompa di calore potremmo ottenere almeno 3 kWh termici, semplicemente perchè sfruttiamo un ciclo più efficiente. Ad essere preziosa e limitata non è l'energia che riceviamo dal Sole (che è ordini di grandezza superiore all'attuale fabbisogno) , ma lo sono le infrastrutture rinnovabili necessarie per intercettarla. Per costruirle, infatti, abbiamo bisogno ancora di energia, di materie prime a elevato standard di purezza, di materie ausiliarie (fluidi, lubrificanti ...) , di macchinari ...

venerdì, marzo 13, 2009

Lettera di uno psicologo picchista



Alcune considerazioni sul principio di realtà

created by Claudio Rava (psicologo)

Preg.mo Dott Bardi:
Scriveva Freud nel 1911 che alla base del funzionamento psichico, assieme e subito dopo il principio del piacere, compare un poco alla volta il principio di realtà, che si apre faticosamente la strada nell'infante a causa dell'ineguatezza, dell'insufficienza del soddisfacimento allucinatorio dei desideri. Il bambino impara che non è sufficiente accontentarsi dell'immagine interna, del desiderio che la madre sia presente per vedere soddisfatti molti suoi bisogni, ma occorre che arrivi realmente e che risponda adeguatamente alle sue necessità. Con il pianto e col sorriso, il bambino attua un adeguamento alla realtà attraverso un sistema comunicativo innato; la sensazione di efficacia nello stabilire e nel mantenere una comunicazione soddisfacente con la madre andranno poi a rinforzare questo passaggio che avverrà, se tutto andrà per il meglio, nel senso di una progressivo accantonamento di forme di autogratificazione arcaiche poiché piacevolmente sostituite dalla qualità della relazione diadica.

Questo principio dovrebbe essere un caposaldo di qualsivoglia corrente psicologica, anche se adattato alla terminologia specifica di ogni Scuola, intendendo con questo che si può illustrare lo stesso fenomeno con molte sfumature di senso, ma almeno il nocciolo della questione dovrebbe essere universalmente condiviso.

La presente lettera intende però raccontare, in forma quasi aneddotica, una personale esperienza che testimonia da una parte la singolarità delle circostanze che mi hanno portato alla comprensione della situazione mondiale rispetto al Picco di Hubbert del petrolio, dall'altra il facile viraggio e l'arretramento verso un funzionamento più legato al principio del piacere (o sarebbe meglio dire dell'evitamento del dispiacere) allorché si provvede ad informare della concreta possibilità che nel nostro imminente futuro si vada verso un marcato peggioramento delle condizioni di vita della società, questo inteso ovviamente in senso statistico, senza riferirsi a questa o a quella persona in particolare. Per farlo, dovrò giocoforza narrare la mia vicenda, non per un velleitario anelito di protagonismo, ma per maggiore chiarezza, e occorre purtroppo iniziare da molto lontano, per fortuna senza arrivare alla primissima infanzia (tentazione cui è veramente difficile resistere per uno Psicologo). E sarà necessario mostrare come, anche all'interno di un gruppo di Psicologi, questi meccanismi difensivi siano tutt'altro che accantonati o superati.

