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mercoledì, dicembre 28, 2011

Pane e Petrolio

Di Massimo Nicolazzi


Tratto da Limes 6/2011

Sommario: Le rivolte arabe segnalano la crisi dello Stato rentier, in cui la rendita sostituisce il reddito. L'esempio saudita. Alla radice, la crescita demografica. Più consumi interni e meno export producono instabilità. Una lezione per Occidente e Cina.

1. Dici arabo e magari pensi al pane. Però anche, e forse più spesso, al petrolio. Il prezzo del pane che aumenta ti fa partire la rivolta tunisina. In Arabia Felix e possibilmente altrove il prezzo del petrolio che sale o almeno tiene la rivolta dovrebbe impedirla, o almeno attenuarla. Il pane arabo è fatto col petrolio, o quasi.
In qualche caso oltre al pane ci fanno anche il companatico. In Medio Oriente è palmare. L’Arabia Saudita, anzitutto. L’80% delle entrate fiscali è generato dal settore idrocarburi, che vale da solo il 45% del PIL, e che vale anche il 90% del valore totale delle esportazioni. In Iran (che non saranno arabi, ma con buona pace di Huntington arabi e ariani sono almeno a qualche effetto assimilabili; e a fini di pane e petrolio li terrò assimilati) gli idrocarburi contano per oltre il 50% del budget statale; in Iraq per il 90%; e così a seguire via Kuwait ed Emirati.
Qualcuno la definisce maledizione del petrolio. Curse of oil. E’ l’equivalente macroeconomico del vincere la lotteria. Difficile che chi vince il superenalotto sia preso da un’irrefrenabile bisogno di lavorare sodo e subito. Difficile che chi scopre il dono di Natura di una cornucopia di risorse sia colto dall’ansia di produrre altro. Inutile ironizzare sul clima o teorizzare di civiltà (magari usando il termine come sinonimo inconfessato di “razza”). Capita ovunque e a chiunque. Quando in Olanda scoprirono Groeningen, che poi è uno dei più grandi giacimenti di gas d’Europa e produce ormai da cinquant’anni, gli successe la stessa cosa. Monocultura dell’idrocarburo, e il resto dell’economia tra chiusura e recessione. L’economista politically correct da allora evita curse of oil. Dutch disease è piu’ educato. Financo gentile.
Chiamatelo come preferite. Il fenomeno, se pur con varianti infinite, è abbastanza semplice. Madre Natura, dopo gravidanze in media di qualche milione di anni, ha generato varie discendenze di idrocarburi. Dopo averle generate se le è tenute in pancia; o meglio, per transire dall’anatomia all’economia, ce le ha tenute in deposito. Il petrolio non si “produce”, ma giusto lo si “estrae” dal suo magazzino naturale. La “produzione” in senso proprio e qualche milione di anni di stoccaggio sono economicamente un regalo (le esternalità, if any, sono qui intenzionalmente omesse).
Chi trova petrolio riceve in regalo una “merce”; o comunque un prodotto che gli è trasferito senza costi di produzione e/o magazzino. Svuota, appunto, il magazzino; e vende quello che ci trova. Nessuna meraviglia che il petrolio possa insieme costare pochissimo (fino all’inizio degli anni Settanta dell’altro secolo poco più di un dollaro a barile) e garantire rendite imponenti a chi ne ha e/o produce.
La rendita. Una fonte di energia fossile è un mezzo per produrre energia, o comunque (in senso lato) uno “strumento” di produzione, più che un” prodotto”. Nelle storia è pure successo che ad uso medicinale te ne prescrivessero anche “three teaspoons three times a day”, e pure per via orale; ma di regola il petrolio non si beve, siccome il carbone non si mangia. Il petrolio lo si raffina e si trasforma per farne prodotti che servono a produrre. Carburante per le nostre gomme, o fertilizzante per l’agricoltura, o materia prima per plastiche, o quanto e tanto altro.
Trovi il petrolio dentro un territorio altrimenti dotato dei rudimenti di un’economia e un assetto sociale “moderni” (nel significato corrente dell’Occidente, e absit giudizio di valore), e sai cosa farne. Se hai un apparato produttivo (fabbriche e mercati collegabili con infrastrutture di trasporto e agricoltura meccanizzabile e quant’altro) e ti abbonda un mezzo (straordinariamente efficiente) di produzione sai come impiegarlo. La rendita del Dono fossile la reimpieghi direttamente nel processo produttivo. Elettricità per produrre merci e servizi; e carburante per muoverli; e fertilizzanti e trattori per alimentare quell’altro fattore di produzione (il lavoro) con sempre più pane prodotto da sempre meno uomini. La rendita si trasforma in un minore costo di produzione del prodotto finale. E il produttore ne fa leva per candidarsi a leadership internazionale (non solo commerciale e/o industriale). Per riferimenti, rivolgetevi all’Inghilterra carbonifera del XIX secolo o alla leadership petrolifera americana del XX (nell’immediato dopoguerra, il 60% del petrolio prodotto al mondo era ancora estratto negli Stati Uniti).
La rendita puoi però anche usarla semplicemente come rendita, e tale ti resta. In terminologia moderna significa di regola “convertirla” in spesa pubblica. Improduttiva. Vendo il petrolio e uso il ricavato per sussidi, pensioni e indennità varie. La tentazione può prenderti anche se sei “moderno”. Dutch disease. O se serve un altro esempio, la politica laburista inglese ai tempi delle grandi scoperte nel Mare del Nord. Tassazione dei profitti petroliferi oltre il 90% di aliquota e social welfare senza limiti. Il petrolio usato quasi per ironia per sussidiare anche i minatori del carbone. Da chiedersi quasi se senza il petrolio laburista la Thatcher avrebbe mai trionfato.

2. La tentazione è forte se il petrolio lo trovi in un tessuto connettivo “moderno”. Irresistibile se lo trovi nel deserto. Inevitabile se nel deserto lo trova qualcun altro. Per decenni e quasi un secolo, la storia del petrolio fuori d’America è (al netto della Russia) una storia dell’espansione petrolifera occidentale. Pochissimo inglese e tantissimo americana. Dalla prima concessione iraniana del 1901 alla trasformazione nel dopoguerra dei giacimenti sauditi nella cinquantunesima stella americana lo schema è lo stesso. Il petrolio è tutto per me e per il mio apparato economico (e militare). E con lui mi porto via la sua rendita; al netto di una qualche royalty (nel 1901 si comincia con il 16% neanche delle revenues ma dei profitti) che lascio nel paese a titolo poco più che di disturbo. La rendita del produttore confluisce quasi per intero, riducendolo, nel costo di produzione del consumatore. Affitto il terreno a prezzi di pascolo; lo coltivo intensivo a frumento; e sul posto non lascio neanche una spiga, che da me il pane bianco si vende caro. Costa meno di un’occupazione militare; e rende infinitamente di più.
Per anni, il tema per i produttori arabi non è perciò come impiegare la rendita, ma (analogamente all’esperienza precedente dei produttori centro e sudamericani) come trattenerla. E poi, in progresso di tempo, come trattenerne sempre di più. Escludendo l’Occidente dal produrre o quantomeno convertendo la rendita sua e delle sue imprese entro i limiti di un normale profitto industriale.
Missione compiuta (o quasi) negli anni Settanta del Novecento. Tra le crisi (o presunte tali) del 1973 e del 1980. In parte per via di nazionalizzazioni. Il terreno non lo affitto più e me lo coltivo io. In parte per revisione radicale dei rapporti con le società petrolifere d’Occidente. La vecchia royalty si converte in strumenti di controllo e programmazione del ritorno sul capitale investito. Il che ad ammortamento avvenuto può consentire al paese di trattenersi anche più del 90% del profit. Via nazionalizzazioni o revisioni, la rendita resta infine laddove si produce.
Insieme succede altro, e forse di più importante. Si appropriano della rendita. Ma anche e in parallelo revisioni e nazionalizzazioni li mettono in grado di controllare la produzione. Come si sviluppa un giacimento, insomma i tempi della semina e del raccolto, diventa decisione del paese produttore e non più dell’impresa. Sono in grado di controllare i volumi; e quindi potendo modulare l’offerta sono o quantomeno si sentono in grado di modulare anche i prezzi. Si sono impadroniti della rendita (quasi) per intero; e adesso potrebbero essere anche in grado di programmarne il valore. Se davvero si può agire su volumi e prezzi, una politica diventa possibile.
Volumi o prezzi. Massimizzare la rendita ricavabile nell’immediato, producendo il più possibile il più velocemente possibile. O distribuire nel tempo, riservando una quota del producibile al futuro. Una politica delle risorse è in ultima istanza la scelta politica di un tasso di sconto. Il tasso di sconto come misura di quanto petrolio mi conviene produrre subito e quanto lasciare in sottosuolo. Se sconto basso, ne salvaguarderò per le generazioni future; e se sconto alto mi converrà produrre tutto il producibile. Se sconto alto difendo i volumi; e se sconto basso col deprimere l’offerta difendo i prezzi.
Tra il 1973 e l’inizio degli anni Ottanta fare politica, e dunque scegliere, gli pare possibile. Però si dimenticano che esiste anche la domanda, e che non è scontato che la domanda sia sempre crescente. E dunque si mettono a difendere insieme volumi e prezzi. La cavalcata è straordinaria e apparentemente inarrestabile. Un barile di petrolio nel 1971 aveva un posted price di un dollaro e ottanta, e buona parte della sua rendita finiva a occidente. Nel 1980 siamo a trentaquattro dollari; e la rendita è trattenuta laddove si produce. La domanda però reagisce. Il consumatore si mette a giocare con i volumi. Non solo nuovi giacimenti altrove (dal Mare del Nord all’Alaska), ma anche cambio di fonti energetiche e inizio del risparmio. I consumi non crescono più. E nel 1988 il prezzo è tornato sotto i 13 dollari e mezzo. E’ la prima lezione. Il petrolio è difficilmente rimpiazzabile con altro. Ma difficile non vuole dire impossibile. Più il prezzo corre, e più il produttore rischia di scoprire che il petrolio è un bene fungibile. Qualunque sia la politica, gli andamenti del prezzo non possono rendersi estranei alla logica di domanda e offerta.
Succede in parallelo un’altra cosa. A provarsi a fare politica non sono i produttori, ma in realtà solo uno. Lo swing producer. L’Arabia Saudita. E’ l’unica all’inizio degli anni Ottanta a tagliare davvero i volumi per difendere i prezzi. Da 12 milioni giorno scende sino a 2,5; e poi, stanca di essere l’unica a tagliare in un’Opec dove tutti gli altri tendono invece a pompare in eccesso, decide di mollare i prezzi e far cassa con i volumi. Passa a 6 milioni di barili giorno in pochissimo. Il prezzo arriva temporaneamente sotto i dieci dollari, ma giusto o sbagliato il messaggio fa la storia. L’Arabia Saudita è l’unico elemento di bilanciamento del sistema. L’unico produttore “indispensabile”.

