sabato, dicembre 17, 2011

Il libro che ha dato inizio ad ASPO-Italia: La Fine del Petrolio


La copertina del libro del 2003 "La Fine del Petrolio" di Ugo Bardi. Quasi dieci anni dopo che è stato concepito, il libro non è ancora obsoleto e, rileggendolo, ci si trovano alcune previsioni che si sono avverate in modo quasi preoccupante. Esaurito da un pezzo in libreria, lo potete scaricare in formato pdf dal sito di Aspoitalia.


Dall'introduzione del libro "La Terra Svuotata" di Ugo Bardi, Editori Riuniti, 2011


L'11 Settembre del 2001 è una data che tutti si ricordano per via degli attentati alle torri gemelle di New York; un evento che ha cambiato la visione del mondo per molti di noi. Anche per me, quel giorno sono cambiate molte cose; ma per un altro motivo. Mi ricordo che quella mattina girellavo in una libreria di Berkeley, in California, ancora sotto shock dopo aver visto il crollo delle torri in televisione. Curiosando fra gli scaffali, mi capitò in mano un libro intitolato “Il Picco di Hubbert: la scarsità di petrolio prossima ventura.” Era scritto da un geologo americano, Kenneth Deffeyes. Mi bastò una scorsa a quel libro per ricavarne una piccola rivelazione; una di quelle illuminazioni che ti capitano ogni tanto nella vita. Quell'11 Settembre del 2001 è stato decisamente un giorno particolare per me.

Prima di allora, di petrolio me ne ero occupato sempre, ma in modo diverso. Per uno che fa il chimico di mestiere, il petrolio è un po' come la Colt 45 per il pistolero dei film western: non è detto che la devi usare a ogni momento, ma la tieni sempre a portata di mano. Così, avevo cominciato la mia carriera studiando argomenti correlati alla raffinazione del petrolio e avevo continuato a lavorarci sopra per molti anni. Ma era la prima volta che trovavo dei dati che rispondevano a una domanda che mi ero sempre fatto: il petrolio esiste in quantità finite, e quanto ancora potrà durare?

La risposta di Deffeyes non era piacevole. L'esaurimento del petrolio non era una cosa per un lontano futuro; era qualcosa di cui già allora cominciavamo a sentire le conseguenze. Deffeyes esponeva il concetto di “Picco del Petrolio” e spiegava che non voleva dire esaurimento. Voleva dire, piuttosto, costi talmente alti che la maggior parte di noi non avrebbero più potuto permettersi di usare il petrolio con la stessa noncuranza con cui l'abbiamo fatto fino ad oggi. Questo avrebbe costretto l'industria a ridurre la produzione, generando così quel massimo produttivo che viene chiamato a volte “Picco di Hubbert” dal nome del geologo americano, Marion King Hubbert, che aveva proposto il concetto per la prima volta, negli anni 1950. Secondo Deffeyes, il picco globale di produzione avrebbe potuto verificarsi entro una decina di anni, ovvero entro i primi due decenni del ventunesimo secolo.

Quell'11 Settembre del 2001, tante cose sono andate al loro posto, tante domande hanno avuto una risposta; incluso le vere ragioni dell'attacco alle torri gemelle di New York. Era un'altra salva delle “guerre per il petrolio” che non erano certamente cominciate allora e che sarebbero comunque durate ancora a lungo nel tentativo di controllare una risorsa che si faceva sempre più scarsa. Da allora, è cominciata per me una ricerca che ha cambiato la mia vita. E' stata la ricerca delle ragioni del nostro rapporto con il petrolio, del perché non ne possiamo più fare a meno e di cosa ci succederà via via che lo consumiamo, fino al giorno in cui, alla fine, quel poco che resterà sarà talmente costoso da estrarre che lo lasceremo dentro i pozzi. Un giorno, il petrolio sarà soltanto un ricordo del passato; è inevitabile. Quel giorno potrebbe non essere così lontano da non dover cominciare a preoccuparcene ora.

Con gli anni, mi sono accorto che il problema non è soltanto del petrolio, ma di tutte le risorse minerarie che utilizziamo: dai combustibili fossili (carbone e gas in aggiunta al petrolio) a tutti i metalli, i semiconduttori, i materiali da costruzione e quei preziosi fosfati senza i quali l'agricoltura non potrebbe produrre abbastanza cibo da sostenere sette miliardi di persone. Tutte queste sono risorse esauribili, nel senso che, a furia di estrarle e “consumarle” (ovvero trasformarle in rifiuti), finiremo con rimanere senza. E non è soltanto questo il problema; il fatto di trasformare le risorse in rifiuti ci crea enormi problemi di inquinamento, il principale dei quali è il riscaldamento globale creato dai prodotti di combustione degli idrocarburi e del carbone. E' una vera tenaglia quella che ci sta schiacciando fra due problemi: esaurimento è inquinamento.

Tutte queste cose non mi erano ancora chiarissime in quel giorno dell'attacco alle Torri Gemelle di New York, ma cominciavo già a intuirle. Così, tornato in Italia, ho cominciato a studiare il petrolio non più come una serie di molecole da raffinare ma come parte di un ciclo economico e ecologico planetario. Più tardi, ho conosciuto di persona Kenneth Deffeyes, l'autore del libro che mi aveva messo su questa strada. Ho anche conosciuto Colin Campbell, fondatore di “ASPO” l'associazione per lo studio del picco del petrolio. E' stato Campbell a incoraggiarmi a continuare con gli studi che avevo cominciato a fare. Ho conosciuto anche tanti altri studiosi che si erano interessati al picco del petrolio. Jean Laherrere, geologo francese co-fondatore di ASPO e straordinario analista dei dati petroliferi, Matt Simmons, finanziere americano esperto di petrolio che mi ha messo sulla strada di riesaminare e rivalutare il lavoro dei “Limiti dello Sviluppo” del 1972, Ali Morteza Samsam Bakthiari, geologo iraniano capace di recitare Dante Alighieri in italiano a memoria, e tanti altri che sarebbe troppo lungo citare.

Nel 2002, ho invitato Colin Campbell in Italia a presentare il suo lavoro in una conferenza che ha tenuto all'università di Firenze. Dopo la conferenza, io e un gruppetto di ricercatori italiani ci siamo riuniti nel mio ufficio e abbiamo fondato la sezione italiana dell'associazione per lo studio del picco del petrolio: ASPO-Italia, che si è rivelata negli anni un crogiolo di menti brillanti e originali. Ci siamo messi a studiare non solo il petrolio, ma tutte le risorse, sia rinnovabili che non rinnovabili, e a proporre soluzioni in termini di “sostenibilità”. Forse un concetto abusato, certo, ma l'unico che ci da una speranza per il futuro.

Molto del lavoro che ho fatto in questi 10 anni è stato di divulgazione, più che altro su internet, sul sito di ASPO-Italia e sul mio sito che si intitola “Effetto Cassandra.” Ma non ho fatto solo divulgazione; piano piano, sono entrato nell'argomento al punto di pubblicare diversi articoli su riviste scientifiche internazionali e sono anche entrato nel gruppo degli autori di “The Oil Drum” un sito internet specializzato in argomenti petroliferi e di risorse minerali. Nel 2003 avevo pubblicato “La Fine del Petrolio,” il mio primo libro in assoluto. Come succede spesso in Italia, molti libri di scienza passano inosservati e anche questo non è che sia apparso sulla lista dei best-seller. Ma ha avuto successo in altri modi. Apparentemente, a molta gente ha fatto lo stesso effetto che aveva fatto a me il libro di Deffeyes sul picco di Hubbert che avevo trovato in quella libreria di Berkeley, l'11 Settembre del 2001. Negli anni, ho ricevuto molte lettere di persone che mi hanno scritto “questo suo libro ha cambiato la mia visione del mondo.” In più, “La fine del petrolio” si è rivelato un libro singolarmente profetico. Rivisto oggi, a distanza di alcuni anni, è impressionante notare quante cose scritte nel testo poi si sono avverate o si sono rivelate essere come descritte; dall'aumento dei prezzi del petrolio al disastro dell'invasione dell'Iraq. Non mi prendo nessun merito per questo valore profetico del libro; è un merito che va a quelli che mi hanno insegnato queste cose: Campbell, Laherrere, Deffeyes, Bakhtiari e tanti altri.

venerdì, dicembre 16, 2011

Crescita Decrescita


Di Giorgio Nebbia

La vita consiste sostanzialmente in un gigantesco flusso di materia ed energia dalla natura agli esseri viventi, che possono essere batteri, alghe, vegetali, mosche o mucche, i quali trasformano, col metabolismo, le sostanze chimiche, gassose, liquide o solide, degli "alimenti" presi dalla natura, liberando l'energia vitale e altre sostanze chimiche, gassose, liquide o solide, di scarto o rifiuto. 


