venerdì, agosto 31, 2007
Funziona £$(&/&%%!!!!!

Funziona, &/%$$$!!! Stamattina si sono presentati a casa mia due tecnici dell'Enel che hanno installato due contatori, mi hanno fatto firmare due moduli; grazie e arrivederci.
Risultato: incredibile ma vero; la potenza nasce dal sole! Vedete li' sopra il contatore dell'inverter che segna 190 watt di potenza prodotti dall'impianto fotovoltaico sul tetto di casa mia. Niente male se pensate che erano le sei del pomeriggio di un giorno di pioggia; dimostrazione che il fotovoltaico funziona anche con la luce diffusa.
Si, bello, ma se ci pensate sopra, per venire a fare un lavoretto di neanche un'ora, l'ENEL (o il gestore di rete, chiunque sia), ci ha messo SEI MESI!!! Proprio così, sei mesi di cartacce, moduli, firme, controfirme, accidenti di ogni genere. &&%$%%$!!
Facendo un po' di conti, un impianto da 2.6 kW di potenza, tenuto fermo per sei mesi nel periodo migliore dell'anno, non ha prodotto qualche cosa come 1500 kWh. Ai prezzi della tariffa incentivante, questo vuol dire averci rimesso intorno ai 700 Euro; in più almeno 200 euro di energia assorbita dalla rete che avrei potuto non pagare. Ma non è tanto questione di quattrini quanto l'avvilimento di vedere trasformare un'ora in sei mesi dalla magia della burocrazia. La burocrazia è l'unica attività umana che crea cose dal niente, siano moduli o ore lavorative; e poi anche moltiplica le cose create. Persino Gesù Cristo per moltiplicare i pani e i pesci ha avuto bisogno di partire da qualche pane e pesce...... &%&$&!!
Comunque, contentiamoci. Potevano averci messo un anno, o magari anche due! Nella foto qui sotto, ammirate Fabrizio Scarselli, responsabile del montaggio e paziente chiosatore degli astrusi moduli, che visiona i contatori installati dall'Enel

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Blog day 2007
Credo che anche ASPO-Italia possa dare un piccolo contributo al blog-day; mi permetto pertanto di citare alcuni blog anch'io. Mi pare di capire che l'idea è di citare dei blog che NON trattano dell'argomento specifico di cui quello che cita si occupa. Ne ho trovati cinque di questo tipo che tuttavia riesco sempre a correlare al petrolio in maniera obliqua. Si vede che ormai soffro di assuefazione incurabile.
Quindi ecco qui (mi limito ai blog in italiano)
Salamelik Il blog di Sherif el Sebaje, di origine egiziana e residente a Torino. Una ricca sorgente di informazione sul mondo islamico italiano e internazionale, ben al di la delle fesserie che la stampa ci propina tutti i giorni. Sapete bene che, per l'imperscrutabile volere divino, è nei paesi islamici che si concentrano le rimanenti risorse di petrolio
Gennaro Carotenuto. Un blog dedicato più che altro all'America Latina con molte informazioni aggiornate sul Venezuela, anche questo manco a dirlo posto ricco di petrolio.
Il mondo di Galatea. Osservatorio sul Nord-Est Italiano. Non si parla direttamente di petrolio, ma come reagirà il ricco Nord-Est alla carenza prossima ventura? Mah....?
Il blog del contadino. Il titolo dice più o meno tutto, un blog con molti pensieri originali e interessanti. Finito il petrolio, dobbiamo tornare per forza all'agricoltura!
Icebergfinanza. Ci sono molti blog di argomento finanziario, questo è uno interessante e sempre originale. Ovviamente, come sapete, il petrolio e il denaro sono cose strettamente correlate. Anzi, dal 1973, i dollari americani sono equivalenti a frazioni di barile di petrolio.
Se ho capito bene, a questo punto bisogna aggiungere un link a technorati, eccolo qui
E anche al sito
http://www.blogday.org
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giovedì, agosto 30, 2007
Un anno di blog ASPO-Italia

Il 30 Agosto 2006, partivamo con il primo post del blog "ASPO-Italia". A un anno di distanza, possiamo dire che il blog ha avuto un buon successo. La blogosfera è assai affollata, ma ASPO-Italia sembra avere una sua nicchia; non è fra i super-blog di successo ma un suo seguito ce l'ha senz'altro. Vedete qui sopra uno dei diagrammi di Google analytics che mostra i visitatori dal momento in cui ho cominciato a registrare questi dati (Novembre 2006). Notate la periodicità settimanale e anche quella stagionale, con i visitatori che cominciano a riprendere in questi giorni, dopo la pausa estiva.
L'unico problema, all'inizio, è stato superare la concorrenza del forum "petrolio", cosa che causava la tendenza dei visitatori a commentare sul forum invece che sul blog. Per qualche mese è sembrato un blog cimiteriale, assolutamente privo di commenti; mentre invece il dibattito sui post si svolgeva sul forum. Poi i commenti hanno decollato
Più che altro sono stato io a infliggere post a tutti, ma vorrei ringraziare vari collaboratori per aver postato sul blog, Toufic el Asmar, Pietro Cambi, Massimo de Carlo, Gianni Comoretto, Franco Galvagno, Leonardo Libero, Terenzio Longobardi, Pierluigi di Pietro, Eugenio Saraceno, e altri....? Boh? Non mi ricordo più, spero di non essermi dimenticato di nessuno. Nel caso, mi prostro in scuse in anticipo. Ringrazio anche Debora Billi, la mitica "Signora del Petrolio" per i suoi preziosi consigli su come fare e gestire un blog.
Non sono riuscito a capire come si fa a contare i post; a occhio direi che ne abbiamo diverse centinaia. I primi 5 post più visti sono stati
"Lo scoppio della Bolla immobiliare" 1802 hits
"Ridateci la 500" 1215 hits
"Il ritorno di Re Carbone" 871 hits
"Il mio primo tetto fotovoltaico" 852 hits
"Non si può abrogare la legge di gravità" 844 hits
Ringrazio tutti quelli che hanno contribuito in un modo o nell'altro al
successo del blog. Vediamo se riusciamo a continuare così
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martedì, agosto 28, 2007
Il nuovo grande gioco
Di Eugenio SaracenoPochi in occidente hanno idea di cosa sia SCO e non è certo a causa di disattenzione, semplicemente sui nostri media non esiste. Eppure la Shanghai Cooperation Organization è un patto economico e militare che, per i geostrateghi atlantici, è problema ben più preoccupante del terrorismo islamico (che in un certo senso loro stessi hanno fomentato fin dai tempi dell'URSS in Afghanistan e di cui a mio avviso non hanno mai perso completamente il controllo) poichè è un gruppo di paesi (Russia, Cina, Pakistan, Kazakhstan, Uzbekistan e altri), quasi tutti muniti di arsenale nucleare e posizionati tra Europa e Asia proprio a ridosso della regione dove due secoli fa iniziò il "grande gioco" tra Russi e Britannici per il controllo dell'Asia Centrale. Il grande gioco sembra non essere ancora terminato ma oggi in luogo dei britannici sono subentrati quasi completamente gli Usa.
Tenere lontani gli Usa dall'Asia Centrale è lo scopo principale e nemmeno tanto nascosto di SCO, quindi non deve stupire il fatto che non siano stati invitati a partecipare alle operazioni militari se non come osservatori. Mentre del fallimento della strategia in Iraq si parla su tutti i giornali perchè comunque esiste una fazione politica americana (ripresa da moltissimi partiti europei, in particolare a sinistra) che ha idee diverse sul Medio Oriente, sulla debacle in Asia Centrale si tace perchè su quella tutte le fazioni politiche occidentali sono d'accordo, perfino in casa nostra dove con distinguo più o meno sottili e tranne un paio di senatori cocciuti tutti sono a favore della campagna d'Afghanistan, ultima roccaforte atlantista in asia centrale.
Dopo il fallimento del golpe attribuito ad islamisti "democratici" in Uzbekistan e della "rivoluzione dei tulipani" in Kirghizistan le cose in Asia Centrale si sono messe male per gli Usa e la Nato. Gli Uzbeki , subito dopo aver domato le squadracce paramilitari che cercarono di attuare il golpe nel 2005, sospettarono gli americani di aver eterodiretto la cosa e revocarono la concessione delle basi ex sovietiche Uzbeke agli Usa che le avevano ottenute dopo l'attentato delle torri gemelle. Così le uniche basi operative atlantiche in Asia Centrale sono quelle Afghane che vengono allestite e potenziate con priorità massima rispetto a qualsiasi altra infrastruttura del paese.
Tenere l'Afghanistan è vitale ma sempre più arduo perchè ogni rifornimento terrestre dipende dal Pakistan che è formalmente un alleato degli Usa, ma anche un membro di SCO, ha concesso una base navale alla flotta cinese e vi sono anche poteri molto influenti che supportano la guerriglia dei Taliban, insomma definire il Pakistan un alleato fedele dell'occidente è un puro eufemismo.
Le ragioni per cui il Patto Atlantico tiene tanto a rimanere con un piede in asia centrale si riconducono sostanzialmente al posizionare basi strategiche esattamente al centro dell'Asia da cui minacciare Russia, India, Pakistan, Iran e Cina. Da questa posizione di forza è anche possibile controllare alcune zone particolarmente ricche di fonti energetiche, ma questo, se ci si riferisce al solo Caspio è un obbiettivo secondario perchè l'Afghanistan non ha sbocchi al mare. Diviene non secondario se vi si saldano gli altri due pilastri della geopolitica Usa in Eurasia: Caucaso e Medio Oriente. Realizzando almeno uno di questi il dominio dell'Asia Centrale diviene effettivo e paga anche dal punto di vista delle risorse energetiche. Se Infatti fosse possibile controllare le repubbliche Centroasiatiche e rendere sicuro il corridoio caucasico (Georgia e Azerbaijan) le risorse energetiche centroasiatiche potrebbero fluire attraverso tale corridoio senza passare dal territorio russo. Ancor più efficace sarebbe chiudere il cerchio del golfo Persico controllando l'Iran; in tal modo, oltre a poter veicolare verso il mare l'energia del bacino del Caspio attraverso il corridoio più breve, si otterrebbe l'obbiettivo strategico maggiore di controllare completamente le maggiori riserve di idrocarburi al mondo e presidiare lo stretto di Hormuz dai due lati (Oman e Iran) Ciò è quanto più vicino al controllo totale delle riserve energetiche del pianeta si possa ottenere.
Tuttavia le azioni intraprese dagli Usa per perseguire questi obbiettivi, lungi dall'aver ancora risolto la situazione a proprio favore, hanno avuto come effetto il consolidarsi di SCO cosa che in assenza della comune minaccia non sarebbe mai avvenuta. Secondo il mio parere l'unione di Russia, Cina e repubbliche centroasiatiche in qualcosa di simile ad un patto di Varsavia, con l'aggiunta eventuale di altri paesi quali Iran e l'India è una minaccia geostrategica severa per l'egemonia Usa, ed anche per l'Europa se ne verrà vista come satellite accondiscendente, in particolare per la prossimità geografica.
In pratica se per gli Usa il rischio è perdere l'occasione per egemonizzare definitivamente il pianeta, per noi c'è quello di rimanere isolati con vicini ostili ed un alleato che non è più forte come prima e non ha nè voglia nè possibilità di supportarci. Pensate a tutto questo con in mente la geopolitica del dopo peak oil con la guerra più o meno strisciante per le risorse. L'Europa sovrappopolata, priva di risorse e senza la supremazia tecnologica di un tempo, non ha speranza di avere alcuna rilevanza strategica in un simile contesto. Verremmo schiacciati da orde in cerca di quel che ci è rimasto, un pò di terra coltivabile e qualche infrastruttura ancora utile.
Se veramente l'obbiettivo geostrategico degli Usa è contrastare la crescente potenza Cinese prima che sia troppo tardi (10-15 anni secondo gli analisti) l'aver provocato l'abbraccio Russo/Cinese è uno degli errori più clamorosi che si potessero fare; A quanto pensava Brezinsky infatti Cinesi e Russi dovevano liquidarsi a vicenda come effettivamente stava per succedere 30 anni fa.
Come rimediare? Penso che la soluzione per noi Europei è cercare di rendere i Russi meno ansiosi di riarmarsi facendo più sicure le loro frontiere e quindi meno importanti i loro rapporti di alleanza strategica con la Cina. Questo significa prendere le distanze gentilmente ma fermamente dalla geopolitica Usa (via dal centro Asia, no basi Usa in est europa e no basi russe sul Baltico, accordo euroasiatico sull'energia e politica di riduzione dell'uso di combustibili fossili). Puntare quindi ad una struttura di cooperazione politica economica e militare con i Russi e gli altri paesi ex sovietici che abbia buoni rapporti sia con gli Usa sia con Cina e India, che superi la UE e le pur meritevoli direttive sulla lunghezza dei cetrioli e guardi verso est, da dove viene la nostra unica speranza di non rimanere senza energia e materie prime. Una specie di ago della bilancia.
Oggi abbiamo ancora qualche attrattiva, domani ci rideranno in faccia e ci diranno di rivolgerci a Washington.
Eugenio Saraceno
Etichette: geopolitica, petrolio
lunedì, agosto 27, 2007
La grana kazaka: sempre peggio
Secondo una notizia Reuters di oggi, il governo Kazako ha sospeso oggi per tre mesi il lavoro al giacimento di Kashagan a causa di "violazioni ecologiche" che ENI e gli altri partners avrebbero commesso. Nessun commento per ora dall'ENI, il cui amministratore delegato, Paolo Scaroni, aveva fatto delle dichiarazioni molto ottimistiche venerdi scorso.Secondo Reuters, negli ambienti industriali nel Kazakhstan si dice che il governo non è soddisfatto dei termini dell'accordo con i partners internazionali, che era stato negoziato in un momento di difficoltà per il Kazakhstan, che aveva bisogno di denaro. Sempre secondo Reuters, la situazione ricorda da vicino il recente conflitto fra Shell e governo Russo per il giacimento di gas di Sakhalin -2. In quel caso, il conflitto si è risolto con il benservito alla Shell e la ripresa del totale controllo da parte dei Russi. A Kashagan si potrebbe andare verso qualcosa del genere.
La grana kazaka va sempre peggio
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Kazakhstan suspends Kashagan oilfield
ASTANA (Reuters 27 Aug) - Kazakhstan suspended work at the huge Kashagan oilfield for at least three months on Monday, raising the stakes in the long-delayed project developed by a consortium of Western oil majors.
The project's start-up delays and cost overruns have long irked Kazakhstan. It has threatened to revoke a permit held by an Eni -led group to exploit the Caspian Sea site, the world's biggest oil find in decades, over ecological concerns.
The dispute is reminiscent of Russia's row with Royal Dutch Shell, which ended with the multinational oil firm losing control of the giant Sakhalin-2 oil project to Russia's Gazprom
Ecology Minister Nurlan Iskakov said on Monday the suspension was due to environmental violations.
"The permit for 2007 has been suspended. That is, we are suspending work for three months on our part," Iskakov told reporters.
"We have contacted the Energy Ministry for it to take action as the authorised body within the contract's framework."
Italy's Eni and other consortium members were unavailable for comment. The energy ministry in Astana refused to comment.
"In 2003-2005 we specified a number of offshore sites and we put forward our demands. As of today, these ecological requirements have not been fulfilled," Iskakov said.
"That's why we decided to carry out such an unprecedented step. I think you will hear in the nearest future what will happen next".
Eni Chief Executive Paolo Scaroni said on Friday his company and its partners had 60 days to reach a negotiated solution for the Kashagan project.
Industry sources in Kazakhstan say some in the government are unhappy with what are now seen as overly generous terms signed with foreign companies in the 1990s, when Kazakhstan needed foreign investment to overcome a post-Soviet slump.
Kashagan's AgipKCO consortium also includes Shell, Exxon Mobil Corp, Total, ConocoPhillips, Japan's Inpex Holdings Inc and the Kazakh oil company KazMunaiGas .
The consortium has put off the original startup of the world's biggest oilfield discovery in 30 years to the second half of 2010 from an original target of 2005.
sabato, agosto 25, 2007
La grana kazaka

