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venerdì, ottobre 07, 2011

Il settemiliardesimo terrestre

Con questo articolo, gentilmente concesso dal celebre ecologista Giorgio Nebbia e già apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 4 Ottobre scorso, qui, proseguiamo la riflessione già avviata da Luca Pardi sulla cruciale questione demografica.





Scritto da Giorgio Nebbia

Una di queste settimane è nato o nascerà, non si sa dove, il settemiliardesimo abitante della Terra. Il cinquemiliardesimo nacque nel luglio 1987; dodici anni dopo, nell’ottobre 1999, nacque il seimiliardesimo terrestre. Adesso, dopo altri dodici anni, la popolazione terrestre raggiunge i sette miliardi di abitanti: circa mille milioni di aumento ogni dodici anni. Probabilmente la velocità della crescita dei terrestri diminuirà; forse ci vorranno quattordici o quindici anni per arrivare, forse verso il 2025, ad una popolazione di otto miliardi di abitanti. Il problema ha molti aspetti demografici, morali (se è bene o male che la popolazione mondiale aumenti), geopolitici (in quali paesi aumenta di più la popolazione). A chi si occupa di ambiente interessa piuttosto pensare come sarà possibile far fronte alla crescente richiesta di risorse materiali estratte dalla natura, di merci e alla crescente produzione di rifiuti.

Il demografo Alfred Sauvy (1898-1990) nel 1952 suggerì che esisteva il mondo dei paesi industriali capitalistici, quello dei paesi industriali comunisti e il “terzo mondo”. Dopo la fine del comunismo si classificarono gli abitanti della Terra a seconda dell’appartenenza al Nord (ricco) o al Sud (povero) del mondo. Nel corso di dieci anni, contrapposti ai vecchi imperi del “primo mondo”, l’Europa, il Nord America, l’Australia e poi il Giappone, complessivamente circa un miliardo di persone, sono nati tre giganti industriali, la Cina, l’India, il Brasile, più alcuni altri, che stanno inondando il mondo di acciaio, navi, prodotti chimici, automobili, apparecchiature elettroniche, prodotti agricoli e forestali. In cifra tonda un “impero” di circa 4 miliardi di persone. C’è poi un nuovo “terzo mondo”, un altro paio di miliardi di persone sparsi in Africa, Asia, America Latina, in piena agitazione politica, alla ricerca di cibo, acqua, beni materiali, energia, abitazioni, lavoro.

Un libro intitolato ”Terra”, pubblicato da Carocci nei mesi scorsi, contiene fra l’altro qualche conto su quante tonnellate di “natura” i terrestri assorbono. Per mangiare assorbono ogni anno, oltre 10 miliardi di tonnellate di biomassa vegetale e animale per la cui produzione occorrono, oltre ai gas dell’atmosfera, anidride carbonica e ossigeno, circa 3000 miliardi di tonnellate di acqua all’anno. A cui va aggiunto un fabbisogno di altri circa 500 miliardi di tonnellate all’anno di acqua necessaria per usi alimentari e per usi igienici. Ma le attività umane hanno bisogno di molte altre cose la cui quantità supera i 200 miliardi di tonnellate all’anno: minerali, combustibili fossili, materiali da costruzione, legname, eccetera, tutti materiali che si trasformano in prodotti di consumo, insieme alle scorie di lavorazione. E i prodotti di consumo si trasformano, a loro volta, più meno rapidamente, in rifiuti solidi, liquidi e gassosi. Fra scorie e rifiuti i beni fisici e materiali estratti dalla natura ritornano alla natura in ragione di circa 300 miliardi di tonnellate all’anno (circa 40 miliardi di tonnellate all’anno solo l’anidride carbonica che influenza negativamente il clima planetario).

“All’anno” significa che ogni anno la stessa, se non maggiore, quantità di beni sarà estratta dalle risorse limitate della natura, e di rifiuti sarà immessa nell’aria, nel suolo, negli oceani peggiorandone la qualità, cioè la possibilità di essere utilizzati dagli esseri umani. A questo gigantesco flusso di materia il nuovo primo mondo (il 15 % della popolazione totale) partecipa per circa il 50 %; il 50 % della popolazione mondiale che abita i ”nuovi imperi” usa circa il 35 % dei beni della Terra; ai due miliardi di abitanti del nuovo ”terzo mondo”, il 35 % della popolazione totale, resta la possibilità di usare appena un 15 % delle risorse naturali e ambientali.

