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domenica, maggio 09, 2010

Cosa diavolo è successo?

L'indice Dow Jones nell'ultima settimana, da Yahoo Finance

Che diavolo sta succedendo ai mercati? Follia, distruzione, miliardi bruciati, Grecia in fiamme e tutto il resto. In effetti, se ripensiamo a quello che è successo l'altro giorno; per un attimo si è spalancato l'abisso. Il Dow Jones ha perso 1000 punti in 10 minuti, cosa mai successa nella storia della borsa. L'abisso, appunto - è stato chiamato l "anomalia". Poi, tutto rientrato; la borsa recupera. Se guardate la cosa in prospettiva, vedete che quello che è successo e sta succedendo sembra essere una normale oscillazione; a parte la breve anoomalia. Vedete qui di seguito 5 anni di Dow Jones


Quello che posso dire io è che non vorrei che quelli che hanno messo insieme quello strano arnese che si chiama "la borsa" progettassero aerei oppure centrali nucleari. A parte questo, credo che non abbia troppo senso cercare la fine del mondo nell'indice Dow Jones, come non ha senso cercarlo nel pianeta Nibiru in arrivo. Non è successo niente che non faccia parte della normale pazzia che caratterizza le borse.

Le borse sono soltanto un sintomo di una situazione di stress di tutto il sistema economico che risente di una situazione difficilissima nell'approvvigionamento delle materie prime; petrolio e combustibili fossili per primi. Però, non siamo ancora alla fine del mondo. La produzione petrolifera "tiene" nonostante diastri come quello del golfo del Messico, il gas sta andando bene con prezzi in ribasso dovuti allo sfruttamento dello "shale gas", il carbone fa gravi danni all'atmosfera ma lo si continua a estrarre.

In un post di Gennaio, parlavo di "un anno di respiro per l'economia," riferendomi al fatto che non mi aspettavo grosse crisi produttive per quest'anno. D'altra parte, siamo comunque in discesa e l'economia sembra incapace di adattarsi alla necessaria contrazione senza questi sbalzi che chiamiamo crisi economiche. Quindi, il sistema si adatta a sbalzi: quello che vediamo potrebbe essere l'inizio di un nuovo trend negativo - ma non è il crollo. O perlomeno non mi aspetto che lo sia. Ma, con un po' di pazienza, ne vedremo succedere di cose.....

venerdì, dicembre 04, 2009

L'attualità di Cecil Pigou (1877-1959)




created by Giorgio Nebbia

(Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno, venerdì 30 ottobre 2009)


50 anni fa moriva Arthur Cecil Pigou, economista inglese, nato nel 1877, allievo, nell'Università di Cambridge, di Alfred Marshall (1842-1924); nel 1908 gli successe sulla cattedra di Economia. Pigou scrisse nel 1912 la sua principale opera, "Ricchezza e benessere", di cui pubblicò varie riedizioni col titolo "Economia del benessere", a partire dal 1920.
Fra le altre sue opere si può ricordare "L'economia dello stato stazionario", pubblicata nel 1935 in piena crisi economica, in un tempo che assomiglia sotto molti aspetti a quello odierno. Fu uno dei primi sostenitori dell'imposta sul reddito e dell'intervento dello Stato per correggere i "fallimenti del mercato", fonti di diseconomie esterne, di danni e costi per alcuni soggetti economici in seguito all'operare, anche se lecito, di altri soggetti economici.
Vale la pena di ricordare Pigou a cinquant'anni dalla morte, in un momento in cui le sue anticipazioni non solo trovano conferma negli eventi di questo periodo, ma possono farci comprendere meglio quello che ci aspetta. Il contributo di Pigou alla "economia del benessere"si può così riassumere: nella vita economica le azioni di ogni soggetto economico non sono isolate, ma influenzano, nel bene e nel male, altri soggetti economici circostanti, "esterni", e da questi stessi sono influenzati.
Se una fabbrica sta vicina ad altre (si pensi ai poli industriali) ne trae vantaggio perché tutte mettono in comune servizi, strade, aeroporti e ciascuna trae beneficio da questa integrazione; le economie integrate però possono anche essere fragili proprio perché dipendono l'una dalle altre. D'altra parte ogni attività di un soggetto economico può provocare "diseconomie esterne", cioè danni e costi ai soggetti economici vicini.

Immaginiamo un soggetto economico, un vignaiolo, che produce uva, un bene utile, e che, vendendola, guadagna diciamo 100 lire all'anno; un giorno accanto alla vigna si insedia una fabbrica di scarpe, in modo del tutto legittimo, anzi lodevole perché produce una merce, le scarpe, di cui c'è bisogno e fa lavorare gli operai e assicura benessere alle loro famiglie. Però dal camino della fabbrica escono dei fumi che ricadono sulla vigna vicina e danneggiano l'uva al punto che il vignaiolo, dopo l'arrivo della fabbrica, guadagna soltanto 50 lire all'anno. Il vignaiolo va dal fabbricante di scarpe e gli chiede un risarcimento per il danno subito.
A questo punto possono succedere varie cose. Il fabbricante tira fuori dalle sue tasche le 50 lire perdute dal vignaiolo e il vignaiolo ritorna a guadagnare 100 lire all'anno ed è contento. Il fabbricante di scarpe può
continuare ad inquinare (e la natura non è contenta) ma guadagna di meno e deve recuperare i soldi dati al vignaiolo; può farlo aumentando il prezzo delle scarpe, che vengono a costare di più e si vendono di meno, e il fabbricante deve ridurre la produzione licenziando gli operai, con danno alle loro famiglie. Oppure il fabbricante può diminuire il salario agli operai con danno alle loro famiglie.

Oppure il fabbricante di scarpe, invece di dare 50 lire al vignaiolo, con la stessa cifra compra un filtro da mettere sul camino in modo da non inquinare più, e sono così contenti la natura, il venditore di filtri e il vignaiolo che, cessato l'inquinamento, ricomincia a produrre l'uva che gli assicura un guadagno di 100 lire all'anno. Ma il fabbricante di scarpe deve recuperare le 50 lire spese per il filtro e torniamo al caso precedente.

