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giovedì, dicembre 22, 2011

L'irresponsabilità di essere (tecno)ottimisti

Di Antonio Turiel 


Apparso il 19 Aprile 2010 su The Oil Crash. Traduzione di Massimiliano Rupalti.
Pubblicato anche su Effetto Cassandra



Cari lettori,

sulla base dell'ultimo commento di Agustìn (un lettore del blog, ndT) fatto al precedente post, ho creduto che il tema toccato fosse talmente ampio che meritasse un post a sé.

Circa la descrizione che facevo dei problemi di fornitura di frutta e verdura nel Regno Unito provocata dal blocco del traffico aereo (è il periodo dell'eruzione del vulcano islandese Eyiafjallajokull, ndT), Agustìn diceva quanto segue:

Sono chiare due cose: Primo: che in questo pianeta siamo di passaggio e quasi per caso, quindi qualsiasi crisi ci può spazzar via dalla faccia della Terra. Secondo:che la tecnologia (in questo caso l'aeronautica) può ben poco di fronte a questo. Ma non importa, ci sarà sempre gente che protesta perché non sono state previste le conseguenze dell'eruzione e perché non si è cercata una soluzione al “loro" problema.

Agustìn ha ragione, perché sono questi due i problemi ricorrenti e che spiegano in gran parte la nostra incapacità di approcciarci in modo razionale al problema del Picco del petrolioGrosso modo (scritto così nel testo originale, ndT), questi due problemi sono la nostra incapacità di accettare i nostri limiti e il tecno-ottimismo.

L'essere umano è, intrinsecamente e necessariamente, limitato. Questo lo capiamo presto da bambini: non possiamo correre tanto quanto vorremmo, non possiamo sollevare cose molto pesanti, non possiamo volare... E nemmeno possiamo fare ciò che crediamo, nel contesto dei nostri limiti fisici, per via di altri limiti intangibili ma ugualmente inflessibili: la famiglia, la società, la scuola... Tuttavia, questa evidenza si va disperdendo con l'età, nella misura in cui si insedia un'altra idea, non tanto naturale ed evidentemente fallace, che dice che è possibile ottenere qualsiasi cosa, con i giusti mezzi. La nostra società dei consumi ci sta permeando con l'idea che con sufficiente denaro si può ottenere tutto e dove la nostra capacità fisica non può arrivare,sarà capace di arrivare l'onnipotente tecnologia. Questa nuova realtà prefabbricata risulta essere molto comoda e conveniente; elimina l'incertezza del mondo reale, rende più rarefatta la più terribile di tutte le certezze, quella della propria morte, e spinge le persone a consumare senza riflettere.

Tuttavia, occasionalmente, la disgrazia arriva comunque, la gente muore in incidenti, terremoti, malattie.... L'economia ha problemi, la disoccupazione aumenta, l'insicurezza cresce... Per lottare contro questa realtà spigolosa, che intacca la nostra cortina di illusioni, abbiamo il tecno-ottimismo, vale a dire la rigida credenza nel fatto che la tecnologia possa risolvere qualsiasi problema, se solo siamo disposti ad investire a sufficienza nel suo sviluppo. Questo sta alla base di molte politiche che sono in corso di attuazione oggigiorno, man mano che si comincia a percepire il fatto che abbiamo un problema intrinseco col modello attuale: che, eventualmente, dobbiamo cercare energie alternative; che, eventualmente, l'auto elettrica ci potrà aiutare a superare la nostra dipendenza dal petrolio, ecc. L'infantilismo nel quale ci ha gettati il consumismo ci porta a credere che tutti i problemi si possono risolvere e che Papà-Stato-Autorità-Tecnologia-Scienza-Chiperloro, in ogni caso l'autorità superiore e responsabile, non solo può, ma addirittura ha l'obbligo di risolvere i problemi. Trovo frustrante che, in tutti gli incontri che vado proponendo sull'Oil Crash, quando arriva il momento delle domande ci sia sempre qualcuno che ci chiede, quasi esige da noi – noi che siamo scienziati e che pertanto siamo parte di questo establishment onnipotente – che risolviamo un problema tanto complesso come quello di adattare una società autistica ed egoista ad uno scenario di diminuzione dell'energia; fuori le soluzioni, forza!

Il problema veramente grave è che le diverse amministrazioni accettano questo ruolo di fornitori di soluzioni che, in realtà, non possono ricoprire. Non si vendono più automobili? “Non vi preoccupate, metteremo sovvenzioni per fare in modo che si continuino a vendere”, anche se entro tre anni non si sa da dove estrarremo il petrolio, non tanto a buon mercato, ma a qualsiasi prezzo. La gente si preoccupa perché il prezzo del petrolio sale? “Non vi preoccupate che con l'auto elettrica il problema del petrolio scompare”, ignorando il fatto che il petrolio non si usa solo per le auto, ma per quasi tutto e che in ogni caso non abbiamo idea da dove verrà l'energia per ricaricare queste auto e per la costruzione delle quali non abbiamo, in ogni caso, sufficienti materiali (per esempio le terre rare, ndT). La domanda di petrolio per gli altri usi energetici, oltre alle auto, continua? “Non vi preoccupate, che possiamo moltiplicare per due o per tre la produzione di energia rinnovabile attuale”, ma ignorando che questo è molto lontano dal moltiplicare il suo potenziale per 20, che è quello di cui avremmo bisogno per eguagliare il consumo attuale. Fra l'altro perché è impossibile, perché l'energia rinnovabile non ha un tale potenziale e questo senza parlare della mancanza di materiali per le installazioni e della loro scarsità associata all'aumento del prezzo del petrolio (perché serve petrolio, ed in quantità ingenti, per estrarre, raffinare e processare tutti i materiali). La gente ha paura della disoccupazione? “Non vi preoccupate e consumate, consumate, maledetti, che dobbiamo far crescere il PIL fino al magico 2,6% che farà in modo che la disoccupazione torni a scendere”, anche se questo non è possibile, visto che il nostro consumo di petrolio scende ad un ritmo medio del 3% ogni anno.

Essere tecno-ottimisti, credere che la tecnologia risolverà tutto, è un modo socialmente accettabile di essere suicidi. Io, se permettete, scelgo la vita. Sono uno scienziato, ma non un idiota e non voglio credere ai benefici della tecnologia come se fosse un atto di fede; proprio perché sono uno scienziato so che ci sono dei limiti nella natura (le leggi della termodinamica, per esempio) e che non possiamo fare miracoli, anche se possiamo e dobbiamo migliorare le condizioni di vita degli umani. Ma cerchiamo di essere razionali. 

Saluti,

AMT

lunedì, dicembre 13, 2010

Scomposizione per attività del calo dei consumi elettrici italiani e prospettive future

Come ho riferito in questo mio precedente articolo, nel 2009 si è verificato in Italia un sensibile calo dei Consumo Interno Lordo di energia elettrica (Produzione Lorda + Saldo Import – Export). Per le stesse ragioni sono ovviamente in diminuzione sia la Richiesta di Energia Elettrica (Consumi Finali + Perdite di rete) sia gli stessi Consumi Finali. Però questo dato complessivo non ci dice nulla sulla distribuzione del calo tra le varie attività di consumo.

