lunedì, giugno 30, 2008
L'assalto alla ragione

Uno dei miei ricordi della televisione in bianco e nero di non tantissimi anni fa era "Tribuna Politica". Trasmissione che appariva in un orario che oggi chiamiamo "prima serata" e che causava l'immediato cambiamento di canale già nell'epoca (a partire dal 1961) in cui di canali ce n'erano soltanto due e lo "zapping" era concetto del tutto sconosciuto. Più tardi, i canali salirono a tre, e - per un certo periodo - il governo imponeva "tribuna politica" a reti unificate. Il mugugno era generale ma la gente era già sufficientemente assuefatta alla TV da non riuscire a fare altro che sorbirsi un'oretta di primi piani dei faccioni dei politici dell'epoca.
Con la liberalizzazione delle televisioni, le cose cambiarono. A quel tempo, ci parve che le televisioni private avrebbero portato una ventata di novità e di dibattito rispetto alla televisione di stato che ci imponeva le tanto noiose chiacchere dei politici a reti unificate. Ma le cose non andarono così. Il sistema televisivo in Italia si è sviluppato secondo una linea completamente diversa secondo il concetto che negli Stati Uniti si chiama "infotainment"; dall'accoppiamento dei termini "information" e "entertainment" (intrattenimento). Nel nuovo stile, l'informazione deve essere gradita dagli utenti con gli stessi criteri dei programmi di intrattenimento. Ovvero, viene gestita con la stessa filosofia di tutti gli altri programmi TV: un contenitore di pubblicità. Questo ha trasformato l'informazione pubblica in qualcosa che segue le stesse regole della trama dei film di Hollywood: trova il cattivo, picchialo o ammazzalo, dopo di che tutto andrà bene.
In questo stile di informazione, ogni sfumatura sparisce, ogni disaccordo è inquadrato in uno schema "bianco-nero" dove il dissenso critico finisce schiacciato senza nemmeno potersi lamentare di essere ignorato. Brevi flash di 30 secondi con aggiornamenti drammatici; apparizioni dei politici sufficientemente brevi per non farli apparire noiosi; apparizioni dei vari esperti che commentano, sempre per 30 secondi. E poi "rimanete con noi per i prossimi aggiornamenti". Segue pubblicità. Il tutto spezzettato, miscelato, riarrangiato in uno spezzatino dove tutto acquisisce la stessa scala di importanza: sparisce la differenza fra guerre planetarie e amori dei ricchi e dei famosi.
Il modello "infotainment" è tipico della televisioni americane. Da noi, l'informazione risente ancora un po' dello stile dei vecchi telegiornali, rigidi e impacchettati. Ma ci stiamo adeguando rapidamente: anche da noi i notiziari stanno rapidamente diventando una zuppa di flash di 30 secondi dove si parla di tutto e non si capisce niente. I telespettatori italiani stanno diventando anche loro quel tipo di "couch potato", la "patata seduta su un divano" che è il termine con il quale sono definiti spesso i telespettatori americani
E' di questa degenerazione dell'informazione che Gore discute nel suo libro "L'Assalto alla Ragione". Gore è un politico consumato e non usa il termine "patata da divano", ma va lo stesso al cuore del problema. Come è possibile un dibattito informato, la base della democrazia, quando il dibattito è stato reso l'ombra di se stesso da una tecnica di trasmissione che impedisce ogni approfondimento critico?
Il cruccio di Al Gore è soprattutto riguardo al suo tema preferito: il riscaldamento globale. Come è possibile prendere delle decisioni razionali su un argomento così complesso se al pubblico non vengono presentate, non diciamo le basi scientifiche, ma nemmeno i termini elementari del problema? Il dibattito sul riscaldamento globale negli Stati Uniti è un esempio classico di come un apparente "democrazia" nel dibattito serva solo a dare una sverniciata di rispettabilità a una fazione che è soltanto l'appendice politica di una serie di lobby finanziarie e commerciali che non vogliono che si prendano provvedimenti in proposito. Da qui, nasce un dibattito pieno di furia e rumore, che non significa niente.
Ma quello che fa più orrore su questa storia è vedere come sia il pubblico stesso a essere stato sottomesso in una condizione di ignoranza abissale. Ne fa fede un semplice fatto: sulla questione del riscaldamento globale, negli Stati Uniti il pubblico si divide in modo nettissimo secondo la linea politica tradizionale. I repubblicani non credono al riscaldamento, o comunque non credono che sia opera dell'uomo, mentre i democratici credono il contrario. La gente non è in grado di capire i termini di un dibattito scientifico. Lo assimila a un dibattito politico o a una trasmissione di intrattenimento senza rendersi conto di essere di fronte a un dibattito sulla nostra stessa sopravvivenza. Sopravvivere non è un concetto di destra o di sinistra e trovarsi di fronte a una scelta del genere ha poco a che vedere con i sondaggi dei programmi della domenica pomeriggio.
Lo stesso avviene per una serie di altri dibattiti e avviene altrettanto bene sia in Italia come negli Stati Uniti. E' tradizionale suddividersi in destra e sinistra per dibattiti prettamente politici: per esempio sulla questione della rappresentanza o su quella della distribuzione della ricchezza. Ma non va bene usare gli stessi metodi per discutere di questioni tecniche dove va sempre a finire che è la lobby più potente al momento a vincere. Vedasi la questione nucleare/rinnovabili che, in Italia, sta prendendo una preoccupante connotazione politica in termini di destra/sinistra. Eppure, neutroni e fotoni non sono di destra o di sinistra.
Quello di Al Gore è un libro di accorata denuncia che vale la pena di leggere. Ma, allo stesso tempo, è un libro sconfortante. Il degrado dell'informazione pubblica è arrivato a livelli irreversibili e - come nel vecchio detto Zen - non c'è buca che non si possa fare più profonda scavando. Molti di noi hanno fiducia nell'internet dove, in effetti, si trova anche della buona - a volte eccellente - informazione. Ma l'internet è il caos più assoluto di buono e di cattivo, con una netta prevalenza del cattivo. Per orizzontarsi, occorrerebbe un minimo di preparazione culturale che, putroppo, le patate da divano sembrano aver perso ormai da lungo tempo.
Molto di quello che stiamo vedendo succedere ultimamente al mondo sembrerebbe un tentativo di traformare le incertezze insite nel mondo reale nelle certezze tipiche del mondo virtuale televisivo. Sfortunatamente, il mondo reale, pur con tutte le sue incertezze e spiacevolezze, ha una sua ruvida solidità che lo rende normalmente vincitore (perlomeno a lungo andare) nello scontro col vellutato e soffuso mondo televisivo.
Siamo ancora in tempo a tornare in contatto con la realtà? Al Gore, nel suo libro, sembra fiducioso ma, purtroppo, può darsi che nello scontro fra la realtà e il mondo di fantasia qualcuno si faccia male. Speriamo di cavarcela senza troppi danni.
Etichette: riscaldamento globale
domenica, giugno 29, 2008
Analisi sulla Scelta Energetica
Guest-Post di Nazzareno Gottardi
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ANALISI SULLA SCELTA ENERGETICA
Di Nazzareno Gottardi
Nazareno Gottardi: Laureato in Fisica all’Università di Milano è nato nel ’41 (Milano) e vive in Lussemburgo. Ha un esperienza nucleare (fissione e fusione termonucleare) di quasi mezzo secolo. Ha svolto ricerche nei due campi al Politecnico di Milano, al Max Planck Institut für Plasma Physik und Extraterrestrische Physik di Garching (Germania), alla General Atomics, per la macchina Tokamak da fusione termonucleare ”DIII.D”, di S. Diego (California - USA) ed al Tokamak “JET” (Joint European Torus) del progetto di fusione termonucleare della Commissione Europea a Culham (Gran Bretagna). All’Euratom (Commissione Europea) si è occupato per 12 anni di salvaguardia nucleare degli impianti dei Paesi dell’UE, in particolare come responsabile del gruppo d'ispezione dei reattori di Francia, Inghilterra, Olanda e Spagna. Parallelamente all’attività di ricerca é stato insegnante in corsi di specializzazione post-universitaria e titolare, come professore a contratto, del corso di “Diagnostiche per macchine da fusione termonucleare” del Politecnico milanese.
Queste riflessioni sono state generate come reazione ad una dichiarazione alla stampa fatta da Luigi Paganetto, presidente dell’ENEA il 10 aprile scorso, e lasciate decantare ma ora, dopo il recente annuncio dell’onorevole Scajola, sull’auspicato ritorno al nucleare, penso che sia mio dovere esternarle, anche se nel contenuto non porteranno molto di più di altre reazioni simili. Credo però che in queste mie note ci sia un elemento che ho trovato rarissimamente nei dibattiti economici e tecnici sull’energia: la morale.