Gli alimenti, compresa l'acqua, possono essere tratti soltanto dallo spazio, dall'"ambiente", circostante che può essere il terreno, le acque dolci, le acque oceaniche, l'atmosfera, e le scorie e le spoglie della vita possono essere immesse soltanto nello stesso ambiente circostante e diventano nutrimento per altri esseri viventi attraverso le catene alimentari. 


Nel parlare degli scambi di materia che hanno luogo nell'ambiente da parte degli esseri viventi userò i termini "acquistare" e "vendere"; naturalmente si tratta di scambi non accompagnati da denaro, o da premi o da guadagni perché nella vita non c'è nessun profitto per nessuno e l'unico fine di tutti questi traffici è la propagazione della vita stessa. A rigore non c’è neanche la morte, come la intendiamo noi umani, perché gli atomi degli organismi, alla fine della loro vita utile, ridiventano fonte di vita per altri.

Alla base di tutto sta la formazione delle innumerevoli specie che chiamiamo vegetali e che si formano con la fotosintesi; la radiazione solare fornisce l'energia con la quale gli organismi vegetali acquistano anidride carbonica (per lo più dall'aria) e acqua dall'aria e dal suolo e le combinano formando molecole organiche contenenti carbonio, idrogeno e ossigeno e liberando ossigeno gassoso che viene "venduto" come scoria (per lo più all'aria); nei processi metabolici intervengono anche minori quantità di elementi come azoto e fosforo e molti altri.

La massa dei vegetali aumenta fino a quando alcuni finiscono la propria vita utile e decadono nell'ambiente circostante dove vengono decomposti, ad opera di microrganismi che "acquistano" ossigeno dall'ambiente e trasformano le molecole organiche delle spoglie in anidride carbonica e acqua che vengono "vendute" all'ambiente circostante e che saranno utilizzate per la formazione di altri vegetali, in un ciclo sostanzialmente chiuso.

Alcuni esseri viventi, che chiamerò, semplificando al massimo, animali, possono ricavare l'energia metabolica soltanto scomponendo, con liberazione di energia, molecole più complesse, dei vegetali e di altri animali, mediante l'ossigeno acquistato dall'aria, e liberando anidride carbonica e acqua (che finiscono nell'atmosfera) e altre sostanze che finiscono come escrementi nel suolo; qui altri organismi decompositori trasformano gli escrementi ancora in anidride carbonica e acqua. A differenza dei vegetali, capaci di nutrirsi da soli e che perciò i biologi chiamano produttori, o autotrofi, gli animali possono acquistare cibo soltanto da altri organismi e vengono chiamati perciò eterotrofi, che si nutrono di altri, o consumatori.

Questa grande circolazione di "vita", dalla natura ai vegetali, agli animali, ai decompositori, alla natura, può essere descritta con una contabilità fisica, cioè sulla base dei grammi o dei chili di materiali prelevati dall'ambiente, trasformati e reimmessi nell'ambiente, un bilancio che ubbidisce al principio di conservazione della massa, per cui la massa, il peso, della materia entrata in ciascun processo deve essere rigorosamente uguale alla massa della materia che ne esce.

Nel grande palcoscenico della vita, nel corso di tremila milioni di anni, a seconda delle condizioni ambientali, della temperatura, della disponibilità di cibo, alcune specie vegetali e animali si sono moltiplicate di numero, altre sono scomparse. Fra le grandi estinzioni di specie animali quella dei dinosauri ha ricevuto la maggiore pubblicità mediatica e, se non altro, ha contribuito a popolarizzare una pagina della storia naturale.

Si potrebbe essere indotti a pensare che ogni essere vivente desideri crescere, desideri avere una numerosa progenie senza fine, ma una specie vivente potrebbe continuare ad aumentare di massa e di numero ? La risposta è "no" perché la massa di sostanze nutritive presenti nell'ambiente è limitata. L'"ambiente", il pianeta, con le sue distese di aria, di oceani, di continenti, con i suoi 500 milioni di chilometri quadrati di superficie (150 milioni di chilometri quadrati di terre emerse), con i suoi 1.400 milioni di miliardi di tonnellate di acqua, quasi tutta salata negli oceani, con i suoi 5.000 miliardi di tonnellate di gas nell'atmosfera, è un serbatoio di materia grande, anzi grandissimo, ma non infinito. Se una specie si appropriasse di tutte le sostanze nutritive disponibili in un ambiente o sull'intero pianeta, così com'è, arriverebbe un momento in cui il cibo verrebbe a mancare e la stessa specie in espansione dovrebbe rallentare la propria crescita e scomparire.

Quanti animali di una certa specie possono abitare un certo ambiente naturale ? Un bel problema a cui si sono dedicati numerosi studiosi soprattutto nell'"età dell'oro" dell'ecologia, gli anni trenta del secolo scorso. Vari giganti intellettuali hanno elaborato una descrizione matematica della lotta per la vita: in un ambiente di dimensione e risorse limitate una specie vivente, per esempio una specie animale, può aumentare di numero dapprima rapidamente --- quando il numero degli individui è piccolo e il cibo e lo spazio sono abbondanti --- poi cresce più lentamente fino a raggiungere uno stato tale che i morti uguagliano i nuovi nati e la popolazione ha sufficiente cibo per riprodursi e vivere, con un numero di individui che è stazionario..

In forma matematica l'aumento del numero di individui per unità di tempo, dP/dt, è proporzionale al numero di individui esistenti P, con un coefficiente di crescita r (numero di individui per unità di tempo, cioè coefficiente di natalità meno coefficiente di mortalità); l'incremento effettivo diminuisce a mano a mano che aumenta il numero di individui:

dP/dt = rP(1 – P/K)

Gli ecologi chiamano K la "capacità portante" (in inglese "carrying capacity") di un ambiente, cioè il massimo numero di individui la cui presenza un ambiente può accogliere, sopportare, sfamare. A mano a mano che P si avvicina a K e che quindi l'espressione

rP(1 – P/K)

si avvicina a zero, anche dP/dt diventa zero e nel sistema il numero di individui della popolazione resta costante e uguale a K.

Ci sono altre complicazioni, perché le variazioni dell'età degli individui, della loro fertilità, eccetera, influenzano il coefficiente di crescita, ma molti dati sperimentali hanno mostrato che il numero di individui di una specie, P, in uno spazio limitato, in funzione del tempo t, segue davvero una curva più o meno a "esse", con rapido aumento iniziale, rallentamento col passare del tempo e alla fine stabilizzazione. Si tratta della curva "logistica" riportata in tutti i trattatelli di ecologia e ben studiata dall'americano Alfred Lotka, dall'italiano Vito Volterra, dal russo Giorgi Gause.

Questi tre autori sono poi andati avanti con l'analisi matematica anche per descrivere come varia il numero di individui di una specie (predatori) che si nutre di un'altra specie (prede), di specie che convivono nello stesso territorio spartendosi lo stesso cibo, di specie che scambiano molecole con un'altra specie (simbiosi), che crescono uccidendo un'altra specie (parassiti), come i parassiti, dopo essere aumentati di numero, si estinguono (sotto l'azione di predatori, un fenomeno che sta alla base della "lotta biologica", o sotto l'azione di agenti chimici), e tanti altri fenomeni della vita.