A questo punto fabbricante e operai vanno "dallo stato", da una autorità superiore a tutti, e chiedono che sia ristabilita una situazione di giustizia: che il vignaiolo e il fabbricante siano compensati per il loro lavoro, gli operai abbiano lo stesso salario di prima, le scarpe costino come prima e possano essere più facilmente vendute. A questo punto "lo Stato" può dare 50 lire al fabbricante di scarpe e sono contenti tutti: vignaiolo, fabbricante di scarpe, fabbricante di filtri, operai, acquirenti delle scarpe ed è contenta anche la natura non più inquinata. Ma "lo Stato" deve recuperare le 50 lire aumentando le tasse al vignaiolo, al fabbricante di scarpe, al venditore di filtri, agli operai e agli acquirenti di scarpe, e alla fine sono scontenti tutti.

A meno che, come suggerisce Pigou, le tasse non siano applicate sulla base del reddito e pesino di meno sui redditi minori. La parabola del vignaiolo riflette eventi davanti a tutti noi ogni giorno. I fabbricanti di una merce (diciamo di oggetti di plastica) hanno un legittimo guadagno e assicurano un salario ai loro operai: purtroppo l'aumento della plastica in circolazione fa aumentare la massa dei rifiuti inquinanti e danneggia la salute degli abitanti di un paese. Si può applicare una imposta sugli oggetti di plastica e con il ricavato pagare gli ospedali in cui ricoverare gli ammalati, ma in questo caso gli acquirenti comprano di meno la merce inquinante, diminuiscono i rifiuti e gli ammalati, ma i fabbricanti sono costretti a fabbricare meno plastica e licenziano gli operai. Lo Stato, per assicurare un reddito ai disoccupati (la cassa integrazione), deve aumentare le tasse o diminuire le pensioni e le spese per gli ospedali.

Un altro caso: il consumo di carbone, petrolio, gas naturale e elettricità fa aumentare l'inquinamento atmosferico dovuto all'anidride carbonica che provoca mutamenti climatici e costi; per diminuire queste diseconomie esterne gli stati fanno pagare qualche soldo a chi usa combustibili e elettricità (la cosiddetta "carbon tax") per indurlo a consumarne di meno; i minori danni al clima comportano però minori guadagni per chi vende energia e merci dipendenti dall'energia e per i lavoratori dei relativi settori.

Che fare ? I governi si arrovellano su questi problemi nelle innumerevoli conferenze sul clima: forse farebbero bene a rileggere Pigou per far sì che le diseconomie esterne, sociali e ambientali che ci sono sempre, non ricadano sulle classi meno abbienti e che anche i ricchi paghino.

venerdì, settembre 18, 2009

Condizioni necessarie e condizioni sufficienti



In più di un'occasione i media economici, i politici e gli industriali dichiarano che la "crisi" (se ci prendiamo la briga di contare quante volte viene pronunciata questa parola in un TG troviamo valori prossimi a 15) è causata dalla mancanza di investimenti in prospezione mineraria, infrastrutture, impianti industriali, edilizia eccetera. Dunque, ognuno incolpa una non ben definita categoria, che raggruppa "quelli che si dovrebbero occupare di investimenti" . Spesso, chi fa questa dichiarazione non si rende conto che egli stesso, secondo la sua teoria, dovrebbe occuparsi della cosa (cfr. Confindustria: gruppo Marcegaglia). Ma la cosa non ha senso; siamo davanti all'ennesimo circuito autoreferenziale, che dissipa energia, fa perdere tempo e distoglie la gente dalle radici dei problemi reali.

Quando un certo processo chimico non ha luogo, questo può avvenire per due motivi: mancanza di reagenti (o substrato, o materia prima), oppure, ancora, per un eccesso di prodotti presenti nel recipiente che fanno retrocedere l'equilibrio verso i reagenti (principio di Le Chatelier, formulato per la prima volta nel 1884). Ad esempio, tutti sappiamo che mettendo un cucchiaio di sale in un litro di acqua a temperatura ambiente e mescolando un po', questo si discioglierà in pochi minuti; se invece proviamo a scioglierne la stessa quantità in un litro di acqua già bella salata, se ne scioglierà di meno o non se ne scioglierà affatto.
Se entrambe le condizioni sono verificate, a maggior ragione, il processo non potrà aver luogo.

Trasportando questi concetti nella vita reale, abbiamo la compresenza delle due condizioni: da una parte la difficoltà dei giacimenti fossili a mantenere la produzione, dall'altra il feedback da saturazione di merci e prodotti di vario tipo. Incidentalmente, se ci fosse un surplus energetico alla base i sistemi industriali potrebbero inventare ulteriori bisogni fittizi e rottamazioni, per mantenere o aumentare ulteriormente l'intensità dei flussi negli scambi, substrato necessario per l'esistenza di "catene di valore aggiunto" e "reservoir di accumulazione di capitale".
Le diminuzioni nei flussi energetici e minerari sono condizioni sufficienti per generare crisi economica; non è detto che siano necessarie, in quanto le cause potrebbero essere legate a giochi politico-strategici, accaparramenti nascosti etc. Ma in un gioco a "informazione completa", dunque in assenza di perversioni, diventano anche condizioni necessarie.

Incidentalmente, per le risorse su cui al momento non è agganciabile il concetto di scarsità, come l'aria e l'acqua di mare, non esiste nemmeno la nozione di prezzo, e non si pongono affatto problemi da "limiti dello sviluppo" (a meno di "violentare" sul serio gli ecosistemi contaminandoli al punto da renderli inadatti alle interazioni cui siamo abituati).

Forse, un giorno, i media smetteranno di propinarci il menu a portate invertite, scambiando le cause con le conseguenze. Ma questo sarà realizzabile solo quando saremo in grado di difenderci, ad esempio per mezzo dell' Intelligenza connettiva e collettiva [flash back su un post di Armando Boccone].

martedì, agosto 04, 2009

Bilanciando Economia, Energia e Crescita



Proponiamo questa traduzione di un breve post riportato il 1° agosto su TheOilDrum, postato da Gail the Actuary, e creato da John Howe. E' una sintesi estrema dello stato dell'arte dell'attuale giro di boa in cui siamo attori, non solo spettatori.



Questo è un breve saggio di John Howe, che parla del rapporto tra economia, energia, e crescita. John è un ingegnere meccanico ormai prossimo alla pensione, noto per la sua invenzione del trattore solare; è anche l'autore del libro "The End of Fossil Fuel".


