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venerdì, giugno 12, 2009

Petrolio, che fatica



Ci siamo. Il petrolio e tutto il downstream (carburanti, intermedi chimici, ...) sta ripartendo con la salita dei prezzi. I beni alimentari seguono a ruota, in quanto incorporano i costi dei trattamenti chimici agricoli, degli imballaggi e dei trasporti.

Le "ripide montagne russe" nei prezzi di una risorsa finita, non immediatamente sostituibile, basilare per l'industria, e che ha da poco superato la mediana della curva di produzione sono assolutamente naturali nella matematica di questi sistemi. Scattano dinamiche non-lineari tali per cui da una piccola variazione in più (o in meno) discende una catena di feeedback positivi, che rinforzano la tendance in modo vorticoso, fino a un punto in cui il sistema "cede" e si deve tornare indietro. Esattamente come avviene nelle reazioni chimiche oscillanti, o nei sistemi preda-predatore. Più il sistema è lontano dall'equilibrio, più le oscillazioni sono ampie e difficili da governare.

Se prendiamo un pezzo di acciaio non eccessivamente rigido (ad esempio un cucchiaio), e proviamo a piegarlo in un punto preciso, alternando l'angolo di piegamento da una parte e poi dall'altra, insistendo sempre sullo stesso punto, dopo un certo numero di piegamenti lo spezzeremo. Il fenomeno è noto come "rottura a fatica". Nei laboratori metallografici, esiste una prova del controllo qualità nota come "prova di fatica", che consiste nel registrare il n° di piegamenti effettuati prima di osservare la rottura.

Che cosa comporterà l'instabilità dei prezzi del petrolio? Ad esempio, nella discesa da 150 a 30 dollari, la demand destruction era (ed è) accompagnata da una sovrabbondanza di forza-lavoro nella grande industria, che ha cercato di adattarsi lasciando a casa milioni di persone nel mondo. Se ora il petrolio riparte e riesce ad oltrepassare i 100 $, ripartirà l'inflazione; se arriverà a sfiorare i 200, le bollette energetiche delle imprese saranno tali da provocare ulteriori fallimenti. Nel frattempo, le famiglie che avevano perso il posto nel precedente periodo di deflazione ridurranno ulteriormente il loro potere d'acquisto; probabilmente dovranno rinunciare all'automobile e ad altre cose ancora. In questo gioco perverso si innesta il rischio bancario e dei prestiti in genere.
Insomma, quello che possiamo aspettarci è di vedere succedere una cosa molto simile al cucchiaio: una rottura del sistema per fatica.

Possiamo evitare questo infausto epilogo? L'unica via che riesco a vedere è quella di spostare la forza lavoro dai settori più energivori e in decrescita verso l'industria del rinnovabile e del recupero materiali. Purtroppo ad oggi Sindacati e Confindustria richiedono a gran voce riforme, investimenti eccetera... ma per cosa? Per continuare a produrre quello che abbiamo sempre prodotto da trent'anni a questa parte. Ad esempio? Automobili, sacchetti di plastica e pannolini ...
[La frase di Gheddafi, plaudita dal presidente di Confindustria, "...La Libia non favorirà la fornitura di gas e petrolio ad altri paesi a spese dell'Italia..." è emblematica della scarsa evoluzione in cui siamo immersi e dalla quale abbiamo oggettive difficoltà a liberarci: dipendenza dai fossili e rapporti geopolitici costruiti su basi di "forza". A dispetto del titolo dell'articolo linkato, di tutto possiamo parlare, fuorchè di svolta]

venerdì, gennaio 23, 2009

Evento storico?

Sono disponibili sul sito di Terna S.p.A. i dati provvisori dei consumi elettrici italiani nel 2008. Se questi dati, come di solito avviene, verranno sostanzialmente confermati, si accentuerà una tendenza già segnalata in un mio precedente articolo e saremmo in presenza di un evento storico. Per la prima volta dal 1981 la Richiesta di Energia Elettrica nel nostro paese(Consumi Finali più le perdite della rete di trasmissione), si riduce rispetto all’anno precedente, da 339,9 Twh a 337,6 Twh. Un’analoga tendenza si può riscontrare per il Consumo Interno Lordo(la somma della Produzione Nazionale Lorda, misurata ai morsetti dei generatori elettrici, e il Saldo tra importazioni ed esportazioni), che passa da 360,2 Twh a 357,5 Twh. Questa riduzione complessiva è però il frutto di un aumento della Produzione Nazionale Lorda, da 313,9 Twh a 317,9 Twh, e di un calo delle importazioni, che passano da 46,3 Twh a 39,6 Twh.
Nel grafico allegato, ricavato dai dati storici contenuti nel sito di Terna S.p.A., possiamo analizzare l’andamento della Richiesta di energia elettrica, a partire dal 1883 ad oggi. La crescita dei consumi elettrici è stata continua, interrotta brevemente solo in corrispondenza delle due guerre mondiali e del primo shock petrolifero. Questa volta, la riduzione dei consumi nel 2008 potrebbe essere determinata dall’effetto cumulato degli alti prezzi petroliferi registrati per gran parte dell’anno e della successiva crisi finanziaria ed economica, tuttora in corso.
L'attuale riduzione potrebbe anche corrispondere al picco dei consumi elettrici, perché l’uscita dalla crisi economica alimenterà una nuova crescita dei consumi energetici e dei relativi prezzi. Un meccanismo di retroazione negativa che potremmo definire del “cane che si morde la coda”.

sabato, gennaio 10, 2009

Forecasting



"Fare previsioni è difficile, soprattutto sul futuro" (Niels Bohr, Nobel per la Fisica, 1922)
Cimentarsi in predizioni, specialmente su un futuro particolarmente "lontano" (ad esempio, di qui a una decina d'anni), è particolarmente difficile. Ad essere corretti, fare una tale previsione in modo deterministico è impossibile.
E' una sorta di "principio di indeterminazione" (che è postulato nella meccanica quantistica, su scala micro), declinato ai macrosistemi complessi: economici e sociali, per fare un esempio.
Se diciamo che un certo evento avverrà sicuramente, l'incertezza sul tempo sarà infinita; specularmente, se consideriamo invece un istante preciso, saremo completamente incerti su cosa accadrà [in fisica atomica, l'azione ha le dimensioni di un'energia per un tempo].

A questo punto, sono in tanti ad arrendersi e ad affermare: "non possiamo fare previsioni sensate, cosa stiamo lì a preoccuparci più di tanto, qualcosa accadrà comunque, e in ogni caso ci adatteremo".

Lì per lì, la cosa può sembrare non fare una grinza, almeno per la sua immediatezza nel conquistare le sensazioni intuitive, un po' come uno slogan. Ma non appena ci si ragiona un attimo sopra, si coglie immediatamente la debolezza dell'asserto e l'irresponsabilità di chi lo fa proprio.

Se passo con il rosso ad un incrocio ogni giorno, magari ad alta velocità per diminuire il tempo di permanenza nella zona a rischio, potrei farla franca per due, tre, dieci volte. Tuttavia, diventerà sempre più improbabile passarla sempre liscia. L'infausto evento diventerà praticamente certo (a meno di una epsilon) dopo qualche decina di giorni. Tuttavia, non si sa esattamente quando. Ha importanza?

Se fumo sistematicamente 2 pacchetti di sigarette al giorno, è statisticamente provato che riduco fortemente la mia aspettativa di vita. Non è la (n+1) sigaretta che cambia il quadro. Non so esattamente, tuttavia, quando morirò.

Cosa farò martedì 6 dicembre 2016, nella tarda mattinata (ammesso di essere ancora vivo) ? Esattamente, è impossibile rispondere. Tuttavia, sapendo quali sono le mie preferenze in campo lavorativo, e tenendo conto delle relazioni familiari/affettive un qualche scenario lo si può delineare, naturalmente allargando il periodo (ad esempio, al secondo semestre 2016 - primo semestre 2017).

Quale sarà la situazione climatica mondiale nel 2070? Impossibile dirlo punto per punto di Gaia, ma in base ai modelli oggi prevediamo che il rialzo delle temperature medie, legato alla CO2 atmosferica, avrà proseguito per la sua strada, magari un po' di più, magari un po' di meno. Sostenere che è inutile preoccuparsi perchè non possiamo attribuire Probabilità = 1 (del legame tra l'attività antropica da combustibili fossili e il GW) è estremamente irresponsabile e indice di scarsa cultura scientifica. Se poi viene fuori anche che "eh ma basta un vulcano, o un meteorite per impattare sul clima in modo ancora più incisivo, e rendere inutile qualunque nostro sforzo per ridurre le emissioni", beh, allora cascano le braccia (e non solo, per chi può).


PS1: nonostante l'impalpabilità del principio di indeterminazione (postulato nel 1927 da Heisemberg), in un secolo e mezzo siamo stati capaci di sviluppare teorie del legame chimico che combinate opportunamente con le osservazioni sperimentali ci permettono di sintetizzare pressochè qualunque composto (che abbia un minimo si stabilità). I farmaci (e non solo) riusciamo a "costruirli" anche senza sapere esattamente dove si trovano gli elettroni di legame, istante per istante. Per fortuna ...

PS2: "Forecasting" potrebbe diventare il titolo di una sorta di saga delle previsioni. In realtà, buona parte dei nostri post si occupano più o meno esplicitamente di forecasting: per citarne uno molto attuale, che ha richiesto all'autore Antonio Zecca un lavoro di notevole complessità, linko qui il recente "Previsioni sul Dow-Jones". Comunque, chi avesse un'ispirazione per proporre un forecasting (da discutere con interventi e commenti) su un aspetto specifico può inviarmi una mail per la trasformazione in post

domenica, dicembre 28, 2008

La rivoluzione dimenticata



Riflessioni ispirate da “La rivoluzione dimenticata –
il pensiero scientifico greco e la scienza moderna” di Lucio Russo


created by Enrico Battocchi



“La rivoluzione dimenticata” è un libro uscito 12 anni or sono (novembre 1996) che ha dato il via ad un certo dibattito tra gli storici della scienza: la tesi del prof. Russo è che, a dispetto della vulgata corrente e dei pregiudizi calcificati nell'insegnamento scolastico e universitario, il pensiero scientifico ellenistico avesse raggiunto livelli, sia nel metodo che nei risultati, tanto maturi da non essere pareggiati dalla nascente scienza moderna non solo prima di Galileo e Newton, ma in certi casi persino prima del XIX secolo.
Il prof. Russo argomenta con la competenza scientifica propria della sua formazione fisicomatematica, abbinata ad una perizia filologica e ad un “senso del tempo” proprio degli storici, con cui mette continuamente in guardia contro i pericoli del comprimere in un amalgama indifferenziato quasi un millennio di pensiero antico, da Talete a Tolomeo: una combinazione rara da trovare e che posiziona il libro tra le importanti opere multidisciplinari della saggistica recente, quali ad esempio quelle di Jared Diamond.

