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giovedì, novembre 10, 2011

Un Racconto Personale. La Guerra del Libano e l’Analogia al Post-Picco



Scritto da Toufic El Asmar - Vice Presidente Aspoitalia


Tutti descrivono il Libano come la “Svizzera del Medio Oriente” pensando ad un paese con una natura ed un paesaggio simili a quelli Svizzeri. Paesaggisticamente il Libano è molto bello, caratterizzato da una popolazione per la maggior parte ospitale, generosa, che ama divertirsi. Ma il paragone con la Svizzera riguardava e riguarda ancora il sistema bancario che è segreto, solido e che assicura interessi attraenti per gli investitori. I problemi erano tanti e la guerra non iniziò per caso ma era il risultato di una serie di fatti geopolitici, economici, energetici, politici, sociali. Una situazione sempre più esplosiva che tutti ignoravano o facevano finta di nulla o negavano, malgrado i richiami di qualche Cassandra. Vorrei con questo racconto rendervi partecipi delle mie esperienze di vita, vissute per un lungo periodo, in un contesto di grandi crisi che potrei paragonare per similitudine ad una probabile crisi post-picco e di shortage o carenza di beni e mezzi essenziali per il nostro benessere. Dalla mia nascita nel 1964 fino alla fine dell’estate 1984, vissi con i miei genitori, due fratelli e una sorella, a Beirut in un quartiere che era considerato uno dei migliori di tutta la città. Abitavamo in un appartamento grande, al secondo piano di un palazzo alto 6 piani. In quel quartieri troviamo ancora una chiesa ed una moschea, e la convivenza tra cristiani e musulmani non si era mai incrinata (salvo un paio di cretini di quel tempo).

Beirut, Martedì 15 Aprile 1975, data ufficiale di inizio della guerra in Libano: in quel cadevano i primi morti. Si è trattato di una guerra che durò, ufficialmente, fino al 13 Ottobre 1990 durante la quale una popolazione di 3,5 milioni di abitanti ha dovuto adattarsi a moltissime privazioni come l’assenza, per settimane intere o anche mesi, dell’energia elettrica, la difficoltà di reperire generi alimentari, il gas per cucinare, l’acqua e tante altre necessità . Durante quell’anno, il 1975, avevo 11 anni e non realizzavo ancora quello che stava succedendo; ma pian piano le notizie che ci giungevano via radio oppure per sentito dire, ci rivelavano la dimensione del dramma.

Per tutto il periodo che andava dall’estate del 1975 fino al 1977 circa, la radio diffondeva informazioni particolari sulla viabilità e la sicurezza delle strade Non come quelle di Isoradio ma ci informava su quali strade erano sicure e percorribili, quali erano insicure ma percorribili e quali da non prendere in nessun caso dato che la presenza di cecchini o combattimenti, ma anche la frequenza o meno di rapimenti, le rendevano estremamente pericolose. Dunque, malgrado le prime battaglie, nella maggior parte di Beirut e del Libano, la vita andava avanti come sempre, nel senso che c’era ancora benzina, elettricità, pane, uova, acqua, ecc. Potevamo ancora fare il bagno o la doccia, lavare i piatti e bere acqua dalla cannella. L’ascensore funzionava e la fornitura delle bombole del gas (per la cucina) era regolare; anche l’olio per il riscaldamento centrale ci arrivava regolarmente. I voli della MEA (Middle East Airlines) la compagnia di bandiera libanese e le altre continuavano a volare sopra le nostre teste durante le loro manovre di atterraggio verso l’aeroporto di Beirut. Tutto questo non durò a lungo. A man mano che le battaglie andavano avanti e si intensificavano, i problemi iniziavano ad emergere. L’inasprimento degli scontri militari e politici oltre a morti e danni, causarono i primi blackout, che furono seguiti da altri, finché le centrali elettriche non fu fortemente danneggiate (anche oggi l’erogazione dell’energia elettriche avviene ogni 6 – 12 ore a fasce orarie e per aree geografiche). Le forniture di carburante, gas, olio ed altri beni iniziarono a diminuire fino a cessare del tutto quando la situazione diventava completamente fuori controllo. I trasporti merci via terra (attraverso la Siria), cielo e mare erano stati per lungo tempo bloccati; il porto di Beirut fu completamente razziato dalle milizie mentre la stessa sorte toccò all’aeroporto per mano delle forze siriane o israeliane di occupazione. Il settore turistico è fallito e nel cuore di Beirut, nella famosa via delle Banche, nella via Sursok, e in tutto il centro storico e commerciale della Capitale, distruzioni, sciacallaggii, devastazioni avevano annientato il famoso tessuto economico e commerciale del Paese. Troppe persone si trovarono senza lavoro, i conti correnti furono svuotati dai ladri, la borsa distrutta.