Conoscendo l’abituale reazione a quando si parla di morale e/o religione ho comunque deciso di rischiare il ridicolo, ma di aggiungere questo ingrediente anche quando parlo di energia perché ritengo che la situazione dell’Umanità sia grave. Considero infatti che per certi aspetti, se si fanno i debiti raffronti storici, ci si ritrova in una situazione di equilibrio instabile simile a quella precedente le due guerre mondiali. Nella presente situazione l’energia costituisce il fulcro dell’instabilità economica che, a causa della persistente pressione di gruppi internazionali di interesse finanziario, che hanno come solo obbiettivo il loro profitto materiale, incuranti della sofferenza della maggior parte degli esseri umani, può rovesciare il sistema da un momento all’altro e coinvolgere tutti in un nuovo conflitto globale.
Una grande differenza però con quell’epoca è che da più di 60 anni viviamo miracolosamente nell’era nucleare con un arsenale, che nel frattempo, ha raggiunto le 27 mila testate nucleari o termonucleari (Laurence Krauss: Closer to Armageddon. New Scientist. 17.02.2007 p. 18.) una parte delle quali superano i 50 megaton (milioni di tonnellate di TNT) di potenza distruttiva. Abbastanza da far apparire, in confronto, la tanto temuta bomba iraniana un “petardo” (comunque sia, sempre da una ventina di chilotonnellate di tritolo!). Personalmente, alla luce di fatti recenti della nostra storia, dove i più dei possessori di quelle armi usano, invece della morale, la politica del “dopo di me il diluvio!”, non mi sento di credere a nessuno di essi circa la promessa che non saranno utilizzate e quindi temo che più che il “terzo” questo possa essere l’ultimo conflitto mondiale.
Non possiamo permetterci che per l’egoismo e l’ambizione di pochi, l’intera Umanità paghi. Può darsi che il fatto che io, con più di 47 anni di esperienza di nucleare (fissione, fusione e salvaguardia), dia questo tipo di allarme susciti il dubbio di un effetto di senescenza. Spero però che qualcuno veda invece la probabilità, tutt’altro che nulla, che io e qualche altro si diventi delle Cassandre. Se ciò avverrà sarà ovviamente troppo tardi.
Per evitare ciò bisogna che il problema energetico sia risolto “subito”ed in modo soddisfacente per tutta l’umanità in modo che esso smetta di essere un pretesto pericoloso. Ecco perché propongo che tutti coloro che anche marginalmente vengono ad essere coinvolti nella questione energetica abbandonino qualsiasi impulso di interesse personale (che può spaziare dal profitto economico, al potere politico ed anche all’orgoglio scientifico) per una scelta morale a favore di tutta la comunità umana. Con questo non voglio dire che questo concetto debba essere relegato al problema energetico. Tutt’altro, basta nominare: sfruttamento delle risorse in generale, l’acqua, il cibo, l’ambiente, medicina, bioingegneria e genetica, etc....
Venendo alla dichiarazione del Professor Paganetto, dopo aver riflettuto trovo che, tutto considerato, sia positiva per la chiara intenzione di stimolare l’ambiente scientifico italiano alla ricerca nel campo nucleare e, quindi, in generale in altri domini ad alto contenuto tecnologico. Ciononostante non la condivido sui punti che andrò analizzando qui sotto. Se si osserva il dibattito sulla crisi energetica ed ambientale con un certo distacco si vede che, mentre sono tutti d’accordo che il problema è l’energia, gli argomenti addotti dai più, a parte le poche eccezioni degli “ambientalisti sinceri”, per la scelta del tipo da adottare sono per lo più accentrati su: quanto costa, che influenza avrà sull’economia, quanto è tecnicamente migliore, quanto è utile al nostro gruppo finanziario, alla nostra industria, alla nostra ricerca scientifica, e simili. Tutti hanno una soluzione da proporre e ragioni ben precise per suffragare le loro tesi. Resta da vedere quante di esse siano veramente indirizzate a risolvere il problema in modo che sia di vantaggio alla maggioranza degli esseri umani ed al Pianeta.
Se evitiamo di prendere in considerazione visioni poetico-filosofiche che vedono la Terra, esseri viventi di ogni specie inclusi, come una mitica creatura (Gaia?) e la consideriamo nel suo aspetto più materialistico, come corpo siderale fluttuante nello spazio, ci si può subito dimenticare del problema del nostro pianeta di per se stesso, poichè, qualunque sia la temperatura che esso raggiungerà o per quanto piccola diventerà la superficie delle terre emerse, esso sopravviverà fino a quando, tra qualche miliardo di anni sarà inghiottito dalla nostra stella. Il guaio è che a bordo di questo pianeta, una sorta di bioastronave, c’è il genere umano che, come ho accennato più sopra, può scomparire da un momento all’altro. Il problema della scelta della sorgente di energia ideale quindi, è essenzialmente umano e qualsiasi soluzione deve essere rapida e sufficientemente “abbondante” per garantire il futuro benessere di tutti.
Ecco quindi che bisogna aggiungere alla lista degli argomenti obbiettivi del dibattito energetico, quelli del tempo e della disponibilità entrambi imposti sia dall’enorme crescita della domanda di energia da parte di noi classici utilizzatori occidentali che quella delle nuove rapide “economie” rampanti ed anche di quella parte di essa che bisognerà finalmente dare al resto del mondo che non ha mai avuto niente.
Ma c’é ancora un altro argomento di valutazione della scelta della sorgente energetica a cui pochi pensano o non vogliono considerare: la morale.
L’umanità per vivere deve supplire ad alcune necessità materiali di base come aria, acqua, cibo etc. Poter soddisfare queste necessità è un un diritto fondamentale per tutti, senza distinzione di razza, genere e credo. Negare ad un essere umano l’accesso a questi diritti è immorale. Ne consegue quindi che qualsiasi azione volta all'approvvigionamento dell’energia, che è la principale necessità di base dell’Umanità, deve essere guidata dalla morale. Morale di una religione o di un’altra o laica poco importa, importante é che il rispetto delle sue regole garantisca la sopravvivenza ed il benessere dell’Umanità.
Per quanto stonata suoni questa affermazione in un contesto che sembra puramente tecnico-economico è la sola che indichi una via che permetta di prendere decisioni immediate in momenti critici come l’attuale dove, ripeto, i fattori tempo e disponibilità ci impongono di non tergiversare lasciandoci coinvolgere in futili dispute che possono solo giovare a piccoli potenti gruppi che continuano a controllare questo bene universale.
Per inciso: forse è superfluo, perché chiaramente sottinteso, ma preferisco sottolineare espressamente, che con quello che si sa sui danni ambientali ed altro e sapendo con certezza dell’esistenza di altre fonti di energia, pulite e, sulla scala temporale umana, praticamente inesauribili, il continuare l’uso del fossile (carbone e petrolio) come fonte di energia è assolutamente immorale.
Il fattore tempo è importante per tutti coloro che credono nell’umanità come un corpo dinamico che si sviluppa di generazione in generazione lungo l’asse dei tempi e non soltanto un’entità limitata alla nostra breve esistenza. Con questa idea in mente si vede la necessità di agire immediatamente non solo perchè sulle generazioni future peseranno le conseguenze climatiche e perchè ad esse non rimarrà neanche una goccia della preziosa materia prima, “petrolio”, che ostinatamente continuiamo a bruciare, rassicurati da questa o quella notizia sul ritrovamento di nuovi giacimenti, ma anche perché il perdurare della situazione mondiale degli ultimi sette anni, potrebbe condurre ad un conflitto di proporzioni gigantesche per l’accapparramento delle risorse energetiche. E questo, sarebbe veramente un atto di estrema assurda immoralità se si considera che “là fuori” c’é energia solare (diretta od eolica) pulita a portata di mano per migliaia di volte di più di quella che l’umanità necessita.
Con essa si risolverebbe quindi non solo il problema della disponibilità, ma anche la questione morale, poichè, grazie all’abbondanza ed alla “relativa facilità di approvigionamento”, finalmente il suo impiego può favorire tutti gli esseri umani. Tornando al tempo: sappiamo benissimo che si dovrebbe produrre energia solare subito, ma è materialmente impossibile... è già tardi, perché ci vorranno comunque decenni per completare tutti gli impianti che ci permettano di rovesciare la dipendenza dal combustibile fossile. Certo è che si deve cominciare immediatamente e su ampia scala.
Rispetto ad altre fonti infatti, come per esempio le centrali nucleari, che devono essere essere fornite in unità complete che richiedono lunghi periodi di costruzione e sono basate su tecnologie speciali, l’energia solare (fotovoltaica o a concentrazione) ha il vantaggio della crescita continua o modulare su piccola e/o grande scala. Vale a dire che, se per esempio, ci si riferisce alla raccolta mediante captatori fotovoltaici, si può cominciare immediatamente partendo da piccole aree e continuare a costruire le successive, mentre si utilizzano quelle già pronte, parte per alimentare il consumo pubblico e parte per fornire energia per la costruzione dei moduli successivi. Inoltre, poiché il knowhow è di dominio pubblico, essa sarebbe alla portata di tutte le Nazioni, anche a quelle con limitate conoscenze tecnologiche; esse sono normalmente le più povere e, guarda caso, con enormi disponibilità di terre aride.