A tale scopo ci viene in aiuto la tabella allegata, tratta dal sito di Terna S.p.A. Come si può facilmente capire dai dati, il calo complessivo del 6% dei consumi finali italiani dal 2008 al 2009, corrisponde a una riduzione dei consumi elettrici dell’Industria di ben il 14%, a fronte di un limitato aumento dei consumi nel terziario (+ 1,3%) e nel domestico (+ 0,8%).
In altre parole, il peso dell’industria nazionale nella distribuzione dei consumi elettrici totali passa dal 47% al 43%. Si tratta di un dato molto interessante perché ci fa capire che la crisi economica ha inciso pesantemente solo sulle attività industriali, con chiusura o riduzione di molte attività produttive.
Le attività industriali più penalizzate dalla crisi sono quelle manifatturiere di base (- 18%), meno le costruzioni (- 4%). Nel grafico allegato, che ho ricavato dalla stessa tabella, è possibile analizzare visivamente il calo dei consumi di energia elettrica per singola categoria di attività.

Per quanto riguarda le prospettive, i dati Terna relativi ai consumi elettrici di novembre 2010 rilevano un parziale recupero della richiesta di energia elettrica rispetto al 2009 dell’1,9% (quindi un recupero leggermente più basso rispetto al 2008) in corrispondenza della piccola ripresa economica in corso. Il sistema riuscirà a recuperare completamente il calo dei consumi rispetto al periodo precedente la crisi e l’evidente picco dei consumi elettrici nel 2009 sarà solo relativo o assoluto?

E’ difficile rispondere a questa domanda. Non si può però non rilevare che contemporaneamente alla ripresa della domanda mondiale sono cresciuti di nuovo i prezzi del petrolio (il barile oggi costa quasi 90 dollari). Sembra perciò confermarsi la stretta correlazione tra aumento delle quotazioni petrolifere e crescita economica illustrata su questo blog in un precedente post.
Questo significa che la ripresa più accentuata del prodotto interno lordo mondiale e, in particolare di quello statunitense, determinerà nel 2011 di nuovo il superamento della soglia dei 100 dollari al barile, con conseguenze recessive sull’economia. Sembrerebbe perciò confermata la natura strutturale dell’attuale crisi economica e che solo una profonda riorganizzazione dei sistemi produttivi, energetici ed economici potrà scongiurare effetti devastanti sull’organizzazione delle società umane.

venerdì, ottobre 15, 2010

Richiesta energia elettrica in leggera crescita

Nella tabella allegata (per ingrandire cliccare sopra) estratta dal sito di Terna sono riportati i dati relativi alla richiesta di energia elettrica (consumi finali più perdite di rete) italiana nei primi nove mesi dell'anno. Come si può vedere, collegata a una piccola ripresa economica c'è stata una limitata crescita di tale valore ( +1,7%) rispetto al crollo storico verificatosi nel 2009 (-5,7%) e descritto in un mio precedente articolo. Però, guardando qui i rapporti dei mesi precedenti, questa ripresa dei consumi sembra un pò rallentare. E nel frattempo i prezzi del barile hanno ripreso a salire.

mercoledì, febbraio 10, 2010

Ciò che scarseggia non è l'energia ma il pensiero



Questo libro di Luigi Sertorio è talmente bello e interessante che non mi sento di scrivervi un commento - se lo dovessi scrivere, sarebbe più lungo del libro e non sarebbe altrettanto bello. Vi consiglio soltanto di leggere il libro, sono soltanto 80 pagine di una rara densità.

Vi passo qui di seguito il commento che ne ha fatto Luigi Ceronetti, anche questo molto bello e centrato sulla stessa citazione di Sertorio che ho scelto io, ovvero, "non è l'energia che scarseggia ma il pensiero".

Da un fisico, Luigi Sertorio, viene – anche su questa superflua e nodale parata ecologica di Copenaghen – una luce. Se trovi un pensiero che vale férmati, ricordati che non sei un bruto! Il libretto di Sertorio da cercare e da meditare, se si abbia qualche inclinazione a riflettere, s’intitola La Natura e le macchine, l’editore (SEB 27) non è certo tra i noti. L’autore è torinese e ha anche insegnato a Torino. 

Ne stralcio qualche punto luminoso: «Da bambino, la notte, Torino era buia e guardavo dalla finestra le stelle e le Alpi lontane. Ora dalla casa in collina guardo laggiù Torino tutta illuminata di lampadine, ci saranno molti megawatt di fotoni spediti nel cosmo, e non mi danno nessun senso di benessere». Quanto a me, mi domando a quale ingordo Moloch sacrifichino le città tanti inferociti megawatt e tanti torrenti di denaro per inondare di accecanti illuminazioni artificiali un flusso ormai quasi ininterrotto di partite notturne! Attenzione, quello spreco insensato di energia, non cessa di far male col fischio finale dell’arbitro: va a nutrire un oscuro cannibale che un giorno, ad un segnale, sgranocchierà i vostri figli. Come il minotauro di Creta e il lupo di Perrault – evocabili con profitto anche in un dopocena danese decembrino. Il libretto è tutto aureo. 

Nella prefazione, Nanni Salio ricorda la profezia gandhiana: che se l’India (che allora contava trecento milioni: oggi, col Pakistan, tocca il miliardo e mezzo) si fosse industrializzata al modo dell’Occidente «avrebbe denudato il mondo come le locuste». Conclude Sertorio (per forza ne limito le citazioni): «Ciò che scarseggia non è l’energia ma il pensiero, la futura vittima non è la Terra, ma è la mente umana, il consumo produce denaro, ma genera povertà (aggiungo: mentale) nelle nazioni». Sottolineo: la mente umana, con lacrime e rabbia. Nient’altro che pensiero atrofico o non-pensiero leggi nelle ceneri anche di questa eco-adunata mondiale. 

Ripiglio dall’India, tritagonista di questa scena tragica smisurata, insieme a Cina e America (le Americhe, bisogna dire: un unico personaggio policefalo). Ma la Russia, l’Europa, l’Iran, dove li metti? Tuttavia la demografia miliardaria è la più incosciente nel delirio industrialista, e ha uno specifico accecamento arrivistico – mostruosità psicologica che su scala di impero demografico (raggiungere-imitare-superare in potere-che-dà-potenza) oggi non culmina in traguardi stolti, ma in miserabile, scellerata distruttività del vivente, vicino e lontano, presente e futuro. La via dello Sviluppo è la via della morte. Paradosso dei paradossi: la sovrapopolazione planetaria, che affligge gli enormi spazi del sud-est asiatico, Cina e India in testa, e anche gli Stati Uniti – le regioni più responsabili dell’Inquinamento – e che altresì affligge l’Africa e Gaza e il Cairo… neppure stavolta la si è vista nell’agenda dei lavori!! Magicamente rimossa… Misteriosamente tenuta fuori… Perché manca il gradimento del Papa? Dei paesi islamici? Per paura dell’Insolubile? Ma se non osiamo confessare la nostra impotenza, allora perché stendere relazioni e fingere di avere a cuore un problema di essere o non essere, di vita e di morte? Perché incontrarsi e tenere discorsi su soluzioni possibili la cui caratteristica essenziale è l’impossibilità a coagularsi in una catena antincendio di severe e punibili concordanze? Non ci sono percentuali in meno o in più che valgano. Esiste soltanto il convergere di tutte le strade verso la distruttività crescente, nella folle idea fissa del tempo lineare e della sua conseguente Crescita illimitata, col suo sterminio di risorse per contrastare le grandi povertà che vengono, le catastrofi finali che nessuna filosofia politica è in grado di fermare. Perché la storia umana è iscritta in un ciclo sansarico, è parte di una ruota che la fa, nella luce e nell’ombra, ora essere ora non essere; perché nel Divenire in perpetuo qualsiasi vivere perde il suo stesso nome. Come misura di Ragione Pratica puoi fare la raccolta differenziata e l’orticello biologico in Piazza Navona o alla Casa Bianca: una condotta etica è bene per chi la tenga – ma non commuoverà mai la maschera di pietra di quel che è predestinato, di quel che è, da sempre e per sempre, Destino. E anche il Destino abbiamo visto tenuto fuori, malvisto cane sciolto, da questa conferenza di percentuali tristi e di egoismi irriducibili. Il clima out of joint può aiutare, per quanto cosa ahi molto dura, a capire. Può essere una freccia per andare, a occhi aperti almeno, incontro allo sguardo della testa inguardabile di Medusa.