Nel mio lontano passato c'è stato un amore giovanile ed adolescenziale per lo studio della natura, in particolare ero attratto da tutto ciò che riguardava la Geologia, la Mineralogia, la Petrografia, la tettonica dei continenti, le miniere, le attività estrattive ed il petrolio. Ero anche interessato, in modo evidentemente proporzionato all'età, alla chimica e alla fisica, in particolare all'energia.
Una piccolissima conferma di questi interessi venne palesata anche al momento dell'elaborato di maturità liceale, in cui – caso o sincronicità – l'argomento affrontato riguardava la relazione intercorrente tra l'uomo, l'energia utilizzata e la possibilità di continuare a percorrere la strada del progresso tecnologico. Ero già da allora convinto della reciprocità, dell'interconnessione fra i due fattori, ma ero anche ottimisticamente convinto che entro un tempo imprecisato dell'ordine di alcuni decenni i progressi della fisica delle particelle ci avrebbero messo in grado di imbrigliare le poderose forze della fusione nucleare, fornendo all'umanità una fonte di energia praticamente illimitata – cosa purtroppo tecnologicamente ancora lontana.
Quegli stessi interessi si sono poi concretizzati nella decisione di proseguire gli studi presso la facoltà di Ingegneria Mineraria, impegno mantenuto solo per alcuni anni, perché irrimediabilmente rimpiazzato da un interesse del tutto nuovo, pressante e non ulteriormente procrastinabile che (come si vede) ha portato alla laurea in Psicologia Clinica (un bel salto!).
In sintesi sono giunto poi a conoscenza dell'arrivo in prossimità del picco di Hubbert per il petrolio e per gli altri combustibili fossili verso la metà del 2006.
Da diversi mesi prima di allora, direi forse da circa un anno, mi sentivo gravato da un crescente e tutto sommato immotivato timore di miseria, o di perdita del lavoro, mentre di notte continuavo a fare sogni a contenuto monotonamente catastrofico, in cui il tema principale era una situazione di imminente pericolo di vita. Nella mia analisi elaboravo queste tematiche e le associavo ad arcaiche angosce abbandoniche e a specifici accadimenti infantili di disaccudimento. Anche dopo averle sviscerate in tutti i modi possibili, dovevo accettare il fatto che questi sogni e questi vissuti angosciosi non accennavano a diminuire, in barba alle teorie di Freud e dei suoi successori. Allo sconforto per l'inefficacia terapeutica e per l'incapacità di uscire dal quei circoli viziosi si aggiunse una nuova sintomatologia depressiva, un'astenia e una mancanza di entusiasmo che malgrado avvertissi come fondamentalmente egodistoniche, ugualmente andavano ad aggravare la situazione.
Una serie di riflessioni, di meditazioni sulla bioenergia mi hanno riportato a pensare a quei tempi adolescenziali, a quegli interessi giovanili, e per estensione, a tutte le forme di energia, anche in un senso ben più materiale, concreto, notando come proprio in quel periodo anche il mondo sembrava manifestare problemi energetici, specialmente nei costi dei carburanti. Mi è bastato poi collegarmi a internet per accertarmi, in pochi minuti, che stava accadendo in questi anni ciò che avevo sempre ipotizzato sarebbe successo alla generazione successiva alla mia, se non addirittura a quella dopo ancora. Eravamo già arrivati in prossimità del picco!
Da quel momento qualcosa è scattato, tant'è che da allora non ricordo di aver fatto più nemmeno un sogno catastrofico, e inoltre ho energie da vendere! E' pur vero che la psicologia sminuisce tutto ciò, ed è molto chiara in merito a quanto accaduto: l'aver potuto spostare all'esterno, sul piano del reale dei timori fantasmatici soggettivi profondi, produce un effetto liberatorio come quello verificatosi, anche se questa operazione psichica è sostanzialmente difensiva, e generalmente instabile, non definitiva.
A questo punto sorgono diversi quesiti (a parte l'evidente anomalia per cui nel mio caso la ricerca è nata da una pressante sensazione interiore e da strani sogni sulla cui origine e finalità tralascio di cavillare ulteriormente), che pericolosamente ruotano attorno alla necessità di districarsi fra paure soggettive e realtà, tra teoria e osservazione empirica, tra ciò che è pertinenza del Geologo e cosa concerne l'attività dello Psicologo. Cercherò di spiegare meglio questa non semplice commistione di piani diversi di osservazione riportando accadimenti più recenti.
Conscio della perniciosità della situazione e delle allarmanti implicazioni del peak oil su molte situazioni macro e microsociali e su professioni come quella dello Psicologo, mi son preso la briga di stilare un opuscolo informativo con i concetti principali ed una sintetica analisi della situazione socio-economica e delle sue possibili evoluzioni, e ho commesso l'errore di distribuirla ai miei colleghi Psicologi più di sei mesi prima della crisi finanziaria. Invariabilmente, a parte qualche sporadico caso di genuino ascolto del problema esposto, il vero motivo d'interesse dei presenti era questa strana manifestazione delirante, della sua collocazione sul DSM4, delle libere associazioni sul tema, della terapia psicologica o ancor meglio farmacologica da somministrarmi. La qualità degli sguardi che si posavano sulla mia persona era mutata drasticamente. Ero sicuramente affetto da un delirio di catastrofe, abbastanza ben sistematizzato in una complessa e arzigogolata produzione di poco credibili assunti pseudoscientifici. Del resto, come era possibile mettere in dubbio la pluriennale continuità ed evidenza di un mondo in corsa verso il progresso e l'espansione attaccandolo con le profezie catastrofiste di una moderna Cassandra senza subire il medesimo ostracismo, la stessa incredulità? Il mondo avrebbe sicuramente provveduto, il problema, se mai esisteva, sarebbe stato risolto, e si poteva stare tranquilli. La probabilità che ciò accadesse deve essere apparsa paragonabile a quella di essere colpiti da un meteorite, e i miei timori altrettanto infondati.
Non provo alcun risentimento nei confronti dei miei colleghi, ma sono costretto in qualche modo a notare uno scotoma veramente poderoso che impedisce di considerare come reale, non solamente ipotetica, teorica, o meramente speculativa una chiave di lettura della realtà che porti a ipotizzare conseguenze drasticamente peggiorative del nostro livello di esistenza.
L'attenzione per la realtà interiore che contraddistingue l'attività dello psicologo non può prescindere, a mio modesto parere, almeno dalla curiosità di conoscere e di prendere in considerazione anche altri aspetti e livelli di realtà, una fra tutte, il lavoro di esperti del settore che ricavano le loro teorie dai dati empirici ed elaborano teorie universalmente accettate. Per completezza, anche l'attività del Geologo e le sue previsioni non possono misconoscere aspetti peculiari del comportamento e dello psichismo umano. Anche da questo solo esempio vediamo che ogni attività d'informazione e divulgazione si scontra contro pesanti meccanismi difensivi che rischiano di invalidare qualsivoglia tentativo di responsabilizzazione. Chi ha provato ad informare parenti o amici ovviamente sa cosa intendo dire.
