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domenica, febbraio 01, 2009

L'arte del management secondo Ugo Bardi


Per qualche ragione, Attila l'Unno (qui interpretato da Diego Abatantuono) è stato portato ad esempio di buon management in un libro dal titolo "Leadership Secrets of Attila the Hun" di Wess Roberts (nel 1987). Non sono troppo sicuro che Attila sia un esempio da imitare, ma il fatto che sia proposto come tale è una buona indicazione di come sia difficile gestire le organizzazioni, specialmente quando sono grandi. In questo post, sostengo che le grandi organizzazioni soffrono di qualcosa di simile alla sindrome della "Tragedia dei Commons" come l'ha descritta Garrett Hardin.


Quando ero "postdoc" all'università di Berkeley, il mio capo cercava di far lavorare di più i suoi collaboratori mettendoli uno contro l'altro. Ci chiamava nel suo ufficio, uno per uno, e ci raccontava di come il nostro vicino di stanza stava facendo di più e di meglio e come mai tu non riesci a tenere il passo? L'idea era di stimolarci. Bene, poi noi ci ritrovavamo tutti insieme a bere birra e ci raccontavamo le cose che il capo ci aveva detto singolarmente e ci facevamo sopra delle gran risate.

Quel capo non era un cattivo capo. Aveva solo certe piccole manie, una delle quali era di volere il premio Nobel. Questa idea lo faceva diventare nervoso e lo spingeva a rompere le scatole ai suoi collaboratori. A parte questa forma di lieve follia (e il premio Nobel non è riuscito a prenderlo) nel complesso era una brava persona e procurava a tutti le risorse necessarie per lavorare. Questo è quello che il capo deve fare. C'è solo un errore irrimediabile che il capo può fare: fregarsene dei suoi collaboratori.

Gli anni sono passati, e oggi sono il "capo" di un piccolo gruppo di ricerca all'università. Non so quanto a lungo questo gruppetto di 7-8 persone potrà continuare a esistere, vista la situazione attuale di disastro finanziario. Ma finora ha funzionato benino. Vi posso dire anche che la mia tecnica di gestione del gruppo è una tecnica di "non-management". Ovvero, cerco di procurare ai miei collaboratori le risorse di cui hanno bisogno e poi li lascio lavorare in pace.

Tuttavia, se appena esco dalla situazione abbastanza idillica del mio gruppo (o dei gruppi dei colleghi), vedo subito che le cose cambiano. L'università intesa come istituzione è un disastro. Vi ricordate la storia del ragionier Fracchia, personaggio di Paolo Villaggio? Era un impiegato statale a cui avevano rubato la gomma il primo giorno di lavoro e aveva passato tutto il resto della sua carriera a cercarla. Beh, nell'amministrazione dell'università ci sono veramente situazioni del genere; magari non proprio a livello del mitico Fracchia, ma non tanto distanti. Certe volte ti prende la disperazione e ti verrebbe voglia di chiamare, non solo il ministro Brunetta, ma Attila in persona; inteso come lo storico "flagello di Dio."

Ma, nella mia esperienza di ricerca per tanti anni per la Fiat e per altre grandi industrie, la loro efficienza non mi è parsa molto migliore di quella dell'università. Se la sindrome di Fracchia è tipica degli enti statali, nelle industrie c'è la "sindrome di Wally". Wally è un personaggio della striscia di "Dilbert" che ha passato un intera vita nella ditta senza mai aver fatto nulla anche se ha dovuto ingegnarsi un po' per non farsi scoprire.

Gestire una grande industria o un'amministrazione statale è una cosa molto difficile. Ho visto più di un caso di industrie partite come un gruppetto di amici entusiasti che poi si sono ingrandite con operai, dirigenti, rappresentanti, contabili, quality manager, personale di pubbliche relazioni, eccetera. Non puoi gestire tutta questa gente semplicemente lasciandoli tranquilli. La faccenda non è più soltanto un problema; è diventata un incubo.

Deve essere per questo motivo che ci sono tanti libri che ti spiegano come essere un buon manager; per esempio quello che si intitola "I segreti di management di Attila l'Unno". Ce ne sono tanti altri che si trovano, tipicamente, nelle librerie degli aereoporti dove i manager passano molte ore della loro vita. Evidentemente, se si vendono vuol dire che hanno una ragione di esistere e la sola ragione che si può pensare per la loro esistenza è che essere un buon manager è cosa difficile. In effetti, se uno compra un libro che ti spiega come fare una certa cosa, vuol dire che quella cosa non la sa fare bene. Pensate a vostra nonna che cucinava così bene e non aveva certamente bisogno do comprare libri di cucina. Ma non è affatto detto che comprare un libro vi faccia diventare un bravo manager (o un bravo cuoco).

L'efficacia di questi libri deve essere piuttosto modesta; almeno per quello che ne posso dire io dalla mia esperienza. Libri o non libri, l'efficienza delle grandi organizzazioni rimane sempre molto modesta e, a mio parere, peggiora più sono grandi. Le organizzazioni veramente grandi, come le università o le industrie automobilistiche, sono terribilmente inefficienti. Se poi saliamo su di qualche tacca in dimensioni, troviamo gli stati nazionali i cui governi hanno fatto le più grandi bestialità che la storia riporti.

La mia impressione è che le grandi organizzazioni siano soggette a una forma di "tragedia dei commons". Vi ricordate di Garrett Hardin, che propose questo concetto: c'è un pascolo comune, ci sono dei pastori che ci portano le loro pecore. Ogni pastore ha un vantaggio a portare al pascolo quante più pecore può; ma il pascolo non può sostenere più di un certo numero di pecore. Va a finire che tutti i pastori portano qualche pecora in più; il pascolo si rovina irrimediabilmente e pastori e pecore muoiono di fame.

Il modello di Hardin non è stato tanto citato come applicabile alle industrie e ai sistemi statali, ma credo che spieghi molte cose. Quello che succede, a mio parere, è che quando l'organizzazione supera una certa dimensione, chi ci lavora dentro cessa di lavorare "per il bene dell'azienda", ma piuttosto per il bene di se stesso o dei collaboratori vicini. Vale il principio di Hardin: il manager cerca di accaparrarsi risorse al massimo possibile. Se l'organizzazione è piccola, facendo così danneggerebbe prima di tutto se stesso. Ma, se è grande, il vantaggio personale che ne ricava è superiore al danno che ne subisce in quanto membro dell'organizzazione stessa. Del resto, se leggete i libri di management che si trovano negli aeroporti, non ci troverete istruzioni su come agire per il bene dell'azienda, ma per il proprio bene come manager (chiamato "sviluppo", "realizzazione", "successo" e simili).