giovedì, gennaio 28, 2010

In visita al lato B della società dei Consumi




created by Luca Lombroso


Sabato 29 novembre 2009 Hera ha aperto le porte di casa nostra (in quanto pagato, in fin dei conti, con i soldi di noi contribuenti, specialmente tramite i CIP6), ovvero dell’impianto di incenerimento di rifiuti di Modena. Ho così deciso di partecipare, non come conferenziere e divulgatore ambientale, ma come cittadino, non rinunciando però se vi era occasione a dire la mia e chiedere.
 “Conoscere per giudicare”, lo slogan dell’iniziativa e la prima impressione che si ha avvicinandosi all’impianto è di avvicinarsi alla tomba della società dei consumi: file di camion, un vero funerale agli scarti della produzione. Scarti che si avviano alla peggiore delle soluzioni: i fuochi dell’inferno. L’impianto appare comunque pulito, in ordine, e senza odori sgradevoli: una macchina indubbiamente complessa e all’avanguardia, come ci viene illustrato dai dirigenti Hera, ma vorrei anche vedere che così non fosse!

Ci sarebbe tanto di che raccontare e discutere, anche alla luce delle domande poste durante la visita: qual è l’EROEI dell’impianto? quanta CO2 si immette per kWh elettrico prodotto? Secondo i dirigenti presenti poco importa, dato che l’organico rientra nel ciclo del carbonio, ma come quantificare la parte effettivamente ascrivibile a biomasse organiche, e quella di plastica e altri materiali che invece si aggiunge in atmosfera sotto forma di ulteriori gas serra? Domande a cui nessuno ha saputo darmi risposta (mi risulta un EROEI inferiore a 1 e circa 1 kg CO2/kWh, più di una centrale a carbone), liquidate con un “ l’impianto produce energia netta"  e “noi evitiamo CO2, non la emettiamo”, cosa che mi sa da contabilità creativa di gas serra.

Il punto però è che oltre ai dettagli tecnici, non si può fare a meno di meditare su quanto si vedeva entrare, così come arrivava dai camion dell’indifferenziato, e quanto si scorge dal finestrino del forno: lattine, carta, cartoni, imballaggi, bottiglie di plastica e di vetro, umido… insomma, i nostri consumi che finiscono all’inferno.

Tutto materiale che non dovrebbe finir bruciato: una parte perché riciclabile, una parte perché non bruciabile, un’altra parte perché bruciarlo aggiunge gas serra e altre cose non certo buone. E del resto alla fine del processo viene ammesso che restano il 10% di ceneri, rifiuto speciale, a regime dunque su 250.000 t di rifiuti saranno 25.000 t da trasportare, indicativamente, con un migliaio di camion all’anno, 2-3 al giorno. Viene anche ammessa, dopo l’incredibile affermazione che “i rifiuti che bruciano per autocombustione”, la presenza di un bruciatore, descritto infatti nel sito.



Al fine di garantire il mantenimento della temperatura in corrispondenza della camera di combustione di ogni linea, sono installati due bruciatori ausiliari a metano che entrano in funzione automaticamente al raggiungimento della temperatura di set point (generalmente 870°C - 900°C) al fine di mantenere temperature superiori al suddetto limite di legge ma non è chiaro quanto metano (e quanta acqua) consuma l’impianto.



Invece “ridurre la produzione di rifiuti è molto difficile”, e così non ci proviamo neanche: così come sono, bisogna sbarazzarcene, poco importa se i rifiuti rappresentano nel loro ciclo di gestione il 3% dei gas serra e il 9% delle PM10 emesse. Poco importa se il processo di termovalorizzazione si sostiene solo grazie ai famigerati CIP6. Dobbiamo sbarazzarcene, ridurli di volume e massa, e il resto sparisce: chiudiamo le discariche, nascondiamo le ceneri da qualche parte sotto al tappeto, ma apriamo un’altra discarica: l’atmosfera, la nostra discarica abusiva.

domenica, gennaio 10, 2010

Rovesciare Jevons




William Stanley Jevons (1 September 1835 – 13 August 1882)



created by Mario Marchitti


Il miglioramento dell'efficienza energetica dei prodotti e dei servizi ha ricevuto, di recente, attenzione da parte dei media, di alcune forze politiche e di governo, e di alcune amministrazioni.

L'efficienza viene spesso indicata come un importante obiettivo da perseguire per risparmiare l'uso dei compustibili fossili, e così ridurre le quantità di gas serra. Obiezioni e critiche a questa impostazione vengono avanzate mettendo in risalto il parodosso di Jevons. In effetti Jevons osservò che il miglioramento dell'efficienza con cui una risorsa è usata, può fare aumentare il consumo di quella risorsa.
Il paradosso può trasformarsi in osservazione ovvia, quando si consideri che la maggior parte dei bisogni e delle necessità umane sono per lo più indotte, e quindi presentano una estrema elasticità (Se ci è permesso scherzare, Jevons rovesciò il detto, "la necessità aguzza l'ingegno", per sostenere, giustamente, che anche "l'ingegno aguzza la necessità").
Pertanto l'individuo consuma in funzione di quello che può spendere. Si può portare l'esempio delle lampadine ad alto rendimento che stimolano l'utente a tenere le luci accese per un tempo maggiore, o ad aumentare i punti luce e la loro potenza; oppure si può ricordare come i motori delle automobili, oggi, sono certamente più efficienti di quelli di 30-40 anni fa, ciononostante, con l'aumento delle cilindrate, delle potenze dei motori, e della motorizzazione privata, oggi il consumo procapite di carburante per il trasporto è maggiore.

Il paradosso può agire anche ad altri livelli: si pensi che oggi la maggior parte degli individui si può permettere l'uso di PC la cui potenza di calcolo e di capacità di memoria sono di diversi ordini di grandezza maggiori rispetto a quelli di venti-trent'anni fa, ciononostante sembra che non ce ne sia mai abbastanza. Oppure si pensi alla burocrazia che il processo di informatizzazione avrebbe dovuto ridurre, e che invece è aumentata.

Questa situazione sembra senza via di uscita, e, per quanto riguarda l'aspetto energetico, anche la completa conversione ai sistemi rinnovabili potrebbe portare a problemi ancora più gravi di quelli che stiamo affrontando attualmente.
William Jevons appare nella storia economica come l'esponente della teoria marginalista in Inghilterra, contemporaneamente a Karl Menger in Austria e a Leon Walras in Francia. Non è un caso questa coincidenza - subito dopo che il capitalismo aveva ricevuto critiche particolarmente severe e incisive da Karl Marx. Il marginalismo, poi ulteriormente elaborato da Vilfredo Pareto e da Alfred Marshall, sposta i termini dell'impostazione dell'economia classica: dalla quantità di lavoro impiegato come definizione del valore di un prodotto, a un valore definito soggettivamente, in base all'importanza che il consumatore attribuisce al prodotto stesso; e da qui le curve di domanda e offerta, lo studio dell'equilibrio economico.