Se un giorno la ricerca scientifica ci darà nuovi captatori più efficienti, non si farà altro che installarli direttamente e/o sostituire quelli più vecchi, quando questi avranno esaurito la loro funzione. Quelli attuali sono facilmente disponibili e, sebbene con un massimo di efficienza di conversione solare-elettrico del 15%, sono “più che sufficienti” per soddisfare le necessità globali giocando sull’aumento di superficie esposta: l’abbondanza dei territori utili per la raccolta di questa energia è infatti, enorme, anche escludendo i grandi deserti che ovviamente potrebbero risolvere il problema all’eccesso.
Non faccio mistero che, se nel proiettarmi sulla visione di un lontano futuro, nel mio concetto di soluzione energetica penso essenzialmente all’Umanità come ad un tutt’uno, non mi proibisco di preoccuparmi anche della realtà europea e di quella italiana. Prediamo appunto il caso del nostro Paese: secondo le statistiche fornite dai nostri ministeri all’ONU, nel sud e nelle isole abbiamo 16000 km2 di zone aride e semiaride.
Con calcoli che mi sembrano abbastanza ragionevoli si può valutare che, con le favorevoli costanti di insolazione alle loro latitudini, per ogni 100 km2 coperti con il materiale PV attuale ci si può aspettare una produzione di energia elettrica continua equivalente a quella prodotta da una centrale da un GWel . Questo dato tiene anche conto dello stoccaggio temporaneo di idrogeno od altro vettore energetico per compensare mediante riconversione la periodicità e variabilità di questa fonte. Per tutto il territorio nominato si potrebbe ottenere quindi l’equivalente di160 GWel di potenza continua installata. Naturalmente se si usano parametri più ottimisti, nuovi tipi di captatori ed impiego diurno diretto dell'elettricità per attività macro-energivore (esempio: industria pesante e fonderie) essi potrebbero aumentare considerevolmente. Questa produzione, come vedremo tra poco, potrebbe coprire il fabbisogno nazionale.
Tutto ciò è sicuramente alla portata delle nostre conoscenze, essenzialmente di fisica dello stato solido ed elettrotecnica di base, e delle nostre capacità tecniche ed industriali poiché si tratta di carpenteria metallica leggera per le strutture o pesante quando si passa alla costruzione di compressori, di turbine ed alternatori che fa comunque parte del nostro bagaglio tecnico (qui sto parlando del nostro Paese).
Ben diverso è il caso del nucleare: una tecnologia stupenda ed utile se non ci sono altre alternative come è il caso ora nella fase di transizione tra il passato fossile e l’inevitabile futuro alternativo. La realtà infatti è che nel mondo ci sono circa 400 centrali che contribuiscono a circa il 16% della produzione di elettricità nel mondo.
È quindi buona cosa utilizzarle e, poiché per quanto lentamente dovranno essere chiuse per vecchiaia, mentre il traguardo di funzionamento a sola energia alternativa è ancora piuttosto lontano, a causa dei freni imposti essenzialmente dal “business del fossile”, il “buonsenso nucleare” suggerisce che,sarebbe bene rimpiazzarle. Rimpiazzarle con cosa? La mia proposta è di sostituirle con centrali che usano nuovi reattori PWR, ma ancora della cosiddette generazione II o III, che sono tra le migliori in Europa, e non quelli della IV generazione, ancora in stadio di sviluppo.
Qui sta quindi un punto di dissenso dalla dichiarazione del presidente dell’ENEA secondo la quale se l’Italia rientrando nel nucleare non si dedicasse a questa nuova tecnologia, che promette più “efficienza e più sicurezza” (l’enfasi è mia), si rischierebbe di produrre centrali che sarebbero “obsolete nel giro di vent’anni”. Secondo me, supposto che ci si possa mettere a fabbricare centrali nucleari a spron battuto per essere pronti a sostituire il combustibile fossile per il 2050 la soluzione più pratica sarebbe quella di costruire proprio quelle centrali che “tra vent anni sarebbero obsolete”. Questo per due motivi: il knowhow tecnico e le capacità industriali sono ancora a disposizione (anche se non direttamente in Italia) e, soprattutto, perché con almeno 6000 anni-reattore di esperienza della II generazione è la soluzione più “sicura”. Nel frattempo si può anche continuare a costruire e sviluppare i reattori della III e III + (per intenderci il tipo EPR), perché con le loro caratteristiche dichiarate non si discostano di molto da quelle della precedente, mentre avranno certamente una migliore efficienza. La loro temperatura, per esempio, rimane sempre molto al disotto del punto critico di 373°C e non è molto lontana da quella di una vecchia locomotiva. Una situazione completamente diversa si presenta con i reattori della IV generazione. Per ragioni di spazio non posso qui enumerare le caratteristiche dei sistemi presentati, per esempio, nel documento del DOE (A Technology Roadmap for Generation IV Nuclear Energy Systems: US DOE Report GIF-002-00.) dove tra l’altro vengono definiti “più promettenti”. Essi avrebbero efficienze superiori a quelle della generazione precedente e la maggior parte di essi, essendo autofertilizzanti permetterebbero di prolungare l’utilizzo del combustibile nucleare al di là della fine dell’U235.
Mi limito a segnalare soltanto che, mentre mi trovo abbastanza propenso ad accettare, purché sia dotato di una statistica soddisfacente di “assenza di incidenti”, uno di essi, il modello SCWR , Supercritical-Water-Cooled Reactor, il cui circuito primario viene raffreddato ad acqua che all’uscita si trova in condizione di supercriticità con una temperatura di di 510°C, mi oppongo a tutti gli altri, perché ritengo che siano tutti al limite delle conoscenze acquisite della tecnologia mondiale attuale.
Ne cito soltanto uno, il VHTR, Very-High Temperature Reactor, che è un reattore veloce (per intenderci come lo era il vecchio Phénix) da cui differisce per il raffreddamento ad elio e non al sodio, ma che marcia a temperature superiori ai 1000 °C! L’acciaio ad ottocento gradi emette una luce color rosso cupo ed a 1000°C è di un bell’arancione. Non vedo proprio la necessità di mettere uranio in macchine funzionanti a quella temperatura anche se ci generano la metà del plutonio necessario per alimentare un secondo reattore. Io certamente, pro nucleare convinto (se non c'è altro), sarò sempre scettico! Questa macchina viene propagandata sia per la supposta altissima efficienza nel produrre energia elettrica, anche > 50% rispetto a “solo” 32-35% dei vecchi PWR, che per la sua capacità di produrre “idrogeno”: la parola magica che dovrebbe presentare questo “Mostro”come valida alternativa..... alle energie alternative.
Per controbattere l’assurdità di questa tesi ricordo solo che l’idrogeno prodotto con un reattore nucleare, in contrasto con quello prodotto, per esempio con l’energia solare, inquinerà termicamente il pianeta mettendo in circolo con il sistema di raffreddamento una quantità di energia molto più grande di quella immagazzinata e contribuirà all’inevitabile produzione di scorie radioattive. Un bilancio assolutamente negativo.
Si ha il sospetto che tali proposte vengano fatte con l'intento di mantenere la produzione di energia del dopo-petrolio nelle mani del pugno di Nazioni che hanno la conoscenza tecnologica per gestire, a rischio, tali macchine. L’espressione “sistemi più promettenti”, infatti, che compare nel documento citato significa che questi reattori sono ancora in fase di ricerca. Nonostante le dichiarazioni di “sicurezza”, quando uno di questi modelli potrà fornire una “sufficiente” garanzia basata sul funzionamento reale, il petrolio sarà probabilmente finito da qualche decennio. Questo detto però non mi impedisce di trovare positiva la proposta del presidente dell’ENEA che i nostri ricercatori si dedichino allo studio di questo tipo di reattori che certamente, purtroppo, verranno costruiti in altre nazioni.
L’importante è che nel nello sviluppare ed/od acquisire questo speciale know-how nucleare, che comunque potrà avere una ricaduta positiva sulle nostre conoscenze scientifiche, essi non pesino sulle casse della nostra ricerca con un anacronistico impianto sperimentale. Spero soprattutto che non si finisca per far da cavie comperando una simile centrale che, anche se dichiarata collaudata, rimane un esperimento per quanto riguarda la sicurezza.
Certo l'U235 finirà presto ed il Pu239, come sottoprodotto dei LWR, anche ma c'è certamente la tecnologia bene e lungamente sperimentata e “non a rischio” dei CANDU che funzionano normalmente ad uranio naturale con acqua pesante come moderatore (HWR). Essi possono anche produrre e/o consumare plutonio, ma soprattutto possono fertilizzare il Th232 ad U233 prolungando la durata del combustibile nucleare di altre migliaia di anni senza passare per i reattori veloci. Nel campo dei reattori fertilizzanti c’è anche la possibilità reale (sebbene remota per ora) di produrre gli stessi combustibili menzionati per il CANDU con i reattori ibridi fusione-fissione a cui accennerò più sotto.