Dunque in sintesi abbiamo vissuto una situazione molto simile a quella che potremmo vivere tra qualche anno qualora si verificassero le previsioni di Cassandra: “crisi energetica determinata da prezzi proibitivi del petrolio, una situazione economica e finanziaria deflagrata, esaurimento della maggior parte dei minerali, diminuzione delle terre produttive, produzione agricola deficitaria, trasporti merci a lunga distanza costosissimi e proibitivi, guerre e insicurezze. A questi dobbiamo aggiungere i problemi ambientali e climatici dovuti ai Cambiamenti Climatici, con l’incremento dell’intensità e la frequenza dei fenomeni anomali come le siccità prolungate, le inondazioni e le temperature molto elevate o molto basse a seconda della stagione.

Adattarsi o andare via, come vivere in condizioni di shortage?
In queste condizioni di caos estremo i Libanesi hanno dovuto scegliere e tale scelta non poteva essere facile ne immediata: andare via vuol dire cercare rifugio in altri parti del Paese con i rischio di ritrovarsi la guerra di nuovo in casa; cambiare Paese vuol dire ripartire da capo e questo lo poteva fare solo chi aveva soldi e forza sufficiente; rimanere voleva dire prima di tutto adattarsi psicologicamente oppure fare parte dei miliziani e di coloro che hanno devastato la Nazione a torto o a ragione. Noi e tanti altri avevamo scelto di rimanere. La capacità di adattarsi alla nuova situazione voleva dire sopravvivere. Dunque bisognava prima di tutto modulare la propria psicologia accettando la situazione e creare tutte le condizioni necessarie per poter continuare a vivere in modo “normale”.
I problemi da risolvere erano:
- Assicurarsi il cibo, l’acqua potabile, e la conservazione del cibo
- Assicurarsi l’energia per Cucinare
- Trovare acqua per l’igiene del corpo e per le faccende della casa
- Illuminarsi le nottate
- Disfarsi dei rifiuti
- Procurarsi medicine e sapone
- Muoversi entro e fuori la città quando era necessario
- Curare la mente e assicurare l’educazione
- Riscaldarsi d’inverno e rinfrescarsi d’estate
Più o meno gli stessi problemi da risolvere in caso di carenza di risorse?
Esistono a mio parere almeno tre fasi di adattamento: la prima è quella più acuta, quando si verifica un evento improvviso, catastrofico, e/o estremo. Durante questa fase di emergenza cerchiamo prima di tutto di assorbire il danno, e trovare i mezzi per sopravvivere. La seconda fase è quella di adattamento, è una fase di passaggio dall’emergenza alla quasi normalità durante la quale ci organizziamo meglio e ci rendiamo conto di tutti i pro e i contro delle nostre scelte. La terza fase è di mitigazione degli effetti dell’evento disastroso e la ricerca delle soluzioni più all’avanguardia capaci di portarci ad una situazione simile a quella normale di pre-crisi. La durata delle fasi è variabile e dipende da molti fattori. Quello che conta è la nostra capacità di adeguarci, organizzarci e soprattutto di prevenzione.

