Il blog di ASPO-Italia, sezione italiana dell'associazione internazionale per lo studio del picco del petrolio e del gas (ASPO)
sabato, giugno 05, 2010
I bambini e le paure
lunedì, maggio 03, 2010
L'ipercultura: vivere "on demand"
Fortunatamente, finora ho trattenuto la battuta "Potremmo lasciare l'automobile accesa di notte d'inverno, così al mattino quando la si prende è già calda" ...
In pratica, se le cose non sono "iper" e "on demand", scatta in lei lo sconforto.
domenica, aprile 11, 2010
Il paradosso dell'abbondanza
sabato, marzo 06, 2010
Pensare globale
lunedì, febbraio 08, 2010
Verso l'autosufficienza... vincoli, azioni e risultati: il mio primo restyling energetico
Nella foto potete vedere come si presenta la falda sud del tetto della casetta dove oggi vivo con mia madre. I moduli solari che vedete, sia termici che fotovoltaici, sono stati piazzati in novembre dello scorso anno: circa 5 metri quadri di superficie dedicata al solare termico totalmente integrato, e circa 14 per il solare fotovoltaico parzialmente integrato.
Tra l'altro, avendo realizzato con il nuovo impianto una riduzione dell'impiego di energia primaria (circa il 50%), ho richiesto al GSE una maggiorazione della tariffa incentivante del 30%, richiesta che deve ancora essere accettata formalmente.
mercoledì, dicembre 16, 2009
Speculazione: ai confini della realtà
lunedì, novembre 16, 2009
Fichi e lambrette
Personalmente non ho mai portato rancore a quel fico e mi dispiacque quando l’anno dopo constatai che era stato eliminato. Lo rispettavo. Non sarei mai più rientrato in quella curva in una sera di tarda estate con la stessa velocità e pendenza, anche se il fico, ormai non c’era più.
Ho visto tagliare alberi lungo le strade perché avevano provocato incidenti. Ho visto i volantini di comitati per l’abbattimento dei pini che costeggiano una strada provinciale in provincia di Pisa perché troppi erano gli incidenti mortali. Ho sentito che la famiglia di un giovane vittima di un incidente aveva motoseghe alla mano, abbattuto per “vendetta” l’albero (di cui non ricordo la specie) contro cui il ragazzo era andato a sbattere.
Ho visto anche un singolare cartello stradale di pericolo in cui è scritto “attenzione alberi fuori sagoma”. Cosa può essere, signori, un albero fuori sagoma? Quale standard di sagoma ha in mente l’estensore di quel cartello? Quegli alberi “fuori sagoma” sono il doppio filare di platani che costeggia ambo i lati della provinciale che da Porta a Lucca a Pisa arriva a San Giuliano Terme. Quei platani c’erano già quando i miei genitori vivevano a Pisa prima della guerra (la seconda), mia zia si ricorda di quel viale percorso a piedi controcorrente in un flusso di sfollati che fuggivano da Pisa bombardata, mentre lei andava a cercare i suoi in città. Allora i platani non erano “fuori sagoma”. La gente si muoveva in bicicletta, o con i barrocci a mano.
Non la voglio fare lunga. Ho vissuto, visto e sentito raccontare tutte queste cose di alberi “incriminati”, ma non ho mai sentito parlare di un comitato di cittadini, che dopo un morto contro un albero, invece che contro gli alberi, si mobilitasse per la limitazione della potenza delle auto. Non so voi!
mercoledì, novembre 04, 2009
Incroci pericolosi
venerdì, ottobre 09, 2009
Competenze e opinioni

venerdì, luglio 17, 2009
Emotività nucleare
Una cosa poco evidente, a 22 anni dal referendum sul nucleare, è che l'attuale rientro dell' Italia nella filiera dell'energia atomica è dovuto a un'ondata altrettanto emotiva e ideologica di quella di allora (che era andata nel verso opposto). I "sostenitori" delle centrali nucleari evocano paure quali la "fine del petrolio", l'inaffidabilità dei paesi esportatori di gas naturale, l'ineluttabilità di uno sviluppo per cui volenti o nolenti necessiteremo di sempre più energia, la riduzione dei gas a effetto serra.