A. Le Sostanze non si muovono, nè crescono senza energia

Ne sono esempi: un corpo, un nido di uccello, la popolazione, un edificio, una strada, o una civiltà. "Energia" è probabilmente la parola più importante nel dizionario.

Il petrolio è attualmente fonte primaria di energia nel mondo, fornendo il 40% dell'ammontare totale, e oltre il 90% nel settore dei trasporti.

L'energia è necessaria e può essere rappresentata come produzione di calore, che viene rilasciato nell'ambiente circostante.

Possiamo accedere all'energia da riserve accumulatosi nel tempo passato; ne sono esempi il cibo, i boschi e le foreste, una batteria carica, i combustibili fossili, gli elementi fissili, un bacino idroelettrico.

La maggior parte dell'energia del mondo proviene dalla radiazione solare, anche se diluita e intermittente. Eccezioni sono la fissione nucleare, l'energia geotermica e le maree.

L'energia non può essere preso in prestito dal futuro. Il cibo della prossima settimana non mitigherà la fame di oggi.


B. La produzione mondiale di petrolio ha raggiunto l'apice

Il petrolio rappresenta il risultato di milioni di anni di energia solare immagazzinata per mezzo della fotosintesi e di processi geochimici.

Il petrolio convenzionale (leggero e facilmente accessibile) ha raggiunto un massimo di oltre 75 milioni di barili al giorno nel mese di maggio del 2005. Se consideriamo tutti i combustibili liquidi, compreso il petrolio da scisti bituminosi, l'olio pesante, quello off-shore, quello polare, il gas naturale liquido, i bio-combustibili, questo mix ha piccato a circa 85 milioni di barili al giorno nel corso del terzo trimestre del 2008.

Questi numeri sono fatti storici, come presentati dall'Agenzia Internazionale per l'Energia e il Dipartimento di Energia. (http://www.eia.doe.gov/)

Gli Stati Uniti d'America videro un picco di produzione petrolifera nel 1970, come previsto nel 1950 da Marion King Hubbert. Questo fatto ha portato alla "crisi energetica" degli anni settanta e un forte aumento del prezzo del petrolio, nonché una riduzione temporanea della produzione mondiale. Questa battuta d'arresto è stata risolta velocemente , grazie all'entrata in gioco del Mare del Nord, Russia, Messico, Sud America, Africa e Medio Oriente.

Non vi è alcuna evidenza del fatto che nuove risorse equivalenti al petrolio siano a disposizione per risolvere i nostri problemi di oggi. Non vi è stato un enorme aumento di produzione di greggio dal 2002 al 2008, nonostante il forte aumento del prezzo del barile in quel periodo.


C. Viviamo in un sistema economico completamente dipendente dalla crescita

Il nostro modello di prosperità necessita della certezza di un futuro ritorno del capitale più gli interessi, per giustificare l'investimento di capitale presente. Questo sistema ha funzionato bene per l'ultima centinaio di anni, fino a quando vi è sempre stato un eccesso di energia fossile pre-immagazzinata, disponibile a fungere da "carburante" per la crescita. (Per questa premessa, si ignora la questione di opacità da inflazione, si parla in termini di crescita reale).


D. Il punto cruciale: ora che l'energia immagazzinata, rappresentata dal petrolio, ha raggiunto il livello massimo ed è in declino, la crescita e il nostro sistema economico non può continuare

Prosperità, cibo per sfamare una popolazione in crescita, un sistema di trasporto basato sul petrolio, crescita urbana sono tutte forme di dipendenza energetica, che è destinata ad andare verso un declino terminale.

Si tratta di un vincolo di geofisica, non di una scelta o un qualcosa che può essere evitato modificando le leggi della fisica, oppure con l'azione politica, l'aumento della domanda, o ulteriori cose.

La civilizzazione e il nostro stile di vita basato su energia a basso costo sono sull'orlo del collasso. Più a lungo neghiamo la situazione e cerchiamo di perpetuare il passato, più grave sarà il crollo e scarse saranno le nostre opzioni.

E. La non-trasparenza del prezzo del petrolio è sorgente di confusione

Se il petrolio sta diventando scarso, perché è "poco costoso" ? Questo è il campo dove le cose diventano meno chiare, ma ulteriori ragionamenti possono essere sviluppati, e gettare nuova luce.

Il prezzo del petrolio riflette unicamente il delicato equilibrio di molteplici operazioni e transazioni tra consumatori e produttori di petrolio. Se i consumatori vivono in un'epoca di diminuita disponibilità di energia fossile, allora ci sarà meno valore reale per supportare i continui aumenti di costo per estrarre e trattare la restante parte di petrolio.

Nel momento in cui la maggior parte del mondo vede diminuire la produzione di tutto (specialmente di cibo, oggi energia-dipendente) a causa della ridotta crescita di energia, soltanto i giacimenti residui di petrolio a più buon mercato risultano competitivi. I consumatori, senza lavoro, non possono giustificare nuove esplorazioni petrolifere per le restanti sconvenienti riserve non convenzionali, che si dicevano poterci salvare.

Non appena l'economia comincerà a ravvivarsi un po', l'aumento della domanda probabilmente spingerà verso l'alto il prezzo del petrolio, fino al declino; le scorte rimanenti non saranno in grado di supportare i giacimenti residui, più difficili e costosi.

I clienti diminuiranno in numero, e in disponibilità economica; per conseguenza, i fornitori entreranno in difficoltà.

Il risultato finale è l'inizio della seconda metà dei 200 anni dell'età del petrolio. La prima metà (poco più di una vita) è stata caratterizzata da crescita, prosperità, e aumento della popolazione. La seconda metà può essere solo l'opposto, a meno di non riconoscere la grandezza del nostro dilemma di emergenza e avviare rapidamente il contenimento dei danni e misure drastiche, come sono riassunte nella sigla "LEARN".