Fino a quando questi ultimi accetteranno una così sfacciata disuguaglianza ? Senza contare che “i poveri” si affacciano alla scena del mondo con una popolazione giovane, aggressiva, arrabbiata, disposta ad accedere ai beni materiali immigrando nei paesi ricchi del primo mondo, “vecchi” di età, sempre più bisognosi di nuova mano d’opera, sempre meno capaci di produrre e fabbricare cose utili, di innovazione, dilaniati da gelosie politiche, privi di una “visione di futuro”, come la chiamava il pensatore Aurelio Peccei (1908-1984). “Poveri” disposti ad appropriarsi con la forza del potere che, lo si vede nei paesi islamici e africani, si chiama petrolio, diamanti, minerali, terre coltivabili; si chiama, terribile parola, democrazia popolare

Il settemiliardesimo bambino nasce, dovunque sia, in un mondo turbolento, pieno di ingiustizie e contraddizioni ma ricco di speranze di mutamenti. E ricco di beni naturali che possono soddisfare i bisogni di tutti se i ricchi si accontenteranno di meno per lasciare ai poveri la possibilità di una vita decente. Utile rilettura: la enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI (1967) che parlava proprio di “sviluppo dei popoli”, specialmente dei poveri.

martedì, ottobre 04, 2011

Ambiente: la popolazione conta

Pubblichiamo volentieri questo stimolante articolo scritto da Luca Pardi, attuale Vice-presidente di Aspoitalia, su una questione tanto cruciale quanto trascurata, quella demografica.


Scritto da Luca Pardi


Nel corso di questi anni, dal 2003 in poi, con l'associazione Rientrodolce (qui il sito) che ha appena finito il suo quinto congresso eleggendo i suoi nuovi responsabili, abbiamo investigato la questione demografica e le possibili strategie, necessariamente transnazionali, con cui affrontarla in un quadro di rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali.
Abbiamo visto che (dati della Banca Mondiale) al mondo ogni anno si stimano 85 milioni di gravidanze indesiderate (leggi qui).

Di queste 33 milioni risultano in nascite non programmate, 41 milioni in interruzioni di gravidanza e 11 milioni in aborti spontanei. Lavorando un po’ sull’educazione sessuale e riproduttiva, ma anche solo distribuendo anticoncezionali gratis si potrebbe ridurre il numero totale di nati di alcune decine di milioni. Sarebbe un primo passo, senza bisogno di aspettare che tutto il mondo abbia percorso la via dell’autodistruzione industriale.

Come ho scritto qui, Robert Engelmann ci ha insegnato che nei posti più reconditi del mondo sottosviluppato le donne sanno dell’esistenza degli anticoncezionali e vorrebbero averli a disposizione per aver pieno (e sacrosanto) controllo della propria fertilità. E questo prima che tutto il mondo sottosviluppato percorra la via dell’autodistruzione consumista.
Nel giugno scorso Engelmann è succeduto a Lester Brown alla guida del World Watch Institute. Speriamo di sentir parlare più spesso di sovrappopolazione e riduzione della natalità.
Bill Ryerson del Population Media Center ci ha mostrato come attraverso l'uso dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione con le soap operas, sia possibile far passare in una popolazione con alto tasso di natalità il messaggio che sia il controllo della fertilità attraverso l'uso degli anticoncezionali, sia la dimensione ridotta delle famiglie sono fattori positivi nella lotta alla povertà.