Ecco, io credo che è dall'economia che occorre ripartire per cercare di affrontare i problemi che oggi agitano la società. Purtroppo le parole scritte da Cornelius Castoriadis *  non sono incoraggianti:

"Quello che attualmente passa per «scienza economica» è stato oggetto di tante devastanti critiche, e ha così pochi rapporti con la realtà che occuparsene ancora può sembrare altrettanto anacronistico e inutile che frustare dei cavalli morti.[...] Le derivate e le differenziali di cui sono pieni i testi economici sono una presa in giro della matematica. Tutte le curve «marginali» (di «costi», «utilità», e così via) sono fondamentalmente prive di senso."

D'altro canto aggiunge:

"È anche vero che lo stato pietoso degli ex critici professionisti (marxisti o sedicenti tali) del capitalismo permette a questi ideologi, in pieno accordo con lo spirito del tempo, di mettere da parte ogni pretesa di serietà."

La critica al mito della crescita va certamente svolta, con quanta più energia (rinnovabile o meno) possibile. Ma ho paura che questa critica prenda poi delle scorciatoie come quando si propone l'obiettivo della decrescita (felice o infelice che sia) oppure quando si propone l'economia stazionaria (al segno + o - di una quantità si sostituisce il valore zero).


domenica, gennaio 04, 2009

La cultura come abitudine statistica

Nella foto: mostra internazionale di Folclore di El Médano (evento musicale nel Sud di Tenerife)


In questo post vorrei speculare un po' sul significato di "cultura", intesa come bagaglio di usi, costumi e consuetudini di una certa popolazione.

Ragionandoci sopra con una persona amica mi è venuta in mente la definizione "abitudine statistica", che non vuole essere esaustiva, nè tantomeno negativa. Si tratta forse di un modo freddo e razionale di analizzare un fenomeno che è "normalmente" caloroso e istintivo.
Usi, costumi e consuetudini: il folclore di un popolo. Proviamo a ripercorrere lo schema REA (Risorse, Economia, Ambiente) di ASPO.

- Quali risorse il popolo utilizza? Legna, carbone, metalli, cereali, pesce ...
- Come è caratterizzata l'economia e la società? Trasformazione di prodotti agricoli, artigianato, industrie, mercati, abitazioni e urbanistica, giurisdizione, turismo, aggregazione, tempo libero...
- Qual è l'impatto ambientale?

Nelle popolazioni additate come "meno evolute", la terza voce è in genere trascurabile, proprio per la scarsa significatività del degrado ambientale in un sistema poco-niente industrializzato. Si pensi ad esempio alle piccole comunità di allevatori di alpeggio, o di pescatori in una costa scarsamente abitata, o di aborigeni. Ciò che attrae il turista occidentale, in effetti, è proprio questo stile di vita così diverso da quello frenetico in cui è immerso.

Nella nostra società:

- attingiamo a piene mani ai capitali fossili (e non);
- agricoltura, allevamento sono praticamente un capitolo dell'industria; l'artigianato e le piccole attività sono marginali; il terziario è ipertrofico. Anche il tempo libero è un'attività economica, c'è già chi pensa per noi;
- l'impatto ambientale c'è e si vede, ma non ci si pensa mai troppo.

In termini di cultura "vera", non reggiamo il confronto con le popolazioni più semplici. Siamo troppo accecati dalla "scienza della comodità" e dall'industria del tempo "libero", che propone soluzioni preconfezionate a pagamento.
Dunque, si lasciano accese le luci e il riscaldamento anche quando non serve perchè è "comodo", e "costa poco" (o meglio: non costa abbastanza); per lo stesso motivo si utilizza l'auto per percorrere il chilometro che ci separa dalla palestra.
Se ognuno di noi dovesse "guadagnarsi" i kWh elettrici che utilizza in una giornata nella sua abitazione, dovrebbe erogare l'energia biomeccanica equivalente di una pedalata giornaliera di 8 ore. Chi avrebbe ancora voglia di andare in palestra?
Il cibo: è così comodo comprarlo al supermercato in confezioni di plastica, che sono così comode da buttare via in modo indifferenziato, magari insieme agli avanzi.
Perchè imparare una lingua nuova, o a suonare uno strumento? Ma è così ovvio andare due volte la settimana in una discoteca, lì sì che si conosce la gente giusta.

Ecco, questa è la nostra cultura. E' sempre stato così (per chi ha 30-40 anni); "tutti" fanno così .
Sono troppo asociale se me ne vergogno?

PS Aggiungo che non sempre le popolazioni "semplici" hanno fatto (o fanno) la cosa giusta, esistono esempi di overshooting anche per loro (isola di Pasqua, isola di Nauru, imperi antichi ...). Il rito è antico e moderno allo stesso tempo: quando l'abitudine, o peggio il delirio di onnipotenza prendono il sopravvento sulla percezione dei limiti reali si possono creare danni inimmaginabili

giovedì, dicembre 18, 2008

Risparmiare soldi non vuol dire risparmiare energia



Nell'immaginario collettivo, ci si rende mediamente conto che "sarebbe bene" risparmiare energia perchè paghiamo "tanto" le bollette della luce e del gas. E' un buon inizio: è il metodo più tradizionale, basato su un feedback negativo (di tipo economico), che incentiva a ridurre gli assorbimenti delle reti. Purtroppo, il metodo può non essere sufficiente allo scopo, pur con tutte le buone volontà. Facciamo alcuni esempi.

- Per ridurre il consumo di gas, posso decidere di fare la doccia solo ed esclusivamente nella palestra che frequento abitualmente. Visto che costa uguale, magari mi trattengo un po' di più sotto il getto di acqua calda. Risultato: il mio fabbisogno specifico di gas naturale è aumentato, tuttavia ho risparmiato.
- La luce nel cortile dalla parte della mia scala la pago io; allora propongo una luce un pò più potente in mezzo al cortile, e divido il costo con il vicinato. Risultato: ho creato un bisogno ausiliario, si consuma più potenza elettrica, tuttavia ho risparmiato.
- Uno Stato può incentivare l'importazione di un combustibile vegetale (il tipico olio di palma indonesiano). Un'industria decide di rifornirsi di questo olio per autoprodurre energia elettrica. Risultato: l'azienda risparmia grazie agli incentivi, l'immagine ambientale è ottima, la popolazione locale è rassicurata e contenta, ciononostante stiamo consumando più energia per processare e trasportare l'olio di palma di quanto esso sia in grado di erogare in termini di potere calorifico.

Chi ha altri esempi?