Arriva dal "sole 24ore" un comunicato sulla situazione di Kashagan e dell'ENI che dice che tutto va bene, tutto è sotto controllo. Eppure la situazione sembra preoccupante.
Dice Scaroni che Kashagan è un "super-supergigante", il che mi sembra un pochino esagerare con i termini "super." Kashagan è la vera sagra delle esagerazioni. Si era partiti anni fa parlando di 50 miliardi di barili e più, ora sul sito dell'Agip KCO leggo 13 miliardi di barili, ma attenzione, barili "potenzialmente estraibili," e solo "con l'uso di tecniche di reiniezione di gas." 13 miliardi di barili sono tanti, ma con questo "potenzialmente" appiccicato, si rimane un po' perplessi.
La storia della faccenda Kashagan è tormentata e piena di false speranze e illusioni, come potete leggere in questo articoletto che ho scritto due anni fa. Da allora, le cose non sono tanto migliorate, apparentemente. Sul forum "Petrolio" è arrivato un commento non lusinghiero da parte di qualcuno che lavora all'estrazione nella zona. Secondo il commento, errori tecnici, incompetenza e incapacità manageriale hanno creato un vero disastro di cui ora si pagano le conseguenze.
Non è chiaro come andranno a finire le cose per l'ENI, che aveva puntato moltissimo sul Caspio. Comunque, è un'ulteriore evidenza che i tempi delle vacche grasse del petrolio sono finiti.
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Sole 24ore
24 agosto 2007
Eni, per Kashagan si rinegozia da lunedì l'accordo sulla produzione
L'Eni lavora intensamente alla grana kazaka e
spera di chiudere «nel più breve termine
possibile» la rinegoziazione del contratto di
sfruttamento del maxi-giacimento di Kashagan, sul
Mar Caspio, il più grande scoperto nel mondo negli ultimi anni.
I negoziati tra il consorzio AgipKco capitanato
dall'Eni (che comprende Shell, Exxon Mobil e
ConocoPhillips, Total, la giapponese Inpex e
KazMunaiGas, compagnia petrolifera di Stato) e
l'autorità della ex repubblica sovietica guidata
dal presidente Nursultan Nazarbayev, fresco di
plebiscito alle recenti elezioni, partiranno
lunedì con un gruppo di lavoro tecnico e
dureranno al massimo due mesi. Ne ha parlato al
Meeting di Rimini l'amministratore delegato del
cane a sei zampe, Paolo Scaroni, dopo che nei
giorni scorsi il ruolo di capofila dell'Eni nel
consorzio di compagnie petrolifere impegnate nel
progetto kazako era stato messo in forse a causa
dei ritardi nell'avvio delle operazioni di
sfruttamento (1,3-1,5 milioni di barili al giorno
dal 2010), reso difficile da condizioni ambientali particolarmente complesse.
«Sono fiducioso - ha detto il top manager - che
nel quadro dei rapporti eccellenti con le
autorità kazake si troverà al più presto una
composizione amichevole». Scaroni andrà in
Kazakhstan dopo il 4 settembre per prendere
contatti con il nuovo esecutivo insediato dopo il
voto del 18 agosto. Poi sarà la volta delle
visaita ufficiale del presidente del Consiglio,
Romani Prodi. «Sono sorpreso - ha commentato
Scaroni - quando leggo indiscrezioni di stampa
sulla revisione dell'ipotesi di raddoppio delle
royalties al 15-20 per cento. Sento parlare di
cose che non esistono, nessuno di noi ha mai
ipotizzato cose del genere. A Kashagan non siamo
in regime di royalties, ma di Psa, cioè di production share agreement».
Scaroni ha spiegato, quindi, che in primo luogo
c'è da riconsiderare «il prezzo del petrolio, che
era di 20 dollari al barile e si ipotizzava
arrivasse a 35 mentre ora è a 65-70 dollari, e
gli scenari di lungo termine sono di prezzi
elevati. È necessaria quindi una ritaratura del
contratto». Come conseguenza e come secondo
parametro, ha proseguito Scaroni, «gli
investimenti, che sono aumentati da 10 a 19
miliardi di dollari». L'ad dell'Eni ha tenuto a
sottolineare che il giacimento di Kashagan «è un
super-super gigante e le opportunità che si aprono sono colossali».
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(Al.An.)
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Energia in Albania
Luan Manreka, membro di ASPOItalia e studente in Albania, ci manda un riassunto della situazione energetica nel suo paese. Ci ha inviato per prima cosa un documento scritto da Francesca Niccolai nel Febbraio di quest'anno, e poi un aggiornamento a oggi scritto da lui stesso.
La situazione in Albania è, chiaramente, critica come lo è in tutti i paesi che non fanno parte dell'elite degli industrializzati. Tuttavia, è anche uno specchio di come potrebbere andare le cose qui da noi in breve tempo.
Ringrazio il sig. Manreka per averci scritto in Italiano. Troverete qualche imperfezione di linguaggio nel suo testo, ma sono sicuro che tutti apprezziamo questo sforzo; vorremmo poter scrivere in un Albanese così buono!
Autunno AlbaneseDi Francesca Niccolai - 5 Febbraio 2007
L’Albania sta attraversando una delle peggiori crisi energetiche degli ultimi anni. Nei centri-città la corrente manca almeno cinque – oto ore al giorno, ma nelle periferie si va al raddoppio, per arrivare fino a 18 ore nelle aree rurali
Autunno albanese
Sul piano psicologico, la situazione risulta ancora più deprimente perché il 2006 aveva promesso miracoli: da gennaio a settembre dello scorso anno, i blackouts sembravano finalmente un brutto ricordo e il paese si godeva una situazione di normalità che ne aveva migliorato l’umore generale. E se qualcuno si mostrava scettico davanti al portento, sostenendo che l’inverno sarebbe finito come al solito, gli si dava del disfattista.
A ottobre i sorrisi sicuri hanno iniziato a svanire. L’autunno era secco e le aree rurali dovevano per prime riabituarsi ai gaps, che ben presto hanno investito anche le città. Nei centri urbani, i partigiani filogovernativi ipotizzavano ottimisticamente che si trattasse solo di “guasti”, e per una volta tutti speravano che avessero ragione. Nel frattempo, il premier Sali Berisha rassicurava la popolazione, garantendo 24 ore di corrente al giorno per tutto l’inverno nell’Albania intera. Ma intanto i “guasti” si facevano quotidiani e sempre più lunghi.
Quando era ormai evidente che il paese versasse in piena crisi energetica, il 21 novembre i telegiornali filogovernativi annunciavano che i blackouts erano dovuti alla chiusura di una centrale atomica in Bulgaria. Da quel momento, il governo ha addotto il taglio dei rifornimenti bulgari quale ragione delle tenebre albanesi, sommandolo alla siccità che paralizza le centrali idriche locali. Immediata la reazione dell’opposizione, che ha accusato Berisha di appellarsi a “cause superiori”, nella fattispecie al bulgaro, per giustificare la cattiva gestione della KESH (Corporazione Elettro-energetica Albanese) e le mancate promesse del mese prima.
Sono 15 anni che l’Albania convive con uno stato cronico di crisi energetica. I primi blackouts risalgono al 1992, ma il paese non diede peso al fenomeno, che si aggravava progressivamente. Erano gli anni delle “feste a tema” per l’avvento della democrazia, per la fine della crisi alimentare, per il trionfo del consumismo e dei suoi confort. Fra questi anche stufe elettriche e condizionatori, necessari in un paese privo di riscaldamento domestico a gas. Oggi si fa ironia: “Saremo anche poveri, ma ci siamo sempre scaldati con mezzi di lusso, prima la legna e poi la corrente”.
La crisi peggiore fu quella del 2000-2001, cui seguirono anni di tregua che videro i razionamenti ridotti a tre ore nella fascia diurna. Poi, in concomitanza con l’insediamento del governo Berisha, negli ultimi quattro mesi del 2005 l’Albania è ripiombata nelle tenebre – dieci ore al giorno nei centri-città, ma per fortuna non la sera. Ora i blackouts colpiscono anche dal tramonto in poi, esasperando la popolazione. E’ proprio in questi ultimi due anni che la gente ha preso coscienza del problema energetico, mostrando un crescente scontento dovuto al rincaro della nafta per i generatori – le attività private vedono le spese raddoppiate – e alla stanchezza di sentirsi “l’Africa d’Europa”.
Polemiche politiche
Mentre periferie e campagne albanesi languono al buio, il mondo politico si azzuffa. Scettica davanti all’ipotesi bulgara, l’opposizione socialista ricorda che durante la crisi del 2005 l’Albania era affezionata cliente di Sofia, e rimarca che la rete albanese non è in grado di importare più di 10,2 milioni di KWh al giorno, quando ne servirebbe il doppio. “Anziché importare bisognerebbe produrre!” denunciano i socialisti, accusando Berisha di aver impedito la realizzazione di una nuova centrale idrica a Skavica, nel Nordest del paese, prevista fin dal 2002.
La maggioranza è inoltre accusata di aver condotto una politica scriteriata nel 2006, avendo elargito corrente a volontà sia ai cittadini adempienti sia all’esercito degli inadempienti. Se a questo si aggiunge l’alleggerimento delle bollette per gli utenti dell’alta tensione – mentre la Banca Mondiale aveva caldeggiato l’aumento dei prezzi di vendita dell’energia in base al suo costo – ecco spiegata, secondo i socialisti, la rovina finanziaria della KESH. Per curare la Corporazione, l’opposizione propone di privatizzare (parola magica) la distribuzione dell’energia elettrica. Sperando che non finisca proprio come in Bulgaria, dove i nuovi distributori stranieri hanno gonfiato le bollette, sbagliato i voltaggi e provocato blackouts.
Da parte sua, Berisha promette di portare il gas in Albania e a tal fine sta progettando un rigassificatore presso Fier. Non solo, il governo starebbe per lanciare un appalto per la costruzione di “una grande quantità di piccole centrali idriche disseminate nell’intero paese”, secondo la rivista International Water Plant and Dam Construction del 19 gennaio scorso. Nel frattempo i cittadini albanesi si ingegnano, aspettando di uscire dall'inverno. Nella speranza che la soluzione della crisi energetica non passi attraverso la devastazione di uno degli ecosistemi più ricchi d'Europa.
La crisi energetica in Albania potrebbe peggiorare se non aumenta la produzione interna. Anche se la Kesh riuscisse ad assicurare la necessaria quantità di energia da importare, le linee esistenti non possono fare fronte ad un tale carico. Il black-out di ieri mattina, in cui tutta l’Albania si è svegliata senza energia elettrica, secondo la Kesh per un difetto in Kosovo, ha confermato che la situazione non verte verso il miglioramento e che le ore di buio potrebbero aumentare nei prossimi giorni. Kesh ha confermato che le linee possono affrontare un carico di 7 milioni di kw/h, ovvero la metà di quello che viene importato in questo momento. Il responsabile del settore di trasmissione ha fatto sapere che l’Albania non potrà in alcun modo aumentare la quantità di energia elettrica importata, altrimenti rischia di mandare il tilt tutto il sistema.
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Autunno Albanese
Aggiornamento di Luan Manreka per ASPO-Italia; 24 Agosto 2007
Il Fiume Drin ci porte dalle cascade delle HEC solo 12 m3 aqua/s da 48 m3 /s nelle anno precedente Io era ieri nella Peshkopia una paese vicino a Macedonia e lo visto questo fiume e terribile il suo stato. Nonstanto il caldo per l'Albania, maqedonia, kosovo e una Gran Parte della Grecia non n conoscere sosta ieri le temperature in Tirana segna 42 gradi alle mezzogiorno qusi tutto la zone forestale dell paese e in fiame, che manca anche l'aqua per bere la popolazione Le grande cita come Tirana, Scutari, valona Fier Laci, Peshkopia hano solo 3-4 ore aqua all giorno, se non bastano questi existe paura nella KESH che la Grecia potra chiedere dalla Serbia il massimo della energia e poi così saltano le linea della trasmisione come e succeso nella 24 luglio che l'Albania, Maqedonia, Kosovo e la Parte nord della Grecia restano in un blackout totale per 10 ore. E la magistratura albanese ha aperto una inchiesta salla ex dirigente di KESH Andi Beli per corruzione sulla questo settore. Questo e una ultima panoramica sulla situazione energetica in Albania.
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venerdì, agosto 24, 2007
Uno zuccherino contro la crisi

Periodicamente, rispunta l'idea della pila a zucchero. La sua ultima incarnazione è stata tirata fuori qualche giorno fa da Sony (vedi Blogeko). Nell'affannosa ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa, che possa tirarci fuori dai guai, anche lo zucchero viene presentato sulla stampa come il salvatore di turno del pendolare a secco di benzina.
In se, l'idea dello zucchero come combustibile ha dei punti interessanti. In fondo, gli esseri viventi usano lo zucchero come combustibile per i loro processi metabolici; perché non usarlo come combustibile per motori è apparecchiature? Un problema è che lo zucchero è solido, quindi come combustibile per motori non va molto bene. Se lo si scioglie in acqua, non lo si può bruciare. Certo, se dallo zucchero si vuol fare un combustibile lo si può sempre trasformare in etanolo con i batteri del caso. Ma il processo è costoso energeticamente, la resa energetica è bassissima, probabilmente inferiore a 1. L'etanolo è meglio mischiarlo con un po di succo di pera e farsi un bel grappino.
Rimangono vari metodi elettrochimici per ossidare lo zucchero e trasformare l'energia contenuta nella molecola direttamente in elettricità. Lo si può ossidare direttamente all'elettrodo; oppure lo si fa ossidare da una specie intermedia che poi si scarica all'elettrodo. Tutte le pile a zucchero, e ce ne sono parecchie, funzionano secondo una variazione sul tema dell'ossidazione elettrolitica. Come tutti i sistemi energetici basati processi elettrolitici, la cinetica all'elettrodo è critica. Molto spesso l'efficienza è bassa, oppure bisogna caricare l'elettrodo con un catalizzatore al platino che rende tutta la faccenda talmente costosa da perdere ogni interesse. La cosa in qualche maniera può funzionare, ma per il momento non esistono applicazioni pratiche.
Vista l'inefficienza della faccenda, che si accoppia all'inefficienza della fotosintesi, la pila a zucchero non è certamente una soluzione al problema energetico. Però può essere interessante per il fatto che lo zucchero si può immagazzinare senza problemi di sicurezza, senza bisogno di recipienti a pressione, niente problemi di infiammabilità, niente del genere. Questo lo rende interessante come sistema di backup di emergenza, o per applicazioni nell'elettronica domestica, cosa che io credo che sia quello che vuol fare la Sony. Se hai bisogno di un generatore di emergenza, avere un barattolo di zucchero per combustibile può essere una cosa molto pratica - attenzione a topi e formiche, però!
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I fratellini cattivi del SUV

