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giovedì, novembre 10, 2011

Un Racconto Personale. La Guerra del Libano e l’Analogia al Post-Picco



Scritto da Toufic El Asmar - Vice Presidente Aspoitalia


Tutti descrivono il Libano come la “Svizzera del Medio Oriente” pensando ad un paese con una natura ed un paesaggio simili a quelli Svizzeri. Paesaggisticamente il Libano è molto bello, caratterizzato da una popolazione per la maggior parte ospitale, generosa, che ama divertirsi. Ma il paragone con la Svizzera riguardava e riguarda ancora il sistema bancario che è segreto, solido e che assicura interessi attraenti per gli investitori. I problemi erano tanti e la guerra non iniziò per caso ma era il risultato di una serie di fatti geopolitici, economici, energetici, politici, sociali. Una situazione sempre più esplosiva che tutti ignoravano o facevano finta di nulla o negavano, malgrado i richiami di qualche Cassandra. Vorrei con questo racconto rendervi partecipi delle mie esperienze di vita, vissute per un lungo periodo, in un contesto di grandi crisi che potrei paragonare per similitudine ad una probabile crisi post-picco e di shortage o carenza di beni e mezzi essenziali per il nostro benessere. Dalla mia nascita nel 1964 fino alla fine dell’estate 1984, vissi con i miei genitori, due fratelli e una sorella, a Beirut in un quartiere che era considerato uno dei migliori di tutta la città. Abitavamo in un appartamento grande, al secondo piano di un palazzo alto 6 piani. In quel quartieri troviamo ancora una chiesa ed una moschea, e la convivenza tra cristiani e musulmani non si era mai incrinata (salvo un paio di cretini di quel tempo).

Beirut, Martedì 15 Aprile 1975, data ufficiale di inizio della guerra in Libano: in quel cadevano i primi morti. Si è trattato di una guerra che durò, ufficialmente, fino al 13 Ottobre 1990 durante la quale una popolazione di 3,5 milioni di abitanti ha dovuto adattarsi a moltissime privazioni come l’assenza, per settimane intere o anche mesi, dell’energia elettrica, la difficoltà di reperire generi alimentari, il gas per cucinare, l’acqua e tante altre necessità . Durante quell’anno, il 1975, avevo 11 anni e non realizzavo ancora quello che stava succedendo; ma pian piano le notizie che ci giungevano via radio oppure per sentito dire, ci rivelavano la dimensione del dramma.

Per tutto il periodo che andava dall’estate del 1975 fino al 1977 circa, la radio diffondeva informazioni particolari sulla viabilità e la sicurezza delle strade Non come quelle di Isoradio ma ci informava su quali strade erano sicure e percorribili, quali erano insicure ma percorribili e quali da non prendere in nessun caso dato che la presenza di cecchini o combattimenti, ma anche la frequenza o meno di rapimenti, le rendevano estremamente pericolose. Dunque, malgrado le prime battaglie, nella maggior parte di Beirut e del Libano, la vita andava avanti come sempre, nel senso che c’era ancora benzina, elettricità, pane, uova, acqua, ecc. Potevamo ancora fare il bagno o la doccia, lavare i piatti e bere acqua dalla cannella. L’ascensore funzionava e la fornitura delle bombole del gas (per la cucina) era regolare; anche l’olio per il riscaldamento centrale ci arrivava regolarmente. I voli della MEA (Middle East Airlines) la compagnia di bandiera libanese e le altre continuavano a volare sopra le nostre teste durante le loro manovre di atterraggio verso l’aeroporto di Beirut. Tutto questo non durò a lungo. A man mano che le battaglie andavano avanti e si intensificavano, i problemi iniziavano ad emergere. L’inasprimento degli scontri militari e politici oltre a morti e danni, causarono i primi blackout, che furono seguiti da altri, finché le centrali elettriche non fu fortemente danneggiate (anche oggi l’erogazione dell’energia elettriche avviene ogni 6 – 12 ore a fasce orarie e per aree geografiche). Le forniture di carburante, gas, olio ed altri beni iniziarono a diminuire fino a cessare del tutto quando la situazione diventava completamente fuori controllo. I trasporti merci via terra (attraverso la Siria), cielo e mare erano stati per lungo tempo bloccati; il porto di Beirut fu completamente razziato dalle milizie mentre la stessa sorte toccò all’aeroporto per mano delle forze siriane o israeliane di occupazione. Il settore turistico è fallito e nel cuore di Beirut, nella famosa via delle Banche, nella via Sursok, e in tutto il centro storico e commerciale della Capitale, distruzioni, sciacallaggii, devastazioni avevano annientato il famoso tessuto economico e commerciale del Paese. Troppe persone si trovarono senza lavoro, i conti correnti furono svuotati dai ladri, la borsa distrutta.