3. Tra il 1973 ed il 1980 si compie la conquista della rendita. Adesso la si può usare. La scelta è unanime. La rendita resta rendita. Il dibattito in ipotesi virtuoso su tasso di sconto e salvaguardia delle generazioni future non può nemmeno incominciare. Il produttore arabo ha priorità diverse. C’è da pensare all’immediato della stabilità politica e dell’ordine sociale.
La rendita non confluisce in un costo di produzione, lasciando poi alla produzione di generare reddito. La rendita non alimenta il reddito. La rendita lo sostituisce. Sostituendo il gettito petrolifero alla tassazione ordinaria come forma e fonte principale delle revenues statali; ed alimentando direttamente élite e masse.
E’ il modello dello Stato rentier. O se preferite dell’economia del sussidio. La ricchezza petrolifera redistribuita direttamente in forma di aiuto anzichè trasformata in fonte (mediata dal processo economico) di salario. Col risultato di soffocare l’incentivo allo sviluppo di altro, e di rendere la sussistenza interna sempre più dipendente dal fluire regolare della rendita. E’ la normalità della stagnazione.
Il circolo élite/masse ne è interamente e viziosamente alimentato. In un modello politico dove è men che netta la distinzione tra risorse statali e risorse delle famiglie o tribù o individui che lo Stato governano la rendita è alimento diretto della ricchezza delle élite. E però è anzitutto anche fonte della loro legittimazione. E base del loro consenso. Nell’economia del sussidio le élite giustificano la propria ricchezza elargendo sussistenza (di cui l’ipertrofia del pubblico impiego è elemento comunque compresente). E però al contempo dipendono dalla possibilità di continuare a garantire la sussistenza per la loro stessa sopravvivenza in quanto leadership, quando non anche per la propria sopravvivenza fisica.
La stabilità del regime è predicata sulla stabilità della rendita. Il petrolio è la priorità della politica interna. Ex bitumine imperium. Ex bitumine panem. Se preferite, curse of oil.
Sembra brutto. Però ha retto. Dal 1980 a questa primavera per far saltare un regime c’era voluta un’invasione. Gli altri, con poche eccezioni, belli e stabili; e con l’eccezione confessionale iraniana anche tendenzialmente quando non istituzionalmente ereditari. Se la distinzione tra bilancio statale e ricchezza familiare si fa labile, e sei il più potente solo se sei anche il più ricco, l’esito ereditario è quasi fisiologico.
Poi da primavera scossoni dappertutto. Regimi che saltano e altri che restano, ma anche loro un poco scossi. Le forme nazionali sono diverse. E coinvolgono anche paesi che hanno mutuato l’economia del sussidio pur non essendo grandi produttori in proprio. Magari percepisco male. Ma per come ce la raccontano e vista da lontano sembrerebbe comunque che quelli che non ne hanno (Giordania e Marocco, per non fare nomi) siano stati attraversati da minor sconquasso sociale. Meno Dono, meno maledizione. E però anche altra conferma che tra i motori della rivolta araba c’è anche la crisi del modello rentier. Negli ultimi trenta/quarant’anni qualcosa deve essere cambiato. E forse non è giusto il crescere di fame di democrazia e libertà.

4. Un primo e trascurato cambiamento degli ultimi quarant’anni è che adesso le masse sono cresciute. Proprio in senso demografico. I cittadini del produttore nel crescere si sono moltiplicati. L’alimento rendita ha alimentato tanto la fertilità che l’aspettativa di vita.
I sauditi vi paiono comunque spopolati, che è tutto deserto. Però una cosa è la densità per metro quadro e un’altra il ritmo riproduttivo. Nel 1970 i sauditi erano 5,7 milioni; nel 1980 9,6; e quest’anno più che 27. In Iran erano 28,5; poi 39 e adesso più di 75 milioni. In Iraq poco più di 10, e poi di 14, e adesso di 31. Non ti cambia di molto in Nordafrica. In quarant’anni l’Algeria è passata da 13 a quasi 37 milioni di abitanti; la Libia da meno di due a quasi sette; l’Egitto (che è stato un esportatore magari solo marginale, ma ha comunque sviluppato una sua variante dell’economia del sussidio e si ritrova ora aggravato dall’essere avviato a diventare strutturalmente importatore) è passato da 35 milioni di persone a più di 80.
La progressione non è costante, ed anzi ha decelerato bruscamente nell’ultimo decennio. I numeri dei tassi di fertilità sono evidenti. La leadership è ormai saldamente africana. I produttori, non appena la rendita ha consentito di sussidiare altro che non fossero le calorie necessarie alla sopravvivenza, hanno abbattuto i ritmi. Su scala magari in alcuni luoghi minore, ma anche qui si è andata confermando la lex aurea dell’Occidente. La crescita demografica come funzione inversa del benessere economico (non a caso, il primo paese non africano oggi in classifica per tasso di fertilità è l’Afghanistan, 13° assoluto con un tasso del 5,9%). Però sino ad una decina di anni or sono ci andavano spediti. Tassi di crescita della popolazione che superavano il 3% all’anno. E tassi di fertilità elevatissimi. Nel 1970 in molti Paesi (Libia, Algeria, Arabia Saudita...) il tasso di fertilità era sopra il 7%. E vent’anni dopo (Arabia Saudita e Iraq su tutti) era ancora sopra il 5%. Oggi siamo qualche volta addirittura in decrescita (1,75 in Algeria e 1,88 in Iran) e generalmente verso crescita zero. Il che è di regola anche un indice positivo di evoluzione della condizione femminile; però non modifica nell’immediato l’emergenza demografica. Chi è nato nel 1990 ha vent’anni adesso.
L’età media della popolazione italiana è di oltre 43 anni. A casa dei produttori siamo di regola tra i 25 ed i 27, con l’Iraq che fa addirittura 18,2 (e mantiene il primato regionale del tasso di fertilità, con il 3,67). Una volta avresti potuto dire che era tutta questione di aspettativa di vita; insomma che l’età media era molto più bassa giusto perchè morivano molto prima. Adesso la forbice dell’aspettativa di vita si è molto ridotta e la differenza di età media è marcatamente inflenzata dall’andamento demografico.
I baby boomers della rendita hanno dai venti (e anche meno) ai quarant’anni. E adesso vanno e contemporaneamente tutti in scena, a sgomitare per pane e lavoro e un’idea di futuro per sé e per i propri figli. Fuor di sussidio non trovano nulla, o molto poco.
Prima della rendita e del boom in qualche pezzo di Nordafrica si riusciva a sussistere di agricoltura. Adesso è esplosa la popolazione e sono crollati gli addetti. La terra coltivabile si restringe e il cibo passa a sua volta sulla bolletta delle importazioni. L’Algeria, che una qualche tradizione agricola ce l’aveva, importa la maggior parte del cibo che consuma; e gli altri anche peggio. Si esporta petrolio anche per pagare il frumento che si importa. Il resto è grande conurbazione. Le braccia si sono moltiplicate, e fuor di pubblico gli impieghi tradizionali si sono ristretti e quelli nuovi sembrerebbero di là da venire. Se spendi la rendita anzichè usarla puoi giusto convertirla nelle sue istituzioni. Urbanizzazione, impiego pubblico e sussidio.
Nell’altro secolo questo pianeta, nonostante il contributo di due guerre mondiali e di qualche migliaio di conflitti, è passato ad ospitare da poco più di uno a oltre sei miliardi di abitanti umani, e in parallelo il reddito pro capite individuale, l’aspettativa di vita e il cibo individualmente disponibile sono aumentati. Senza le applicazioni dei combustibili fossili (dall’energia elettrica ai fertilizzanti agricoli alla locomozione a quant’altro) questo ritmo di sviluppo non ce lo saremmo neppure immaginato. E’ stato possibile perchè il Dono è stato utilizzato, ed utilizzato come motore anche di innovazione e strumento di creazione di valore aggiunto. Come strumento che ha reso possibile aumentare la ricchezza del mondo più che proporzionalmente all’aumento della popolazione (in maniera poi non esattamente egualitaria, ma non è questo qui il punto).
Lo Stato rentier non usa il Dono. Lo consuma. Se gli aumentano i sussidiati non può sperare nell’innovazione o in qualche altra diavoleria per moltiplicare produzione e revenues. Può solo sperare che siano rimasti sotto l’albero dei doni non (ancora) visti; o che una qualche congiuntura gli faccia schizzare il prezzo. Sapendo che produzione e prezzi non aumentano di regola come funzione della popolazione, e che se non è saudita non ha margini per giocare in proprio con volumi e prezzi. L’esplosione demografica ti revoca in dubbio la capacità di poter garantire il pane; e con ciò anche la sopravvivenza dello Stato rentier nella sua forma corrente.