• Localizzazione,
Education (istruzione),
Adaptation of solar power (impiego di energia solare, nelle sue più svariate forme),
• Razionamento (di energia fossile rimanente, a partire dalla benzina), e
Negative population growth (diminuzione del tasso di crescita della popolazione, fatto per nostra volontà, senza aspettare il verificarsi di terribili catastrofi)

Da nessuna parte in questo saggio i termini "riscaldamento globale", "cambiamento climatico", o "ambientalismo" sono stati menzionati. Questi sono, ovviamente, connessi con l'energia, l'iper-consumismo dell'era dei combustibili fossili, e sono questioni estremamente importanti.
Il parere di chi scrive, tuttavia, è che questi argomenti tendano a distogliere l'attenzione dall'imminente crisi energetica ed economica; questo concetto non è ben compreso ed è sistematicamente assente o evitato dai mezzi di comunicazione.

venerdì, maggio 22, 2009

La vita dopo il petrolio (reloaded)



Già Ugo Bardi, in un post di qualche mese fa, aveva fatto una presentazione del libro "La vita dopo il petrolio"; anche Marco Pagani ne aveva lanciato uno. Inserisci linkCome promesso a Gianluca Ruggieri, che gentilmente mi ha passato una copia, mi cimento in questa mini-recensione, da un punto di vista un po' più da "esterno".
Non si tratta di voler rigirare e propinare sempre la stessa minestra. Il problema del petrolio e della disponibiltà mineraria in generale non si esaurisce con l'uscita di un libro, che magari tra un annetto sarà sfidato da un altro per confutarne i ragionamenti, e così via in uno sterile ping pong di "favorevoli" e "contrari" (un po' come era successo con "I limiti dello sviluppo" del club di Roma negli anni settanta).
La questione delle risorse è triviale negli "affari dell'uomo", soprattutto in quelli che molti libri di storia si limitano a presentare come recensioni di film: i conflitti politici, sia militari che diplomatici, sia nazionali che internazionali.

Questo libro ha l'enorme pregio di condensare in 150 paginette, sottoforma di intervista a professori e intellettuali, una moltitudine di scenari, solo apparentemente indipendenti. Le tematiche trattate si intrecciano nella complessità dei sistemi, sono facce di uno stesso poliedro. E' impensabile voler affrontare e gestire i problemi globali cercando di "mettere a posto" una sola faccia, trascurando le altre; un po' come avviene nella ricomposizione del cubo di Rubik, se ci si accanisce a comporre in fretta e furia e senza un metodo "globale" il colore di una certa faccia, tutte le altre risulteranno invariabilmente scomposte, a meno di una fortuna da superenalotto.

Per obiettivi ampi, occorrono tecniche più lungimiranti e algoritmi che interpretino la complessità. Le risorse per raggiungerli sono ad alta rinnovabilità: conoscenza distribuita, potenza di calcolo, tempo (e voglia).

Ad esempio, consideriamo il problema dell'alimentazione. Il fatto che nessuno (o quasi) in Europa abbia il problema della fame sembra scontato, ma non lo è. Se immaginiamo un mondo a petrolio scarso o razionato, realizziamo immediatamente che sarà molto più difficile concimare i terreni agricoli, fare i fitotrattamenti, impacchettare gli alimenti e distribuirli capillarmente. A questo, si lega in maniera praticamente automatica il discorso della crescita demografica.

Altro esempio: il problema della disoccupazione. Interi comparti industriali stanno sfoltendo le maestranze. E' giusto impedire ad ogni costo questa emorragia? E' giusto continuare a produrre enormi surplus di beni che non sono più recepiti dai mercati, e la cui realizzazione e manutenzione sta diventando sempre più costosa in termini di materie prime e di energia? Aiuti e sussidi saranno la nostra salvezza, o piuttosto una droga su un organismo malato?

Dobbiamo continuare con questo modello che si basa sulla combustione e trasformazione di idrocarburi fossili, e che influenza il clima e la vivibilità del pianeta per i prossimi secoli?

Il libro è stato scritto a più mani. Per ogni autore, riporto una frase che mi ha colpito, sperando di stimolare la curiosità dei lettori, in modo che acquistino o rintraccino nelle biblioteche il volumetto. I suoi contenuti, chiusi a fine 2008, ci accompagneranno per decenni. Buona lettura.



"Da bambini tutti noi ci siamo chiesti da dove venisse la benzina che mamma e papà mettevano nel serbatoio della macchina"

(Ugo Bardi, professore di Chimica e presidente di Aspo Italia)


"L'inceneritore è una macchina di una tale inefficienza, che se anche non inquinasse sarebbe una follia"
(Guido Viale, scrittore)

"E' del tutto evidente che non serve un veicolo da 2 tonnellate per spostare una persona con i suoi 70 kg"
(Andrea Poggio, funzionario ecologista)

"Non possiamo più pensare a città che salgono in verticale"
(Federico Butera, professore di Fisica Tecnica)

"Richard Heinberg ha scritto che l'agricoltura industriale è di gran lunga la forma di produzione alimentare meno efficiente che sia mai stata applicata"
(Toufic El Asmar, agronomo)

"Il vero dramma della medicina contemporanea, però, è che l'80% delle spese in ricerca è dedicato ai disagi del 20% della popolazione ricca, per gli altri restano solo briciole"
(Enzo Ferrara, ricercatore in Chimica)

"I demografi che trattano la popolazione come uno dei fattori socio-economici con metodi statistici si basano su analisi che costantemente ignorano gli aspetti legati alla disponibilità di materie prime e ai limiti ecologici"
(Luca Pardi, ricercatore in Chimica)
"In università c'è grande difficoltà a creare delle cose nuove e a superare e trasformare le cose vecchie"
(Enrico Euli, ricercatore e pedagogista)

"Il prezzo non è più una variabile indicativa: non sappiamo più dire se il prezzo di una merce, a partire dal petrolio fino al grano, sia quello corretto"

(Alessandro Volpi, docente di Storia e Geografia)

"E' possibile che nel prossimo decennio il prezzo del petrolio arrivi a oscillare tra i 200 e i 300 dollari al barile"

(Gianni Silvestrini, ricercatore in Fisica)



"A breve dovremo preoccuparci dei rischi di conflitto per l'accaparramento delle risorse residue, e al limite del rischio di utilizzo di armi nucleari"

(Michael Dittmar, ricercatore in Fisica)



"Il limite che l'ecosfera ci impone rispetto alle emissioni di gas è molto più vicino di quelli che ci imporrà la scarsità di risorse. Stiamo parlando dei prossimi due decenni"
(Hermann Scheer, presidente di Eurosolar)


"Quando incontri conflitti definiti 'etnici', se scavi un po' troverai una problematica ecologica, ad esempio fertilità e spostamento di popolazione. Il conflitto non si esprime in modo ecologico ma etnico, assume una vita propria, e le origini si nascondono"
(Wolfgang Sachs, sociologo)