PS: in un recente post di Ugo Bardi, "Il petrolio del re: riflessioni sulla sostenibilità", la problematica è trattata in modo più generale

lunedì, dicembre 15, 2008

Consumi elettrici domestici in Italia: alcune note



created by Gianluca Ruggieri
[DASS – Università dell'Insubria
gianluca.ruggieri@uninsubria.it]



Tra il 2000 e il 2002 ho partecipato a una campagna di misura dei consumi elettrici in circa 110 abitazioni italiane condotta dal gruppo eERG del Politecnico di Milano http://www.eerg.it/ .
In ciascuna abitazione abbiamo lasciato per almeno tre settimane dei misuratori attaccati al contatore dell’elettricità, ai principali apparecchi elettrici (circa 8-10 per abitazione) e ai principali punti di illuminazione (mediamente 14 per abitazione). La rilevazione dei consumi avveniva ogni dieci minuti.
Da questa esperienza è stata ricavata un’imponente massa di dati dalla cui analisi sono state ottenute alcune informazioni a mio avviso utili per un uso appropriato dell’elettricità nelle nostre case.
È possibile consultare i rapporti completi dei progetti MICENE ed EURECO, scaricandoli dal sito http://www.eerg.polimi.it/micene.php, previa registrazione.
Il lavoro di misura ed analisi fu il risultato di un progetto condiviso con diverse persone. In particolare, qui mi piace ricordare Franco Di Andrea e Pierluigi Alari. Dalle discussioni con loro sono emerse molte delle cose che vado a proporvi.
In seguito a un paio di post su petrolio.blogosfere.it e su aspoitalia.blogspot.com (il secondo dei quali citava il nostro lavoro) ho pensato di cogliere l’occasione per sintetizzare le conclusioni a cui sono giunto in questi anni lavorando sui consumi energetici degli elettrodomestici. Queste note si aggiungono e non sostituiscono quelle di Debora Billi e Terenzio Longobardi.
L’analisi completa è disponibile sul sito di Aspo Italia, qui ci limitiamo a tratteggiarne i risultati principali. Prima di passare in rassegna i dati è utile fare alcune considerazioni metodologiche:
- si tratta di un campione scelto accuratamente in modo da essere il più possibile significativo, ma i risultati valgono soprattutto perchè evidenziano delle linee di tendenza: ogni abitazione è comunque diversa dall’altra;
- la scelta del campione non era mirata a identificare “l’utenza media rappresentativa”, ma bensì ad avere accesso al monitoraggio dei consumi del maggior numero possibile di elettrodomestici: da questo punto di vista ritengo quindi che siano statisticamente più significativi i dati relativi ai consumi dei singoli elettrodomestici, piuttosto che i dati generali;
- i dati risalgono a qualche anno fa: da allora sono cambiate alcune cose (specie nell’uso degli audiovisivi e nell’informatica) ma molte conclusioni rimangono valide. Entro la fine del 2009 dovrebbero essere disponibili i risultati di un progetto che aggiornerà molti di questi dati;
- è opportuno premettere che i consumi elettrici sono solo una parte dei consumi complessivi di una abitazione: secondo l’ENEA i consumi elettrici costituiscono meno del 20% dei consumi energetici finali di una abitazione (sono molto più rilevanti i consumi per il riscaldamento, stimati attorno al 70%, come mostra la tabella seguente).




Tabella 1 - Settore Residenziale - Consumi energetici per fonte e per funzione d’uso 2005 (migliaia di tep) (fonte: elaborazioni dati Enea su dati Ministero Sviluppo Economico)




A questo proposito allargando lo sguardo, possiamo dire che (sempre secondo dati ENEA) la generazione elettrica consuma solo il 31% dei combustibili utilizzati annualmente in Italia. Il 23% è utilizzato direttamente nel settore trasporti, il 16% nell’industria, il 18% nel settore civile. Il restante 12% costituisce perdite, bunkeraggi e altri usi. qualsiasi politica che risolve la questione “elettrica” non necessariamente risolve la questione “energetica”. Come giustamente ricorda Terenzio Longobardi, dai dati di Terna emerge che circa l’2% dei consumi elettrici sono dovuti all’agricoltura, il 49% all’industria, il 28% al terziario (che è il settore in più rapida espansione) e solo il 21% al domestico. Quindi i consumi elettrici del settore domestico coprono solamente il 6.5% circa del bilancio energetico nazionale. È comunque importante saperne di più perchè è una quota dei consumi sulla quale ognuno di noi può agire direttamente.
Nella nostra analisi, a partire dai consumi monitorati, abbiamo stimato i consumi elettrici annui delle abitazioni considerate. La variabilità è ampia (da un minimo di 1100 kWh/anno a un massimo di 9000 kWh/anno), la media è di circa 3229 kWh/anno. Teniamo presente che per l’Autorità per l’energia elettrica e il gas la famiglia media italiana utilizza 2700 kWh/anno.
È importante introdurre una distinzione sostanziale: se analizziamo i consumi nell’abitazione media, avremo informazioni differenti da quelle ottenute quando analizziamo i consumi del singolo elettrodomestico medio.
Ad esempio, le lavastoviglie hanno consumi unitari più elevati delle lavabiancheria, ma essendo meno diffuse pesano di meno sulla media complessiva.
Dal punto di vista dei consumi complessivi, una distinzione molto importante riguarda le abitazioni che hanno uno scaldacqua elettrico. Abbiamo monitorato 19 boiler elettrici ottenendo un consumo medio annuo di circa 1494 kWh/anno; i consumi medi delle abitazioni senza boiler elettrico sono circa pari a 2900 kWh/anno mentre il valore dello stesso dato in quelle dotate di boiler elettrico si impenna a oltre 4500 kWh/anno.
Nel seguito ci occuperemo dei singoli apparecchi, mentre analizzando un’abitazione media i consumi più rilevanti sono riportati nel grafico e nella tabella che seguono.





Figura 1 – Disaggregazione dei consumi elettrici per usi finali nelle abitazioni monitorate





Tabella 2 - Disaggregazione dei consumi elettrici per usi finali nelle abitazioni monitorate




Effettuando invece un confronto tra i consumi dei diversi apparecchi elettrici misurati otteniamo i risultati presentati nella tabella e nel grafico seguente.



Figura 2 - Consumi energetici annui per i principali elettrodomestici


Tabella 3 – Consumi energetici annui e conseguente spesa per i principali elettrodomestici


Per gli approfondimenti rimandiamo all’articolo integrale disponibile sul sito di ASPO Italia. Qui ci limitiamo a evidenziare che, mettendo in campo tutte le semplici strategie elencate nella seguente tabella, una famiglia media:
- nel caso in cui abbia un boiler elettrico e lo possa sostituire, riduce i consumi da 4500 kWh/anno a 1860 kWh/anno (cioè da 1140 Euro/anno a 300 Euro/anno circa)
- nel caso in cui abbia un boiler elettrico ma non lo possa sostituire, riduce i consumi da 4500 kWh/anno a 3350 kWh/anno (cioè da 1140 Euro/anno a 750 Euro/anno circa)
- nel caso in cui non abbia un boiler elettrico, riduce i consumi da 2900 kWh/anno a 1760 kWh/anno (cioè da 600 Euro/anno a 265 Euro/anno circa)





Tabella 4 – Alcune strategie di risparmio dei consumi elettrici nel settore domestico. I risparmi economici per il boiler non sono proporzionali a quelli energetici a causa della progressività della tariffa, vedi appendice del documento completo.

domenica, ottobre 26, 2008

Cambiamenti


created by Antonio Zecca

I fenomeni come quello della bolla finanziaria e del riscaldamento globale vanno analizzati con le tecniche di trattamento dei dati: bisogna riuscire a distinguere il "rumore ad alta frequenza" (cioè i cambiamenti da un giorno all'altro) dai cambiamenti lenti - i trends. Il rumore ad alta frequenza ci mostra giorni in cui la borsa crolla e giorni in cui risale.

Non è facile, ma facciamo l' esercizio di cercare di "sfuocare" i grafici come quelli proposti da Ugo Bardi a proposito dell'andamento delle borse. Ancor meno facile è sfuocare sull'immediato futuro: un giorno di calo può far venire l'idea che continuerà a calare; un giorno di ripresa può far venire l' idea che il capitalismo mondiale abbia rinsaldato le fila e che quindi stia riprendendo le posizioni. Queste impressioni sono false. Che il capitalismo "rinsaldi le fila" è ovvio e non potrebbe essere altrimenti: chi ha interessi a 9 zeri farà ancora i suoi interessi. Se invece si riesce a sfuocare il rumore ad alta frequenza è ormai inequivocabile il trend per i prossimi decenni e non ci saranno molte fila da rinsaldare. Il sistema economico capitalistico è crollato (è già crollato - voglio dire) nel 2008 con quindici o venti anni di ritardo rispetto al crollo del *sistema economico* a pianificazione socialista. Il documento ufficiale di morte sarà stilato e controfirmato tra dieci anni.

