Il blog di ASPO-Italia, sezione italiana dell'associazione internazionale per lo studio del picco del petrolio e del gas (ASPO)
domenica, maggio 09, 2010
Cosa diavolo è successo?
venerdì, dicembre 04, 2009
L'attualità di Cecil Pigou (1877-1959)
venerdì, settembre 18, 2009
Condizioni necessarie e condizioni sufficienti
martedì, agosto 04, 2009
Bilanciando Economia, Energia e Crescita

Questo è un breve saggio di John Howe, che parla del rapporto tra economia, energia, e crescita. John è un ingegnere meccanico ormai prossimo alla pensione, noto per la sua invenzione del trattore solare; è anche l'autore del libro "The End of Fossil Fuel".
A. Le Sostanze non si muovono, nè crescono senza energia
B. La produzione mondiale di petrolio ha raggiunto l'apice
Questi numeri sono fatti storici, come presentati dall'Agenzia Internazionale per l'Energia e il Dipartimento di Energia. (http://www.eia.doe.gov/)
Non vi è alcuna evidenza del fatto che nuove risorse equivalenti al petrolio siano a disposizione per risolvere i nostri problemi di oggi. Non vi è stato un enorme aumento di produzione di greggio dal 2002 al 2008, nonostante il forte aumento del prezzo del barile in quel periodo.
Il nostro modello di prosperità necessita della certezza di un futuro ritorno del capitale più gli interessi, per giustificare l'investimento di capitale presente. Questo sistema ha funzionato bene per l'ultima centinaio di anni, fino a quando vi è sempre stato un eccesso di energia fossile pre-immagazzinata, disponibile a fungere da "carburante" per la crescita. (Per questa premessa, si ignora la questione di opacità da inflazione, si parla in termini di crescita reale).
D. Il punto cruciale: ora che l'energia immagazzinata, rappresentata dal petrolio, ha raggiunto il livello massimo ed è in declino, la crescita e il nostro sistema economico non può continuare
E. La non-trasparenza del prezzo del petrolio è sorgente di confusione
• Education (istruzione),
• Adaptation of solar power (impiego di energia solare, nelle sue più svariate forme),
• Razionamento (di energia fossile rimanente, a partire dalla benzina), e
• Negative population growth (diminuzione del tasso di crescita della popolazione, fatto per nostra volontà, senza aspettare il verificarsi di terribili catastrofi)
venerdì, maggio 22, 2009
La vita dopo il petrolio (reloaded)

Come promesso a Gianluca Ruggieri, che gentilmente mi ha passato una copia, mi cimento in questa mini-recensione, da un punto di vista un po' più da "esterno".Ad esempio, consideriamo il problema dell'alimentazione. Il fatto che nessuno (o quasi) in Europa abbia il problema della fame sembra scontato, ma non lo è. Se immaginiamo un mondo a petrolio scarso o razionato, realizziamo immediatamente che sarà molto più difficile concimare i terreni agricoli, fare i fitotrattamenti, impacchettare gli alimenti e distribuirli capillarmente. A questo, si lega in maniera praticamente automatica il discorso della crescita demografica.
"Da bambini tutti noi ci siamo chiesti da dove venisse la benzina che mamma e papà mettevano nel serbatoio della macchina"
"L'inceneritore è una macchina di una tale inefficienza, che se anche non inquinasse sarebbe una follia"
"Il prezzo non è più una variabile indicativa: non sappiamo più dire se il prezzo di una merce, a partire dal petrolio fino al grano, sia quello corretto"
"E' possibile che nel prossimo decennio il prezzo del petrolio arrivi a oscillare tra i 200 e i 300 dollari al barile"
(Gianni Silvestrini, ricercatore in Fisica)
"A breve dovremo preoccuparci dei rischi di conflitto per l'accaparramento delle risorse residue, e al limite del rischio di utilizzo di armi nucleari"
PS 1 Le frasi sono estrazioni da contesti, per coglierle al massimo dell'espressione è consigliata la lettura dei capitoli-intervista in cui è strutturato il libro
PS 2 Per alimentare la dialettica con chi ha altre visioni, si veda un mio vecchio post, in cui ho cercato un confronto con il prof. Riccardo Varvelli, autore di un libro dal titolo molto simile a quello appena presentato, "Petrolio e dopo?"