Vorrei spezzare una lancia nei confronti dei SUV (Sport Utility Vehicles).
Non che non siano inquinanti, divoratori di risorse, arroganti ed inutili, anzi. Il punto è che i Suv stanno all'auto media italica come il leone al topo.
Sono alcune decine di migliaia contro decine di MILIONI di auto medie e medio-piccole.
Insomma: quelli che davvero si divorano il GROSSO delle risorse petrolifere destinate all'autotrazione ( a parte i bisonti-camions) sono i topolini, che dopo decenni di dieta ipertrofica, ormai non sono più tali.
In sostanza le auto attuali consumano solo marginalmente meno di quelle di trenta anni fa'
Ci sono ovviamente altri motivi ( ad esempio ritorni in termini di efficienza sempre minori, avvicinandosi al limite teorico del rendimento di un motore endotermico) ma cosi stanno le cose.
Vi cito solo un esempio.
La Golf, la vettura media di maggiore successo dei tempi recenti ( il record assoluto credo sia ancora del maggiolino).
Dalla prima alla quinta serie ( in attesa della sesta che crescerà ancora un po')
lunghezza larghezza altezza peso
382 164 139 780 kg
401 168 141 920 Kg
408 170 142 1010 Kg
415 174 144 1170 Kg
421 176 148 1300 kg
esisterebbe anche la golf plus che è alta 15 cm di più, larga 3 cm di più e
lunga 15 cm di piu'...
La stessa cura ingrassante si è verificata per TUTTI i nuovi modelli di TUTTE le case automobilistiche europee.
Potete verficare da soli.
Per quanto riguarda gli americani dopo un ritorno alla ragionevolezza a cavallo tra gli anni 80 e 90 sono tornati subito a dimensioni giganti superando anzi ogni precedente record.
I Suv sono solo un simbolo ma il punto è che andrebbero stabiliti limiti ragionevoli al peso e dimensioni delle auto.
Se la gente riusciva ad entrare comodamente in una Golf prima serie sarebbe ora di chiedersi perché dobbiamo scarrozzarla con qualcosa che pesa il doppio, ha il doppio ( ed anche il triplo) di potenza e se non consuma di più questo si deve solo ai clamorosi margini di recupero di efficienza che esistevano rispetto agli scadentissimi motori a benzina della golf prima serie.
non si può pero continuare all'infinito cosi e, sopratutto, non si dovrebbe.
I SUV, ormai hanno smesso di scandalizzarmi, sono dei T-rex in attesa di finire disossati in qualche bel museo di paleoetnografia della fesseria meccanica.
Mi da fastidio invece la ipertrofia generalizzata di OGNI singolo modello, che, per risorse concretamente dissipate, fa impallidire qualunque mandria di SUV assettati di risorse possa scorrazzare nelle libere e mai trafficate pianure Siberiane (visto che la tundra non c'e' più).
Nel mio condominio ( cartina di tornasole del viver medio italico) avevamo sette posti macchina coperti sufficienti alle sei famiglie che vi abitavano e vi abitano .
Ma nel tempo l'auto medio italica è cresciuta di dimensioni.
Dove entravano tre 127 ora entrano ( MALE) due GRANDI punto ( Già: la fiat ha pensato bene di chiamare la terza versione della sua auto medio-piccola come GRANDE PUNTO).
Insomma nel tempio si è rinunciato a tre posti macchina ( di cui uno lo usiamo per i vari mezzi biruotati di famiglia) ed ora in garage ci sono i turni.
Presto ci saranno i turni anche dal distributore ed allora forse torneremo alla razionalità.
In ogni caso quello che si dice per il fisico umano vale anche per la scatola plurimetallica che lo scarrozza in giro.
Il GRASSO fa MALE.
L'ipertrofia è dannosa, inutile, demenziale.
Fucilare i dissidenti
Ci sono una serie di osservazioni molto interessanti di Robert Jacob, climatologo dell'Argonne Nat. Lab, sul suo blog "climatespin"Vi ricordate dell'ultima leggenda raccontata dai negatori, quella dell' "errore" nei dati della NASA che, una volta corretti, "hanno reso il 1934 e non più il 1998 l'anno più caldo della storia "(ma non è vero). Allora, un sacco di negazionisti sui blog di oltreoceano ne ha fatto un caso, raccontando in giro che è tutto un complotto degli scienziati, che non è vero che c'è il riscaldamento globale, che ci hanno imbrogliato, eccetera.
Ebbene, fa notare Robert Jacob che di questo grande attacco negazionista sui blog americani, sui media "mainstream" non è passato assolutamente nulla. I negazionisti sono stati completamente ignorati.
Jacob aveva anche notato in un post precedente la copertina di un numero recente di Newsweek. La scritta dice: "Il riscaldamento globale è un imbroglio". Ma sotto, alla nota indicato dall'asterisco, c'è scritto Or so claim well-funded naysayers who still reject the overwhelming evidence of climate change. ovvero, "o così dicono un gruppo di negazionisti ben finanziati che tuttora negano l'evidenza del cambiamento climatico" In altre parole, Newsweek ha preso pesantemente posizione contro il negazionismo e tutti i giornali americani sembrano studiosamente ignorare i negazionisti.
Sembrerebbe che qualcosa nel vento sia cambiata. In effetti, se mi metto nei panni di un negazionista, mi sentirei un po', come dire, inquieto... Ammettiamo che succeda qualcosa di grosso, come potrebbe succedere benissimo. Potrebbe essere qualcosa di spettacolare, come una foto dal satellite che mostra il polo nord completamente libero dai ghiacci, come non si era mai visto forse dal Mesozoico. Oppure qualcosa che fa dei danni veramente pesanti; qualche incendio ancora peggio del disastro che sta succedendo in Russia e Siberia, qualche siccità ancora più pesante di quelle degli anni 30 negli Stati Uniti, o qualche tempesta peggiore di Katrina. Insomma qualcosa che fa girare nettamente l'opinione generale verso il fatto che il riscaldamento globale è una cosa vera e che ci minaccia nell'immediato. Cosa del resto che sembra stia già succedendo.
Bene, cosa ne sarebbe in questa situazione dei negazionisti? Se venisse fuori che c'è stato qualche bel disastro a causa del riscaldamento globale, e che loro erano pagati per dire le cose che hano detto (non lo dico io, lo dice Newsweek), beh, insomma, io se fossi loro non sarei tranquillo e, in effetti, una certa responsabilità per l'accaduto me la sentirei addosso. Finirebbero per non essere proprio ben visti. Magari non finirebbero fucilati, ma non lo darei per impossibile (per inciso, non mi auguro di veder fucilato nessuno, per carità! Così come non mi auguro che sia necessaria una catastrofe per dimostrare la realtà del riscaldamento globale). Comunque, seguendo questa linea di ragionamento si capisce come mai i giornalisti americani hanno deciso di tenere un basso profilo. Non si sa mai.
In Italia, curiosamente, sembra essere successa la stessa cosa che è successa negli Stati Uniti. Ovvero, la storia dell "errore nei dati della NASA" è apparsa in molti blog in Italiano, ma i nostri quotidiani l'hanno generalmente ignorata. O, perlomeno, mi risulta che per ora sia venuta fuori soltanto in un articolo sul Giornale del solito Franco Battaglia, e in una nota, indovinate, della Gazzetta dello Sport (!!) a firma di Giorgio dall'Arti.
Non è detto che questa mancanza di reazioni sulla nostra stampa non sia dovuta soltanto a una certa lentezza nel reagire. Se è così lo vedremo nei prossimi giorni. Ma potrebbe darsi che anche i nostri giornalisti abbiano annusato da che parte tira il vento
(ringrazio Nicola dall'Olio e Maurizio Tron per la segnalazione dell'articolo sulla Gazzetta dello Sport)
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mercoledì, agosto 22, 2007
Brutte notizie dal fronte orientale