Un'ulteriore risvolto per me intriso di un vago sentimento dereistico, di totale inefficacia comunicativa, è avvenuto durante uno degli ultimi incontri con quegli stessi esimi colleghi, allorché, suppongo per evitare il disagio di rimettere in discussione quanto stabilito sul mio conto e sulla mia evidente follia, si è fatto massiccio ricorso a spiegazioni alternative fornite da economisti e dai tanti esperti apparsi alla televisione.
La tesi condivisa dei colleghi, che il mio delirio fosse esclusivamente uno sfogo emotivo, paragonabile ad un'infantile capriccio che per giunta non porta ad azioni concrete, ha un tantino vacillato quando li ho informati che l'ordine dato per tempo alle banche di effettuare il rientro di quanto avevo investito in comparti azionari era un atto concreto, i cui effetti si erano dimostrati piuttosto tangibili poiché non ci avevo rimesso un solo centesimo, a differenza di tutti loro che nonostante le mie esortazioni adesso erano lì a lamentarsi delle perdite e a chiedersi cosa fare. Suppongo sia per loro una compensazione sufficiente il ritenere che si sia trattato di una semplice coincidenza, ma ho comunque avvertito una sfumatura di rabbia che nel loro sguardo prendeva il posto del compatimento, e mi sono sorpreso a sorridere.
Questi semplici accadimenti mi hanno comunque portato a formulare una riflessione riguardo a problemi ben più importanti di questo piccolo incidente. Le mie considerazioni riguardano l'etica stessa della professione di Psicologo. Mi sono trovato ad esempio a chiedermi se è onesto e lecito cercare di esercitare una qualche forma di terapia o di semplice relazione con un altra persona portandosi dentro convinzioni di questo tipo senza esplicitarle in alcun modo, e senza scadere nel proselitismo. Finora la risposta più soddisfacente che mi son dato è che questo dipende dalla capacità di sopportazione di questa consapevolezza che può avere l'interlocutore. Molte persone in terapia (e non solo) sono momentaneamente o purtroppo stabilmente regredite o comunque non sufficientemente attrezzate a sopportare questa dolorosa ipotesi (anche se non è detto che se non ci riescono degli Psicologi, non possano far meglio i nostri pazienti). In questi casi non è comunque saggio aggiungere carico ulteriore all'equilibrio precario della personalità frammentata o destrutturata. Meglio posticipare o omettere considerazioni che sarebbero comunque dolorose e ansiogene. Più in generale ci si può regolare – almeno così ritengo necessario procedere – come se si dovesse parlare a una persona molto giovane che non graveremmo con problematiche penose troppo precocemente. A parziale sgravio della coscienza c'è il fatto non trascurabile che non si è stati contattati con questa richiesta. E' allora qualcosa che può essere relegato ad altri contesti comunicativi (conferenze, dibattiti), nei quali l'adesione sia implicita nella presenza in quella diversa situazione.
Ma come dirlo – qualora sia corretto farlo – e cosa comunicare? Mi è sembrato interessante notare come esistano persone che appena “annusato” il sentore pericoloso di quanto stavo affermando si sono affrettate a zittirmi (o a cercare di farlo), adducendo una legittima preferenza per non sapere questo genere di cose. Premesso che ritengo questo atteggiamento perfettamente legittimo, mi affretto a dissociarmi da esso. Ho quindi pensato che si potrebbe quasi premettere una sorta di test per scoprire questo atteggiamento. Si potrebbe ad esempio chiedere alle persone se, in caso venisse scoperta una loro patologia molto pericolosa (Aids, tumore, ecc..), preferirebbero saperlo oppure no. Sono certo che esiste una gran percentuale di persone che desiderano vivere senza conoscere questa realtà e forse non avremmo il diritto di costringerle a sapere.
A parte l'evidente considerazione che nessuno può sottoscrivere ciò che accadrà nel futuro, quanto è alto in effetti il rischio di sostituire dei fatti con delle nostre ataviche paure? D'altra parte, l'inconsistenza del modo di vivere della stragrande maggioranza della popolazione, l'atteggiamento avido e consumistico della nostra generazione, la facile distraibilità che fa sì che la maggior parte delle persone aborrisca ogni forma di responsabilità e di autocoscienza personale, per non parlare di una generalizzata insensibilità nei confronti di problemi legati alla sostenibilità e all'utilizzo delle risorse, sono tutti vettori inerziali che concorrono a lasciare che gli eventi seguano un percorso irreversibilmente votato ad essere alterato solo dalla ineluttabilità della crisi, forse dalla violenza delle circostanze, e costituiscono un ostacolo insormontabile alla possibilità di correzione di rotta.
Tra le conseguenze che hanno avuto un effetto immediato a livello personale, c'è uno stravolgimento per quanto concerne la pianificazione del futuro. Progetti che stavo coltivando e aspettative e speranze sono stati tutti in qualche misura modificati dalle anticipazioni di un futuro dalle caratteristiche tutt'altro che rosee e che si intravede arrivare a grandi passi.
In questa situazione che possiamo dire di condividere con molti abitanti di questo pianeta, fermi restando tutti gli sforzi talvolta donchisciotteschi di portare informazione, di sollecitare dibattiti e di tirare per la giacca i nostri poco lungimiranti governanti e politici, cosa è concretamente possibile fare per affrontare le prossime evoluzioni della situazione mondiale e locale? Questo lo chiedo nonostante appaiano sempre più spesso molteplici pubblicazioni (oltre alle Sue di inizio anno) anticipatrici degli anni a venire, e la sensazione che si prova è molto vicina ad un ben poco edificante senso d'impotenza.
Sarei veramente grato che si portasse il dibattito già presente in internet da un piano molto velleitario, da progetti talvolta ridicoli o eccessivamente intrisi di paure, di istinto di autoconservazione, verso ciò che è realisticamente (ancora questa parola?) possibile fare a diversi livelli e dimensioni di intervento, (familiare, locale, regionale, nazionale), e incrociare questi dati con previsioni di massima in un arco temporale di molti anni, per comprendere almeno se gli sforzi intrapresi sono adeguati alle necessità.
Il mio modestissimo contributo riguardo alla situazione che ritengo in progressivo peggioramento, è finora consistito in questo artigianale lavoro di informazione, di sensibilizzazione, alternando momenti di impegno verso gli altri a momenti di ripiego verso la determinazione di “badare prima al mio di orticello”, incentivato in questo ritiro dall'incredulità, dalle mortificazioni, dall'esposizione al ridicolo.
Sono certo che al di là della pusillanimità dimostrata da questi tentennamenti, da queste mie ambivalenze, pulsa una marcata convinzione presente in me da sempre di appartenere (almeno idealmente) alla tribù dei peak-oilers.