Vivere la crisi e superarla nel miglior modo possibile
La guerra in Libano era durata circa 16 anni (Aprile 1975 – Ottobre 1991) con alti e bassi, cioè momenti di estrema violenza (come ad esempio la guerra dei 100 giorni durante i quali Beirut ed altre aree del Libano furono bombardati in maniera intense e senza sosta) e momenti di calma relativa dovuta all’instaurarsi di una situazione di status quo. I periodi di massima intensità erano caratterizzati da situazioni di grande difficoltà e mancanza quasi totale di qualsiasi elemento di benessere. Andare fuori per comprarsi il cibo, portare l’acqua o cercare le candele per illuminare le stanze durante la notte era estremamente pericoloso. Durante i periodi di calma, le cose andavano meglio. Tuttavia nei momenti più duri la gente diventava più solidale e disponibile.
Quando veniva a mancare la corrente elettrica (avevamo conosciuto blackout lunghi anche un anno) i disagi erano molteplici:
- Il frigorifero spento: il cibo si deteriora, non si può più conservare nulla soprattutto durante l’estate, e non si può bere acqua fredda. Quando si era fortunati arrivava nel nostro quartiere un venditore di cubi di ghiaccio del peso di circa 5 kg che facevamo tagliare e poi mettevamo nel freezer per conservare la carne per almeno 2 giorni. Comunque il cibo non rimaneva a lungo lo consumavamo velocemente.
- L’ascensore fermo: Beh c’era ben poco da fare, tutti a piedi su e giù (il lato buono è che si facevano esercizio e si rimaneva in forma). Il problema era maggiore per vecchi e per trasportare roba pesante. Una cosa positiva delle crisi è che aumenta la solidarietà e la coesione tra i vicini e gli abitanti dello stesso quartiere: io ti aiuto e ti difendo perché mi aspetto che tu faccia lo stesso per me.
- La notte si rimaneva al buio: mi ricordo il buoi pesto delle strade durante la notte, le grida di gioia e gli applausi della gente quando veniva ripristinata. Le candele erano state le nostre compagne per molte notti. La notte era un momento particolare, affascinante e anche quando i combattimenti ed i bombardamenti si intensificavano, la notte era anche paura. Di notte, le città vuote (le macchine circolavano raramente, e la gente si rintanava in casa propria) sono come le stanze vuote, amplificano i suoni (puoi sentire i passi provenienti da lontano, o il rombo delle bombe) e tutto ciò diventa inquietante o affascinante quando sei sul balcone, d’estate o in case d’inverno alla luce fioca delle candele: mi tornano in mente le serate che passavano i miei genitori insieme ai vicini che giocavano a carte fino a notte tardi, oppure quasi tutti i vicini del palazzo, che si rifugiavano a casa nostra durante i bombardamenti, dormivamo in 10 o più nella stessa stanza. Negli anni ottanta passammo dalle candele (fase acuta o di emergenza della crisi) alle lampade ad olio poi a quelle a benzina (fase transitoria), infine dalla metà degli ottanta, ai generatori elettrici (fase di quasi normalità). Comunque questi generatori non servivano granché quando mancavano le forniture di combustibili.
- Le pompe dell’acqua erano ferme, dunque era impossibile fare salire l’acqua verso i piani superiori. Le soluzioni adottate erano diverse, la più comoda era quella di approfittare dei rari momenti di ritorno della fornitura di acqua per riempire la vasca del bagno e creare cosi dei depositi di acqua dentro casa. Ma non sempre questo era sufficiente per cui si andava un po’ tutti verso un area dove si distribuiva l’acqua alla gente o dove c’è un pozzo di acqua (Beirut è ricchissima di pozzi d’acqua di falda: purtroppo oggi la maggior parte di questa acqua si è mescolata con quella del mare). Ciascuno di noi portava dunque due secchi a testa, li riempiva di acqua (potabile o meno a seconda delle esigenze) e si riportavano a casa (lungo le scale). L’acqua potabile veniva messa in contenitori sterilizzati, mentre l’altra messa nelle vasche da bagno. Per lavarci ci si aiutava, con il catino e cercando di usarne il meno possibile, questa è decisamente la soluzione migliore per economizzare.
- Per cucinare ci si affidava ai venditori delle bombole del gas, ma per lungo tempo avevamo usato anche i fornelli a petrolio simili a quelli da campeggio ma più grandi. Quando i rifornimenti di bombole di gas erano possibili ne compravamo 3 o 4 di scorta che lasciavamo sul balcone.
- Mi ricordo mio padre insieme a mio zio che compravano sacchi di farina da 50 kg, la scorta era d’obbligo. Molto del cibo come verdura e frutta, uova e carne di pollo, lo produceva mia nonna che aveva un bell’orto molto ricco. Mia nonna insieme alle sue amiche-vicine, si alzavano alle quattro la mattina e preparavano il pane libanese. La cosa buona del pane libanese è che si conserva a lungo. Dunque il pane non mancava se si riusciva a farlo in casa. Il problema era avere la farina e questa nei momenti di intensi combattimenti non arrivava più. Sicuramente la carne era più difficile da trovare, e mia nonna (che aveva vissuto la fame durante la prima guerra mondiale) sapeva come organizzare e ovviare alle mancanze sicché c’era sempre qualche pietanza a base di grano, riso, legumi, e verdure di vario tipo. Ovviamente la carne di pollo veniva lasciata per la domenica e le occasioni importante. Era mia nonna che sapeva uccidere i polli che poi cucinava per un esercito di persone (minimo 15 persone durante la settimana e più di 20 durante la domenica).
- Per quanto riguarda il trasporto, la mia famiglia non possedeva una macchina quindi ci si spostava raramente su lunghe distanze (magari quando si doveva scappare da Beirut). Tuttavia durante i momenti di scarsità di petrolio (cioè quando la situazione era molto calda) la gente faceva delle file lunghissime (qualche volta ci scappava il morto). A dire la verità nei momenti di calma il traffico si intensificava, le persone andavano al lavoro e i Libanesi hanno sempre dimostrato di essere persone molto attive, caparbie ottimiste. Appena cessavano i bombardamenti o i combattimenti si rimettevano subito a pulire e ricostruire perché la vita deve andare avanti.