"Più sconvolgimenti politici, più povertà e instabilità, portano maggiore immigrazione. Nonostante la 'fine' del petrolio, i Paesi consumatori continueranno ad avere un livello di benessere invidiabile per tutti gli altri"
(Sherif El Sabaie, docente di cultura araba)



"Se una data risorsa ha raggiunto il picco non significa affatto che sia esaurita o in esaurimento, ma solo che gli 'anni ruggenti' sono ormai un ricordo e che l'estrazione d'ora in avanti sarà sempre più difficile e costosa"
(Marco Pagani, docente di Fisica)



"L'enorme sviluppo tecnologico degli ultimi decenni era una conseguenza di una disponibilità energetica a buon mercato e non viceversa. Era un suo effetto collaterale. Prepariamoci a una vita molto più dura e reale"
(James Howard Kunstler, scrittore)



"La società non è preparata ad affrontare la diminuzione delle risorse. Mi sarebbe piaciuto che l'umanità avesse preso atto degli allarmi lanciati tanti anni fa, e optato per un uso più razionale delle risorse"
(Luca Mercalli, climatologo)




PS 1 Le frasi sono estrazioni da contesti, per coglierle al massimo dell'espressione è consigliata la lettura dei capitoli-intervista in cui è strutturato il libro

PS 2 Per alimentare la dialettica con chi ha altre visioni, si veda un mio vecchio post, in cui ho cercato un confronto con il prof. Riccardo Varvelli, autore di un libro dal titolo molto simile a quello appena presentato, "Petrolio e dopo?"

martedì, maggio 05, 2009

Il picco buono




created by Giorgio Nebbia


Professore emerito di Merceologia

- Università di Bari -
nebbia@quipo.it



Il “picco”, cioè il punto di massimo di una curva che descrive, in funzione del tempo, la quantità di una “cosa” --- di un minerale, di una merce, di una popolazione --- ha in generale un carattere negativo: indica l’esaurimento di una riserva di minerali o di materie prime, la diminuzione della produzione di una merce agricola o industriale, l’abbandono di un processo produttivo, l’esaurimento della fertilità del suolo, l’aumento della mortalità rispetto alla natalità, e fatti simili. Ci sono alcuni picchi “buoni”, quelli della produzione di una merce inquinante (il DDT, alcuni CFC, del piombo tetraetile, eccetera), ma il più buono di tutti è quello delle bombe atomiche che hanno raggiunto il picco di poco più di 69.000 unità nel 1986 per scendere a circa 31.000 unità nel 2000.

Anche la potenza distruttiva dei missili intercontinentali americani e sovietici/russi ha avuto un picco nei primi anni settanta, con un secondo picco minore intorno al 1990.

mercoledì, marzo 25, 2009

Non tutte le crisi vengono per nuocere

Questo grafico a torta, che ho ricavato dai dati statistici provvisori disponibili per il 2008 sul sito di Terna S.p.A., rappresenta la ripartizione tra le varie fonti del Consumo Interno Lordo di Energia Elettrica. Per Consumo Interno Lordo, si intende la produzione nazionale lorda, cioè quella misurata ai morsetti dei generatori elettrici più il saldo tra importazioni ed esportazioni. Come anticipato in un mio precedente articolo, siamo in presenza di un evento storico: Per la prima volta dal 1981 il Consumo Interno Lordo si riduce rispetto all’anno precedente, da 360,2 Twh a 357,4 Twh (- 0,8%). Questa riduzione complessiva è il frutto di un aumento della Produzione Nazionale Lorda, da 313,9 Twh a 317,9 Twh, e di un calo delle importazioni, che passano da 46,3 Twh a 39,5 Twh.
In un altro mio articolo è possibile confrontare il grafico del 2008 con quelli del 2006 e 2007.

Analisi.
Continua la tendenza verso una sempre più marginale (5,1%) dipendenza dal petrolio della produzione termoelettrica, la conferma del ricorso al gas naturale come principale fonte per il termoelettrico, che raggiunge quasi il 50%, un contributo stabile dei combustibili solidi (carbone), ma si registra una riduzione apprezzabile del saldo tra import ed export (principalmente energia nucleare proveniente dalla Francia) e un sensibile aumento (+ 2,8%) del peso delle rinnovabili determinato da una crescita della produzione idroelettrica, da 32815 GWh a 39980 GWh (+ 21,8%), dovuta a un inverno più piovoso, e da un’ulteriore crescita dell’eolico, da 4035 GWh a 6437 GWh (+ 59,5%).
Proviamo ora ad abbozzare un’analisi politico – strategica a partire da questi freddi numeri. E’ molto probabile che il calo del Consumo Interno Lordo non sia un fattore contingente ma un dato strutturale. Potremmo cioè essere in presenza del picco italiano del consumo di energia elettrica, effetto per il 2008 del combinato disposto degli alti prezzi petroliferi e della successiva crisi finanziaria. I primi sintomi di ripresa economica e di rilancio della domanda mondiale potrebbero essere tarpati sul nascere da una nuova volata delle quotazioni del petrolio che innescherebbero un meccanismo di retroazione negativa nei confronti dei consumi elettrici, variabile fortemente dipendente dalla crescita economica.
Ipotizziamo quindi, cautelativamente, che il Consumo Interno Lordo italiano di energia elettrica oscilli nei prossimi anni intorno al valore del 2008, mantenendosi sostanzialmente costante. Potremmo quindi pensare a uno scenario di breve – medio termine che preveda una ulteriore moderata crescita del gas naturale, fino al 55%, una maggiore penetrazione delle rinnovabili, fino al 25%, una stabilizzazione del saldo tra importazioni ed esportazioni intorno al 10%, l’azzeramento della dipendenza dal petrolio e un dimezzamento della dipendenza dal carbone.
A partire da queste ipotesi, utilizzando i valori emissivi contenuti nella Decisione della Commissione 29/01/2004 attuativa della Direttiva 2003/87/EC per il monitoraggio dei GHG (Green House Gas), otteniamo una minore emissione complessiva del sistema elettrico italiano di circa 25 Mton (milioni di tonnellate) di CO2, corrispondenti alla riduzione prevista per il settore elettrico dalla delibera CIPE 19/12/2002 in applicazione del Protocollo di Kyoto.
Questo scenario richiede però alcune scelte politiche chiare. La prima riguarda la diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas naturale. Questo combustibile è nettamente il meno inquinante e consente alti rendimenti energetici nelle centrali a ciclo combinato. Però occorre evitare cali improvvisi delle forniture legati a decisioni imprevedibili dei paesi produttori. Questo implica, piaccia o non piaccia, la costruzione di un numero sufficiente di rigassificatori. E’ necessario rafforzare le politiche di partnership con la Francia che consentano di consolidare i rapporti commerciali nel settore elettrico e infine attuare una nuova politica selettiva di incentivazione delle rinnovabili che punti a massimizzare la produzione a parità di potenza installata.