Questo credo che sia un meccanismo talmente comune che non ci facciamo nemmeno caso, se non quando il contrasto fra il bene del manager e quello dell'azienda non appare talmente eccessivo da non poterlo ignorare. Mi risulta, per esempio, che Giancarlo Cimoli, amministratore delegato dell'Alitalia, aveva uno stipendio di 2 milioni e 700 mila euro all'anno fino a non molto tempo fa. Questa è una delle cose che ha fatto gridare allo scandalo. Ma, se l'Alitalia non fosse andata in crisi, chi avrebbe protestato? Cimoli ha semplicemente agito secondo le linee di un classico modello dei commons: l'andamento dell'Alitalia non dipende dal suo stipendio e anche se lui se lo fosse dimezzato - o anche avesse lavorato gratis - questo non avrebbe avuto alcun effetto pratico su un deficit di parecchie centinaia di milioni di Euro. Il problema è che, ho l'impressione, tutti all'Alitalia, un po' a tutti i livelli, hanno ragionato in questo modo e i risultati si sono visti.

Quasi tutte le organizzazioni sono afflitte da questo problema, contro il quale non c'è veramente molto da fare. Non c'è libro di management che tenga contro la tendenza umana ad accaparrarsi quel che si può, quando si può. Pugno di ferro, regole severe, controlli capillari; si, possono aiutare. Ma chi controlla i controllori che, anche loro, sono soggetti alle stesse tentazioni dei controllati?

Alla fine dei conti, sembrerebbe che la soluzione migliore per questo problema sia la "distruzione creativa". Ovvero, tornando ai commons di Hardin, se i pastori sono appena arrivati nel pascolo, possono decidere che gli conviene piuttosto cercare zone ancora non utilizzate piuttosto che rovinare quelle in cui già si trovano. Ci vuole un po' di tempo prima che la "tragedia dei commons" si instauri. Così, una possibile ricetta per migliorare le prestazioni delle organizzazioni è di smantellare le strutture ormai irrecuperabili e costruirne di nuove. Questo è quello che dovrebbe fare il libero mercato con le aziende obsolete. Anche per le organizzazioni statali, può darsi che il fatto che la democrazia sia normalmente un sistema più efficiente delle dittature non è tanto che gli elettori scelgono i governanti migliori, ma piuttosto che ogni tanto si fa una distruzione creativa e si cambiano le persone ai vertici.

Purtroppo, queste forme di distruzione creativa sembrano avere un'efficacia abbastanza limitata. Non solo, ma nei momenti in cui una ditta o una società si trovano in gravi difficoltà, gli stati tendono ad abbandonare la democrazia per affidarsi all'uomo forte del momento e le ditte invocano aiuti statali per la salvezza. Proprio le cose che perpetuano la stasi e fanno i danni peggiori.

Ci troviamo oggi nella necessità di gestire un intero pianeta; per esempio per controllare le emissioni di gas-serra. La cosa non è facile; anzi, è un compito qualitativamente molto più difficile di qualsiasi cosa che la storia ricordi. Vedremo se ci riusciremo; se non ci riusciamo può darsi che la distruzione che ne conseguirà non sarà per niente creativa.


domenica, novembre 30, 2008

Il petrolio del re: riflessioni sulla sostenibilità


Illustrazione originale del racconto di Rudyard Kipling "L'Ankus del re"
della serie del "Libro della giungla".

La questione dei "commons", ovvero dei beni comuni, è cruciale per capire come ottenere e gestire quello che chiamiamo "sostenibilità". In questo post cerco di approfondire l'argomento, riprendendo e espandendo certi ragionamenti che avevo fatto in un mio post precedente, quello intitolato "La Spigolatura dei Rifiuti". Ho visto che c'è stato più d'uno che sulla spigolatura ci ha rimuginato sopra e fatto commenti, nonostante fosse un testo piuttosto lungo. Anche questo che segue è un testo piuttosto lungo, ma credo che troverete interessante la mia analisi su quali fattori portano a quell'esplosione di sovrasfruttamento che va sotto il nome di "tragedia dei beni comuni." Troverete anche interessante il risultato che le energie rinnovabili sono la nostra migliore speranza per una società che sia allo stesso tempo ricca e stabile. Se arrivate in fondo, poi mi direte cosa ne pensate.



1. Introduzione: l'ankus del re.


Vorrei cominciare raccontandovi una storia: "L'Ankus del re," una di quelle della serie del "Libro della Giungla" di Kipling. Nella storia, Mowgli e Kaa, il ragazzo e il grande serpente, vanno a esplorare le rovine di una città perduta. Sotto le rovine della città, trovano un tesoro immenso: oro, pietre preziose, gioielli. E' custodito dal grande cobra bianco che era li' da centinaia di anni a difenderlo. E il cobra è convinto che ancora, sopra la sua testa, ci sia la grande città del re con i suoi elefanti, i templi, i palazzi e tutto il resto.

Mowgli non è che sia gran che impressionato dal tesoro. Dice che non è roba che si può mangiare e quindi non gli interessa. Il cobra ci rimane male, ma è molto vecchio e sembra che non sia più tanto dentro con la testa. Si arrabbia e minaccia di uccidere Mowgli, ne segue una lotta in cui il cobra viene sconfitto. A questo punto, Mowgli trova una cosa nel tesoro che gli piace, una specie di lancia tutta ingioiellata che è questo Ankus del re. Se lo porta via; un po' anche per fare un dispetto al cobra.

Tornato nella foresta, Mowgli si rende conto che l'ankus è uno strumento per tormentare gli elefanti, allora non gli piace più e lo butta via. Poi però gli viene in mente che forse è meglio che lo riporti al cobra, ma nel frattempo qualcuno l'ha trovato e se l'è portato via. A questo punto, Mowgli e Bagheera, la pantera, si mettono alla ricerca del prezioso ankus. Trovano una traccia di sangue e di morte fra quelli che si sono uccisi a vicenda per impadronirsene. Alla fine, riescono a recuperarlo e a riportarlo dal Cobra che lo terrà nascosto ancora per secoli. Così finisce la strage e anche il racconto.

Kipling è stato un grande scrittore. Le sue storie sono piene di significato ma, allo stesso tempo, ci senti anche il puro piacere di raccontare una storia, ci senti i personaggi come se fossero dotati di vita propria. Nella storia dell'ankus, per esempio, il grande serpente, Kaa, è un gran bel personaggio. Ha una sua vita, una sua potenza, un suo fascino. Pensate invece a come l'hanno ridotto nel film di Walt Disney: una specie di gatto Silvestro senza le zampe. Ci deve essere una ragione per la quale oggi riusciamo a banalizzare tutto. Ma questa è un'altra faccenda.