Dunque in sintesi abbiamo vissuto una situazione molto simile a quella che potremmo vivere tra qualche anno qualora si verificassero le previsioni di Cassandra: “crisi energetica determinata da prezzi proibitivi del petrolio, una situazione economica e finanziaria deflagrata, esaurimento della maggior parte dei minerali, diminuzione delle terre produttive, produzione agricola deficitaria, trasporti merci a lunga distanza costosissimi e proibitivi, guerre e insicurezze. A questi dobbiamo aggiungere i problemi ambientali e climatici dovuti ai Cambiamenti Climatici, con l’incremento dell’intensità e la frequenza dei fenomeni anomali come le siccità prolungate, le inondazioni e le temperature molto elevate o molto basse a seconda della stagione.

Adattarsi o andare via, come vivere in condizioni di shortage?
In queste condizioni di caos estremo i Libanesi hanno dovuto scegliere e tale scelta non poteva essere facile ne immediata: andare via vuol dire cercare rifugio in altri parti del Paese con i rischio di ritrovarsi la guerra di nuovo in casa; cambiare Paese vuol dire ripartire da capo e questo lo poteva fare solo chi aveva soldi e forza sufficiente; rimanere voleva dire prima di tutto adattarsi psicologicamente oppure fare parte dei miliziani e di coloro che hanno devastato la Nazione a torto o a ragione. Noi e tanti altri avevamo scelto di rimanere. La capacità di adattarsi alla nuova situazione voleva dire sopravvivere. Dunque bisognava prima di tutto modulare la propria psicologia accettando la situazione e creare tutte le condizioni necessarie per poter continuare a vivere in modo “normale”.
I problemi da risolvere erano:
- Assicurarsi il cibo, l’acqua potabile, e la conservazione del cibo
- Assicurarsi l’energia per Cucinare
- Trovare acqua per l’igiene del corpo e per le faccende della casa
- Illuminarsi le nottate
- Disfarsi dei rifiuti
- Procurarsi medicine e sapone
- Muoversi entro e fuori la città quando era necessario
- Curare la mente e assicurare l’educazione
- Riscaldarsi d’inverno e rinfrescarsi d’estate
Più o meno gli stessi problemi da risolvere in caso di carenza di risorse?
Esistono a mio parere almeno tre fasi di adattamento: la prima è quella più acuta, quando si verifica un evento improvviso, catastrofico, e/o estremo. Durante questa fase di emergenza cerchiamo prima di tutto di assorbire il danno, e trovare i mezzi per sopravvivere. La seconda fase è quella di adattamento, è una fase di passaggio dall’emergenza alla quasi normalità durante la quale ci organizziamo meglio e ci rendiamo conto di tutti i pro e i contro delle nostre scelte. La terza fase è di mitigazione degli effetti dell’evento disastroso e la ricerca delle soluzioni più all’avanguardia capaci di portarci ad una situazione simile a quella normale di pre-crisi. La durata delle fasi è variabile e dipende da molti fattori. Quello che conta è la nostra capacità di adeguarci, organizzarci e soprattutto di prevenzione.