5. Non solo sono diventati tanti. Si sono pure messi a consumarlo a casa loro. Più la popolazione cresce e più bisognerebbe esportare per sussidiarla. Però anche più cresce e più ne abbisogna per sé e a casa propria. E a volte l’economia del sussidio persino te lo incentiva, il consumo interno (un esempio al limite del paradosso è il sussidio iraniano ai consumi privati di benzina per autotrazione). Metti insieme il bisogno di esportazione con quello di consumo interno, e la crescita della domanda te la puoi raffigurare esponenziale. L’offerta, ovvero la produzione, in molti casi non può crescere neanche linearmente; ed è tanto se non declina già nel breve. Lo Stato rentier si infila in una sorta di variante energetica della trappola malthusiana. In alcuni casi persino con entusiasmo.
Forse non bisognerebbe usare l’Arabia Saudita come paradigma. Sono troppo ricchi e troppo pochi e troppo pieni di petrolio. Magari. Però non sono più pochissimi. E non hanno alcuna certezza (al di là dei proclami) di poter aumentare la capacità di produzione corrente. Non saranno un paradigma; però sono un esempio.
Nel 2000 consumavano internamente circa un milione e mezzo di barili/giorno. Noi in Italia quasi due milioni. In teoria il dato mi direbbe che già nel 2000 il consumo saudita pro capite era almeno del 300% superiore al nostro. Nel 2010, noi siamo scesi a 1,5 milioni di barili/giorno. Loro nel frattempo da 1,5 sono saliti a 2,8. Caveat. Il dato è meno che omogeneo. Loro hanno pochissimo gas naturale (almeno in relazione ai liquidi che producono) e dunque usano il petrolio per fare tante cose diverse dal trasporto (elettricità inclusa) che qui sono invece fatte con altre fonti, gas sempre più precipuamente incluso. Proviamo con un dato più omogeneo. L’energia primaria. Il consumo italiano del 2000 è stato di 176,5 milioni di tonnellate di petrolio equivalente. Quello saudita di 117,9. Nel 2010 noi eravamo a 172; e i sauditi erano arrivati a 201. C’è chi (leggermente) contrae; e chi (quasi) raddoppia.
Proviamo ad applicare a questa progressione un modello business as usual (quelli che per definizione non ci azzeccano mai, perchè l’unica certezza del futuro è che nulla o quasi sarà as usual; ma che comunque ti danno una qualche base per ragionarci sopra). Di questo passo entro il 2030 il consumo interno saudita potrebbe arrivare a 8 milioni di barili/giorno, grosso modo l’80% della produzione del 2010. Se non raddoppiano la produzione (auguri), l’aumento del consumo interno finisce che li erode ben oltre l’aumento della popolazione. Gli tocca cambiare qualcosa nel modello; che sennò c’è rischio che non ci siano più revenues per loro. E neanche petrolio per noi.
Il saudita magari esagera. Ma il trend è piuttosto generalizzato. Se il resto dell’area non ha a sua volta raddoppiato, un balzo in avanti lo ha comunque fatto. Il dato aggregato del Medio Oriente (7,8 milioni di barili/giorno consumati nel 2010) indica un aumento dei consumi pari a circa il 50% in un decennio. Un tasso non troppo lontano da quello indiano; e nettamente secondo solo a quello cinese. In Africa del Nord la cifra assoluta di partenza è molto più bassa. Ma il trend trova perfetta replica, seppure su volumi assai più contenuti (il consumo primario algerino nel decennio passa da 26,8 a 41,1 milioni di tonnellate di petrolio equivalente/anno; quello egiziano da 49,8 a 81; e così in parallelo gli altri).
Dovrei per finanziare il modello esportare di più. E al netto del fisiologico declino produttivo dei giacimenti che ho e della difficoltà crescente di rimpiazzare il vecchio col nuovo, mi capita comunque che per crescita del consumo interno me ne avanzi sempre meno da esportare. Sempre meno margine per manovrare (in aumento) sui volumi. Sempre più speranza che i prezzi si adeguino nel tempo ai bisogni (del produttore). E sempre più certezza, come la recessione post-Lehman ha ricordato a tutti, che il prezzo dipende (anche?) dalla domanda. Il produttore può permettersi una stagnazione, e senza sommosse, solo se l’economia del consumatore cresce.

6. Si sono moltiplicati i consumatori. Anche di petrolio. Bisognerebbe cambiare modello. Ma non ci si riesce. La dipendenza dal suo generare rendita ha creato assuefazione. E comunque dal modello monoentrata non si evolve in una notte. E la rivolta è adesso.
Alla crisi dello Stato rentier viene così naturale cercare di rispondere con gli strumenti dello Stato rentier. Più sussidio. Più consenso. Solo che per farlo ci vorrebbe un qualche surplus. Il saudita può. E non esita. 36 miliardi di dollari di spesa aggiunti al budget statale a fine febbraio. A marzo re Abdullah ne aggiunge altri 130. E a aprile ritocca i salari di esercito e forze di polizia. I 166 miliardi sono un campionario dell’economia del sussidio. Edilizia popolare, salario minimo garantito, sussidio di disoccupazione, bonus aggiuntivi per studenti ed impiegati pubblici. Loro possono ancora permetterselo. Gli altri molto meno.
La stabilità sociale dipende anche dal prezzo del pane. Ma per certo e per tutti il bilancio statale sta per intero appeso al prezzo del petrolio. Pensioni e sanità e scuola e prezzo del pane appesi ad un’esogena. Imprevedibile, incontrollabile, e soprattutto volatile. Se il prezzo non cresce, la stabilità interna va in pezzi. Già oggi la stima è che il budget saudita stia in piedi se la media del barile non scende sotto gli 88 dollari. E la stima al 2015 è che ce ne vorranno 105. Se vogliono garantire un qualche reddito di sussistenza alla disoccupazione di massa gli altri, dall’Algeria all’Iran all’Iraq, non se la possono certo cavare con meno.
Appesi al prezzo. E sotto la spinta dei baby boomers ormai senza margini di manovra. La stessa Arabia Saudita non potrebbe più permettersi lo swing degli anni Ottanta. E gli altri non possono che produrre tutto, maledetto e subito. La dipendenza ha fatto evaporare la possibilità stessa di una qualche politica. E’ di nuovo volumi e prezzi. Negli anni Settanta magari era anche hybris. Adesso è solo necessità (e istinto) di sopravvivenza.
Guardando alle proiezioni, e alla possibilità che i consumi d’Occidente finiscano per stagnare, viene forte il dubbio che la stabilità mediorientale possa ritrovarsi in questo decennio a dipendere soprattutto dallo sviluppo che viene dall’Asia. L’unica realtà geografica in cui riporre speranza di una crescita di domanda che sostenga i volumi, e perciò anche i prezzi. Se di questi tempi sei appeso al prezzo, finisce (quasi) inesorabilmente che ti ritrovi appeso anche alla Cina.