Cosa riserverà il futuro?
All’inizio nessun libanese aveva capito a fondo cosa stesse succedendo; il passaggio dall’emergenza alla stabilità aveva seguito il percorso degli eventi e quasi tutti hanno vissuto alla giornata. La capacità di adattamento dipende molto dall’istinto di sopravvivenza e dall’avere comunque e sempre una certa dose di ottimismo. Allo scoccare della mezzanotte di ogni Capo d’Anno tutti ci dicevamo che è finita tanto, peggio di cosi non potrebbe andare, speriamo che il prossimo anno ci porti la pace e la tranquillità. Non sempre è stato cosi, ma è stato sufficiente per andare avanti.
Il Libano oggi continua a trovarsi in una situazione delicata, esso è completamente influenzato dalle crisi regionali. A queste vanno aggiunte la sua quasi totale dipendenza dalle importazioni di materie prime e cibo, la sua produzione agricola interna non è sufficiente ed i terreni produttivi sono drasticamente diminuiti. Il 98% delle sue necessità energetiche dipendono dal Petrolio, il rimanente 2% da un po’ di idroelettrico, geotermico e qualche impianto fotovoltaico e un paio di piccolo eolico. I cambiamenti climatici hanno allungato la stagione siccitosa, il Paese era caratterizzato da un alternarsi di 6 mesi di sole a 6 mesi di piogge con il picco durante il periodo Dicembre – Marzo. Essendo la montagna più alta del Medio Oriente, il Libano (il nome proviene dalla parola Laban, che in fenicio vuol dire bianco, perché nel passato le sue cime più alte (fino a 3018 m erano sempre bianche. Purtroppo il ghiacciaio è scomparso), ha ancora la fortuna di essere un enorme serbatoio di acqua che però non può sfruttare pienamente dal momento che i suoi vicini Israele e Siria non glielo permettono. Staremo a vedere, intanto è l’Italia che si trova sotto le piogge torrenziali.

giovedì, agosto 05, 2010

Per un paio di alberi

Due giorni fa scoppiarono feroci sparatorie tra l'esercito Libanese e quello Israeliano. Il tutto e' iniziato quando gli Israeliani avevano violato il confine per tagliare tre alberi (gli ultimi 3 rimasti in quel punto) per questioni di sicurezza (secondo loro). Non avendo coordinato tale attivita' con le forze dell'ONU, i soldati Libanesi volendolo ricordare al vicino (sempre invasore) sparano alcuni colpi in aria, gli Israeliani rispondono con colpi di cannone dal Merkava, ammazzono due soldati ed un giornalista, lanciano una bomba al fosforo bianco che ha bruciato dei terreni agricoli e attaccano altre postazioni libanesi con gli elicotteri Apache. L'esercito Libanese risponde con i pochi e insufficienti mezzi a sua disposizione .... fucili d'assalto e RPG, ammazano un alto ufficiale Israeliano e ne feriscono un secondo. Questa era la cronaca.