E’ ovvio che non si tratta di iniziative di paternalismo colonialista, ma proprio il contrario. Alle oligarchie del denaro fa comodo una grande massa di disgraziati pronti a fare gli schiavi togliendo alle masse di lavoratori- consumatori del mondo sviluppato le conquiste di due secoli di lotte. Forse sono battaglie che si infrangono su tradizioni ancora vive nei paesi del terzo mondo e non solo. Ma su questo francamente sono d’accordo con chi sostiene che non esiste una sola tradizione che valga la pena di difendere.
Vogliamo difendere le mutilazioni genitali, la ius primae noctis, lo schiavismo degli arabi sugli animisti in alcuni paesi subsahariani? Certamente no. Ne possiamo accettare quella sottomissione femminile che genera la perdita di controllo del proprio corpo e della scelta di quanti figli fare e in quale momento della propria vita da parte delle donne. E l’empowerment femminile è infatti il punto di partenza affinché le donne prendano controllo sulla propria fertilità. Dopodiché si tratterà di convincerle che una famiglia più piccola è meglio di una più grande.
Non torniamo a proporre all'infinito il tormentone della transizione demografica, una legge che non ha alcun valore predittivo essendo solo la descrizione di quello che è successo in un determinato periodo storico-economico in una parte del mondo. Altrimenti sembra che con la transizione demografica i demografi (il compianto Luigi De Marchi, che con i suoi editoriali sul tema demografico ha arricchito le mattine di Radio Radicale per molti anni, li considerava mediocri studiosi di statistica) abbiano scoperto una legge naturale come la Gravitazione Universale. E neanche torniamo sulla storia che le società povere fanno più figli perché bla bla bla e via con gli economicismi, i sociologismi, e le giustificazioni a posteriori di quanto osservato.
E’ proprio su questo che dovremmo lavorare. Invece si passa gli anni a lavorare sui sintomi. Lo disse anche il “nostro” Jay Forrester prima dell'incontro sul clima del 2009 a Copenaghen (la traduzione è qui).

I due elefanti nella stanza, che in pochi siamo disposti a vedere, sono: la dimensione della popolazione e quella della produzione industriale. La dimensione della popolazione fa parte del problema ambientale e l'ecologismo politico non dovrebbe mai dimenticarlo.
Viene a proposito in questi giorni l'invito di un'associazione francese dal nome azzeccato: Demographie Responsable a sottoscrivere una petizione (disponibile qui) a favore della contraccezione gratuita.

sabato, giugno 06, 2009

Eppure vorrei rimanere ottimista

Per me che ho la doppia cittadinanza (Italiana e Libanese) oggi sabato 6 giugno e domani Domenica 7 giugno 2009, sono due giornate importantissime. Oggi, perché si vota il nuovo Parlamento Europeo e le amministrative Italiane. Domani, perché si vota il rinnovo del Parlamento Libanese. Direte e che c'è di tanto importante?

Partiamo dal Libano: Domenica si svolgeranno le prime elezioni legislative "Libere" nel vero senso della parola. Per la prima volta i Libanesi esprimeranno il loro voto senza la presenza di truppe di occupazione Siriane. Tuttavia, la scelta di chi vincerà e avrà la maggioranza nel Parlamento sarà di capitale importanza se non drammatica nella costituzione del nuove Governo del Libano e delle sue scelte strategiche nazionali e regionali. Ci sono due schieramenti: Lo schieramento detto "8 Marzo" guidato dal Hezbollah, sostenuto dal generale Michel Aoun (ex capo delle Forze Armate, ex primo ministro (1988 - 1990) ed ex nemico giurato dei Siriani) e tutti i gruppi filo Siriani e filo Iran degli Ayatollah e di Ahmadinajad. Mentre lo schieramento antagonista chiamato "14 Marzo" guidato dal figlio del primo ministro Libanese assassinato nel 2005, (Rafic El Hariri), dalle Forze Libanesi ed altri partiti Maroniti, dai drusi di Joumblat ecc, ossia da tutto lo schieramento che nel 14 Marzo 2005 scese in piazza e manifestò contro i Siriani e contro la manifestazione pro Siriana che si era svolta nell' 8 di Marzo dello stesso anno (ecco da dove vengono entrambi gli acronimi).
Nel caso dovesse vincere lo schieramento pro Siria-Iran, sono più che convinto che andremo incontro ad ulteriori periodi di tensione in quanto l'Iran avrà consolidato la sua influenza in Medio Oriente, soprattutto alla frontiera nord di Israele, con tutti i rischi che ciò potrebbe comportare (non dimentichiamo che Hezbollah rimane l'unica milizia super armata con missili di corto, medio e lungo raggio); nel caso dovesse vincere lo schieramento moderato (opposto ai Siriani ed Iraniani), possiamo aspettarci una certa (seppur minima) stabilizzazione regionale e la continua crescita economica del Libano (se in Europa la crisi globale finanziaria ha portato recessione e caduta del PIL, in Libano si è verificato esattamente l'opposto (un incremento annuale del 9%) visto che le banche Libanesi non hanno trafficato con i derivati sporchi. Una nuova guerra Israelo Iraniana o Israelo Libanese (Hezbollah) questa volta avrebbe delle conseguenze incredibilmente drammatiche sul Libano in primis e su tutta l'area del Medio Oriente e del Mediterraneo, con conseguente recrudescenza della crisi energetica (nel senso di costi di Petrolio e di rifornimenti).