A questo punto Vladimir Kostitzin, un russo che era emigrato dall'Urss a Parigi, salta fuori dicendo: "nossignori". Se guardate bene, la popolazione di una specie non può continuare ad esistere, sia pur senza crescere di numero, in una situazione stazionaria; molti fenomeni sperimentali mostrano che in uno spazio limitato, sia pure con cibo sufficiente, una popolazione, dopo aver raggiunto quel massimo numero di individui consentito dal parametro K, di cui si parlava prima, comincia a diminuire perché nell'ambiente si accumulano le scorie del metabolismo che risultano tossiche per la specie e ne avvelenano gli individui.

Ha ragione, ammise Volterra; l'equazione di crescita di una popolazione di viventi in un ambiente di dimensioni e risorse limitate deve essere completata con un fattore che tiene conto della "intossicazione del mezzo ambiente" e che fa diminuire la popolazione, nella forma

dP/dt = rP(1 – P/K – A)

una equazione integro-differenziale in cui A è proporzionale alla massa di escrementi e scorie generati dalla popolazione P, dal suo inizio fino al tempo t e accumulati nel mezzo stesso. Con un poco di pazienza analitica si vede che, con l'aumentare di P e quindi di A, alla fine, ad un tempo t infinito, la popolazione P si estingue.

Anche in questo caso si tratta di una semplificazione di fenomeni più complicati, utile peraltro per spiegare due principi fondamentali: (a) in un ambiente di dimensioni limitate e quindi di alimenti limitati una popolazione P non può crescere al di là di un certo numero K di individui, quelli che l'ambiente può "sfamare"; (b) in un ambiente di dimensioni limitate, nel quale si accumulano le scorie del metabolismo degli individui di una popolazione, il numero di individui, dopo aver raggiunto un massimo, declina fino all'estinzione della popolazione.

Chi legge con un briciolo di attenzione il libro "I limiti alla crescita" del Club di Roma, del 1972, non fa fatica a riconoscere che le equazioni di crescita e declino (di popolazione mondiale, produzione agricola e industriale, inquinamento) basate sulla "analisi dei sistemi" di Forrester, non sono altro che rielaborazioni dei due principi sopra indicati e che risalgono alla metà degli anni trenta del Novecento.

La precedente esposizione presenta interesse non solo biologico, ma anche per le analogie che i fenomeni considerati hanno con quelli che riguardano quella specialissima specie vivente che è rappresentata dagli umani. Gli umani si comportano come organismi animali consumatori, eterotrofi, che si nutrono di vegetali ed animali (esclusi (quasi sempre) quelli della loro stessa specie). Acquistano ossigeno dall'aria per il proprio metabolismo e vendono all'ambiente le scorie del metabolismo sotto forma di gas (nell'aria) o di escrementi.

Peraltro gli umani, in quanto animali speciali, hanno dei bisogni per i quali estraggono dall'ambiente sostanze differenti da quelle richieste dal puro e semplice metabolismo biologico. Fra tali sostanze vi sono minerali e rocce utilizzati per produrre metalli o costruire edifici, fonti di energia fossili come petrolio o gas o carbone, e l'uso e la trasformazione di ciascuno di questi materiali si svolge con un "metabolismo" che genera scorie differenti da quelle dei processi biologici, che finiscono nell'ambiente secondo cicli natura-merci-natura.

Esistono innumerevoli processi di trasformazione non biologici, il cui bilancio può essere redatto in unità fisiche. Un altoforno "compra" minerale di ferro e carbone coke e ossigeno e "vende" gas e metallo ferroso e scorie; peraltro, mentre la contabilità fisica dei processi tecnici è uguale a quella dei processi non umani, per i quali sono stati ugualmente usati i termini "comprare" e "vendere", nei processi tecnici gli scambi sono mediati dal denaro. 


Una automobile compra aria (bene ambientale, senza pagare denaro) dall'atmosfera e benzina (pagandola in denaro al distributore) e vende all'atmosfera esterna anidride carbonica, ossido di carbonio e vari altri gas (mali ambientali, senza spendere denaro). In ciascun processo la massa dei materiali in entrata e di quelli in uscita è rigorosamente uguale, ma la composizione dei materiali in uscita è tale da alterare la utilizzabilità biologica del corpo ricevente, per cui le azioni tecniche e merceologiche umane impoveriscono alcuni territori dell'ambiente e contaminano altri territori.

I processi umani, a differenza di quelli non umani, fanno aumentare la massa di materiali che entrano nella biosfera (portandoli via da cave e miniere), provocando un rigonfiamento della tecnosfera (l'universo degli oggetti fabbricati) e fanno aumentare l'immissione nell'ambiente delle scorie in quantità e di composizione chimica che le rende non utilizzabili da altri esseri viventi e dagli stessi umani.

Non c'è quindi da meravigliarsi che durante i, e in seguito ai, processi umani ci si scontri con problemi di scarsità, di intossicazione dell'ambiente e di decrescita con pericolo addirittura di estinzione di alcuni componenti nella biosfera e della tecnosfera.

L'estinzione si è verificata varie volte nella storia umana sotto forma di scomparsa di specie animali a causa dell'eccessivo sfruttamento o della caccia o della pesca, di specie vegetali a causa dell'eccessivo taglio dei boschi, di specie di piante alimentari, abbandonate perché non erano abbastanza profittevoli per gli agricoltori.

Ma le società umane "si nutrono" di altre sostanze non biologiche, ma ugualmente essenziali per la vita economica: si pensi al petrolio che viene portato via dalla viscere della Terra per alimentare centrali e industrie e raffinerie, a molti minerali, eccetera. Anche questi "alimenti" non biologici in molti casi hanno subito fenomeni di impoverimento e di estinzione: si sono avuti l'esaurimento di giacimenti di petrolio, di minerali di zolfo e di nitrati, eccetera.

Le società umane sono sopravvissute andando a cercare gli stessi "alimenti" da altre parte, o dei sostituti, a loro volta destinati ad impoverirsi; in altri casi per evitare l'intossicazione del mezzo ambiente, le società umane sono state costrette a cambiare processi e tecnologie e beni materiali.

Un esempio è offerto dal cosiddetto "effetto serra": un crescente consumo di combustibili fossili ha generato, dal secolo passato in avanti, grandi quantità di anidride carbonica che si è andata accumulando nell'atmosfera provocando alterazioni nell'equilibrio energetico del pianeta con conseguenti mutamenti climatici; per rallentare l'intossicazione dell'atmosfera ad opera dell'anidride carbonica di origine antropica gli umani sono costretti a mettersi d'accordo per rallentare il consumo di combustibili fossili; per ora si tratta di un rallentamento e non di una estinzione, ma gli effetti dell'intossicazione dell'ambiente ad opera dei metaboliti antropici sono riconoscibili.

Ancora più in generale, anche il numero di oggetti in circolazione, fabbricati dagli umani col solito ciclo natura-oggetti-natura, ubbidisce alle leggi della dinamica della popolazioni animali. Una merce si affaccia in un mercato, viene acquistata in un certo numero di esemplari, poi la richiesta degli acquirenti, la capacità ricettiva del mercato, si stabilizza, poi la stessa merce in circolazione declina e alla fine si estingue la sua produzione e il suo uso. 


I dischi fonografici di vinile si sono estinti quando sono stati inventate le cassette da registrazione a nastro, che si sono estinte quando il mercato è stato invaso dai CD; le penne stilografiche si sono praticamente estinte quando il mercato degli strumenti di scrittura è stato invaso dalle penne a sfera; le macchine per scrivere si sono quasi estinte, soppiantate dai personal computer. La produzione di zolfo da miniera si è praticamente estinta con l'invasione del mercato da parte dello zolfo recuperato dalla depurazione degli idrocarburi, un caso in cui la spinta ecologica ha ucciso una popolazione di merci sostituita da un'altra popolazione di merci concorrenti.

Si potrebbe scrivere una storia della tecnica e della merceologia seguendo la concorrenza che una popolazione di merci ha fatto, in un mercato, ad un'altra popolazione di merci, con andamenti che ben possono essere descritti con le equazioni di Lotka e Volterra.