In questi giorni, tutti i giornali hanno gli incendi in Sicilia in prima pagina. Giustamente si descrive una situazione drammatica. Può darsi,però che la situazione in Russia sia peggiore. Mi scrive proprio oggi un mio collega da Ryazan, una citta a una cinquantina di km a sud di Mosca,
The problem that it is very hot in Russia now, abnormally hot, 7-10 degrees more than common, without rain. As a results, the forest and peat fires start around Ryazan. Our city is sunk into the smog, a fantastic picture, however, not good enough for the habitants.
Ovvero "il problema è che è molto caldo in Russia adesso, un caldo anormale, 7-10 gradi di più del normale. Come risultato, sono cominciati degli incendi di foreste e di torba intorno a Ryazan. La nostra città è sprofondata nello smog; un'immagine fantastica, tuttavia una cosa non tanto buona per gli abitanti"
Da quanto si può leggere sulla stampa internazionale la situazione delle foreste russe e siberiane è terrificante, con incendi dappertutto a ritmi storicamente mai sperimentati. Si rischia di sciogliere il permafrost siberiano e buttare nell'atmosfera il metano dei clatrati seppelliti nel ghiaccio. Questo genererebbe ulteriore effetto serra, ulteriore riscaldamento e ulteriore scioglimento. Uno dei temuti effetti di "feedback" climatici, questo forse peggiore dello scioglimento dei ghiacci polari, che peggiorerebbe decisamente e rapidamente il problema climatico.
Decisamente, brutte notizie dal fronte orientale. Ma quello che mi fa più rabbia è che proprio in questo momento terribile, c'è gente che sta montando un'incredibile polemica per una correzione di pochi centesimi di grado (!!) sui dati storici delle temperature degli Stati Uniti. Questi qui sarebbero veramente da mandare in Siberia per verificare loro stessi come stanno le cose.
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Il paradigma del cinquino elettrico esaminato in luce della teoria della stupidità di Carlo M. Cipolla
Immagino che se vi siete messi a leggere un post con un titolo del genere, lo abbiate fatto chiedendovi che cosa è andato fuori posto nella testa dell'autore. Può darsi che questa interpretazione non sia del tutto sbagliata; ma comunque c'è una logica - anche se forse perversa - in questo post. Mettetevi comodi, che vi spiego.Allora, tutto nasce da un dibattito di qualche mese fa a una delle solite conferenze su energia, sviluppo, clima eccetera. A quella particolare conferenza, mi trovai a dibattere con un altro relatore su come comportarsi davanti all'emergenza ambientale. Sosteneva il relatore in questione che dovremmo convincere la gente ad applicare principi etici alle loro azioni. Ovvero, per esempio, che devono tenere basso il termostato, spegnere le luci quando non sono in casa, non inquinare, non buttare robaccia per terra nei boschi, e cose del genere. Lui sostenne fra le altre cose che l'idea del cinquino elettrico era una sciocchezza. Molto meglio, disse, convincere la gente che le automobili sono cose dannose per l'ambiente, quindi le useranno di meno o non le useranno affatto. Mi ricordo che sostenni che, si, era una buona cosa dire alla gente di comportarsi meglio, ma che come strategia mi sembrava poco efficace.
Non so come la pensate voi, ma lasciamo il giudizio in sospeso per un attimo e andiamo a esaminare la cosa in luce della teoria di cui parlo nel titolo, quella di Carlo Cipolla.
Carlo Cipolla (1922-2000) è stato professore all'Università di Berkeley, dove ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente. Era una persona molto brillante ed è noto per parecchi contributi alla teoria economica. In una vena un po' più leggera, ha scritto dei libri allo stesso tempo profondi e divertenti. Uno di questi era intitolato "Allegro ma non troppo, le leggi fondamentali della stupidità umana" (1988).
Per una descrizione dettagliata della teoria della stupidità di Cipolla, potete vedere questo sito.
Qui mi limito a dire che il libro, pur molto divertente, è in realtà perfettamente consistente con i principi fondamentali della teoria economica. Cipolla parte da un concetto classico di questa teoria, ovvero che ogni azione individuale ha degli effetti economici sia su chi la compie che su chi ne viene in qualche modo influenzato. Questi effetti possono essere positivi (guadagno) oppure negativi (perdita).
Vedete qui di a lato il "diagramma di Cipolla" che illustra i quattro casi possibili, dove X è il guadagno/perdita di chi fa l'azione e Y il guadagno/perdita di chi ne è influenzato. Il caso più ovvio è quello del bandito (in basso a destra). Uno ruba qualcosa a un altro; lui ci guadagna (X positivo), l'altro ci rimette (Y negativo).Il caso opposto è quello che nel diagramma è definito come dei "disgraziati" ma che è forse meglio definire quello dei "santi". Uno fa l'elemosina a un altro, lui ci rimette (X negativo) l'altro ci guadagna (Y positivo)
Il caso su cui Cipolla discute più a lungo è quello degli "stupidi", ovvero di coloro che agiscono in modo da danneggiare se stessi e gli altri allo stesso tempo. Ci sono moltissimi esempi, per esempio uno che ti ruba dei soldi per spenderli in eroina. Ma non entriamo nei dettagli.
Per finire, c'è il caso di quelli che Cipolla chiama gli "intelligenti", ovvero quelli che riescono a far del bene a se stessi e agli altri con la stessa azione. Questo è quello che gli americani chiamano "strategia del vinci-vinci" (win-win strategy)
Allora, ritorniamo dove eravamo partiti, alla questione dei comportamenti virtuosi. Siccome abbiamo menzionato il cinquino elettrico, vi faccio subito un esempio di comportamenti correlati ai veicoli. Pensate alla marmitta catalitica. Montare questa marmitta che riduce le emissioni di gas inquinanti è un chiaro esempio di quel comportamento che avevamo definito come dei "santi", ovvero far del bene al prossimo danneggiando se stessi. Con la marmitta faccio un piacere al mio prossimo, ma devo spendere dei soldi per comprarla il che è uno svantaggio dal mio personale punto di vista. Nessuna meraviglia che nessuno abbia montato la marmitta finchè non è stata imposta per legge.
Con le automobili, ci sono anche ottimi esempi di comportamenti del tipo "stupido" secondo la classificazione di Cipolla, ovvero di quelli che fanno danno sia a se stessi che agli altri. Per esempio, mi compro una SUV, spendo un sacco di soldi per comprarla e mantenerla, il che è un danno per le mie finanze. In più, inquino anche l'ambiente più del necessario, facendo un danno a tutti quanti. Più stupido di così, è difficile. L'esempio del bandito, invece, è un po' più banale; potrebbe essere quello di uno che sifona la benzina di notte a un altro, per metterla nel suo serbatoio. Fa un danno all'altro che corrisponde esattamente al proprio vantaggio.
Ma la cosa interessante è esaminare il comportamento "intelligente" secondo Carlo Cipolla, ovvero come si può beneficiare se stessi e gli altri. Questo lo si può fare comprando un veicolo elettrico, meglio ancora retrofittando con un motore elettrico un veicolo esistente. In questo modo non si inquina in giro (e non si fa danno agli altri) in più si risparmia (beneficiando se stessi). Non solo, ma l'industria del retrofit genera posti di lavoro e beneficia ancora altra gente. Infine, i veicoli elettrici fanno da stoccaggio all'energia rinnovabile e quindi aiutano anche lo sviluppo delle rinnovabili. Quindi, il paradigma del cinquino elettrico, è un classico esempio del comportamento intelligente secondo Cipolla.
L'idea è che è più facile convincere la gente ad adottare la strategia del "win-win", ovvero un comportamento intelligente, usando veicoli economici e a emissione zero. E' più difficile convincerli a comportarsi da "santi", ovvero a non usare nessun veicolo
Il "paradigma del cinquino elettrico" è di validità generale. Indica che le cose che si diffondono meglio e più rapidamente sono quelle che danno benefici a tutti e danni a nessuno. Non su tutto si può trovare una soluzione intelligente nel senso della teoria di Carlo Cipolla, ma perlomeno ricordiamoci che serve a poco sperare che la maggior parte di noi si comportino da santi.
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martedì, agosto 21, 2007
Le attempate spogliarelliste della scienza
Questo post l'ho scritto di getto sotto l'effetto della lettura di un pezzo di Freeman Dyson intitolato "Pensieri eretici sulla scienza e la società" Un testo che mi ha profondamente deluso con Dyson, che è stato un grandissimo scienziato nel passato, che si è messo a criticare la scienza del cambiamento climatico con una faciloneria e una mancanza di approfondimento impressionante, facendo anche dei banali errori di fisica. Da questo, mi è venuto in mente il paragone con una spogliarellista attempata che non si rende conto che certe cose non le può più fare. Dopo che l'ho scritto, ho pensato che forse non era il caso di pubblicarlo; un po' troppo forte come critica. Alla fine, però, ho pensato che certe cose bisogna anche dirle. Quindi, ecco il post come mi è venuto - l'ho solo rivisto un po' aggiungendo le date di nascita degli scienziati che menziono.
Gli scienziati arrivano in varie forme. Ci sono i pedanti, gli accurati, i metodici, i perfezionisti, i cialtroni, i chiaccheroni, gli svagati, i sognatori, insomma un po' di tutto. Ce n'è una categoria particolare, però, che sono i creativi. Li possiamo anche chiamare gli "eretici", perché per essere creativi bisogna avere il coraggio di dire cose che nessuno dice. E' noto quello che diceva Thomas Huxley, il "cane da guardia di Darwin": "le nuove verità nascono come eresie e muoiono come superstizioni"E' un'arte difficile quella dell'eretico scientifico; bisogna camminare lungo la sottile linea di demarcazione fra la vera creatività e la cialtroneria. Ma, se ci riesce, il creativo viene abbondantemente premiato. Bisogna essere molto creativi per avere un premio nobel o qualcun altro dei vari riconoscimenti prestigiosi che ci sono nella scienza. I creativi sono la vera elite degli scienziati.
Ma non è facile fare l'eretico con successo. La scienza ha dei meccanismi collaudati per filtrare le fesserie e lasciar passare le cose buone. Quella che si chiama "ortodossia" in qualsiasi campo della scienza non è dogma, ma il risultato di lunghe ricerche, prove, controprove e affinamenti continui. Andare a contraddire gli esperti in un campo che non è il proprio è uno dei modi più sicuri nella vita per fare la figura del fesso.
Fare l'eretico senza dire fesserie richiede uno sforzo intellettuale poderoso e una padronanza a tutta prova di più di un campo scientifico. E questo richiede l'elasticità mentale di un cervello giovane. Il premio Nobel, si sa, si prende per lavori fatti prima dei trent'anni. In un certo senso, gli scienzati creativi sono come delle spogliarelliste. Anche queste fanno una cosa eretica, ovvero una cosa che la maggior parte delle donne non fa, e la possono fare soltanto fino ai trent'anni di età; più o meno.
Ora, qui c'è un problema. Se una spogliarellista di successo pretendesse di continuare a fare il suo mestiere ben oltre i trent'anni di età, beh, i risultati non sarebbero brillanti. Questo, per fortuna, succede di rado. Ma succede non di rado che uno scienziato che ha avuto successo in gioventù con le sue idee creative pretende di continuare a fare l'eretico a un'età alla quale sarebbe bene che la smettesse.
Ci sono casi di scienziati assai noti, persone di grande prestigio, che cadono vittime della sindrome della spogliarellista attempata e non si rendono conto che le loro esternazioni pubbliche fanno grossi danni, soprattutto alla scienza, dando argomenti a chi di scienza non capisce niente per criticare cose serie, per esempio la scienza del clima.
Fra i casi di scienziati molto noti che in tarda età hanno decisamente perso brillantezza, il primo che viene in mente è Newton, che in tarda età si era messo a studiare l'alchimia. Poi, c'è stato William Shockley (1910-1989), l'inventore del transistor, che in tarda età si mise a sostere che le razze nere si riproducono troppo, donò il suo sperma a una banca dello sperma in quanto "sperma della migliore qualità" e cose del genere.
Mentre le idee di Newton sull'alchimia e quelle di Shockley sulla razza sono oggi dimenticate, ci sono dei casi recenti di scienziati famosi le cui idee stanno facendo notevoli danni. Questo è il caso di Thomas Gold (1920-2004), un astronomo famoso che in tarda età si mise in testa che l'origine del petrolio è "abiotica." Gold riuscì a ottenere considerevoli finanziamenti pubblici per fare delle inutili trivellazioni. In se, non c'è niente di male a fare dei test di una teoria, il guaio è che con la sua insistenza e il suo atteggiamento dogmatico, Gold ha generato un'intera tribù di seguaci rumorosi che stanno tuttora infestando l'internet sostenendo che il petrolio è "infinito" e che l'esaurimento dello stesso è tutto un complotto delle compagnie petrolifere per farcelo pagare più caro.
Uno dei casi più tristi è quello di James Lovelock (1919 -), probabilmente una delle più grandi menti del ventesimo secolo, noto per il suo concetto di "omeostasi planetaria", a cui dette il nome di "Gaia". Purtroppo, a 87 anni Lovelock ha pubblicato un libro intitolato "la vendetta di Gaia" del tutto senile, sconclusionato e pieno di errori. Con la sua polemica infondata e rabbiosa contro le energie rinnovabili, anche Lovelock ha generato un buon numero di seguaci che impestano l'internet per dir male delle rinnovabili rifacendosi alle sue argomentazioni.
C'è poi Kari Mullis (1944- ), un premio Nobel per la Chimica che si è lanciato in una polemica in cui sostiene che il riscaldamento globale non esiste, che l'inquinamento è solo "un problema estetico" e cose del genere. Mullis è un esempio delle tante persone di un certo prestigio che si lanciano a criticare gli studi sul riscaldamento globale senza sapere niente di clima. Purtroppo, essendo persone di prestigio, c'è gente che gli da retta.
E veniamo a Freeman Dyson (1923- ). Dyson è stato un grande scienziato della generazione degli sviluppatori della meccanica quantistica e dell'energia atomica. Una mente estremamente creativa che si occupava un po' di tutto, compreso la colonizzazione spaziale e il destino dell'umanità. E' noto fra le altre cose per la sua geniale intuizione della "sfera di Dyson", il concetto che una civilizzazione planetaria avanzata potrebbe sfruttare al massimo la radiazione stellare circondando la stella con una sfera che la intercetta completamente.
A 82 anni, tuttavia, Dyson si è messo a fare una serie di critiche alla scienza del clima dichiarandosi scettico sul fatto che il riscaldamento globale sia una cosa negativa, sul fatto che sia veramente necessario agire in proposito e, insomma, facendo proprie molte delle argomentazioni dei peggiori negazionisti. La critica di Dyson è pubblicata su internet e anche in un libro intitolato "a many colored glass" pubblicato nel 2007. E' sicuro che anche i negazionisti italiani se ne approprieranno ben presto per giustificare le loro tesi.
Le considerazioni di Dyson sul clima, purtroppo, sono quasi tutte sbagliate. Sono una serie di discorsi senza capo né coda, dove Dyson giustifica le sue conclusioni soltanto sulla base del concetto che essere un eretico è una cosa buona. Da quello che scrive, dimostra di non aver neanche capito bene la fisica del cambiamento climatico! Per una critica dettagliata, vedi qui oppure qui. Vedi anche fra i commenti una mia domanda al climatologo Michael Tobis: non riuscivo a credere che Dyson avesse fatto degli errori così clamorosi. Eppure Tobis me lo ha confermato: è rimasto sorpreso anche lui.
Adesso, fatemi dire come la penso:
Mi pesa dire certe cose a proposito di Dyson, che è una persona che ho molto ammirato e che continuo ad ammirare per quello che ha fatto nel passato. Ma proprio perchè è uno scienziato famoso e ammirato ha delle responsabilità. Uno scienziato studia e lavora per una vita cercando di fare del suo meglio; e questo vuol dire verificare i dati, citare le fonti, stare attenti a capire bene le cose prima di lanciarsi a criticarle. Sono cose che impari da giovane, all'università; e le impari dagli scienziati anziani. Uno scienziato anziano non può più essere creativo come un giovane, ma ha questa grande responsabilità di dare l'esempio ai giovani di come essere non solo creativi ma anche e soprattutto rigorosi. Dyson qui ha tradito questa responsabilità.
La scienza vive di tante cose; ha bisogno certamente di intuizioni geniali, ma vive anche e soprattutto del lavoro rigoroso e poco eccitante della grande maggioranza degli scienziati che sono persone serie e competenti, anche se non sono in grado di avere colpi di genio da premio Nobel. Non ha bisogno di eretici attempati che vanno a lanciare le loro eresie in pubblico come se forsero spogliarelliste attempate che comunque insistono a lanciare i loro reggiseni al pubblico.
Deve essere un destino della vita che i tuoi maestri, quelli che consideravi la tua guida, prima o poi ti deludono. Presumo che capiterà anche a me di deludere i miei allievi nel futuro (sperando che non li stia deludendo troppo già ora). Comunque, giuro a me stesso e a tutti quanti che non impesterò nessuno con teorie eretiche a 80 anni, in effetti anche prima. Mi dedicherò alla cura dell'orto e a coltivare carote e cavolfiori. Se mai ci arriverò a 80 anni.....
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lunedì, agosto 20, 2007
Dean in tutto il suo fulgore

Ecco qua l'uragano Dean in marcia verso la penisola dello Yucatan (cliccate per ingrandire). Non sappiamo se questi uragani siano causati davvero dal riscaldamento globale, ma comunque hanno una tendenza ad abbattersi sulle piattaforme petrolifere del Golfo del Messico.
Si presume che Dean potrebbe bloccare la produzione di 1 milione di barili al giorno. Non è molto considerato che al mondo se ne producono più di 80 tutti i giorni. Ma ricordatevi che ormai non c'è più "spare capacity" quindi basta poco per mandare in crisi il mercato.
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domenica, agosto 19, 2007
La retorica dell'idrogeno
L'idrogeno è uno dei 92 elementi naturali della tavola periodica. Come tale, ha certamente una sua dignità, ma per qualche ragione negli ultimi anni è diventato qualcosa da invocare come il salvatore del pendolare motorizzato a lunga percorrenza; ormai stremato dal caro-benzina. E' il concetto della mitica auto a idrogeno, pulita e efficiente, il cui scarico alla marmitta può essere addirittura bevuto, come ha fatto vedere Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoliA proposito dell'idrogeno come combustibile per veicoli, l'analisi di ASPO-Italia non è molto favorevole, anzi e demolitiva. Viene fuori dai nostri dati che l'idrogeno è terribilmente inefficiente, costoso, poco pratico e pericoloso. E' possibile che l'idrogeno possa essere utile come mezzo di stoccaggio dell'energia rinnovabile, ma per i veicoli è un disastro sotto tutti gli aspetti. Per questo, ci siamo impegnati sul concetto del trasporto elettrico a batterie; molto più efficiente, sicuro, e pratico.
La nostra analisi comincia ad essere nota. Cercando su google, vengono fuori più di 13.000 link che contengono entrambe i termini "ASPO" e "idrogeno; niente male! A una scorsa informale, sembra che la maggioranza delle pagine linkate siano favorevoli alla nostra posizione. Ovviamente non tutte, ce n'è una recente dal blog "l'Occhio di Romolo" dove leggiamo che l'ultimo articolo di Massimo de Carlo a proposito del confronto fra idrogeno e batterie è:
la conferma dell’avversione non-razionale dei “picchisti” italiani nei confronti del vettore idrogeno
Bene; in un post precedente si era parlato di retorica e si era detto nei commenti che quando uno è a corto di argomenti non gli resta che provare a offendere l'avversario. Evidentemente, i fautori dell'idrogeno come carburante cominciano a essere veramente a corto di argomenti
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sabato, agosto 18, 2007
Quando non se ne può proprio più!
Foto scattata a Firenze il 18/08/07

Per chi non avesse capito: questa è la foto di una collonnina pubblica di ricarica per mezzi elettrici; una delle tante che ci sono a Firenze. Il parcheggio davanti a queste colonnine è riservato ai mezzi elettrici, ma i posti sono molto spesso ingombri di mezzi non elettrici. Qui, il proprietario di un mezzo elettrico evidentemente non ne poteva più di vedere lo spazio di fronte a questa colonnina occupato abusivamente e ha scritto questo cartello che, purtroppo, si può presumere che non servirà a gran cosa. (ringrazio Gianni Comoretto per avermi segnalato la necessità di questa spiegazione)
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venerdì, agosto 17, 2007
Anche se noi non ci saremo