Allora, c'è un significato nella storia dell'ankus che è evidente: quello dell'improvvisa ricchezza che porta male a chi la trova. Questa è una storia che non trovate solo in Kipling, è uno dei classici temi della letteratura fin dal tempo del tesoro dei Nibelunghi, quello di Sigfrido. In tutte queste storie, il tesoro è difeso da qualche creatura sotterranea e porta con se una maledizione. Sigfrido sconfigge il drago Fafnir e si impadronisce del tesoro, ma a lungo andare fa una brutta fine, esattamente come quelli che si sono presi l'ankus nel racconto di Kipling. Questa trama la ritroviamo in continuazione. E' un'intuizione comune che fa parte del sapere popolare anche se, nella maggior parte dei casi, l'intuizione non spiega il perché di questa che possiamo chiamare "la tragedia dell'improvvisa ricchezza" o, più semplicemente "la tragedia dell'ankus". Si tratta allora di esaminarne le ragioni che possiamo trovare in una teoria che va sotto il nome di "tragedia dei commons".


2. La tragedia dei commons

Curiosamente, la teoria economica standard non si occupa dell'abbondanza ma soltanto della scarsità. Però esiste anche un problema dell'abbondanza che è stato trattato più che altro da persone con una formazione in biologia o ingegneria. Che succede se assumiamo l'esistenza di una risorsa abbondante e di una popolazione in grado di sfruttarla? Beh, in biologia lo sappiamo bene: è un caso che si verifica in tutte le popolazioni di animali; dalle culture batteriche ai cervi di montagna. In presenza di cibo abbondante, la popolazione cresce rapidamente. Ma questa crescita esaurisce le risorse di cibo disponibili e la popolazione crolla. In un certo senso, è questa la maledizione dell'abbondanza che si trasforma in scarsità: la maledizione dell'ankus.

Il primo ad applicare esplicitamente questo modello biologico alle popolazioni umane è stato Garrett Hardin che, nel 1966, propose la sua idea della "Tragedia dei Commons", in italiano "beni comuni" o "usi civici". Hardin faceva l'esempio di un pascolo dove tutti possono portar le loro pecore. Secondo Hardin, in queste condizioni valgono le stesse leggi che ci sono in biologia. In presenza di una risorsa abbondante (erba) la popolazione che la sfrutta (pecore) cresce rapidamente. Ma questa crescita causa l'esaurimento dell'erba, che non ce la fa a ricrescere abbastanza in fretta. Il risultato è il crollo della popolazione delle pecore (e anche di quella dei pastori) e la distruzione dei pascoli. Questa, appunto, è la "tragedia dei commons".

Ma è possibile che gli esseri umani non riescano a gestire un pascolo meglio di quanto i batteri facciano con il loro brodo di cultura? Hardin sostiene che esiste un meccanismo perverso che fa si che i pastori si comportino, in effetti, come batteri. Ogni pastore si trova di fronte a una scelta individuale: portare o non portare una pecora in più al pascolo? Il danno che una pecora di troppo fa al pascolo si sparpaglia su tutti i pastori, ma il beneficio va solo a quello che ce la porta. L'avidità rende e va a finire che tutti portano più pecore di quanto non dovrebbero. Il pascolo viene sovrasfruttato e rovinato e i pastori stessi ne subiscono le conseguenze.

Il modello di Hardin si applica a molti casi reali in cui abbiamo una risorsa da sfruttare. Pensate al petrolio, somiglia molto all'ankus: qualcosa di grande valore saltato fuori dalla terra all'improvviso e che ci ha reso tutti un po' pazzi e ci ha portato ad ammazzarci fra di noi, proprio come i personaggi del racconto di Kipling. E non è solo questione di petrolio. Il meccanismo perverso descritto da Hardin si applica a tutte le risorse minerali. Ma ci sono anche altri casi. Pensate all'atmosfera, che è un bene comune anche quello inteso come un luogo dove possiamo scaricare gli inquinanti gassosi prodotti dall'industria. Pensate ai fiumi intesi come luogo dove possiamo scaricare gli inquinanti liquidi. Ci sono tantissimi altri esempi in cui l'avidità individuale, o di piccoli gruppi, rovina e distrugge dei beni comuni.

Il modello di Hardin ha un suo fascino perverso: è una specie di destino ineluttabile che colpisce gli esseri umani. Eppure, è anche vero che gli esseri umani sono più intelligenti dei batteri (anche se alle volte non sembra). Possibile che non si trovino rimedi per evitare la tragedia dei commons?

Il problema della gestione dei beni comuni è stato affrontato molte volte da politici e da economisti, anche se raramente il concetto è stato menzionato esplicitamente. Secondo il pensiero marxista, la collettivizzazione del pascolo avrebbe risolto i problemi. Il numero di pecore da portare lo decide il Gosplan, il comitato per la programmazione economica che ha in mente soltanto il bene del popolo. Secondo il pensiero liberista, invece, è la privatizzazione che risolve tutti i problemi. Affidiamo il pascolo a un proprietario e trasformiamo i pastori in suoi dipendenti. Nella sua ricerca di massimo profitto, il proprietario non ha di certo interesse a distruggere l'erba. Possiamo anche pensare ai pastori che si riuniscono a Kyoto per firmare un protocollo che stabilisce la graduale riduzione del numero di pecore, pena il pagamento di una "sheep tax" per chi non rientra nei limiti.

Questi metodi sono stati tutti sperimentati in varie condizioni, ma è ovvio che non funzionano molto bene. Per esempio, il sovrasfruttamento dei terreni agricoli da parte delle multinazionali alimentari è noto a tutti. Eppure, i terreni sono di loro proprietà e non avrebbero nessun interesse a distruggere le risorse che sfruttano. Quanto all'efficacia del vecchio Gosplan sovietico e del moderno trattato di Kyoto, beh, lasciamo perdere.

In sostanza, possiamo pensare a diversi "paletti" per impedire il sovrasfruttamento: leggi, regole, trattati, e tante altre cose. Ma quando ti trovi davanti alla prospettiva di un improvvisa ricchezza, un ankus ingioiellato o un pozzo di petrolio, non ci sono paletti che tengono. Nell'India favolosa di Kipling, i personaggi del racconto si ammazzano a coltellate per l'ankus. Nel mondo reale di oggi, per il petrolio intervengono i carri armati e i missili, ma più o meno è la stessa cosa.

Eppure, c'è un punto che finora non abbiamo considerato. Ma siamo veramente sicuri che ci vogliano leggi, regole o privatizzazioni per evitare la tragedia di Hardin? In fondo, beni comuni sono esistiti nella storia per tanto tempo ed esistono ancora. Andate sulle Alpi, per esempio. I pascoli sono spesso gestiti come usi civici e senza regole rigide della gestione. Ma non li trovate spelacchiati da troppe pecore o troppe mucche. Sono belli verdi; non c'è nessuna tragedia in giro. Pensate ai boschi: quando sono gestiti come beni comuni chiunque può andare a raccogliere funghi o legna; ma questo non vuol dire che i boschi vengano distrutti. Sembrerebbe che ci siano delle condizioni che rendono inerentemente stabili i beni comuni. Per capire questo punto, dobbiamo ragionarci sopra in dettaglio.