Possiamo andare avanti in questo modo o l'analogia fra processi tecnico-merceologici e processi naturali può indurci a cambiare comportamento, ad anticipare i mutamenti e attenuare i costi e i danni dei mutamenti stessi ? Gli inviti al cambiamento di produzioni e di consumi, ci sono da tempo. Nel 1970 il biologo Paul Ehrlich scrisse un articolo sulla necessità di una decrescita, in alternativa al dovere della crescita considerato dogma dagli economisti; nel 1972 Nicholas Georgescu-Roegen ironizzò sulle proposte del Club di Roma di arrivare ad una società stazionaria, sottolineando l'impossibilità, proprio per le ragioni biologiche prima esposte, di attuazione di una società stazionaria e la prospettive di una decrescita. Con il termine "La decrescita" lo svizzero Jacques Grinevald curò una edizione francese di alcuni scritti di Georgescu-Roegen; il francese Serge Latouche ha riscoperto le virtù di una decrescita economica e il tema è stato ripreso dall'italiano Mauro Bonaiuti con un libro intitolato "Obiettivo decrescita", pubblicato dalla EMI.

Dopo le mode dell'"ecologia" e della "sostenibilità", adesso è arrivata la "decrescita" che rischia di diventare anch'essa una moda, bandiera di una nuova ondata di movimenti ecologisti, un po' come nuova contestazione dell'"economia" che ha la crescita come suo dogma, un po' come aspirazione romantica ad una vita semplice e amorevole. In tutti questi fermenti mi pare che troppo poca attenzione sia stata dedicata al fatto che il rischio di rallentamento della crescita e addirittura di estinzione non è un capriccio, ma è intrinsecamente legato ai fenomeni della vita e all'esistenza dei limiti fisici del pianeta Terra. Forse qualche buona lettura di genuina biologia e ecologia può aiutare sociologi e governanti a capire come soddisfare bisogni umani, vitali, senza sfidare le leggi che la natura impone e che non possono essere violate. 

mercoledì, dicembre 14, 2011

Una nuova gestione per Risorse Economia Ambiente


Di Luca Pardi

ASPO-Italia sta per entrare nel suo decimo anno di vita. L'associazione è infatti nata nel 2002 alla fine di un seminario di Colin Campbell ospite di Ugo Bardi al Dipartimento di Chimica dell'Università di Firenze. Nel suo ultimo libro Ugo racconta il momento della sua personale scoperta del Picco del Petrolio, avvenuta in una libreria di Berkeley, che, casualmente, coincise con la fatidica data dell'11 settembre 2001. Ognuno di coloro che  hanno seguito Ugo in questa avventura decennale, ha avuto il suo evento cruciale, il momento in cui ha subito quella transizione irreversibile dopo la quale nulla è stato più come prima. Nel linguaggio del film Matrix, il momento in cui ha scelto la pillola rossa invece di quella azzurra. 

È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più. 

La differenza con il caso del film è che se una persona è predisposta a non nascondersi le verità scomode, allora l'occasione di prendere la pillola rossa sarebbe capitata altre volte, perché man mano che il tempo passa diventa sempre più chiaro che la nostra società globalizzata è in una fase di rapida transizione e che questa transizione dipende largamente da due fatti correlati: l'assottigliamento de flusso di energia e materiali a basso costo e il feedback determinato dall'accumulo dei cascami delle attività umane negli ecosistemi. Credo che ognuno di noi, di fronte a questi fatti, se non avesse incontrato il nostro Ugo Bardi avrebbe incontrato un altro Morpheus, perché noi tutti siamo dei Neo.

Ora, dopo dieci anni, è normale chiedersi quello che vogliamo ancora da quest'associazione e se abbiamo ottenuto già qualcosa. Su quest'ultimo punto direi che la risposta possa essere positiva. Nel mondo, ASPO ha sollevato un problema che oggi è nelle agende di molte istituzioni e governi, non sempre per il meglio, ma soprattutto nella vita dell'associazionismo ecologista. ASPO-Italia ha dato il suo contributo alla crescita di questa nuova coscienza dei Limiti dello Sviluppo. Io credo che vedendo delle persone che sul tema del Picco del Petrolio e delle sue conseguenze, hanno costruito una strategia politica fuori dagli schemi tradizionali della politica del XX secolo, come il movimento delle Transition Town e persone che si sono organizzate per trarne un nuovo modo di comunicare fondato non solo sulla componente razionale, ma anche, e soprattutto, su quella emotiva come la compagnia Cambiamo ci debba convincere di aver fatto un buon lavoro. I semi sono stati diffusi, le piante sono nate, sono fiorite e spargono i loro pollini che sono, fortunatamente, fuori dal nostro controllo. Personalmente preferisco questa immagine a quella della comunicazione virale. Anche perché la comunicazione virale crea l'aspettativa dell'epidemia e, dunque, in mancanza di epidemia alla delusione. Invece la crescita di una nuova coscienza e la sua applicazione pratica nella nostra vita è più simile alla colonizzazione di un terreno degradato da parte della vegetazione.

Questa associazione è un'associazione scientifica e tale, secondo me, e anche secondo il sentire dell'assemblea dei soci tenutasi a Firenze nello scorso ottobre, deve restare. Fornire un punto di vista raziocinante sulla questione dei limiti della crescita, ma cercare di evitare quella tendenza prescrittiva che è normalmente compito della politica. E' ovvio che se si conviene sul fatto che il Picco del Petrolio sia dietro le nostre spalle, e che il Cambiamento climatico sia il problema più grave per noi e per le generazioni future, non si possa convenire con politiche economiche fondate sul petrolio e sulle fonti fossili e infatti la nostra posizione è sempre coerentemente stata in favore dello sviluppo delle fonti rinnovabili. Ma cercare i modelli socio-economici che soddisfino le condizioni di sostenibilità ecologica è compito altrui.

Risorse Economia Ambiente è servito per anni come luogo di divulgazione e approfondimento tecnico e scientifico sui temi della disponibilità e l'esaurimento delle risorse, della sostenibilità del metabolismo sociale ed economico umano e dell'impronta antropica sul pianeta. Tale deve rimanere. Non vogliamo che si perda nella cronaca. Non per snobismo, ma perché di cronaca si occupa con dedizione e abbondanza di contributi, tempo e denaro la pletora dei mezzi di comunicazione inclusa una parte preponderante della rete.

La nuova gestione del blog, dunque, affidata a Lou Del Bello si astrarrà in genere dagli eventi del giorno, dalla vita dei politici e della politica del palazzo, dalle considerazioni sui governi che si succedono nel tempo, per dedicarsi a quello per cui è nato: fornire strumenti di comprensione e approfondimento a coloro che vogliono continuare a riflettere sulle verità scomode del secolo dell'overshoot ecologico dell'umanità.

Qualcuno ha avuto modo di incontrare Lou Del Bello durante il convegno ASPO-5 di Firenze. Lou nata nel 1984, è attualmente Direttore Responsabile della rivista on-line Sottobosco.info settimanale di informazione su ambiente e sostenibilità in Emilia Romagna.  Si è laureata in discipline semiotiche presso l'università Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi sulle Città in Transizione è pubblicista ed ha già, nonostante la giovane età, una notevole esperienza nel campo dell'informazione e dell'organizzazione di eventi pubblici. E' anche una persona capace di stabilire immediatamente un rapporto di collaborazione positivo e costruttivo. Personalmente penso che Lou sia esattamente la persona adatta sia per la gestione di questo blog sia per la cura dei rapporti di ASPO-Italia con i media.

Faccio i miei migliori auguri a Lou per questo suo impegno, confidando nella sua intelligenza e goventù per mantenere sveglia l'audience. Credo, a nome di tutti, di potergli garantire l'appoggio e la collaborazione dei soci e dei responsabili di ASPO-Italia.

Invito tutti i soci a non far mancare il proprio contributo al blog senza pensare troppo agli aspetti stilistici che a volte frenano qualcuno, ma al contenuto.