La figura qui sopra mostra la "produttività biologica planetaria", ovvero la massa di materia biologica che il nostro pianeta è stato in grado di produrre nel passato e che, secondo i modelli, produrrà nel futuro. Il grafico è preso dal libro di Peter Ward e Donald Brownlee, "The Life and Death of Planet Earth" (Times books, 2002).
Vediamo nel grafico che l'ecosistema ha una caratteristica tipica delle creature viventi. Ha un suo ciclo vitale: nascita, crescita, maturità, declino, e infine morte. Questo ciclo dipende dalla lenta variazione della radiazione solare, che aumenta di circa del 10% ogni miliardo di anni. L'ecosistema reagisce a questo aumento in modo da mantenere la temperatura costante, per quanto possibile. E' questo il concetto di "omeostasi planetaria", che James Lovelock ha chiamato "Gaia," dal nome dell'antica divinità della Terra.
La reazione dell'ecosistema si manifesta principalmente con la variazione della concentrazione del principale gas-serra dell'atmosfera, il biossido di carbonio, CO2. Nell'arco dei miliardi di anni di storia della vita sulla Terra, via via che la radiazione solare aumentava, la concentrazione di CO2 diminuiva in modo da compensare l'effetto di riscaldamento. Ma ci sono dei limiti a questo adattamento. La CO2 atmosferica è necessaria per la vita delle piante e non si può ridurne la concentrazione oltre un certo limite. Prima o poi, il sole è destinato a diventare troppo caldo perché la temperatura possa essere regolata in questo modo. Questo potrebbe succedere fra circa 500 milioni di anni e, a quel punto, la Terra diventerà rapidamente troppo calda per l'esistenza della vita. Ma già oggi la produttività planetaria è in netto calo rispetto al suo fulgore di qualche centinaio di milioni di anni fa. Gaia sta invecchiando e non vivrà in eterno.
Ma perché ci dovrebbe interessare se la vita terrestre è destinata a sparire fra qualche centinaio di milioni di anni? E' la stessa domanda che si pongono Ward e Brownlee nell'introduzione del loro libro. Perchè preoccuparsi di cose che avverranno quando noi non ci saremo?
La loro risposta è che il futuro ci interessa, anche se è così remoto, perché è lo specchio del presente e del passato di un pianeta che è il nostro. Questa passione per il futuro è una cosa che avete anche voi se siete arrivati a leggere fin qui e se avete già cominciato a pensare di come si potrebbe evitare la morte dell'ecosistema terrestre. Magari schermare il pianeta per difendere la vita dalla radiazione solare troppo forte oppure a quale altro pianeta potrebbe ospitare gli esseri umani e le forme di vita terrestri quando il nostro sarà diventato troppo caldo per viverci. E' una preoccupazione per un tempo remotissimo nel futuro; eppure ci interessa.
Ma, forse, la visione di quello che avverrò fra 500 milioni di anni ci interessa in particolare perché rispecchia qualcosa che sta accadendo già oggi. Con i gas serra che stiamo producendo dai combustibili fossili, stiamo agendo a interferire sullo stesso meccanismo che si oppone al lento riscaldamento del sole. E' un meccanismo delicato; più di una volta nel remoto passato è andato in crisi trasformando la Terra in un deserto arido e assolato. L'intervento umano rischia di metterlo in crisi in tempi enormemente più brevi di quanto il sole potrà fare nel remoto futuro. In quanto tempo? Forse meno di un secolo, forse solo pochi decenni. Può darsi che per quel tempo la maggior parte di noi non ci sarà. Ma non importa; non vogliamo che accada anche se noi non ci saremo: è pur sempre il nostro pianeta.
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mercoledì, agosto 15, 2007
Gli eredi di Wanna Marchi: i grandi imbroglioni sul clima

Oggi è ferragosto e mi è venuto in mente di passarvi una cosetta leggera, per farci sopra quattro risate. Vedete qui sopra una figura che viene dal blog "JunkScience", ovvero "scienzaspazzatura". Ufficialmente è dedicato a smontare le bufale scientifiche, in pratica è un sito negazionista dedicato alla demolizione del concetto di riscaldamento globale causato dall'uomo.
L'ultima trovata di questa gente è quella di mettere su una specie di concorso intitolato "la sfida finale sul riscaldamento globale" dove offrono 100.000 dollari (!!) a chi riesce a smentire due delle loro affermazioni, ovvero che:
1. Le emissioni di gas serra non causano cambiamenti climatici significativi.
2. Il riscaldamento globale che si verificherà da qui al 2100 darà più benefici che danni
Interessante, forse. Ma il bello viene dopo e va detto che questi hanno almeno il merito di mettere le cose in chiaro. In primo luogo, per partecipare al concorso bisogna pagare 15 dollari. In secondo luogo, indovinate chi giudicherà se le smentite sono valide o no. Eh, si, proprio lo staff di "Junkscience" i quali, per essere proprio sicuri di cascare in piedi hanno scritto che "i partecipanti riconoscono che i concetti e i termini menzionati e ai quali ci si riferisce nelle ipotesi dell' "Ultimate Global Warming Challenge" sono necessariamente e inerentemente vaghi e implicano un giudizio soggettivo" In sostanza, ti dicono che qualunque cosa uno gli possa scrivere, loro si riservano il diritto di dire che è sbagliata (e magari anche di farti anche un bel pernacchione come risposta). Poi, ovviamente, si tengono i 15 dollari!
Bene, arrivati a questo punto mi viene in mente che il confronto con Wanna Marchi è sleale nei confronti della signora Marchi. Lei, almeno, dopo che avevi pagato, il tronchetto della felicità te lo mandava con tanti ringraziamenti. Questi qui, ti vorrebbero portar via 15 dollari senza darti niente in cambio, anzi, prendendoti anche per il xxxx.
In un certo senso, è bene che questa gente scriva queste cose sul web; almeno appare chiaro che razza di imbroglioni sono. In un altro senso, rivedendo quello che ho scritto, mi accorgo che non è poi una cosa tanto da riderci sopra in un ferragosto rilassato.
Questi qui stanno - letteralmente - scherzando col fuoco. La vita di miliardi di persone dipende da certe cose che faremo o non faremo a proposito del riscaldamento globale e questi se ne fanno una scusa per divertirsi a prendere in giro la gente e portare via 15 dollari agli allocchi che ci cascano. Chissà se si rendono conto loro stessi del danno che stanno facendo.
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Parisi e la leva obbligatoria

In questi giorni il ministro della Difesa Arturo Parisi ha espresso parere favorevole alla “riattivazione” del servizio militare. Egli si stupisce anche del clamore che ha suscitato la sua esternazione, e l’ha giustificata con alcuni concetti:
1. si tratta di un semplice richiamo al rispetto delle disposizioni di legge
2. la leva obbligatoria è stata sospesa nel 2005, mai abolita
3. la Costituzione definisce il dovere della difesa della patria come l’unico sacro
4. nessuno può prevedere il futuro
5. è necessario ricostituire le Forze Armate in numero adeguato, qualora fosse necessario difendersi da un’aggressione, o in caso di una grave crisi internazionale.
Provo ad abbozzare alcuni commenti che mi sorgono spontanei, confidando di poter integrare con quelli di altri lettori.
1. Evidentemente il principio di non contraddizione non fa parte dei fondamentali della Scienza Politica, infatti la stessa Costituzione recita “L’Italia ripudia la guerra…” . Ne consegue che si tratta di un sistema illogico, ergo irrazionale. Come si fa a ripudiare la guerra e nel contempo investire nelle macchine-da-guerra più che in qualsiasi altro settore?
3. La sacralità sancita dalla Costituzione ci ricorda che le basi per una guerra di religione non sono mai state estirpate
4. Nessuno ha la sfera di cristallo, ma a certi livelli (quelli di Parisi) hanno qualcosa che ci assomiglia
5. Di quali aggressioni si parla? E soprattutto, di quale grave crisi internazionale? Si tratta di situazioni puramente ipotetiche, o c’è dell’altro?
Una cosa è certa. Nella fase di depletion di Petrolio - Gas, tra il 2010 e il 2020, i rapporti internazionali saranno tutt’altro che facili.
Inoltre, esistono teorie che riconducono qualunque conflitto a motivazioni legate alla spartizione e all’impiego di risorse energetiche un tempo “abbondanti”, prima di diventare “scarse” in modo tale da non riuscire più ad alimentare il trend di crescita.
Riflettiamo anche su questo, se in futuro accadranno cose irrazionali e inaspettate. Se salteranno fuori dal cilindro magico “popoli cattivi”. E, soprattutto, se ci verrà richiesto un qualche supporto. Le parate militari fanno molto tradizione e folclore, ma i significati sottesi sono ben altri.
lunedì, agosto 13, 2007
Idrogeno: il peggior nemico delle rinnovabili
E' on line su www.aspoitalia.net un articolo di Massimo De Carlo che esamina l'uso dell'idrogeno come carburante per veicoli stradali. De Carlo conclude che le batterie sono più efficienti e meno costose dell'idrogeno e che quest'ultimo è più che altro una scusa per assessori e politici vari per far vedere che fanno "qualcosa" per i problemi che ci affliggono, ma senza veramente voler fare niente di concreto. In sostanza, l'idrogeno assorbe finanziamenti e attenzione che sarebbero necessari per far decollare le rinnovabili vere.
Quello di De Carlo non è il primo articolo che appare sul sito ASPO-Italia a proposito dell'idrogeno, ce ne sono stati molteplici, tutti che arrivano alla stessa conclusione: l'idrogeno come carburante per veicoli stradali non ha senso. Ecco qui un elenco
http://www.aspoitalia.net/documenti/fanelli/veicoli.html
http://www.aspoitalia.net/documenti/bardi/elettrico_idrogeno/elettricoidrogeno.html
http://www.aspoitalia.net/documenti/bardi/idrogeno2004.html
http://www.aspoitalia.net/images/aspoitalia1/Veicoli%20stradali%20H2-BEV%20_2_1.pdf
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domenica, agosto 12, 2007
Global Warming: le madri delle bufale sono sempre incinte

Dagli USA arriva una nuova bufala sul riscaldamento globale. E' freschissima e i nostri negazionisti non l'hanno ancora notata. Quindi mi affretto a de-bufalarla, anche se so che fra breve arriverà anche da noi, vestita a festa....
Allora, un certo sig. McIntyre ha riportato sul suo sito che la Nasa ha fatto del "number crunching" sui dati delle temperature e che, come conseguenza, adesso gli anni più caldi del secolo non sono più gli ultimi dieci anni ma gli anni della decade del 1930, con il 1935 come record assoluto.
Il sito di McIntyre non risulta accessibile al momento, ma la cosa è stata riportata nel blog di un certo sig. Noel Sheppard con il titolo "La NASA e i media hanno nascosto al pubblico dei cambiamenti sui dati del cambiamento climatico?" (incidentalmente, il sig. Sheppard si qualifica come "economista e imprenditore")
Dal blog di Sheppard possiamo accedere al file originale della NASA che riporta i dati in questione. Apparentemente, sebbene un economista, il sig Sheppard non è in grado di plottare questi dati, ma li vedete in testa a questo post, plottati da me alla buona con excel. In effetti, da questi dati vedete che gli anni più caldi della serie sono negli anni 30. Da qui, Sheppard si lancia in tutta una serie di accuse di cospirazione, di imbroglio, dittatura, e tutto il resto. Queste accuse sono poi state riprese in diversi altri blog.
Peccato però che tutto questo ragionamento è basato sul nulla. In primo luogo, i dati tanto strombazzati sono soltanto quelli degli Stati Uniti, non quelli globali. Si sapeva da decenni che l'effetto del global warming sugli USA è meno netto che nel resto del mondo. La differenza fra i dati mondiali e quelli USA la potete vedere benissimo sul sito del GISS. Si ritiene che la differenza sia dovuta al fatto che gli Stati Uniti sono schermati un po' di più degli altri paesi dal pulviscolo dovuto alle attività industriali. Comunque, quello che conta quando si parla di riscaldamento globale, ovviamente, sono i dati globali.
In secondo luogo, sul sito del GISS potete leggere "ultima modifica del 1 Agosto" per il grafico in questione. Quindi, è vero che la NASA ha rivisto recentemente i dati. Ma le modifiche sono infinitesimali e non cambiano quasi per niente quello che già si sapeva da anni. Il grafico "vecchio" è stato sostituito dal nuovo nel sito del GISS, ma lo si trova in giro in vari documenti su internet. Per esempio, in questo documento del 1998 potete vedere da voi come i dati non sono cambiati affatto da allora (fra l'altro, sono dati in un articolo negazionista).

Questa storia della NASA che ha cambiato i dati ricorda un po' quando accusano Colin Campbell "di aver cambiato i dati" sulle riserve petrolifere; al che Campbell risponde pazientemente: "quando ho nuovi dati, li inserisco nei miei modelli". Certa gente sembra pensare che i modelli siano profezie e che - come le profezie della Sibilla - non se ne possa cambiare una virgola senza che gli Dei che hanno profetizzato ne siano sbugiardati. La cosa importante è se i nuovi dati cambiano sostanzialmente i risultati dei modelli, oppure se sono solo dei piccoli aggiustamenti. In questo caso, chiaramente si tratta di aggiustamenti infinitesimali.
Insomma, è tutta una bufala, come sempre. Nessun imbroglio, nessuna rivoluzione nei dati, niente del genere. Solo il rumore ossessivo della propaganda che ci impesta.
Però, questi qui ci mettono veramente impegno; neanche fossero pagati (ovvero...... mah??)
Nota del 13 Agosto: RealClimate ha fatto un commento sulla faccenda sostanzialmente uguale al mio, ma con qualche dato quantitativo il più. Le differenze fra i vecchi e i nuovi dati sono di qualche centesimo di grado. Lo intitolano "molto rumore per nulla".
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Etichette: antibufala, cambiamento climatico, global warming, riscaldamento globale
giovedì, agosto 09, 2007
E' il colpo di sole, stupido!