Se cito il famoso biologoantropologobiogeografo (troncando abbastanza presto la lista degli appellativi che potrebbero essergli attribuiti), e se parlo del libro del prof. Russo in questo ambito, è perché col tempo “La rivoluzione dimenticata” ha acquisito altre implicazioni oltre a quelle, più immediate, dibattute tra gli epistemologi e gli storici della scienza. Col senno di poi, quello in cui certi concetti e vocaboli sono diventati ricorrenti e certe categorie fondamentali, ci si accorge che il libro del prof. Russo parla di un picco della conoscenza, di un brusco stop ad un sistema scientificotecnologico che andava formandosi e di un lento declino seguito dai primi segnali di una ripresa almeno altrettanto lenta.

Non ho le competenze per una trattazione organica delle riflessioni ispirate dalla lettura, né ci sarebbe spazio a sufficienza. Mi limito quindi ad elencare alcuni spunti.

A dispetto della visione tradizionale degli ultimi tre secoli a. C. come un periodo di passaggio, in parte anche di decadenza, dalla Grecia classica verso la sintesi grecoromana dell'età imperiale, il prof. Russo puntualizza costantemente il netto scarto culturale tra la fase ellenistica propriamente detta e il periodo della dominazione romana sul Mediterraneo, ponendo come data non solo simbolica la persecuzione della classe dirigente greca ad Alessandria da parte di Tolomeo VIII detto Evergete II, nel biennio 145-144 a. C.: una netta cesura dell'attività scientifica del principale centro di produzione del sapere, con una motivazione politica (la vendetta contro gli oppositori) che richiama alla mente l'interruzione delle esplorazioni navali da parte dell'imperatore Ming al tempo di Zheng He (un fatto che Diamond porta ad esempio di come le decisioni di un forte potere centralizzato riescano ad avere influenze anche a lungo termine sullo sviluppo di una civiltà), a cui si associa il probabile appoggio, se non ispirazione, da parte della Repubblica romana in piena fase espansionistica è di questi stessi anni la distruzione di Cartagine e la conquista della penisola greca. È evidente come i romani temessero una dirigenza quasi tecnocratica che aveva fatto la fortuna, politicamente ed economicamente, dell'Egitto tolemaico.

Questo ruolo determinante di un'élite scientifica contrasta con l'immagine di un sapere avanzato ma del tutto disinteressato alle applicazioni pratiche e tecnologiche. È un ritratto figlio in parte della mancanza di testimonianze e della lacunosità delle ricerche in merito, in parte del fallimento del dialogo tra la storiografia, la filologia e le scienze, in parte del senso di eccezionalità dell'uomo moderno che si sente parte di un progresso necessario ed in continuo avanzamento. Ritrovamenti come il meccanismo di Anticitera, però, mostrano quanto le nostre conoscenze su quel periodo siano tutto sommato scarse, se un oggetto così complesso risulta tanto fuori posto da essere stato accusato di essere una falsificazione. Il prof. Russo mostra come sia avvenuto un appiattimento di prospettiva che ci ha portato a ritenere che l'eolipila, il giocattolo a vapore di Erone, uno studioso molto inferiore per caratura rispetto ad Archimede, Euclide e Ipparco, e ad essi successivo almeno di 3 secoli (quanto noi rispetto a Newton), potesse essere “l'ultimo ritrovato della tecnica” di una civiltà capace di ben altri risultati in tutti i campi limitrofi del sapere. Il punto cruciale è nella credenza quasi teologica che i testi rimasti dalla selezione millenaria e multicausale siano i più rappresentativi della cultura antica, quasi che una mano invisibile guidi la combinazione tra le innumerevoli manifestazioni del caso e le molteplici vie percorse dalla memoria collettiva.
Il prof. Russo evidenzia questa fallacia, e dimostra come già dall'inizio dell'era imperiale fosse iniziata una selezione sui testi e soprattutto sui risultati dovuta principalmente alla perdita del concetto di teoria scientifica che era stato alla base di tali scoperte. Intellettuali noti come Plinio o Seneca appaiono nani al confronto coi predecessori che citano senza evidentemente comprendere, da una parte aprendo la via alla riscossa della superstizione e delle discipline magiche, dall'altra portando sulla scena il fattore di selezione principale, l'utilità. Vengono così tramandate, paradossalmente con l'assunto dell'avversione per le applicazioni pratiche delle scoperte scientifiche, proprio quelle scoperte che le hanno più immediate, a portata di un mondo più rozzo e decisamente prescientifico come quello romano: e qui sta il doppio volto della fallacia suddetta, ovvero il pretendere che il parametro dell'utilità sia universale e di fatto astorico, e che la favoletta di questi greci così dannatamente nerd spieghi la presunta assenza di macchine complesse nell'antichità meglio dei tentativi di ricostruire un percorso storico in cui tali macchine siano state, ad un certo punto, relegate al rango di curiosità da luna park imperiali, quando non dimenticate prima di tornare in Europa grazie agli arabi. La continuità fra la scienza ellenistica e quella moderna dei secoli XVI, XVII e XVIII è però dimostrata più volte, si potrebbe dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, puntualizzando come da Copernico, a Keplero, a Galileo, a Newton, si cercasse esplicitamente di recuperare le fila e ricostruire un sapere che era giunto solo in modo parziale: il prof. Russo evidenzia, a costo di cadere nella lesa maestà, come talvolta i padri della scienza moderna citino direttamente i grandi scienziati antichi senza peraltro arrivare a capirli fino in fondo, restando cioè un passo indietro rispetto ad essi.

Questa prospettiva ha delle conseguenze di rilievo. La prima è che nella ricerca di confronti con le civiltà passate, alla ricerca di similitudini e dinamiche ricorrenti che possano spiegare meglio l'evoluzione della nostra, ci si è forse concentrati troppo poco su quella ellenistica, distinta da quella dominatrice di Roma e dal suo appetibile e paradigmatico crollo di gibboniana memoria. La cultura greca successiva all'impresa di Alessandro Magno associa elementi moderni quali un pensiero scientifico maturo e, secondo Russo, al centro dell'evoluzione politicoeconomica, alle dinamiche di fusione tra culture ed etnie diverse in un modo ben più virtuoso delle spintecentrifughe tardoimperiali a cui, per analogia, si è usato spesso accostare la relazione tra l'impero SA e il mondo, limitandosi troppo ad una visione conflittuale e tralasciando l'analisi, come invece preme a Serge Latouche, delle culture locali assorbite da una koinè grecofona allora e anglofona adesso. In più, la storia della “rivoluzione dimenticata” è sicuramente la prima pietra di paragone per valutare il destino di un corpus di sapere scientifico avanzato nel crollo del mondo che lo aveva partorito e nel declino di quello che lo aveva, in qualche modo, adottato.

Un altro aspetto sta nell'incipiente trasformazione del sistema economico ellenistico, poi troncato dalla conquista romana. Il prof. Russo si guarda bene dal definire capitalistico il modo di produzione dell'epoca, che comunque aveva diverse caratteristiche simili a quelle dei secoli della rivoluzione industriale (e in modo illuminante evidenzia come l'immagine più viva dell'industria moderna, la fabbrica di “Tempi Moderni” di Chaplin, sia popolata di elementi meccanici noti fin dall'ellenismo), ma non evita di affrontare il problema, anche ad esempio in chiave urbanistica, giustificando la nascita di una pianificazione urbana con la mutazione del ruolo della città non più esclusivamente centro di consumo e di amministrazione, ma anche di produzione economica.
Mostra esplicitamente come quel periodo risulti quasi una parentesi nel modo di produzione schiavistico della Grecia classica prima e di Roma poi, ma (comprensibilmente, visto che si trova già ai confini dell'ambito che ha scelto per la sua trattazione) si ferma prima di coniugare questo aspetto, e in generale l'ottica “economica”, alla questione della domanda di energia con le fonti naturali forza animale, energia idraulica, energia eolica trattate altrove per dimostrare l'esistenza di macchine ad elevata efficienza. L'impressione, anzi l'affascinante idea che si fa avanti sulle prime, è quella di un mondo complesso, a tecnologia avanzata, dannatamente simile al nostro perché nostro diretto ascendente, basato praticamente su fonti rinnovabili. Ma è un mondo che sembra comunque anticipare dei risvolti della civiltà moderna, ad esempio nella trasformazione dell'ambiente: nei carotaggi del ghiaccio groenlandese, al livello relativo alla prima età imperiale, risulta un picco dell'inquinamento da piombo e da rame, forse uno dei primi esempi tangibili di un effetto a lungo raggio dell'attività antropica; o, soprattutto, nelle dinamiche di crescita: Russo cita il caso del boom demografico dell'Egitto ellenistico, che da 3 milioni di abitanti, grazie ad un sfruttamento più avveduto del terreno, toccò quota 8 milioni, incidentalmente pari alla popolazioneprevista (ma non ancora raggiunta nuovamente) all'inizio del 1800 con un utilizzo ottimale delle risorse mediante la tecnologia del tempo.