Riconsiderare la crescita della popolazione tenendo conto dell'effetto dei limiti ecologici


Questo articolo è stato pubblicato il 13 ottobre 2011 su Environment 360 


I demografi prevedono che la popolazione mondiale salirà a 10 miliardi entro la fine secolo. Ma con il pianeta che diventa più caldo e un crescente numero di persone che premono sugli ecosistemi e sugli approvvigionamenti di acqua e di cibo, si tratterà questa volta di un boom della popolazione o di un fiasco?



di Robert Engelman

La parte più difficile sulla previsione del futuro, ha detto qualcuno, è che non è ancora avvenuto. Quindi è un po' strano che così pochi esperti mettano in dubbio la saggezza demografica secondo cui la Terra ospiterà circa 9 miliardi di persone nel 2050 e si stabilizzerà sui 10 miliardi alla fine del secolo. Ai demografi sembra coerente fare proiezioni in cui l'aspettativa di vita continua ad aumentare mentre i tassi di natalità sono in costante deriva verso il basso, fino a quando il numero di umani si stabilizzerà ad un livello con 3 miliardi di persone in più di quante vivono oggi sul pianeta.

Quello che c'è di strano in questa previsione demografica è quanto poco sembra tener conto delle previsioni ambientali. C'è poca controversia scientifica sul fatto che il mondo stia andando verso un clima più caldo e più estremo, con disponibilità di acqua ed energia meno affidabili, ecosistemi sempre più modificati, con un minor numero di specie, con gli oceani più acidi, e naturalmente i terreni meno produttivi. Siamo così intelligenti e creativi da credere che nessuna di queste tendenze avrà alcun impatto sul numero degli esseri umani che il pianeta è in grado di sostenere? Quando si mettono le proiezioni demografiche fianco a fianco con quelle ambientali, ci si rende conto che le prime si prendono gioco delle seconde, suggerendo che ciò che è in serbo per noi non sarà che un inconveniente minore. La vita umana sarà meno piacevole, forse, ma non sarà effettivamente minacciata.

Alcuni analisti, che vanno dagli scienziati David Pimentel della Cornell University al consulente finanziario e filantropo Jeremy Grantham, hanno il coraggio di sottolineare la possibilità di un futuro alternativo più oscuro. Sfidando l'ottimismo della maggioranza, suggeriscono che l'umanità ha da tempo superato una popolazione mondiale realmente sostenibile, il che implica che vecchi e nuovi cavalieri dell'apocalisse, potrebbero causare un aumento della mortalità diffusa man mano che la crisi ambientale si dipana. La maggior parte di coloro che scrivono su ambiente e popolazione sono restii a considerare tali previsioni. Ma dovremmo chiederci, almeno, se tali possibilità sono abbastanza reali da temperare la consueta sicurezza riguardante le proiezioni demografiche future.

Per ora, possiamo essere quasi certi che la popolazione mondiale raggiungerà i 7 miliardi entro la fine di quest'anno. Siamo già prossimi a quel numero già adesso ed aggiungiamo circa 216.000 persone al giorno alla popolazione esistente. Ma la "variante media" delle proiezioni demografiche delle Nazioni Unite, il gold standard degli esperti per quanto concerne le aspettative demografiche future, richiede un ulteriore salto della fede: essa infatti assume che non avranno alcuna influenza sulla demografia i cambiamenti ambientali che ci potrebbero portare a vivere in quello che il climatologo della NASA James Hansen ha definito "un altro pianeta.”



Quanto diverso da quello attuale? Molto più caldo, secondo la valutazione del 2007 dell'IPCC - in media fino a 10 gradi Fahrenheit più di oggi (circa 5,5 gradi centigradi NdT). Con un livello dei mari 2-6 metri superiore in senso verticale a quello attuale, il che significa che il mare potrebbe penetrare per centinaia di metri nell'entroterra attualmente abitato delle aree costiere. Con una estremizzazione di fenomeni quali la siccità e le tempeste. Con una modificazione dei modelli di propagazione delle malattie infettive man mano che si aprono nuove opportunità per la sopravvivenza e la diffusione degli agenti patogeni.


Ci si possono attendere inoltre sconvolgimenti degli ecosistemi globali via via che l'aumento delle temperature e la modifica delle condizioni delle precipitazioni, pone in condizioni di stress e disperde le specie animali e vegetali. A questo si aggiunga il possibile scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya, che sconvolgerebbe le forniture di acqua dolce da cui dipendono per la produzione alimentare 1,3 miliardi di abitanti della Cina e del sud dell'Asia (naturalmente un numero in aumento).

E tutto questo solo a causa del cambiamento climatico, sulla base dello scenario più drammatico della gamma di proiezioni scientifiche dell'IPCC e di altri gruppi. Comunque, anche lasciando perdere la possibilità che si realizzi una condizione climatica tanto drammatica, la stessa crescita della popolazione mina in altri modi le basi per la sua continuazione. Dal 1900, i paesi che ospitano quasi la metà della popolazione mondiale sono entrati in condizioni di stress cronico per la scarsità d'acqua a causa del declino della disponibilità di acqua dolce pro-capite. 


A causa di questo fatto i livelli delle falde acquifere e anche di numerosi laghi stanno diminuendo in tutto il mondo. Secondo l'International Water Management Institute in soli 14 anni, sulla base delle proiezioni demografiche medie la maggior parte del Nord Africa e del Medio Oriente, oltre a Pakistan, Sud Africa e gran parte della Cina e dell'India, sarà spinto dalla scarsità d'acqua, "anche realizzando alti livelli di efficienza dell'irrigazione", ad una crescente dipendenza dalle importazioni alimentari.

L'estensione dei terreni coltivati nel mondo ha avuto uno scarso ampliamento dal 1960, con milioni di ettari di terreni agricoli divorati dallo sviluppo urbano, mentre estensioni quasi uguali di suoli meno fertili finivano sotto l'aratro. Il raddoppio del numero degli uomini ha ridotto alla metà la quantità di terreni coltivabili pro-capite. E gran parte di questo bene essenziale è in declino in termini di qualità a causa del fatto che la produzione costante succhia nutrienti che sono fondamentali per la salute umana, mentre il suolo stesso si erode attraverso la doppia stangata del maltempo e di una manutenzione meno che perfetta da parte dell'uomo. I fertilizzanti aiutano a ripristinare la fertilità (anche se raramente i micronutrienti), ma a prezzi sempre più alti e con ingressi massicci di risorse non rinnovabili come petrolio, gas naturale e minerali fondamentali. Il Fosforo in particolare, che è un minerale non-rinnovabile essenziale per tutta la vita, è stato consumato e sprecato a tassi sempre più rapidi, suscitando il timore di un imminente "picco del fosforo."



Siamo in grado di riciclare fosforo, potassio, azoto e altri minerali e nutrienti essenziali, ma il numero di persone che anche il più efficiente possibile dei sistemi di riciclaggio può sostenere può essere molto inferiore all'odierna popolazione mondiale. Nel 1997, il geografo canadese Vaclav Smil ha calcolato che se non fosse per la fissazione industriale dell' azoto [vedi nota, NdR], la popolazione mondiale probabilmente non avrebbe superato i 4 miliardi di persone - 3 miliardi meno di quanti vivono oggi sul pianeta. E' probabile che l'agricoltura biologica possa nutrire molte più persone di quanto non faccia attualmente, ma la rude contabilità dei nutrienti interni ai 7 miliardi di corpi umani di oggi, per non parlare dei 10 miliardi previsti per domani, pone una sfida alla speranza che un sistema agricolo neutrale per il clima possa alimentare tutti noi.