E' questo il motivo per cui continuerò a leggere i contributi e le pubblicazioni Sue e dei Suoi collaboratori, cercando nel frattempo, anche grazie a questi e per quanto possibile, di affinare la preparazione e l'efficacia divulgativa, al momento di molto inferiori alle aspettative.
Le sottopongo la mia personale opinione riguardante la necessità di approfondire questa relazione intercorrente fra la gravità della situazione energetica, economica e sociale e l'impossibilità psicologica da parte dei più di accettarla, di attivarsi maggiormente, di tenerla presente nelle scelte e nelle strategie per il futuro, e ancor di più per il presente.

Non credo occorra essere come il sottoscritto Psicologi con qualche conoscenza di materie Geologiche, energetiche ed estrattive per comprendere i semplici concetti da Voi propugnati, ma ritengo comunque che esistano fortissime resistenze da vincere, e credo di averne individuate (oltre che subite) alcune.
Ringraziando per la Sua sobria opera di divulgazione La prego di perdonare la prolissità di quanto scrivo.

Cordialmente, Claudio Rava

giovedì, marzo 05, 2009

La sottile differenza tra taccagneria e risparmiosità



Zio Paperone è il taccagno per antonomasia


A volte chi mi conosce, scherzosamente (spero) mi attribuisce doti di "spilorceria". Da come lo interpreto io, si tratta di un pourparler, in quanto non mi pare esistano motivazioni energetiche che supportano il discorso.

Più che tutto deve trattarsi di un'impressione legata al fatto che parlo spesso di ritorni energetici, distanze medie coperte con un litro di carburante, metri cubi o kWh annui impiegati, "rifiuti" prodotti per unità abitativa eccetera. Cioè, paio uno che "contabilizza" tutto [in ASPO per fortuna questo non succede, in quanto c'è gente che ne sa ben più di me].

Ma qual è la vera differenza tra taccagneria e risparmiosità?

La taccagneria è un male che risiede in chi non sa, o non vuole vedere al di là del proprio naso. Si è tirchi ad esempio quando si scrocca sistematicamente la sigaretta, il caffè, un passaggio; oppure, quando non ce la sentiamo di fare delle spese oggi in quanto non ne "immaginiamo" un'utilità futura.