giovedì, febbraio 19, 2009

Penso positivo


Come sapranno i frequentatori (e scrittori) un po' più "habitué" del blog, tra le cose che qui NON sono mai state dette c'è "Dobbiamo stare tranquilli, va tutto benissimo, c'è una crisi congiunturale un po' più dura del solito. Il prezzo del petrolio sembrava fuori controllo, ora è molto basso e ci sono le basi per vedere finalmente tornare a crescere l'economia".

Questo appena citato non è un pensiero positivo, direi piuttosto un farneticare che illude e pecca di faciloneria; riporre la fiducia in una falsa positività significa gettare le basi per una futura vera negatività.

Jovanotti, quando canta di pensare positivo, aggiunge che "niente, nessuno al mondo potrà fermarmi dal ragionare". Dunque proviamo a ragionare insieme su un argomento principe della dinamica dei sistemi, quello di feedback positivo.

Come egregiamente spiegato da Pietro Cambi, Marco Pagani e Ugo Bardi (per non citarne altri) in alcuni loro post, la dinamica dei sistemi di cui siamo parte è ricca di feedback positivi. A dispetto del loro nome, di "positivo" (in senso psicologico) hanno ben poco. Citiamo alcuni semplici esempi.

1. Esempio scientifico: lo scioglimento della calotta polare artica. Un aumento di temperatura provoca una riduzione della superficie ghiacciata. La minore superficie riflette i raggi solari in minor misura; risultato, il mare riceve e assorbe una maggiore energia termica da parte dei raggi solari, inducendo a sua volta un maggiore scioglimento dei ghiacci.
2. Esempio tecnologico: il "fischio" di un microfono si produce quando lo stesso è troppo vicino alla cassa che lo amplifica. Le microvibrazioni meccaniche della membrana interna vengono trasdotte in un segnale elettrico, che viene poi amplificato e emesso da una cassa; il suono prodotto viene ri-catturato dal microfono, e così via, in un loop idealmente infinito. Il rumore così generato raggiunge rapidamente volumi molto alti, per arrivare a un massimo di dB, in funzione della potenza dell'apparecchiatura [non si tratta di una situazione catastrofica, ma sicuramente poco piacevole].
3. Esempio economico: chi è "ricco" (cioè, al suo codice fiscale risulta associato un conto contenente numeri "grandi") tende a vedere aumentare la sua ricchezza più velocemente di chi è di ceto medio-basso, per effetto degli interessi e della capacità di investimento. Cioè, chi può, generalmente, vive di rendita. Chi più ha, più avrà.
4. Esempio sociale: un'attrice o un attore "attraente", un calciatore "di grido" tenderanno a diventare con il tempo sempre più interessanti e popolari per effetto dell'aumento esponenziale dei fans (psicosi di massa veicolato dai media).

Che cosa accomuna questi casi? Il fatto di condurre a situazioni instabili, ingovernabili e assurde.

lunedì, ottobre 20, 2008

Biologia e economia


Riportiamo in questo post un articolo del prof. Giorgio Nebbia, pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di giovedì 16 ottobre 2008, e che ha gentilmente messo a disposizione per il blog di ASPO. In esso emergono in modo molto chiaro gli insegnamenti che la natura può dare all'economia sul tema della limitatezza delle risorse, non solo in termini di scarsità di combustibili fossili e di qualunque risorsa "esauribile", ma anche di "capacità recettiva" degli ecosistemi, persino di spazio fisico disponibile. Per paragone, allora, perchè sovvenzionare l'iperproduzione di autoveicoli se già ora non sappiamo dove parcheggiarli, e ben sapendo che per "piazzarli" bisognerà guidare forzosamente i mercati per obbligare la loro sostituzione (anche se la generazione (n+1) sarà sostanzialmente identica in termini di efficienza)?

Nel grafico è rappresentato il tipico andamento oscillante di un sistema preda-predatore supposto perfettamente rinnovabile. Dapprima le lepri (in blu) si riproducono, ed essendo sempre più numerose, creano le condizioni per la proliferazione delle volpi (in violetto), che proprio delle lepri si nutrono. Quindi, le volpi arrivano ad essere "molte" e costringono la popolazione di lepri a diminuire (a "piccare"), e tuttavia continuano ad aumentare in numero. Poi, l'esubero delle volpi determina una scarsità di cibo e anche queste sono costrette a piccare e a subire la riduzione della loro popolazione. Quando arriveranno di nuovo le condizioni iniziali, le lepri torneranno a proliferare, riaprendo un nuovo ciclo (FG)


Biologia e economia


created by Giorgio Nebbia




Stiamo vivendo in un periodo turbolento dell’economia; i prezzi di molte merci, fra cui petrolio, grano, rame, eccetera, sono saliti molto, poi sono diminuiti; molte persone hanno acquistato beni e servizi chiedendo prestiti alle banche e alcuni non sono stati in grado di pagare i debiti; molte persone rinunciano ad acquistare beni e servizi e i venditori si sono trovati con magazzini pieni di merci invendute; alcuni fabbricanti sono stati costretti a licenziare i lavoratori che, senza salario, sono entrati nella spirale di debiti non pagati e di rinuncia ad alcuni acquisti. Per evitare ulteriore disoccupazione lo Stato, con i soldi di tutti, risarcisce le banche in perdita o i produttori che non riescono a vendere. Un quadro che si è ripetuto più volte nella storia degli ultimi duecento anni. C’è una “legge” che descrive questi fenomeni ?