Ora, mantenendomi sul favorevole per la provvisoria sostituzione dei vecchi reattori con quelli della III generazione per quelle Nazioni che ne dispongono, quanti ne dovremmo far costruire perché l’Italia possa staccarsi dalla dipendenza dal combustibile fossile per produrre energia elettrica? Secondo alcune statistiche, avremmo bisogno grosso modo di 45 GWel di potenza installata. Questo vorrebbe dire che, trascurando l’eventuale aumento della domanda, da qui al 2050 avremmo bisogno di almeno 40 centrali, vecchia generazione, o qualcuna di meno se si produrranno quelle della III generazione.
Se poi si volesse sostituire il fossile anche per trazione, riscaldamento etc. via idrogeno od altro vettore energetico, senza prendere in considerazione le perdite termodinamiche per la produzione di detto vettore, avremmo bisogno di un’ulteriore iniezione di 220 GW, vale a dire circa 190 centrali.
Tornando agli EPR, che non sono ancora in funzione a causa del tempo di progettazione, dell’iter amministrativo per l’accettazione pubblica e della costruzione vera e propria dei prototipi, anche se per i successivi il tempo di realizzazione si riducesse a quello delle centrali con reattori della vecchia generazione sarà sempre dell’ordine di qualche anno.......
Non credo che nessuno potrà sostenere che nel nostro Paese, dopo decenni di stillicidio antinucleare con conseguente decimazione di ingegneri, tecnici e maestranze qualificate si sia in grado di raggiungere questo obbiettivo. A chi proponesse di far costruire queste centrali all’estero dove la situazione ingegneristica ed industriale in questo settore è decisamente migliore (grazie anche all’impiego di molti nostri scienziati e tecnici) si ricorda che il problema della conversione energetica è globale. Con rapidi calcoli si ha che per soddisfare le necessità mondiali, senza prendere in considerazione lo sviluppo rapidissimo delle potenze industriali emergenti, si ha bisogno di più di 13.000 reattori. Centrale più, centrale meno questi sono dati difficilmente confutabili. Bisognerebbe costruire un reattore al giorno.
(Le due frasi che seguono tra virgolette facevano anche parte delle riflessioni dell’aprile scorso. Le ho lasciate sottolineate perché, dopo la proposta governativa di ritorno al nucleare, sono quelle che mi hanno stimolato a render pubbliche queste idee).
“È evidente che la fissione, per quanto migliore sia tra i fornitori di energie non rinnovabili, non è la soluzione. Spero che i responsabili della nostra economia non si lasceranno tentare di dire alla popolazione il contrario”
Anche l’eventuale argomento che il nucleare costi meno del solare non regge più perché, essendo l’energia un diritto fondamentale, dovrebbe essere garantita dalla comunità. Come tale i confronti fra i diversi sistemi di produzione non devono essere fatti valutando i costi ed i profitti in denaro, che dipendono da fattori essenzialmente di mercato, ma in puri temini energetici usando il rapporto EROEI (Energy Return On Energy Invested). Purtroppo anche questo criterio, che per me è il più morale, si presta a manipolazioni. Bisogna quindi verificare la sorgente di questo calcolo. Nel caso del nucleare per esempio io sono convinto che sebbene sia migliore di quello delle energie fossili (Energia Nucleare: Una Soluzione?) non è certamente superiore a quello del solare fotovoltaico e, questo, nell’ipotesi di non avere incidenti basandosi sul positivo ruolino di marcia dei reattori della presente generazione. Chi potrebbe altrimenti, calcolare a priori il “prezzo in energia” della rimessa in sesto dell’ambiente a seguito di un incidente nucleare che invece, per sua natura, il solare non avrà mai?
Un’altra leggera critica alle dichiarazioni del Presidente dell’ENEA riguarda l’entusiasmo per la fusione termonucleare rappresentata dal progetto ITER, che a suo tempo era stato il simbolo di una nuova epoca di cooperazione mondiale alla fine della guerra fredda. È triste vederlo presentare, dopo oltre un decennio di boicotto da parte di "certe Nazioni" e conseguente ritardo sulla sua partenza, come la soluzione energetica globale quando si sa già che realisticamente non sarà pronto prima di 20 anni. Penso che sia utile ricordare che si tratta di un esperimento intermedio, una macchina che se tutto va bene avrà un Q (rapporto tra la potenza prodotta dalla fusione e quella immessa dall’esterno per scaldare il plasma) di 10, ancora piuttosto lontano da quello di un reattore di potenza.
Visti gli antecedenti della ricerca sui Tokamak di potenza non è difficile prevedere che ci vorranno altri 25 anni prima di avere il primo reattore, Demo, e molto di più, prima di avere un vero reattore produttore di energia. Con il Q aumentano i problemi legati all’enorme flusso di particelle verso la prima parete della macchina e che, anche tralasciando il problema della generazione di impurezze che raffreddano il plasma, la sottopongono a stress sconosciuti a qualsiasi altro materiale finora prodotto.
Detto questo devo quindi aggiungere che, mentre si è quasi certi di un successo per una Tokamak a basso Q come ITER rimane comunque il dubbio se veramente la scienza dei materiali farà nei prossimi decenni un salto di qualità sufficiente per darci il materiale adatto per costruire la prima parete di un vero reattore di potenza, con un Q > 30, che possa resistere a quei flussi per qualche anno di funzionamento regolare.
Certamente (per me) questo materiale non ci sarà comunque quando si arriverà all’Ignizione, il sogno di tutti gli addetti ai lavori. Essa corrisponde alla situazione in cui il plasma viene riscaldato direttamente dalle particelle alfa generate dalla fusione senza iniezione di energia dall’esterno. Questa condizione,tuttavia, non è necessaria per avere un reattore di potenza redditizio. Quello che pochi sanno però è che una macchina a fusione a basso Q sarebbe già sufficiente per diventare un generatore di energia nucleare di potenza se la si ricoprisse con un opportuno mantello (blanket) contenente per esempio U238.
Un tale congegno viene chiamato “reattore ibrido fusione-fissione” (vedi figura all'inizio) in cui i parametri della parte fusione sono molto simili a quelli di ITER. Ne accenno perché in questi giorni, sull’”onda nucleare”, da più parti vengono proposti, o riproposti sotto nuovi nomi, progetti di reattori già esaminati nel passato e che, vista l’urgenza attuale di produrre energia, e.... pulita dovrebbero restare solamente a livello di informazione accademica.
Un reattore ibrido fusione-fissione costituisce un dispositivo nucleare formato da una sorgente di neutroni (il reattore a fusione stesso) ed un mantello (blanket) contenete per esempio U238. Esso si comporta come un moltiplicatore della sorgente di neutroni ad alta energia provenienti dal plasma della fusione che agiscono sull’U238 contenuto nel mantello sia producendo fissioni, e quindi nuovi neutroni, sia per mantenere la reazione energetica, che per procedere alla trasformazione dell’uranio in Pu239.
L’idea della sua costruzione data dal 1955, agli albori della fusione, con Lawson, quando Q=1 era ancora un sogno. È stato riproposto da Bethe nel 1979 (H.Bethe: The Fusion Hybrid. Physics to day. 05.1979) e, dopo il raggiungimento di Q=1 in Tokamaks come l’europeo JET, continua ad essere oggetto di studio da parte di pochi come alternativa promettente.
Basterebbe che la parte fusione abbia un guadagno Q di 5 ed il mantello (blanket) fornisse un fattore di moltiplicazione di fissione di 5 per arrivare ad un fattore di moltiplicazione complessivo di energia di 25, valore sufficiente per un generatore di energia proficuo (Paul Rebut: Reflexions on Fusion Future. EC Report XII-109/96) . Per quanto riguarda la “sicurezza”, la parte a fissione di questa configurazione corrisponde a quella di un "insieme sottocritico” moltiplicatore di neutroni nella fase lineare, quindi non divergente, intrinsecamente sicuro: se il plasma si spegne allora Q≡0 quindi 0•5=0 segue che il reattore si spegne.
Giocando sul contenuto del blanket si può quindi scegliere se usare questa macchina come produttore diretto di energia o come fertilizzante, che cioè produce Pu239 a partire dall’U238 od U233 a partire dal Th232 per i reattori della terza generazione per molto di più di 10 mila anni!
Un’altra caratteristica è quella di poter degradare, per bombardamento neutronico nel mantello, i temuti prodotti di fissione a vita breve e gli attinidi generati dai reattori a fissione convenzionali.