Il crollo del sistema economico capitalistico era previsto e gli indizi risalgono a prima del 1990. Le ragioni principali che facevano prevedere il crollo sono poche. Per prima cosa la teoria economica corrente non riesce a fornire indicazioni sul punto di equilibrio ottimale tra stato e mercato. Già da più di un secolo erano state annunciate teorie economiche opposte che vedevano come ottimale che l' economia fosse controllata solo dallo stato o solo dal mercato. Qualcuno ha provato a far funzionare il primo modo e ha fallito: l' economia pianificata è crollata da quasi due decenni. Da allora molti ingenui hanno pensato che "il capitalismo avesse vinto" e che quindi la soluzione ottimale fosse l'economia controllata dal mercato. Sappiamo da sempre (ma troppi non lo sanno ancora) che quando una variabile può assumere valori in un certo intervallo, la grandezza controllata da quella variabile è ottimale per un valore intermedio all' intervallo. Esiste cioè una miscela tra stato e mercato che ottimizza il sistema economico. Nel 2008 abbiamo la prova che l'estremo "tutto mercato" è anch'esso fortemente sbagliato; ma la teoria economica attuale non sa dire quale è la miscela ottimale (pochi "eretici" hanno qualche idea in più sull'argomento).

Altri formidabili indizi dell' inadeguatezza della teoria economica che governa i sistemi economici capitalistici e misti erano chiari da almeno due decenni. Il sistema capitalistico non è in grado di (cioè non ha gli strumenti per) funzionare in situazione di "crescita zero". Ancor meno in epoca di risorse decrescenti. Negli ultimi 20 anni è invece cresciuta (anche grazie ad ASPO) la consapevolezza che si stava entrando in una epoca di risorse energetiche decrescenti. Per gli ASPISTI è chiaro il ruolo privilegiato e prioritario che l'energia (nelle sue varie forme) ha in qualsiasi sistema economico. Purtroppo questo concetto è ancora sconosciuto o non accettato tra gli economisti. Il mondo sta andando verso un' epoca di risorse energetiche decrescenti, di risorse minerarie decrescenti, di risorse di territorio, di acqua e probabilmente di cibo anch'esse decrescenti. Il sistema economico capitalistico non ha gli strumenti concettuali né quelli operativi per funzionare in tale situazione.

Tra pochi decenni si presenterà un altro "picco": il picco della popolazione. Popolazione decrescente significa ampiezza decrescente del mercato e questo è impronunciabile in qualsiasi ambiente economico "ortodosso". Sapevamo già da almeno venti anni che il sistema economico capitalistico non è in grado di gestire la crescita dell' inquinamento, sia locale che globale. ASPO ne parla tutte le volte che si fa riferimento al riscaldamento globale - causato dalle emissioni antropogeniche di gas serra. Il collegamento con l'economia è ovvio: per rallentare il riscaldamento globale e contenerlo entro limiti che consentano la sopravvivenza dell' umanità oltre il 2100 - o almeno la sopravvivenza del sistema economico oltre il 2050 - è necessario (è inevitabile) ridurre le nostre emissioni di anidride carbonica e ridurre quindi i nostri consumi di combustibili fossili. Questa ricetta semplice e monolitica scuote dalle fondamenta tutti i pilastri su cui si è basato nell' ultimo secolo lo sviluppo economico (perfino delle economie socialiste). Non c'è via d'uscita: sarà inevitabile ridurre i nostri consumi: lo faremo con certezza, ma gli strumenti concettuali ed operativi del capitalismo non ci indicano nemmeno da dove cominciare.

Infine, negli ultimi due decenni è cresciuto un fattore autodistruttivo interno al sistema capitalistico. Il sistema finanziario è degenerato dalla struttura con cui era stato costruito. Alla economia del "fare", cioè produrre beni e servizi, si è affiancata con dimensioni crescenti l' economia dell' avvoltoio. Non solo nel campo finanziario si è venuta affermando l' economia "creativa", del produrre profitto truffando altri, l'economia del "fare il debito con il futuro - tanto poi qualcuno pagherà". Anche qui branche ben solide delle scienze ci dicevano che quel poi si sarebbe avverato in tempi non geologicamente lontani e che allora l' evoluzione avrebbe seguito un andamento accelerato nel tempo. E' quello a cui stiamo assistendo. Nel 2008 la deriva finanziaria ha rotto gli argini della economia reale. Questo è stato il fattore scatenante che ha portato in evidenza i limiti del sistema economico capitalistico. Le previsioni? Sapete bene che fare previsioni è talvolta impossibile. Ma come nel 1990 erano già chiare alcune linee di tendenza oggi altre sono evidenti. Per primo possiamo essere sicuri che non siamo arrivati al fondo: se anche domani il Dow Jones dovesse guadagnare il 20% sappiamo che è solo rumore ad alta frequenza. Il trend sarà a scendere e quello che non sappiamo è se il fondo sarà tra mesi o tra anni. Per secondo possiamo sperare (questa volta è solo una speranza) che lo shock prodotto in tutta l' umanità da questo evento sia salutare: permetta cioè di raddrizzare la rotta.

Ci sono elementi che permettono l' ottimismo e altri che indicano il pessimismo. E' positivo il fatto che l' Europa abbia trovato una comunione di intenti per affrontare questa crisi. E' positivo che ci sia stata una intesa tra Europa e Stati Uniti. Potrebbe rivelarsi positiva l' osservazione che il crack finanziario generato dagli Stati Uniti verrà pagato per due terzi dal resto del mondo: potrebbe insegnarci a non essere così polli in futuro. Tuttavia sentendo alti prelati della politica e dell' economia dichiarare: "ma ora metteremo delle regole ai mercati finanziari" è inevitablie il pensiero negativo: e finora a cosa stavate pensando? A tempi più lunghi - tolto il rumore ad alta frequenza - il sistema economico capitalistico non potrà esistere nella forma che oggi connota questo nome. Gli storici potranno continuare a chiamare "capitalismo" il nuovo sistema che nascerà in questo decennio, ma sarà qualcosa di molto diverso.
[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

martedì, settembre 09, 2008

La dipendenza dal petrolio come problema culturale




created by Carlo Zintu





Perché di più non è mai abbastanza?

La maggior parte degli studi e degli interventi pubblicati sui siti e sui blog che trattano del petrolio e dell’energia sono focalizzati sull’individuazione della quantità totale delle risorse disponibili, sulla più probabile data del picco di produzione dei combustibili fossili, sui possibili sostituti, oppure sui problemi ambientali relativi all’inquinamento.
Si discute poco o nulla in merito ai comportamenti umani che sono alla base dello sfruttamento sempre crescente delle risorse naturali.

Alla luce della storia dell’evoluzione umana e delle più recenti scoperte nel campo delle neuroscienze, è possibile affermare che i meccanismi neurochimici innati del nostro cervello, evolutisi nel corso di milioni di anni in un ambiente completamente diverso da quello delle moderne società industriali avanzate, vengono spesso dirottati da numerosi stimoli della società attuale, prodotti artificialmente, e attivano comportamenti impulsivi non più funzionali alla nostra sopravvivenza.