Sembra che la campagna contro il concetto di riscaldamento globale causato dall'uomo sia ancora in corso; forse hanno ancora soldi e devono utilizzarli. Magari è per questa ragione, o forse è davvero un colpo di sole estivo, che arriva questo curioso testo di Bill Steigerwald intitolato "E' il sole, stupido!"
Questo sig. Steigerwald non sembra avere qualifiche in campo climatologico; ma in quanto a prosopopea sicuramente ha l'equivalente di un PhD di Harward. "E' il sole la causa di tutto, non lo vedete? Si, ci sono tutte queste migliaia di climatologi esperti che dicono il contrario, ma non vorrete mica dar retta a quegli isterici invece che a una persona posata e ragionevole come me? E' il sole, e se ve lo dico io potete star sicuri. I nostri antenati che adoravano il sole, loro si che avevano capito tutto! "
Si vede proprio che il sole estivo da alla testa......
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It’s the Sun, Stupid
By Bill Steigerwald
FrontPageMagazine.com | 8/7/2007
Go outside at noon on a cloudless day.
Hold up your arm with your palm perpendicular to the blinding bright spot high in the sky.
Feel the heat on your hand? It’s coming from 93 million miles away. Yet it’s so powerful it’ll eventually burn your flesh.
Even filtered by our atmosphere, even after traveling eight minutes at the speed of light, sunshine is so full of energy it can create life on Earth, turn water to gas and melt polar ice.
But the sun can’t cause global warming.
The sun is so distant and so small in our sky we forget how enormous it is — and what a speck of space dust Earth is. Our home star composes 99.82 percent of the mass of the solar system. The sun’s mass is 330,000 times the Earth’s mass. About 1 million Earths could fit inside the sun.
The sun is a furnace of nuclear fusion beyond human comprehension. Although just an ordinary star, it produces an incomprehensible 386 billion-billion megawatts of energy per second.
Its also real hot. Its core is a hellish 27 million degrees Fahrenheit. Its surface is 11,000 degrees. Its corona, which extends millions of miles into space, has temperatures of 1.8 million degrees.
But the sun doesn’t just bathe our tender planet in light and heat. It also blasts us with an invisible hurricane of high-energy electrons and protons that travel at 1.6 million miles per hour.
This solar wind, which extends past Pluto and constantly changes speed, density, direction and magnetic power, can produce auroras like our Northern Lights and knock out electric power grids on Earth’s surface.
But the sun can’t be causing global warming.
In fact, if you believe the global warming hysterics, the sun’s mighty powers to affect our climate have been eclipsed by man’s accelerating greenhouse gas output.
The United Nations’ Intergovernmental Panel on Climate Change has been saying the sun is responsible for about 10 percent of the roughly 1 degree-Fahrenheit rise in Earth’s average temperature over the last century.
But now a new European study of solar activity concludes the sun’s effect on global warming is “negligible.” Since 1985, the study shows, such factors as sunspots and solar irradiance are trending away from heating the Earth.
The Royal Society, the United Kingdom’s national science academy, pronounced that this new study “comprehensively” disproves claims that the cause of recent global warming is increased solar activity. Humans are to blame. Natch.
Lots of other studies have come to the opposite conclusion, of course.
Going back 10,000 years, a 1998 study found that past periods of global warming coincided nicely with increased sunspot activity, which occur during increases in the sun’s brightness and energy output. In 2004, a study by the Max Planck In*stitute for Solar System Research said Earth was getting hotter because the sun was burning brighter than it had in 1,000 years.
We don’t want to get into an ugly debate about the prime cause of global warming. But maybe all those sun-worshipping ancestors of ours were not such dummies after all.
Sure, they lived in caves, thought gods controlled the weather and couldn’t even spell SUV. But eons ago they figured out what should still be obvious to every creature on Earth today.
The mighty sun is in charge of what happens on puny Earth — not humans or their fires.
Bill Steigerwald is the Pittsburgh Tribune-Review’s associate editor. Call him at (412) 320-7983. E-mail him at: bsteigerwald@tribweb.com.
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mercoledì, agosto 08, 2007
Riepilogo storico della produzione di energia in Italia

Come proseguirà la curva nei prossimi cento anni, caratterizzati dal superamento del picco di produzione di tutti i combustibili fossili previsto da molti entro i prossimi trent’anni? E’ una domanda dalla cui risposta dipenderà la sorte delle future generazioni e l’evoluzione storica del nostro paese. Probabilmente la curva continuerà ancora a crescere per qualche anno, almeno fino a quando il metano, il carbone (spero di no) e le attuali fonti rinnovabili potranno sostituire la ridotta disponibilità di petrolio. Poi inizierà un lento declino che forse ci riporterà a delle condizioni economiche analoghe a quelle dei meravigliosi anni ’60, ma con un clima sociale molto meno euforico per il calo del benessere e dei consumi, che potrebbe preludere a involuzioni politiche e istituzionali. Oppure, il declino a un certo punto si arresterà a un livello più basso del massimo, in corrispondenza della scoperta di una tecnologia o di nuovi modi di produzione in grado di sfruttare le enormi potenzialità del sole e del vento, garantendo contemporaneamente disponibilità energetica e basso impatto ambientale. Ai posteri l’ardua sentenza.
martedì, agosto 07, 2007
Gli hamburger crescono sugli alberi?
Nel leggere il dibattito sui prezzi della benzina degli ultimi giorni, mi è venuto un dubbio atroce. Ma la gente, lo sa da cosa si fa la benzina?Questo dubbio viene rinforzato dalla lettura dell'articolo riportato qui sotto da "La Repubblica." Si parla di prezzi dei carburanti per un bel pezzo, ma senza mai menzionare la parola magica "petrolio".
Rimozione o ignoranza? Sarà che preferiscono non pensarci, oppure sarà come i bambini piccoli che credono che gli hamburger crescono sugli alberi? Magari qualcuno crede che la benzina venga fabbricata dagli elfi di Babbo Natale? Oppure che sgorghi altissima, purissima e levissima da qualche sorgente di montagna?
Senza ulteriori commenti
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Da "La Repubblica" del 6 Agosto 2007
Benzina, il divario con la Ue-15 è di 7,4 cent
Prodi: "Il problema dei prezzi esiste"
Il Codacons propone "scioperi del pieno" e boicottaggi per chi non abbassa le tariffe
Prodi: "Il problema dei prezzi esiste"
ROMA - La forbice tra la media dei prezzi al consumo della benzina in Italia e la Ue-15 è di 7,4 centesimi di euro al litro. Lo attesta l'ultima rilevazione del ministero dello Sviluppo Economico, secondo la quale invece il divario per i prezzi industriali si attesta a 5 centesimi. Sempre per i prezzi al consumo, quelli del gasolio sono più alti di quasi 10 centesimi (9,5 per l'esattezza) rispetto alla media della zona euro. Il divario tra i prezzi medi nella Penisola e quelli medi di Eurolandia si attesta così ai massimi dall'inizio dell'anno. E' per questo che il 4 agosto il ministro Bersani ha annunciato di aver convocato per il 10 agosto i petrolieri al ministero: "Vogliamo capire", ha spiegato ieri in un'intervista, riferendosi proprio all'eccessivo divario, sempre più ampio, tra le medie italiane e quelle europee. "Il problema dei prezzi che abbiamo sollevato - ha detto a proposito il premier Romano Prodi - non era inesistente visto che un calo, sia pur minimo, c'è stato".
Con un prezzo medio 'alla pompa' di 1,349 euro al litro l'Italia non solo sorpassa di 0,074 euro al litro la media della zona euro (1,275) ma si pone a 5,5 centesimi in più della media dell'intera Europa a 25 (1,294 euro-litro). Sul fronte del gasolio che vede nella Penisola un'auto diesel su tre, invece, il 'divario' arriva a 0,095 euro al litro nei confronti dell'Eurozona: 1,173 euro il prezzo Italia contro 1,078 medio in Eurolandia. Prezzo nettamente più alto, 6,4 centesimi in più, anche nei confronti dell'intera Europa che mostra un prezzo medio di 1,109 euro a litro.
Da Bruxelles la Commissione Europea fa sapere di "seguire con grande interesse la questione", ma, spiega il portavoce Martin Selmyer, di non vedere "in questo momento alcun motivo per intervenire". Non ci sono neanche ragioni di preoccupazione, aggiunge Selmyer: "Non siamo preoccupati, guardiamo all'economia e la seguiamo con grande interesse".
Stamane le associazioni dei consumatori sono tornate a contestare aspramente gli aumenti. Il Codacons ha proclamato lo sciopero bianco degli automobilisti il giorno di Ferragosto per far fronte alle "speculazioni" dei petrolieri sul prezzo della benzina. Adiconsum e Aduc chiedono un intervento del governo perché "rompa il mercato oligopolistico". Adusbef e Federconsumatori si rivolgono invece all'Antitrust, perché indaghi sulle "speculazioni seriali ormai insopportabili sul prezzo dei carburanti".
Il Codacons invita a boicottare le pompe di benzina, chiedendo ai cittadini di "non utilizzare l'automobile per i loro spostamenti nel giorno di Ferragosto, preferendo mezzi di trasporto alternativi come biciclette, treni o pullman e, laddove sia impossibile rinunciare alla macchina, limitare fortemente i consumi", afferma in una nota il presidente del Codacons Carlo Rienzi.
Ma le altre associazioni dei consumatori puntano il dito anche contro chi, come il governo o l'Antitrust, dovrebbe indagare e frenare le speculazioni, e non lo fa. Adusbef e Federconsumatori, sottolineano in una nota, chiedono a governo, Antitrust e Procure della Repubblica un approfondimento sui "coincidenti, concordanti e sincronici aumenti da parte di tutte le compagnie operanti in Italia, che si verificano -guarda il caso- proprio durante la maggiore domanda,ossia quando milioni di famiglie prendono le auto per raggiungere le località di vacanza".
Mentre l'Aduc chiede al governo, oltre che di "rompere il mercato oligopolistico", di garantire la stabilità dei prezzi agendo sulle accise e di "aprire il mercato dei distributori ad altri soggetti, per esempio i centri commerciali".
Anche l'Adiconsum si rivolge al governo, chiedendo una revisione radicale sui meccanismi di mercato, per evitare anche che "a Natale, altro periodo di massimo consumo, gli automobilisti si trovino di fronte ad un altro forte aumento".
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lunedì, agosto 06, 2007
Anniversario di Hiroshima