La produzione alimentare richiede anche molti servizi della natura che l'agronomia convenzionale tende ad ignorare nella proiezione dell'offerta futura di alimenti, e l'affidabilità di questi servizi sembra sfilacciarsi. Circa una ogni due o tre forchettate di cibo si basa sull'impollinazione naturale, eppure molti fra gli impollinatori più importanti del mondo sono in difficoltà. Le api stanno soccombendo a causa del minuscolo acaro Varroa, mentre un gran numero di specie di uccelli fronteggia minacce che vanno dalla perdita di habitat a quella rappresentata dai gatti domestici. I pipistrelli e innumerevoli altri predatori di parassiti sono in declino a causa di condizioni ambientali degradate che gli scienziati non sono ancora in grado di comprendere appieno. E la perdita di biodiversità vegetale e animale in generale rende l'umanità sempre più dipendente da una manciata di specie vegetali chiave e di input chimici che rendono la produzione di cibo meno, e non più, resiliente. Non c'è bisogno di sostenere che l'aumento dei prezzi dei cereali, le rivolte per il cibo, la fame che in certe parti del mondo è stata sperimentata negli ultimi anni sono puramente un risultato della crescita della popolazione, per preoccuparsi che ad un certo punto una ulteriore crescita sarà limitata dalla limitata disponibilità di cibo.


Mentre la crescita demografica fa si che gli esseri umani vadano ad occupare ecosistemi un tempo isolati, nuovi vettori di malattie incontrano l'attrazione di grossi pacchetti di protoplasma che camminano su due gambe e si possono spostare ovunque sul pianeta in poche ore. Negli ultimi cinquant'anni, dozzine di nuove malattie infettive sono emerse. La più notevole, l'HIV / AIDS, ha portato circa 25 milioni di morti in più, un numero della dimensione di quella che sarebbe una megalopoli perfino con un popolazione mondiale di miliardi di individui. In Lesotho, la pandemia ha spinto il tasso di mortalità da 10 morti ogni mille persone all'anno, nei primi anni 1990 a 18 per mille un decennio più tardi. 

In Sud Africa la combinazione del declino della fertilità e i decessi legati all'HIV ha spinto il tasso di crescita della popolazione allo 0,5 per cento all'anno, la metà dell'equivalente tasso negli Stati Uniti. Mentre il clima del pianeta si riscalda, le aree colpite da queste malattie si sposteranno probabilmente in modi imprevedibili, con le zanzare della malaria e del dengue (http://it.wikipedia.org/wiki/Dengue) che si spostano nelle zone temperate, mentre il riscaldamento delle acque contribuisce alla comparsa di focolai di colera in zone un tempo immuni.

Per essere onesti, i demografi, che fanno le proiezioni demografiche, non esprimono apertamente il giudizio secondo cui natalità, mortalità e tassi di migrazione sono immuni dagli effetti del cambiamento ambientale e della scarsità de risorse naturali. Piuttosto, essi sostengono, abbastanza ragionevolmente, che non c'è modo scientificamente rigoroso per valutare la probabilità di tali effetti demografici. Così ha più senso estendere semplicemente le linee di tendenza degli attuali cambiamenti demografici – con l'aumento della speranza di vita, il declino della fertilità, e una maggiore percentuale di persone che vivono nelle aree urbane. Queste tendenze sono poi estrapolate in un futuro assunto come privo di sorprese. Il noto caveat dell'investitore secondo cui la performance passata non è una garanzia di risultati futuri, passa totalmente inapplicato nelle previsioni demografiche convenzionali.

Quanto è probabile questo futuro senza sorprese? Questa è una questione soggettiva, a cui ognuno di noi deve rispondere sulla base della propria esperienza e delle proprie intuizioni. Quasi nessuna ricerca ha valutato i probabili impatti del cambiamento climatico causato dall'uomo, dello sconvolgimento degli ecosistemi, o della scarsità di energia e di risorse sui i due principali determinanti dei cambiamenti demografici: nascite e morti. Le migrazioni legate al cambiamento climatico sono un soggetto di ricerca più comune, con proiezioni che vanno da 50 a 1.000 milioni di sfollati per fattori ambientali - compresi i cambiamenti climatici - entro il 2050. Le principali proiezioni si accordano su un numero di circa 200 milioni, ma nessuno sostiene che vi sia un argomento scientifico convincente per scegliere uno qualsiasi di questi numeri.



L'IPCC e altre autorità scientifiche che si occupano di cambiamenti climatici hanno notato che un clima estremamente caldo può uccidere le persone più vulnerabili, come gli anziani, gli immuno- depressi, le persone a basso reddito, o socialmente isolate. Si stima che circa 35.000 persone morirono durante l'ondata di caldo europea del 2003. Il Centro statunitense per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie cita una proiezione secondo cui i decessi legati al calore potrebbero moltiplicarsi fino a sette volte entro la fine del secolo.


Negli ultimi anni gli agronomi hanno perso un po' della loro precedente fiducia secondo cui la produzione alimentare, anche grazie alle colture geneticamente modificate, non mancherebbe di tenere il passo con l'aumento della popolazione mondiale in un clima che cambia. Già oggi, il verificarsi di catastrofi climatiche, quali le ondate di caldo torrido e l'allagamento dei terreni agricoli, hanno contribuito ad ampliare lo iato tra produzione e consumo di cibo mondiale. Gli aumenti di prezzo risultanti - alimentati anche dalla produzione di biocarburanti a sua volta incoraggiata, in parte, per rallentare il cambiamento climatico - hanno portato a rivolte per il cibo che sono costate vite umane ed hanno contribuito a rovesciare i governi del Medio Oriente e ad Haiti.


Se questo è ciò che vediamo trascorso appena un decennio nel nuovo secolo, cosa succederà nei prossimi 90 anni? "Che orribile mondo sarà se il cibo diventerà davvero più scarso da un anno all'altro", ha detto nel mese di giugno al New York Times lo studioso di fisiologia del grano Matthew Reynolds. "Cosa determinerà tutto questo alla società?" Che cosa, più specificamente, tutto questo determinerà alla speranza di vita, alla fertilità, e alle migrazioni? Fondamentalmente, queste domande sono in questo momento senza risposta, e c'è una lezione in questo. Non dovremmo essere così sicuri che i demografi possano scientificamente prevedere l'evoluzione della popolazione mondiale oltre i prossimi pochi anni. Pochi demografi sono disposti a riconoscere questo fatto.



"La continuazione della crescita demografica mondiale fino a metà secolo, sembra quasi certa," ha dichiarato recentemente su Science il demografo Ronald Lee della University of California a Berkeley. "Ma quasi tutte le previsioni demografiche ... assumono implicitamente che la crescita della popolazione avverrà in una zona neutrale, senza retroazioni negative di tipo economico o ambientale. [Se questo si verificherà] dipenderà in parte dal successo delle misure politiche per ridurre l'impatto ambientale della crescita economica e demografica ".

E' certamente possibile che l' ingegno, la resilienza e una capacità di governo efficace riescano a gestire gli stress che l'umanità affronterà nei prossimi decenni e permetteranno all'aspettativa di vita di continuare a crescere a dispetto di essi. Il taglio dei consumi di energia e risorse pro-capite sarebbe certamente di aiuto. Vale la pena aggiungere che una dimensione sostenibile della popolazione sarà più facile da mantenere se le società assicureranno alle donne l'autonomia e i mezzi contraccettivi di cui hanno bisogno per evitare le gravidanze indesiderate. Per coloro che prestano attenzione alla scienza del cambiamento climatico e alle realtà di un ambiente in rapido cambiamento globale, tuttavia, sembra sciocco considerare le proiezioni che danno una popolazione di 10 miliardi di persone alla fine di questo secolo, con il rispetto con cui si giudica la previsione di un'eclissi solare o la comparsa di una ben studiata cometa. Un po' di umiltà sull'evoluzione della popolazione in un secolo incerto e pericoloso, sarebbe più coerente con il fatto che il futuro, come una cometa che gli astronomi non hanno mai osservato prima, non è ancora arrivato.


Robert Engelman è presidente del Worldwatch Institute, un'istituzione di ricerca sull'ambiente e la sostenibilità che ha base a Washington DC. Il Population Institute ha premiato il suo libro, More:Population, Nature, and What Women Want, con il Global Media Award for Individual Reporting nel 2008. Tale libro non è stato ancora tradotto in italiano. Engelman è stato alla Yale University come visiting lecturer all'inizio degli anni 2000s ed è stato il segretario della Society of Environmental Journalists dalla sua fondazione.

