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venerdì, ottobre 03, 2008

Confessioni di un Pubblicitario Aspista.





created by David Conti


[pubblicitario e aspista]


(Se amate leggere con un sottofondo musicale, suggerisco Mad World di Gary Jules)

Anno 2020, Roma è una città diversa da come ce la ricordavamo nell'ormai lontano 2008. Niente ingorghi sul lungotevere o sulle consolari in entrata, insomma "se score", per dirla in romanesco come un fortunato personaggio interpretato da Carlo Verdone. In base all'ultimo censimento effettuato l'anno precedente, quasi un milione di persone hanno lasciato la città eterna per trasferirsi definitivamente nelle non più piccole città di provincia, un fenomeno che molti definiscono "la grande contro-migrazione dell'Italia moderna". I tanti rimasti nell'urbe si arrangiano come possono, più che altro con lavori saltuari e occasionali, nonostante la svalutazione dell'Euro, il timido ritorno della Lira come moneta alternativa, l'inflazione galoppante ed i black-out, sempre più frequenti. Le ville comunali, un tempo mete di pic-nic domenicali, sono state ribattezzate "orti comunali", visto che la vecchia dicitura "orti di guerra", a livello di marketing non era molto spendibile. All'aeroporto di Fiumicino ormai i pochi voli in arrivo provengono quasi esclusivamente da paesi arabi e dalle ex repubbliche sovietiche, scaricando centinaia di Mohamed e Igor con famiglie al seguito, intenti nell'affrontare il loro "Grand Tour" in un Europa che definire decadente è poco.

Il sottoscritto, lasciata Roma da qualche anno, per "rifugiarsi" con la famiglia nella sua eco-villetta di campagna, ogni tanto vi ritorna per salutare i suoi genitori. Il primo approccio con la città è stato tramite la cara, vecchia, stazione Termini. E' stato un piacere rivederla com'era un tempo, prima della sbornia consumistica del 2000. Dove prima c'erano cartelloni pubblicitari sistemati in ogni anfratto visibile, ora rimangono solo le policromie dei bellissimi marmi che i progettisti d'epoca fascista prima, e repubblicana poi, fecero arrivare da ogni angolo del paese. Il viaggio, piacevole a prescindere, essendo stato fatto in treno è durato un paio d'ore più del previsto, vista la sosta forzata a Frosinone, quando la motrice del Minuetto a causa del black-out è stata costretta a passare all'alimentazione a gasolio. E' un segno dei tempi, credo. Più passa il tempo, più i ritardi dei treni aumentano, forse nel 22o secolo organizzeranno le cuccette dalla Campania a Roma.

Ritornando alla mia rimpatriata romana, presa la mia bici a noleggio direttamente in stazione, mi faccio prendere dalla nostalgia e opto per una deviazione verso una delle più belle piazze di Roma, una volta sede dell'agenzia pubblicitaria nella quale lavoravo fino a qualche anno fa. E' bastato un caffé pagato a farmi entrare nelle grazie del portiere che mi concede così un furtivo ingresso negli uffici deserti, in attesa di chissà quale nuovo utilizzo... sempre se ne avranno ancora uno. Tutto ciò che poteva avere un valore, è stato portato via, venduto, o rubato, fa poca differenza, in quei corridoi spogli, la mente inizia a viaggiare a ritroso, verso il 2008, quando un copywriter, fra una capatina su Petrolio e una su Energy Bulletin, con il lobo destro si alambiccava per decantare le lodi di un motore Euro4 o delle offerte irresistibili di una compagnia aerea nazionale ormai presente solo sui libri di storia, mentre con il sinistro ragionavo su permacultura e solare termico. Mi ricordo che fu proprio in quel periodo che il vento iniziò a cambiare. Ogni settimana una e-mail di un collega annunciava la sua partenza verso altri lidi lavorativi, i dirigenti ci comunicavano che per un paio di venerdì al mese l'agenzia sarebbe stata chiusa "in forma eccezionale", senza fornire ulteriori spiegazioni.