Propongo una parabola. Uno studente universitario del primo o secondo anno di biologia impara che le popolazioni animali seguono dei cicli di crescita e declino non molto diversi da quelli dell’economia. Immaginiamo una popolazione di animali che vive in un territorio grande e ricco di alimenti e di acqua, ma non infinito: un pascolo, un bosco, un lago. Dapprima gli animali sono pochi e crescono di numero perché hanno spazio disponibile e cibo abbondante e si riproducono facilmente. A poco a poco lo spazio comincia d essere affollato da molti animali e il cibo comincia a scarseggiare e il numero di figli diminuisce e, ad un certo punto, il numero dei nati uguaglia il numero dei morti e la popolazione non aumenta e diventa stazionaria. Le cose sembrerebbero in equilibrio, ma non è così perché la vita di questa popolazione altera le condizioni dell’ecosistema e il cibo e l’acqua che sembravano sufficienti per una popolazione stazionaria, cominciano a diminuire.

Pensate ad un pascolo in cui l’erba è pestata dagli animali presenti e il terreno si indurisce e si inaridisce; inoltre il metabolismo, cioè il processo di trasformazione del cibo, degli animali presenti genera degli escrementi che si fermano nel terreno e lo rendono ancora meno fertile, e finiscono nell’acqua che diventa meno bevibile e anzi dannosa. La popolazione animale allora diminuisce perché, con la propria stessa vita, ha impoverito le fonti di cibo e di acqua. I biologi dicono che la diminuzione è dovuta alla intossicazione del mezzo ambiente; il fenomeno è stato osservato in molte popolazioni animali e la trattazione matematica della crescita e del declino delle popolazioni è stata fatta da una multinazionale di illustri matematici e biologi negli anni trenta del Novecento: l’italiano Vito Volterra (1860-1940), l’americano Alfred Lotka (1880-1949), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin. (1886-1963). Poiché peraltro la vita vince sempre, quando la popolazione di animali che occupano il nostro immaginario pascolo è diminuita, diminuisce anche il disturbo dell’ecosistema, l’erba ricomincia a crescere e l’acqua ritorna abbastanza pulita e il numero di animali del pascolo ricomincia ad aumentare, almeno fino ad un certo punto, almeno finché il loro numero non diventa eccessivo rispetto alla capacità ricettiva del pascolo, dell’ecosistema.

Nella vita reale le cose sono più complicate perché spesso arrivano nello stesso territorio animali che fanno concorrenza ai primi e si verificano conflitti; gli animali di una popolazione si nutrono (li chiamano predatori) di quelli di un’altra specie; talvolta una specie collabora con l’altra. I fenomeni economici si svolgono, più o meno nella stessa maniera e non c’è da meravigliarsi perché l’economia si basa sulla occupazione, mediante merci --- i frigoriferi, le automobili, i mobili, i vestiti --- di un territorio, quello degli acquirenti umani che rappresentano il “mercato”, non illimitato perché gli acquirenti sono in numero limitato ed è limitata la loro disponibilità di spesa; in un certo senso le merci sono gli animali della parabola e i consumatori sono la fonte del loro nutrimento.

Prendiamo il caso dei frigoriferi: una famiglia possiede un frigorifero, magari ne ha due, ma i venditori di frigoriferi hanno bisogno di vendere altri frigoriferi; per dar retta all’invito dei venditori una famiglia può comprare un altro frigorifero, forse altri due, ma se continua a comprare frigoriferi finirà per doverli mettere nella camera da letto. In altre parole la “popolazione” di frigoriferi in una economia, in un mercato, non può aumentare al di là della capacità ricettiva delle case. I venditori possono convincere i consumatori a gettare via, a “rottamare” (magari con incentivi statali) i vecchi frigoriferi, ma la massa dei rottami e il loro smaltimento finiscono per provocare danni e costi che inducono il mercato a “non” comprare nuovi frigoriferi. Per farla breve, se i fabbricanti producono frigoriferi illudendosi di venderli, devono fare i conti con un mercato limitato, che non ha soldi (il cibo della parabola) o che non sa dove metterli, finiscono per fallire e devono licenziare i lavoratori, il che restringe ulteriormente il mercato.

Un discorso simile vale per la “merce” automobile; in questo caso la crescita della popolazione di automobili che può entrare e occupare il mercato, il “pascolo” della parabola, è frenata sia dalla dimensione limitata del mercato (arriva un punto in cui una nuova automobile può essere messa soltanto nella camera da letto), sia dall’intossicazione dell’ambiente dovuta alla mancanza di parcheggi, di strade in cui circolare liberamente, dall’inquinamento. Col curioso paradosso che lo stesso “Stato” che da una parte incoraggia l’acquisto di nuove automobili, per far lavorare i fabbricanti, dall’altra parte deve limitarne la diffusione e circolazione per motivi ambientali. La parabola suggerisce che una economia “reale” può sopravvivere soltanto se i fabbricanti producono tenendo conto che la capacità ricettiva del mercato è limitata e che, al di là di un limite, devono smettere di produrre una certa merce, che ha saturato e inquina un mercato, e devono cercare di produrne un’altra. La parabola contiene perciò anche un messaggio di speranza: la produzione e l’acquisto delle merci possono ricominciare ad aumentare se saranno identificati i reali bisogni dei consumatori e i mezzi per soddisfarli con merci opportune, se si eviterà che la produzione e il metabolismo delle merci sovraffollino e avvelenino l’ambiente in cui si svolge la vita umana, l’unica cosa che conta.

domenica, maggio 11, 2008

I sistemi sono pigri


Quando, circa un paio di anni fa, mi sono avvicinato al "Picco del Petrolio", ho meditato una "classificazione dei mondi culturali", non da intendersi per far emergere qual è il "migliore", ma per tentare di fare a me stesso un po' di chiarezza sul perchè di alcune dinamiche.
I mondi culturali sono tutti ugualmente importanti. Forse, però, non risulta sufficientemente chiaro chi viene prima e chi viene dopo, in termini di rapporti causa-effetto, quali leggi possono essere violate e quali no, e via discorrendo. Va altresì detto che le ripartizioni sono strumenti di una certa pericolosità, perchè difficilmente si trovano nella realtà argomenti "impacchettabili" in topic puri. Finora, per quanto riguarda la mia organizzazione e l'interpretazione dei lavori altrui, ho trovato molto utile una tripartizione dei mondi culturali, che vi propongo:
1. mondo Scientifico - Tecnologico
2. mondo Economico - Giuridico
3. mondo Socio-Politico

A 1° piano ci sono le leggi inviolabili, ad esempio quelle della termodinamica, la conservazione di carica, massa, quantità di moto ed Energia, i teoremi dei sistemi meccanici rigidi, la meccanica celeste, le leggi della dinamica dei fluidi... Sempre a questo piano possiamo ritrovare le macchine e le infrastrutture, tutto ciò insomma che "funziona" su base scientifica;

Al 2° piano ritroviamo leggi dell'economia classica, come ad es. quella della domanda e dell'offerta, e le "leggi" propriamente dette, cioè le norme che fanno parte del sistema legale nazionale o sovranazionale.