martedì, maggio 05, 2009
Il picco buono
created by Giorgio Nebbia
Professore emerito di Merceologia
Il “picco”, cioè il punto di massimo di una curva che descrive, in funzione del tempo, la quantità di una “cosa” --- di un minerale, di una merce, di una popolazione --- ha in generale un carattere negativo: indica l’esaurimento di una riserva di minerali o di materie prime, la diminuzione della produzione di una merce agricola o industriale, l’abbandono di un processo produttivo, l’esaurimento della fertilità del suolo, l’aumento della mortalità rispetto alla natalità, e fatti simili. Ci sono alcuni picchi “buoni”, quelli della produzione di una merce inquinante (il DDT, alcuni CFC, del piombo tetraetile, eccetera), ma il più buono di tutti è quello delle bombe atomiche che hanno raggiunto il picco di poco più di 69.000 unità nel 1986 per scendere a circa 31.000 unità nel 2000.
mercoledì, marzo 25, 2009
Non tutte le crisi vengono per nuocere
In un altro mio articolo è possibile confrontare il grafico del 2008 con quelli del 2006 e 2007.
Analisi.
Continua la tendenza verso una sempre più marginale (5,1%) dipendenza dal petrolio della produzione termoelettrica, la conferma del ricorso al gas naturale come principale fonte per il termoelettrico, che raggiunge quasi il 50%, un contributo stabile dei combustibili solidi (carbone), ma si registra una riduzione apprezzabile del saldo tra import ed export (principalmente energia nucleare proveniente dalla Francia) e un sensibile aumento (+ 2,8%) del peso delle rinnovabili determinato da una crescita della produzione idroelettrica, da 32815 GWh a 39980 GWh (+ 21,8%), dovuta a un inverno più piovoso, e da un’ulteriore crescita dell’eolico, da 4035 GWh a 6437 GWh (+ 59,5%).
Proviamo ora ad abbozzare un’analisi politico – strategica a partire da questi freddi numeri. E’ molto probabile che il calo del Consumo Interno Lordo non sia un fattore contingente ma un dato strutturale. Potremmo cioè essere in presenza del picco italiano del consumo di energia elettrica, effetto per il 2008 del combinato disposto degli alti prezzi petroliferi e della successiva crisi finanziaria. I primi sintomi di ripresa economica e di rilancio della domanda mondiale potrebbero essere tarpati sul nascere da una nuova volata delle quotazioni del petrolio che innescherebbero un meccanismo di retroazione negativa nei confronti dei consumi elettrici, variabile fortemente dipendente dalla crescita economica.
Ipotizziamo quindi, cautelativamente, che il Consumo Interno Lordo italiano di energia elettrica oscilli nei prossimi anni intorno al valore del 2008, mantenendosi sostanzialmente costante. Potremmo quindi pensare a uno scenario di breve – medio termine che preveda una ulteriore moderata crescita del gas naturale, fino al 55%, una maggiore penetrazione delle rinnovabili, fino al 25%, una stabilizzazione del saldo tra importazioni ed esportazioni intorno al 10%, l’azzeramento della dipendenza dal petrolio e un dimezzamento della dipendenza dal carbone.
A partire da queste ipotesi, utilizzando i valori emissivi contenuti nella Decisione della Commissione 29/01/2004 attuativa della Direttiva 2003/87/EC per il monitoraggio dei GHG (Green House Gas), otteniamo una minore emissione complessiva del sistema elettrico italiano di circa 25 Mton (milioni di tonnellate) di CO2, corrispondenti alla riduzione prevista per il settore elettrico dalla delibera CIPE 19/12/2002 in applicazione del Protocollo di Kyoto.
Questo scenario richiede però alcune scelte politiche chiare. La prima riguarda la diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas naturale. Questo combustibile è nettamente il meno inquinante e consente alti rendimenti energetici nelle centrali a ciclo combinato. Però occorre evitare cali improvvisi delle forniture legati a decisioni imprevedibili dei paesi produttori. Questo implica, piaccia o non piaccia, la costruzione di un numero sufficiente di rigassificatori. E’ necessario rafforzare le politiche di partnership con la Francia che consentano di consolidare i rapporti commerciali nel settore elettrico e infine attuare una nuova politica selettiva di incentivazione delle rinnovabili che punti a massimizzare la produzione a parità di potenza installata.