- Le centrali nucleari non emettono gas serra
Solo l'attività-core della centrale nucleare non comporta emissioni di CO2.
PAURE
E'vero; tuttavia, quale perversione masochista ci induce questo comportamento imitativo, visti gli svantaggi, evidenti o occultati, della tecnologia nucleare? Il parco centrali francese è piuttosto vecchiotto, e gli incidenti minori con fuoriuscite di materiale radioattivo stanno diventando sempre più frequenti (ad es., l'impianto di Tricastin). C'è poi stato il recente scandalo, denunciato da France-3, dei 300 milioni di tonnellate rifiuti radioattivi sparsi discretamente per le campagne, e impiegati come materiale strutturale.
Considerazioni conclusive
Il pacchetto 20-20-20, che prevede un aumento dell'efficienza energetica del 20% (con conseguenti aumento della quota di rinnovabli, e taglio di emissioni di CO2) entro il 2020, in realtà è in competizione diretta con l'utilizzo di energia nucleare: le due cose non sono compatibili, sia a livello di finanziamenti, che di reale bisogno di surplus energetico, nel caso in cui si migliorasse l'efficienza (soprattutto delle abitazioni).
Le tecnologie "distribuite" (tipicamente, gli impianti rinnovabili a potenza medio-bassa) sono destinate a diventare sempre più convenienti a causa di un mix di effetti: miglioramento continuo dell'efficienza e inesorabile aumento del prezzo delle materie prime fossili (peak oil). Inoltre, queste nuove tecnologie energetiche sarebbero molto più compatibili con il tessuto industriale italiano, dominato dalle piccole-medie imprese più che da grandi multinazionali.
Diceva Gandhi: "La terra produce abbastanza da soddisfare i bisogni di ognuno, ma non per soddisfare l'avidità di tutti".
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Alcuni post di Aspo-Italia sull'energia nucleare (quelli meno recenti sono comunque ritrovabili sul blog) :
- Italia, Francia e il nucleare
martedì, marzo 17, 2009
Abitudini, inerzie e altre patologie / 8 : asciugamani colposi e insoddisfacenti

venerdì, marzo 13, 2009
Lettera di uno psicologo picchista
La presente lettera intende però raccontare, in forma quasi aneddotica, una personale esperienza che testimonia da una parte la singolarità delle circostanze che mi hanno portato alla comprensione della situazione mondiale rispetto al Picco di Hubbert del petrolio, dall'altra il facile viraggio e l'arretramento verso un funzionamento più legato al principio del piacere (o sarebbe meglio dire dell'evitamento del dispiacere) allorché si provvede ad informare della concreta possibilità che nel nostro imminente futuro si vada verso un marcato peggioramento delle condizioni di vita della società, questo inteso ovviamente in senso statistico, senza riferirsi a questa o a quella persona in particolare. Per farlo, dovrò giocoforza narrare la mia vicenda, non per un velleitario anelito di protagonismo, ma per maggiore chiarezza, e occorre purtroppo iniziare da molto lontano, per fortuna senza arrivare alla primissima infanzia (tentazione cui è veramente difficile resistere per uno Psicologo). E sarà necessario mostrare come, anche all'interno di un gruppo di Psicologi, questi meccanismi difensivi siano tutt'altro che accantonati o superati.
Nel mio lontano passato c'è stato un amore giovanile ed adolescenziale per lo studio della natura, in particolare ero attratto da tutto ciò che riguardava la Geologia, la Mineralogia, la Petrografia, la tettonica dei continenti, le miniere, le attività estrattive ed il petrolio. Ero anche interessato, in modo evidentemente proporzionato all'età, alla chimica e alla fisica, in particolare all'energia.