Ci troviamo quindi davanti ad una società vicina a noi, in condizioni al contorno (clima, territorio, risorse) quasi identiche, ma priva di molte incrostazioni ideologiche spesso ringraziate o accusate, a seconda delle idee di chi parla, dello sviluppo sostanzialmente incontrollato che appare oggi pericoloso e insostenibile: dallo spirito protestante del capitalismo all'idea di progresso necessario, all'imperativo demografico biblico (anzi, in generale si tratta quasi di una civiltà di fatto agnostica, al di là del mantenimento cerimoniale dei culti). Ma basandosi sulla ricostruzione del prof. Russo sembra quasi una falsa partenza, fermata solo per motivi contingenti più che strutturali, dell'esperimento in cui noi, adesso, ci troviamo immersi. Pare anzi essere il momento in cui si genera gran parte di quel sapere e di quei risultati pratici a cui si abbevereranno, in misura diversa, tutte le culture europee e mediorientali nel momento in cui uscirà il loro numero nella lotteria della Storia per trasformarsi in civiltà (romani, arabi, europei tardomedioevali).
Non possiamo sapere “cosa sarebbe successo se” Tolomeo VIII Evergete II non avesse distrutto l'élite greca di Alessandria, o più appropriatamente se in generale non fosse sorta a breve distanza una civiltà concorrente solida come quella romana. Sono tipo di domande che spesso più che giustamente si rifuggono, qualora siano poste per costruire castelli in aria o utopie pericolose: ritengo però che abbia senso porsele quando servono per mettere in discussione fattori in gioco poco evidenti e instillare la sana pratica del dubbio.
Forse i cenni di crescita e sviluppo di quel periodo, proseguiti per un certo tempo sotto i Cesari grazie anche al retaggio di quella tecnologia, avrebbero raggiunto uno stato stazionario? Avrebbero evitato il “salto” all'uso massiccio dei combustibili fossili? O il sapere scientifico, oltre un certo livello, è un amico mortale che eutrofizza l'alga fino a soffocare lo stagno, a prescindere da ciò che in ultima analisi lo alimenta, che siano fonti rinnovabili o carbone e petrolio?
Nel linguaggio della teoria dei sistemi: se la scienza di tipo ellenisticooccidentale comporta un elevato guadagno del sistema, probabilmente con dinamiche di feedback positivo sul progresso della scienza stessa, dove sta il meccanismo di controllo che rende stabile il sistema?


L'eolipila di Erone, esempio divenuto proverbiale di come la tecnologia degli antichi Greci si sia fermata sulla soglia delle applicazioni pratiche che hanno costruito il successo della modernità. Ma quanto c'è di vero in questo luogo comune?

martedì, novembre 25, 2008

Previsioni sul Dow-Jones


created by Antonio Zecca

Professore associato
Università di Trento - Facoltà di Scienze
- 13 novembre 2008 -


Il grafico dell’ indice Dow Jones negli ultimi 5 anni - inviatoci il 12 ottobre da Ugo Bardi – mostra grandi irregolarità cha nascondono invece alcune regolarità inquietanti. Ci ho lavorato su qualche giorno e l’ analisi mi ha permesso di fare una previsione per i prossimi tre mesi. So bene quanto è difficile fare previsioni con metodi scientifici e evitando di elencare impressioni, opinioni o speranze. Tuttavia in ogni grafico c’ è un contenuto di informazione che talvolta è evidente, talvolta è più nascosto e difficilissimo da estrarre. A me ogni tanto riesce – anche perché è il mio lavoro da molti anni. Ho previsto certi andamenti del prezzo del petrolio con anni di anticipo e con risultati 20 volte migliori di quelli di IEA / EIA e complici. Questo del D-J era un caso molto difficile.
Oggi mi è arrivato (U.B.) il grafico aggiornato che conferma la mia previsione per i 30 giorni passati. Questa conferma è significativa dal punto di vista della previsione perché ci dice che i meccanismi che hanno portato il D-J al grafico di figura 1 e 2 non sono cambiati nell’ ultimo mese.

Alcuni dettagli della tecnica da me usata sono allegati nelle pagine seguenti. E’ importante dire subito che ho fatto una analisi “model independent”: questo significa che non ho implicato nessuna teoria economica. Il fatto può essere letto come una limitazione della tecnica ma è anche una forza del risultato. Aggiungo anche che la trasformata di Fourier non vede niente nel grafico.

Vi allego il risultato di questa analisi nella forma di un grafico che riporta in rosso la previsione fin verso febbraio 2009.

CAUTELA! I VALORI RIPORTATI NELLA PREVISIONE SONO INDICATIVI (sono affetti da una barra di errore che non ho segnato per chiarezza della figura). Vedete una risalita del D-J con un massimo intorno alla metà di dicembre con un valore sotto a 10.000. Il massimo si potrebbe presentare nella realtà tra il 5 e il 25 dicembre con un valore compreso tra 9500 e 10.200. Poi (spero che non sia vero) ci sarebbe un nuovo crollo con un minimo verso l’ inizio di gennaio (nel periodo 25 dic 08 – 25 gennaio 09; data più probabile 10 gennaio) con un valore intorno a 7000 (qualcosa tra 6200 e 7500). Nuova ripresa dopo di allora, ma i dati non permettono di andare oltre nella previsione.
CAUTELA! La previsione è in un certo senso “Business As Usual”: non tiene conto di fatti nuovi che potrebbero accadere. Per esempio un “effetto Obama” sull’ economia mondiale (purtroppo ci credo poco). La previsione utilizza solo l’ informazione contenuta nel grafico fino al 10 novembre – non può utilizzare informazioni su cosa deve ancora accadere. (Quindi spero che accada qualcosa di diverso da quello che è successo negli ultimi 5 anni).
CAUTELA! Con tutte le limitazioni che ho elencato, devo dare un livello di affidabilità della previsione: valuto che abbia un 50% di probabilità di avverarsi. E’ una probabilità molto alta per questo tipo di previsioni.

Spero di aver sbagliato tutto. Antonio Zecca


FIG. 1 Indice Dow-Jones dal gennaio 2007 al giugno 2009.
Dati storici fino al 18 nov 08.



NOTE TECNICHE


Parto dal grafico dell’ indice Dow_Jones per gli ultimi 5 anni. L’ analisi con trasformata di Fourier (FT) non vede niente. Non è sorprendente perché la curva non contiene segnali periodici (La FT rivela solo segnali periodici); è invece riconoscibile un “chirp” – segnale con frequenza crescente. Non ho neppure provato a fare una analisi con wavelets – metodo poco più potente della FT, che aiuta nel caso di segnali pseudo-periodici. Ho fatto invece una analisi in Chirplet transform (vedi oltre).





FIG. 2

Osservazioni sulla fig 2.

1. Si possono identificare alcuni eventi caratteristici segnati con cerchietti rossi: la curva subisce crolli veloci – il più evidente quello di ott. 08
2. I crolli vengono talvolta interrotti da “ripensamenti” temporanei: vedi 1° gennaio 08 e altri meno evidenti, ma identificabili
3. I crolli sono a distanze decrescenti e diventano più profondi passando dal 2004 al nov 2009
4. dopo ogni crollo, c’è una ripresa che è più lenta.
5. prima di ogni crollo la curva raggiunge un massimo
6. I minimi e i massimi seguono un andamento più lento che descrive un picco (curva verde per i massimi)

Prima elaborazione
Se sottraggo alla curva originale la curva verde ottengo un andamento che è qualitativamente mostrato in figura 3. Il chirp (vedi per es: http://en.wikipedia.org/wiki/Chirp) è più riconoscibile in questa presentazione.




FIG. 3


Questa curva è quella tipica dell’ “uomo che annega”: anche se è macabro, pensate a uno buttato in mare dalla mafia con un peso ai piedi.
al primo evento a sinistra l’ uomo scende sotto la superficie
poi fa sforzi e risale e prende aria: la risalita è più lenta della discesa;
al secondo evento l’ uomo stanco affonda di nuovo velocemente;
poi risale;
ma ogni volta ha meno forze e scende più profondamente.

Tornando al D-J, la curva di fig. 2 ci dice che esiste un “forzaggio” che spinge l’ indice verso l’ alto. Questa non è una ipotesi, ma una constatazione. Quando il forzaggio non ce la fa più a sostenere una crescita al di là dei limiti (economici) del sistema, la curva ha un crollo. Non è ora il nostro obiettivo di dare spiegazioni economiche a questa similitudine; tuttavia è banale ipotizzare che il forzaggio sia qualcosa appartenente alla categoria “speculazione”.


Seconda elaborazione
Faccio un grafico sul cui asse X metto il numero d’ ordine degli eventi di fig. 2 e sull’ asse Y la distanza da un evento al successivo. Faccio un fit sui punti e trovo una curva ragionevolmente regolare. La curva conferma l’ esistenza di un chirp. L’ estrapolazione dopo il 10 nov 08 mi permette di avere una valutazione della data a cui si presenterà l’ evento prossimo venturo.

Terza elaborazione
Un grafico analogo per i massimi della curva (localizzati con uno smoothing) permette di valutare la data a cui si presenterà il prossimo massimo.

Quarta elaborazione
Estrapolo la curva verde di fig 2 fino a marzo 09. Tenedo conto della “banda di errore” della curva e dell’ ulteriore errore sull’ estrapolazione, ottengo un valore per l’ indice D-J al prossimo massimo (quello dopo il 10 nov 08).

Quinta elaborazione
Disegno la curva che passa meglio per i minimi (crolli) e faccio la stessa estrapolazione della 4° elaborazione. Ottengo un valore per il prossimo minimo dell’ indice.

Sesta elaborazione
Valuto le barre di errore sulla posizione temporale del prossimo massimo della curva, sul valore dell’ indice in quella data, del prossimo crollo e del valore dell’ indice in quella data.

Settima elaborazione
Faccio una analisi con una Chirplet Transform (vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Chirplet_transform)
Questa conferma (entro le barre di errore) i risultati dell’ elaborazione no. 2.
La chirplet transform mi fornisce gli ultimi giorni di gennaio 2009 come posizione del prossimo crollo. L’ elaborazione no. 2 indica i primi giorni di gennaio. I due risultati sono compatibili.


Risultati
Mettendo insieme i vari risultati e le barre di errore ottengo:

posizione del prossimo massimo: fine novembre 08 (± 15 giorni)
valore del dow-jones al prossimo max: 9800 (tra 9500 e 10200)

posizione del prossimo crollo: inizio gennaio 2009 ((+30/-15 giorni)
valore del dow-jones al prossimo min: 6800 (tra 6200 e 7500)

Questi risultati sono mostrati in maniera grafica in figura 1.

Questi risultati sono piuttosto “robusti” rispetto a variazioni simulate dei risultati delle elaborazioni precedenti.


Quanto ci possiamo credere - 1
In tutta l’ elaborazione non esistono ipotesi economiche: è una analisi “model independent”. Potete far finta che la curva di fig 2 sia la produzione giornaliera di scatole di pelati.
Tuttavia per fare una estrapolazione nel futuro è necessaria una ipotesi che non ho dichiarato finora: è l’ ipotesi che i macro – meccanismi che hanno costruito quella curva siano ancora gli stessi nei prossimi tre mesi. Per macro – meccanismi intendo la struttura grossa del sistema economico capitalistico, i modi e le regole di funzionamento del sistema finanziario, i modi e le regole di funzionamento delle borse internazionali e in particolare della borsa di New York. L’ ipotesi è completamente plausibile. Come detto, il fatto che la previsione sia stata confermata negli ultimi 30 giorni dice che modi e regole non sono cambiati in questo mese; non si vede come questi macro - meccanismi potrebbero cambiare in maniera sostanziale nei prossimi due o tre mesi.