7. Essere appesi al prezzo gli fa anche promuovere nuovi concorrenti. Voci d’America, e sempre più energeticamente autorevoli (da ultimo Yergin), gli stanno sbrigativamente annunciando che il baricentro sta per cambiare. Non più Medio Oriente e Nordafrica. La cittadella/epicentro della produzione mondiale trasloca. Da domani, o al massimo dopodomani, il nuovo regno del petrolio si installa nelle Americhe. Il Venezuela ha già messo a libro più riserve dell’Arabia Saudita; and more to follow.
Strana minaccia competitiva, quella delle Americhe. L’esercito che mette assieme, schierandolo da Nord a Sud, non è propriamente d’élite.
Prima le sabbie canadesi. Ovvero catrame. Petroliaccio biodegradato. In open pit devi tirare su con la ruspa due tonnellate di sabbie per tirarne fuori un barile di petrolio equivalente. E poi devi rimetter via le sabbie. O se lo vuoi separare sottoterra e lasciare lì le sabbie ci devi pompare dentro tanto vapore da non immaginartelo. Comunque il prodotto poi lo mandi in raffineria, e prima di infilarlo nel barile ne devi fare petrolio sintetico.
Poi lo shale nordamericano. Quello che è rimasto prigioniero in argille impermeabili. Buchi e non esce niente. Perchè, appunto, è prigioniero. Gli devi fare a pezzi la prigione. Triturare l’argilla. Ad ogni buco che fai, deve pompare ad altissima pressione qualche milione di litri d’acqua per fare a pezzi (“frac”) la roccia.
A seguire. Il bitume del Venezuela. Heavy Oil e Extra Heavy Oil, per essere più professionali. Le riserve che toglierebbero la leadership ai sauditi. Qualche barile si muove persino da solo, che sono quelli che hanno estratto fino ad adesso. Il grosso è talmente pesante e di viscosità tale da avere bisogno di assistenza. O lo diluisci o lo riscaldi; sennò ti giusto ottura il tubo, e non si muove.
Il Deep Offshore del Brasile, infine. O, meglio, Ultradeep. Petrolio di eccellente qualità. Tanto gas, ma i liquidi in prevalenza condensati. Leggerissimi e a quanto si capisce virtualmente privi di zolfo. Il problema è andarli a prendere. Piazzare un mezzo di perforazione sopra 5000 metri di profondità oceanica di acqua; e dal fondo del mare scavare altri 5000 metri di buco per arrivare al giacimento. Costoso, se non altro.
Questa è l’armata che sfida la leadership. Parrebbe Brancaleone, e invece è un campionario (quasi) completo di quel che la vulgata chiama unconventional oil. Schierata contro l’armata d’Arabia. Tutta di truppe scelte. O, se preferite, conventional.
Giacimenti a terra, profondità mai ultradeep, nessuna necessità di trasformarli prima di poterli vendere. E’ vero, per prolungargli la vita adesso anche ai conventional applicano diavolerie assortite che vanno dalla reiniezione di gas o fluidi per tenergli su la pressione alla perforazione di pozzi orizzontali per aumentare l’area utile di contatto col giacimento. Diavolerie che costano; ma nulla in confronto al costo di (ri)fare petrolio da catrame e bitume.
Aumentano i costi di trasporto e di imballaggio del Dono. Però (assai) differenzialmente. L’unconventional ti fa sempre più labile la differenza tra l’estrarre ed il produrre. Il conventional di un grande giacimento tenuto su di pressione o raggiunto in orizzontale è giusto petrolio preso in un magazzino più remoto.
La differenza di costo è evidente. Il costo di produzione del conventional è mediamente una frazione del costo di produzione di quell’altro. No match, verrebbe da dire. Se scoppia un’altro Lehman e il petrolio va sotto i quaranta dollari produrre conventional continua ad essere (mediamente) economico e produrre unconventional (mediamente) no. Se la domanda contrae, il petrolio arabo si salva.
Forse il petrolio sì, ma l’arabo no. Il break even del produttore non è basato sul costo di produzione, ma sul costo sociale. Insomma sulle esigenze del budget statale (chi volesse vedervi una qualche analogia tra meccanismi di costo dello Stato rentier e meccanismi di costo del kombinat sovietico è libero di sbizzarrirsi). La tensione sul prezzo rimette in gioco chi economicamente ne sarebbe fuori. L’unconventional delle Americhe si è sviluppato anche quando la domanda si contraeva. E’ la ripetizione della lezione degli anni Ottanta. A 1,80 dollari a barile nessuno si sarebbe sognato di produrre off-shore dal Mare del Nord (tranne marginalissimi casi). A 10 erano già in fila; e a 34 l’Alaska era diventata Bonanza. La frontiera dell’unconventional, per le modalità che la rendono economicamente accessibile, è il Mare del Nord di adesso; però con riserve di una qualche potenza più grandi.
Sono diventati troppi per riuscire a sussidiarsi. E hanno cominciato a usarne troppo per essere sicuri di avanzarne abbastanza per il sussidio. Tutti a fare il tifo per il prezzo. Per poi accorgersi che il prezzo che sale stimola pensieri e produzioni unconventional (per non dire di quelle alternative). Donde il dilemma prossimo venturo del rentier. Se tira il prezzo stimola la sostituzione del Dono; se non lo tira stimola la sostituzione di se stesso. Abituiamoci, se ancora non l’abbiamo fatto, alla volatilità. E anche all’idea che per il rentier i 100 dollari a barile non sono ricchezza. Sino a quando non gli sarà riuscito di assorbire il baby boom, i 100 dollari rischiano di essere giusto la condizione della sopravvivenza. Poi magari se il prezzo funziona e la crescita demografica va in negativo finisce pure che un qualche rentier ti sopravvive. Arrivederci al prossimo decennio.


8. La parabola dello Stato rentier. E tre idee che potrebbe farti frullare per la testa.
La prima è che se il produttore è un rentier la sicurezza energetica è anzitutto un suo problema di politica interna. Chi smette di vendere muore. E se smettono di vendere è di regola perchè guerra o rivolta sociale gli hanno bloccato (temporaneamente) i terminali.
La seconda è che (con la grandissima eccezione degli Stati Uniti) sedere sul petrolio fino ad oggi ha portato fortune più che fortuna. O per dirla diversa (e reiterando l’eccezione) che sino ad oggi conosciamo un unico modello di sviluppo basato sul petrolio che abbia avuto successo. Quello dei consumatori.
L’ultima è la più scontata. La rivolta araba è anche il segnale che il modello è consunto. Le sue dinamiche interne di evoluzione e l’evoluzione stessa del mercato energetico sembrano segnalare una fine vicina (seppure magari non imminente). Bisognerebbe trovare per tempo un modo per riavviare la possibilità di una politica. Della scelta di un tasso di sconto e progressivamente di un diverso modello di sviluppo. Facile, ed ecumenico. Però già aiuterebbe se intanto l’Occidente o la Cina investissero sull’idea che il migliore modo per sedare la propria dipendenza dal petrolio consiste nel diminuire la loro.

venerdì, dicembre 31, 2010

Previsioni per il 2011: siamo in cima all'otto volante


Con la fine del 2010, un anno complessivamente senza eventi di grande rilievo, con l'inizio del 2011 sembra un po come essere sulla cima di a un otto volante: quell'attimo di pausa prima del baratro.............


Da quando ho cominciato a occuparmi di picco del petrolio, mi provo tutti gli anni a fare delle previsioni per l'anno che viene. Prima le facevo solo sul petrolio, poi ho provato ad allargare un po' il campo - in fondo il petrolio è così importante che influisce enormemente su tutto il resto. Così, se uno prevede giusto sul petrolio, riesce a prevedere anche tante altre cose.

Fino ad ora mi sembra di averci azzeccato abbastanza bene utilizzando tecniche "dinamiche" di previsione, le stesse dei "Limiti dello Sviluppo". Sono tecniche molto potenti che si possono anche utilizzare in termini qualitativi. Ma, come si sa, fare previsioni è sempre difficile, specialmente a proposito del futuro. Quindi, con tutta la buona volontà nessuno è un mago; si possono soltanto individuare certe tendenze. Vediamo allora prima come sono andate le mie previsioni per il 2010 e poi cercherò di farne qualcuna per il 2011


Le mie previsioni per il 2010 (in versione completa in fondo a questo post). 

Nel complesso, direi che le mie previsioni dell'anno scorso si sono rivelate discretamente azzeccate, perlomeno nei punti principali. Avevo previsto "un anno di respiro per l'economia mondiale" e mi sembra di aver fatto una buona previsione. Avevo anche detto che "In ogni caso, possiamo dire con certezza che nel 2010 non vedremo (ancora) l'inizio del declino terminale dell'economia che gli scenari dei "Limiti dello Sviluppo" prevedono per la decade 2010-2020. Per quello, dovremo aspettare qualche anno ancora." Anche su questo, direi che ci siamo. L'economia mondiale si è nel complesso stabilizzata nel 2010 e si parla di ripresa, anche se questa è molto debole.

Per quanto riguarda il petrolio, non mi aspettavo un declino produttivo a breve scadenza. Infatti, la produzione è rimasta abbastanza costante nel 2010, anche con qualche tendenza all'aumento per quanto riguarda la produzione di "tutti i liquidi". Sui prezzi del petrolio, avevo detto che non potevano che aumentare ma anche che il sistema poteva imparare dal passato e che non era detto che saremmo entrati in un nuovo ciclo di "boom and bust". In effetti, è quello che è successo. I prezzi sono aumentati molto gradualmente; oggi sono di nuovo sopra i 90 dollari al barile dopo il calo del 2009. Però non abbiamo visto quelle impennate verso l'alto e poi verso il basso che sono state tipiche, rispettivamente, del 2008 e del 2009.

Avevo fatto anche qualche previsione più dettagliata - queste sono notoriamente più difficili e decisamente qui non sono andato altrettanto bene come nelle previsioni generali. Una cosa che avevo detto era che la crisi alimentare si sarebbe aggravata. Su questo punto, sono stato troppo pessimista:  i dati FAO indicano una leggera riduzione del numero di persone affamate nel mondo per il 2010 rispetto al 2009. Non però che la situazione sia buona, e ho il dubbio che se le cose continuano ad andare come vanno, la mia predizione si avvererà nel 2011.

Prevedevo anche che il 2010 "Sarà anche un anno in cui la crisi dell'edilizia si farà sempre più evidente anche se si continuerà a cercare di ignorarla." Su questo direi che ci siamo, con l'edilizia in crisi nera, tenuta viva artificialmente dalle detrazioni del 55% per il risparmio energetico. Ma si tenta disperatamente di ignorare la crisi - e anche su questo avevo azzeccato la previsione.

Infine, avevo detto che "Il 2010 vedrà anche l'intensificarsi della crisi climatica." e che "Il 2010 potrebbe vedere un ulteriore salto in avanti (delle temperature)." Cose che si sono puntualmente verificate.

Poi, sempre sul clima, prevedevo anche che "Il 2010 potrebbe essere l'anno in cui si arriva finalmente ad accettare l'inevitabile realtà dell'effetto umano sul clima" Su questo ho sbagliato clamorosamente: è successo esattamente il contrario. Il 2010 è stato un anno di regresso per quanto riguarda la percezione pubblica del problema climatico. E' stato l'anno in cui si sono viste arrivare le conseguenze del "Climategate" del 2009, un indubbio successo mediatico e propagandistico per la lobby del carbone e del petrolio. Ma bisogna anche ricordare la reazione decisa della scienza contro la propaganda: il 2010 sarà ricordato anche per questo. Sarà ricordato anche per i vari disastri climatici (incendi, inondazioni, eccetera) che sono un'indicazione di quello che ci aspetta.