Vivere la crisi e superarla nel miglior modo possibile
La guerra in Libano era durata circa 16 anni (Aprile 1975 – Ottobre 1991) con alti e bassi, cioè momenti di estrema violenza (come ad esempio la guerra dei 100 giorni durante i quali Beirut ed altre aree del Libano furono bombardati in maniera intense e senza sosta) e momenti di calma relativa dovuta all’instaurarsi di una situazione di status quo. I periodi di massima intensità erano caratterizzati da situazioni di grande difficoltà e mancanza quasi totale di qualsiasi elemento di benessere. Andare fuori per comprarsi il cibo, portare l’acqua o cercare le candele per illuminare le stanze durante la notte era estremamente pericoloso. Durante i periodi di calma, le cose andavano meglio. Tuttavia nei momenti più duri la gente diventava più solidale e disponibile.
Quando veniva a mancare la corrente elettrica (avevamo conosciuto blackout lunghi anche un anno) i disagi erano molteplici:
- Il frigorifero spento: il cibo si deteriora, non si può più conservare nulla soprattutto durante l’estate, e non si può bere acqua fredda. Quando si era fortunati arrivava nel nostro quartiere un venditore di cubi di ghiaccio del peso di circa 5 kg che facevamo tagliare e poi mettevamo nel freezer per conservare la carne per almeno 2 giorni. Comunque il cibo non rimaneva a lungo lo consumavamo velocemente.
- L’ascensore fermo: Beh c’era ben poco da fare, tutti a piedi su e giù (il lato buono è che si facevano esercizio e si rimaneva in forma). Il problema era maggiore per vecchi e per trasportare roba pesante. Una cosa positiva delle crisi è che aumenta la solidarietà e la coesione tra i vicini e gli abitanti dello stesso quartiere: io ti aiuto e ti difendo perché mi aspetto che tu faccia lo stesso per me.
- La notte si rimaneva al buio: mi ricordo il buoi pesto delle strade durante la notte, le grida di gioia e gli applausi della gente quando veniva ripristinata. Le candele erano state le nostre compagne per molte notti. La notte era un momento particolare, affascinante e anche quando i combattimenti ed i bombardamenti si intensificavano, la notte era anche paura. Di notte, le città vuote (le macchine circolavano raramente, e la gente si rintanava in casa propria) sono come le stanze vuote, amplificano i suoni (puoi sentire i passi provenienti da lontano, o il rombo delle bombe) e tutto ciò diventa inquietante o affascinante quando sei sul balcone, d’estate o in case d’inverno alla luce fioca delle candele: mi tornano in mente le serate che passavano i miei genitori insieme ai vicini che giocavano a carte fino a notte tardi, oppure quasi tutti i vicini del palazzo, che si rifugiavano a casa nostra durante i bombardamenti, dormivamo in 10 o più nella stessa stanza. Negli anni ottanta passammo dalle candele (fase acuta o di emergenza della crisi) alle lampade ad olio poi a quelle a benzina (fase transitoria), infine dalla metà degli ottanta, ai generatori elettrici (fase di quasi normalità). Comunque questi generatori non servivano granché quando mancavano le forniture di combustibili.
- Le pompe dell’acqua erano ferme, dunque era impossibile fare salire l’acqua verso i piani superiori. Le soluzioni adottate erano diverse, la più comoda era quella di approfittare dei rari momenti di ritorno della fornitura di acqua per riempire la vasca del bagno e creare cosi dei depositi di acqua dentro casa. Ma non sempre questo era sufficiente per cui si andava un po’ tutti verso un area dove si distribuiva l’acqua alla gente o dove c’è un pozzo di acqua (Beirut è ricchissima di pozzi d’acqua di falda: purtroppo oggi la maggior parte di questa acqua si è mescolata con quella del mare). Ciascuno di noi portava dunque due secchi a testa, li riempiva di acqua (potabile o meno a seconda delle esigenze) e si riportavano a casa (lungo le scale). L’acqua potabile veniva messa in contenitori sterilizzati, mentre l’altra messa nelle vasche da bagno. Per lavarci ci si aiutava, con il catino e cercando di usarne il meno possibile, questa è decisamente la soluzione migliore per economizzare.
- Per cucinare ci si affidava ai venditori delle bombole del gas, ma per lungo tempo avevamo usato anche i fornelli a petrolio simili a quelli da campeggio ma più grandi. Quando i rifornimenti di bombole di gas erano possibili ne compravamo 3 o 4 di scorta che lasciavamo sul balcone.
- Mi ricordo mio padre insieme a mio zio che compravano sacchi di farina da 50 kg, la scorta era d’obbligo. Molto del cibo come verdura e frutta, uova e carne di pollo, lo produceva mia nonna che aveva un bell’orto molto ricco. Mia nonna insieme alle sue amiche-vicine, si alzavano alle quattro la mattina e preparavano il pane libanese. La cosa buona del pane libanese è che si conserva a lungo. Dunque il pane non mancava se si riusciva a farlo in casa. Il problema era avere la farina e questa nei momenti di intensi combattimenti non arrivava più. Sicuramente la carne era più difficile da trovare, e mia nonna (che aveva vissuto la fame durante la prima guerra mondiale) sapeva come organizzare e ovviare alle mancanze sicché c’era sempre qualche pietanza a base di grano, riso, legumi, e verdure di vario tipo. Ovviamente la carne di pollo veniva lasciata per la domenica e le occasioni importante. Era mia nonna che sapeva uccidere i polli che poi cucinava per un esercito di persone (minimo 15 persone durante la settimana e più di 20 durante la domenica).
- Per quanto riguarda il trasporto, la mia famiglia non possedeva una macchina quindi ci si spostava raramente su lunghe distanze (magari quando si doveva scappare da Beirut). Tuttavia durante i momenti di scarsità di petrolio (cioè quando la situazione era molto calda) la gente faceva delle file lunghissime (qualche volta ci scappava il morto). A dire la verità nei momenti di calma il traffico si intensificava, le persone andavano al lavoro e i Libanesi hanno sempre dimostrato di essere persone molto attive, caparbie ottimiste. Appena cessavano i bombardamenti o i combattimenti si rimettevano subito a pulire e ricostruire perché la vita deve andare avanti.