Al 3° piano troviamo le leggi della sociologia, della psicologia, della percezione di massa, della lingua e cultura, delle scelte e delle abitudini di consumo, e il sistema politico sovrastante.

Naturalmente, non è la miglior classificazione possibile! Se ci sono lettori che ne hanno in mente altre sarò ben contento di conoscerle.

La cosa interessante della strutturazione che vi propongo è che evidenzia in modo piuttosto netto quella che è la pigrizia dei sistemi. In un mondo ideale il dialogo funzionerebbe nel modo seguente: in base alle leggi della natura si individuano le migliori tecnologie da adottare, per le quali si allocano risorse economiche e si redigono apposite leggi, allo scopo di garantire una società e un mondo politico sano.

Non vorrei apparire un "lagnone", ma le cose nella realtà non funzionano proprio così.

Alcuni esempi?

Mobilità: il motore elettrico è quello a miglior rendimento, tuttavia la sua diffusione è limitatissima

Trasporti: la "filiera corta" è vivamente consigliata, tuttavia assistiamo alla schizofrenia delle merci

Abitazioni: l'ipercementificazione è la maggiore imputata di dissesti idro-climato-geologici, eppure continuiamo a alimentare politiche di urbanizzazione, invece di ristrutturare le abitazioni esistenti con criteri di risparmio energetico

Imballaggi: per ridurre sprechi energetici e la messa in discarica si potrebbero limitare fortemente, ma non ce la stiamo ancora facendo

[...]

Assistiamo a una forte carenza di dialogo tra i mondi. Il mondo socio-politico è quello a più elevata inerzia, si tratta infatti di cambiare mentalità, abitudini, percezioni, privilegi, macrosistemi lavorativi. Il mondo economico e giuridico è a media inerzia: ad esempio agire sulla giurisprudenza è una cosa che richiede tempi lunghi. L'aumento dei prezzi di un bene, se non è pura speculazione o "bluffing", è un sintomo tardivo di carenza del bene stesso(o di "post-picco").

Il mondo scientifico e tecnologico è quello a maggiore reattività: le informazioni fluiscono con la massima rapidità (se non ci sono inquinamenti e distorsioni). La risalita al 2° e 3° piano, però, è lenta, troppo lenta. Aspettare poi il feedback dal 3°piano al 1° equivarrebbe, con una certa probabilità, a una condizione di guerriglia e di conflitti.

[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

mercoledì, aprile 09, 2008

Chi ha paura dello sparviero


Il titolo riprende un gioco collettivo per bambini, in cui un gruppetto di "cattivi" che si tengono per mano (lo "sparviero", appunto) si lancia contro un grande gruppo di altri giocatori, con lo scopo di "catturarne" il maggior numero possibile.

Man mano che il gioco evolve, lo sparviero si ingigantisce, integrando i catturati, e diventa così sempre più difficile sfuggirgli nella traversata del campetto di gioco.

Pur nella sua semplicità, questo gioco racchiude una certa componente di complessità. I singoli cercano di raggiungere il loro scopo con le proprie doti fisiche, ma esiste anche un forte contributo di interazione con decine di altri giocatori, per cui ci si urta in modo imprevedibile, si inciampa, si cade ... in una parola, è la " (s) fortuna ". Ad essa ci si affida quando le cose di mettono male... e si procede con il classico "io speriamo che me la cavo".

Nelle dinamiche economiche mondiali, pare che ci sia lo stesso approccio. I giornali economici titolano che la recessione è vicina, è peggio di quella del '29, anzi no, ne stiamo uscendo, teniamo duro ancora un annetto e poi si respirerà etc. etc.
"Esperti" e "manager", uno dietro l'altro, ognuno ha una sua storia da raccontare. Che, sfortunatamente, non è mai radicata in cause profonde, ma è spesso costruita su ragionamenti superficiali che si guardano bene dal mettere in discussione i paradigmi costituiti.

Ma se l'apparenza è psicologica, la realtà è termodinamica. E la realtà quella che stiamo osservando in queste settimane è ben più dura di quella che viene passata dai media.

Per chi ha presente cosa vuol dire essere immersi in un sistema che ha sempre più fame di Energia e di Materie Prime, e che nel contempo ne può offrire sempre meno, questo significa alcune cose. Chi soffrirà (e sta soffrendo) maggiormente la crisi energetica? Io credo, essenzialmente, gli Stati che hanno i consumi massimi (USA, Giappone) e quelli che hanno i consumi minimi (paesi africani e terzo mondo in generale).
Per i Paesi basati sull'iperconsumo di risorse fossili, una diminuzione della crescita può significare un aumento significativo del tasso di disoccupazione. Cioè, "basta poco per rompere l'incantesimo". Il che significa recessione.
Per i paesi arretrati, si osserva un sempre minore accesso alle risorse di base (acqua, cibo) e un ridotto flusso di aiuti internazionali.

I Paesi "di mezzo", quali ad esempio quelli dell'Europa, probabilmente incasseranno meglio, ma attenzione, si tratta solo di un differimento. Quando ci sono problemi di questa portata lo spazio e il tempo diventano molto, molto relativi. Fenomeni come disordini etnici, problemi sanitari di massa, migrazioni sono ottimi conduttori, quando non veri e propri amplificatori, al limite generatori di ulteriori tensioni.

Mi piace pensare all'Europa come una realtà che possa davvero fare qualcosa in queste situazioni limite. Che possa intensificare il lavoro che sarebbe dovuto iniziare con Kennedy, Mattei, M.L King. La condizione energetica e climatica è più difficile, il tempo è poco, ma ce la possiamo fare.





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