Molti, ad esempio, non credono nella spesa di qualche migliaio di euro per aumentare l'autonomia energetica della propria casa. Intanto, anno dopo anno, i contatori macinano numerini e divorano migliaia di euro; e nel contempo, magari, si riescono a spendere cifre anche 3-4 volte maggiori in veicoli inefficienti e in altri beni/servizi voluttuari.

Possiamo associare la taccagneria all'attaccamento morboso al denaro accumulato, che impedisce di vedere la giusta via.

Al contrario, la risparmiosità tende ad astrarre dal denaro, per legarsi alla sensatezza dei cicli termodinamici. Il risparmioso cerca di risolvere problemi di ottimizzazione, minimizzando le risorse necessarie per il raggiungimento di obiettivi di interesse generale. Tende ad acquistare e a condividere beni durevoli che si interfacciano con flussi energetici rinnovabili, anche se "costano" qualche sacrificio iniziale in più. E' consapevole che ogni "benessere" opulento e consumistico è l'immagine speculare di un malessere profondo da qualche altra parte del mondo.
Il risparmioso organizza di tanto in tanto delle sobrie (si fa per dire) feste con gli amici, in cui tra l'altro non riesce mai a evitare discorsi relativi ai problemi energetici, ed è consapevole che la festa è bella perchè non è tutti i giorni.

Il risparmioso sa che la conoscenza scientifica (e non solo), distribuita e gratuita è il più prezioso bene rinnovabile.

Personalmente, quando riesco ad essere un "risparmioso doc", mi sento molto bene con me stesso e con gli altri.

giovedì, febbraio 19, 2009

Penso positivo


Come sapranno i frequentatori (e scrittori) un po' più "habitué" del blog, tra le cose che qui NON sono mai state dette c'è "Dobbiamo stare tranquilli, va tutto benissimo, c'è una crisi congiunturale un po' più dura del solito. Il prezzo del petrolio sembrava fuori controllo, ora è molto basso e ci sono le basi per vedere finalmente tornare a crescere l'economia".

Questo appena citato non è un pensiero positivo, direi piuttosto un farneticare che illude e pecca di faciloneria; riporre la fiducia in una falsa positività significa gettare le basi per una futura vera negatività.

Jovanotti, quando canta di pensare positivo, aggiunge che "niente, nessuno al mondo potrà fermarmi dal ragionare". Dunque proviamo a ragionare insieme su un argomento principe della dinamica dei sistemi, quello di feedback positivo.

Come egregiamente spiegato da Pietro Cambi, Marco Pagani e Ugo Bardi (per non citarne altri) in alcuni loro post, la dinamica dei sistemi di cui siamo parte è ricca di feedback positivi. A dispetto del loro nome, di "positivo" (in senso psicologico) hanno ben poco. Citiamo alcuni semplici esempi.

1. Esempio scientifico: lo scioglimento della calotta polare artica. Un aumento di temperatura provoca una riduzione della superficie ghiacciata. La minore superficie riflette i raggi solari in minor misura; risultato, il mare riceve e assorbe una maggiore energia termica da parte dei raggi solari, inducendo a sua volta un maggiore scioglimento dei ghiacci.
2. Esempio tecnologico: il "fischio" di un microfono si produce quando lo stesso è troppo vicino alla cassa che lo amplifica. Le microvibrazioni meccaniche della membrana interna vengono trasdotte in un segnale elettrico, che viene poi amplificato e emesso da una cassa; il suono prodotto viene ri-catturato dal microfono, e così via, in un loop idealmente infinito. Il rumore così generato raggiunge rapidamente volumi molto alti, per arrivare a un massimo di dB, in funzione della potenza dell'apparecchiatura [non si tratta di una situazione catastrofica, ma sicuramente poco piacevole].
3. Esempio economico: chi è "ricco" (cioè, al suo codice fiscale risulta associato un conto contenente numeri "grandi") tende a vedere aumentare la sua ricchezza più velocemente di chi è di ceto medio-basso, per effetto degli interessi e della capacità di investimento. Cioè, chi può, generalmente, vive di rendita. Chi più ha, più avrà.
4. Esempio sociale: un'attrice o un attore "attraente", un calciatore "di grido" tenderanno a diventare con il tempo sempre più interessanti e popolari per effetto dell'aumento esponenziale dei fans (psicosi di massa veicolato dai media).