Con fissazione industriale dell'azoto ci si riferisce al processo Haber- Bosh che trasforma l'azoto presente in atmosfera in percentuale di oltre il 78%, in ammoniaca attraverso la reazione con l'idrogeno estratto dal metano. L'ammoniaca è poi la materia prima con cui si sintetizzano i nitrati e l'urea fra i principali componenti dei fertilizzanti usati in agricoltura. La fissazione biologica dell'azoto è quella che parimenti trasforma l'azoto atmosferico in composti azotati disponibili per gli ecosistemi, da parte di batteri che si trovano nel suolo e nelle acque.

martedì, dicembre 13, 2011

Diciamocelo forte e chiaro: questa crisi non finirà mai!

Riportato da Ugo Bardi su Effetto Cassandra


Guest post di Antonio Turiel apparso su "The Oil Crash" il 19 giugno 2010. Traduzione a cura di Massimiliano Rupalti.
Questo post di Antonio Turiel è stato scritto circa un anno e sei mesi fa e si riferisce alla situazione in Spagna. Tuttavia, sembra estremamente rilevante per la situazione italiana odierna e pertanto ci sembra il caso di presentarlo qui tradotto. Secondo Turiel, infatti, la crisi economica che ha colpito molti paesi europei non è un fatto congiunturale ma un fatto strutturale dovuto alla stasi della produzione petrolifera e al suo imminente declino. Per questa ragione, la crisi non finirà mai.

Cari lettori, abbiamo parlato di questo argomento in modo frammentario in alcuni post e nei commenti che ne sono seguiti, ma credo che sia importante mettere insieme alcuni pezzi del puzzle e mostrare in modo attendibile quello che è un fatto: questa crisi economica in cui ci troviamo immersi non finirà mai, o perlomeno non all'interno dell'attuale paradigma economico, conosciuto come capitalismo.
Il grafico sulla sinistra (elaborato con dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti (EIA) ed estratta dal rapporto mensile Oil Watch di The Oil Drum) mostra la produzione mensile di petrolio greggio degli ultimi otto anni (espressa come la media di milioni di barili giornalieri). Come potete vedere, a parte alcune oscillazioni, la quantità di petrolio greggio estratto dalle profondità della Terra permane più o meno costante dal 2005. Gli anni precedenti (che non appaiono nel grafico), dallo shock petrolifero dell'inizio degli anni 80, avevano visto una crescita inarrestabile della produzione, ad un ritmo di quasi il 2% all'anno.

Ma dal 2005 qualcosa si è complicato. La produzione dei nuovi giacimenti che entravano in produzione a malapena era sufficiente a coprire la perdita di produzione dei giacimenti già in attività. Questo è un fatto: ci troviamo sull'altipiano o plateau estrattivo di petrolio greggio e la discesa potrebbe iniziare in qualsiasi momento, poiché già dagli anni 80 si scopre meno petrolio di quanto se ne consumi e questo significca che prima o poi la produzione comincerà a diminuire. Quando? Secondo ITPOES (think-tank dell'industria britannica di cui abbiamo già parlato qui) la discesa comincerà circa nel 2015. Si deve specificare che il petrolio greggio non è tutto il petrolio che si produce nel mondo, ma la maggior parte sì (circa 75 milioni di barili al giorno – Mb/d). Ci sono altri 10 Mb/d che provengono dalle sabbie bituminose, dai liquidi del gas naturale e dai biocombustibili, ma non bisogna lasciarsi ingannare. 

In primo luogo perché stiamo parlando di petrolio sintetizzato usando altre fonti energetiche (normalmente gas naturale) con la conseguente perdita di energia durante la conversione. E non abbiamo abbondanza nemmeno di gas naturale, anche se mancano 15 anni al picco. Queste fonti alternative di petrolio sono semplicemente una stupida fuga in avanti, un modo di occultare un realtà nuda e cruda, cioè che sono anch'esse quasi al limite della loro capacità di produzione e non potranno ritardare di molto il declino petrolifero. 

In secondo luogo, la capacità calorica di questi “petroli” è solo il 70% dell'originale, cosicché, in un certo senso, stiamo chiudendo la stalla quando i buoi sono già scappati. Non avete notato che ultimamente la vostra auto tira di meno? E' normale, per via di una normativa europea i carburanti commercializzati nella UE devono contenere un minimo del 5% di biocombustibile. In qualche modo dobbiamo usare questo “petrolio” scadente che sintetizziamo, ma non è buono come l'originale...

Il fatto che la produzione di petrolio non cresca non significa che si fermino i nostri consumi, che di per sé sarebbe già un problema. In realtà stiamo decrescendo. Guardate nel grafico a destra. L'ha elaborato Stuart Staniford partendo dai dati della IEA e dell'EIA e li ha pubblicati nel suo blog Early Warning (cercate l'articolo "US economic recovery in the era of inelastic oil"). La linea azzurra in alto rappresenta il consumo dell' area OCSE, quella scura che sale a tutta velocità dal basso rappresenta sostanzialmente la Cina e l'India. Fino alla linea verticale sono dati del passato, verificati; a partire da lì è la proiezione di Stuart Staniford partendo dalla tendenza attuale. La realtà è che la Cina, l'India ed altri paesi con economie più dinamiche e maggior potenziale di crescita stanno aumentando il loro consumo più di noi, poiché, con la loro crescita, costa loro di meno pagare fatture petrolifere più alte. E siccome dal 2005 questo è un gioco a somma zero, dove loro aumentano, noi dobbiamo diminuire. Precisamente, a un itmo del 3% annuo. Gli ultimi dati di Oil Watch confermano che i paesi dell'OCSE (anche la Spagna – e l'Italia, ndT) hanno perso più del 15% dei consumi petroliferi rispetto al 2005.

Ovvero, siamo fondamentalmente in una situazione di diminuzione rapida del consumo di energia, nè cercata né pilotata, ma forzata e repentina. Secondo i dati dell'EIA, il petrolio rappresenta il 33% dell'energia primaria consumata nel mondo, anche se questa percentuale varia di paese in paese; in Spagna è del 48%, quasi la metà. Pertanto, con la caduta di oltre il 15% negli ultimi 5 anni del nostro consumo di petrolio in Spagna abbiamo ridotto il nostro consumo di energia primaria approssimativamente dell'8%, più dell'1,5% su base annua. 

Stimare l'impatto sul nostro consumo di energia si fa più complicato nella misura in cui la percentuale di petrolio che perdiamo si fa più grande ed il suo prezzo aumenta, poiché per produrre e mantenere le altre fonti di energia c'è bisogno di petrolio (per i compressori dei martelli pneumatici che si usano in remote miniere, per il meccanismo che mantiene le dighe e le turbine eoliche, ecc ecc). Di fatto, il petrolio ha influenza su tutto, per la sua grande varietà di usi (plastica, fibre sintetiche, reagenti chimici per farmaci, industria alimentare, ecc) e come fonte di energia fondamentale nel funzionamento di macchine di ogni tipo (auto, camion, gru, aerei, escavatrici, barche, trattori, ruspe, ecc.). 

La realtà è che tutta l'attività economica dipende dal petrolio in particolare e dall'energia in generale. Per definizione, energia è la capacità di compiere un lavoro. Lavoro utile che serve a trasformare materiali e creare prodotti, spostare merci e persone, produrre luce, calore e fresco, ecc. Anche le economie tecnocratiche basate sui servizi devono alla fine servire a qualcosa di tangibile ed i maggiori costi del petrolio e dell'energia si ripercuotono su di esse in egual misura che sugli altri settori economici. 