Per quanto meravigliose possano essere queste macchine avranno un senso soltanto in un lontanissimo futuro, per esempio, come backup dei generatori solari in caso di una catastrofe naturale che bloccherebbe la produzione di elettricità dal solare per un certo tempo. In quel caso esse potranno intervenire direttamente nella fase di emergenza. per sopperire l’idrogeno mancante insieme ai reattori nucleari convenzionali per i quali esse avranno prodotto in anticipo il combustibile nucleare necessario. Suona un po’ fantascienza, ma esse saranno veramente il backup dell’energia rinnovabile futura.
Tornando alla morale ed alla realtà attuale: per tutto quel che ho detto più sopra, un impiego di capitali, di energia fossile e di cervelli per questo o altri tipi di ricerche non orientate a togliere nel più breve tempo possibile l’umanità dalla pessima situazione in cui ci troviamo è immorale. Non vedo infatti una ragione giustificabile per continuare a proporre soluzioni tecnologiche eccezionali (non solo nucleari) quando, come accennato più sopra, con il solare abbiamo a disposizione ben 8500 volte più energia di quanto l'intera Umanità ne abbisogna, e questo solo come "solare diretto" senza considerare che l'eolico ce ne darebbe un'altra grossa fetta, particolarmente interessante per le regioni dove il solare non è utilizzabile.
Per fare questo bisogna partire immediatamente con la costruzione di impianti modulari. Nella staffetta energetica ci vorranno almeno 40 anni di lavoro a livello mondiale per arrivare a prendere il testimonio lasciato dal petrolio in esaurimento per ripartire verso l’indipendenza energetica totale dal fossile.
Bisogna guardare in faccia la realtà e produrre qualcosa per la comunità. Bisogna inoltre prendere la determinazione di mettere da parte l’appoggio a tutte le proposte che nascondono degli interessi personali. Per fare qualcosa di concreto a livello nazionale io propongo che il nostro Governo consideri di la “colonizzazione” dei summenzionati16000 km2 di terre aride e/o semi-aride per raccogliere energia. Con un progetto del genere si potrebbero creare un’enorme numero di posti di lavoro e molte opportunità per la nostra industria. Dalla produzione dei cristalli di silicio alle celle a combustibile; dalla rete di distribuzione a basse perdite alla sua gestione basata su tecniche IT; dai compressori ad alta pressione alle turbine per i generatori elettrici; dalle strutture di supporto in carpenteria leggera ai giganteschi serbatoi di stoccaggio dell’idrogeno; dagli alternatori ai rifasatori; dalle reti di distribuzione dell’idrogeno allo studio, lo sviluppo e la realizzazione della conversione generale di tutti i “motori”od utilizzatori di energia attuali verso il tutto-alternativo via elettrico, idrogeno, e/o altro vettore energetico, eccetera.
E la morale? Per essa c’è spazio in abbondanza: a partire dalle scelte tecniche che devono essere fatte immediatamente fino alla realizzazione finale: ogni passaggio presenta per le persone coinvolte una scelta morale...dallo scienziato, al politico, all’amministratore, all’ingegnere, al capo di un’industria, al proprietario terriero, alle banche, al tecnico, al singolo operaio....non ho bisogno di scendere in particolari.
Tutti coloro che come me si sono resi conto ed ora sono convinti della realtà del solare e dell’eolico hanno il dovere morale di insistere a passare questo messaggio, indifferenti al rischio di essere messi in ridicolo. Messi in ridicolo.... da chi? Comunque sia, i detrattori riusciranno a ritardare questo processo di rinnovamento energetico di qualche decennio (sempre che il loro contributo all’instabilità economica non sia troppo grande da causare la nostra scomparsa): questa del solare (e dell'eolico) sarà la soluzione finale. Vi suona un po' Rifkin? E perché no?
L'Umanità ha bisogno di energia e pulita: ce n’è in eccesso. Diamoci sinceramente da fare per dargliela!
Glossario:
LWR: Light Water Reactor, Reattori ad acqua leggera
HWR: Heavy Water Reactor, Reattori ad acqua pesante
PWR: Pressurized Water Reactor, Reattore ad acqua in pressione
EPR: European Pressurized water Reactor, Reattore europeo ad acqua in pressione.
PV: Photo Voltaic, fotovoltaico.
TNT: TriNitroToluolo, tritolo.
DOE : Department Of Energy, Ministero dell’energia del Governo U.S.A.
CANDU: CANadian Deuterium Uranium reactor.
ITER: International Thermonuclear Experimental Reactor.
JET: Joint European Torus
Etichette: energia nucleare
sabato, giugno 28, 2008
Thanks to the cabbage!
Il futuro visto dall'International Energy Agency (IEA). Crescita della produzione petroliferasempre e comunque almeno fino al 2030.
Qualche tempo fa, a un convegno organizzato dalla Commissione Europea a Bruxelles, mi sono trovato a dibattere di fronte alla platea con un economista dell'IEA (International Energy Agency). Gli ho fatto notare, forse con un pizzico di cattiveria, come la sua agenzia avesse più di una volta mancato clamorosamente le previsioni dei prezzi e, in particolare, nel loro rapporto del 2006 avesse completamente mancato di prevedere il declino produttivo del Messico degli ultimi tempi. Lui mi ha risposto che non era colpa loro; "La colpa è di chi non ha fatto gli investimenti necessari"
Ho pensato di rispondergli come si sarebbe meritato. Il dibattito, però, si svolgeva in inglese e non avrei saputo esattamente come tradurre il concetto che mi era venuto in mente. Babelfish lo avrebbe tradotto, presumo, come "thanks to the cabbage," ma questo non avrebbe avuto l'effetto desiderato. D'altra parte, non ce ne è stato bisogno dato che le figuracce fatte dall'IEA nei suoi ultimi rapporti sembravano essere ben note a tutti i partecipanti al convegno.
Se sono tutti come quel tale che ho conosciuto a Bruxelles, credo che insisteranno a parlare di crescita lineare della produzione e di prezzi in ribasso. Sembrerebbe una forma di ossificazione mentale. Si sono occupati di petrolio per talmente tanti anni che ormai anche il loro cervello naviga ormai dentro un bagno di petrolio invece che nel liquido cefalorachidiano.
Etichette: picco del petrolio
venerdì, giugno 27, 2008
L'amaro sapore del postpicco: cala il traffico negli USA

Grafico da US department of transportation
Comincia a colpire il post-picco. Ancora sono tendenze, ma sono chiare. Dall'America arriva la notizia che, per la prima volta negli ultimi 25 anni, il numero totale di miglia percorse dai veicoli stradali è sceso. E' un cambiamento veramente epocale per un paese che era stato, ed è tuttora, la civiltà dell'automobile.
Come vedete bene dalla figura, il cambiamento di tendenza è cominciato già da qualche anno, in coincidenza con gli aumenti dei prezzi del petrolio. Il mercato reagisce agli aumenti riducendo i consumi; un comportamento da manuale di economia. E questo con buona pace di quelli che dicevano che il consumo di carburante era "perfettamente anelastico" e che non saremmo mai arrivati a una riduzione dei consumi.
Di per se, la riduzione del numero di miglia percorse negli Stati Uniti non è una catastrofe, anzi, sotto molti aspetti e una cosa buona per l'aria, per la salute, e per tante altre cose. Il problema è che cosa succede se la tendenza si accentua rapidamente in un mondo in cui quasi tutti dipendono dall'automobile anche per le necessità più elementari. Ci sarà tempo di riconvertire la società a uno stile di vita che possa fare a meno dell'automobile? Forse; ma la cosa potrebbe essere molto difficile e comportare dei disagi tali che potremo realmente parlare di una catastrofe.
Molte volte mi hanno dato di catastrofista per aver detto che andavamo incontro a questo tipo di cose. Sembrerebbe che i catastrofisti dovrebbero essere contenti di vedere le loro predizioni avverarsi. Bene, vi dirò che, personalmente, non ne sono affatto contento. Sarò un catastrofista, ma le catastrofi non mi piacciono per niente.
In fondo, mi sembra di aver sempre sperato che queste nostre predizioni di sventura fossero per un futuro un po' più lontano di quanto ci sembrasse. Avevo sempre pensato che il messaggio sarebbe passato prima di arrivare al picco, che avremmo fatto qualcosa, che non saremmo arrivati a questo punto così completamente impreparati. E, invece, ci siamo arrivati; e che siamo impreparati non c'è nessun dubbio.
In un certo senso, chi - come noi di ASPO - aveva previsto quello che sta succedendo ne è più duramente colpito di chi, invece, non ci credeva o non ne sapeva niente. Per queste ultime categorie, c'è sempre il conforto di pensare che quello che vediamo sia solo un'oscillazione, una crisi di quelle periodiche; l'opera dei vari cattivi di turno: gli speculatori, Al Qaeda, gli Sceicchi, i Rom, o chi altro.
Invece, quello che vediamo non è un'oscillazione momentanea. E' il primo sintomo della china che ci apprestiamo a scendere. Da qui in poi, ne vedremo di cose. Un giorno, risaliremo grazie all'energia rinnovabile, ma non sarà tanto presto.