giovedì, febbraio 19, 2009
Penso positivo
lunedì, ottobre 20, 2008
Biologia e economia
Riportiamo in questo post un articolo del prof. Giorgio Nebbia, pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di giovedì 16 ottobre 2008, e che ha gentilmente messo a disposizione per il blog di ASPO. In esso emergono in modo molto chiaro gli insegnamenti che la natura può dare all'economia sul tema della limitatezza delle risorse, non solo in termini di scarsità di combustibili fossili e di qualunque risorsa "esauribile", ma anche di "capacità recettiva" degli ecosistemi, persino di spazio fisico disponibile. Per paragone, allora, perchè sovvenzionare l'iperproduzione di autoveicoli se già ora non sappiamo dove parcheggiarli, e ben sapendo che per "piazzarli" bisognerà guidare forzosamente i mercati per obbligare la loro sostituzione (anche se la generazione (n+1) sarà sostanzialmente identica in termini di efficienza)?
Nel grafico è rappresentato il tipico andamento oscillante di un sistema preda-predatore supposto perfettamente rinnovabile. Dapprima le lepri (in blu) si riproducono, ed essendo sempre più numerose, creano le condizioni per la proliferazione delle volpi (in violetto), che proprio delle lepri si nutrono. Quindi, le volpi arrivano ad essere "molte" e costringono la popolazione di lepri a diminuire (a "piccare"), e tuttavia continuano ad aumentare in numero. Poi, l'esubero delle volpi determina una scarsità di cibo e anche queste sono costrette a piccare e a subire la riduzione della loro popolazione. Quando arriveranno di nuovo le condizioni iniziali, le lepri torneranno a proliferare, riaprendo un nuovo ciclo (FG)
Biologia e economia
Propongo una parabola. Uno studente universitario del primo o secondo anno di biologia impara che le popolazioni animali seguono dei cicli di crescita e declino non molto diversi da quelli dell’economia. Immaginiamo una popolazione di animali che vive in un territorio grande e ricco di alimenti e di acqua, ma non infinito: un pascolo, un bosco, un lago. Dapprima gli animali sono pochi e crescono di numero perché hanno spazio disponibile e cibo abbondante e si riproducono facilmente. A poco a poco lo spazio comincia d essere affollato da molti animali e il cibo comincia a scarseggiare e il numero di figli diminuisce e, ad un certo punto, il numero dei nati uguaglia il numero dei morti e la popolazione non aumenta e diventa stazionaria. Le cose sembrerebbero in equilibrio, ma non è così perché la vita di questa popolazione altera le condizioni dell’ecosistema e il cibo e l’acqua che sembravano sufficienti per una popolazione stazionaria, cominciano a diminuire.
Pensate ad un pascolo in cui l’erba è pestata dagli animali presenti e il terreno si indurisce e si inaridisce; inoltre il metabolismo, cioè il processo di trasformazione del cibo, degli animali presenti genera degli escrementi che si fermano nel terreno e lo rendono ancora meno fertile, e finiscono nell’acqua che diventa meno bevibile e anzi dannosa. La popolazione animale allora diminuisce perché, con la propria stessa vita, ha impoverito le fonti di cibo e di acqua. I biologi dicono che la diminuzione è dovuta alla intossicazione del mezzo ambiente; il fenomeno è stato osservato in molte popolazioni animali e la trattazione matematica della crescita e del declino delle popolazioni è stata fatta da una multinazionale di illustri matematici e biologi negli anni trenta del Novecento: l’italiano Vito Volterra (1860-1940), l’americano Alfred Lotka (1880-1949), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin. (1886-1963). Poiché peraltro la vita vince sempre, quando la popolazione di animali che occupano il nostro immaginario pascolo è diminuita, diminuisce anche il disturbo dell’ecosistema, l’erba ricomincia a crescere e l’acqua ritorna abbastanza pulita e il numero di animali del pascolo ricomincia ad aumentare, almeno fino ad un certo punto, almeno finché il loro numero non diventa eccessivo rispetto alla capacità ricettiva del pascolo, dell’ecosistema.
Nella vita reale le cose sono più complicate perché spesso arrivano nello stesso territorio animali che fanno concorrenza ai primi e si verificano conflitti; gli animali di una popolazione si nutrono (li chiamano predatori) di quelli di un’altra specie; talvolta una specie collabora con l’altra. I fenomeni economici si svolgono, più o meno nella stessa maniera e non c’è da meravigliarsi perché l’economia si basa sulla occupazione, mediante merci --- i frigoriferi, le automobili, i mobili, i vestiti --- di un territorio, quello degli acquirenti umani che rappresentano il “mercato”, non illimitato perché gli acquirenti sono in numero limitato ed è limitata la loro disponibilità di spesa; in un certo senso le merci sono gli animali della parabola e i consumatori sono la fonte del loro nutrimento.