Insomma, il 2010 lo vedevo come un anno di transizione, senza grossi cambiamenti. E così è stato.


Previsioni per il 2011.

Per un po', almeno, continueranno le tendenze di "transizione" del 2010. Ma non è detto affatto che il 2011 sarà un anno altrettanto tranquillo.

Di fronte al graduale esaurimento del petrolio e delle altre risorse, l'economia sta facendo un enorme sforzo per mantenere i livelli di produzione del passato. Questo è costoso e sta generando una contrazione economica un po' in tutti i settori. Ciononostante, gli indicatori economici comunemente utilizzati segnano come "positivi" anche sforzi che non producono nessun aumento di ricchezza reale. E' il solito problema del PIL che misura come ricchezza - per esempio - sia la produzione di inquinamento che i costi per abbatterlo. Quindi, l'economia mondiale darà un'impressione (solo un'impressione) di continuare a espandersi debolmente. In realtà, si contrae in termini di "energia netta" e di risorse disponibili.

La produzione petrolifera nel 2011 dovrebbe mantenersi ancora abbastanza stabile, seguendo il "plateau" che ormai si mantiene dal 2004. Risentirà debolmente dalle condizioni dell'economia finanziaria. Prezzi alti del petrolio porteranno ad aumenti di produzione rispetto alla media, e viceversa.

Il picco del petrolio rimane un'entità evanescente che non riusciamo a percepire bene. Per quanto riguarda il petrolio "convenzionale" sembra rimanere valida l'idea che sia stato nel 2005; ma se consideriamo tutti i liquidi combustibili, allora è impossibile dire. Ci vorrà ancora qualche anno prima di essere in grado di guardare "nello specchietto retrovisore" e dire "si il picco c'è stato" e in che anno.

I prezzi del petrolio continueranno a salire; perlomeno per la prima metà del 2011, probabilmente arrivando a superare i 100 dollari al barile. Non mi aspetto un impennata simile a quella del 2008 - mi sembra difficile che si arrivi di nuovo a 150 dollari e oltre. Ma le follie del mercato non sono mai prevedibili con esattezza. Quello che si può dire con certezza è che se ci sarà un'ulteriore crisi economica come quella del 2008, vedremo i prezzi crollare di nuovo,


Picco o non picco, stiamo vedendo una scarsità crescente di "commodities" di origine minerale. Questa scarsità per ora non si riflette sui dati dell'economia finanziaria, ma pesa sempre di più sulle economie più deboli fra i paesi sviluppati; i cosiddetti "PIIGS" (Portogallo, Italia, Irlanda, Gracia e Spagna). Di questi, i più deboli sono già praticamente con la testa sott'acqua (Grecia e Irlanda) e il futuro non si prospetta buono per gli altri, con il Portogallo che pencola e con le due economie (relativamente) più forti, Italia e Spagna, a forte rischio. Le economie che importano grandi quantità di materie prime sono  sensibili ai prezzi delle materie prime. Se il petrolio sale e rimane sopra i 100 dollari al barile si rischia di vedere anche un crollo generalizzato dell'economia italiana. Questa si sta già contraendo da diversi anni, ma si riesce ancora in qualche modo a mascherare la crisi - per ora.

Questa stasi economica si manifesta anche come calma piatta politica e strategica. Il ventunesimo secolo era cominciato con forti instabilità e guerre varie, ma tutto si è calmato a partire del 2009. Anche quest'anno, dal punto di vista politico non è successo praticamente niente. Non sono iniziate nuove guerre e non ci sono stati rivolgimenti politici degni di nota. Se nel 2009 l'evento politico importante era stata la statuetta del duomo tirata in faccia a Berlusconi, questo è stato l'anno dove l'evento politico importante per l'Italia è stata la storia del bunga-bunga. Questa calma piatta potrebbe continuare anche per buona parte del 2011.

Tuttavia, la situazione è profondamente instabile e ci devono essere, prima o poi, dei rivolgimenti politici importanti. Mi aspetto che certi dinosauri politici vedano la loro fine. In particolare l'Unione Europea è ormai uno zombie che continua a camminare più che altro perché nessuno sa come liberarsene.

Il problema con queste cose è che i sistemi politici crollano all'improvviso, con una rapidità che prende tutti di sorpresa. Vi ricordate il caso dell'Unione Sovietica? E' successo all'improvviso: è svanita e nessuno se lo aspettava. Io credo che succederà qualcosa di molto simile anche per l'Unione Europea, ma è impossibile prevedere esattamente quando. Tutti i momenti sono buoni. (d'altra parte, anche gli Stati Uniti, non è che siano messi bene....).

E in Italia? Beh, le stesse tendenze sono in atto. A 150 anni dalla spedizione dei mille, c'è chi si domanda che senso abbia avuto tutta la faccenda. Non mi aspetto che l'Italia faccia la fine dell'Unione Sovietica nel 2011, ma la tendenza a una decentralizzazione sempre più spinta è evidentissima e potrebbe manifestarsi in una forma simile; con il crollo del governo centrale. Ma è più probabile che questo sarà un processo graduale, in cui lo stato cederà le sue prerogative un pezzo per volta ai governi locali.

Se dal punto di vista politico e economico non siamo messi bene, dal punto di vista ambientale, siamo messi malissimo. La crisi sta riducendo leggermente le emissioni di CO2 nell'atmosfera, ma la concentrazione sta continuando ad aumentare. Nella pratica, l'assalto contro la scienza del 2010 ha impedito anche che si facesse qualche piccolo tentativo di ridurre le emissioni con dei provvedimenti a livello mondiale.

Quindi, nel 2011, vedremo ulteriori disastri ambientali: ci possiamo aspettare incendi e inondazioni in abbondanza, con aggiunte di acidificazione oceanica, estinzione di specie, collassi ecologici vari. Ripeto la mia predizione sulla situazione dell'agricoltura - che non può migliorare per tutta una serie di fattori che includono i costi crescenti dei fertilizzanti e della meccanizzazione, come pure l'erosione generalizzata. Insomma, quest'anno sarà un disastro come l'anno passato e se possibile ancora peggiore. E le temperature mondiali, ovviamente, continueranno ad aumentare.

Nel 2011 continuerà il tentativo delle lobby dei combustibili fossili per negare la realtà del riscaldamento globale e il ruolo dell'uomo nello stesso. Sembra, tuttavia, che il grande attacco del 2010 si stia rivelando una vera Stalingrado dei negazionisti, che sono chiaramente in difficoltà. Si tratta ora di vedere se torneranno all'offensiva con qualche ulteriore trucco propagandistico oppure se inizierà la loro ritirata finale. Tutto da vedersi.


In sostanza, siamo un po' come quando arrivi in cima, sull'ottovolante. C'è quel momento di pausa in cui guardi il baratro davanti e sai che ci devi scendere, ma per quel breve momento tutto sta fermo, sospeso in aria. E' un attimo, poi comincia la discesa.....


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Ecco le previsioni complete che avevo fatto all'inizio del 2010 (per l'esattezza il 3 Gennaio).

Il 2009 è stato un anno molto particolare: non è successo quasi niente. Dopo una decade brutale e turbolenta, come è stato fino ad ora il ventunesimo secolo, è sorprendente vedere un'annata dove non è cominciata nessuna nuova guerra. Certo, c'è stato il bombardamento di Gaza, che però era cominciato nel 2008. Non si è visto nessun rivolgimento politico importante; ovviamente Obama è stato il grande cambiamento ma, anche lui, è stato eletto nel 2008. Sembra che la notizia politica principale da ricordare del 2009 sia la statuetta del duomo di Milano tirata in faccia a Berlusconi. Il che è tutto dire.

Nel 2009, l'economia si è abbastanza stabilizzata dopo la crisi del 2008; anche qui non abbiamo visto grandi crolli e neppure grandi impennate. I prezzi del petrolio si sono stabilizzati a un livello intermedio fra il picco del Luglio 2008 e il crollo di fine 2008. Persino in termini di catastrofi naturali è stato un anno tranquillo, a parte il terremoto dell'Aquila e i soliti allagamenti che in Italia arrivano appena piove un po' di più per via della cementificazione del territorio. Per quanto gravi, tuttavia, nessuna di queste cose si classifica come un disastro di portata planetaria. Ci sono stati soltanto tre uragani sull'Atlantico, dei quali nessuno ha toccato la terraferma degli Stati Uniti.

Insomma, sembra quasi incredibile che abbiamo passato un anno così calmo. Ma per tutto quello che accade ci sono delle ragioni. Non so che cosa abbia calmato i vulcani e gli uragani. Però, sembrerebbe che il picco del petrolio - avvenuto probabilmente nel 2008 - ci abbia lasciati letteralmente senza fiato. Anche per fare guerre e rivoluzioni ci vuole petrolio e sembra che senza petrolio non ci siano le risorse per farle. In un certo senso, questo è bene. In un futuro con meno petrolio, avremo un sacco di problemi ma - forse - meno guerre.

D'altra parte, tutto quello che accade ha una ragione di accadere e quindi nel 2009 abbiamo visto le conseguenze di alcuni fenomeni che si stavano sviluppando ormai da decenni. Di fronte a un costo di produzione sempre più elevato dell'energia fossile, il sistema economico si adatta. Inizialmente, aveva reagito in modo aggressivo con una serie di guerre costose e inutili. Adesso, sta reagendo contraendosi e riducendo i consumi. Allo stesso tempo, si sta cercando di investire nello sviluppo di nuove risorse - nuovi giacimenti e nuove tecnologie di estrazione. Soprattutto con il gas naturale, lo sviluppo della tecnologia dello "shale gas" associato al drilling orizzontale ha ridato fiato alla produzione negli Stati Uniti, che era in grossa difficoltà.