Nota aggiunta posteriormente: non sono riuscito (per ora) a trovare un grafico equivalente per l'Italia, comunque qui le cose vanno probabilmente anche peggio che negli Stati Uniti. Mi limito a fare copia e incolla di un comunicato del sindacato dei consumatori (ADOC) apparso il 13 Giugno (e poi danno a me del catastrofista!).
Confermata la stima preliminare dell’Istat sull’inflazione di maggio, salita dal 3,3% di aprile al 3,6%, trainata dal rincaro dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto e dei carburanti. Per l’Adoc grave la ripercussione sui consumi e sull’utilizzo dell’automobile. “I continui rialzi dell’inflazione hanno spinto un automobilista su dieci, circa 2 milioni di persone, a non utilizzare più l’auto – dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc – mentre 6 milioni, circa uno su cinque, la utilizzano solo una volta alla settimana. In totale, 8 milioni di automobilisti che hanno modificato radicalmente le loro abitudini. E prevediamo che entro fine anno circa la metà degli automobilisti italiani userà la macchina sporadicamente. E’ un dato da tenere in conto per modificare il regime assicurativo, favorendo la stipula di polizze sul reale utilizzo del mezzo. In questo modo si dimezzerebbero i costi dell’Rca”. La riduzione dell’utilizzo dell’automobile è confermato, per l’Adoc, dai cali del consumo di benzina e gasolio. “Il consumo di carburanti è diminuito del 28% rispetto ad un anno fa – continua Pileri – in un anno il costo del gasolio è aumentato del 38%, quello della benzina del 26,2%. L’incremento delle assicurazioni Rca è stato mediamente del 7%. La crisi economica delle famiglie si sta così acutizzando che sta prendendo piede un nuovo fenomeno: sempre più anziani pensionati, solo a Roma se ne stimano oltre 2mila, rovistano tra i banchi dei mercati dopo la loro chiusura, in cerca di frutta e verdura. Una fotografia di un grave disagio sociale”.
mercoledì, giugno 25, 2008
Qualcuno specula sulla speculazione
Da un po’ di tempo è in azione un piccolo esercito di opinionisti della stampa nazionale, intento a diffondere il sospetto che l’aumento dei prezzi del barile dipenda principalmente dalla speculazione finanziaria e a inoculare il dubbio nell’opinione pubblica che le recenti previsioni di ulteriori aumenti siano finalizzate ad alimentare nuova speculazione. La conseguenza inevitabile di questa posizione è un falso ottimismo sulla disponibilità futura di risorse petrolifere mondiali. Ma quali sono gli elementi su cui si basano queste valutazioni? Sostanzialmente una sola, la presunta, enorme dissociazione tra produzione effettiva di petrolio e volumi scambiati sui mercati finanziari dei futures.
Ha iniziato Roberto Capezzuoli sul Sole 24 Ore, nell’articolo “La trappola del greggio virtuale”, sottolineando che ogni giorno al Nymex vengono scambiati oltre un miliardo di barili di petrolio, mentre nelle stesse ore i pozzi del pianeta pompano non più di 85 milioni di barili. Ha proseguito Gianfranco Polillo dalle pagine del Riformista, che nell’articolo “Goldman Sachs non è Ricardo”, informava i lettori che era stato chiuso dalle autorità il New York Mercantile Exchange per un eccessivo squilibrio tra domanda e offerta, in quanto “sono stati trattati circa l’equivalente di 1 miliardo di barili contro una produzione pari ad appena 85 milioni” e il diafano vate Federico Rampini su La Repubblica ha spiegato nell’articolo “Il casinò del greggio virtuale” che “al Nymex ormai i contratti di futures del petrolio movimentano un miliardo di barili al giorno, tutti virtuali: mentre la produzione del greggio vero è di soli 85 milioni di barili al giorno. La quantità di carta finanziaria che viene scambiata è immensamente superiore ai consumi mondiali di idrocarburi”. Maurizio Ricci sullo stesso giornale rafforza il concetto nell’articolo “Così il barile di carta sconvolge i mercati, boom delle scommesse e il prezzo vola”, spiegando che “Al Nymex, il mercato del greggio di New York, si scambiano ormai, ogni giorno, 1,5 miliardi di barili di carta, secondo la Platts, uno dei più accreditati osservatori del settore, cioè 17 volte la produzione quotidiana di greggio del mondo”.
L’altra sera, al ristorante, un mio amico ha ripetuto più o meno con le stesse parole le motivazioni dei giornalisti, per attribuire alla speculazione gli alti prezzi del petrolio, e in quel momento ho capito che era nata una vera è propria leggenda metropolitana, quella del “miliardo di barili di petrolio virtuali”. E che, come per tutte le leggende metropolitane, è necessario sfatarla.
Se si consulta il sito del Nymex, si può tranquillamente verificare che i contratti futures scambiati in un giorno, con una precisa scadenza, ad esempio il mese successivo, anche se superiori, sono dello stesso ordine di grandezza della produzione giornaliera di petrolio. Quindi, da dove viene fuori quel famoso miliardo di barili? Ecco svelato l’arcano: sui mercati internazionali di contrattazione del petrolio si effettuano scambi con scadenze diverse, fino al 2016. Proprio sommando i barili scambiati da qui al 2016 si ottiene il leggendario miliardo che tormenta i sonni dei nostri giornalisti. Quindi non solo è evidente l’improprio abbinamento di questo volume d’affari pluriennale con la produzione giornaliera di petrolio, ma addirittura se ne potrebbe trarre la conseguenza opposta, perché 1 miliardo di barili rappresenta una quota irrisoria del petrolio che sarà prodotto entro il 2016.
Naturalmente, una componente speculativa in un mercato caratterizzato dalla crescita esponenziale dei prezzi è sicuramente presente e probabilmente trova sbocco nel fiorente mercato dei fondi derivati delle materie prime, che riversa risorse sul petrolio inflazionandone il prezzo, ma non bisogna lasciarsi ingannare. La causa principale è nei fondamentali economici della domanda e dell’offerta, con una produzione mondiale che non potrà più crescere, a fronte di una maggiore richiesta proveniente prevalentemente dai paesi emergenti.
Qualche giorno fa, da una fonte non sospettabile, il Ceo della Total, Christophe de Margerie sono venute parole chiarificatrici: “Oggigiorno siamo in presenza di qualcosa che automaticamente impedira' un crollo dei prezzi, cioe' che il costo per rinnovare produzione e riserve si aggira piu' o meno sugli 80 dollari al barile, cosa che gia' in se' pone dei limiti tecnici. Quelli che dicono che possono scendere sotto questa soglia si sbagliano. Naturalmente c'e' un elemento di speculazione ma spiegare che i prezzi petroliferi sono saliti da 12 a 130 dollari per la speculazione e' da ignoranti o semplicemente da stupidi". "I rubinetti - ha proseguito - sono aperti al massimo. Le aziende petrolifere producono tutto quello che possono. Solo l'Arabia Saudita ha una qualche capacita' inutilizzata".
E al Ministro Robin Hood Tremonti, che unendosi alla combriccola dei nostri giornalisti ha sollevato la questione speculazione nel recente vertice G8 di Osaka, ha risposto il Ministro americano Paulson: “Chi parla così non capisce come funzionano i mercati”.
A questo punto, non resta che chiedersi a chi giova questo tentativo di allontanare l’opinione pubblica dai veri e drammatici motivi che stanno dietro la crisi dei prezzi petroliferi. Ma naturalmente ai produttori dell’Opec, che continuano a ripetere anche in questi giorni come un disco rotto che non è necessario aumentare la produzione perché il mercato è ben rifornito e la causa dei prezzi è la speculazione.
Etichette: economia, leggende, speculation
lunedì, giugno 23, 2008
Non si può mangiare la torta e averla ancora
Non si può mangiare la torta e averla ancora
created by Alberto di Fazio
Ad un membro della lista di discussione di ASPO-Italia che concludeva uno scherzoso intervento con la frase: "Poi io sono un sognatore come Asimov, spero sempre nella dispersione dell'umanità nello spazio, ma prima ci vuole una grossa paura (e energia) per spingere l'acceleratore verso lo spazio .. Nello spazio poi la crescita potrà continuare all'infinito.." ho pensato bene di rispondere - con qualche limatura di aggiustamento - così come segue:
Mahh, .... nello spazio.... Io penso più banalmente che la crescita, a patto di usare un buon lievito (tipo il lievito Bertolini, oppure il classico e mai dimenticato lievito di birra) potrà continuare anche qui, sulla Terra. Comunque, a scanso di eventuali "complicazioni", intanto propongo di modificare il programma di esame di laurea degli economisti, tramite inserimento del seguente pre-esame, il cui esito andrà naturalmente considerato dalla Commissione di Laurea la "conditio sine qua non" per procedere al resto dell'esame di laurea.