Cosa riserverà il futuro?
All’inizio nessun libanese aveva capito a fondo cosa stesse succedendo; il passaggio dall’emergenza alla stabilità aveva seguito il percorso degli eventi e quasi tutti hanno vissuto alla giornata. La capacità di adattamento dipende molto dall’istinto di sopravvivenza e dall’avere comunque e sempre una certa dose di ottimismo. Allo scoccare della mezzanotte di ogni Capo d’Anno tutti ci dicevamo che è finita tanto, peggio di cosi non potrebbe andare, speriamo che il prossimo anno ci porti la pace e la tranquillità. Non sempre è stato cosi, ma è stato sufficiente per andare avanti.
Il Libano oggi continua a trovarsi in una situazione delicata, esso è completamente influenzato dalle crisi regionali. A queste vanno aggiunte la sua quasi totale dipendenza dalle importazioni di materie prime e cibo, la sua produzione agricola interna non è sufficiente ed i terreni produttivi sono drasticamente diminuiti. Il 98% delle sue necessità energetiche dipendono dal Petrolio, il rimanente 2% da un po’ di idroelettrico, geotermico e qualche impianto fotovoltaico e un paio di piccolo eolico. I cambiamenti climatici hanno allungato la stagione siccitosa, il Paese era caratterizzato da un alternarsi di 6 mesi di sole a 6 mesi di piogge con il picco durante il periodo Dicembre – Marzo. Essendo la montagna più alta del Medio Oriente, il Libano (il nome proviene dalla parola Laban, che in fenicio vuol dire bianco, perché nel passato le sue cime più alte (fino a 3018 m erano sempre bianche. Purtroppo il ghiacciaio è scomparso), ha ancora la fortuna di essere un enorme serbatoio di acqua che però non può sfruttare pienamente dal momento che i suoi vicini Israele e Siria non glielo permettono. Staremo a vedere, intanto è l’Italia che si trova sotto le piogge torrenziali.

venerdì, aprile 08, 2011

Un approccio politico alla questione nucleare

In questi giorni di apprensione per le note vicende giapponesi, la linea prevalente di opposizione all’uso dell’energia nucleare è quella di sottolinearne i rischi sanitari connessi alle emissioni radioattive conseguenti a gravi incidenti, che la breve storia dell’industria nucleare ha dimostrato più probabili di quanto si volesse far credere.

Non è che questo approccio sia sbagliato, per carità, è giusto far riflettere l’opinione pubblica sulle possibili incontrollabili conseguenze del ricorso al nucleare, soprattutto con l’approssimarsi di un momento decisionale importante come quello del referendum abrogativo che si svolgerà in Italia a Giugno. Però ritengo che bisognerebbe fare una riflessione più approfondita e più a lungo termine.

Siamo proprio certi che l’atteggiamento prevalente nell’elettorato sarà costantemente di rifiuto della tecnologia nucleare, per timore dei rischi alla salute? L’esperienza concreta ci induce a credere che non è così scontato. Prendiamo il caso della mobilità: si tratta di un’attività umana tra le più rischiose a livello sanitario. Tutti sono consapevoli degli spaventosi livelli di mortalità e morbilità connessi all’uso dell’automobile, sia a causa degli incidenti stradali che dell’inquinamento atmosferico. Eppure la gravità del rischio ha un grado elevato di accettabilità sociale, rispetto ad altre attività con impatti sanitari molto inferiori.

Evidentemente, a livello subliminale le masse consumistiche hanno interiorizzato, a torto o a ragione (secondo me a torto), la convinzione che il rischio sanitario sia ampiamente compensato da altri vantaggi e comodità. In altre parole, non è automatico che l’eventualità di un danno sanitario collegato ad un’attività umana sia un fattore escludente, ma ciò discende solo da un processo mentale di bilanciamento dei suoi costi e benefici. A livello generale, ciò corrisponde alla convinzione, più diffusa di quanto si creda nelle società occidentali, che l’inquinamento ambientale sia il prezzo da pagare al benessere e al progresso.

Quindi, nulla può escludere che, quando la disponibilità di risorse energetiche sarà sempre più scarsa e determinerà forzatamente un minore uso delle tecnologie che rendono tanto comoda la nostra vita, la maggioranza dell'opinione pubblica si orienterà favorevolmente all’uso del nucleare. E noi, “adoratori del picco” sappiamo benissimo che questo momento è molto più vicino di quanto comunemente si pensi.

Allora, un’opposizione più efficace all’energia nucleare attualmente non può che essere fondata sull’analisi dei rischi industriali del suo uso, principalmente collegati ai costi di produzione e alla disponibilità mondiale di risorse minerarie di uranio.

Ma anche l’argomento della non competitività economica della tecnologia nucleare può valere solo in una situazione di agevole disponibilità di alternative energetiche. In una situazione di scarsità, nulla potrebbe impedire per motivi strategici agli Stati nazionali di sovvenzionare l’industria nucleare per rendere più conveniente l’investimento dei privati.