Oggi, 6 Agosto, è il 62esimo anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima. 3 giorni dopo, una seconda bomba atomica cadeva su un'altra città giapponese, Nagasaki.
In un certo senso, è un miracolo che, dopo queste due, nessun altra arma atomica sia stata usata per 62 anni. In un altro, è piuttosto inquietante (per non dire altro) pensare che secondo alcune stime il numero di bombe atomiche accumulate nei vari arsenali è oggi di circa 20.000. D'altra parte, questo numero è calato da un massimo che pare sia stato di oltre 60.000 (!!). Se la tendenza continua, possiamo sperare che il numero di bombe diminuisca ancora.
Molte delle testate nucleari russe e americane sono state smantellate per farne combustibili per le centrali nucleari, in grave carenza di uranio. E' curioso pensare che l'energia nucleare pacifica è nata come uno spin-off (che, all'epoca, si chiamava "fall-out") della tecnologia nucleare militare. Se non ci fosse stata la grande corsa agli armamenti nucleari degli anni 1940 e 1950, è probabile che le risorse necessarie per sviluppare il nucleare civile non sarebbero mai state trovate. Oggi, la fame di uranio per il nucleare civile è diventato uno dei fattori principali per la riduzione degli armamenti. E quando saranno finite le bombe, dove troveremo abbastanza uranio per le centrali?
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Etichette: bombe atomiche energia nucleare, uranio
sabato, agosto 04, 2007
Il bus fantasma (a idrogeno)
A 14 anni di distanza dal primo prototipo di autobus a idrogeno, presentato nel 1993 a Vancouver, non risulta che bus del genere vengano utilizzati in pratica in nessun luogo.Eppure, si continuano a fare prototipi, più o meno sempre uguali, per la gioia degli assessori al traffico di tante città. In questi giorni, viene trionfalmente annunciato un progetto per costruire 20 bus a idrogeno per i giochi olimpici di Vancouver del 2010.
In 17 anni, a Vancouver passeranno da 1 bus a 20 (e questa sarà "la flotta più grande del mondo"). Se il trasporto a idrogeno deve svilupparsi a questo ritmo, tanto vale aspettare che il petrolio si riformi per i naturali processi geologici.
Questa notizia è curiosa anche per per il costo dichiarato dei bus: 2.1 milioni di dollari ciascuno. C'è qualcosa che non va: notate che il progetto costa 89 milioni di dollari e i bus costruiti sono 20. Questo vuol dire che ogni bus costa piu di quattro milioni di dollari, non due milioni!
Ovvero, a meno che non costruiscano altri 20 bus fantasma per farli girare nelle notti senza luna, magari con un autista lupo mannaro o qualcosa del genere. Comunque la si voglia vedere, il bus a idrogeno rimane sempre un bus fantasma.
Ecco l'articolo. (in grassetto e in rosso, il costo del progetto e quello dichiarato dei bus)
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Fuel-cell buses promised for 2010 Olympics
Jonathan Woodward, CanWest News Service; Vancouver Sun
Published: Saturday, August 04, 2007
VANCOUVER -- Whistler will become home to the world's largest fleet of hydrogen fuel-cell buses by the 2010 Olympic Games in a five-year, $89-million project announced Friday by the B.C. government.
Leaving only water in their wake, 20 otherwise emission-free buses will make up the bulk of the Whistler bus system in a project that will provide a northern terminus for a "hydrogen highway" up the west coast of North America.
The buses will have fuel cells provided by Burnaby's Ballard Power Systems.
"Other groups of fuel cell buses come in twos and threes," said Transportation Minister Kevin Falcon.
"When we welcome the world, the world will see an entire fleet that showcases B.C. companies and B.C. talents and an emerging technology that can help us deal with greenhouse gas emissions," he said.
The buses - each with 37 seats, a 60-person standing capacity, and a top speed of 90 kilometres per hour - are twice as efficient as internal combustion engines and produce no smog-creating emissions, said Falcon.
Each bus will cost $2.1 million, about four times the price of a diesel bus, said Ron Harmer, vice-president of technical services for B.C. Transit. Trolley buses cost about $1.4 million.
The first bus will arrive in Victoria for 30 days of on-road testing in July 2008, and the remaining 19 will be delivered by December 2009.
Whistler residents welcome the project but are wary of the costs when funding runs out in 2014, said Whistler Coun. Ralph Forsyth.
Eight hydrogen tanks will hold about 60 kilograms of hydrogen, good for 500 kilometres of travel. But with current hydrogen prices between $10 and $20 per kilogram, a day's fill-up could be as much as $1,200.
"I'm optimistic that we won't be left holding the bag on this project," said Forsyth.
New Flyer Industries of Winnipeg will build the buses. The three main subcontractors will be Ballard, which will provide the fuel cell modules, Dynetek Industries of Calgary, which will work on the hydrogen storage system, and ISE Corp. of San Diego, Calif., will provide the hybrid drive system.
Ballard's share of the contract is $14.7 million, the company's largest single order for hydrogen-powered buses, said vice-president Noordin Nanji.
"It's a tremendous showcase for our own technology," Nanji said. "We're particularly pleased that it's happening in British Columbia."
The federal government contributed $45 million to the $89-million project through the Public Capital Trust fund, the provincial ministry covered $10 million, and BC Transit will pick up $34 million in operating costs.
A hydrogen refuelling station contract for Whistler to join other fuelling stations in Victoria, Surrey, and the University of British Columbia is in the works, and will likely be announced in September, said Harmer.
Falcon said he was optimistic that by the time the contract runs out, fuel cells will make business sense.
"Getting the technology over that initial hurdle is the hardest part," said Falcon. "Whether it's widely adopted or not will be something the market will decide."
Vancouver Sun
© CanWest News Service 2007
Alti prezzi del petrolio e indifferenza sociale
Perché gli alti prezzi del petrolio (nuovo record del WTI a quasi 79 dollari al barile) sono sostanzialmente ignorati dagli organi di informazione e sottovalutati dal mondo politico? Io vedo i cinque seguenti motivi tutti conseguenza dalla natura irrazionale del genere umano. Provate voi ad aggiungerne altri :
- Al lupo! Al lupo! Nella celebre favola di Esopo gli abitanti del villaggio non accorrono alle grida lanciate dal pastorello a causa di alcune false richieste d’aiuto precedenti e il lupo si mangia tutte le pecorelle. E’ quello che sta succedendo con il petrolio. Dopo la crisi e il grande spavento degli anni ‘70, seguiti da un lungo periodo di abbondanza e prezzi bassi, la stragrande maggioranza delle persone si è convinta che gli alti prezzi del petrolio siano solo un fenomeno ciclico dovuto a ragioni geo-politiche o speculative seguito da lunghi periodi di bonaccia consumistica. E’ un comportamento profondamente irrazionale dal punto di vista logico-statistico perché non si può inferire una legge generale da un numero limitato di osservazioni.
- Mancanza del nesso causale. A differenza del passato, questa volta gli alti prezzi del petrolio non determinano (per ora) significative e visibili ripercussioni sull’economia e sulla vita di tutti i giorni. Rispetto agli anni ‘70 la ricchezza pro-capite è molto più alta e gli aumenti dei prezzi dei prodotti energetici incidono molto meno sui consumi. L’inflazione è a livelli molto bassi, tenuta sotto controllo da moderati rialzi dei tassi d’interesse operati dalle Banche Centrali e dalla globalizzazione dell’economia che sta inondando di merci a basso costo, provenienti dai paesi emergenti, i mercati dei paesi ricchi. I PIL e la ricchezza delle famiglie aumentano quasi dappertutto. La gente si è ormai convinta di vivere perennemente nel paese di Bengodi e che l’abbondanza sia quasi una legge naturale. Anche questo è un comportamento profondamente irrazionale per lo stesso motivo del punto 1).
- Sindrome dello struzzo. L’uomo moderno è condizionato da una cultura progressista fondata sull’ottimismo tecnologico che lo induce a vedere il mondo come una cornucopia inesauribile dispensatrice di risorse e beni. Anche questo è un comportamento profondamente irrazionale perché porta a preferire ragionamenti con conclusioni logiche positive, scartando soluzioni negative troppo sconvolgenti.
- Difficoltà a percepire il pericolo. I politici, i giornalisti, gli economisti, nella stragrande maggioranza non comprendono perfettamente la teoria del picco del petrolio perché la forma mentis delle persone porta in genere a immaginare la fine di una risorsa come conclusione di un ciclo continuo e costante di consumo e non come il graduale declino previsto dalla Teoria di Hubbert. Per questo motivo, molti attribuiscono la colpa della riduzione di disponibilità del petrolio a complotti internazionali, alla speculazione, agli interessi dei produttori ecc.
- Preferenza per il benessere immediato. Antropologicamente, l’uomo è strutturato per perseguire tenacemente il benessere immediato, per sé e la propria prole, disinteressandosi delle conseguenze a lungo termine dei propri comportamenti. Questo atteggiamento è stato utile per centinaia di migliaia di anni caratterizzati da penuria di risorse, ma diventa controproducente in un mondo di facile ed economica accessibilità alle risorse energetiche.
venerdì, agosto 03, 2007
I quattro stadi delle nuove verità
Ho notato già altre volte come un nuovo concetto, come il picco del petrolio, passa attraverso quattro stadi prima di essere accettato nel campo in cui viene proposto. Questi stadi sono:1. Mai sentito nominare
2. E' una fesseria
3. E' vero, ma irrilevante
4. E' quello che avevamo sempre detto noi.
Nel caso del picco del petrolio, il primo stadio è stato raggiunto e superato abbastanza di recente. Fino a poco tempo fa, nessuno ne aveva sentito parlare (picco di Hubbert, cosa.....??). Oggi, un po' ovunque si moltiplicano le smentite e le definizioni del picco come un ovvia fesseria proposta da un gruppetto di fanatici esagitati.
Sembrerebbe che stiamo superando anche questo secondo stadio e ci stiamo addentrando nel terzo, quello dove si accetta che il picco è una realtà, ma che è irrilevante perché non sappiamo quando arriverà di preciso, oppure perché forse non sarà proprio un picco, ma magari un pianoro in lieve discesa, insomma qualcosa del genere. Un esempio di questo terzo stadio è l'articolo di Alessandro Iaria apparso il 3 Agosto sul blog "Realismo Energetico".
Il testo di Iaria comincia con l'affermazione che l'autore è daccordo nel definire il peak oil come qualcosa di "poco scientifico" o "superstizioso". Dopo un inizio del genere, ti aspetteresti chissà quali critiche feroci al concetto di picco del petrolio. Invece, leggiamo una serie di commenti sulle inevitabili incertezze dei dati e la massima critica che troviamo è che "Avendo grandi incertezze sul se e, se si, sul quando, non possiamo far altro che considerare tutta la faccenda come un evento altamente aleatorio e non come una certezza; nella consapevolezza che per quanto poco probabile anche il peggiore degli scenari possibili sia realizzabile.
Bene; se questa è la critica attuale, è chiaro che stiamo viaggiando a grande velocità verso il quarto stadio, quello dell'accettazione del concetto di Picco del Petrolio come una cosa del tutto ovvia. Non dovrebbe volerci molto tempo, visto come stanno andando le cose.
Ecco l'articolo.
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Sul Peak Oil
di Alessandro Iaria
Qualche tempo fa Carlo Stagnaro, in uno dei suoi numerosi commenti, ha fatto riferimento alle teorie sul "peak oil" come ad un qualcosa di poco scientifico, quasi di superstizioso. Tale fatto ha indispettito alcuni lettori e li ha spinti a chiedere maggiori delucidazioni sull'argomento. Non conosco le ragioni specifiche di Carlo, ma posso portarne alcune che hanno convinto il sottoscritto a pensarla nello stesso modo.
Innanzi tutto una rapida premessa: il petrolio - come ogni altro bene - è presente in natura in quantità limitata. Questa osservazione, isolatamente, non può però portarci a dipingere scenari di scarsità come inevitabili. Quello che bisogna affiancare all'analisi dell'offerta - prima di iniziare a parlare di forniture del bene insufficienti - è un'altrettanto dettagliata analisi della domanda. Solo in seguito ad una valutazione congiunta di domanda ed offerta del bene potremo capire se ci sia ragione di credere ad un'ipotesi d'eccesso di domanda, ed in quale misura. In mancanza di dati sulla domanda, sull'offerta, o addirittura su entrambe, il giudizio esprimibile sarà inevitabilmente velato dall'incertezza, e quest'ultima - come l'eccesso di domanda - sarà caratterizzata da un'entità variabile, maggiore al diminuire della quantità e qualità dei dati disponibili.
I sostenitori della dottrina del peak-oil si rifanno al famoso articolo del 1998 "La fine del petrolio a basso costo", pubblicato sull'American Scientist ad opera dei geologi C. Campbell e J. Laherrère, i quali, applicando il modello matematico del geologo K. Hubbert, prevedono terribili shocks sul fronte dell'offerta di idrocarburi, con conseguenti scenari apocalittici in un futuro - ad oggi - imprecisato. Il modello utilizzato per elaborare le stime ha dato dimostrazione di funzionare egregiamente, infatti, nel 1956 Hubbert fu in grado di fissare al 1972 la data del peak-oil statunitense, e così, effettivamente, fu (1971). Dove sta dunque la differenza? Perchè quell'ottimo modello (trascurando i problemi connessi alla sua attualità) oggi non dovrebbe più essere affidabile? Per via dei dati. In occasione del primo impiego del modello, nel 1956, i dati riguardavano gli USA, ed Hubbert attinse tutto ciò di cui aveva bisogno da fonti universalmente riconosciute per la loro validità ed affidabilità. Nell'utilizzo più recente del medesimo modello, i dati impiegati non riguardavano più i soli Stati Uniti, ma la totalità dei Paesi produttori di petrolio. La domanda, dunque, è: possiamo ragionevolmente considerare i dati forniti dai Paesi membri dell'OPEC e dalle Compagnie petrolifere come affidabili?
Per rispondere con le parole di Guido Rampoldi ("I Giacimenti del Potere", pag. 6): "Il mondo del petrolio è così opaco, così incerti i dati e così forti gli incentivi a barare, [...] ignoriamo perfino a quanto ammontino davvero le riserve provate, cioè l'entità dei giacimenti sfruttabili. Per saperlo dovremmo conoscere a quanto ammontino realmente i giacimenti del Golfo Persico, due terzi delle riserve provate. Ma i Paesi del Golfo rifiutano di sottoporre le proprie stime alle verifiche esterne proposte dal Fondo monetario e da alcuni governi occidentali."
Sul versante dell'offerta, quindi, le valutazioni che vengono fatte sulle future capacità di servire il mercato sono tutt'altro che solide, guidate più che dai fatti dall'intuito.
Un dato più sicuro è invece disponibile sul fronte della domanda, questa, infatti, trainata da Cina e da India cresce di anno in anno.
Cercando di raccogliere i cocci del discorso ci ritroviamo - da un lato - con una domanda di energia tutto sommato prevedibile e - dall'altro - con un'offerta potenziale difficilmente quantificabile. Questo ci conduce a guardare con sospetto chi del peak-oil vorrebbe farne una religione: quella della contrazione dell'offerta (o di un suo aumento non proporzionale a quello dell'incremento della domanda) è un'evenienza possibile, ma i dati a disposizione non permettono di spingersi oltre. Avendo grandi incertezze sul se e, se si, sul quando, non possiamo far altro che considerare tutta la faccenda come un evento altamente aleatorio e non come una certezza; nella consapevolezza che per quanto poco probabile anche il peggiore degli scenari possibili sia realizzabile.
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giovedì, agosto 02, 2007
L'arte della retorica nel dibattito sul riscaldamento globale
Foto: Al Gore in un momento di intensa declamazione; probabilmente a proposito del riscaldamento globale.Si va perdendo l'arte del dibattito, specialmente in politica. Finito da un pezzo il tempo di Peppone e Don Camillo, nessuno sembra più interessato a discutere le relative virtù del socialismo e del liberalismo. Invece, sembra che tutti si siano messi daccordo sulla tesi della "fine della storia" di Francis Fukuyama. Non esistono più problemi - ci viene detto - da quando viviamo nel migliore dei mondi; quello del liberismo economico e della crescita inarrestabile del PIL.
Rimane solo qualche dettaglio da discutere: a che età si va in pensione, la legge elettorale, lo stipendio dei parlamentari e cose del genere. Non c'è da sorprendersi se il dibattito politico sia diventato così povero. I politici sembrano dire tutti le stesse cose, a parte scambiarsi insulti quando si incontrano. Anche fuori della politica, sembra che sia non rimasto gran che di cui discutere. Certo, la televisione è piena di gente che sbraita e urla, accalorandosi su questo o quel problema di calcio, ciclismo, o sesso. Ma difficilmente possiamo chiamare questi spettacoli dei "dibattiti."
Tuttavia, c'è un campo in cui oggi si dibatte seriamente: quello del cambiamento climatico. Se per politica intendiamo la gestione della società, ovvero l'equa allocazione delle risorse disponibili, allora il cambiamento climatico è diventato il dibattito politico per eccellenza.
Diciamo subito che un certo tipo di dibattito su questo argomento è ormai terminato. Fra gli scienziati, le basi del concetto di riscaldamento globale dovuto all'attività umana sono ormai accettate come un solido insieme di fatti e di interpretazioni; anche se si continua a discutere sui dettagli. Ma, quando si parla di prendere provvedimenti in proposito, si lascia la scienza per entrare nella politica e lì il dibattito è lontano da essere concluso.