Me li ricordo ancora benissimo i miei colleghi, gli account, quelli che fungevano da raccordo fra i clienti e noi creativi, impegnati giorno dopo giorno a scrivere pagine e pagine di "brief" nelle quali si dannavano per farci capire (senza mai riuscirci veramente) cosa intendeva il cliente, cosa voleva comunicare. Me li ricordo, con quelle espressioni serie, dove riscontravo nei loro occhi un qualcosa che si avvicinava alla passione, al trasporto per un lavoro che, e questo lo sapevo solo io, era destinato a scomparire gradualmente. E mentre mi ritrovavo costretto ad annuire annoiato le loro filippiche, avrei avuto una voglia di matta di ridergli in faccia e spiegargli così tutta l'assurdità di quel teatrino. Con i miei colleghi creativi mi ci trovavo sempre bene, davvero. Era piacevole passare giornate a ridere e scherzare, parlando di ogni scibile umano, convinti che in qualsiasi momento l'idea buona per "quel" prodotto sarebbe potuta uscire. Ma questa cosa l'ho sempre vissuta con un certo disincanto, come se io fossi una comparsa, circondata da decine e decine di protagonisti assolutamente inconsapevoli della realtà che li circondava, come una sorta di Truman Show al contrario. E' pur vero che ogni tanto mi divertivo a buttar lì il discorso sul Picco prossimo venturo, parlare di crisi economica, aziende che muoiono come mosche, con le agenzie pubblicitarie come il classico canarino nella miniera. A quelli che avevano la fortuna di avere familiari nei piccoli paesi dell'entroterra, preconizzavo loro il futuro di un mesto "ritorno alla terra", lontano anni luce dalle presentazioni creative a Zurigo e dalle ore passate su Facebook. Erano ami che lanciavo nella speranza di poter portare qualcuno di loro "al lato oscuro" del Picco. Niente. La loro percezione non andava oltre quella di una crisi economica "normale", parte di un ciclo che nel bene e nel male, sarebbe comunque coinciso con un rassicurante "status-quo".

La mia ultima pubblicità risale al 2013, quella di una macchina francese che prometteva di fare "50 chilometri in un sorso". Già allora molti creativi si sono persi per strada, e magari, chissà, forse qualcuno di loro continua ancora oggi a svolgere questa professione, magari per un artigiano di scarpe, o un rivenditore di auto usate. Si può dire comunque che io sia stato uno degli ultimi "a spegnere la luce", quando nel 2014 anche il nostro ultimo cliente di un certo peso, una linea aerea disgraziata nata dalle ceneri di un'altra ancora più disgraziata chiuse i battenti con un ultimo sgangherato A320 da spolpare di parti metalliche ancora utilissime. Oggi di quel mondo non rimane più niente, ed io me ne sto lì, in mezzo a quel corridoio, pensieroso, con un magone pesantissimo addosso ed i ricordi che tornano al 2008, l'anno dell'inizio del crollo. Chiudo il portone, saluto il portiere, rimonto in sella, per non tornare mai più.

Anno 2008. Sarà il lunedì, sarà che sono appena rientrato da una piacevole settimana di ferie, ma oggi mi sentivo particolarmente malinconico, tanto da raccontare una prospettiva romanzata della visione del futuro fatta dall'unico pubblicitario Socio di ASPO. (Sfido a trovarne un altro e se ci fosse, mi piacerebbe incontrarlo personalmente). Probabilmente, in pochi altri luoghi si respira un clima di illusione come in un agenzia pubblicitaria. Un luogo dinamico, giovanile, anche divertente, dove l'ottimismo viene sparso a quattro mani come se fosse una dotazione obbligatoria, per citare come mi piace sempre fare Kunstler, dove la "psicologia dell'investimento precedente" non consente a chi ci lavora di capire quanto è veramente profondo l'abisso.

Qualcosa però sta cambiando anche da noi e si vede. Poco lavoro, gente che inizia a guardarsi intorno alla ricerca di qualche lavoro diverso, giorni di chiusura imposti e un senso di sfiducia nel futuro che inizia lentamente ad attecchire anche qui. Proprio mentre sto finendo di scrivere questo pezzo, un mio collega si appresta a fare il grande salto, in partenza per la filiale svizzera con l'obiettivo ultimo del grande salto transatlantico nell'ufficio newyorchese. In bocca al lupo Max, in bocca al lupo a tutti loro.