Quindi, l’unico limite veramente insuperabile dell’energia nucleare, almeno nella versione tecnologica attuale, è la consistenza delle risorse di uranio e l’argomento più efficace contro i progetti di costruzione di nuove centrali è a mio parere il rischio, più volte discusso su queste pagine elettroniche, di indisponibilità del combustibile durante il loro ciclo di vita.

mercoledì, maggio 20, 2009

Obama, la Fiat e il picco del petrolio

In questo mio articolo avevo brevemente recensito il film W., citando in particolare un illuminante e secondo me veritiero dialogo nello Studio Ovale della Casa Bianca, che spiega i veri motivi della guerra in Iraq, contrariamente alla versione ufficiale, rivelatasi poi infondata, della presenza di armamenti nucleari in possesso del satrapo Saddam Hussein.
Pensionato Bush, gli americani si sono affrettati a smentire uno dei luoghi comuni e degli argomenti più frequenti dell’antiamericanismo ideologico nostrano, quello di essere un popolo razzista, eleggendo il primo Presidente di colore della propria storia democratica.
In questo mio precedente articolo avevo preso nettamente posizione a favore della sua rivale Hillary nelle primarie del Partito Democratico. La mia beniamina è arrivata a un soffio dalla nomination e a una presidenza ancora più improbabile di quella di Obama, in un immaginario politico ancora profondamente maschile, ma anche per questo è stata insignita di una delle più alte cariche governative, quella di Segretario di Stato.
Devo dire però che, almeno in parte, mi sono ricreduto sulle capacità di Obama che, con il suo invidiabile stile disinvolto e rilassato (in inglese “understatement”) sta prendendo delle decisioni difficili in un momento storico terribile. E’ troppo accondiscendente nei confronti delle lobbies bancarie e finanziarie che con delinquenziale spregiudicatezza hanno causato la crisi economica che stiamo vivendo, ma sul piano energetico si sta muovendo bene. Ha annunciato una “rivoluzione verde” nel settore delle rinnovabili e del risparmio energetico promettendo un cambio di linea radicale degli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici, ma è soprattutto nel settore dei trasporti che la sua strategia si differenzia radicalmente da quella del suo predecessore. Obama sembra aver capito chiaramente che il modello di mobilità preferito dai propri concittadini, fondato sull’uso smodato del trasporto individuale su gomma e del trasporto aereo, non ha futuro energetico e, nel recente viaggio in Europa, ha pubblicamente manifestato apprezzamento per gli efficienti sistemi di trasporto collettivo su ferro molto diffusi nel nostro continente (per fortuna non è venuto in Italia).
Si rende però conto che una svolta radicale in comportamenti profondamente connaturati allo stile di vita americano è poco praticabile. Come ho scritto in quest’altro articolo, il mito di libertà pionieristica racchiuso in quegli scatoloni metallici divoratori di benzina su cui amano passare gran parte della propria vita gli americani, sarà duro a morire. In termini di immaginario collettivo, chiunque abbia letto “On the road” di Jack Kerouac o abbia visto film come “Thelma e Louise” capirà quello che dico.
Allora, il Presidente Obama sta provando a procedere per gradi. Evita il fallimento delle potenti industrie automobilistiche nazionale con cospicui aiuti di Stato, ma in cambio impone l’accordo della Chrysler nientepopodimenoche con il topolino italiano Fiat che entra alla grande nel colosso americano senza metterci una lira (pardon euro), in cambio solo del Know how tecnologico accumulato nella produzione di macchine di serie a bassi consumi. E annuncia un piano per la riduzione drastica dei consumi energetici delle automobili americane entro il 2016.
Si tratta ovviamente di una scommessa difficile da vincere, ma la strategia è chiara: la riduzione della produzione conseguente al picco del petrolio sarà affrontata questa volta dagli Stati Uniti in maniera radicalmente opposta a quella di Bush: fine, anche se più lenta e graduale del previsto, dell’occupazione militare in Iraq per controllare i flussi petroliferi del medio Oriente, e riduzione dei faraonici consumi petroliferi interni con l’utilizzo di tecnologie più efficienti. Auguri, Mr. Obama!

sabato, febbraio 07, 2009

Dalla mailing list di Al Gore



Riceviamo sulla lista Aspo questa recente risposta dalla mailing list di Al Gore, cui Giovanni Marocchi (socio Aspo) è iscritto.


Dear Giovanni,

Today, I will be testifying before the Senate Foreign Relations Committee about repowering America and the need for us to resume global leadership on the climate crisis. As you know, it's acritical time in our country and we all have a role to play. I've recorded a short video message to share my perspective on what's at stake right now. Take a moment and please watch it. In Congress, our leaders are debating an economic recovery package. It includes unprecedented support for putting Americans back towork building a clean energy economy. But entrenched interests in Washington will be working hard toweaken the legislation -- opposing funding for clean energy programs that support things like wind, solar, energy efficiency and a new national electric grid. As members of Congress work out the details of a bill that can pass both the House and the Senate, it's important that you let each of your elected representatives know that you want the recovery to be about repowering America. You and I know that continuing with the status quo will not revitalize the U.S. economy. Please make sure your elected officials know, too. Watch the video and send a quick note to Congress:




Today, we can start to get America back on track.

Thanks for everything,
Al Gore

venerdì, novembre 14, 2008

Con o senza limiti? Efficienza, compatibilità e sufficienza



created by Gianluca Ruggieri

[Dipartimento Ambiente-Salute-Sicurezza
Facoltà di Scienze MM.FF.NN.
Università degli Studi dell'Insubriavia VARESE]


Le sfide che attendono le prossime generazioni sono ormai riconosciute a tutti livelli. In particolare l’esaurimento delle risorse fossili e il cambiamento climatico sono fenomeni ormai acclarati. Sono sempre meno numerosi gli studiosi che li negano, anche se continuano ad avere un ampia risonanza sugli organi di informazione (si veda per esempio Stefano Caserini “A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia”, Edizioni Ambiente, 2008).