Il fatto e' che tutto sto sangue per un albero, l'UNICO tra l'altro, che poi il giorno dopo e' stato comunque sradicato (oltre ad altri due). La foto seguente mostra i due confini: a destra quello Israeliano - Palestinese VERDE pieno di arbusti, boscaglia e alberi; a sinistra quello Libanese ormai arido (alberi, arbusti, oliveti, agrumi, etc... sono sempre stati distrutti ad ogni invasione Israeliana) .......... vedete anche la gru israeliana che sta sradicando la pianta.


(fonte immagine: Quotidiano www.alnahar.com)

sabato, giugno 06, 2009

Eppure vorrei rimanere ottimista

Per me che ho la doppia cittadinanza (Italiana e Libanese) oggi sabato 6 giugno e domani Domenica 7 giugno 2009, sono due giornate importantissime. Oggi, perché si vota il nuovo Parlamento Europeo e le amministrative Italiane. Domani, perché si vota il rinnovo del Parlamento Libanese. Direte e che c'è di tanto importante?

Partiamo dal Libano: Domenica si svolgeranno le prime elezioni legislative "Libere" nel vero senso della parola. Per la prima volta i Libanesi esprimeranno il loro voto senza la presenza di truppe di occupazione Siriane. Tuttavia, la scelta di chi vincerà e avrà la maggioranza nel Parlamento sarà di capitale importanza se non drammatica nella costituzione del nuove Governo del Libano e delle sue scelte strategiche nazionali e regionali. Ci sono due schieramenti: Lo schieramento detto "8 Marzo" guidato dal Hezbollah, sostenuto dal generale Michel Aoun (ex capo delle Forze Armate, ex primo ministro (1988 - 1990) ed ex nemico giurato dei Siriani) e tutti i gruppi filo Siriani e filo Iran degli Ayatollah e di Ahmadinajad. Mentre lo schieramento antagonista chiamato "14 Marzo" guidato dal figlio del primo ministro Libanese assassinato nel 2005, (Rafic El Hariri), dalle Forze Libanesi ed altri partiti Maroniti, dai drusi di Joumblat ecc, ossia da tutto lo schieramento che nel 14 Marzo 2005 scese in piazza e manifestò contro i Siriani e contro la manifestazione pro Siriana che si era svolta nell' 8 di Marzo dello stesso anno (ecco da dove vengono entrambi gli acronimi).
Nel caso dovesse vincere lo schieramento pro Siria-Iran, sono più che convinto che andremo incontro ad ulteriori periodi di tensione in quanto l'Iran avrà consolidato la sua influenza in Medio Oriente, soprattutto alla frontiera nord di Israele, con tutti i rischi che ciò potrebbe comportare (non dimentichiamo che Hezbollah rimane l'unica milizia super armata con missili di corto, medio e lungo raggio); nel caso dovesse vincere lo schieramento moderato (opposto ai Siriani ed Iraniani), possiamo aspettarci una certa (seppur minima) stabilizzazione regionale e la continua crescita economica del Libano (se in Europa la crisi globale finanziaria ha portato recessione e caduta del PIL, in Libano si è verificato esattamente l'opposto (un incremento annuale del 9%) visto che le banche Libanesi non hanno trafficato con i derivati sporchi. Una nuova guerra Israelo Iraniana o Israelo Libanese (Hezbollah) questa volta avrebbe delle conseguenze incredibilmente drammatiche sul Libano in primis e su tutta l'area del Medio Oriente e del Mediterraneo, con conseguente recrudescenza della crisi energetica (nel senso di costi di Petrolio e di rifornimenti).