Per quanto riguarda le elezioni Europee e amministrative Italiane, forse la situazione potrebbe sembrare meno drammatica o più serena, ma solo apparentemente. Io credo che l'Europa in generale e l'Italia in particolare stiano vivendo momenti politici, sociali, economici, climatici ed ambientali, e soprattutto ETICI i peggiori di questi ultimi decenni. Mai come in questo periodo nessuna informazione o vera propria campagna elettorale è stata seguita per le Europee in Italia (almeno dal mio punto di vista). Domani dovrei andare a votare non so chi e non so per quale programma. Le uniche campagne elettorali degne di quel nome che sono riuscito a seguire sono state quelle per il Sindaco di Firenze tra Renzi (PD) e Galli (PDL) . Forse perchè vivo a Firenze. Ma per il resto, durante tutti questi ultimi due mesi, le uniche notizie riguardavano Berlusconi e le sue veline, ragazzine, i suoi party ed i suoi regali. Eppure il Paese sta andando alla deriva, ha bisogno di maggiore serietà oltre che una classe politica virtuosa. E qui, consentitemelo, non posso dare la colpa a Lui (che sappiamo bene chi è, come è arrivato ecc...) io me la devo prendere con chi dà l'informazione, con i principali media del Paese, che continuano a mettere in prima pagina le avventure del cavaliere.
In Europa, basterebbe dare un'occhiata ai risultati delle Europee appena concluse in Olanda ed in Gran Bretagna per capire che la nave Europea stia andando alla deriva: verso l'estremismo, la xenofobia e l'antieuropeismo. Non esiste una leadership Europea di riferimento. Questo è molto significativo. E ciò potrebbe trovare le sue ragioni non soltanto nella crisi politica del Continente, ma soprattutto nell' esaurimento delle risorse intese come spazio, lavoro, opportunità. Ma anche intese come crisi economica, energetica, climatica, ambientale ed Etica.
Sono convinto che malgrado tutti gli allarmismi sull'invecchiamento dell'Italia e sulla necessità di incrementare il numero dei figli, degli immigrati ecc., il Vecchio Continente non ce la faccia più. La pressione è talmente elevata che mi potrei aspettare per i prossimi anni un incremento delle tensioni sociali, non tanto tra ricchi e poveri (che non sono una novità) ma con gli immigrati, tra gli immigrati e tra le confessioni. La deriva xenofoba era iniziata in modo virale anni fa in Austria e nell'Est della Germania, ma oggi la vediamo anche in Italia (le ultime dichiarazioni di Berlusconi e della Lega), ora in Olanda, Gran Bretagna (vi ricordate la storia dell'Agip qualche mese fa?), in Francia e cosi via.

Forse una campagna elettorale a favore di una Europa politicamente e socialmente più coesa, capace di affrontare le future (molto prossime) sfide energetiche, climatiche e ambientali (di conseguenza economiche e sociali) sarebbe stata utile, ma ahimé almeno io, personalmente, non l'ho vista o sentita.

Se chiudessi ora gli occhi e cercassi (mantenendo un atteggiamento ottimista) di immaginarmi i prossimi 5 anni Europei: mi preoccuperei (ripeto pur rimanendo ottimista).

martedì, ottobre 02, 2007

Irlanda; cronache di un'antica catastrofe

Queste note sono il risultato di un giro per l'Irlanda del Sud che ho fatto dopo il convegno ASPO-6 tenuto a Cork nel Settembre del 2007. Dopo il convegno, una cinquantina di partecipanti hanno viaggiato tutti insieme in un bus fino a Killarney, nella contea del Kerry, per discutere ulteriormente di petrolio e di picchi, e anche per socializzare un po' fra loro.


Foto: panorama roccioso dal finestrino del bus da qualche parte sulla strada che va da
Cork a Killarney, nel sud dell'Irlanda



Dialogo fra me e una ragazza con macchina fotografica sul bus dei congressisti ASPO in viaggio da Cork a Killarney.