Altri gravi fenomeni come la sovrappopolazione, il depauperamento dei suoli, l’esaurimento delle risorse d’acqua potabile, sono meno dibattuti ma altrettanto critici.
Le possibili strategie per affrontare queste sfide sono numerose, ma tutte in qualche modo si confrontano con i limiti della "capacità di carico" del pianeta. Spesso questo confronto rimane tra le premesse implicite che caratterizzano i singoli approcci: possiamo identificare in linea di massima due possibili atteggiamenti.
Il primo è quello di negare de facto che l’umanità si debba confrontare con dei limiti. È il tipico atteggiamento delle grandi agenzie internazionali, dei governi e degli enti sovranazionali. Sulla base di questa premessa si individuano gli scenari tendenziali (Business as Usual, BaU), e le possibili politiche di intervento vengono definite in base alla linea tendenziale.
Se per esempio consideriamo i consumi energetici globali, questo approccio sottintende che sia possibile continuare ad aumentarli indefinitamente. In particolare questo aumento potrà essere lineare (ogni anno si aumenta della stessa quantità) o addirittura esponenziale (ogni anno si aumenta della stessa percentuale). Tuttavia, se vengono messi in atto degli interventi volontari di riduzione, possiamo in qualche modo controbilanciare il possibile aumento previsto. In questo modo ad esempio è possibile considerare positivo un intervento che mantiene costanti i consumi nel tempo, perchè senza l’intervento sarebbero invece aumentati.
Questo approccio è adottato dall’Unione Europea, per esempio nella Direttiva 32 del 2006 concernente l'efficienza degli usi finali dell'energia e i servizi energetici, oppure nel piano 20-20-20. Gli obiettivi di efficienza energetica sono definiti rispetto allo scenario BaU, quindi ad esempio uno Stato Membro potrebbe raggiungere i propri obiettivi di 20% di incremento di efficienza, e contemporaneamente aumentare i propri consumi.
Mi è capitato personalmente di adottare questo approccio durante lo studio per Greenpeace cui ho partecipato lo scorso anno. In quel caso era il modello di calcolo utilizzato che considerava la domanda di energia elettrica come un dato esogeno e in costante aumento.
Un atteggiamento invece opposto è quello che deriva dall’avere adottato interamente il concetto di limite, nel dipanarsi degli scenari. Il concetto di limite fu portato al centro del dibattito scientifico mondiale tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Fondamentale fu l’iniziativa del Club di Roma, che diede origine al rapporto “The Limits to Growth” realizzato da un gruppo di ricercatori del MIT di Boston (Donella H. Meadows, Dennis l. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III) e pubblicato nel 1972. Negli stessi anni venivano sviluppati tra gli altri i lavori di Nicholas Georgescu-Roegen (per esempio “The Entropy Law and the Economic Process” del 1971 e “Energy and economic myths” del 1976) e quelli di Ernst Friedrich Schumacher (“Small Is Beautiful: A Study of Economics As If People Mattered” del 1973). Di poco successivo il lavoro di Herman Daly che a partire dal 1977 ha lavorato al concetto di economia dello stato stazionario. Curiosamente questi percorsi che derivano da discipline e approcci diversi giungono a conclusioni analoghe.


L’opera di questi pionieri non tardò ad affermarsi e fece strada a diverse azioni concordate a livello internazionale. In particolare il lavoro della Commissione Bruntland portò nel 1987 a definire lo Sviluppo sostenibile (Sustainable Development) come “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Il concetto di Sviluppo sostenibile però rimane inadeguato: intanto perchè troppo generico poi perchè tende a rivitalizzare il concetto di sviluppo, criticato profondamente da molti autori. Si veda ad esempio “Dizionario dello sviluppo” a cura di Wolfgang Sachs, EGA, 1998 che raccoglie gli interventi di Marianne Gronemeyer, Ivan Illich, Gérald Berthoud, Majid Rahnema, Arturo Escobar, Barbara Duden, Majid Rahnema, Jean Robert, José María Sbert, Vandana Shiva, Claude Alvares, Serge Latouche, Ashis Nandy, Gustavo Esteva, Otto Ullrich, C. Douglas Lummis, oltre che dello stesso Sachs.

Negli ultimi anni sono però diverse le iniziative che derivano dal tentativo di rispondere alle esigenze di benessere globale, mantenendoci all’interno dei limiti fissati dalla nostra biosfera. Tutti in qualche modo tendono ad applicare l’approccio “Contraction and Convergence” tradotto in italiano come contrazione e convergenza. L’approccio C&C prevede che i paesi che oggi sono i maggiori emettitori di gas serra vadano a diminuire le loro emissioni fino a convergere ai livelli del resto del mondo. Il concetto sviluppato riguardo alle emissioni di gas serra, è poi applicabile anche in altri campi.