3. Il modello dinamico dello sfruttamento dei beni comuni.

L'esplosione economica che porta al sovrasfruttamento è un classico effetto di quello che si chiama "feedback positivo" (o "retroazione positiva"). Si verifica quando in un sistema ci sono due o più elementi che si rinforzano fra di loro. Nel caso del petrolio, per esempio, uno degli elementi è il petrolio stesso, l'altro è la ricchezza che il petrolio produce. Più petrolio si estrae, più chi estrae si arricchisce. Più è ricco chi estrae, più può investire nella ricerca e nell'estrazione di nuovo petrolio.

Questo fenomeno si può descrivere in termini di feedback usando i metodi noti nel campo che si chiama la "dinamica dei sistemi". In termini generali, il feedback è generato da due elementi che possiamo chiamare "risorsa" e "capitale". La risorsa è tutto quello che possiamo sfruttare economicamente: erba, petrolio, e anche l'atmosfera intesa come luogo dove buttare gas che altrimenti ci costerebbe più caro smaltire. Il capitale è l'aggregato di entità economiche che lo sfruttamento della risorsa crea e che permette di sfruttare ulteriormente la risorsa. Nel caso dell'erba dei pascoli di Hardin, il capitale sono le pecore. Nel caso del petrolio, il capitale è di tipo monetario, ma è anche tutto quell'insieme di attrezzature, personale e competenze che permette di esplorare e estrarre nuovo petrolio. Da notare che il petrolio non viene comunemente considerato un "bene comune"; ovviamente i pozzi sono proprietà privata. E' vero, ma è il territorio da esplorare che si configura bene comune: l'esplorazione è libera.

Dati questi due fattori, possiamo costruire un modello dinamico semplice assumendo che :

1. La produzione di risorse è proporzionale al capitale disponibile
2. La produzione di capitale è proporzionale alle risorse disponibili

Queste condizioni si possono mettere in forma di equazioni e generano una rapida crescita, di tipo esponenziale, sia della produzione di risorsa come del capitale. E' un modello ben noto in biologia, dove però non si usa di solito il termine "capitale". Messe così le condizioni, la crescita va all'infinito, ma si può introdurre anche il feedback negativo che deriva dall'esaurimento della risorsa e dal deprezzamento del capitale. In questo caso, abbiamo un modello che, nella sua forma più semplice, è quello detto di "Lotka-Volterra". Questo tipo di approccio è la base, fra le altre cose, dei "modelli del mondo" sviluppati negli studi dei "Limiti dello Sviluppo". Se vi interessano le equazioni di Lotka-Volterra, le trovate in fondo a questo testo.

La rapidità della crescita economica dipende dalle caratteristiche del sistema. La crescita è tanto più rapida quanto più efficace è la trasformazione del capitale in risorsa e della risorsa in capitale. Il caso più semplice, qui, è quello delle risorse energetiche; dove sia la risorsa che il capitale si possono definire in termini di energia. In questo caso, possiamo parlare di "ritorno energetico" (EROEI: energy return of energy invested), inteso come il rapporto fra la produzione e il capitale investito. Maggiore l'EROEI, più rapido il processo.

L'EROEI dei combustibili fossili è stato il più alto mai avuto a disposizione dagli esseri umani e ci ha consentito una crescita economica di una rapidità mai riscontrata nella storia. Per esempio, il petrolio degli "anni d'oro" dei pozzi a buon mercato degli anni della prima metà del ventesimo secolo aveva un valore dell'EROEI intorno a 100. Il grande boom economico degli anni 1950 e 1960 è stato correlato alla disponibilità di questo petrolio a buon mercato e del grande surplus che generava.

Ovviamente, oggi le cose sono molto cambiate e l'EROEI del petrolio si è molto ridotta, forse anche sotto il valore di 10 e non c'è da stupirsi che la crescita economica si sia interrotta. Questo è un fenomeno del tutto generale nel sovrasfruttamento delle risorse. Via via che si estrae ("produce") una nuova risorsa, si esauriscono i giacimenti a buon mercato (alto EROEI) e bisogna sfruttare quelli più cari (basso EROEI). Lo sfruttamento genera sempre meno capitale e l'estrazione ne richiede sempre di più. Con sempre meno capitale a disposizione, a un certo punto, il ciclo si conclude con la fine dell'estrazione.

Fino ad oggi, abbiamo visto molti di questi fenomeni di rapida crescita. In particolare, nel caso dei combustibili fossili abbiamo visto una serie di "salti" da un ciclo di sfruttamento all'altro; dal carbone al petrolio e dal petrolio al gas. Su questa base, c'è chi ha detto che il destino umano è esattamente questo: saltare sempre da un ciclo all'altro e in questo modo crescere all'infinito. Sfortunatamente, non si vede all'orizzonte un'altra risorsa comparabile ai fossili e che ci possa far pensare a un nuovo balzo in avanti imminente. L'energia nucleare si è rivelata molto meno efficiente di quanto non si pensasse una volta e non ha generato quella rapida curva di crescita che invece abbiamo visto con il petrolio. Certo, non è escluso che nuove forme di nucleare a fissione o a fusione possano far ripartire la crescita, ma per il momento sono solo speranze per il futuro.

Quindi, il modello sembrerebbe dirci che il collasso da sovrasfruttamento è inevitabile nel nostro futuro. Ma è proprio così? La risposta è no. Vedremo nella prossima sezione che esiste una possibilità di evitarlo.


4. Non si può sovrasfruttare la pioggia.

E' possibile pensare a delle condizioni che stabilizzino la società senza bisogno di forzare la gente ad agire in modi diversi da quelli che la nostra eredità biologica ci porta a preferire? La risposta è si. Il modello dinamico ha delle soluzioni che portano naturalmente alla stabilità. Abbiamo visto che perchè si abbia sovrasfruttamento bisogna che due condizioni siano soddisfatte: una che esista una risorsa il cui sfruttamento genera capitale, l'altra che il capitale possa essere usato per generare ulteriore risorsa. Ne consegue che, se vogliamo evitare la tragedia dei commons, basta che una delle due condizioni non sussista. Se questo avviene per ragioni fisiche o tecnologiche, allora abbiamo un sistema naturalmente stabile.

La prima possibilità è che la risorsa non generi capitale o ne generi poco. Questa è l'ipotesi che avevo fatto in un mio articolo precedente, che ho chiamato "La spigolatura dei rifiuti". Avevo ragionato che certe risorse, come i rifiuti, hanno una bassa resa energetica quindi generano poco capitale. Pertanto, non danno origine a una rapida crescita. Per esempio, gli inceneritori hanno una resa talmente bassa che non sarebbero mai riusciti a imporsi se non ottenendo sussidi da altri settori dell'economia.