Quanto ci possiamo credere - 2
Provate a tracciare in fig 2 una curva che parte da oggi e che comincia subito a risalire (D-J in crescita costante da oggi): non la vendete nemmeno a Topolino. Lo stesso succede se tentate di tracciare una retta orizzontale che parte da oggi (D-J stazionario). Provate ora a immaginare il futuro della curva in figura 3. Vi viene in discesa, vero?
Sul fatto che ci sarà un nuovo crollo (piccolo o grande) possiamo essere sicuri al 90% (purtroppo).
L’ indeterminazione è quella già discussa sulla posizione del nuovo crollo e sulla profondità.

La curva rossa in fig. 1 (previsione da 15 nov al 31 gennaio)
È indicativa: disegna solo l’ andamento e non può prevedere le fluttuazioni ad alta frequenza che saranno sovrapposte a quell’ andamento.

giovedì, novembre 20, 2008

Il picco del Boro in Italia?

Vapordotti a Larderello [da www.enel.it]

In questo articolo, gentilmente inviatoci dall'autore prof. Giorgio Nebbia, si racconta la storia dell'acido borico prodotto in Italia. Importantissimo intermedio chimico, viene utilizzato soprattutto nell'industria farmaceutica, dei chemicals per l'agricoltura, del vetro/smalti e altre ancora. Il professore esamina l'andamento delle serie storiche di produzione e si interroga sulle ragioni del declino del'output italiano; dovendo tener conto dell'entrata in competizione di produttori esteri (USA, Turchia, ...) risulta difficile separare i fattori geologici da quelli delle dinamiche economiche.

Un approccio "infinitista" tenderebbe a non preoccuparsi e a dichiarare che ci saranno sempre minerali di boro da qualche parte, e si acquisteranno da chi li venderà a meno; l'approccio cosciente dei limiti dello sviluppo, invece, dichiara: "Attenzione, oltre certe condizioni di bordo il minerale risulterà così diluito o sarà così in profondità nel giacimento, da rendere insufficienti le nostre capacità energetiche e tecnologiche per l’ulteriore approvvigionamento dello stesso" (FG)


Produzione di composti borici
nell’industria chimica
della Società Larderello

created by Giorgio Nebbia

Professore emerito di Merceologia, Università di Bari
nebbia@quipo.it

La storia dell’acido borico ricavato dai soffioni di vapore geotermico toscani presenta interesse sotto vari aspetti. Innanzitutto è una importante pagina della storia della innovazione e dell’imprenditoria toscana e italiana; in secondo luogo ha visto l’Italia in una posizione importante nei commerci internazionali di acido borico. Infine offre un esempio di storia del sorgere e del declino di una merce, un episodio di come variano le “popolazioni di merci” in un mercato.

La storia della produzione di acido borico a Larderello è ben nota ed è stata molto studiata e descritta recentemente, anche in occasione delle celebrazioni del centenario dell’avvio della produzione geotermoelettrica con l’accensione delle ormai famose “cinque lampadine” del principe Ginori Conti.

La produzione industriale italiana dell’acido borico, scoperto negli ultimi decenni del Settecento, proprio nei prodotti di condensazione del vapore geotermico, è andata crescendo nel corso di tutto l’Ottocento, anche grazie a continui perfezionamenti tecnici, fra cui si può ricordare l’uso dello stesso calore geotermico per la concentrazione delle soluzioni o sospensioni di acido borico, a partire dagli anni trenta dell’Ottocento.

L’acido borico è stato una delle importanti merci italiane di esportazione; l’iniziativa industriale è talmente entrata nell’immaginario collettivo che, ancora quando studiavo io, mezzo secolo fa, venivano citati i “soffioni boraciferi di Larderello” quando ormai il recupero dell’acido borico era in declino.

La produzione italiana di acido borico aveva peraltro già cominciato a subire la concorrenza dell’acido borico ricavato dai giacimenti di borati californiani scoperti negli anni ottanta dell’Ottocento a Death Valley e a Boron. Nonostante questa concorrenza la produzione toscana di acido borico aveva raggiunto le circa 2.000 tonnellate all’anno alla fine dell’Ottocento ed era salita fra 3.500 e 6.500 tonnellate all’anno negli anni fra il 1910 e il 1940. Dopo la Liberazione la produzione di acido borico aveva raggiunto di nuovo le 4.500 tonnellate all’anno per declinare a meno di 2000 t/anno nel 1961 fino a cessare nel 1965-1967

Dal 1956-58 è cominciata, sempre a Larderello, la produzione di acido borico dai borati di importazione.(oltre 80.000 t/anno nel 1969). Sono debitore dei precedenti dati alla prof. Ottilia De Marco, autore dell’importante saggio: “Andamento del mercato nazionale di acido borico e derivati”, sfortunatamente pubblicato nella rivista quasi sconosciuta e ormai introvabile Quaderni di Merceologia, vol. 9, n. 1, pagine 17-27 (1970), e al dott. Pier Domenico Burgassi che mi ha permesso di integrare, con numerosi dati, la serie storica della produzione dell’acido borico dall’Ottocento in avanti.

Calcolando una media di 1.000 t/anno nei venti anni 1840-1860, di 2.000 t/anno nei 40 anni dal 1860 al 1900, di 2.500 t/anno nei 20 anni dal 1900 al 1920, di 3.000 t/anno nei 20 anni dal 1920 al 1930, di 5.000 t/anno nei 15 anni dal 1930 al 1945 e di 3.000 t/anno dal 1945 al 1960, si può stimare, in modo molto grossolano, che dai campi geotermici di Larderello siano stati prodotti poco meno di mezzo milione di tonnellate di acido borico.

La presente ricerca è partita da più generali considerazioni sulle cause per cui la produzione di una merce aumenta e poi declina e dall’osservazione che una merce si comporta, in un mercato (di dimensioni inevitabilmente limitate) come si comporta una popolazione in un territorio pure di dimensioni limitate. Una popolazione dapprima aumenta rapidamente, poi il numero dei suoi individui aumenta con un tasso rallentato, poi si stabilizza, o più spesso declina.

Anche una merce viene assorbita da un mercato dapprima lentamente, perché nessuno ancora la conosce, poi, a mano a mano che viene conosciuta, aumentano i suoi usi e quindi la sua richiesta, fino a quando la capacità di assorbimento da parte di un mercato si stabilizza e la produzione della merce pure si stabilizza.

Peraltro una produzione stazionaria di una merce non dura molto per varie ragioni di cui esistono numerosi esempi.

Se la merce è estratta da una risorsa non rinnovabile di dimensioni limitate (per esempio il petrolio), e se non vengono scoperti nuovi rilevanti giacimenti, da un certo anno in avanti la sua produzione complessiva declina Il fenomeno è stato osservato per i giacimenti di petrolio negli Stati uniti: il massimo della loro produzione si è verificato intorno al 1975-80 e la produzione annua di petrolio degli Stati uniti, dall’inizio in avanti, può essere rappresentata in funzione del tempo con una curva “a campana”, più o meno di forma gaussiana, descritta dal geologo americano Hubbert e che prende il nome di ”curva di Hubbert”.

Produzioni che possono essere descritte con “curve di Hubbert” sono quelle dello zolfo nei giacimenti siciliani e romagnoli, di metano nella valle padana, di salnitro nell’altopiano cileno, e molti altri.

Talvolta il declino della produzione (o dell’estrazione) di una merce dipende dalla comparsa
sul mercato di una merce concorrente; anche in questo caso le “curve” di crescita e declino sono molto simili a quelle, ben note agli ecologi, di concorrenza fra popolazioni che si contendono un comune spazio e cibo.

La popolazione che invade un territorio occupato da un’altra popolazione può essere respinta e scomparire; oppure può essere così aggressiva da eliminare, dopo qualche tempo, la popolazione iniziale, Oppure le due popolazioni, quella degli invasori e quella invasa, convivono in qualche modo.

L’analogia merceologica è molto forte; il declino dell’estrazione dello zolfo siciliano fu determinata dall’impoverimento dei giacimenti, ma fu accelerato dalla invenzione di processi che consentivano di utilizzare lo zolfo dalle piriti, poi di estrarre zolfo nativo col sistema
Frasch; infine la produzione di zolfo Frasch è, a sua volta, scomparsa per esaurimento dei giacimenti americani e polacchi e per l’afflusso sul mercato di grandi quantità di zolfo recuperato dagli idrocarburi attraverso i processi imposti dalle norme antinquinamento.

Lo studio di questi fenomeni non è banale, né ha carattere di curiosità; il declino della presenza di una merce in un mercato è anticipato da “segni” che appaiono comuni in molti casi: la comprensione dei caratteri del fenomeno di declino di una produzione (o estrazione) di una merce potrebbe aiutare governi e imprenditori a pianificare, incentivare o disincentivare la produzione industriale in modo da evitare fenomeni di superproduzione invenduta e quindi di crisi.

Davanti alla serie statistica dei dati di produzione dell’acido borico toscano --- che, dal 1925 al 1965 presentano il carattere della tipica curva a campana “di Hubbert” --- ho cercato di capire quali potevano essere le cause del declino che pure è avvenuto in un periodo in cui sono aumentati gli usi industriali dei composti del boro.

Si trattava di un esaurimento del giacimento sotterraneo toscano di acido borico ? O di un cambiamento nella condizioni tecniche di estrazione del vapore geotermico, che “portava con se” meno acido borico ? O si trattava della comparsa sul mercato di grandi quantità di acido borico ricavato a basso costo da borati naturali ?

Devo confessare che, pur avendo dedicato una certa attenzione, nel corso di alcuni anni al problema, non sono riuscito a dare una risposta. Molte cortesi persone --- fra cui voglio ricordare i dottori Burgassi e Cataldi --- mi hanno fornito vari dati sulla concentrazione di acido borico del vapore estratto nel corso di ormai quasi due secoli e sull’evoluzione delle tecniche di estrazione del vapore geotermico, ma ugualmente sono finora fallito nel mio compito.