Una piccolissima conferma di questi interessi venne palesata anche al momento dell'elaborato di maturità liceale, in cui – caso o sincronicità – l'argomento affrontato riguardava la relazione intercorrente tra l'uomo, l'energia utilizzata e la possibilità di continuare a percorrere la strada del progresso tecnologico. Ero già da allora convinto della reciprocità, dell'interconnessione fra i due fattori, ma ero anche ottimisticamente convinto che entro un tempo imprecisato dell'ordine di alcuni decenni i progressi della fisica delle particelle ci avrebbero messo in grado di imbrigliare le poderose forze della fusione nucleare, fornendo all'umanità una fonte di energia praticamente illimitata – cosa purtroppo tecnologicamente ancora lontana.
Quegli stessi interessi si sono poi concretizzati nella decisione di proseguire gli studi presso la facoltà di Ingegneria Mineraria, impegno mantenuto solo per alcuni anni, perché irrimediabilmente rimpiazzato da un interesse del tutto nuovo, pressante e non ulteriormente procrastinabile che (come si vede) ha portato alla laurea in Psicologia Clinica (un bel salto!).
In sintesi sono giunto poi a conoscenza dell'arrivo in prossimità del picco di Hubbert per il petrolio e per gli altri combustibili fossili verso la metà del 2006.
Da diversi mesi prima di allora, direi forse da circa un anno, mi sentivo gravato da un crescente e tutto sommato immotivato timore di miseria, o di perdita del lavoro, mentre di notte continuavo a fare sogni a contenuto monotonamente catastrofico, in cui il tema principale era una situazione di imminente pericolo di vita. Nella mia analisi elaboravo queste tematiche e le associavo ad arcaiche angosce abbandoniche e a specifici accadimenti infantili di disaccudimento. Anche dopo averle sviscerate in tutti i modi possibili, dovevo accettare il fatto che questi sogni e questi vissuti angosciosi non accennavano a diminuire, in barba alle teorie di Freud e dei suoi successori. Allo sconforto per l'inefficacia terapeutica e per l'incapacità di uscire dal quei circoli viziosi si aggiunse una nuova sintomatologia depressiva, un'astenia e una mancanza di entusiasmo che malgrado avvertissi come fondamentalmente egodistoniche, ugualmente andavano ad aggravare la situazione.
Una serie di riflessioni, di meditazioni sulla bioenergia mi hanno riportato a pensare a quei tempi adolescenziali, a quegli interessi giovanili, e per estensione, a tutte le forme di energia, anche in un senso ben più materiale, concreto, notando come proprio in quel periodo anche il mondo sembrava manifestare problemi energetici, specialmente nei costi dei carburanti. Mi è bastato poi collegarmi a internet per accertarmi, in pochi minuti, che stava accadendo in questi anni ciò che avevo sempre ipotizzato sarebbe successo alla generazione successiva alla mia, se non addirittura a quella dopo ancora. Eravamo già arrivati in prossimità del picco!
Da quel momento qualcosa è scattato, tant'è che da allora non ricordo di aver fatto più nemmeno un sogno catastrofico, e inoltre ho energie da vendere! E' pur vero che la psicologia sminuisce tutto ciò, ed è molto chiara in merito a quanto accaduto: l'aver potuto spostare all'esterno, sul piano del reale dei timori fantasmatici soggettivi profondi, produce un effetto liberatorio come quello verificatosi, anche se questa operazione psichica è sostanzialmente difensiva, e generalmente instabile, non definitiva.
A questo punto sorgono diversi quesiti (a parte l'evidente anomalia per cui nel mio caso la ricerca è nata da una pressante sensazione interiore e da strani sogni sulla cui origine e finalità tralascio di cavillare ulteriormente), che pericolosamente ruotano attorno alla necessità di districarsi fra paure soggettive e realtà, tra teoria e osservazione empirica, tra ciò che è pertinenza del Geologo e cosa concerne l'attività dello Psicologo. Cercherò di spiegare meglio questa non semplice commistione di piani diversi di osservazione riportando accadimenti più recenti.