Una condizione del genere, risorsa a bassa resa e conseguente stabilità, era probabilmente caratteristica della società contadina di una volta. Gli Amish americani, per esempio, hanno ragionato in questo senso tornando a uno stile di vita equivalente a quello dei contadini dell'800. L'efficienza dell'agricoltura Amish è bassa nel senso che non genera un surplus tale da dare inizio a fenomeni di crescita rapida. In termini di stabilità, hanno ottenuto il risultato che cercavano. Ma vivere come gli Amish non è l'obbiettivo che la maggior parte di noi ha in mente.

Consideriamo invece la seconda possibilità. Possiamo trovare una risorsa che da una buona resa, ma la cui produzione non si presta ad essere incrementata con l'uso del capitale? E' possibile. Pensiamo a un esempio banale: l'acqua.

Immaginatevi di avere una sorgente il cui flusso dipende dall'acqua piovana. Per quello che vi serve, l'acqua che viene dalla sorgente può essere tanta o poca. Se è tanta, potete accumularla e anche venderla. Però, con il capitale ricavato non c'è modo di aumentare il flusso della sorgente che viene dalla pioggia. Non importa quanti soldi uno può accumulare, difficilmente può influire sulla pioggia a parte, magari, assumere qualche stregone che faccia delle danze appropriate - ma sull'efficienza di questo metodo ci sono seri dubbi. La pioggia, semplicemente, non si può sovrasfruttare.

La sorgente può essere proprietà privata oppure gestita come bene comune. La seconda condizione è più comune nella storia umana. Spesso la gestione dell'acqua fluente richiede forme collaborative più o meno complesse. Per esempio l'Egitto viene detto "il dono del Nilo" non solo per via dell'effetto del limo fertilizzante ma anche per il fatto che l'acqua del Nilo andava gestita per forza come un bene comune. Non si poteva privatizzare il fiume a tratti, altrimenti chi sta a monte avrebbe tolto l'acqua a chi sta a valle. L'acqua viene spesso gestita come bene comune persino nei paesi aridi, dove è scarsa: il Corano impone esplicitamente ai proprietari dei pozzi di lasciarli di libero accesso dopo che hanno soddisfatto le loro necessità.

Ovviamente, in tempi recenti la tecnologia ha fatto diventare anche l'acqua un bene soggetto a sovrasfruttamento. Andare a popmpare dagli acquiferi profondi o dissalare vuol dire generare una crescita economica che deriva dall'irrigazione di aree prima desertiche e che possono essere sfruttate per l'agricoltura. A questo punto, si verifica il fenomeno di crescita incontrollata seguita da collasso: è quello che è successo in Arabia Saudita dove c'è stato un breve boom della produzione agricola basata su acqua "fossile" che è stata rapidamente esaurita.

Ma il punto è che, fintanto che non si riesce a trovare un modo per forzare una risorsa a produrre di più; il sovrasfruttamento non si verifica. Ci sono altri esempi oltre all'acqua. Pensate, per esempio, alla raccolta della legna da ardere, o delle bacche o dei funghi. Se uno va a spasso per il bosco e raccoglie rami caduti, la resa energetica è probabilmente buona. Con poca fatica, uno si scalda al caminetto e prepara la cena; o almeno così si faceva un tempo. Non è che uno non possa accumulare legna, intesa come capitale; magari anche venderla. Però, il piccolo capitale di legna accumulato non genera un aumento della produzione di legna. finché si rimane entro la condizione di raccogliere soltanto rami caduti. Anche qui, la tecnologia cambia le cose se uno si compra una sega a motore. Ma, a parte questa possibilità modernao, non ci stupisce che i boschi siano stati spesso gestiti come beni comuni nella storia.

Tutti questi esempi non ci portano molto lontano dal mondo degli Amish; il punto interessante, però, è che esiste una risorsa moderna che ha entrambe le caratteristiche che cerchiamo, ovvero alta resa e impossibilità di sovrasfruttamento: l'energia rinnovabile.


5. L'energia rinnovabile come bene abbondante

Le energie rinnovabili hanno un'ottima resa energetica (con l'esclusione dei biocombustibili). Questa resa si può misurare in termini di EROEI e va oggi da un valore di circa 10 per il fotovoltaico, intorno ai 20-40 per l'eolico tradizionale, 50 e oltre per l'idroelettrico, con possibilità di valori ancora più alti per tecnologie in corso di sviluppo come l'eolico d'alta quota (il kitegen, per esempio).

Queste tecnologie hanno molto in comune con l'esempio della sezione precedente: quello di una sorgente d'acqua. Non si prestano a essere sovrasfruttate; ovvero il capitale che generano non può essere utilizzato per aumentare la resa della risorsa. Non si può raccogliere più energia solare di quanta non ne cada su un certo territorio. Lo stesso vale per il vento o l'acqua per gli impianti idroelettrici. Certo, si può investire nella ricerca per aumentare l'efficienza della tecnologia, ma questo investimento è soggetto alla legge dei ritorni decrescenti. Non si può aumentare più di tanto l'efficienza e quindi non si genera il fenomeno di crescita esplosiva che è tipico del sovrasfruttamento. L'altro modo, quello di pannellare superfici sempre più ampie, è limitato dal fatto che nessuno sano di mente si ridurrebbe a morire di fame per avere più energia elettrica.

Ne consegue che l'energia rinnovabile si comporta come una sorgente alimentata dall'acqua piovana: non la si può sovrasfruttare.

Quanta energia rinnovabile possiamo produrre su questo pianeta? Beh, l'energia solare che arriva sulla terra è circa 10.000 volte di più dell'energia primaria che oggi produciamo in gran parte dai fossili. Se riusciamo a sfruttare anche solo l'1% di questa energia con un efficienza del 10%, ne consegue che possiamo ottenere 10 volte più energia di quanta ne abbiamo oggi; fra le altre cose nella forma conveniente di energia elettrica. Se pensiamo ad aumenti dell'efficienza di conversione, niente ci vieta di pensare alla possibilità di avere anche 50 o 100 volte l'energia che abbiamo adesso, senza impattare sull'agricoltura. Per sempre.

Con tutta questa energia, saremo ricchi o poveri? Ovviamente dipende da quanta gente ci sarà ad utilizzarla. Se la popolazione aumentasse di un fattore dieci, non ci cambierebbe nulla il fatto di avere 10 volte più energia. Ma non si può mangiare l'energia elettrica e il limite della popolazione viene dettato dalle possibilità dell'agricoltura di alimentarla. Non che non si possa utilizzare l'energia elettrica per aiutare l'agricoltura: molte delle cose che si fanno oggi con il petrolio, fertilizzanti, trasporti, lavori agricoli, ecc., si potranno fare un giorno con l'energia elettrica. Ma da qui a portare la popolazione a 60 miliardi di persone, beh, sembra proprio impossibile: ci sono dei limiti pratici a quello che l'agricoltura può fare. Per questa ragione, ci dovremo limitare a dei numeri non troppo diversi dagli attuali.