Per quanto riguarda le elezioni Europee e amministrative Italiane, forse la situazione potrebbe sembrare meno drammatica o più serena, ma solo apparentemente. Io credo che l'Europa in generale e l'Italia in particolare stiano vivendo momenti politici, sociali, economici, climatici ed ambientali, e soprattutto ETICI i peggiori di questi ultimi decenni. Mai come in questo periodo nessuna informazione o vera propria campagna elettorale è stata seguita per le Europee in Italia (almeno dal mio punto di vista). Domani dovrei andare a votare non so chi e non so per quale programma. Le uniche campagne elettorali degne di quel nome che sono riuscito a seguire sono state quelle per il Sindaco di Firenze tra Renzi (PD) e Galli (PDL) . Forse perchè vivo a Firenze. Ma per il resto, durante tutti questi ultimi due mesi, le uniche notizie riguardavano Berlusconi e le sue veline, ragazzine, i suoi party ed i suoi regali. Eppure il Paese sta andando alla deriva, ha bisogno di maggiore serietà oltre che una classe politica virtuosa. E qui, consentitemelo, non posso dare la colpa a Lui (che sappiamo bene chi è, come è arrivato ecc...) io me la devo prendere con chi dà l'informazione, con i principali media del Paese, che continuano a mettere in prima pagina le avventure del cavaliere.
In Europa, basterebbe dare un'occhiata ai risultati delle Europee appena concluse in Olanda ed in Gran Bretagna per capire che la nave Europea stia andando alla deriva: verso l'estremismo, la xenofobia e l'antieuropeismo. Non esiste una leadership Europea di riferimento. Questo è molto significativo. E ciò potrebbe trovare le sue ragioni non soltanto nella crisi politica del Continente, ma soprattutto nell' esaurimento delle risorse intese come spazio, lavoro, opportunità. Ma anche intese come crisi economica, energetica, climatica, ambientale ed Etica.
Sono convinto che malgrado tutti gli allarmismi sull'invecchiamento dell'Italia e sulla necessità di incrementare il numero dei figli, degli immigrati ecc., il Vecchio Continente non ce la faccia più. La pressione è talmente elevata che mi potrei aspettare per i prossimi anni un incremento delle tensioni sociali, non tanto tra ricchi e poveri (che non sono una novità) ma con gli immigrati, tra gli immigrati e tra le confessioni. La deriva xenofoba era iniziata in modo virale anni fa in Austria e nell'Est della Germania, ma oggi la vediamo anche in Italia (le ultime dichiarazioni di Berlusconi e della Lega), ora in Olanda, Gran Bretagna (vi ricordate la storia dell'Agip qualche mese fa?), in Francia e cosi via.

Forse una campagna elettorale a favore di una Europa politicamente e socialmente più coesa, capace di affrontare le future (molto prossime) sfide energetiche, climatiche e ambientali (di conseguenza economiche e sociali) sarebbe stata utile, ma ahimé almeno io, personalmente, non l'ho vista o sentita.

Se chiudessi ora gli occhi e cercassi (mantenendo un atteggiamento ottimista) di immaginarmi i prossimi 5 anni Europei: mi preoccuperei (ripeto pur rimanendo ottimista).

martedì, maggio 26, 2009

Immigrazione, una questione morale, politica ed ecologica.




created by Luca Pardi



Mi sorprende sempre l’ingenuità ecologica di quei pochi che si occupano di popolazione (e quindi anche di immigrazione- emigrazione), e che traspare in uno scambio di opinioni che mi è capitato di leggere recentemente in un forum americano, mentre con un orecchio seguivo distrattamente le banalità dei nostri politici di maggioranza e di minoranza sulla questione degli immigrati clandestini.

Il primo intervento che ho letto è di Mathias Risse [1] . La tesi di Risse è abbastanza semplice: le risorse naturali appartengono in egual misura a tutti gli uomini, la densità di popolazione di un dato paese è un indicatore indiretto del livello di sfruttamento delle risorse naturali in quel paese. Ladensità degli USA è relativamente bassa dunque è impossibile trovare una base morale alle norme giuridiche atte ad impedire l'immigrazione clandestina. I suoi critici Ryan Pevnick, Philip J. Cafaro, gli rispondono che le risorse naturali non sono tutto, ma che ci sono anche risorse culturali, sociali e politiche che si riassumono in una lista dei beni pubblici come: uno stato di diritto ordinato, una società governata in modo efficiente, un mercato funzionante e regolato in modo efficiente, un sistema di ammortizzatori sociali, pensioni, sostegno ai poveri ecc che l'immigrazione (in particolare di lavoratori a basso reddito) tende a ridurre con particolare danno per le classi più povere. Cafaro fa anche un passetto in più parlando dell'aumento di popolazione locale (parlano sempre degli USA) che comprometterebbe qualsiasi programma di sostenibilità.

La mia opinione variamente espressa in questi anni e che credo dovremmo cercare di mettere nero su bianco è la seguente e si basa su considerazioni scientifiche prima che morali.