Che cosa accomuna questi casi? Il fatto di condurre a situazioni instabili, ingovernabili e assurde.

domenica, febbraio 15, 2009

Il picco dei licenziamenti



Tempo fa ho scritto un post dal titolo "Il picco dei raccomandati", in cui avevo cercato di analizzare il fenomeno della raccomandazione sul lavoro e di studiarne l'evoluzione parallelamente al picco del petrolio. Mi ha colpito il commento di un anonimo, che condivido:

"Al diminuire dei posti disponibili, un uguale numero di raccomandati copre una percentuale crescente di ruoli".
Ora che la crisi industriale si sta facendo più "concreta", mi sento di dire che stiamo per arrivare a vedere il picco dei licenziamenti. Qualcuno percepirà che sto scrivendo un'ovvietà; forse.

La riduzione della crescita industriale (il cui leading factor è la diminuzione di output petrolifero) reca con sè l'impellente necessità di chiusura di stabilimenti, di ridimensionamenti per i siti che si salvano, di ristrutturazioni generali. In questo contesto assisteremo (e assistiamo, garantisco) a un inasprimento del triste fenomeno dei maltrattamenti sul lavoro (mobbing).

Il modo più conveniente per le aziende per procedere con la riduzione del personale è proprio quello delle dimissioni volontarie; però, essendo oggi il mercato del lavoro particolarmenete stantio, non sono in molti a rassegnare le dimissioni di propria iniziativa, in assenza di particolari motivi.
Ed è qui che interviene la macchina infernale: una serie di azioni pianificate e mirate volte a demotivare e stressare psicologicamente le persone obiettivo. Rimproveri per cose di poco conto, esclusione, fino ad arrivare a sfiorare l'illecito con atteggiamenti aggressivi, intimidazioni, offese.

Le azioni sono normalmente attuate dal "responsabile" gerarchico, ma sono quasi sempre coadiuvate da una rete di "persone" (servi) che ne garantiscono la continuità. Ovviamente, dietro le quinte c'è la regia di una funzione aziendale di livello medio-alto che è motore, supervisore delle azioni, nonchè "motivatore" dei mobbers.

Dirigenza e mobbers corrispondono a quei "raccomandati" di cui parla l'anonimo nel suo commento, che cercano di trarre profitto dalla situazione (o anche solo di sopravvivere alla crisi), cavalcando il picco dei licenziamenti.

Il risultato complessivo, comunque, sarà un danno ulteriore alle realtà industriali "vecchiotte" già in difficoltà, legato alla pessima performance della disperata strategia "ognuno per sè" (si veda per un approfondimento il post di Ecoalfabeta "La tragedia dei commons / 1 ).

Una serie di colpi che alla fine della fiera potrebbero avere una contropartita positiva: il decollo e l'implementazione diffusa delle nuove tecnologie rinnovabili.


PS Per un confronto con un altro stile di management, che a mio avviso ha un ritorno energetico molto maggiore di 1, si veda il post "L'arte del management secondo Ugo Bardi"

mercoledì, gennaio 21, 2009

L'economia è uno strumento, non uno scopo




Sulla scia del post " L' efficienza è un mezzo, non uno scopo " me ne è sgorgato uno anche a me, in cui il fulcro è il concetto intrinseco di economia.

Quando ci sono problemi di ordine macroeconomico, qualche potente della situazione si sbraccia per gridare che "Sì, siamo in una crisi, tuttavia i fondamentali dell'economia sono solidi e dobbiamo stare tranquilli" (G.W. Bush, qualche mese fa).

Ora, qualcuno più esperto di me (che non ho una laurea in economia) mi può spiegare questa frase? Io la trovo, in una parola, inconsistente. Un modo per tranquillizzare l'opinione pubblica, facendo leva sul concetto di autorità. Una cosa del tipo:

- "E' così"
- "Perchè ?"
- "Perchè lo dico io"
- "Grazie!"

A livello base troviamo il concetto dell'assegnazione dei prezzi delle Materie Prime, siano esse minerali (petrolio, oro, ...) che biologiche (grano, mais, ...). A livello gestionale, invece, trova posto il capitolo dei bilanci d'impresa. Da un punto di vista "naif", con il meccanismo dei prezzi si dovrebbe riuscire a gestire i flussi di Materie Prime finite, e con gli strumenti per la redazione dei bilanci si dovrebbero governare le aziende, pubbliche e private.

Nella pratica, le cose non sono così semplici, in quanto spesso si creano fenomeni-groviglio che portano ad output economici scollegati con la realtà. Le fluttuazioni dei prezzi sulle Materie Prime possono finire in spirali ribassiste o rialziste, con amplificazioni speculative, e condurre anche a tensioni geopolitiche, come nella recentissima disputa Gazprom russa vs Ucraina (con forti interazioni anche in Europa Orientale e perfino Occidentale).

I bilanci aziendali, e qui vi chiedo di non gridare ad alcuno scandalo, sono molto facili da manipolare. Non voglio dire con questo che tutti lo fanno, ma sicuramente qualcuno sì. Di alcuni abbiamo notizia al tiggì, di molti altri no. Qual è lo scopo? "Far vedere che". Se sulla carta va tutto bene, l'azienda risulta "solida" e allontana lo spettro del ridimensionamento, attira capitali, e potrà continuare a fare quello che ha sempre fatto.