Quindi, è possibile che la disponibilità di energia elettrica per persona nel mondo futuro sia estremamente abbondante. Negli anni '50 si parlava di "energia tanto a basso costo da non valer nemmeno la pena di farla pagare". Era una promessa correlata all'energia nucleare, ma che non si è mai realizzata. Potrebbe darsi che sarà l'energia rinnovabile a renderla possibile. Intravvediamo dunque un mondo di abbondanza e di stabilità in termini di energia disponibile.

5. Conclusione: l'abbondanza energetica

Nell'Irlanda della metà dell'800 la pioggia era abbondantissima, ma mancavano le patate e si moriva di fame. Così, un mondo di abbondante energia elettrica non è necessariamente un mondo di abbondanza di tutto. Il limite, come abbiamo detto, potrebbe essere la disponibilità alimentare che forzerebbe la popolazione entro limiti ben precisi. Un altro limite sarebbe la disponibilità di materie prime di origine minerale che ci forzerebbe a riciclare tutto in modo addirittura feroce secondo gli standard attuali.

Ma un mondo stabile con abbondante energia elettrica consente di fare cose che un mondo agricolo, altrettanto stabile ma meno ricco, non può realizzare. Potremo continuare a sviluppare i computer e l'intelligenza artificiale, potremo continuare la ricerca scientifica e l'esplorazione dello spazio, potremo continuare nell'impresa di accrescere il sapere umano. L'energia rinnovabile rappresenti la migliore speranza che abbiamo di fermare l'ottovolante delle esplosioni economiche e delle successive crisi che abbiamo visto negli ultimi secoli.

Nel racconto di Kipling, la soluzione al problema del sovrasfruttamento ce l'aveva Mowgli nella sua testa quando diceva: "l'ankus non è buono da mangiare, quindi non serve a niente". Notate che Mowgli non è guidato da alti principi etici in questo suo ragionamento. L'ankus l'aveva scelto un po' perché gli piaceva questa cosa luccicante e un po' perché pensava che la lama gli potesse anche servire. Ma una cosa era sicura: l'ankus non generava feedback per Mowgli che viveva nella foresta. Questo lo metteva al riparo dalla maledizione. Il trucco è tutto li; possiamo farlo anche noi con l'energia rinnovabile.



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Il modello.

Per quelli di voi interessati a queste cose, ecco qui un modello dinamico minimalista, basato su quello di Lotka-Volterra. Si possono fare dei modelli molto più complessi e sofisticati di questo; vedi per esempio quelli sviluppati per lo studio noto in Italia come "I limiti dello sviluppo". Ma i modelli minimalisti hanno il vantaggio di essere "mind-sized" come diceva Seymour Paypert, l'inventore del linguaggio di programmazione "Logo".

Quindi, ecco le due equazioni differenziali che descrivono il modello (scritte un po' alla meglio, l'editore di Google blogger non permette deponenti)

R' = - k1RC
C' = k2RC -k3C

Qui,
R sta per "risorse", C per "capitale" (questi sono gli "stock" nel gergo della dinamica dei sistemi). R' e C' sono la derivata di C e R, ovvero come R e C variano nel tempo (questi sono "flussi" in gergo). k1, k2 e k3 sono delle costanti. Per risolvere questo sistema di equazioni, bisogna assumere un certo valore iniziale maggiore di zero di C e di R. Si vede che la risorsa viene gradualmente esaurita, ma il suo flusso (R', ovvero la produzione) passa per un massimo seguendo una curva che somiglia a quella di Hubbert. Il capitale si accumula, passa anche quello da un massimo ma poi viene dissipato e sparisce.

Nel caso di una risorsa mineraria esauribile, come il petrolio, "
R" è lo stock iniziale di risorsa. La produzione di petrolio, e quindi di energia, è proporzionale a R' e va a zero alla fine del ciclo. Per l'energia rinnovabile, vale lo stesso sistema di equazioni con R corrispondente alla frazione di territorio che si può ricoprire di pannelli FV oppure la frazione di siti adatti per l'eolico o l'idroelettrico. La differenza con il petrolio è che l'energia è proporzionale a (Rmax-R). Quindi, l'energia prodotta non va a zero ma raggiunge un massimo stabile alla conclusione del ciclo.

lunedì, agosto 25, 2008

Perché Geordie fu impiccato

Così lo impiccheranno con una corda d'oro
E' un privilegio raro
Rubò sei cervi dal parco del Re
Vendendoli per denaro.

Fabrizio de Andrè, "Geordie", 1965,

Nella canzone, il conflitto si è risolto a favore del Re, e Geordie è finito impiccato. Potremmo immaginarci una fine diversa, in cui Geordie capeggia una rivoluzione contadina, prende d'assalto il castello e fa tagliare la testa al Re. Dopodiché, viene dichiarata la repubblica il bosco dei cervi diventa proprietà del popolo. Si tagliano gli alberi e si sterminano tutti i cervi. Il popolo decide spontaneamente di usare i ricavi della vendita del legno e della carne di cervo per erigere una gigantesca statua di bronzo a Geordie. Il Soviet supremo, capeggiato da Geordie, istituisce l'agricoltura collettivizzata e fa piantare il grano nell'area che era una volta il bosco dei cervi. I Kulaki che si oppongono alla collettivizzazione vengono sterminati. Le rese agricole calano in ragione del sovrasfruttamento e non corrispondono a quelle stabilite dal piano quinquennale. In risposta, il Soviet supremo fa fucilare i sabotatori e i nemici del popolo. La carestia viene esacerbata dai provvedimenti draconiani del governo che vietano ai contadini di spigolare nei campi incolti. L'erosione dovuta alla deforestazione riduce ulteriormente la resa dei raccolti e causa ulteriore carestia, ma le rivolte sono ferocemente represse e i nemici del popolo impiccati in gran numero. A questo punto, un contadino che scava nel suo orto scopre un pozzo di petrolio. Vende i diritti di sfruttamento a una multinazionale e con i profitti importa cibo dall'estero per nutrire la popolazione. Questa si rivolta in massa contro Geordie e i suoi, li caccia via, abbatte la gigantesca statua di bronzo di Geordie e incorona Re il contadino. Quest'ultimo procede a ripiantare il bosco e introdurvi dei cervi. Chi si azzarda a rubarne uno verrà impiccato con una corda d'oro.