RAGAZZA - Non le sembra bello?
IO - Bello?
- Si, certo, tutti questi colori, il verde, la natura.....
- Mah.... a me non sembrava tanto bello.
- No? Perché
- Vede, non mi sembra naturale questo paesaggio; con tutte queste rocce....
- Come?
- Siamo in collina, c'è molta umidità e il clima in questa zona non è molto freddo. Queste colline dovrebbero essere coperte di alberi. Vede, tutta quella roccia nuda.....
- ...
- Non è una cosa naturale; è opera dell'uomo. Qualcuno deve aver tagliato gli alberi qui, e non sono più ricresciuti.
- Lei dice che non ci dovrebbero essere tutti questi sassi?
- Si, è quello che si chiama erosione, è la perdita dell'humus.
- Ma è sicuro?
- Beh, in questa zona non c'ero mai stato prima, ma mi pare proprio che sia così.

La ragazza ha continuato a fare fotografie. Più tardi, mi ha detto che veniva dal Minnesota. Mi è parso che sia rimasta molto perplessa a proposito della questione dell'erosione. Non che non avesse capito quello che le avevo detto, ma riusciva veramente a vedere il problema, nonostante che ce l'avesse davanti agli occhi.

Sembra che se una catastrofe si verifica abbastanza lentamente, quello che vediamo ci sembra del tutto normale. Anzi, ci può sembrare una cosa bella. Mi è successo in Libano di leggere su non so più quale guida turistica una lode del paesaggio "drammatico" del monte Libano. Drammatico? Certamente, sul monte Libano ci sono dei crepacci paurosi che ricordano il Gran Canyon, ma sono il risultato del disboscamento. Una volta la montagna era tutta forestata, i famosi cedri del Libano. Poi, a furia di tagliarli, tutta la costa del Libano è ridotta a una pietraia desolata. Paesaggo drammatico, davvero.

Tornando all'Irlanda, la mia interpretazione del paesaggio disastrato (che alla ragazza era sembrato bello) si è dimostrata giusta. Quando siamo entrati nel parco nazionale di Killarney, il paesaggio è cambiato nettamente; con delle belle e fitte foreste di abeti e querce. Più tardi, mi hanno detto che nel parco non solo è proibito tagliare alberi, è proibito persino raccogliere la legna secca. Dato che non ci sono pecore al pascolo, in questo modo gli alberi possono ricrescere. Nel parco si trovano anche degli alberi secolari sopravvissuti miracolosamente, che fanno vedere come doveva essere l'Irlanda una volta. Ne vedete uno qui al lato, con il sottoscritto a dare la proporzione. Sono stato anche al museo del parco dove fanno vedere modelli e immagini del disboscamento sistematico fatto nell'800 in quelle zone per fare carbonella con la quale, a sua volta, mandare le fonderie. Dopo di che, il terreno diventava pascolo per le pecore. Considerate le piogge frequenti, non ci si poteva aspettare che una grave erosione diffusa; che in effetti e quello che si vede

Più tardi, viaggiando per la contea del Kerry, abbiamo visto altre zone profondamente erose. Negli anni, gli irlandesi hanno cercato di recuperare un po' di verde raccogliendo i sassi a formare quei caratteristici muretti che fanno somigliare il paesaggio a una scacchiera. E' un metodo un po' disperato, ma che comunque ha probabilmente il vantaggio di trattenere un po' il terreno. Ma rimane un terreno fragile che è continuamente danneggiato dalle moltissime pecore al pascolo. In molte zone che abbiamo visto, non rimaneva più nemmeno l'erba.

Certo, essere sul posto ti da un'idea molto chiara della situazione di un certo territorio, ma non c'è veramente bisogno di andare fisicamente in Irlanda per rendersi conto della situazione. Aprite "Google Earth" e andate a vedere la parte sud/sud ovest dell'Irlanda. Certe zone sembrano la faccia della Luna, ricordano moltissimo le pietraie che ci sono in Libano e addirittura il deserto che ho visto in Giordania. La risoluzione delle mappe di Google dell'Irlanda non è molto alta, ma se andate a vedere le foto di panoramio, vedete benissimo l'erosione dovunque. Curiosamente, su internet si parla abbastanza poco del problema dell'erosione in Irlanda, ma se cercate bene lo troverete menzionato.