Forse una più attenta e profonda indagine su quanto è disponibile, negli archivi della società Larderello, delle analisi condotte sul vapore geotermico, nel corso dei decenni, potrebbe dare al problema una soluzione che però, pur con rammarico, devo lasciare a qualche studioso che vorrà continuare questo lavoro, se vi sarà mai uno studioso che troverà non ozioso dedicarci un po’ di tempo.

domenica, ottobre 26, 2008

Cambiamenti


created by Antonio Zecca

I fenomeni come quello della bolla finanziaria e del riscaldamento globale vanno analizzati con le tecniche di trattamento dei dati: bisogna riuscire a distinguere il "rumore ad alta frequenza" (cioè i cambiamenti da un giorno all'altro) dai cambiamenti lenti - i trends. Il rumore ad alta frequenza ci mostra giorni in cui la borsa crolla e giorni in cui risale.

Non è facile, ma facciamo l' esercizio di cercare di "sfuocare" i grafici come quelli proposti da Ugo Bardi a proposito dell'andamento delle borse. Ancor meno facile è sfuocare sull'immediato futuro: un giorno di calo può far venire l'idea che continuerà a calare; un giorno di ripresa può far venire l' idea che il capitalismo mondiale abbia rinsaldato le fila e che quindi stia riprendendo le posizioni. Queste impressioni sono false. Che il capitalismo "rinsaldi le fila" è ovvio e non potrebbe essere altrimenti: chi ha interessi a 9 zeri farà ancora i suoi interessi. Se invece si riesce a sfuocare il rumore ad alta frequenza è ormai inequivocabile il trend per i prossimi decenni e non ci saranno molte fila da rinsaldare. Il sistema economico capitalistico è crollato (è già crollato - voglio dire) nel 2008 con quindici o venti anni di ritardo rispetto al crollo del *sistema economico* a pianificazione socialista. Il documento ufficiale di morte sarà stilato e controfirmato tra dieci anni.

Il crollo del sistema economico capitalistico era previsto e gli indizi risalgono a prima del 1990. Le ragioni principali che facevano prevedere il crollo sono poche. Per prima cosa la teoria economica corrente non riesce a fornire indicazioni sul punto di equilibrio ottimale tra stato e mercato. Già da più di un secolo erano state annunciate teorie economiche opposte che vedevano come ottimale che l' economia fosse controllata solo dallo stato o solo dal mercato. Qualcuno ha provato a far funzionare il primo modo e ha fallito: l' economia pianificata è crollata da quasi due decenni. Da allora molti ingenui hanno pensato che "il capitalismo avesse vinto" e che quindi la soluzione ottimale fosse l'economia controllata dal mercato. Sappiamo da sempre (ma troppi non lo sanno ancora) che quando una variabile può assumere valori in un certo intervallo, la grandezza controllata da quella variabile è ottimale per un valore intermedio all' intervallo. Esiste cioè una miscela tra stato e mercato che ottimizza il sistema economico. Nel 2008 abbiamo la prova che l'estremo "tutto mercato" è anch'esso fortemente sbagliato; ma la teoria economica attuale non sa dire quale è la miscela ottimale (pochi "eretici" hanno qualche idea in più sull'argomento).

Altri formidabili indizi dell' inadeguatezza della teoria economica che governa i sistemi economici capitalistici e misti erano chiari da almeno due decenni. Il sistema capitalistico non è in grado di (cioè non ha gli strumenti per) funzionare in situazione di "crescita zero". Ancor meno in epoca di risorse decrescenti. Negli ultimi 20 anni è invece cresciuta (anche grazie ad ASPO) la consapevolezza che si stava entrando in una epoca di risorse energetiche decrescenti. Per gli ASPISTI è chiaro il ruolo privilegiato e prioritario che l'energia (nelle sue varie forme) ha in qualsiasi sistema economico. Purtroppo questo concetto è ancora sconosciuto o non accettato tra gli economisti. Il mondo sta andando verso un' epoca di risorse energetiche decrescenti, di risorse minerarie decrescenti, di risorse di territorio, di acqua e probabilmente di cibo anch'esse decrescenti. Il sistema economico capitalistico non ha gli strumenti concettuali né quelli operativi per funzionare in tale situazione.

Tra pochi decenni si presenterà un altro "picco": il picco della popolazione. Popolazione decrescente significa ampiezza decrescente del mercato e questo è impronunciabile in qualsiasi ambiente economico "ortodosso". Sapevamo già da almeno venti anni che il sistema economico capitalistico non è in grado di gestire la crescita dell' inquinamento, sia locale che globale. ASPO ne parla tutte le volte che si fa riferimento al riscaldamento globale - causato dalle emissioni antropogeniche di gas serra. Il collegamento con l'economia è ovvio: per rallentare il riscaldamento globale e contenerlo entro limiti che consentano la sopravvivenza dell' umanità oltre il 2100 - o almeno la sopravvivenza del sistema economico oltre il 2050 - è necessario (è inevitabile) ridurre le nostre emissioni di anidride carbonica e ridurre quindi i nostri consumi di combustibili fossili. Questa ricetta semplice e monolitica scuote dalle fondamenta tutti i pilastri su cui si è basato nell' ultimo secolo lo sviluppo economico (perfino delle economie socialiste). Non c'è via d'uscita: sarà inevitabile ridurre i nostri consumi: lo faremo con certezza, ma gli strumenti concettuali ed operativi del capitalismo non ci indicano nemmeno da dove cominciare.

Infine, negli ultimi due decenni è cresciuto un fattore autodistruttivo interno al sistema capitalistico. Il sistema finanziario è degenerato dalla struttura con cui era stato costruito. Alla economia del "fare", cioè produrre beni e servizi, si è affiancata con dimensioni crescenti l' economia dell' avvoltoio. Non solo nel campo finanziario si è venuta affermando l' economia "creativa", del produrre profitto truffando altri, l'economia del "fare il debito con il futuro - tanto poi qualcuno pagherà". Anche qui branche ben solide delle scienze ci dicevano che quel poi si sarebbe avverato in tempi non geologicamente lontani e che allora l' evoluzione avrebbe seguito un andamento accelerato nel tempo. E' quello a cui stiamo assistendo. Nel 2008 la deriva finanziaria ha rotto gli argini della economia reale. Questo è stato il fattore scatenante che ha portato in evidenza i limiti del sistema economico capitalistico. Le previsioni? Sapete bene che fare previsioni è talvolta impossibile. Ma come nel 1990 erano già chiare alcune linee di tendenza oggi altre sono evidenti. Per primo possiamo essere sicuri che non siamo arrivati al fondo: se anche domani il Dow Jones dovesse guadagnare il 20% sappiamo che è solo rumore ad alta frequenza. Il trend sarà a scendere e quello che non sappiamo è se il fondo sarà tra mesi o tra anni. Per secondo possiamo sperare (questa volta è solo una speranza) che lo shock prodotto in tutta l' umanità da questo evento sia salutare: permetta cioè di raddrizzare la rotta.

Ci sono elementi che permettono l' ottimismo e altri che indicano il pessimismo. E' positivo il fatto che l' Europa abbia trovato una comunione di intenti per affrontare questa crisi. E' positivo che ci sia stata una intesa tra Europa e Stati Uniti. Potrebbe rivelarsi positiva l' osservazione che il crack finanziario generato dagli Stati Uniti verrà pagato per due terzi dal resto del mondo: potrebbe insegnarci a non essere così polli in futuro. Tuttavia sentendo alti prelati della politica e dell' economia dichiarare: "ma ora metteremo delle regole ai mercati finanziari" è inevitablie il pensiero negativo: e finora a cosa stavate pensando? A tempi più lunghi - tolto il rumore ad alta frequenza - il sistema economico capitalistico non potrà esistere nella forma che oggi connota questo nome. Gli storici potranno continuare a chiamare "capitalismo" il nuovo sistema che nascerà in questo decennio, ma sarà qualcosa di molto diverso.
[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

domenica, ottobre 12, 2008

L'effetto combinato della crisi energetica ed economica sulla domanda petrolifera




created by Eugenio Saraceno


Da alcuni mesi sembra che il mondo sviluppato, dopo un’era di prosperità e crescita economica mai vista prima, passi da una crisi all’altra; la percezione del futuro economico non è mai stata tanto fosca. Intuitivamente si potrebbe cercare di dare una spiegazione guardando la catena degli eventi che si è succeduta dalla fine degli anni ’90 ad oggi.
L’affermazione prepotente della globalizzazione finanziaria, con l’ingresso dei nuovi giganti asiatici, dopo il crollo dell’Unione Sovietica ha provocato una notevole crescita economica che ha portato anche alla creazione di “bolle”, eccessi di investimenti in determinati settori (new economy, immobiliare, energetico e materie prime) che sono poi esplose in sequenza provocando crisi finanziarie sempre più gravi, l’ultima che stiamo vedendo in questo momento sembra essere catastrofica e sembra essere stata innescata da due bolle esplose in stretta sequenza in quanto correlate, i mutui e l’energia; alcuni analisti vedono una correlazione nel fatto che i proprietari di immobili (con mutui ipotecari) nelle immense suburbs prive di servizi di trasporto pubblico che la crescita del settore immobiliare ha disseminato per il mondo, abbiano dato default per via dei crescenti costi energetici che tali fabbricati, per la loro distanza dai centri economici o posti di lavoro e per la leggerezza con cui sono stati progettati i sistemi di riscaldamento e climatizzazione, hanno comportato. Ciò ha provocato difficoltà nel comparto del credito che si sono acuite per altri fattori dovuti alla struttura dei mercati finanziari, una crisi dei consumi, in particolare energetici e lo scoppio delle bolle di energia e materie prime legate appunto a questi consumi. Cerchiamo qualche conferma di questo ragionamento esaminando l’evoluzione dell’ultima bolla, quella energetica, che sembra aver originato (o in ogni caso ne rappresenta un evidente sintomo) la catastrofe finanziaria di questi giorni, quello che è stato definito da poco più di una settimana “il nuovo 1929” (dopo che ancora un paio di settimane fa le entità governative dichiaravano che “l’economia è solida”).
Dal sito della EIA http://www.eia.doe.gov/emeu/ipsr/t21.xls ente governativo USA per l'informazione sull'energia è possibile esaminare l’andamento della produzione e della domanda mondiale di petrolio. Dai dati disponibili è possibile effettuare una semplice analisi basata sull’elementare concetto di domanda e offerta.