A livello socioeconomico, l'attuale governo italiano ci ha letteralmente martellato circa la necessità di "essere fiduciosi" e di "rilanciare i consumi" [Traslando quest'ultima filosofia, risulterà che non dovremo ridurre i volumi di RSU prodotti, per non mettere in crisi gli attuali inceneritori].

In tutti questi esempi l'economia non è uno strumento di gestione, ma il fine.

Chi mastica un po' di termodinamica e di dinamica dei sistemi non può non vedere l'assurdo in tutto questo. Invece di dichiarare gli imminenti limiti sistemici, li neghiamo, li condiamo di politica e cerchiamo disperatamente di continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. E in contemporanea, magari, organizziamo gruppi di preghiera contro la crisi.

In questi anni cruciali dobbiamo intraprendere le scelte giuste: ridurre la dipendenza dai fossili, spostare gli attuali concept produttivi verso il target della rinnovabilità, diffondere una sobria "cultura del consumo". La scienza della comodità, visto che è così che l'economia oggi si manifesta, non sarà in grado di darci i giusti feedback in tempo utile, già adesso non lo è: la tendenza, ironia della sorte, sarà proprio quella di accumulare l'intensità di un mega-feedback negativo, posticipandolo soltanto. In questa eventualità, potremo soltanto constatare l'evidenza di gravi sintomi tardivi.

PS Chi è appassionato di automotive sa che i sistemi di controllo passivo (giunto viscoso, controlli di trazione..) sono utili per percorsi non troppo accidentati; in condizioni dure, o peggio estreme sono insufficienti ed è bene non pretendere troppo, ma equipaggiarsi in modo consono al terreno che si sta per affrontare. E il secolo del peakoil & gas non sarà un periodo con poche perturbazioni.

sabato, gennaio 17, 2009

Fossilizzarsi ... o rinnovarsi



Nella lingua parlata, e anche scavando nelle culture di varie popolazioni, il termine "fossilizzarsi" viene riferito a chi dimostra un atteggiamento retrogrado, oppure si fissa su aspetti marginali, oppure ancora insiste a perseguire una stessa via nell'approcciare un problema. Normalmente, il significato associato è negativo e si vuole evidenziare che il modo di vedere/agire è inadeguato al contesto e soprattutto all'obiettivo che si vuole raggiungere.

Viceversa, il concetto di "rinnovarsi" esprime un'elevata positività, tanto da essere utilizzato in svariati ambiti, dalla politica, alla religione (più di una) , alla psicologia dell'autostima. L'idea è quella di "rigenerare" e "ritrovare". Ricostruire un gruppo politico dalla base, rinnovare la propria visione di se stessi e degli altri (perdonando errori, aggressioni, prolissità, sfiducie ...), e tante altre cose simili.

Ora, l'enorme differenza tra i due concetti è praticamente identica a quella che esiste tra fonti energetiche fossili e fonti rinnovabili; non solo, ma anche tra la produzione da "minerale estratto di prima mano" e quella da "materia prima secondaria". Purtroppo, l'inerzia dei sistemi economici unita a una cattiva persuasione mediatica e a una certa pigrizia nella ricerca delle informazioni (congenita nell' homo catodicus) rendono estremamente lungo e tortuoso il cammino di liberazione da questa "cattività fossile".

mercoledì, gennaio 07, 2009

Le crisi energetiche non sono il gossip




" Lei lo chiama gossip ... io lo chiamo ' obbedire alla Bibbia

dove è comandato di raccontare quello che abbiamo visto e sentito ' ! "


Con l'informazione che ci ritroviamo (forse è questo che noi italiani ci meritiamo, per qualche oscura colpa dei nostri avi, chissà) è facile essere indotti a credere che le crisi del petrolio (estate-autunno 2008), del gas (2009), e di una qualunque materia prima di origine fossile siano delle mode, dei fatti da descrivere a posteriori a mò di gossip.
E' normalissimo vedere in prima pagina sui quotidiani notizie a caratteri cubitali, del tipo "il calciatore xxx campione d'inverno incontra la velina vvv", "la tronista yyy ha lasciato zzz", "l'attore jjj ha comprato due nuovi jet privati". Lì vicino, con un po' di fortuna (?), si può trovare un trafiletto alto 4 cm in cui si parla della crisi del gas.

Qui si parla ad esempio della situazione relativa ai gasdotti russi passanti per l'Ucraina.