Come ricorda il Wuppertal Institut in “Per un futuro equo. Conflitti sulle risorse e giustizia globale”, Feltrinelli 2007 il modello C&C “contraddice due presupposti alla base dell’economia della crescita: in primo luogo la credenza diffusa che lo sviluppo economico sia subordinato a un grande consumo di risorse (...) e in secondo luogo, l’opinione che il benessere delle persone aumenti di pari passo con i consumi”.
Tra una iniziativa e l’altra vi sono molte differenze, una delle più importanti è la determinazione del limite di sostenibilità che risulta diversa per diversi autori. Tra gli altri è possibile citare:
- La società a 2000 W (2000-Watt-Gesellschaft) proposta da alcuni ricercatori dell’ETZ il Politecnico di Zurigo;
- “Cento watt per il prossimo miliardo di anni” volume di Erika Renda e Luigi Sertorio;
- L’approccio Factor Four del Wuppertal Institut ovvero come raddoppiare il benessere e dimezzare l'impatto ambientale moltiplicando per quattro l'efficienza della produzione, proposto anche in “Fattore 4. Come ridurre l'impatto ambientale moltiplicando per quattro l'efficienza della produzione” L. Hunter Lovins, Amory B. Lovins, Ernst U. von Weizsacker, Edizioni Ambiente 1998;
- Il Piano B di Lester Brown dell’Earth Policy Institute liberamente scaricabile dal web nella sua traduzione italiana, “Piano B 3.0 - Mobilitarsi per salvare la Civiltà” Edizioni Ambiente 2008;
- Il concetto di impronta ecologica applicabile alle economie di intere nazioni, ma anche agli stili di vita personali di ciascuno di noi, presentato nella nuova edizione di “L'Impronta Ecologica - Come ridurre l'impatto dell'uomo sulla Terra” di Mathis Wackernagel, William E. Rees, Edizioni Ambiente 2008;
- Il modello dell’autonomia energetica di Hermann Scheer che tende ad accorciare le filiere dell’approvvigionamento energetico, così che ogni territorio possa fare i conti solamente con le risorse energetiche effettivamente disponibili: anche in questo caso Edizioni Ambiente ha pubblicato i lavori di Scheer, “Autonomia energetica Ecologia, tecnologia e sociologia delle risorse rinnovabili” del 2006 ma soprattutto “Il solare e l'economia globale - Energia rinnovabile per un futuro sostenibile” del 2004.
A questi si può aggiungere l’approccio del movimento della Decrescita, a partire dai lavori di Georgescu-Roegen fino a quelli di Serge Latouche, Mauro Bonaiuti e Maurizio Pallante, che però non determina degli obiettivi quantitativi globali ma piuttosto delle pratiche concrete.
Ovviamente ognuno di questi approcci meriterebbe un’analisi approfondita che non è possibile limitare a questo post.

In ogni caso, qualunque sia l’approccio adottato, si giunge alla conclusione che le strategie ricorrenti di fatto sono tre: efficienza, compatibilità e sufficienza. Come perfettamente sintetizzato ancora una volta dal Wuppertal Institut in “Per un futuro equo”:
“Efficienza significa ridurre l’uso di materiale ed energia in ogni merce o prestazione grazie a una tecnologia e un’organizzazione ottimizzate, grazie al riciclaggio e alla limitata produzione di rifiuti. (...) la strategia di efficienza rappresenta un ottimo battistrada sulla via della sostenibilità, ma mostra i propri limiti appena l’aumento del volume delle merci e dell’impiego di energia supera quello che si risparmia.
La compatibilità invece rappresenta il connubio tra natura e tecnologia. Il principio cardine è che i metabolismi industriali non devono danneggiare quelli della natura (...) Inoltre vale la regola per cui in un sistema intelligente non esistono rifiuti, solo prodotti. (...)
Ma anche la strategia della compatibilità non è una panacea. (...) Le tecnologie informatiche finora non hanno portato a un minore ma a un maggiore consumo di materia ed energia. (...)
La sufficienza a sua volta ci interroga su quanto sia abbastanza, su cosa possano tollerare realmente l’economia e gli esseri viventi. (...) mentre efficienza significa fare le cose nel modo giusto, sufficienza equivale a fare le cose giuste.”
Efficienza, compatibilità e sufficienza. Le tre strade per la sostenibilità sono tutte necessarie: nessuna è sufficiente. Tutte condividono qualche limite, e solo ragionando in maniera integrata e cercando di applicarne i principi contemporaneamente possiamo pensare di affrontare le crisi all’orizzonte tramutando i problemi in opportunità.