Tab.1 produzione mondiale giornaliera media di greggio+NGL+altri liquidi+ guadagni di raffineria (All Liquids escluso biocarburanti) in milioni di barili al giorno




Tab.2 domanda mondiale giornaliera media di greggio+NGL+altri liquidi+ guadagni di raffineria (in pratica gli All Liquids escluso biocerburanti) in milioni di barili al giorno



Si osserva, dalle due tabelle seguenti, che fino al 2005 la produzione è aumentata tenendo testa all’aumento della domanda; nel 2006 la domanda ha continuato a salire mentre la produzione è stata stagnante, in leggero calo. Nel 2006 le difficoltà di aumentare la produzione sono evidenti anche dal fatto che la domanda è stata superiore all’offerta benchè i prezzi fossero considerati già allora troppo alti da molti analisti. Tale situazione permaneva e peggiorava nel 2007 mentre gli alti prezzi già deprimevano anche la domanda che aumentò meno che negli anni precedenti. Nel 2008, primo semestre, la produzione media è risalita notevolmente (oltre 1 milione di barili al giorno) mentre la domanda è stata, per la prima volta da molti anni, distrutta; non solo la domanda non è cresciuta come negli anni precedenti, ma è diminuita in modo abbastanza sensibile riportando l’equilibrio con l’offerta intorno agli 85,5 milioni di barili al giorno.
Da questa analisi possiamo trarre alcune sommarie conclusioni; ovvio che la domanda è stata strettamente influenzata da due fattori, la crescita economica ed il livello dei prezzi. L’entrata in recessione di molte economie nel 2008 ha provocato una notevole distruzione di domanda già a metà anno, a questa possono essere in parte attribuiti i recenti cali del prezzo; nel periodo 2004-2007, quando la crisi economica non sussisteva è possibile ipotizzare che il rallentamento della velocità con cui la domanda è aumentata possa essere attribuita quasi esclusivamente alla crescita dei prezzi petroliferi, cresciuti di oltre il 300% in tale intervallo temporale.


Si potrebbe concludere con una ovvia previsione: se la domanda continuerà a calare, dato che la fase di recessione che si prospetta sarà biennale od oltre, anche l’offerta si adeguerà al ribasso; alcune qualità di greggi ad alto costo di produzione usciranno dal mercato, alcuni dei megaprojects da cui si attendevano milioni di barili giornalieri aggiuntivi rallenteranno, la progettazione e la costruzione di nuovi impianti per il trattamento di olii non convenzionali come quelli canadesi o venezuelani si arresterà. Se tutto ciò avverrà, in estrema sintesi, si tratterà di un picco di Hubbert della produzione petrolifera a tutti gli effetti. Se infatti la domanda nel 2009 e 2010 calasse ad esempio a 85 mbd e poi 84 trascinando in basso l’offerta, osservando un grafico della produzione prolungato al 2010 vedremmo un picco sul 2008. Ciò non esclude che una successiva ripresa possa far ripartire al domanda e far risalire la produzione ma possiamo essere abbastanza sicuri che in tal caso i prezzi ricominceranno a salire provocando una nuova recessione ed un nuovo picco che potrebbe essere anche a livelli di produzione più alti di quello odierno.

Certamente questo ragionamento può aiutare a capire più profondamente la natura del concetto di picco. Il picco di una risorsa non è esclusivamente una questione di prezzi (finanza), né di produzione (geologia), né di domanda (economia reale) ma un combinato disposto di questi tre fattori che si influenzano e limitano a vicenda. Non vi sarà picco perché non si riesce a produrre di più, i megaprojects avrebbero consentito di aumentare la produzione a patto che il prezzo del petrolio rimanesse alto (tutti i nuovi progetti hanno costi di estrazione alti, altrimenti sarebnbero stati sfruttati prima), ma al prezzo di 150$ al barile qualcosa nell’economia si è rotto. L’inflazione creata dall’aumento dei prezzi energetici ha costretto le banche centrali a far salire i tassi di interesse, questi hanno messo in difficoltà i consumatori che si erano indebitati, costoro hanno ridotto i consumi, molti non hanno più potuto pagare il mutuo, il settore immobiliare è entrato in crisi perché poteva reggersi solo se i prezzi fossero stati in costante aumento.


L’edilizia ha rallentato, i trasporti e tutte le attività produttive si ridimensioneranno. Il consumo di energia e materie prime è stato ridotto e la bolla speculativa si sta sgonfiando; se i consumi petroliferi medi giornalieri scendessero di alcuni milioni di barili i prezzi potrebbero tornare quelli di alcuni anni or sono; ciò nonostante, il picco del 2008 ci sarà stato e nessun barile a 80 o 60$ e nemmeno a 40$ potrà smuoverlo da dove si è manifestato finchè non sarà possibile ripartire con la ri-crescita economica dopo il disastro. Ri-crescita che potrebbe portare solamente, presto o tardi, ad un nuovo disastro. Ma è proprio in occasione di una catastrofe che è opportuno ripensare alle cause e cercare di evitarne una nuova. I governi si stanno muovendo per assicurare che lo stesso meccanismo che tanti danni economici sta provocando riparta tra due o più anni, dopo una crisi che si prospetta lunga e penosa, sulle stesse basi, magari con qualche regola in più e un maggiore controllo dello stato, ma se è il momento di riflettere, voglio terminare con una riflessione: che la crescita economica ad ogni costo non sia la soluzione ma il problema stesso?

martedì, agosto 26, 2008

Dinamica dei prezzi di una risorsa finita

Molti hanno letto l’ormai celeberrimo “I limiti dello sviluppo”, il rapporto di carattere generale, non tecnico, redatto quasi quarant’anni fa per informare uomini politici e opinione pubblica sulle conclusioni a cui erano giunti alcuni scienziati applicando al sistema Mondo un modello di previsione globale basato sulla dinamica dei sistemi. Pochi sanno però, che il lavoro completo comprendeva anche altri due volumi di carattere tecnico, usciti successivamente, "Verso un equilibrio globale" e “La dinamica dello sviluppo in un mondo finito”. Il primo conteneva alcuni rapporti tecnici che descrivono un modello di simulazione completo, applicato a uno o più settori del modello globale. Il secondo, conteneva la descrizione in termini tecnici del modello di simulazione globale denominato “Mondo 3”.
In questi giorni, spolverando i miei libri, con piacevole sorpresa, ho ritrovato il primo di questi ultimi due volumi. E’ del 1973 ed ha per sottotitolo “studi del System Dynamics Group del MIT”. Tra i rapporti tecnici in esso contenuti, mi ha colpito particolarmente quello intitolato "Ciclo vitale del ritrovamento di una risorsa finita: uno studio sul gas naturale negli USA" di Roger F. Naill. Già la citazione tratta dal Wall Street Journal del 2 Giugno 1970 che precede il rapporto è molto significativa: “Per la prima volta nella storia, le risorse di energia del paese non sono in grado di soddisfare la domanda in continuo aumento. L’uso dell’elettricità, del gas naturale, del carbone e di altri combustibili da parte di industrie e privati americani sta aumentando con una velocità maggiore rispetto a quella con cui le fonti di energia possono accrescere la loro produzione. Alcuni esperti giudicano il problema temporaneo, ma altri ritengono che si sia giunti a una svolta storica in cui le risorse di energia, che non avevano mai costituito un problema, diventano un fattore limitante dello sviluppo nazionale”. E ora sappiamo chi aveva ragione. Ma ancor di più interessanti sono le conclusioni dello studio che, secondo l'autore, rappresenta non solo la dinamica evolutiva di alcune variabili connesse allo sfruttamento del gas naturale, ma di qualsiasi risorsa non rinnovabile. Tra i grafici presenti nello studio vi allego quello principale, di cui tutti gli altri sono una derivazione. Vi prego di notare la curva del prezzo, molto simile qualitativamente alla curva reale dei prezzi petroliferi attuali. La gelida asciuttezza di queste curve sembra un lontano ammonimento ai commentatori contemporanei a trascurare le fallaci apparenze della dinamica dei prezzi quotidiana per concentrarsi sullo scenario tendenziale determinato dalla limitatezza della risorsa e dai fondamentali dell’economia.

sabato, agosto 09, 2008

La dura legge dell'esponenziale


All'incirca intorno ai 16 anni (3° superiore), lo studente-tipo italiano incontra per la prima volta nel suo percorso la funzione esponenziale. Con un certa probabilità, arriverà a interiorizzarne l'essenza solo dopo qualche anno, ad esempio vedendone le applicazioni scientifiche (decadimento radioattivo, cinetica chimica, popolazioni di batteri...), tecnologiche (circuiti elettronici...) e finanziarie (tasso di interesse ... ) all'università.

Forse, però, di questi tempi non sarà necessario aspettare più di tanto. Tutto il mondo intorno a noi sta manifestando sotto più fronti comportamenti inequivocabilmente esponenziali.
[si veda, tra i tanti esempi possibili, questo post di Terenzio Longobardi sull'andamento del prezzo del petrolio]

Fin qui, non sembrano esserci problemi. Nella realtà, gli esponenziali hanno il brutto vizio di "nascondersi" in un primo periodo (parte sinistra della curva del grafico), tanto da non destare preoccupazioni. Poi, in tempi molto brevi, aumentano in modo esplosivo. Addirittura, subiscono un'accelerazione che cresce come essi stessi [secondo l'analisi matematica, la derivata di qualunque ordine di un'esponenziale 'va' come l'esponenziale stesso].
Peggio che nel film "Speed", in cui almeno si poteva mantenere velocità costante; noi qui siamo costretti ad accelerare, e l'accelerazione non è neanche uniforme: da fantascienza.

La categoria dei cosidetti "catastrofisti" nasce nel momento in cui qualcuno si rende conto che certe dinamiche esponenziali (consumi di petrolio, di minerali, di alimenti; crescita demografica; aumento dei prezzi) si scontreranno prima o poi con alcune condizioni-limite (resa dei pozzi petroliferi e di altri giacimenti minerari; resa di terreni coltivabili; stipendi medi) e la mente vaga alla ricerca degli scenari più probabili, che vanno dal semplice "tirare la cinghia" a situazioni di malattia e carestia, fino ad arrivare a migrazioni di massa e a gravi conflitti civili e internazionali.

Per concludere, porto come esempio un'esperienza dolorosa che mi ha colpito recentemente, la morte per cancro di mio padre. Come i biologi ci insegnano, le neoplasie seguono leggi di crescita esponenziali a base 2 (ciascuna cellula si divide in due, come quelle sane del resto, ma con cinetiche differenti e non-controllo nella trasmissione dell'informazione genetica).