Non esiste un dibattito "tipico" sul cambiamento climatico, ma ci sono degli argomenti che ricorrono. Chi nega l'effetto umano sul riscaldamento, o addirittura il riscaldamento stesso; ha un suo armamentario di argomentazioni che vanno dalla produzione di vino in Inghilterra nel Medio Evo alla storia dei Vichinghi della Groenlandia. Dalla parte opposta, si mostrano comunemente foto di ghiacciai come sono oggi e com'erano 50 anni fa. E' anche molto popolare il grafico detto "mazza da hockey" che fa vedere l'aumento delle temperature planetarie degli ultimi 50 anni.
Partendo da queste cose, a seconda della preparazione dei contendenti, il dibattito può rimanere al livello di una discussione scientifica (apparentemente) pacata, oppure degenerare in uno scambio di accuse a sfondo politico. Qui, i termini favoriti dai dubbiosi sono "catastrofisti", "cassandre" e cose del genere. Dall'altra parte, si usa comunemente il termine "negazionisti" preso in prestito dalla polemica sull'olocausto degli ebrei. Da entrambi i campi ci si accusa reciprocamente di secondi fini politici o monetari. I "catastrofisti" accusano i "negazionisti" di essere al soldo delle multinazionali, di rappresentare l'industria petrolifera o del carbone. Dai negazionisti, arriva l'accusa detta "del cocomero" (verdi fuori e rossi dentro) ovvero di usare la favola del riscaldamento globale per interessi personali, per imporre una dittatura marxista mondiale o, addirittura, per un programma di sterminio di massa delle razze inferiori.
L'andamento del dibattito dipende anche molto anche dal mezzo di discussione. I dibattiti per via elettronica sui vari forum tendono ad essere molto polarizzati e a degenerare in scambi di insulti. Questo sembra essere tipico del mezzo elettronico, un fenomeno per il quale esiste anche un termine specifico: "flaming". I dibattiti televisivi e sui giornali sono spesso rigidi e superficiali per mancanza di tempo o di spazio. Raramente c'è modo di approfondire; spesso non esiste neanche la possibilità di una replica. In TV, uno deve sparare tutte le sue cartucce in pochi minuti e sperare di avere un effetto; ma in pratica va a finire che chi parla per ultimo è quello che ha ragione. Senza dubbio, i dibattiti più interessanti sono quelli faccia a faccia di fronte a un pubblico reale. Qui, l'interazione con il pubblico sprona i contendenti a dare il meglio che possono.
In questi dibattiti, si sfoderano le arti più raffinate della retorica. Oggi non si studia più retorica a scuola, anzi, la stessa parola "retorica" ha assunto un significato negativo (nonostante che venga da una parola greca che vuol dire "insegnante"). Ma "retorica" non vuol dire imbrogliare la gente a furia di discorsi; tradizionalmente vuol dire presentare le proprie ragioni nel modo più efficace. Chi è passato attraverso un buon numero di dibattiti, impara presto i trucchi del mestiere. Tuttavia, un buon libretto di retorica applicata può essere utile; i libri di Gerry Spence in proposito sono ottimi, purtroppo esistono solo in inglese. Ci sono molte regole e suggerimenti pratici nel campo ma, che impariate dai libri o dall'esperienza pratica, scoprirete prestissimo la regola d'oro della retorica: l'essenziale per dibattere efficacemente è essere preparati sull'argomento di cui si dibatte.
Questa regola è particolarmente importante nel dibattito sul riscaldamento globale. Chi è a favore della tesi che bisogna fare qualcosa per rallentare il riscaldamento globale deve essere in grado di discutere e spiegare una serie di concetti scientifici, alcuni dei quali non sono affatto ovvi. Per essere preparati per questo, non è necessario avere un dottorato in climatologia, è importante però aver studiato seriamente l'argomento. Chi sostiene il contrario ha un compito più facile: deve solo seminare dubbi sulla validità della tesi opposta. In questo modo, anche persone prive di cultura scientifica - anzi, spesso completamente ignoranti di scienza - possono riuscire a disorientare anche scienziati esperti. Non vanno assolutamente sottovalutati.
Per andare sul concreto, vi racconto un dibattito pubblico realmente avvenuto che si è concluso con una netta sconfitta del dubbioso (negazionista) di turno. Come dicevo, tutti i dibattiti sono diversi e questo non fa eccezione. Ma è un buon esempio della regola d'oro della retorica: vince chi è preparato.
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Un dibattito sul riscaldamento globale
di Ugo Bardi
Prima che cominci il convegno, l'organizzatore allerta i relatori. "Guardate," ci dice, "oggi ci sarà anche il professor tal dei tali. E' un fisico molto bravo; state attenti che con le sue critiche ha messo in difficoltà molta gente sulla questione del riscaldamento globale."
Ci guardiamo in faccia fra di noi; siamo quattro relatori. Tutti abbiamo dibattuto con i "negazionisti;" quelli che negano l'effetto umano sul riscaldamento globale o, addirittura, che il riscaldamento globale esista. Di solito, sono gente priva di qualsiasi qualifica scientifica. Questo, invece, è un professore di fisica e ci dicono che è molto bravo. Per una volta, potrebbe essere una discussione interessante. Staremo a vedere.
Siamo a un convegno a livello universitario; non si risparmiano grafici e diagrammi; non manca qualche frecciata ai negazionisti più folkloristici; quelli che "di giorno si occupano di oncologia e di notte diventano esperti di climatologia". Il pubblico è chiaramente di un certo livello anche quello; docenti universitari e studenti. Gente che ha una buona preparazione e vuole sapere come stanno veramente le cose. Chiaramente, apprezzano il livello delle presentazioni dei relatori; tutti ricercatori e scienziati esperti, e capiscono i concetti presentati.
Finiti gli interventi dei relatori, un signore si alza dalla platea e chiede di poter presentare le sue diapositive. E' un uomo anziano, capelli bianchi, asciutto. Ha l'aria, in effetti, di un professore di fisica. Il moderatore gli dice "prego, si accomodi." Lui comincia la sua esposizione, mostrando dati e grafici.
Ahimé, l'esposizione del nostro professore ci appare subito deludente. Ci racconta le solite leggende: la coltivazione del vino in Inghilterra, la storia dei Vichinghi in Groenlandia, l'affidabilità delle misure di temperatura e cose del genere. Il pubblico, chiaramente, non è convinto. E' una cosa di cui ci si accorge subito con un po' di esperienza nel parlare in pubblico o nell'insegnamento. Lo si vede dal "body language", il linguaggio del corpo. Questo pubblico è preparato e non si fa certamente impressionare da questi discorsi.
Sembrerebbe che anche il professore abbia recepito che il pubblico non lo segue; certamente anche lui ha esperienza di insegnamento. Fatto sta che smette di parlare del vino inglese. Glissa rapidamente su una serie di diapositive che aveva preparato e cambia tono mettendosi a descrivere la questione del riscaldamento dei pianeti del sistema solare. Qui, sta presentando dati e non soltanto seminando dubbi. Marte, ci dice, si sta riscaldando e Nettuno anche. Questo dimostra - dice - che il riscaldamento globale ha origine dal sole e non dal biossido di carbonio creato dall'uomo nell'atmosfera terrestre. Elabora la faccenda mostrando un grafico che - apparentemente - correla l'attività solare con l'incremento della temperatura terrestre. Si guarda intorno con aria soddisfatta. Non c'è dubbio che l'argomento è stato ben presentato e il pubblico, stavolta, ha recepito.
Ma le dure leggi del dibattito non perdonano: tutto quello che dici potrà essere usato contro di te. Mi sento un po' come Napoleone ad Austerliz, quando la mattina ordina il contrattacco contro i Russi e gli Austriaci che gli mostrano il fianco. Dico ai colleghi: "per questa faccenda di Marte e Nettuno, lasciatelo a me".
Prendo il microfono e faccio più o meno il seguente discorso: "Caro professore, lei sa bene che i dati che abbiamo sul riscaldamento di Marte e Nettuno coprono un anno o due al massimo - forse solo pochi mesi. Ammesso anche che questi pianeti si stiano riscaldando, cosa non così ovvia come lei ci ha raccontato, vorrebbe veramente buttar via un secolo di ricerca climatologica su un pianeta di cui sappiamo tutto, la Terra, sulla base di pochi mesi di dati su pianeti di cui sappiamo poco; in effetti quasi niente nel caso di Nettuno?"
Questo già colpisce duro; ma il bello deve ancora venire. "Ma vorrei farle notare un'altra cosa. Lei sa che su questa faccenda del riscaldamento globale si fa molta confusione da parte di chi non ha capito bene le basi scientifiche del problema e, mi dispiace dirlo, lei ha aggiunto a questa confusione quando ha messo insieme Marte e di Nettuno."
Proseguo dicendo: "Lei sa, altrettanto bene di me, che i dati satellitari indicano che l'irradiazione solare non sta aumentando e quindi che non si può spiegare in questo modo il riscaldamento della terra e quello (apparente) degli altri pianeti. Correttamente, dunque, lei l'ha attribuito all'effetto dell'attività solare, che è tutta un'altra cosa, ovvero all'emissione di particelle cariche da parte del sole. Lei sa anche, o dovrebbe sapere, che chi propone questa teoria sostiene che l'attività solare interagisce con il campo magnetico planetario facendo variare la copertura nuvolosa e, quindi, questo causa un cambiamento della temperatura.
Arrivo al colpo finale. "Questo può essere che succeda su Nettuno, ma lei ha messo Nettuno e Marte insieme. Ora, lei dovrebbe sapere che Marte non ha campo magnetico e neanche nuvole. E allora come fa a dire che l'attività solare influenza la temperatura di Marte allo stesso modo di quella di Nettuno?"
Toccato! Colpito e affondato; scacco matto in tre mosse. Il professore accusa nettamente il colpo. Non ha risposta, non gli resta che cercare di cambiare discorso. E' difficile capire se i membri del pubblico hanno chiara la distinzione fra irradiazione solare e attività solare. Ma hanno chiaramente capito che l'argomento del professore è stato demolito. Non vi sto a dire come gli altri relatori l'hanno criticato sugli altri punti che aveva fatto. L'hanno ridotto a un vero materasso.
Finita la conferenza, mi fermo a salutare il professore e ci stringiamo la mano. Mi sembra un po' scosso; probabilmente in altre occasioni era riuscito effettivamente a mettere in difficoltà qualche relatore con le sue argomentazioni; ma stavolta si è accorto che la cosa non era così semplice. Scambiamo qualche parola; mi sembra che sia una brava persona che ha solo portato all'eccesso la sana tradizione dei fisici di dubitare di tutto se non ci sono prove certe in proposito. Fossero tutti così, i negazionisti!
Nota di Ugo Bardi. I miei interventi in pubblico sono quasi sempre sull'argomento di cui mi occupo principalmente: l'esaurimento delle risorse, in particolare dei combustibili fossili. Quando posso, tuttavia, menziono la stretta correlazione che esiste fra il consumo di combustibili fossili e riscaldamento globale. Quando mi capita di parlare specificatamente di riscaldamento globale, affronto il problema partendo dalla mia area di competenza, ovvero ponendo la domanda "ci sono abbastanza combustibili fossili per causare un riscaldamento planetario disastroso?" La risposta, secondo me, è affermativa, come potete leggere in questo articolo.
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Ma quando arriva questo idrogeno?
Ieri, sul GR di Isoradio, han dato la notizia del "massimo storico" del prezzo del petrolio. E' cominciata una piacevole discussione tra gli occupanti dell'auto (colleghi, in car pooling) e a un certo punto è saltato fuori l'inevitabile commento "Ma speriamo che l'idrogeno arrivi presto".Ho faticato non poco a spiegare che l'idrogeno è un vettore, non una fonte di energia, e pure con i suoi difetti, si perde metà energia per strada e in un serbatoio per auto non ce ne sta molta. Oggi esistono batterie che danno prestazioni migliori, e che soprattutto si comprano "chiavi in mano".
Ho provato quindi a riflettere sui motivi per cui l'idrogeno è così popolare. La prima tentazione è pensare a una generica malafede: si prospetta una soluzione che non esiste (o che serve ad altro) per fare un po' di torbido e nascondere il problema vero. Insomma, non preoccupatevi, il petrolio sta per finire ma l'idrogeno è lì dietro l'angolo. In parte sarà anche questo, ma non credo che sia spiegabile solo così l'enorme numero di persone che lavorano, anche seriamente, nel campo.
E quindi credo si tratti di un fenomeno diverso: l'idrogeno consente di arrivare a un mondo basato su energie rinnovabili per piccoli passi concettuali, ciscuno dei quali semplice da capire. Ciascuno ha anche costi nascosti, ma basta non dirli. In breve, si tratta di un'inerzia psicologica, che ci porta a desiderare e considerare attraenti le soluzioni "business as usual".
Sottolineo, a scanso di equivoci, che penso esistano possibilità di uso serio dell'idrogeno. Non voglio demonizzare questa tecnologia, solo voglio capire come mai la gente è disposta a spendere e sperare in una ipotetica "auto ad idrogeno", che costera' sempre uno sproposito, quando oggi esistono e funzionano auto elettriche con le stesse prestazioni, efficienze molto migliori, nessun grosso problema tecnologico (es. per creare una rete di distribuzione dell'idrogeno, la rete elettrica esiste già) e costi decisamente migliori.
Le auto a gas oggi esistono, e sono sostanzialmente uguali a quelle a benzina. Il gas è qualcosa che capiamo, usiamo, ci si riscalda, ci si produce energia elettrica, e inquina relativamente poco (più di quanto si voglia far credere, comunque). Sostituire un gas con un altro, che inquina pure meno, è un passo sensato e logico. Non si deve capire nulla, e tutto rimane esattamente o quasi come prima.
Ma l'idrogeno non esiste in natura. Questo è un passo che buona parte della gente non ha fatto, ma per chi lo fa ci sono soluzioni pronte. Gli idrolizzatori sono apparecchi relativamente semplici, l'elettrolisi dell'acqua la si impara in qualsiasi scuola superiore ad indirizzo tecnico-scientifico, e alla fine il messaggio, rassicurante, è che l'idrogeno te lo puoi fare pure a casa, se vuoi. Chiaramente non sarà così, ci sarano fabbriche di idrogeno da qualche parte, ma si può fare, e usando energie "pulite". Sai che potresti far tutto da te, senza i cattivi delle multinazionali. Meglio della benzina, che il pozzo di petrolio in giardino non lo puoi perforare.
A questo punto abbiamo già un quadro che per la persona media è quello del "problema risolto": si fa idrogeno con energie rinnovabili, che sono gratuite, e quindi l'idrogeno dovrà costare per forza poco. E lo si usa dovunque oggi si usa il gas: per cucinare, scaldare, far andare la Pimpra turbo 16V alimentata a gas.
Il politico piu smaliziato però comincia a farsi due conti di rese energetiche, magari grazie alla pulce nell'orecchio di qualche fisico disfattista. E allora scopre che la cosa non funziona poi tanto bene, l'idrogeno non solo non è una sorgente, è uno spreco enorme di energia. Il produttore di auto, che deve prepararsi ad affrontare il cliente che vuole la suddetta Pimpra, prova a dimensionare il serbatoio, e scopre che deve occupare i sedili posteriori per dare un'autonomia dignitosa. Come fare? Servono soluzioni drasticamente nuove, fuel cell, sistemi di stoccaggio in assorbitori, ecc. La Pimpra Hydrogen assomiglia sempre di più ad un'auto elettrica, e costa sempre di più.
Il problema è che una volta imboccata quella strada, per arrivare a un'auto a gas con un gas diverso, lasciando tutto uguale, non si torna facilmente indietro. E sostituisci tutto lasciando solo il gas.Ma se proponi il passo diretto verso l'elettrico la gente storce il naso. Un'auto elettrica è il quadriciclo usato per scarrozzare i clienti dell'albergo a 30 all'ora, non certo la Tesla Roadster (che per inciso costa meno di un'auto a fuel cell). Alla fine del percorso "idrogeno" arriva comunque ad un'auto elettrica, ma comunque la alimenta ad idrogeno, cosa c'è dentro il cofano non li riguarda troppo, e comunque a furia di piccoli passi non se n'è accorto nessuno.
Etichette: Idrogeno, veicoli elettrici
mercoledì, agosto 01, 2007
Conto energia: %%£%$&&!!!!
Questa ve la passo senza altro commento che ?/)%$%^!!!
http://www.gsel.it
NUOVO CONTO ENERGIA: ESAMINATE LE PRIME CENTO RICHIESTE
20/07/2007
L'esame delle prime cento richieste di accesso agli incentivi previsti dal nuovo Conto energia per il fotovoltaico, ha evidenziato che la maggior parte delle domande non è risultata idonea per il riconoscimento della tariffa. Ricordiamo che nel caso in cui la richiesta risulti incompleta o presenti inesattezze tecniche, il GSE sospende la pratica richiedendo l'ulteriore documentazione necessaria. In questo caso il titolare dell'impianto ha 90 giorni di tempo per integrare la richiesta con la documentazione precisata del GSE, pena l'esclusione dall'incentivazione. Al fine di evitare gli errori più frequenti riscontrati, si raccomanda di seguire le seguenti indicazioni:
- la richiesta di tariffa incentivante, la scheda tecnica finale d'impianto, la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà e l'eventuale richiesta del premio abbinato al risparmio energetico devono essere presentate su modelli stampati direttamente dal portale del GSE ( https://fotovoltaico.gsel.it) e firmate in originale;
- la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà deve essere autenticata da un notaio, cancelliere, segretario comunale, dal dipendente addetto a ricevere la documentazione o altro dipendente incaricato dal Sindaco.
- la documentazione finale di progetto deve contenere almeno una relazione generale, schemi di sistema e planimetrici dell'impianto, elaborati grafici di dettaglio che consentano di classificare l'impianto in una delle tipologie descritte all'art. 2 comma 1 lettere b1), b2), b3), e con riferimento per le medesime lettere b2), b3) a quelle specifiche di cui agli allegati 2 e 3 del Decreto Ministeriale del 19 febbraio 2007.
- il certificato di collaudo, da presentarsi in originale, deve attestare i risultati delle prestazioni dell'impianto. Tale obbligo è esteso a tutti gli impianti, non solo a quelli con potenza superiore a 50 kWp, come prescritto dai precedenti decreti ministeriali.
Segnalazione di Francesco Meneguzzo. Ulteriori &%$&%%£!! li trovate a:
Arrivano questi moduli?
Sono arrivati i moduli!
Ancora moduli!
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