La ricerca delle novità e delle ricompense, nonché la cultura, che seleziona gli obiettivi da perseguire e i simboli di status sociale da sfoggiare, sono gli elementi alla base della crescita economica. Inoltre il cervello umano ha difficoltà sia a limitare consciamente i propri desideri che a rendersi conto dell'esistenza di tale difficoltà.

I modelli di comportamento e i simboli di status attualmente in voga (redditi milionari, auto e barche di lusso, ville e case signorili, ecc.), sono impossibili da realizzare per la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta Terra, ma ciononostante stimolano negli esseri umani desideri e voglie da inseguire con tutte le proprie forze. Tali desideri, insieme a quelli prodotti da innumerevoli altri stimoli moderni (pubblicità, moda, ecc.), attivano i percorsi cerebrali della dopamina (un neurotrasmettitore che regola le sensazione di piacere e di ‘carenza’) e danno origine a brame sempre crescenti di nuovi prodotti e servizi a prescindere dalla loro reale necessità/utilità. Si genera così negli esseri umani un’escalation di comportamenti impulsivi inconsci e incontrollabili, che sempre più spesso risultano dannosi sia per le singole persone che per la società, l’economia e l’ambiente.

La conclusione è che siamo dipendenti dalle sensazioni e dai servizi creati dall’uso sempre crescente dell’energia (per ora fornita dai combustibili fossili) a causa dell’interazione tra la dotazione genetica degli esseri umani e la nostra cultura: sempre più persone competono per una quantità crescente di oggetti materiali, ma non possono mai raggiungere uno stato di soddisfazione stabile a causa del funzionamento dei meccanismi mentali che guidano i loro comportamenti, selezionati dall’evoluzione precedente. Perfetti nell’ambiente naturale preistorico per assicurare la conservazione e la propagazione degli individui e della specie, adatti a provocare la spettacolare crescita economica dell’era dei combustibili fossili, ma controproducenti nello stato attuale delle cose.
Quindi la competizione umana andrebbe indirizzata verso ambiti energeticamente ed ecologicamente sostenibili, per evitare che l’umanità si scontri violentemente con i limiti imposti dalla natura oppure diventi dipendente da qualcos’altro, proseguendo inconsciamente con i comportamenti che l’hanno guidata, nel bene e nel male, nell’era del consumismo e del mercato globale.

Il saggio che trovate qui, scritto da Nate Hagens del Gund Institute dell’Università del Vermont, che approfondisce i cenni su riportati, è stato pubblicato sul sito TheOilDrum il 7 luglio 2008 ed è stato da me tradotto in italiano.

lunedì, settembre 01, 2008

Senza fine

“Senza fine, tu sei un attimo senza fine…”, cantava languidamente Ornella Vanoni interpretando un bellissimo brano di Gino Paoli degli anni 60’. Se nel linguaggio musicale sono possibili licenze poetiche che trasfigurano la realtà, nel mondo concreto è possibile immaginare qualcosa che non abbia fine? In Italia ci prova il Ministero dello Sviluppo Economico nello studio “Scenario tendenziale dei consumi e del fabbisogno (energetici) al 2020”. Qui accanto, trovate il grafico tratto dallo studio in questione che, a partire dai dati storici, prefigura una crescita continua e apparentemente senza fine dei consumi energetici italiani.
Ma analizziamo più da vicino la tendenza attuale con quest’altro grafico che ho ricavato dagli stessi dati del Ministero. Considerando l’evoluzione del Consumo Interno Lordo di Energia in Italia a partire dal 1991 fino al 2006, osserviamo la prosecuzione di una tendenza alla crescita con alcuni picchi parziali seguiti da nuove fasi di crescita. Siamo quindi in presenza del picco globale dei consumi energetici, come ipotizza Ugo Bardi in un suo recente articolo o riprenderà la corsa della crescita senza fine ipotizzata dal Ministero? La teoria di Hubbert, oltre al buon senso, farebbe propendere per la prima ipotesi. Comunque, “Ai posteri l’ardua sentenza”.
Per quanto riguarda l’analisi dei dati relativi al Consumo Interno Lordo di Energia 2006 pubblicati dal Ministero dello Sviluppo Economico, si nota la sostanziale stabilità dei consumi descritta in precedenza, ma anche una ripartizione dei consumi per fonte analoga a quella del 2005, con petrolio e gas naturale che insieme raggiungono quasi l’80% del totale. Per quanto riguarda gli Usi Finali di Energia, che corrispondono al Consumo Interno Lordo decurtato dei Consumi e perdite del settore energetico, abbiamo una ripartizione abbastanza consolidata di circa il 30% tra i principali settori, cioè Industria, Civile e Trasporti, ma negli ultimi anni quest’ultimo settore presenta una leggera tendenza alla crescita a scapito degli altri due. La dipendenza dal petrolio dei trasporti italiani è arrivata al 96,7% e i consumi finali di petrolio sono assorbiti per il 61,8% dai trasporti, con una tendenza alla crescita determinata dalla progressiva riduzione di questo combustibile fossile nelle centrali termoelettriche. I Consumi e perdite del settore energetico sono circa il 25% del Consumo Interno Lordo e sono localizzati prevalentemente, per circa l’85%, nel settore elettrico. Il peso di quest’ultimo nel sistema energetico italiano ha superato nel 2006 il 35% del consumo totale di energia. Rimando a un precedente articolo per un’analisi specifica della produzione di energia elettrica.

venerdì, luglio 11, 2008

La Metropoli Umana


Vale la pena di dare un'occhiata al libro di Paolo Fuligni e Paolo Rognini "La Metropoli Umana (Franco Angeli, 2007) per l'impostazione innovativa che ha verso i problemi dell'ambiente e delle risorse.

Continuamente, ci sentiamo dire, e diciamo noi stessi, che abbiamo problemi di energia, di risorse e di ambiente. In un certo senso, è vero. Ma in un altro senso, i problemi sono quelli che noi stessi ci creiamo. Se ci sembra che il petrolio sia scarso, questo dipende dal fatto che siamo abituati a consumarne (oggi) 88 milioni di barili al giorno. Lo stesso vale per le altre risorse in difficoltà e per le immissioni di gas serra nell'atmosfera. Per tanti tipi di risorse, non avremmo nessun problema di scarsità se ci limitassimo a consumarle entro i limiti della capacità che hanno di rinnovarsi. Persino per il petrolio e gli altri fossili, che non si rinnovano, i problemi di esaurimento si allontanerebbero enormemente se ci limitassimo appena un po' nei consumi.

Allora, il problema non è nel nostro pianeta, che contiene ancora risorse abbondanti se solo sapessimo sfruttarle. Il problema è nella nostra testa che non riesce a capirlo.

Su questo punto si sviluppa il libro di Fuligni e Rognini che si distingue per l'approccio centrato sulla relazione fra uomo e ambiente. Gli autori esaminano gli stessi problemi di risorse che esaminiamo, fra le altre sedi, in questo blog, ma cercano di approfondire le ragioni per le quali ci comportiamo nel modo in cui ci comportiamo. Il risultato è una carrellata di grande interesse fra la psicologia umana, i media, la cultura e la percezione di quello che ci circonda.