Da quando abbiamo scoperto la malattia, è trascorso un anno in cui gli effetti erano praticamente invisibili (tranne inusuali affaticamenti sotto particolare sforzo). Poi il primo peggioramento per interessamento cerebrale: un mese e mezzo di sintomi evidenti. L'ultima settimana, sintomi irreversibili. Frazioni di secondo... la morte.

domenica, giugno 22, 2008

"Rifiuti", se ci siete battete un colpo


In questo post inserirò la parola "rifiuto" rigorosamente tra virgolette, in quanto ho delle difficoltà a riconoscerne l'esistenza.

L'etimologia della parola "rifiuto" evoca un "atto di diniego e di disconoscimento" ; un suo sinonimo molto usato è "immodizia" che, ancora, significa "del non-mondo", "non pulito".

Ora, proviamo a fare un po' di razionalizzazione.
A parte per quei materiali (prodotti dalla trasformazione civile/agricola/industriale) le cui caratteristiche chimico-fisiche non sono particolarmente benevole, sia per tipo che per intensità (radioattività, tossicità, instabilità ...), per tutti gli altri è possibile attivare già oggi dei recuperi sfruttando processi meccanici, magnetici, a filtrazione, biochimici, elettrochimici e chi più ne ha più ne metta.
Lo scopo di questo recupero non vuole essere l'accattonaggio istituzionalizzato, ma l'attuazione delle tecniche più convenienti (energeticamente) per evitare che preziosi elementi vengano dispersi.

[si veda a tal proposito il post di Ugo Bardi e i link a Pagani-Bardi a "La macchina mineraria universale" ]

Il modello è quello dell'ago nel pagliaio: se disperdiamo i minerali nell'aria e negli oceani, riottenerli da essi sarà molto più difficile che non estrarli dalle miniere nel modo in cui siamo abituati. Quando andrà bene sarà un processo lento, delicato ed energivoro; nei casi più disperati (diluiti) la manovra sarà al limite tra la disperazione e la non-fattibilità tecnologica.


Finora l'economia moderna (almeno, quel sottoprodotto di essa che si limita ad essere "scienza della comodità" ma che fa la voce grossa ) ha vissuto sul concetto di "rifiuto", semplicemente grazie al fatto che le dimensioni dei grandi reservoir petroliferi rendono (rendevano) trascurabile il volume di "scarti" che da essi discendono. Ma, noi si sa, in un sistema dinamico con migliaia di equilibri in gioco avvengono continue trasformazioni, tempo qualche decina di anni e ... zac! le cose cambiano.

Se da una parte lo smaltimento dei materiali a "basso valore aggiunto" sta diventando un problema nelle aree più popolose del mondo (megalopoli), dall'altra i giacimenti di idrocarburi mostrano difficoltà oggettive a mantenere il trend nei flussi, dunque è ostacolata anche la produzione stessa dei cosidetti "rifiuti" [cfr. Ugo Bardi in "Il picco dei rifiuti"]

Il vero problema è che le stesse dinamiche esponenziali che hanno regolato lo sviluppo tumultuoso negli ultimi 50 anni stanno imponendo ora dei freni piuttosto "potenti", in quanto anch'essi di natura esponenziale.

[si veda il recente post di Terenzio Longobardi "Come affrontare la crescita esponenziale dei prezzi petroliferi"].

E' molto difficile che ci sarà una frenata dolce; la speranza è comunque quella di costruire (in tempo utile, tra l'altro) una qualche forma di ABS che riduca gli sbandamenti. Nel frattempo, il confine tra "rifiuti" e Materie Prime diventa sempre più sfumato.

giovedì, giugno 12, 2008

Come affrontare la crescita esponenziale dei prezzi petroliferi

Continua la crescita esponenziale dei prezzi del petrolio. Alla fine dello scorso anno, avevo interpolato graficamente la curva dei prezzi ricavando un’esponenziale, con tempi di raddoppio di circa tre anni. Utilizzando l’ultimo aggiornamento fornito dal Sole 24 Ore è ora possibile affinare ulteriormente la simulazione, ottenendo questo grafico che conferma l’andamento esponenziale dei prezzi del barile innescatosi a partire dalla fine del 2001, con un tempo di raddoppio di poco superiore ai 30 mesi. Nella costruzione della curva esponenziale ho cercato di tenere conto dell’effetto inflazione, che comunque è trascurabile, considerata la sostanziale stabilità dei prezzi nel periodo considerato. Rispetto alla precedente ipotesi, il prossimo raddoppio, a 160 dollari al barile, dovrebbe così essere anticipato di alcuni mesi, a fine 2009.
Come sappiamo, è possibile interpretare questa evoluzione dei prezzi con le difficoltà del sistema produttivo mondiale di aumentare l’offerta a fronte di una domanda in continua crescita trascinata dai paesi emergenti, situazione caratteristica delle condizioni di picco nello sfruttamento di una risorsa naturale. L’equilibrio dinamico tra domanda e offerta, teorizzato dall’economia classica a partire dal postulato dell’inesauribilità delle risorse o della continua possibilità della tecnologia di rendere succedanee le risorse presenti sul pianeta, non è più possibile nella terra di nessuno del dopo picco, perché al calo della domanda che la crescita continua dei prezzi inevitabilmente determinerà, si assocerà anche una costante e graduale diminuzione della produzione di petrolio. Inoltre, il petrolio è praticamente insostituibile in alcuni settori dell’economia, come il trasporto aereo e di problematica sostituzione a breve termine come nel trasporto delle merci, per cui temo che dovremo attenderci per i prossimi anni una conferma della tendenza esponenziale nella crescita dei prezzi, insieme all’accentuazione della crisi di alcuni comparti produttivi fortemente dipendenti dal petrolio che stanno già in questi giorni dando segnali di grave difficoltà. E’ facile prevedere una moria di compagnie aeree minori, mentre le maggiori e più solide economicamente si specializzeranno, concentrandosi sui voli intercontinentali. L’autotrasporto delle merci, la pesca, l’agricoltura industriale, sopravviveranno nelle forme attuali ancora qualche anno, soltanto con sussidi e aiuti di Stato. Gradualmente entrerà in crisi anche il sistema di trasporto individuale fondato sull’automobile.
La possibilità di attenuare questa situazione esplosiva dipenderà dalla lungimiranza delle scelte politiche nell'affrontare una radicale riconversione del sistema dei trasporti. A mio parere l’unica soluzione realmente praticabile è l’orientamento della domanda globale di trasporto verso l’elettrico collettivo. Lo sviluppo delle reti di Alta Velocità ferroviaria avrà il duplice risultato di trasferire la domanda di trasporto aereo continentale dall’aereo alla rotaia e di liberare le reti preesistenti per il trasporto delle merci. Attraverso l’utilizzo esteso delle moderne tecnologie tranviarie in grado di consentire la percorrenza sia di linee urbane che ferroviarie, sarà possibile creare un capillare ed efficiente servizio di trasporto passeggeri nelle aree urbane. Per quanto riguarda gli altri settori produttivi colpiti dalla crisi petrolifera permanente, essi potranno resistere solo attraverso un drastico cambiamento dei modi di trasporto. Nel settore della pesca e dell’agricoltura potrebbero trovare un’interessante applicazione di nicchia i biocarburanti, la cui estensione al trasporto privato appare impraticabile a causa della bassa densità d’energia e della competizione con le risorse alimentari. Più in generale, l’agricoltura dovrà evolvere verso un modello di produzione maggiormente orientato ai mercati locali.
A medio-lungo termine rimane per ora irrisolto il problema della sostituzione dei combustibili fossili per la produzione di energia elettrica e calore. Fin quando sarà possibile passare da un picco all’altro, il sistema resterà in piedi nell’attuale configurazione, dopo solo un nuovo modello socio-economico fondato su un economia di tipo stazionario e sull’utilizzo delle fonti rinnovabili potrebbe evitare il collasso preconizzato ne "I limiti della crescita".

domenica, marzo 09, 2008

Economia: la scienza della comodità?


Si narra che il matematico cuneese Giuseppe Peano (1858 - 1932, nella foto qui a destra) fosse solito scherzare in famiglia. Quando vedeva che la nipotina, intenta a mangiare castagne, sceglieva sempre quella meno bella delle rimanenti, allo scopo di lasciare per ultime le più buone, le diceva:
"Scegli invece la migliore, e poi ancora la migliore: alla fine avrai sempre mangiato la più buona. Altrimenti, avrai sempre mangiato la peggiore".
Era l'embrione del principio di induzione.


A parte il carattere speculativo, e se vogliamo anche un po' frivolo, dell'aneddoto riportato, viene immediato il paragone con il Peak Oil: ora che siamo intorno al massimo dell'estrazione di greggio nell'unità di tempo, man mano che la nostra "sete" di materia prima ha difficoltà ad essere spenta, ecco che magicamente cominciamo a trovare interessanti le sabbie e gli scisti bituminosi. Questa risorsa impressiona senza dubbio i "poco addetti" ai lavori per l'estensione dei giacimenti (Canada, Brasile,...), ma rassicura poco i più esperti che hanno un'idea dell'effettiva "intensità energetica specifica", alias l'EROEI.


A dirla tutta, mi appare sempre più chiaro e oggettivo che tutta la moderna economia neo-adamsmithiana sia un'involontaria seguace del consiglio bonario di Peano.
Semplificando un po' l'idea del buon Adam Smith (gli economisti "ortodossi" non mi bastonino), dato un insieme di "attori economici" che perseguono un certo obiettivo imprenditoriale e le risorse di base, se ognuno cerca il proprio fine senza preoccuparsi minimamente degli altri, alla fine si creeranno delle dinamiche selettive tali da garantire al sistema complessivo lo status di risultato massimo, e di benessere generale.


Senza entrare in ideologie capitaliste o comuniste che non mi appartengono e che ritengo obsolete, ci possiamo chiedere: la dottrina della "mano invisibile" del mercato ha sempre funzionato, e sempre funzionerà?
Sicuramente, possiamo dire che ha convinto (tra alti e bassi) fino alla fine del secondo millennio (a patto, naturalmente, di bendarsi gli occhi e turarsi il naso per riuscire a ignorare i problemi del mondo sottosviluppato).
Il motivo? Beh, se le risorse disponibili sono così abbondanti (per rapporto al bisogno), diciamo idealmente infinite ... l'accesso ad esse non è un problema e i competitori sono liberi di confrontarsi, e di generare spinte tecnologiche e miglioramenti, occupazione eccetera.