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Grazie a Terenzio Longobardi e Marco Pagani per i preziosi suggerimenti




[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

venerdì, novembre 07, 2008

La via italiana contro i cambiamenti climatici - parte II

Pochi giorni dopo il mio precedente articolo, la Commissione Europea ha pubblicato la Relazione annuale relativa ai dati emissivi del 2006 “Progressi verso il conseguimento degli obiettivi di Kyoto”, che disegna un quadro ancora più ottimistico di quello dell’anno precedente e conferma le mie valutazioni positive dell’impegno europeo contro i cambiamenti climatici.
Infatti, nell’introduzione della relazione leggiamo che: “Nell’ambito del protocollo di Kyoto, L’UE-15 si è impegnata a ridurre le sue emissioni di gas serra dell’8% rispetto ai livelli dell’anno di riferimento entro il 2008-2012. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’inventario (2006), le emissioni totali di gas serra nell’UE-15 sono state inferiori del 2,7% rispetto alle emissioni dell’anno di riferimento, se non si tiene conto delle attività legate alla destinazione d’uso del terreno, ai cambiamenti di tale destinazione e alla silvicoltura (attività LULUCF). Dal 1990, l’economia dell’UE-15 (espressa come PIL) è aumentata del 40% circa. Nel 2006 le emissioni di gas serra dell’UE-15 sono diminuite dello 0,8% rispetto al 2005 a fronte di una crescita economica del 2,8%. Le proiezioni della Figura 1 indicano che la Comunità sarà in grado di realizzare il proprio obiettivo di Kyoto. Inoltre, anche i settori che rientrano nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissione (ETS) dovrebbero contribuire alle riduzioni con un 3,3%, cifra che attualmente non figura nelle stime previste.
In base alle proiezioni disponibili, entro il 2010 otto Stati membri sui 15 dell’UE-15 – Belgio, Germania, Grecia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Svezia – dovrebbero conseguire i rispettivi obiettivi ricorrendo alle politiche e alle misure esistenti, ai pozzi di assorbimento del carbonio e ai meccanismi di Kyoto. Altri quattro Stati membri (Austria, Finlandia, Francia e Lussemburgo) dovrebbero ottenere lo stesso risultato con le politiche e misure supplementari previste. Per adesso, invece, tre Stati membri (Danimarca, Italia e Spagna) non dovrebbero riuscire a realizzare l’obiettivo di Kyoto. Tuttavia, il divario tra le proiezioni riguardanti questi paesi e i rispettivi obiettivi si è notevolmente ridotto rispetto allo scorso anno, soprattutto nel caso di Spagna e Italia. Inoltre, il sistema ETS comunitario e i suoi effetti sulle emissioni nazionali di Danimarca e Spagna, elementi che non sono stati calcolati nelle proiezioni di quest’anno, dovrebbero dare un contributo importante per il raggiungimento degli obiettivi dei due paesi in questione".

venerdì, marzo 21, 2008

Il Nuovo Piano Europeo per il Clima



Potete trovare sul sito "agienergia" una mia nota dove esamino la recente proposta della commissione Europea per un'azione integrata sul clima. La proposta Europea è fortemente centrata sull'efficienza energetica e sulle rinnovabili. Il mio commento è favorevole, anche se sostengo che il piano d'azione è troppo poco aggressivo e poco efficace soprattutto per quanto riguarda il trasporto.

A propostito di questo articoletto che ho scritto, c'è una vicenda che vi racconto per vostra curiosità. E' successo che venerdi scorso mi ha scritto Carlo Stagnaro, attivo, fra le altre cose con il blog "realismo energetico", chiedendomi se potevo preparargli una nota entro lunedi' a proposito del piano d'azione Europeo. Gli ho risposto che i tempi mi parevano assai stretti per un articolo di 4000 parole, ma che ci avrei dato un'occhiata.

Un Sabato pomeriggio, mi ci sono messo per un paio d'ore e la cosa mi è parsa interessante. Ho scritto qualche nota, poi ci sono tornato sopra la Domenica mattina. La cosa mi pareva sempre più interessante, per cui ho scritto molte altre cose. Il pomeriggio ho aggiunto qualche rifinitura e poi l'ho mandato a Stagnaro scusandomi se era solo di 3000 parole.

Stagnaro mi ha risposto ringraziandomi, ma facendomi notare che la richiesta era di un articolo di 4000 battute, non 4000 parole! Meno male che su internet c'è tanto posto!

Pensandoci sopra, comunque, credo che sarebbe stato forse più facile fare un articolo lungo che uno corto. Quando ci si mette ad analizzare qualche cosa, condensarla in poco spazio a volte è la cosa più faticosa di tutte.

Questo mi ha anche ricordato un vecchio aneddoto di non so più quale politico. Si racconta che gli avevano chiesto quanto tempo gli ci voleva per preparare un discorso di 10 minuti, e lui aveva risposto: "due giorni". Allora gli avevano chiesto il tempo per preparare un discorso di mezz'ora, e lui "mezza giornata". E per un discorso di due ore? "sono pronto"

Trovate il mio articolo sul piano d'azione europeo per il clima a:

http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=140&id=25&ante=0



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