La correlazione fra il consumo di energia e il PIL è così ben conosciuta che la IEA è solita pubblicare un grafico della modalità che seguono queste linee in ogni World Energy Outlook che pubblica (quello di questo grafico è del WEO del 2004). Sull'asse delle ordinate (verticale) si vede il consumo totale di energia nel mondo, espresso in milioni di tonnellate di petrolio equivalente, Sull'asse delle ascisse (orizzontale) si vede il PIL del mondo, espresso in parità di potere d'acquisto. Il bello è che la forte connessione fra le due variabili mostrata da questa curva viene mantenuta anche nei periodi di crisi economica.
Pertanto dobbiamo:
  • per crescere economicamente abbiamo bisogno di aumentare il nostro consumo di energia. Al contrario, se il nostro consumo di energia diminuisce, il nostro PIL si contrae in egual maniera.
  • a causa della produzione di petrolio stagnante, ad un effetto di sincronizzazione con le altre fonti energetiche conosciuto come La Grande Scarsità e alla crescita di altre economie emergenti siamo condannati in modo inesorabile a ridurre il nostro consumo di energia e anche ad un ritmo piuttosto veloce (nel caso della Spagna, l'1,5% annuo come minimo).

Qual è, pertanto, la conclusione? Che la nostra economia è condannata a decrescere e a ritmo serrato. E' importante comprendere questo punto: è un fenomeno noto, compreso ed inevitabile. Di fatto, è un concetto gestito in ambito governativo, come abbiamo già commentato in numerosi post. Tuttavia, i poteri governativi non possono riconoscere apertamente questo fatto per via delle conseguenze politiche che comporta e per questo la tendenza è quella di provare a cercare soluzioni che non esistono al posto di ripensare il problema. 

La domanda non è, pertanto, se continueremo a decrescere economicamente, ma fino a quando. La risposta è che decrescere economicamente, inteso come una diminuzione del PIL, è irrilevante. Abbiamo confuso il fine con i mezzi; il PIL è un'astrazione della ricchezza collettiva di un paese che si suppone essere in qualche modo connessa al benessere della sua gente. Ciò che si dovrebbe cercare è la massimizzazione del benessere, non un indice complesso e spesso assurdo. 

Pertanto, più rapidamente abbandoniamo l'orientamento economicista e ci focalizziamo su ciò che è veramente rilevante, prima cominceremo a stare meglio. La cosa peggiore che potremmo fare è quella di focalizzarci sul mantenimento di un sistema economico che sarà sempre più disfunzionale, a causa della mancanza di energia e di materie prime, per dare impulso ad un consumo sfrenato che ci immoli sull'altare della crescita economica, sognando una ripresa economica che non arriverà mai e che creerà un'occupazione che non esisterà mai. Non comprendere questo, ostinarsi a seguire questo sentiero, ci porta soltanto in un posto ben noto: il collasso.

Saluti
Antonio Turiel




mercoledì, dicembre 07, 2011

Uccisi dalle accise

Il titolo di questo articolo è una parodia (e anche un gioco di parole italo - napoletano) dei commenti disperati che molti automobilisti e consumatori si scambiano in questi giorni dopo il consistente aumento della tassazione statale sui carburanti (accise) contenuto nel decreto "Salva Italia" del nuovo Governo Monti.

Il decreto stabilisce che le nuove accise corrispondano a 704,20 euro per mille litri di benzina e a 593,20 euro per mille litri di gasolio. Come possiamo vedere nella tabella allegata disponibile sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, rispetto all'ultima rilevazione effettuata prima del decreto, le accise sulla benzina aumentano perciò di circa il 13%, quelle sul gasolio di circa il 23%.

Mi dispiace deludere gli automobilisti arrabbiati, ma sono completamente d'accordo con la scelta del nuovo Governo. Gli aumenti delle entrate necessari a stabilizzare la drammatica situazione finanziaria dello Stato italiano devono essere ottenuti trasferendo il più possibile la tassazione dai redditi ai consumi, in particolare quelli più inquinanti e dannosi per la salute. E non c'è dubbio, come ho scritto qui, che le emissioni dei mezzi motorizzati rappresentino una vera e propria emergenza sanitaria. Inoltre, è bene ricordare che secondo un recente studio di Nomisma Energia, citato in questo mio precedente articolo, i prezzi al consumo dei carburanti sono ancora relativamente più bassi di molti altri beni acquistati dagli italiani.

E sono anche d'accordo sulla scelta di aumentare maggiormente le accise sul gasolio che, come si può vedere dalla tabella citata in precedenza, in Italia sono sensibilmente più basse di quelle della benzina. Questa situazione fa sì che nonostante il maggiore costo industriale del gasolio, paradossalmente il prezzo alla pompa sia inferiore di quello della benzina e ciò abbia determinato una maggiore diffusione dei mezzi diesel (passeggeri e commerciali), principale causa delle emissioni di polveri sottili nelle aree urbane.
Come c'era da aspettarsi, il decreto pone degli sgravi fiscali per gli autotrasportatori delle merci, confermando, come ho scritto qui, che il settore sopravvive solo grazie ai sostegni e alle agevolazioni statali.

Con gli introiti dei nuovi aumenti fiscali sui carburanti, pare che il Governo voglia ripristinare almeno in parte i contributi al trasporto pubblico locale tagliati dal precedente governo. Condivido solo in parte questo orientamento. Come ho scritto più volte su questo blog e ribadito recentemente in questo articolo, la salvezza del trasporto pubblico nel nostro paese non si può realizzare continuando a finanziare a fondo perduto i deficitari servizi su gomma, ma occorre investire risorse pubbliche in una massiccia riconversione verso i moderni sistemi ferro-tranviari in grado di garantire anche sul piano economico prestazioni nettamente più elevate. Quindi, secondo me gli aumenti delle accise andrebbero prioritariamente destinati a questo obiettivo strategico.

lunedì, dicembre 05, 2011

Dinamiche divergenti dei prezzi petroliferi

Come molti di voi sapranno, i due principali greggi di riferimento per il mercato mondiale delle transazioni petrolifere sono il WTI (West Texas Intermediate) scambiato prevalentemente nei mercati americani e il Brent, commercializzato soprattutto in Europa.

Per un lungo periodo i prezzi dei futures WTI erano stati superiori a quelli del Brent. Poi, circa un anno fa c'era stato uno storico sorpasso, che avevo commentato in quest'articolo, insinuando il dubbio che la causa potesse essere il rapido calo del petolio proveniente dai giacimenti del Mare del Nord.

Da qualche mese invece, come possiamo osservare dai due grafici dei prezzi allegati, sembra verificarsi un fenomeno opposto. Il prezzo del Brent, dopo aver raggiunto un picco di circa 125 dollari al barile, ha iniziato una chiara e costante tendenza al ribasso, oggi siamo a poco meno di 110 dollari al barile. Invece, il WTI, con un differenziale di prezzo rispetto al Brent che ha raggiunto anche i 20 dollari, ha invertito da settembre la tendenza ribassista, per risalire agli attuali 101 dollari al barile ed avvicinarsi di nuovo ai prezzi del Brent.

Naturalmente, anche in questo caso, ci sarà sempre qualcuno che attribuisce questi movimenti dei prezzi alla speculazione e si metterà la coscienza a posto. Ma noi picchisti non crediamo alle teorie del complotto e preferiamo interpretare questi fenomeni analizzando i cosiddetti fondamentali del mercato, cioè la dinamica della domanda e dell'offerta. Cosa può aver bilanciato la difficoltà di produzione del Brent, in modo da indurre una calo delle quotazioni?

A mio parere il principale indiziato è la tendenza recessiva delle economie europee, in concomitanza con la crisi dei debiti sovrani e le conseguenti tensioni che rischiano di affossare l'euro. In particolare, il nostro paese è in una evidente fase pre - recessiva, testimoniata dal calo di uno dei parametri maggiormente sensibili all'evoluzione dell'economia, i consumi elettrici: ad ottobre, per la prima volta dopo molti mesi, la richiesta di energia elettrica in Italia ha subito una riduzione rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.
Allo stesso modo, una maggiore tenuta delle economie che costituiscono il bacino di riferimento per il WTI, potrebbe spiegare la tendenza inversa che si rileva dai grafici.

A parte queste speculazioni, una cosa è certa: il prezzo del petrolio è comunque a livelli molto elevati, non lontanissimi dai valori precedenti alla crisi economica del 2008, e costituisce uno dei fattori limitanti sempre più in futuro la crescita economica.