E' proprio quello il punto fondamentale. Se non riusciamo a cambiare l'atteggiamento della gente riguardo ai problemi che fronteggiamo, non ce la faremo mai a risolverli. Questa è una cosa che si sta facendo strada in chi si occupa di queste cose, per esempio Nate Hagens che, su "The Oil Drum" sta cercando di inquadrare i problemi dal punto di vista della psicologia evoluzionistica. Certo, capire perché la gente non riesce a evitare di distruggere l'ambiente non basta a evitare che succeda. Perlomeno, però, è un primo passo.

venerdì, aprile 25, 2008

Automobile: quando il mezzo diventa il fine


Dopo la settecentesca fase embrionale (rudimentali veicoli a vapore), nella seconda metà dell'ottocento l'automobile comincia la sua avventura, con i modelli pionieristici di Peugeot, Benz, Daimler (motore a scoppio a benzina).
Verso la fine del secolo fu costruito il motore a ciclo Diesel, alimentato a olio di arachidi.
E' curioso ricordare come nelle gare del tempo concorressero anche veicoli a batteria elettrica, nati all'incirca nello stesso periodo.
Nella prima metà del novecento, il motore a scoppio ha continuato a svilupparsi e a diffondersi, anche sulla spinta della macchina bellica; è grazie alla maturazione di questa tecnologia che, dopo il secondo dopoguerra, l'automobile diventa un'icona dell'indipendenza e della mobilità delle famiglie.

Dalla fine degli anni '80 ad oggi assistiamo a una fase molto particolare: quella socio-edonista, in cui l'automobile diventa un culto più che un mezzo. La vettura è ora uno status symbol, che deve rispecchiare fedelmente la classe sociale di chi la possiede. La pubblicità presenta i nuovi modelli come innovativi, rimarcando le loro caratteristiche di potenza, confort, sicurezza, accessoristica, e "sorvolando" sul fatto che la core-technology sia di estrazione ottocentesca. Eccoci così all'attualissima proliferazione dei SUV!
Oggi l'auto costituisce uno dei maggiori settori industriali del mondo, con indotti impressionanti(progettazione, assemblaggio, componentistica, pneumatici...). La sfida che dovrà battere nei prossimi anni non sarà quella dello 0-100 in tot secondi, ma quella con il Picco del Petrolio: questo, accompagnato anche dalla saturazione "fisica" degli spazi di mercato, influirà pesantemente sulla spirale produzione - vendita - creazione nuovi "bisogni" - domanda.

Di per sè un bene di notevole utilità, l'automobile -replicata in un paradigma di massificazione - ha invertito la legge del possesso. E' l'auto a possedere noi! Per lei lavoriamo un mese l'anno, spendiamo ore e ore a curarla, lavarla, ci innervosiamo nel traffico, respiriamo male ...

Come liberarci da questa dipendenza? Non sarà facile, sarà un percorso, in cui con grandi sforzi di volontà si potranno fare piccoli progressi. Come tutte le transizioni culturali, anche questa può essere difficile da immaginare, ma non impossibile da attuare. Tenendo ben presente che, in caso di immobilismo, i contraccolpi saranno molto più duri.
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sabato, gennaio 26, 2008

Eppure i ristoranti sono pieni....

Figura: comsumi energetici lordi italiani in Milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. I dati sperimentali sono fittati con la derivata di una curva logistica. Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico


Avete l'impressione anche voi che stiamo diventando più poveri? Sembra proprio di si; nonostante la risposta abusata che "i ristoranti sono sempre pieni". Questa povertà crescente si può quantificare in vari modi e io credo che uno dei più probanti sia quello del consumo di energia.

Ho pubblicato già più di una volta su questo blog dati sui consumi petroliferi italiani che, negli ultimi anni, sono in netta diminuzione. La domanda che mi arriva spesso di ritorno è come siano variati i contributi delle altre fonti energetiche. In effetti, il calo dei consumi petroliferi potrebbe essere dovuto più che altro alla sostituzione del petrolio con altre fonti; il gas per esempio. Questo sta in effetti accadendo sia per il riscaldamento domestico come per la fornitura di energia elettrica.

La domanda è importante. Se, in effetti, è solo una questione di sostituzione, siamo di fronte a un cambiamento tecnologico in atto, ma a parte questo non cambia gran che nella nostra società. Ma se tutti i consumi sono in calo, allora vuol dire che veramente stiamo diventando tutti più poveri, nonostante che i ristoranti siano pieni.

Allora, nella figura in alto potete vedere i consumi energetici lordi italiani espressi in milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. I dati sono fittati con una derivata della logistica. C'è un punto nel 2002 che è abbastanza fuori posto. Esaminando i dati, si vede che è dovuto principalmente a una caduta di più del 10% della produzione di energia rinnovabile (più che altro idroelettrica). Non so cosa sia successo nel 2002 che ha fatto abbassare la produzione ma, a parte questo punto, la tendenza della curva sembra chiara verso un appiattimento e una diminuzione. Il calo del 2006 non è dovuto alle rinnovabili, ma al calo del consumo dell'insieme dei combustibili fossili.

Se i dati per il 2007 confermeranno la tendenza alla diminuzione, allora siamo di fronte a un cambiamento molto netto, forse epocale, nella situazione economica del paese, dove la crisi dei combustibili fossili sembra cominciare a farsi sentire in modo molto netto. Dato questa diminuzione strutturale, non c'è da stupirsi se il sistema finanziario sembra diretto verso una recessione

Continueranno a essere pieni i ristoranti? Staremo a vedere


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lunedì, ottobre 29, 2007

Il picco è stato nel 1999 in Italia

Dati da http://www.swivel.com/data_sets/show/1003357, per il 2006 da http://www.eia.doe.gov/emeu/cabs/Italy/Oil.html


Tutti si preoccupano del picco globale del petrolio ma, se guardiamo la situazione Italiana, il picco è stato nel 1999. Dopo la grande abbuffata di petrolio degli anni 1960 e 1970, il consumo era calato per poi ripartire verso la fine degli anni 1980, in corrispondenza con le riduzioni dei prezzi del petrolio di quegli anni.

Dal 1999, i consumi hanno ricominciato a calare, iniziando una discesa in picchiata negli ultimi tre-quattro anni, in corrispondenza degli aumenti di prezzo recenti. Questo dovrebbe bastare a contentare quelli che si domandano "ma come mai i prezzi sono così alti e non succede niente?" Ne succedono di cose, eccome!


Aggiungo qualche nota che tiene conto dei vari commenti ricevuti. In primo luogo, ovviamente c'è stato più di un picco nel consumo Italiano. Nel dire che "il picco è stato nel 1999" intendevo riferirmi all'ultimo, quello che ha preceduto l'attuale fase di discesa.

Più che altro, tuttavia, la curva mostrata li' sopra fa vedere come il consumo di Petrolio in Italia sia fortemente sensibile ai prezzi. La discesa che vedete dal 1980 al 1985 corr
isponde alla fase in cui i prezzi erano saliti a oltre 100 dollari al barile in moneta attuale, al tempo della seconda crisi del petrolio. Verso il 1985, i prezzi però si erano abbassati intorno ai 20-30 dollari al barile (sempre moneta attuale) e il consumo in Italia ha ricominciato a tirare, salvo poi ripiombare verso il basso con la fase di aumenti degli ultimi anni. E' non è ancora finita!

Ecco qui i dati del consumo italiano, plottati insieme con l'andamento dei prezzi. Quando i prezzi salgono; il consumo diminuisce. Per la prima crisi del petrolio c'è stato uno sfasamento nel tempo; il consumo ha continuato ad aumentare per un po' anche con i prezzi molto alti. Ora, sembrerebbe che lo shock sia stato iù graduale e che i consumi stiano già risentendo dei prezzi. Comunque, qualcuno aveva detto che il petrolio era un esempio perfetto di prezzi anelastici......??

(Prezzi da www.bp.com)
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