Prendiamo il caso dei frigoriferi: una famiglia possiede un frigorifero, magari ne ha due, ma i venditori di frigoriferi hanno bisogno di vendere altri frigoriferi; per dar retta all’invito dei venditori una famiglia può comprare un altro frigorifero, forse altri due, ma se continua a comprare frigoriferi finirà per doverli mettere nella camera da letto. In altre parole la “popolazione” di frigoriferi in una economia, in un mercato, non può aumentare al di là della capacità ricettiva delle case. I venditori possono convincere i consumatori a gettare via, a “rottamare” (magari con incentivi statali) i vecchi frigoriferi, ma la massa dei rottami e il loro smaltimento finiscono per provocare danni e costi che inducono il mercato a “non” comprare nuovi frigoriferi. Per farla breve, se i fabbricanti producono frigoriferi illudendosi di venderli, devono fare i conti con un mercato limitato, che non ha soldi (il cibo della parabola) o che non sa dove metterli, finiscono per fallire e devono licenziare i lavoratori, il che restringe ulteriormente il mercato.
Un discorso simile vale per la “merce” automobile; in questo caso la crescita della popolazione di automobili che può entrare e occupare il mercato, il “pascolo” della parabola, è frenata sia dalla dimensione limitata del mercato (arriva un punto in cui una nuova automobile può essere messa soltanto nella camera da letto), sia dall’intossicazione dell’ambiente dovuta alla mancanza di parcheggi, di strade in cui circolare liberamente, dall’inquinamento. Col curioso paradosso che lo stesso “Stato” che da una parte incoraggia l’acquisto di nuove automobili, per far lavorare i fabbricanti, dall’altra parte deve limitarne la diffusione e circolazione per motivi ambientali. La parabola suggerisce che una economia “reale” può sopravvivere soltanto se i fabbricanti producono tenendo conto che la capacità ricettiva del mercato è limitata e che, al di là di un limite, devono smettere di produrre una certa merce, che ha saturato e inquina un mercato, e devono cercare di produrne un’altra. La parabola contiene perciò anche un messaggio di speranza: la produzione e l’acquisto delle merci possono ricominciare ad aumentare se saranno identificati i reali bisogni dei consumatori e i mezzi per soddisfarli con merci opportune, se si eviterà che la produzione e il metabolismo delle merci sovraffollino e avvelenino l’ambiente in cui si svolge la vita umana, l’unica cosa che conta.
domenica, maggio 11, 2008
I sistemi sono pigri

A 1° piano ci sono le leggi inviolabili, ad esempio quelle della termodinamica, la conservazione di carica, massa, quantità di moto ed Energia, i teoremi dei sistemi meccanici rigidi, la meccanica celeste, le leggi della dinamica dei fluidi... Sempre a questo piano possiamo ritrovare le macchine e le infrastrutture, tutto ciò insomma che "funziona" su base scientifica;
Al 2° piano ritroviamo leggi dell'economia classica, come ad es. quella della domanda e dell'offerta, e le "leggi" propriamente dette, cioè le norme che fanno parte del sistema legale nazionale o sovranazionale.
Al 3° piano troviamo le leggi della sociologia, della psicologia, della percezione di massa, della lingua e cultura, delle scelte e delle abitudini di consumo, e il sistema politico sovrastante.
Naturalmente, non è la miglior classificazione possibile! Se ci sono lettori che ne hanno in mente altre sarò ben contento di conoscerle.
La cosa interessante della strutturazione che vi propongo è che evidenzia in modo piuttosto netto quella che è la pigrizia dei sistemi. In un mondo ideale il dialogo funzionerebbe nel modo seguente: in base alle leggi della natura si individuano le migliori tecnologie da adottare, per le quali si allocano risorse economiche e si redigono apposite leggi, allo scopo di garantire una società e un mondo politico sano.
Non vorrei apparire un "lagnone", ma le cose nella realtà non funzionano proprio così.
Alcuni esempi?