La densità di popolazione è un indicatore insufficiente per qualificare l’intensità di sfruttamento di un dato territorio. Il consumo di energia e l'energia pro-capite sono i veri surrogati di territorio e densità di popolazione e a loro volta si traducono in altri indicatori come l'impronta ecologica. Le risorse socio-politiche e culturali di Revnick e Cafaro sono conseguenze del consumo di energia. Si tolgano i consumi esagerati di energia dei paesi sviluppati e sparisce il wellfare, l'educazione pubblica, le infrastrutture, la difesa dell'ambiente e, probabilmente, anche lo stato di diritto la democrazia parlamentare e i suoi splendori. La mappa del mondo deve essere ridisegnata su qualcosa che tenga conto di questi fatti. Si potrebbe assumere come surrogato dell’estensione di territorio la mappa del deficit ecologico delle nazioni come riportata di seguito (presa dal sito del Global Footprint Network: http://www.footprintnetwork.org/) che indica la differenza fra consumo di risorse e bioproduttività di una data nazione.

I paesi sviluppati sono immensi e quelli poveri sono striminziti. La mappa non è altro che la rappresentazione dell'estensione artificiale del "territorio" ed è un effetto del dominio violento che si concretizza con un patto non scritto fra classi dirigenti dei paesi industrializzati e classi dirigenti dei paesi fornitori di materie prime. Il trasferimento di materia contro denaro ha permesso la crescita industriale (con tutte le belle cose descritte da Revnick e Cafaro, inclusa la cosiddetta difesa dell’ambiente nei paesi ricchi) e arricchito le classi dirigenti tenendo a bada i popoli dei paesi sviluppati con il consumo bulimico di merci.
E' ovvio che le persone in grado di farlo, quindi non i morti di fame, ma coloro che provano un certo appetito per il meglio e hanno il minimo di mezzi per tentare di soddisfarlo, cerchino di spostarsi in "territori" più ampi. Spesso attratti dalla narrativa dominante del sogno americano in versione Hollywood. L'equilibrio si rompe quando il flusso di materia/denaro rallenta e i patti saltano (questa sarebbe un possibile obbiettivo di ricerca dei pensatoi globali) anche per l'entrata in gioco di grandi paesi come Cina e India che, essendo sede di antiche civilizzazioni, possono tranquillamente ingoiare molto senza perdere la loro spinta e la loro natura.

Il flusso di materia che rallenta è rappresentato in forma di ipostasi dal picco del petrolio, il flusso di denaro che rallenta è rappresentato dalla perdita di valore del denaro in seguito alla creazione di moneta a fronte di debiti inesigibili (ciò che spesso sbrigativamente e con rischio di malintesi, viene definita creazione di moneta dal nulla) operata per sostenere la crescita.

Al diminuire del flusso deve necessariamente diminuire anche il "territorio" e quindi arrestarsi anche lo spostamento di popolazione (lo avevamo gia detto anni fa), ma questo succederà con l'inevitabile inerzia di tutti i processi demografici. Il periodo di passaggio non sarà divertente, ma probabilmente molto interessante.

Il non detto, potremmo chiamarlo il tabù, di questi specialisti dell'immigrazione, anche di quelli che come Cafaro si pongono correttamente il problema della fertilità dei paesi poveri, è il concetto di riduzione del metabolismo socio-economico dei paesi ricchi. Il massimo a cui si arriva (con Cafaro) è che si debba barattare un po' della nostra ricchezza (fatta di cosa? Di denaro o di risorse solide?) con la decrescita demografica dei poveri.

Il concetto di rientro dolce è secondo me più egualitario, eticamente inoppugnabile, e semplice da capire per chiunque abbia una visione termodinamica del mondo. Il flusso materia/denaro si deve assottigliare, le estensioni artificiali dei diversi paesi si devono riequilibrare nello stesso tempo in cui la popolazione decresce artificialmente attraverso la riduzione del tasso di natalità ben al di sotto dell'attuale tasso (la cui decrescita è, probabilmente e almeno secondo il mio parere, il risultato del manifestarsi delle prime resistenze ecologiche).

Lo spostamento dei popoli e degli individui è ingovernabile e solo un cambio di paradigma può determinare l'uscita dalla situazione attuale. Il rientro dolce è forse un’utopia, ma meno idiota di quella di chi vorrebbe tenersi il proprio territorio artificiale intatto e pulito in cambio di carte false e promesse non mantenibili.



[1] L’intero scambio di opinioni che ha ispirato questo contributo può essere letto all’URL: http://www.cceia.org/resources/journal/22_3/exchange/001.html#_footnote1