Questo "test per economisti" è stato da me derivato da una precedente versione di un analogo "test" ideato dal mio collega statunitense Jay Hanson. Premetto che ovviamente questo test sarebbe certamente approvato (e probabilmente inasprito) da quei – purtroppo rari – economisti di alto livello scientifico e preparazione multidisciplinare, come il famoso Herman Daly (autore di "Beyond Growth", "For the common Good", e "Valuing the Earth") che si battè strenuamente contro la teoria della crescita infinita nell'istituto per cui lavorava (la World Bank, organo UN) e che ne uscì poco più di dieci anni fa in una famosa polemica, e dall'altrettanto famoso Joergen Randers, co-autore, insieme a Dennis Meadows et al., dei tre lavori (1972, 1992, 2002) modellistici sui "limits to growth", il primo dei quali costituente il famoso Rapporto del MIT al Club of Rome.
DUNQUE, il candidato entra dinanzi alla Commissione di laurea, e comincia la PROVA TEORICA del pre-esame: gli viene assegnato il compito di scrivere 100 volte, sulla lavagna, la frase: "La Terra è un sistema finito, e quindi contiene soltanto una quantità LIMITATA di risorse", "La Terra è un sistema finito, e quindi contiene soltanto una quantità LIMITATA di risorse", "La Terra è un sistema finito, e quindi contiene soltanto una quantità LIMITATA di risorse", "La Terra è un sistema finito, e quindi contiene soltanto una quantità LIMITATA di risorse",.... etc, senza commettere errori.
Se il candidato dovesse superare questa fase, gli viene assegnato di ripetere ad alta voce, e senza esitazioni, 200 volte (e senza sbirciare sugli appunti) la frase: "Siccome la Terra contiene soltanto una quantità LIMITATA di risorse, il consumo di tali risorse - e quindi la crescita economica - può durare SOLTANTO per un tempo limitato: il rapporto del MIT al Club of Rome e Herman Daly avevano totalmente ragione", "Siccome la Terra contiene soltanto una quantità LIMITATA di risorse, il consumo di tali risorse - e quindi la crescita economica - può durare SOLTANTO per un tempo limitato: il rapporto del MIT al Club of Rome e Herman Daly avevano totalmente ragione",.... etc.
Se il candidato riuscisse a superare anche questa parte della prova teorica (senza pause o segni di tentennamento, e guardando sempre dritto negli occhi dei Commissari), egli viene ammesso a sostenere la PROVA PRATICA.
La prova pratica inizia, e viene fatto entrare un cameriere che porta al candidato un vassoio con sopra una bella fetta di torta di mele, con un coltello e un cucchiaio. La Commissione chiede al candidato di tagliare a metà la fetta di torta e di mangiare una delle due metà. Se il candidato ci riesce, la Commissione poi chiede al candidato se se la sente di rispondere al volo alla domanda: "avendo lei appena mangiato metà della fetta di torta, quanta parte di fetta è rimasta sul piatto?" Se il candidato non se la sentisse, è bocciato, e deve ripetere sia l'esame, sia la tesi di laurea. Se invece se la sente, la Commissione lo esorta dunque a rispondere senza alcun timore (se qualcuno suggerisse al candidato la risposta, il candidato è bocciato, e il suggeritore cacciato in malo modo, a pedate nel sedere, ed esposto al pubblico ludibrio). Se invece il candidato dovesse rispondere in maniera esatta ("ne è rimasta metà fetta"), la commissione procede, e chiede al candidato se ora lui sia in grado di prendere dal piatto e di mangiare più di metà dell'iniziale fetta di torta. Se il candidato rispondesse di sì, è bocciato e interdetto a vita da ulteriori esami. Se rispondesse di no, la Commissione esorta il candidato a mangiare anche la rimasta metà dell'iniziale fetta di torta. Se il candidato lo fa senza esitazioni (altrimenti è bocciato) la Commissione procede a chiedergli quanta torta è ora rimasta sul piatto. Solo nel caso in cui il candidato eventualmente riuscisse a rispondere correttamente "zero" (è ammessa anche la risposta "una frazione circa pari a zero, considerando le briciole cadute sul piatto"), il candidato viene ammesso a proseguire l'esame. Se il candidato dovesse invece rispondere frasi del tipo "dipende, perchè attendendo abbastanza tempo e investendo nelle corrette tecnologie, la fetta – e anche più di una fetta – può ricomparire da sola sul piatto come per magia" o similari, non solo viene bocciato e interdetto a vita da ulteriori esami, ma viene anche condannato a farsi fare una perizia giurata da un ragioniere iscritto ad apposito albo ogni volta che nella vita dovesse trovarsi costretto ad eseguire un calcolo di qualsiasi sorta. Il candidato, inoltre, nell'eventualità appena considerata, e prima di essere cacciato dalla sala lauree, viene dichiarato dalla Commissione "individuo dalla elevata pericolosità per il genere umano", gli viene rilasciato apposito tesserino e gli vengono interdetti a vita tutti i mestieri, tranne quelli manuali, nel rango di sotto-manovale.
Penso che un tale pre-esame garantirebbe la formazione di economisti – non dico certo come Herman Daly e Joergen Randers – ma almeno all'altezza della situazione che si sta delineando nel mondo, ... anche se purtroppo, così facendo, di economisti... ne rimarrebbero pochini.
Beh, che ne dite? Lo proponiamo al Parlamento per fare un ddl, oppure al Governo per un decreto legge? Visti i peggiori scenari di global change in atto e previsti, l'urgenza ci sarebbe e penso che il Presidente Napolitano non si opporrebbe... Il problema è che tale legge dovrebbe essere varata anche da tutti gli altri circa 180 paesi aderenti alle UN... E l'Assemblea Generale dovrebbe anche – di conseguenza – sciogliere la WB (la Banca) e lo IMF (il Fondo
Monetario)...
P.S.: non propongo un analogo test per politici, non perché i politici comprendano già i dilemmi dell'umanità connessi alla crescita illimitata e alle sue conseguenze, ma molto più banalmente perché come noto essi non devono sostenere alcun esame, e la loro "preparazione" è nelle mani del fato…..
Saluti, Alberto Di Fazio
Dr. Alberto Di Fazio
senior scientist,
National Institute of Astrophysics/Astronomical Observatory of Rome
member of the CNR/IGBP Italian National Commission on Global Change
Italian Focal Point of the IGBP/AIMES Core Project (ex-GAIM)(Analysis,
Integration, and Modeling of the Earth System)
president Global Dynamics Institute
permanently accredited to the COP under the UNFCCC as observer scientist
Etichette: Limiti alla crescita
domenica, giugno 22, 2008
"Rifiuti", se ci siete battete un colpo

Etichette: economia, modelli, rifiuti
venerdì, giugno 20, 2008
Toscana ecoefficiente: premiata la casa di Archimede e il cinquino elettrico

Fra le tante cose che mi sono capitate ultimamente, mi è arrivato anche di essere fra i premiati dell'iniziativa "Toscana ecoefficiente" di quest'anno per le soluzioni energetiche di casa mia, ormai detta comunemente "la casa di Archimede Pitagorico".
Ovviamente, la cosa mi fa molto piacere e ringrazio la regione Toscana per il premio. Gli organizzatori hanno evidentemente apprezzato il concetto di fondo che sta dietro quello che ho fatto; ovvero enfatizzare l'uso degli spazi domestici per produrre qualcosa, piuttosto che, come si è fatto spesso fino ad oggi, concentrarsi soltanto sul risparmio. Così, casa mia produce energia elettrica, acqua dall'umidità atmosferica, compost dai rifiuti domestici e, persino, pipistrelli da usarsi contro le zanzare.
Il concetto di soluzioni attive ai problemi, la regione Toscana lo ha anche premiato con il cinquino elettrico di Pietro Cambi. Anche quella è un'idea che, piuttosto che costringerci a delle rinunce, utilizza metodi innovativi per mantenere un certo livello di mobilità riducendo i costi e azzerando l'inquinamento.
Altre eccellenti iniziative sono state premiate; per esempio la vendita del latte direttamente dal prudottore ai cittadini realizzata dal comune di Capannori. Altre, le si possono considerare lodevoli anche se forse un po' debolucce, come quella del premio dato a un campeggio che invita gli ospiti a differenziare i rifiuti e fornisce un "ecogame" ai bambini.
Nel lodare questa iniziativa, non posso fare però a meno anche di fare qualche critica, per la quale spero che gli organizzatori non me ne vorranno. La critica va alla cerimonia della premiazione di sabato 24 Maggio 2008 dove Mario Tozzi che presentava faceva un po' la parte del mago Zurlì in uno zecchino d'oro dei buoni sentimenti. Fra le altre cose, premiando qualcuno che aveva installato dei pannelli fotovoltaici, Tozzi ha fatto un discorso che riassumo come, "Beh, tutti sappiamo che l'energia fotovoltaica non può fare più di tanto; per esempio come farebbe la Fiat a produrre automobili con l'energia fotovoltaica? E' impossibile, ovviamente. Però per le necessità domestiche, allora si, l'energia fotovoltaica può dare un certo contributo."