La "Canzone di Geordie" di Fabrizio de Andrè è un adattamento di un'antica canzone popolare inglese. Ne esistono varie versioni, in tutte la forza del testo deriva dal contrasto fra la pena dell'impiccagione e quello che a noi sembra un crimine non grave: il furto di un certo numero di cervi, venduti "per denaro" nella versione italiana mentre in inglese vengono venduti a "Boheny", una città non bene identificata. In tutte le versioni si parla di impiccagione con una "corda d'oro" a indicare la severità della punizione.

Queste ballate popolari di solito hanno una base umana e sociale ben definita e raccontano di conflitti reali, anche se in forma poetica. Così, ci deve essere una tagione se la ballata ci racconta esattamente questa storia e ci deve essere una ragione per la quale rubare "i cervi del parco del re" è un crimine tanto grave da meritare l'impiccagione. Proviamo a ragionarci sopra.

Dal punto di vista dell'economia classica, i cervi sono una risorsa che ha un valore monetario in un'economia di mercato. Se avete studiato economia, vedrete che nei libri di testo si parla di "ditte" o "operatori" che ottimizzano i loro profitti o, detto in modo più formale, "massimizzano la loro funzione utilità". Ma questa ottimizzazione avviene sempre in un contesto in cui un operatore ha il completo controllo dei mezzi con cui produce qualcosa. In altre parole, si lavora in un regime di proprietà privata delle risorse.

Quando si tratta di cervi, però, la cosa si fa più complicata. Di chi sono i cervi che vagano liberamente nei boschi? Nel diritto romano, la selvaggina era definita come "res nullius", cosa di nessuno. Chiunque, in linea di principio, poteva appropriarsene. Oggi, definiamo lo stesso concetto con il termine di risorse di "libero accesso" ("free access"). Il problema delle risorse free access, è che chi le sfrutta non può ottimizzare la produzione a seconda delle condizioni del mercato. In un regime di free access, se ti capita di incontrare un cervo nel bosco, non puoi metterti a ragionare sul suo valore di mercato e se ti conviene ammazzarlo o no. Sai che se non lo ammazzi tu adesso non è detto che lo ritroverai quando sarà più conveniente ammazzarlo e se non lo ritrovi tu lo ammazzerà qualcun altro. Quindi ti conviene ammazzarlo ora, anche se sai bene che il mercato è saturo di cervi e a venderlo non ci guadagnerai quasi niente.

Questo tipo di problemi delle risorse di free access è ben noto in economia fin dagli anni 1950, quando si cominciò a modellizzare la pesca. Si scoprì che c'era una buona ragione per la quale i pescatori sono di solito poveri: non possono ottimizzare la loro produzione. Più tardi, Garrett Hardin descrisse il problema con il nome della "Tragedia dei beni comuni" (the Tragedy of the Commons). Nel linguaggio di Hardin, "beni comuni" aveva lo stesso significato di "risorsa di libero accesso", anche se si riferiva a degli ipotetici pascoli liberi piuttosto che al caso reale dell'industria della pesca.

Il problema delle risorse free access non è solo quello dell'impossibiltà per gli operatori di ottimizzare i loro profitti. E' molto più grave: se, come si diceva, ogni cacciatore trova conveniente ammazzare ogni cervo che incontra, finirà che si ammazzano più cervi di quanto i cervi non si possano riprodurre. Questo vuol dire che si preleva una quantità di risorsa superiore a quella con la quale la risorsa si riproduce. Alla fine, non rimangono più cervi da cacciare. Questo fenomeno si chiama "overshoot" (sovrasfruttamento). E' tipico anche questo della pesca, basti pensare alla caccia alla balena nel secolo XIX che ha sterminato fino quasi all'estinzione le specie cacciate a quell'epoca. Non tutti lo sanno, ma la teoria di Hardin è quella che genera il "Picco di Produzione" che si trova nel caso del petrolio e tante risorse minerarie - ma non approfondiamo qui questo argomento.

In pratica, per evitare l'overshoot non c'è che mettere la risorsa sotto controllo di un'autorità; ovvero privatizzarla o affidarla alla gestione da parte di un'autorità pubblica. Nel caso dei cervi, quello che usiamo oggi è un sistema di quote e licenze stabilite dal governo, accoppiate alla chiusura della caccia per certi periodi. Al tempo di Geordie, i cervi erano proprietà del re, e chi li rubava finiva impiccato. In entrambe i casi, la risorsa non è più "free access". E' stata privatizzata esplicitamente nel caso del parco del re, un po' meno esplicitamente nel caso della gestione moderna della caccia; ma il concetto è quello.

Quindi, capite le ragioni del conflitto che sentiamo descritto nella canzone di Geordie. Il valore economico dei cervi per chi li poteva vendere sul mercato era molto superiore a quello che il re ne poteva trarre tenendoli nel suo parco. In effetti, la storia dell'umanità si può vedere come una serie di conflitti fra chi vedeva le risorse come dei "commons" e chi le vedeva come proprietà privata. E' uno dei temi cari a un certo filone dei film western: la lotta dei contadini che volevano privatizzare la terra, e degli allevatori che volevano tenerla come pascolo "free access". Nel complesso, la gestione delle risorse come "commons" si è rivelata fallimentare nella storia umana, a parte per certe risorse che non si prestano al sovrasfruttamento, (pensate per esempio alla legna nel bosco; è impossibile sovrasfruttarla finché uno si limita a raccogliere rami secchi caduti). Hardin aveva ragione quando parlava di "tragedia dei commons".

Ai nostri tempi, la tragedia dei commons si sta verificando con il petrolio. Questa affermazione farà sobbalzare più di un economista sulla sedia. Ma quale free access? I giacimenti di petrolio sono proprietà privata. Vero, però pensateci sopra un attimo. La proprietà del giacimento esiste solo dal momento in cui viene identificato. Prima di trivellare, non si sa se il petrolio c'è o non c'è in un certo posto. Il mondo è un'unica immensa foresta dove i cervi (i giacimenti di petrolio) si nascondono. Una volta catturato, il cervo è di proprietà del cacciatore, ma finché non si sa dov'è, è una risorsa free access. L'esplorazione petrolifera è un tipico esempio di free access a una risorsa.

Certo, una volta che il petrolio è stato trovato, niente vieterebbe al proprietario di lasciarlo dov'è senza sfruttarlo. Questa è una cosa che non si può fare con un cervo morto, che va a male, ma con un pozzo di petrolio, si. Nella pratica, tuttavia, fino ad oggi tutti i possessori di pozzi di petrolio si sono affrettati a sfruttare i pozzi alla massima velocità possibile, vendendo "per denaro" il petrolio estratto proprio come Geordie aveva fatto con i cervi del parco del re.