Quindi, che cosa ci possiamo aspettare per il 2010? Beh, l'arte della previsione è l'estrapolazione intelligente. Nessuno può fare previsioni precise, come pretendono di fare i maghi con gli oroscopi. Le previsioni non possono mai essere precise e se lo sono, sono sbagliate. Le previsioni veramente utili sono degli "scenari"; delle interpretazioni delle tendenze del sistema che possono accadere con buona probabilità.

Allora, cominciamo con il sistema economico. Durerà la ripresa che abbiamo visto a partire dal Marzo del 2009? Qui, bisogna vedere come si adatterà il sistema alla crisi di disponibilità di energia e di materie prime. Per questo, ci sono due possibilità: una è contrarre i consumi; l'altra è cercare di mantenere i livelli di produzione allocando più risorse verso l'esplorazione e l'estrazione. Questa seconda strategia si esprime con l'aumento dei prezzi delle materie prime ed è quello che il sistema ha fatto nella prima metà de 2008. A questa fase, è seguita una contrazione economica dato che il sistema non ce la faceva ad allocare risorse sufficienti per aumentare la produzione. In sostanza, il sistema ha oscillato fra le due strategie; è quello che in Inglese si chiama "boom and bust".

Ora, la crisi economica ha fatto abbassare i prezzi e questo, a sua volta, ha permesso all'economia di ripartire. A questo punto, ci sono tutti i presupposti per un nuovo ciclo di boom and bust. Ovvero, se l'economia continua a crescere, la domanda di petrolio e di materie prime salirà di nuovo e questo farà ripartire i prezzi. Questo potrebbe portare a una nuova impennata di prezzi, seguita da una nuova crisi.

D'altra parte, è anche vero che, a partire dalla seconda metà del 2009, il sistema sembra essersi stabilizzato su un livello di prezzi del petrolio che corrisponde - approssimativamente - al valore "giusto", ovvero vicino ai costi di esplorazione/estrazione. Il sistema non è completamente privo di memoria e quindi può imparare dal passato. Quindi non è detto che sia condannato a un altro ciclo di boom and bust; potrebbe stabilizzarsi. Il controllo dei prezzi petroliferi è ritornato - per ora - nelle mani dei paesi produttori, OPEC soprattutto. Questi non hanno nessun interesse in un nuovo ciclo di boom and bust e potrebbero riuscire a controllare l'offerta in modo da evitarlo.

Fra queste due ipotesi: nuovo ciclo di boom and bust oppure stabilizzazione, è impossibile al momento fare una scelta. Vedremo che cosa succederà via via che il 2010 avanza. In ogni caso, possiamo dire con certezza che nel 2010 non vedremo (ancora) l'inzio del declino terminale dell'economia che gli scenari dei "Limiti dello Sviluppo" prevedono per la decade 2010-2020. Per quello, dovremo aspettare qualche anno ancora.

In alcuni campi dell'economia, i fenomeni iniziati nel 2009 continueranno e si intensificheranno nel 2010. In particolare, il 2009 è stato l'anno dell'inversione di tendenza nel rapporto fra produzione alimentare e popolazione. Fino al 2009, la produzione tendeva ad aumentare più della popolazione, ma nel 2009 ci siamo accorti che il numero di persone affamate nel mondo ha avuto un brusco aumento. Era inevitabile: il sistema agricolo sta raggiungendo i limiti possibili di produzione, pur gonfiati artificialmente a furia di fertilizzanti di origine fossile. La produzione di cibo non sta diminuendo, almeno per ora, ma rimane approssimativamente costante. La popolazione, invece, continua ad aumentare sia pure a ritmi sempre più ridotti. Al problema dell'aumento di popolazione si aggiunge l'aumento dei costi di trasporto che rende difficile distribuire il cibo prodotto. Questo ha generato il fenomeno apparentemente contraddittorio del crollo dei prezzi delle derrate agricole. In sostanza, abbiamo una doppia crisi: una crisi alimentare nei paesi importatori che non possono comprare cibo a sufficienza e una crisi agricola nei paesi produttori che non trovano mercato per la loro produzione.


Nei prossimi anni, la crisi alimentare si farà sempre più grave e, a lungo andare,  porterà a un'inversione di tendenza demografica, ovvero a un picco della popolazione umana sul pianeta. Questo, però, non lo vedremo ancora nel 2010. Vedremo la crisi alimentare colpire molto duramente nei paesi del cosidetto "terzo mondo". Colpirà anche duramente le minoranze (per ora) economicamente svantaggiate dei paesi "ricchi". In paesi come l'Italia non vedremo rivolte alimentari di gente affamata, ma un peggioramento della dieta delle fasce sociali più deboli, questo si.  

Sarà anche un anno in cui la crisi dell'edilizia si farà sempre più evidente anche se si continuerà a cercare di ignorarla. In paesi dove l'economia è particolarmente legata all'edilizia, per esempio l'Italia, il crollo potrebbe diventare così grave che non sarebbe più possibile negarlo. Questo potrebbe portare a dei contraccolpi economici molto forti. I gruppi industriali legati al cemento andrebbero al collasso e quelli che avevano investito nel cosiddetto "mattone" vedrebbero i loro risparmi evaporare e scomparire. La botta economica conseguente, a sua volta potrebbe essere accompagnata da rivolgimenti politici importanti; considerando che l'attuale classe politica è fortemente legata alla lobby del cemento.

Il 2010 vedrà anche l'intensificarsi della crisi climatica. Se il 2009 è stato un anno senza fenomeni meteorologici drammatici; questo non vuol dire che la crisi non ci sia e non sia gravissima. Se il 2008 aveva visto un leggero calo della temperatura rispetto agli anni precedenti, il 2009 è ritornato in linea con la tendenza all'aumento globale. Il 2010 potrebbe vedere un ulteriore salto in avanti. Questo potrebbe avere dei forti contraccolpi sull'agricoltura e - di conseguenza - sull'economia, accellerando le tendenze attuali. Il 2010 potrebbe essere l'anno in cui si arriva finalmente ad accettare l'inevitabile realtà dell'effetto umano sul clima: troppo tardi, ma meglio tardi che mai.

Tutto quello che avviene, avviene per una ragione e quello che stiamo vedendo ha le sue radici in un fenomeno molto semplice: il progressivo esaurimento delle risorse a buon mercato che sta lentamente strangolando l'economia mondiale. Queste risorse includono la capacità dell'atmosfera di assorbire la CO2 emessa dalla combustione di idrocarburi fossili senza generare gravi danni da surriscaldamento. Anno dopo anno, quello che succede si spiega tenendo conto di questa tendenza. Il 2010 potrebbe non essere drammatico in questo senso, ma non ci possiamo aspettare che cambi qualcosa finchè, in un futuro per ora non vicinissimo, non riusciremo a invertire la tendenza con le energie rinnovabili.

lunedì, aprile 06, 2009

Che succede al Dow Jones?


Libbre di petrolio acquistabili con il valore dell'indice Dow Jones.
Immagine da "seeking alpha"



Se lo guardate in dollari, l'indice "Dow Jones" della produzione industriale va su e va giù a seconda del momento - non sembra mostrare alcuna regolarità ma soltanto "cicli" che alcuni ritengono essere una cosa naturale.

Ma provate a esaminare il Dow Jones in termini del prezzo del petrolio e le cose cambiano notevolmente. Questo è quello che ha fatto Gregor Macdonald nel suo blog "seeking alpha". Qui, vediamo la tendenza del Dow Jones negli ultimi dieci anni: con un unità di Dow Jones si compra sempre meno petrolio. In altre parole, il valore di quello che riusciamo a produrre è in discesa costante se pensiamo che il denaro si misura in unità di energia.

Questo tipo di andamento, come ha giustamente ragionato Macdonald, non è dovuto al fatto che c'è qualcosa di sbagliato nel modo in cui produciamo. E' dovuto al fatto che il petrolio costa sempre di più in termini fisici. Questo costo viene espresso in termini di unità di "EROEI" (energy return for energy invested) e sappiamo che è in continua diminuzione. Mentre il petrolio dei "tempi d'oro" valeva circa 100 in termini di EROEI, oggi siamo intorno a 10-15. Questo vuol dire che facciamo sempre più fatica a produrre le cose e questo si riflette nella diminuzione del valore della produzione.

E' una tendenza epocale che non si invertirà finchè non sostituiremo il petrolio con qualcosa che ci faccia riprendere a produrre con l'efficienza di una volta. Non è impossibile, già il fotovoltaico ha un EROEI di circa 10 e il vento intorno a 20. Le frazioni di energia prodotte con questi metodi sono ancora minuscole, ma sappiamo cosa ci sta piombando addosso e cosa dovremmo fare per evitarlo. Peccato che non lo stiamo facendo, perlomeno in Italia.

venerdì, novembre 21, 2008

Che succede all'elefante?


Nella vecchia storia indiana, i ciechi non riuscivano a capire che avevano di fronte un elefante.


Quello che colpisce della situazione attuale è che nessuno se l'era minimamente immaginata. Andate indietro soltanto a Luglio di quest'anno, Se qualcuno avesse parlato di crollo della borsa, gli avrebbero dato di pazzo furioso e tutti gli analisti (cosiddetti) prevedevano il petrolio a 200 dollari al barile (*).