Conscio della perniciosità della situazione e delle allarmanti implicazioni del peak oil su molte situazioni macro e microsociali e su professioni come quella dello Psicologo, mi son preso la briga di stilare un opuscolo informativo con i concetti principali ed una sintetica analisi della situazione socio-economica e delle sue possibili evoluzioni, e ho commesso l'errore di distribuirla ai miei colleghi Psicologi più di sei mesi prima della crisi finanziaria. Invariabilmente, a parte qualche sporadico caso di genuino ascolto del problema esposto, il vero motivo d'interesse dei presenti era questa strana manifestazione delirante, della sua collocazione sul DSM4, delle libere associazioni sul tema, della terapia psicologica o ancor meglio farmacologica da somministrarmi. La qualità degli sguardi che si posavano sulla mia persona era mutata drasticamente. Ero sicuramente affetto da un delirio di catastrofe, abbastanza ben sistematizzato in una complessa e arzigogolata produzione di poco credibili assunti pseudoscientifici. Del resto, come era possibile mettere in dubbio la pluriennale continuità ed evidenza di un mondo in corsa verso il progresso e l'espansione attaccandolo con le profezie catastrofiste di una moderna Cassandra senza subire il medesimo ostracismo, la stessa incredulità? Il mondo avrebbe sicuramente provveduto, il problema, se mai esisteva, sarebbe stato risolto, e si poteva stare tranquilli. La probabilità che ciò accadesse deve essere apparsa paragonabile a quella di essere colpiti da un meteorite, e i miei timori altrettanto infondati.
Non provo alcun risentimento nei confronti dei miei colleghi, ma sono costretto in qualche modo a notare uno scotoma veramente poderoso che impedisce di considerare come reale, non solamente ipotetica, teorica, o meramente speculativa una chiave di lettura della realtà che porti a ipotizzare conseguenze drasticamente peggiorative del nostro livello di esistenza.
L'attenzione per la realtà interiore che contraddistingue l'attività dello psicologo non può prescindere, a mio modesto parere, almeno dalla curiosità di conoscere e di prendere in considerazione anche altri aspetti e livelli di realtà, una fra tutte, il lavoro di esperti del settore che ricavano le loro teorie dai dati empirici ed elaborano teorie universalmente accettate. Per completezza, anche l'attività del Geologo e le sue previsioni non possono misconoscere aspetti peculiari del comportamento e dello psichismo umano. Anche da questo solo esempio vediamo che ogni attività d'informazione e divulgazione si scontra contro pesanti meccanismi difensivi che rischiano di invalidare qualsivoglia tentativo di responsabilizzazione. Chi ha provato ad informare parenti o amici ovviamente sa cosa intendo dire.
Un'ulteriore risvolto per me intriso di un vago sentimento dereistico, di totale inefficacia comunicativa, è avvenuto durante uno degli ultimi incontri con quegli stessi esimi colleghi, allorché, suppongo per evitare il disagio di rimettere in discussione quanto stabilito sul mio conto e sulla mia evidente follia, si è fatto massiccio ricorso a spiegazioni alternative fornite da economisti e dai tanti esperti apparsi alla televisione.
La tesi condivisa dei colleghi, che il mio delirio fosse esclusivamente uno sfogo emotivo, paragonabile ad un'infantile capriccio che per giunta non porta ad azioni concrete, ha un tantino vacillato quando li ho informati che l'ordine dato per tempo alle banche di effettuare il rientro di quanto avevo investito in comparti azionari era un atto concreto, i cui effetti si erano dimostrati piuttosto tangibili poiché non ci avevo rimesso un solo centesimo, a differenza di tutti loro che nonostante le mie esortazioni adesso erano lì a lamentarsi delle perdite e a chiedersi cosa fare. Suppongo sia per loro una compensazione sufficiente il ritenere che si sia trattato di una semplice coincidenza, ma ho comunque avvertito una sfumatura di rabbia che nel loro sguardo prendeva il posto del compatimento, e mi sono sorpreso a sorridere.