Mobilità: il motore elettrico è quello a miglior rendimento, tuttavia la sua diffusione è limitatissima
Trasporti: la "filiera corta" è vivamente consigliata, tuttavia assistiamo alla schizofrenia delle merci
Abitazioni: l'ipercementificazione è la maggiore imputata di dissesti idro-climato-geologici, eppure continuiamo a alimentare politiche di urbanizzazione, invece di ristrutturare le abitazioni esistenti con criteri di risparmio energetico
Imballaggi: per ridurre sprechi energetici e la messa in discarica si potrebbero limitare fortemente, ma non ce la stiamo ancora facendo
[...]
Assistiamo a una forte carenza di dialogo tra i mondi. Il mondo socio-politico è quello a più elevata inerzia, si tratta infatti di cambiare mentalità, abitudini, percezioni, privilegi, macrosistemi lavorativi. Il mondo economico e giuridico è a media inerzia: ad esempio agire sulla giurisprudenza è una cosa che richiede tempi lunghi. L'aumento dei prezzi di un bene, se non è pura speculazione o "bluffing", è un sintomo tardivo di carenza del bene stesso(o di "post-picco").
Il mondo scientifico e tecnologico è quello a maggiore reattività: le informazioni fluiscono con la massima rapidità (se non ci sono inquinamenti e distorsioni). La risalita al 2° e 3° piano, però, è lenta, troppo lenta. Aspettare poi il feedback dal 3°piano al 1° equivarrebbe, con una certa probabilità, a una condizione di guerriglia e di conflitti.
[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]
mercoledì, aprile 09, 2008
Chi ha paura dello sparviero

Man mano che il gioco evolve, lo sparviero si ingigantisce, integrando i catturati, e diventa così sempre più difficile sfuggirgli nella traversata del campetto di gioco.
Pur nella sua semplicità, questo gioco racchiude una certa componente di complessità. I singoli cercano di raggiungere il loro scopo con le proprie doti fisiche, ma esiste anche un forte contributo di interazione con decine di altri giocatori, per cui ci si urta in modo imprevedibile, si inciampa, si cade ... in una parola, è la " (s) fortuna ". Ad essa ci si affida quando le cose di mettono male... e si procede con il classico "io speriamo che me la cavo".
Nelle dinamiche economiche mondiali, pare che ci sia lo stesso approccio. I giornali economici titolano che la recessione è vicina, è peggio di quella del '29, anzi no, ne stiamo uscendo, teniamo duro ancora un annetto e poi si respirerà etc. etc.
"Esperti" e "manager", uno dietro l'altro, ognuno ha una sua storia da raccontare. Che, sfortunatamente, non è mai radicata in cause profonde, ma è spesso costruita su ragionamenti superficiali che si guardano bene dal mettere in discussione i paradigmi costituiti.
Ma se l'apparenza è psicologica, la realtà è termodinamica. E la realtà quella che stiamo osservando in queste settimane è ben più dura di quella che viene passata dai media.
Per chi ha presente cosa vuol dire essere immersi in un sistema che ha sempre più fame di Energia e di Materie Prime, e che nel contempo ne può offrire sempre meno, questo significa alcune cose. Chi soffrirà (e sta soffrendo) maggiormente la crisi energetica? Io credo, essenzialmente, gli Stati che hanno i consumi massimi (USA, Giappone) e quelli che hanno i consumi minimi (paesi africani e terzo mondo in generale).
Per i Paesi basati sull'iperconsumo di risorse fossili, una diminuzione della crescita può significare un aumento significativo del tasso di disoccupazione. Cioè, "basta poco per rompere l'incantesimo". Il che significa recessione.
Per i paesi arretrati, si osserva un sempre minore accesso alle risorse di base (acqua, cibo) e un ridotto flusso di aiuti internazionali.
I Paesi "di mezzo", quali ad esempio quelli dell'Europa, probabilmente incasseranno meglio, ma attenzione, si tratta solo di un differimento. Quando ci sono problemi di questa portata lo spazio e il tempo diventano molto, molto relativi. Fenomeni come disordini etnici, problemi sanitari di massa, migrazioni sono ottimi conduttori, quando non veri e propri amplificatori, al limite generatori di ulteriori tensioni.
Mi piace pensare all'Europa come una realtà che possa davvero fare qualcosa in queste situazioni limite. Che possa intensificare il lavoro che sarebbe dovuto iniziare con Kennedy, Mattei, M.L King. La condizione energetica e climatica è più difficile, il tempo è poco, ma ce la possiamo fare.
[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]