Eppure, la questione dell'andamento delle borse è importante o almeno così sembra. Accendete la televisione la mattina e sentirete che una delle prime cose che vi raccontano è come sono andate le borse - anche prima dei risultati di calcio e dell'oroscopo. Sulla TV satellitaria, ci sono canali e canali dove la gente non parla altro che di quello. Ci sono istituti, dipartimenti universitari, fondazioni, e tante altre cose dedicate soltanto a questo argomento.

Vista la capacità predittiva che hanno dimostrato, mi sembra chiaro che nessuno di questa banda ci capisce gran che, ma in compenso continuano a ragionarci sopra, a fare previsioni e a raccontare che entro un anno o due tutto tornerà a posto. Sembra un po' la vecchia storia indiana dei ciechi e dell'elefante. Ci giravano intorno e lo toccavano da tutte le parti, ipotizzando che la coda fosse un serpente, le zampe dei tronchi d'albero, le zanne dei rami. Ma nessuno riusciva a capire che cos'era.

Eppure, l'elefante è proprio davanti a noi e se ci togliamo gli occhiali che ci rendono ciechi. Il crollo del sistema economico era stato previsto già più di trent'anni anni fa nella prima edizione del libro che in Italia conosciamo come "I Limiti dello Sviluppo" (in realtà, "I Limiti alla Crescita"). Il sistema non crolla per via degli speculatori e non crolla per via dei catastrofisti. Crolla per una combinazione mortale di cause, delle quali la principale è il costo crescente della produzione delle materie prime.

Questa faccenda non è poi tanto complicata: dovrebbe essere chiara anche senza bisogno di aver studiato dinamica dei sistemi. Prendete il petrolio per esempio, la principale materia prima del sistema industriale. Come ti spiegano nel primo anno del corso di economia, il prezzo di una merce è determinato dalla combinazione della domanda e dell'offerta. E' una cosa che sanno anche quelli che barattano pecore e cammelli. Allora, qualcuno vende petrolio, qualcun altro lo compra. Se c'è meno petrolio disponibile, l'offerta cala e il prezzo aumenta. Però, non c'è solo l'offerta. Se il petrolio costa troppo caro, i compratori non lo vogliono più - allora il prezzo cala.

Quindi, i prezzi alti o bassi non sono soltanto un indicazione dello stato dell'offerta. Ovvero, il fatto che il prezzo del petrolio sia basso non vuol dire che di petrolio ce ne sia in abbondanza. Vuol dire soltanto che, nel rapporto fra domanda e offerta, in questo momento la caduta della domanda è il fattore prevalente. C'è anche un nome per questo fenomeno che trovate scritto nei libri di economia: si chiama "distruzione della domanda". Non c'è dubbio che la domanda sia stata distrutta bene dalla fase di prezzi stellari della prima metà del 2008.

Allora, tutto ha una logica: i prezzi sono il risultato del feedback fra domanda e offerta. I sistemi a feedback tendono a entrare in oscillazioni periodiche, ed è esattamente quello che vediamo per i prezzi del petrolio e per l'andamento della borsa. Le oscillazioni dipendono dal tipo di sistema che ha una sua costante di tempo. Per comprare o vendere azioni ci vogliono dieci secondi - nessuna meraviglia che le oscillazioni siano così forti e rapide. Per mettere in produzione un nuovo giacimento petrolifero, invece, ci vogliono anni di lavoro. La produzione non segue le stesse oscillazioni dei prezzi - è un sistema "smorzato" che oscilla anche quello ma su tempi di decine di anni.

Tuttavia, ultimamente trovo sempre gente che mi guarda con aria bovina e mi dice, "ma se il prezzo si abbassa, allora non era vero nulla della storia del picco del petrolio!". Questo proprio nel momento in cui il crollo delle borse sta distruggendo la capacità dell'industria di investire in nuove ricerche e nuovi sfruttamenti. Ed ecco l'elefante: il picco del petrolio. Ma questi qui continueranno a tastare senza rendersi conto di cosa stanno tastando.

Questo povero elefante è veramente in cattive mani.

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(*) Per la verità, c'era un tale che aveva previsto il crollo dei prezzi del petrolio. Il 21 Febbraio del 2008, questo signore aveva scritto: "Se cala la domanda, i prezzi si abbassano e questo è quello che potrebbe succedere. Il prezzo del petrolio potrebbe rientrare anche sotto i 50-60 dollari al barile" Doveva essere uno che di elefanti se ne intende!

venerdì, settembre 19, 2008

Il prezzo più alto è quello che non ti puoi permettere di pagare

Molto spesso non si riesce a far capire che un prezzo basso del petrolio NON è necessariamente una cosa buona; specialmente se è parte delle folli oscillazioni che abbiamo visto negli ultimi mesi. Se il prezzo si abbassa bruscamente dopo essere salito a livelli stratosferici, come è successo ultimamente, vuol dire che il mercato non ce la fa a pagare i prezzi che dovrebbe pagare per mantenere la produzione ai livelli abituali. Gli investimenti calano, sia nel petrolio sia in tutti gli altri settori e l'economia entra in recessione. Così si spiegano gli ultimi eventi del mercato finanziario.

Questo post racconta di un convegno che si è svolto circa sei mesi fa. Illustra come molta gente abbia una visione molto limitata di tutta la complessità della situazione finanziaria e concentri tutta la sua attenzione solo su un numero, il prezzo del barile in quel particolare giorno, sempre sperando che sia basso e sempre credendo che più è basso più siamo contenti. Non è così semplice, come abbiamo visto in questi giorni.



Siamo nella sala conferenze di un albergo di lusso in campagna. Dalle ampie finestre, si vedono i vigneti; è una zona dove si fa uno spumante che rivaleggia lo Champagne francese. La sera prima, ci hanno anche portato ad assaggiarlo (è dura la vita del conferenziere!)

Ci sono ospiti stranieri, c'è anche la traduzione simultanea. Seduti in platea ci sono persone dall'aspetto molto professionale. Signore in tailleur rigorosamente grigio o nero, signori in abito intero, rigato o grigio. La conferenza è sulle materie prime. Si parla parecchio di alluminio, ma anche di altri metalli. I conferenzieri parlano in inglese o in italiano. Chiaramente sono professionisti e dirigenti di alto livello.

Quando tocca a me, parto abbastanza da lontano. Faccio vedere il lavoro sulle materie prime che ho fatto insieme a Marco Pagani. I picchi di molti metalli importanti, come l'allumino, spiego, non sembrano imminenti. In effetti, la materia prima da cui si fa l'allumino, la bauxite, è molto abbondante. Tuttavia, continuo, la produzione di alluminio sarà fortemente influenzata dalla disponibilità di energia - produrre alluminio è un processo energivoro.

A questo punto, mi lancio a spiegare la questione del picco del petrolio. Parlo delle riserve, della dinamica della produzione, della teoria di Hubbert. Spiego come il meccanismo della domanda e dell'offerta generi forti oscillazioni nei prezzi. Dico che la tendenza alla crescita continuerà ancora, ma che vedremo a non lunga scadenza un crollo del prezzo del petrolio dovuto alla distruzione della domanda.

Da li', spiego come la distruzione della domanda porti come conseguenza una distruzione dell'offerta. Questo genera quello che si chiama recessione. Quella che ci aspetta, dico, sarà una recessione dura; potrebbe somigliare al 1929 ma potrebbe essere anche peggiore. Vedremo il crollo delle borse e la sparizione di certe attività che ci sembravano normali ma che, nel futuro, non potranno esistere, le compagnie aree, per esempio. Anche la metallurgia ne soffrirà. Il prezzo più alto, dico, è quello che non ti puoi permettere di pagare.

Mi fermo. Rimango un attimo interdetto. Non ho per caso esagerato? Forse è ancora un po' l'effetto dello spumante della sera prima, ma mi sono lasciato andare a parlare di recessione, crisi del 29, crollo delle borse, collasso economico, eccetera. Mi guardo intorno; tutte le cravatte e i vestiti rigati davanti a me mi fanno un po' impressione. Ma non mi pare di aver fatto un errore. Quelli seduti nelle prime file mi guardano interessatissimi e non sembrano aver perduto una parola di quello che ho detto. Concludo rapidamente la mia presentazione e ricevo un applauso di quelli che, ormai, riconosco come spontanei, non solo formali.

Più tardi, mi ritrovo a chiaccherare con il chairman della sessione mentre ho un bicchiere di spumante e una tartina al salmone in mano (sempre dura la vita del conferenziere!). Mi dice, "La sua conferenza è piaciuta molto, me lo hanno detto tutti." "Grazie," rispondo, "ma non vorrei essere stato un po' pessimista..." "Pessimista? Beh, sa, in effetti le cose che ha detto erano un po' preoccupanti, ma poi mi sono ricordato che ha anche detto che il prezzo del petrolio si sarebbe abbassato. E allora mi sono tranquillizzato"




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sabato, settembre 06, 2008

E ora, Ugo, come la mettiamo con la tua teoria?

Questo dialogo si è svolto qualche giorno fa fra me e un collega, docente di fisica. E' riferito a memoria e la fine è un tantino romanzata, ma sostanzialmente è una cronaca fedele del tono e del contenuto del dialogo. Rappresenta bene la reazione aggressiva di un certo numero di persone che hanno visto il prezzo del petrolio crollare in pochi mesi da 150 dollari al barile a poco più di 100, senza ricordarsi che solo pochi mesi prima era eresia pensare che salisse oltre i 100. Le mie previsioni per l'anno in corso, le trovate su un post del Gennaio di quest'anno: avevo detto che mi aspettavo aumenti, ma anche un probabile crollo dei prezzi che avrebbe illuso molta gente che non c'era nessun problema. Previsione, per il momento, completamente confermata.