" ... il Ministro per lo sviluppo economico, Claudio Scajola, convoca il comitato d'emergenza, firma il decreto per aumentare i flussi dai paesi diversi dalla Russia, ma tranquillizza: i livelli degli riserve sono altissimi, i consumi non sostenuti, e per alcune settimane non ci sono preoccupazioni ... "

Da qui, si vede benissimo che stiamo facendo acqua da tutte le parti. Oltre ad avere un orizzonte di sicurezza di "alcune settimane", che francamente mi sembra ridicolo, Scajola dimostra il suo approccio provinciale: l'obiettivo è la "nostra tranquillità", e ce ne infischiamo allegramente di analizzare il problema da un punto di vista generale, diciamo in tutta la sua "fossilità".

Ieri un mio contatto su skype in Bulgaria mi ha confermato che da un giorno sono senza gas nella rete civile, e si scaldano ad elettricità. Praticamente nel modo più inefficiente, visto che la quasi totalità delle forniture elettriche proviene da fonti fossili.

Potrebbe anche essere che la Russia voglia fare una dimostrazione di forza, per recuperare crediti dall'Ucraina, e anche per testare la leva del gas, che le è favorevole. Questo, però, tutto deve farci pensare tranne che a una manifestazione modaiola di capricci dei potenti: il picco del petrolio e del gas rientreranno, se proprio vogliamo forzare, nel capitolo privilegiato delle "mode durature".

domenica, gennaio 04, 2009

La cultura come abitudine statistica

Nella foto: mostra internazionale di Folclore di El Médano (evento musicale nel Sud di Tenerife)


In questo post vorrei speculare un po' sul significato di "cultura", intesa come bagaglio di usi, costumi e consuetudini di una certa popolazione.

Ragionandoci sopra con una persona amica mi è venuta in mente la definizione "abitudine statistica", che non vuole essere esaustiva, nè tantomeno negativa. Si tratta forse di un modo freddo e razionale di analizzare un fenomeno che è "normalmente" caloroso e istintivo.
Usi, costumi e consuetudini: il folclore di un popolo. Proviamo a ripercorrere lo schema REA (Risorse, Economia, Ambiente) di ASPO.

- Quali risorse il popolo utilizza? Legna, carbone, metalli, cereali, pesce ...
- Come è caratterizzata l'economia e la società? Trasformazione di prodotti agricoli, artigianato, industrie, mercati, abitazioni e urbanistica, giurisdizione, turismo, aggregazione, tempo libero...
- Qual è l'impatto ambientale?

Nelle popolazioni additate come "meno evolute", la terza voce è in genere trascurabile, proprio per la scarsa significatività del degrado ambientale in un sistema poco-niente industrializzato. Si pensi ad esempio alle piccole comunità di allevatori di alpeggio, o di pescatori in una costa scarsamente abitata, o di aborigeni. Ciò che attrae il turista occidentale, in effetti, è proprio questo stile di vita così diverso da quello frenetico in cui è immerso.

Nella nostra società:

- attingiamo a piene mani ai capitali fossili (e non);
- agricoltura, allevamento sono praticamente un capitolo dell'industria; l'artigianato e le piccole attività sono marginali; il terziario è ipertrofico. Anche il tempo libero è un'attività economica, c'è già chi pensa per noi;
- l'impatto ambientale c'è e si vede, ma non ci si pensa mai troppo.

In termini di cultura "vera", non reggiamo il confronto con le popolazioni più semplici. Siamo troppo accecati dalla "scienza della comodità" e dall'industria del tempo "libero", che propone soluzioni preconfezionate a pagamento.
Dunque, si lasciano accese le luci e il riscaldamento anche quando non serve perchè è "comodo", e "costa poco" (o meglio: non costa abbastanza); per lo stesso motivo si utilizza l'auto per percorrere il chilometro che ci separa dalla palestra.
Se ognuno di noi dovesse "guadagnarsi" i kWh elettrici che utilizza in una giornata nella sua abitazione, dovrebbe erogare l'energia biomeccanica equivalente di una pedalata giornaliera di 8 ore. Chi avrebbe ancora voglia di andare in palestra?
Il cibo: è così comodo comprarlo al supermercato in confezioni di plastica, che sono così comode da buttare via in modo indifferenziato, magari insieme agli avanzi.
Perchè imparare una lingua nuova, o a suonare uno strumento? Ma è così ovvio andare due volte la settimana in una discoteca, lì sì che si conosce la gente giusta.

Ecco, questa è la nostra cultura. E' sempre stato così (per chi ha 30-40 anni); "tutti" fanno così .
Sono troppo asociale se me ne vergogno?

PS Aggiungo che non sempre le popolazioni "semplici" hanno fatto (o fanno) la cosa giusta, esistono esempi di overshooting anche per loro (isola di Pasqua, isola di Nauru, imperi antichi ...). Il rito è antico e moderno allo stesso tempo: quando l'abitudine, o peggio il delirio di onnipotenza prendono il sopravvento sulla percezione dei limiti reali si possono creare danni inimmaginabili