Questi semplici accadimenti mi hanno comunque portato a formulare una riflessione riguardo a problemi ben più importanti di questo piccolo incidente. Le mie considerazioni riguardano l'etica stessa della professione di Psicologo. Mi sono trovato ad esempio a chiedermi se è onesto e lecito cercare di esercitare una qualche forma di terapia o di semplice relazione con un altra persona portandosi dentro convinzioni di questo tipo senza esplicitarle in alcun modo, e senza scadere nel proselitismo. Finora la risposta più soddisfacente che mi son dato è che questo dipende dalla capacità di sopportazione di questa consapevolezza che può avere l'interlocutore. Molte persone in terapia (e non solo) sono momentaneamente o purtroppo stabilmente regredite o comunque non sufficientemente attrezzate a sopportare questa dolorosa ipotesi (anche se non è detto che se non ci riescono degli Psicologi, non possano far meglio i nostri pazienti). In questi casi non è comunque saggio aggiungere carico ulteriore all'equilibrio precario della personalità frammentata o destrutturata. Meglio posticipare o omettere considerazioni che sarebbero comunque dolorose e ansiogene. Più in generale ci si può regolare – almeno così ritengo necessario procedere – come se si dovesse parlare a una persona molto giovane che non graveremmo con problematiche penose troppo precocemente. A parziale sgravio della coscienza c'è il fatto non trascurabile che non si è stati contattati con questa richiesta. E' allora qualcosa che può essere relegato ad altri contesti comunicativi (conferenze, dibattiti), nei quali l'adesione sia implicita nella presenza in quella diversa situazione.
Ma come dirlo – qualora sia corretto farlo – e cosa comunicare? Mi è sembrato interessante notare come esistano persone che appena “annusato” il sentore pericoloso di quanto stavo affermando si sono affrettate a zittirmi (o a cercare di farlo), adducendo una legittima preferenza per non sapere questo genere di cose. Premesso che ritengo questo atteggiamento perfettamente legittimo, mi affretto a dissociarmi da esso. Ho quindi pensato che si potrebbe quasi premettere una sorta di test per scoprire questo atteggiamento. Si potrebbe ad esempio chiedere alle persone se, in caso venisse scoperta una loro patologia molto pericolosa (Aids, tumore, ecc..), preferirebbero saperlo oppure no. Sono certo che esiste una gran percentuale di persone che desiderano vivere senza conoscere questa realtà e forse non avremmo il diritto di costringerle a sapere.
A parte l'evidente considerazione che nessuno può sottoscrivere ciò che accadrà nel futuro, quanto è alto in effetti il rischio di sostituire dei fatti con delle nostre ataviche paure? D'altra parte, l'inconsistenza del modo di vivere della stragrande maggioranza della popolazione, l'atteggiamento avido e consumistico della nostra generazione, la facile distraibilità che fa sì che la maggior parte delle persone aborrisca ogni forma di responsabilità e di autocoscienza personale, per non parlare di una generalizzata insensibilità nei confronti di problemi legati alla sostenibilità e all'utilizzo delle risorse, sono tutti vettori inerziali che concorrono a lasciare che gli eventi seguano un percorso irreversibilmente votato ad essere alterato solo dalla ineluttabilità della crisi, forse dalla violenza delle circostanze, e costituiscono un ostacolo insormontabile alla possibilità di correzione di rotta.
Tra le conseguenze che hanno avuto un effetto immediato a livello personale, c'è uno stravolgimento per quanto concerne la pianificazione del futuro. Progetti che stavo coltivando e aspettative e speranze sono stati tutti in qualche misura modificati dalle anticipazioni di un futuro dalle caratteristiche tutt'altro che rosee e che si intravede arrivare a grandi passi.
In questa situazione che possiamo dire di condividere con molti abitanti di questo pianeta, fermi restando tutti gli sforzi talvolta donchisciotteschi di portare informazione, di sollecitare dibattiti e di tirare per la giacca i nostri poco lungimiranti governanti e politici, cosa è concretamente possibile fare per affrontare le prossime evoluzioni della situazione mondiale e locale? Questo lo chiedo nonostante appaiano sempre più spesso molteplici pubblicazioni (oltre alle Sue di inizio anno) anticipatrici degli anni a venire, e la sensazione che si prova è molto vicina ad un ben poco edificante senso d'impotenza.