Lui: E ora, Ugo,come la mettiamo con la tua teoria?
Io: Quale teoria?
L: Avevi detto che i prezzi sarebbero saliti a 150 dollari al barile!
I: Mah, veramente non avevo detto proprio così. Avevo detto che mi aspettavo che sarebbero saliti. E infatti sono saliti.
L: E invece sono scesi.
I: Si, ma prima sono saliti. E avevo anche detto che mi aspettavo che poi sarebbero scesi.
L: Però avevi detto che sarebbero saliti.
I: Si, infatti sono saliti. E' quello che è successo.
L: E allora, come la mettiamo?
I: Come la mettiamo cosa?
L: Con il fatto che i prezzi sono scesi.
I: Ma sono saliti! Sono ai massimi storici.........
L: Però ora sono scesi!
I: (sospiro) Hai visto le olimpiadi ieri sera?
L: Certo! Hai visto la medaglia di Castragatti nel Tetrathlon subacqueo?

giovedì, agosto 21, 2008

La grande profezia


C'è una vecchia barzelletta sui carabinieri che va più o meno così: "Appuntato, si sporga dal finestrino e mi dica se la freccia funziona oppure no." "Brigadiere, sto guardando: ora si, ora no, ora si, ora no......."

Il senso comico della storia sta nel fatto che il personaggio che osserva dal finestrino ha così poca memoria da dimenticarsi che, prima di essere spenta, la freccia era accesa e viceversa. E' l'esagerazione caricaturale di una storia vera che ci racconta lo psichiatra Oliver Sachs di un suo paziente che soffriva di amnesia per la memoria a lungo termine.

Se il paziente di Sachs era un caso patologico, l'atteggiamento di certi "esperti" petroliferi sembrerebbe alle volte meritare anche quello un'indagine clinica. Quando il prezzo va su per un po', tutti dicono che è un disastro irreversibile. Quando il prezzo va giù, che non c'è niente da preoccuparsi. Appunto, come la freccia della macchina dei carabinieri: "ora si, ora no....."

Per dare un esempio non recentissimo di questa amnesia patologica, mi ricordo sempre di un convegno di un paio di anni fa in cui un parlamentare della repubblica (per pietà, non faccio nomi), che parlava dopo di me, disse che era totalmente in disaccordo con la mia analisi dato che "i prezzi del petrolio si sono abbassati". A quel tempo, tutti consideravano altissimi prezzi intorno ai 60 dollari al barile e il fatto che fossero temporaneamente scesi sotto i 50 sembrava motivo sufficiente per il nostro parlamentare di ritenere che tutti i problemi fossero scomparsi. Non era in grado di ricordarsi - amnesia patologica, appunto - che un anno prima i prezzi erano ben sotto i 40. Avrei voluto ricordarglielo, ma era una persona talmente importante che non aveva tempo per sentire le repliche e dopo questo suo brillante intervento se n'è andato sulla sua auto blu.

Possiamo ipotizzare, forse, un attacco degli alieni che usano un raggio decerebrante come arma contro gli esseri umani? Solo così si può spiegare come - quest'estate del 2008 - il fatto che i prezzi del petrolio siano scesi sotto i 120 dollari al barile (dopo aver toccato i 150) venga considerato da moltissima gente come motivo sufficiente per non preoccuparsi più di quella strana cosa che certuni avevano chiamato "il picco del petrolio", anzi di negarne senz'altro l'esistenza.

Fortunatamente, sembra che alcuni di noi siano immuni a quest'arma decerebrante aliena o, forse, semplicemente non soffriamo di amnesia. Basta poco, in effetti, per rendersi conto che queste fluttuazioni dei prezzi sono un elemento ricorrente di una curva che è in netta crescita dal 2003. Sulla base dei dati storici che coprono un paio di anni, era facile aspettarsi che avremmo avuto delle oscillazioni importanti.

Leggete cosa scrivevo a Gennaio di quest'anno in un post che intitolavo "previsioni per il 2008":

I prezzi potrebbero aumentare ben oltre i 100 dollari al barile, ma continueranno ad essere estremamente volatili. Non ci sarebbe nemmeno da stupirsi di un crollo temporaneo, al che tutti diranno che la crisi del petrolio era solo una bufala. Per un po'.

Una notevole profezia, vero? Eppure non ci voleva tanto. Bastava guardare i dati storici (e portare tutti i giorni uno speciale elmetto anti-raggio decerebrante alieno).

Notate, comunque, che la profezia non si è ancora completamente realizzata. Il crollo lo do per "temporaneo". Vediamo cosa succede a fine anno, poi mi posso vestire da mago con il vestito blu con le stelle e tutto il resto.

mercoledì, luglio 16, 2008

Crisi delle compagnie aree


Siccome sono in partenza per Londra, oggi pomeriggio, ho pensato che vi poteva interessare vedere come è strutturato questo biglietto di Meridiana.

Notate la presenza di un "crisis surcharge" (sovrapprezzo per la crisi) di 6 euro. Cosa sarà mai?

Molto più comprensibile il "fuel surcharge" (sovrapprezzo per il carburante) che - notate - costa più del biglietto di andata. Potrebbe essere molto peggio se il petrolio aumenta ancora.

In sostanza, da l'impressione di una situazione di crisi; d'altra parte te lo dicono anche nero su bianco. Con i prezzi del petrolio a questo livello, quanto potranno ancora durare queste compagnie a basso costo? Mah? Ho un po' il dubbio che la prossima volta, a Londra, ci dovrò andare in treno.

domenica, gennaio 20, 2008

Gli uomini d'oro di ASPO


In una recente intervista a "Gente Veneta"Leonardo Maugeri, vicepresidente di ENI, ha risposto alla domanda sui prezzi del petrolio, dichiarando:

«Le attuali punte di prezzo al barile sono dovute alla speculazione». I costi sarebbero di 60-65 dollari al barile (e non circa 90, come oggi), perché non converrebbe estrarre petrolio ad un costo superiore. Si è solo messo in moto un meccanismo che facendo prevedere aumenti della domanda ed esaurimento delle scorte provoca una forte domanda speculativa anticipata.

Ogni opinione è rispettabile e, va detto, Maugeri non è il solo che sta dando la colpa degli aumenti dei prezzi a chi ha messo in giro l'idea che il petrolio è scarso. Tuttavia, è forse un po' esagerata.

Facciamo un po' di conti. Quanti sono, in Italia, quelli che hanno parlato del picco del petrolio sui media di una certa diffusione? In TV, ne ha parlato Luca Mercalli. C'è poi Beppe Grillo che ne ha accennato in uno dei suoi post. A una certa distanza, viene il modesto sottoscritto, Ugo Bardi, che ha avuto a volte spazio nei giornali nazionali e qualche rara volta in TV. A parte qualche altra occasionale apparizione dei membri di ASPO-Italia e di altre persone impegnate in questo campo, è difficile pensare che quelli che determinano il prezzo del petrolio, ovvero i traders, siano molto esposti al concetto del picco, perlomeno in Italia. Per il pubblico in generale, il concetto è totalmente ignoto al momento.

Cosa succede a livello internazionale? Beh, c'è un discreto gruppo di picchisti abbastanza noti: Colin Campbell, Kjell Aleklett, Howard Kunstler, Matthew Simmons, Richard Heinberg, solo per fare qualche nome. Quanti sono quelli che appaiono sui media? Uno sparuto gruppetto: una decina, al massimo qualche decina. Anche qui, è molto difficile che i traders siano esposti al concetto del picco; lo stesso vale per il pubblico generale.

Allora, facciamo un po' di conti. Consideriamo il mercato del petrolio. Prendiamo in esame solo quello "spot" del petrolio veramente scambiato (lasciando perdere quello mercato finanziario, anche se è 5-6 voltepiù grande). Prendiamo i circa 26 miliardi di barili prodotti annualmente nel mondo. A 90 dollari al barile, fanno 2300 miliardi di dollari. Se fossero stati a 60 dollari al barile, erano "soltanto" 1500 miliardi. La differenza è 800 miliardi di dollari (mica male!)

Consideriamo ora il numero dei picchisti. Esageriamo pure e diciamo che in tutto il mondo ci sono 1000 persone (invece che soltanto un centinaio) che pubblicano e diffondono l'idea del picco. Secondo Maugeri e gli altri, è questo gruppetto che ha causato l'aumento dei prezzi del petrolio.

Cavolo! (per non dir di peggio) Secondo questo ragionamento, ognuno di quelli che parlano del picco è responsabile per circa 800 milioni di euro che entrano annualmente nelle casse delle compagnie petrolifere!!! Al prezzo attuale dell'oro, 30 dollari al grammo, (probabilmente abbiamo contribuito a fare aumentare anche quello), ognuno di noi vale 27 tonnellate di oro fino. Uomini d'oro; altroché!

Cavolo doppio (ancora per non dir di peggio). Non credevo di avere tutto questo potere! Mi viene voglia di scrivere sette letterine e chiedere il mio 5% sicuramente meritato. Cosa sono 40 milioni di euro all'anno per le potenti sette sorelle?

Purtroppo, però, ho l'impressione che Maugeri e gli altri ci abbiano un po' sopravvalutato. La mia opinione sugli aumenti dei prezzi del petrolio è differente e non implica il complotto planetario dei 1000 uomini d'oro di ASPO. Se volete leggerla, la trovate qui.


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