Questa strage petrolifera non corrisponde a come gli operatori si dovrebbero comportare secondo la teoria economica corrente. Su questo punto, Harold Hotelling aveva presentato negli anni '30 un suo modello, oggi noto come "La regola di Hotelling". Secondo Hotelling, il possessore di una risorsa non rinnovabile poteva massimizzare la propria funzione utilità estraendo piano piano e sempre meno in vista dell'arrivo futuro di un'altra risorsa (detta "backstop") che avrebbe rimpiazzato quella in uso. Ma non è così che si sono comportati i proprietari dei giacimenti petroliferi fino ad oggi.

Il fallimento della regola di Hotelling applicata ai pozzi del petrolio ha probabilmente a che fare con il postulato di base che Hotelling aveva usato. Hotelling aveva ragionato che un bene vale sempre meno a seconda di quanto è lontano nel tempo il suo godimento (meglio un uovo oggi che una gallina domani). Questa riduzione di valore viene detta "funzione di discount" e, secondo l'economia classica, è un esponenziale negativo. In realtà, sembra che la funzione reale per la maggior parte degli esseri umani scenda in modo molto più ripido di un esponenziale. Quello che è successo è che per gli operatori petroliferi la prospettiva di un esaurimento della possibilità di trovare ulteriore petrolio era sufficientemente lontana nel tempo che il valore dei pozzi in quel futuro era considerato zero. In altre parole, si sono comportati come se pensassero che il petrolio fosse infinito. Quindi, non hanno minimamente pensato a ottimizzare la produzione a lungo termine, come avrebbe voluto Hotelling.

Le cose potrebbero cambiare nel futuro e ci sono evidenti elementi che fanno pensare che i proprietari dei giacimenti stanno cominciando a pensare che non è il caso di estrarre sempre e comunque alla massima velocità possibile. Sta entrando in azione un nuovo meccanismo che non è più quello descritto dai "commons" di Hardin, ma che potrebbe essere proprio quello descritto da Hotelling. Oggi, chi possiede un giacimento, comincia a ragionare che, una volta esaurito, non sarà facile trovarne un altro. Pertanto, comincia a stringere sui rubinetti e a ridurre la velocità di estrazione. Questo non renderà il petrolio infinito, ma è uno dei fattori che causano il picco del petrolio. Potrebbe, fra le altre cose, rendere la discesa del dopo-picco molto più rapida di quella che era stata la salita.

Così, a questo stadio della storia del petrolio, si ricrea il conflitto fra "commons" e privatizzazione; fra Geordie e il Re. I paesi consumatori (Geordie) chiedono a gran voce che si estragga il petrolio (i cervi) e lo si venda "per denaro". I paesi produttori (il Re) non hanno nessuna intenzione di sprecare il loro petrolio (i cervi) in questo modo. E' un conflitto ancora embrionale, ma con l'invasione dell'Iraq può darsi che ne abbiamo visto una prima avvisaglia. E' tutto da vedere chi finirà impiccato alla fine.

domenica, agosto 17, 2008

La tragedia degli anti-commons


I mercatini dell'usato sono un esempio di spazio comune, un "commons" che viene sfruttato per il beneficio di chi compra e di chi vende e anche di tutta la società, che evita i costi dello smaltimento di quello che viene riutilizzato per mezzo del mercatino. Purtroppo, ci sono degli esempi di legislazione recente che, in pratica, li proibiscono. E' il fenomeno degli "anti-commons", ovvero l'interdizione all'accesso a un bene comune con un danno a tutta la società.


Girellando l'altro giorno per Firenze, ho notato come i parcheggi per i residenti ai bordi della strada fossero desolatamente semivuoti. Evidentemente, molta gente è in vacanza. Ma i posti rimasti liberi non sono comunque accessibili ai non residenti. Se ti ci provi, ti becchi una bella multa anche se tutto il resto della strada è vuoto.

Questo è un piccolo esempio del problema degli "anti-commons". Vi ricorderete che Garrett Hardin, nel 1966, aveva pubblicato il suo saggio dal titolo "la tragedia dei commons", ovvero "la tragedia dei beni comuni". La tragedia di cui parlava Hardin è dovuta al fatto che quando certe risorse costano troppo poco, o addirittura sono "di libero accesso", si tende a sovrastruttarle e, alla fine, a distruggerle.

Questo è, evidentemente, quello che è successo per la maggior parte delle strade e dei parcheggi delle città storiche italiane. Fino a non molto tempo fa, parcheggi e strade erano di libero accesso a tutti e questo ha portato a un bel disastro di inquinamento e congestione. Oggi, ovunque, si cerca di rimediare mettendo tariffe e bloccando l'accesso ai parcheggi e alle strade ai non-residenti. L'unico modo per evitare la tragedia dei commons, in effetti, è privatizzarli; è quello che si fa per i parcheggi "solo per residenti".

Peraltro, si può anche esagerare e cadere nell'eccesso opposto: quello della tragedia degli anti-commons. Ovvero, bloccare artificialmente l'accesso a un bene e quindi sotto-sfruttarlo. La questione dei parcheggi vuoti non è una tragedia e si risolverà ben presto con il ritorno dalle ferie. Ma ci sono esempi ben peggiori e, in Italia, la tragedia degli anti-commons si esplicita più che altro con la gestione delle "materie seconde", ovvero di tutto quello che si può riciclare o riusare.

Le leggi che riguardano i rifiuti sono tali da impedire ogni tentativo di iniziativa privata per recuperare quello che è ancora recuperabile. Il "commons" dei rifiuti è monopolizzato e inaccessibile a chi ci volesse provare. E' recente la segnalazione dal movimento impatto zero (MIZ) di una legge regionale approvata in Emilia-Romagna che, nella pratica, rende impossibile organizzare mercatini di merce di seconda mano. E' una classica tragedia degli anti-commons che impedisce ai privati di accedere al "commons" della merce riutilizzabile. Il risultato è una perdita netta per tutta la società che è costretta a buttar via (a un costo) oggetti che potrebbero essere riutilizzati e che, invece, bisogna produrre un'altra volta (a un'ulteriore costo).

Questo tipo di legislazione ci fa ricordare la teoria della stupidità, del compianto professor Carlo Maria Cipolla. Secondo cipolla, gli stupidi sono quelli che nel far danno agli altri non ne ottengono alcun vantaggio personale. E' la stessa cosa per questo provvedimento, che danneggia indiscriminatamente tutti quanti.

Perché queste leggi? Sembra che siamo soffocati da un iper-regolazione legislativa che è concepita soltanto per bloccare le iniziative che potrebbero aiutarci a uscire dalla difficile situazione in cui ci troviamo. Mi viene in mente l'interpretazione di Tainter del collasso delle società complesse. Secondo lui, collassano perché diventano troppo complesse; ovvero soffrono di iper-regolazione, diventano troppo rigide e poi non sono più in grado di adattarsi ai cambiamenti. Beh, non vi fa venire in mente qualcosa?