Sarei veramente grato che si portasse il dibattito già presente in internet da un piano molto velleitario, da progetti talvolta ridicoli o eccessivamente intrisi di paure, di istinto di autoconservazione, verso ciò che è realisticamente (ancora questa parola?) possibile fare a diversi livelli e dimensioni di intervento, (familiare, locale, regionale, nazionale), e incrociare questi dati con previsioni di massima in un arco temporale di molti anni, per comprendere almeno se gli sforzi intrapresi sono adeguati alle necessità.
Il mio modestissimo contributo riguardo alla situazione che ritengo in progressivo peggioramento, è finora consistito in questo artigianale lavoro di informazione, di sensibilizzazione, alternando momenti di impegno verso gli altri a momenti di ripiego verso la determinazione di “badare prima al mio di orticello”, incentivato in questo ritiro dall'incredulità, dalle mortificazioni, dall'esposizione al ridicolo.
Sono certo che al di là della pusillanimità dimostrata da questi tentennamenti, da queste mie ambivalenze, pulsa una marcata convinzione presente in me da sempre di appartenere (almeno idealmente) alla tribù dei peak-oilers.
E' questo il motivo per cui continuerò a leggere i contributi e le pubblicazioni Sue e dei Suoi collaboratori, cercando nel frattempo, anche grazie a questi e per quanto possibile, di affinare la preparazione e l'efficacia divulgativa, al momento di molto inferiori alle aspettative.
Le sottopongo la mia personale opinione riguardante la necessità di approfondire questa relazione intercorrente fra la gravità della situazione energetica, economica e sociale e l'impossibilità psicologica da parte dei più di accettarla, di attivarsi maggiormente, di tenerla presente nelle scelte e nelle strategie per il futuro, e ancor di più per il presente.
Ringraziando per la Sua sobria opera di divulgazione La prego di perdonare la prolissità di quanto scrivo.
Cordialmente, Claudio Rava
giovedì, marzo 05, 2009
La sottile differenza tra taccagneria e risparmiosità
giovedì, febbraio 19, 2009
Penso positivo
domenica, febbraio 15, 2009
Il picco dei licenziamenti
mercoledì, gennaio 21, 2009
L'economia è uno strumento, non uno scopo
- "E' così"
A livello base troviamo il concetto dell'assegnazione dei prezzi delle Materie Prime, siano esse minerali (petrolio, oro, ...) che biologiche (grano, mais, ...). A livello gestionale, invece, trova posto il capitolo dei bilanci d'impresa. Da un punto di vista "naif", con il meccanismo dei prezzi si dovrebbe riuscire a gestire i flussi di Materie Prime finite, e con gli strumenti per la redazione dei bilanci si dovrebbero governare le aziende, pubbliche e private.
Nella pratica, le cose non sono così semplici, in quanto spesso si creano fenomeni-groviglio che portano ad output economici scollegati con la realtà. Le fluttuazioni dei prezzi sulle Materie Prime possono finire in spirali ribassiste o rialziste, con amplificazioni speculative, e condurre anche a tensioni geopolitiche, come nella recentissima disputa Gazprom russa vs Ucraina (con forti interazioni anche in Europa Orientale e perfino Occidentale).
I bilanci aziendali, e qui vi chiedo di non gridare ad alcuno scandalo, sono molto facili da manipolare. Non voglio dire con questo che tutti lo fanno, ma sicuramente qualcuno sì. Di alcuni abbiamo notizia al tiggì, di molti altri no. Qual è lo scopo? "Far vedere che". Se sulla carta va tutto bene, l'azienda risulta "solida" e allontana lo spettro del ridimensionamento, attira capitali, e potrà continuare a fare quello che ha sempre fatto.