La questione dell'erosione in Irlanda è correlata alla grande carestia del 1845 e degli anni successivi, che fu l'ultima importante carestia storica in un paese europeo. La correlazione non è diretta; ma ci possiamo fare un quadro abbastanza chiaro degli eventi dai dati che abbiamo. Deforestazione e sviluppo economico andavano insieme in Irlanda nella prima metà dell'800. Deforestando, si otteneva combustibile per le ferriere e, allo stesso tempo, si liberava spazio per l'allevamento delle pecore e per l'industria della lana. Sia lana che ferro portavano ricchezza che veniva investita in nuove ferriere e allevamenti. Ma questi richiedevano manodopera e per questo si incoraggiava l'aumento della popolazione. Per nutrire la popolazione in rapida crescita l'unico modo che fu trovato era la monocultura delle patate, una cultura ad alta resa, specialmente adatta ai paesi poco soleggiati.

Ma le monoculture, come si sa, sono culture fragili. Con il "potato blight", il morbo delle patate, del 1845 cominciò il disastro. Gli Irlandesi avevano, usando la terminologia moderna, consumato il loro capitale naturale. Esaurite le foreste e distrutta una buona frazione della terra fertile, in qualche modo la popolazione doveva "rientrare" a livelli compatibili con quello che restava. La malattia delle patate fu la causa scatenante e la carestia fu peggiorata anche dal fatto che l'Irlanda nell'800 era un paese colonizzato dove l'economia era in mano a un'aristocrazia di proprietari terrieri inglesi. Questa aristocrazia non aveva particolare interesse ad alleviare le sofferenze degli irlandesi e le cronache del tempo riportano che, mentre la gente moriva di fame, l'Irlanda continuava a esportare cibo verso l'estero in convogli scortati dall'esercito. Questo peggiorava una situazione già gravissima, ma il rientro era comunque inevitabile.

Nel 1845 la popolazione dell'Irlanda aveva raggiunto gli 8 milioni di persone. Ne morirono di fame immediatamente circa un milione e nei decenni successivi la popolazione si dimezzò, in gran parte a causa della denutrizione e delle malattie che ne derivavano, in parte a causa dell'emigrazione. Guardate la figura seguente: la popolazione Irlandese ha seguito una curva a campana che somiglia a quella di Hubbert per petrolio (Da Wikipedia)


Secondo Jared Diamond, nel suo libro "Collasso", le isole sono spesso dei microcosmi che seguono le stesse tendenze del mondo intero, ma più rapidamente e più drammaticamente. L'Irlanda, sembrerebbe, è un microcosmo che ha seguito la sua traiettoria di crescita e collasso nel secolo scorso; una traiettoria che potrebbe prefigurare quella - più lenta e più spostata nel futuro - del mondo intero.

L'Irlanda non è un'eccezione in termini di erosione. Il problema è molto grave nei paesi del Nord Europa; in certi casi quasi altrettanto grave di quello dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Mentre in Africa e in Oriente il problema è l'aridità, nel Nord Europa in compenso c'è una bassa insolazione per cui le piante crescono lentamente e ci vuole più tempo a rimediare ai danni. Il problema è ancora più grave in Islanda, che è ancora più a nord dell'Irlanda. Lo stesso vale per la Groenlandia, un altra isola che ha subito una grave fase di erosione al tempo della colonizzazione europea, come ci racconta, ancora, Jared Diamond in "Collasso." Nel caso della Groenlandia, il crollo della popolazione è stato veramente radicale: non è rimasto nessuno.

Erosione e crollo della popolazione sono eventi drammatici che non sono certamente privi di effetti sulla mente di chi riesce a sopravvivere. Forse c'è un altro punto in comune fra Irlanda e Libano: la preoccupante propensità dei libanesi e degli irlandesi alla guerra civile e al massacro dei propri concittadini. Non sarà per caso anche questa propensità il risultato finale dell'erosione del terreno? Non è una cosa che si possa provare, ovviamente, ma fa impressione notare che quando Jared Diamond ci descrive la tragedia del Ruanda, sempre nel suo libro "Collasso", correla all'erosione del territorio la ventata di follia che ha spinto i ruandesi a massacrarsi l'uno con l'altro qualche anno fa. Forse rovinare il territorio ha degli effetti deleteri anche sulle menti umane. Comunque sia, meglio piantare alberi.


Immagini: a sinistra paesaggio del Monte Libano, a destra contea del Kerry, in Irlanda

















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