Purtroppo, nella teoria dei modelli le rogne emergono proprio quando ci si trova nelle cosidette "zone di bordo". E' qui che le funzioni matematiche rivelano le loro patologie.
Ecco che allora, in un mondo reale, con risorse limitate vanno introdotte le condizioni al contorno.
Man mano che ci avviciniamo a queste condizioni (cioè quando si superano i picchi delle risorse minerarie) il sistema diventa fortemente instabile, produce feedback positivi / non lineari e diavolerie del genere.


Non possiamo negare che il mondo produttivo attuale sia fortemente legato ai deboli concetti di comodità e convenienza. Perchè mai si dovrebbe ricorrere a impianti di energia rinnovabile invece di estrarre idrocarburi, riciclare materiali invece di produrne di nuovi, e rinunciare alle "facili" (e fruttuose, per qualcuno) discariche? Chi lo fa, non è competitivo. Chi deve cedere per primo?


Così è, ad oggi, la mano invisibile. Maledettamente dipendente da flussi obbligati di Energia e Materia che sono, nostro malgrado e alla faccia delle sensazioni dominanti, molto fragili.



[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

lunedì, marzo 03, 2008

Il Piano Energetico secondo ASPO - Italia




eugeniosaraceno@yahoo.it
http://www.aspoitalia.net/

I più aggiornati modelli di previsione della produzione di materie prime energetiche fossili mostrano che non sarà possibile soddisfare la domanda mondiale prevista nei prossimi decenni per queste ultime dagli scenari IEA; i modelli dei climatologi riuniti in IPCC mostrano che se le emissioni di gas serra non saranno ridotte rapidamente il pianeta rischia di andare incontro a gravi sconvolgimenti climatici; l’Italia è un paese con forte dipendenza dalle fonti energetiche fossili, in particolare quelle costosamente importate ed è, per la propria posizione geografica e le caratteristiche climatiche, particolarmente esposta ai gravi rischi dei cambiamenti del clima.
Mentre si susseguono le avvisaglie di entrambi gli ordini di problemi urge sviluppare una strategia energetica e climatica coraggiosa e senza rimpianti che ponga i presupposti per mitigare le possibili conseguenze delle crisi energetica e climatica incombenti.

Il PEN ASPO Italia [Piano energetico Nazionale] raccoglie un insieme di osservazioni, esperienze e studi maturati in ambito ASPO Italia ed elabora una strategia per ridurre la dipendenza del Paese dalle materie prime energetiche fossili centrando anche, di conseguenza, gli impegni presi internazionalmente nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Una traccia, per così dire, per un nuovo Piano Energetico Nazionale, che manca dall’agenda della politica dal lontano 1988.
Nel documento si trovano i numerosi dettagli tecnici delle soluzioni proposte, per brevità di seguito ne troverete una sintesi.
E’ utile ricordare i dati relativi alle emissioni di GHG in Italia (in MTon di CO2 Equivalente) così come riportati dal PNA, Piano Nazionale di Assegnazione delle quote di emissione di GHG, emesso nel 2003 in base alla direttiva 2003/87/CE
Nell’ultima riga della seguente tabella è riportato l’obbiettivo di Kyoto, corrispondente ad una riduzione del 6,5% delle emissioni del 1990.



Tab.1 Obbiettivi di Kyoto, previsioni e storico delle emissioni riferito all’Italia

Nella tabella sopra riportata vi sono i dati storici e quelli previsivi secondo le stime pubblicate nel 2004 dai competenti ministeri (Ambiente ed Attività produttive). Tali stime sono state effettuate allo scopo di definire il Piano di Allocazione Nazionale delle quote di GHG nei settori industriali interessati dallo schema di Emission Trading della UE utilizzando due scenari: lo scenario Business As Usual, o tendenziale, che esprime la variazione delle emissioni di GHG in base alle tendenze di crescita degli ultimi anni e non prevedendo alcuna azione correttiva, e lo scenario di Riferimento, ovvero tenendo conto delle azioni intraprese o da intraprendere nell’ambito del Piano di Riduzione delle emissioni GHG stilato dai competenti ministeri a fronte degli impegni dell’Italia nell’ambito del Protocollo di Kyoto.
Come si può facilmente vedere le azioni correttive previste dai ministeri incidono in modo insufficiente ai fini dell’obbiettivo assunto dal Paese, mancando oltre 100 MTon CO2Eq al raggiungimento dello stesso. Il piano delle riduzioni prevede infatti che tale ammanco sia sanato utilizzando i meccanismi flessibili CDM e JI per finanziare i quali l’Italia ha depositato presso la Banca Mondiale un fondo di 1 Mld di euro denominato Italian Carbon Fund.
Ciò ha certamente un senso economico in quanto le realtà energetiche e produttive di molti paesi in via di sviluppo consentono di abbattere sensibilmente le emissioni di numerosi impianti che utilizzano tecnologie obsolete o inefficienti, con spese minori di quanto necessario su impianti nazionali per ottenere gli stessi risultati. Dal punto di vista della crisi energetica innescata dal picco del petrolio ed acuita dai successivi picchi del gas e del carbone il ragionamento esclusivamente economico perde molto del proprio senso mentre ne acquistano le ragioni strategiche ed energetiche, si aiutano dei paesi competitori su molti settori economici a ridurre la propria dipendenza dalle materie prime energetiche, riducendo a nostre spese l’impatto della crisi energetica per le loro economie, mentre si consente che la dipendenza energetica del paese cresca, acuendone le successive difficoltà. Per tale ragione la proposta di ASPO Italia non contempla l’utilizzo dei meccanismi flessibili CDM e JI, concentrando la riduzione delle emissioni nei settori energeticie produttivi domestici mediante l’aumento dell’efficienza, la riduzione dei consumi non indispensabili e la sostituzione di combustibili fossili con fonti energetiche rinnovabili. Questo non significa abbandonare i progetti CDM e JI attualmente in corso, i risultati eventualmente riportati possono andare a beneficio delle imprese coinvolte nello schema di Emission Trading per ridurre i costi delle proprie emissioni.
Tutti gli interventi proposti sono pensati per mantenere il livello dei servizi energetici per i cittadini e le imprese pur riducendo le quantità di fossili utilizzate. I costi sono ammortizzati con la riduzione del disavanzo commerciale per importazoni energetiche nazionali e la riduzione della volatilità al momento in cui le tensioni sui prezzi delle materie prime energetiche, cui il paese è particolarmente esposto, si tradurranno in pesanti costi aggiuntivi che graveranno su tutti i settori economici. Inoltre i vantaggi di ordine sanitario derivanti dalla minore presenza di inquinanti contribuiscono nel medio e lungo termine di ridurre sensibilmente la spesa sanitaria che cresce a causa dell’aumento dell’inquinamento come dimostrato da numerosi studi epidemiologici in tutto il mondo.
In base alle previsioni stilate dalla Unione Petrolifera Italiana al 2010 ed al 2015 si ipotizza al 2012 la seguente composizione dei consumi di materie prime energetiche (in Mtep):

CARBONE 17,40
GAS 75,55
PETROLIO 76,60
TOTALE 169,55

La produzione di energia elettrica prevista per quello stesso anno ammonta a 414 TWh al lordo di perdite e servizi di centrale. Le emissioni di GHG previste saranno dell’ordine dei 538 Mton CO2 eq., di cui 95 dal settore non energetico e 443 da quello energetico. La stima avviene considerando ai fini delle emissioni una quantità di prodotti petroliferi pari a circa 64 Mtep (usi energetici).
A partire da tali dati, e dalla sequenza di picco petrolio-gas-carbone e senza considerare un apporto di energia nucleare, improbabile sia per ragioni legislative (referendum del 1986) che per i notevoli tempi di realizzazione e le ragioni dovute alle difficoltà produtive del comparto minerario dell’uranio, il criterio di intervento proposto sulle varie fonti consiste nel ridurre sensibilmente il consumo di petrolio (tendenza già in atto), stabilizzare il consumo di gas e di energia elettrica (la tendenza attuale è all’aumento) contrapponendo alla domanda crescente iniziative di risparmio ed efficienza che la contrastino. Per quanto riguarda il carbone, essendo il relativo picco ancora abbastanza lontano può essere tollerato un modesto aumento dei consumi, tenendo conto che ciò può alleviare la necessaria riduzione dei consumi di petrolio nei settori termoelettrico ed industriale. Si ipotizza di poter ottenere una riduzione dei consumi a 149 Mtep così ripartita:

CARBONE 18,0
GAS 70,0
PETROLIO 61,0
TOTALE 149

La produzione elettrica attesa lorda è di 381 TWh. Tenendo conto dei seguenti coeff. di emissione di CO2 eq (Mton/Mtep) relativi alle tecnologie di utilizzo prevalenti nel quinquennio 2010-2015, sempre secondo lo studio di UP:

CARBONE 3,9
GAS 2,3
PETROLIO 3,1

Si calcola, tenendo conto dei soli usi energetici, un monte emissioni di 381,55 MTon CO2Eq rispondente, con un piccolo margine, a quanto fissato per Kyoto. Per ogni combustibile il PEN ASPO Italia fornisce una possibile strategia per ottenere la necessaria riduzione di consumi, in sintesi le principali soluzioni comprendono:
1. Aumento dell’efficienza e diminuzione delle emissioni in ambito termoelettrico
2. Aumento dell’utilizzo di energia elettrica da fonti rinnovabili fino al 20% del totale.
3. Riordino del sistema CIP6, Certificati Verdi e Titoli di Efficienza Energetica.
4. Politica sui rifiuti tendente alla riduzione dei costi energetici e di gestione.
5. Efficienza negli utilizzi finali di gas ed energia elettrica nel settore civile ed industriale
6. Cogenerazione e trigenerazione anche in funzione di bilanciamento della rete elettrica
7. Aumento dell’utilizzo di biomasse, geotermia e solare termico nel settore civile ed agricolo
8. Riduzione dell’utilizzo di prodotti chimici di sintesi in agricoltura e riutilizzo degli scarti.
9. Risparmio e recupero idrico
10. Maggiore utilizzo di trasporti su ferro e idrovie per merci e passeggeri
11. Promozione di veicoli elettrici nell’ambito del trasporto pubblico e privato
12. Promozione della mobilità ciclabile.

Il seguente riepilogo permette di associare le previsioni e le tendenze con gli interventi proposti.


Tab.2 Riepilogo generale dei consumi, delle politiche energetiche e degli obbiettivi attesi.