A livello socioeconomico, l'attuale governo italiano ci ha letteralmente martellato circa la necessità di "essere fiduciosi" e di "rilanciare i consumi" [Traslando quest'ultima filosofia, risulterà che non dovremo ridurre i volumi di RSU prodotti, per non mettere in crisi gli attuali inceneritori].
In tutti questi esempi l'economia non è uno strumento di gestione, ma il fine.
Chi mastica un po' di termodinamica e di dinamica dei sistemi non può non vedere l'assurdo in tutto questo. Invece di dichiarare gli imminenti limiti sistemici, li neghiamo, li condiamo di politica e cerchiamo disperatamente di continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. E in contemporanea, magari, organizziamo gruppi di preghiera contro la crisi.
In questi anni cruciali dobbiamo intraprendere le scelte giuste: ridurre la dipendenza dai fossili, spostare gli attuali concept produttivi verso il target della rinnovabilità, diffondere una sobria "cultura del consumo". La scienza della comodità, visto che è così che l'economia oggi si manifesta, non sarà in grado di darci i giusti feedback in tempo utile, già adesso non lo è: la tendenza, ironia della sorte, sarà proprio quella di accumulare l'intensità di un mega-feedback negativo, posticipandolo soltanto. In questa eventualità, potremo soltanto constatare l'evidenza di gravi sintomi tardivi.
PS Chi è appassionato di automotive sa che i sistemi di controllo passivo (giunto viscoso, controlli di trazione..) sono utili per percorsi non troppo accidentati; in condizioni dure, o peggio estreme sono insufficienti ed è bene non pretendere troppo, ma equipaggiarsi in modo consono al terreno che si sta per affrontare. E il secolo del peakoil & gas non sarà un periodo con poche perturbazioni.
sabato, gennaio 17, 2009
Fossilizzarsi ... o rinnovarsi
mercoledì, gennaio 07, 2009
Le crisi energetiche non sono il gossip
Con l'informazione che ci ritroviamo (forse è questo che noi italiani ci meritiamo, per qualche oscura colpa dei nostri avi, chissà) è facile essere indotti a credere che le crisi del petrolio (estate-autunno 2008), del gas (2009), e di una qualunque materia prima di origine fossile siano delle mode, dei fatti da descrivere a posteriori a mò di gossip.
Qui si parla ad esempio della situazione relativa ai gasdotti russi passanti per l'Ucraina.
Da qui, si vede benissimo che stiamo facendo acqua da tutte le parti. Oltre ad avere un orizzonte di sicurezza di "alcune settimane", che francamente mi sembra ridicolo, Scajola dimostra il suo approccio provinciale: l'obiettivo è la "nostra tranquillità", e ce ne infischiamo allegramente di analizzare il problema da un punto di vista generale, diciamo in tutta la sua "fossilità".
Ieri un mio contatto su skype in Bulgaria mi ha confermato che da un giorno sono senza gas nella rete civile, e si scaldano ad elettricità. Praticamente nel modo più inefficiente, visto che la quasi totalità delle forniture elettriche proviene da fonti fossili.
Potrebbe anche essere che la Russia voglia fare una dimostrazione di forza, per recuperare crediti dall'Ucraina, e anche per testare la leva del gas, che le è favorevole. Questo, però, tutto deve farci pensare tranne che a una manifestazione modaiola di capricci dei potenti: il picco del petrolio e del gas rientreranno, se proprio vogliamo forzare, nel capitolo privilegiato delle "mode durature".
domenica, gennaio 04, 2009
La cultura come abitudine statistica
Nelle popolazioni additate come "meno evolute", la terza voce è in genere trascurabile, proprio per la scarsa significatività del degrado ambientale in un sistema poco-niente industrializzato. Si pensi ad esempio alle piccole comunità di allevatori di alpeggio, o di pescatori in una costa scarsamente abitata, o di aborigeni. Ciò che attrae il turista occidentale, in effetti, è proprio questo stile di vita così diverso da quello frenetico in cui è immerso.









