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venerdì, settembre 24, 2010

Il suolo minacciato

Tra le risorse limitate del pianeta c'è anche il suolo. Spesso ce ne dimentichiamo, preferendo concentrare la nostra attenzione sulle risorse energetiche, ma il piccolo strato fertile superficiale esistente sulla Terra, consente l'alimentazione, quindi la sopravvivenza, dell'uomo e di molte specie animali.
Allora, fa bene Nicola Dall'Olio a ricordarcelo con il bel film "Il suolo minacciato", che partecipa a questo festival virtuale http://www.viaemiliadocfest.tv/index.php in cui è possibile visionare tutti i lavori in concorso e votare entro il prossimo 29 Settembre, se vi dovesse piacere, quello che vi ho ora brevemente presentato. Buona visione.

mercoledì, febbraio 24, 2010

Il consumo del territorio


"Il suolo minacciato" Un film di Nicola dall'Olio in distribuzione in questi giorni.


Tempo fa, mi ricordo di aver parlato con l'assessore all'urbanistica di un comune toscano. Gli ho detto "Ma non ti sembra che sia tempo di smettere di fare villette a schiera? Non lo vedi che il mercato immobiliare sta crollando?" Lui mi ha guardato con quel sorriso obliquo che, traslato in parole, vuol dire "io sono più furbo di te!" Poi mi ha risposto, "Lo hanno detto tante volte che il mercato immobiliare doveva crollare e poi è sempre salito."

Questo bravo assessore fa il paio con quello che, una volta, disse pubblicamente a Luca Mercalli che "non posso pensare a un mondo diverso dall'attuale." 

Il caso della cementificazione del territorio è quello forse più evidente della nostra incapacità di guardare il futuro ad appena un centimetro più in la del nostro naso. In altri campi, magari si può anche capire che uno possa essere confuso: per il petrolio sono pochi quelli che seguono i dati della produzione e le stime delle riserve; per il clima ci manca la percezione diretta dei cambiamenti epocali che stanno accadendo su questo pianeta (in effetti, basterebbe un viaggetto a Courmayer per rendersi conto del ritiro dei ghiacciai, ma non tutti lo fanno).

Ma per quanto riguarda il consumo del territorio, ce lo abbiamo tutti davanti agli occhi: ci sono dappertutto capannoni vuoti, appartamenti sfitti, eppure si continua a costruire a ritmo forsennato: le periferie sono piene ovunque di gru e cantieri. Al massimo, c'è chi teorizza che dobbiamo metterci a costruire case "ecologiche". Ma com'è possibile che non ci si renda conto che il territorio non è infinito? Che stiamo distruggendo una risorsa limitata, il suolo fertile, che non sarà poi possibile ripristinare per migliaia di anni almeno?

Il futuro ha un suo modo di impadronirsi della realtà e - sfortunatamente per gli assessori all'urbanistica - il destino delle villette a schiera è segnato. Solo, dovremo sbatterci la testa contro prima di accorgerci che la realtà è molto più dura della fantasia. Per questo, ci vorrà ancora qualche tempo. Non so se si parla di mesi o di anni, ma in un paese in crollo economico verticale come siamo noi, l'industria edilizia deve prima o poi fare la fine di quella delle macchine a vapore e dei regoli calcolatori. 

Tuttavia, c'è chi cerca di anticipare un po' le cose e di provare a vedere se si riesce a fermarsi - o perlomeno a rallentare - prima di andare a sbattere nel muro. Questo lo sta facendo Nicola dall'Olio, geologo e membro di ASPO-Italia, che ha diretto l'ottimo film "il suolo minacciato". 

E' un film-denuncia che prende in considerazione principalmente la cosiddetta "food-valley", la zona dell'Emilia che produce alimentari di qualità e che, ciononostante, viene lo stesso ricoperta di capannoni. E' una visione che ti far venir voglia di gridare "Smettetela di fare capannoni, non lo vedete che state distruggendo la terra che ci da da mangiare?"

Quello che è stato distrutto, purtroppo, è stato distrutto. Ma forse c'è ancora tempo in Italia per una piccola rivoluzione culturale che ci porti a fermare, o perlomeno a rallentare questo disastro. 

Il film è in distribuzione, per informazioni connettetevi al sito http://www.ilsuolominacciato.it/

sabato, febbraio 13, 2010

Il picco del suolo fertile



Esce oggi su "The Oil Drum" un commento di Ugo Bardi sul libro di  David R. Montgomery "Dirt - the erosion of civilizations."

Il libro di Montgomery è un altro di quelli che vanno a colpire quelle che alle volte ci erano parse certezze; ovvero che l'agricoltura sia una tecnologia rinnovabile. Non lo è. Non si può continuare a produrre per sempre dalla stessa area a meno che non si prendano delle precauzioni estremamente rigorose che in ben pochi periodi storici sono state prese; meno che mai nel nostro. Il suolo si rinnova, si, ma in tempi molto lunghi e se viene sovrasfruttato oltre un certo limite sparisce per sempre - perlomeno sulla scala umana dei tempi.

Montgomery dimostra, per esempio, come una delle concause della caduta dell'Impero Romano sia stata l'erosione e la distruzione del suolo fertile, un argomento che avevo discusso anche in un mio post precedente sull'impero romano, "Peak Civilization".

Vediamo dal libro che la storia dell'agricoltura non è molto diversa da quella dell'industria petrolifera. In entrambe i casi vediamo la progressiva sparizione di una risorsa che aveva impiegato millenni (suolo) o milioni di anni (petrolio) per formarsi. Il ciclo del petrolio dura da un secolo e mezzo, quello del suolo fertile da alcuni millenni. Ma in tutti e due i casi siamo al limite della capacità di incrementare ancora la produzione. Da ora in poi, saremo in discesa.

Certo, il suolo potrebbe essere protetto e gestito in modo tale da rinnovarsi. E' possibile, ma non lo stiamo facendo; anzi, lo stiamo sovrasfruttando sempre di più. Il libro di Montgomery ci da un quadro agghiacciante della rovina del territorio agricolo degli Stati Uniti che oggi continua a produrre soltanto con l'impiego massiccio di fertilizzanti che derivano dai combustibili fossili. Per quanto ancora l'America potrà essere il "granaio del mondo" è difficile dire, ma sicuramente non per molto a lungo ancora. L'ultima rovina che si è abbattuta sull'agricoltura americana è stata la coltivazione distruttiva di quello che chiamiamo "biocombustibili" che alcuni si ostinano a considerare risorse "rinnovabili".

(per un ulteriore discussione sull'agricoltura romana, si veda questo post di Eugenio Saraceno)