Bene, con tanta fiducia nell'energia fotovoltaica da parte di quelli che ne dovrebbero essere i fautori, non c'è da stupirsi se tutti vogliono le centrali nucleari.
Comunque, non voglio fare la parte di quello che non è mai contento. Ripeto che, a parte qualche caduta di tono alla cerimonia della premiazione, Toscana Ecoefficiente è un'ottima iniziativa che premia e da visibilità alle buone idee. Quest'anno, ASPO-Italia ha dominato con due soci premiati, io e Pietro Cambi. Se avete qualche buona idea, cominciate a prepararvi per l'anno prossimo!
Etichette: efficienza
giovedì, giugno 19, 2008
Ma come avviene un cambiamento?
created by Armando Boccone
Emma Marcegaglia, il nuovo presidente di Confindustria, ha indicato con decisione quale è il problema dell’Italia: è la mancanza di crescita, anzi di una crescita sostenuta.
La crescita, come valore culturale, affonda le radici in tutta la storia umana: si stava bene quando si possedeva di più. Non è facile cambiare idea. Non è facile prendere coscienza che non è più possibile andare avanti con lo stesso modello di vita a fronte dell’esaurimento delle risorse energetiche e del pericolo del venire meno degli equilibri ecologici.
Come sono avvenuti i grandi cambiamenti nel passato?Come si è passati nell'antico Medio Oriente, per fare un primo esempio, dalla scrittura cuneiforme a quella alfabetica? Come si passati nella stessa area, per fare un secondo esempio, dalla metallurgia del bronzo a quella del ferro?
Questi cambiamenti sono avvenuti tutti e due nel periodo detto del "tardo bronzo" (circa XII sec. a.C ).
Sia la scrittura alfabetica che la metallurgia del ferro erano però conosciute da parecchi secoli (la metallurgia del ferro, sebbene forse fosse stata adottata per la prima volta in altre aree, nell'antico Medio Oriente fu il frutto di uno sviluppo interno a tale area): ma allora perché si diffusero solamente a partire da circa il XII secolo a.C.? Perché tale ritardo? Cosa impedì che queste due importanti scoperte per l'umanità tardarono così tanto prima di affermarsi? Cosa impedì che la scrittura alfabetica, con la sua maggiore semplicità di utilizzo e con la sua maggiore capacità di trasmissione della conoscenza, si diffondesse? Cosa impedì che la metallurgia del ferro, che portava alla produzione di utensili con caratteristiche tecniche enormemente superiori al bronzo, si diffondesse?
Il motivo è che sia la scrittura alfabetica che la metallurgia del bronzo erano legate ad una struttura sociale che ne impedì la diffusione in precedenza. Gli scribi rappresentavano un ceto sociale molto forte ed i suoi privilegi erano inscindibili dalla loro professione, che era la scrittura, o meglio era la scrittura cuneiforme. Tale professione era basata su una tradizione e su conoscenze che si tramandavano solamente per linee interne, come, per esempio, la trasmissione di padre in figlio dell’incarico di scriba. Costituivano una casta piena di privilegi.
Come si vede il mantenimento in vita della scrittura cuneiforme e della metallurgia del bronzo avevano una spiegazione sociale (sarebbe sbagliato parlare di contrapposizione di interessi di "classe" perché mancava la condizione per l'esistenza delle classi cioè la prospettiva di una struttura socio-economica alternativa e superiore a quella esistente di cui una ipotetica classe sociale si sarebbe dovuta fare portatrice).
Ciò che portò all'affermarsi della scrittura alfabetica e della metallurgia del ferro fu la profonda crisi che interessò buona parte dell'area dell'antico Medio Oriente nei secoli precedenti il Bronzo finale (XIV e XIII secolo a.C. soprattutto). Interessò soprattutto l’area anatolica e l’area siro-palestinese perché queste aree subirono anche l’aggressione da parte dei “popoli del mare” provenienti dalla penisola balcanica mentre l’area mesopotamica e l’Egitto furono invece interessate marginalmente e indirettamente. Per l’Egitto e la Mesopotamia le conseguenze furono solamente la perdita di territori e popolazioni di quelle zone che erano sotto il loro controllo (nel senso che gli erano tributari, cioè che gli versavano dei tributi). L’aggressione da parte dei “popoli del mare” fu però solamente la goccia che fece traboccare il vaso perché le aree in questione, da almeno due secoli, erano in profonda crisi. Fu una crisi che portò allo svuotamento delle città (in seguito distrutte dai popoli del mare), alla regressione della vita economica, al crollo demografico, alla disgregazione delle organizzazioni amministrative, ecc. Vennero così meno i portatori di interessi legati alla persistenza della scrittura cuneiforme e della metallurgia del bronzo, cioè gli scribi con le loro scuole e i loro privilegi, i ceti dei mercanti e l'organizzazione palatina nel suo complesso.
Prima di proseguire nell’analisi è interessante fare una considerazione sulla relazione fra la scrittura alfabetica e la metallurgia del ferro da una parte e la scrittura cuneiforme e la metallurgia del bronzo dall’altra.
Questa relazione ricorda tanto la relazione fra le fonti energetiche rinnovabili e le altre fonti (dal petrolio all'uranio): le prime sono diffuse sul territorio e sono tecnologicamente accessibili mentre le seconde sono concentrate in alcuni punti del pianeta e richiedono tecnologie complesse. La scrittura alfabetica infatti, diversamente dalla scrittura cuneiforme, è di più facile uso; il ferro, diversamente dallo stagno e dal rame, era molto diffuso in Medio Oriente (sebbene non in grandi quantità) e la sua metallurgia era più facile di quella del bronzo.
Dopo avere trattato del passaggio dalla scrittura cuneiforme a quella alfabetica e dalla metallurgia del bronzo a quella del ferro bisogna chiedersi se sia possibile fare un parallelo fra questi due casi trattati di cambiamento e la situazione attuale.
Un nuovo corso della storia necessita di un crollo di tutti i gangli della struttura sociale, economica e ideologica preesistente? Oppure è possibile gradualmente sostituire la struttura attuale con una nuova struttura? Il punto più basso della probabile futura crisi potrà consentire una ripresa a livelli di vita accettabili?
La risposta alla prima delle domande poste (Un nuovo corso della storia necessita di un crollo di tutti i gangli della struttura sociale, economica e ideologica? ) dovrebbe essere negativa perché adesso, con tutte le limitazioni possibili, c’è la democrazia. E’ necessaria una presa di coscienza della necessità di una cultura adeguata a risolvere i problemi connessi alla prospettiva di scarsità di risorse energetiche e del rischio del venire meno degli equilibri ambientali.
Cosa potrà mai portare la "gente", nei tempi in cui viviamo, a prendere coscienza della gravità del problema dell'esaurimento dei combustibili fossili, dei cambiamenti climatici e del problema demografico e, soprattutto, a mettere in campo le necessarie misure per risolvere i suddetti problemi. Ricordo che una coppia di miei amici trovava difficoltà a fare capire al loro bambino (che non si poneva limiti nell’indicare ciò che babbo natale e la befana avrebbero dovuto portargli in regalo) che babbo natale e la befana erano i suoi genitori. Il bambino non voleva conoscere ragioni. Credere in babbo natale e nella befana è sicuramente legata all’età ma il fatto che questi gli portassero regali aiutava certamente nella persistenza della sua credenza.
Un primo quesito che dovremmo porci è il seguente: é possibile a tale riguardo fare un discorso di classe? è possibile cioè vedere uno scontro di interessi fra classi capitalistico-imprenditoriali, che vogliono la persistenza dell’attuale modello di sviluppo, con tutti i valori a questo connessi, e ceti “popolari” o, forse, “maggioritari” che, invece, portatori di interessi diversi, vorrebbero un modello di sviluppo diverso, anzi che vorrebbero un modello di vita diverso?
Un imprenditore, indipendentemente dal soddisfacimento dei suoi bisogni personali, cerca di massimizzare il profitto. Un qualsiasi cittadino cerca di farsi la seconda casa in montagna e una terza casa al mare, cerca di acquistare l’ultimo modello di autovettura oppure l’ultimo modello di televisore o di telefonino, indipendentemente dal soddisfacimento di bisogni concreti. Al di sopra di un certo livello di reddito si può dire che si ricercano altri valori che non hanno niente a che vedere con i bisogni concreti. Al di sopra di un certo livello di reddito si vuole soddisfare solo il bisogno di avere qualcosa e/o di raggiungere un obiettivo, come, per esempio, una migliore posizione all’interno della gerarchia sociale.
Un’ultima considerazione: è possibile stabilire una relazione fra la crisi che investì il Medio Oriente antico nel tardo bronzo e la crisi che probabilmente investirà l’attuale civiltà. Nel tardo bronzo la crisi ebbe motivazioni interne (la regressiva e complessa dinamica socio-economica-organizzativa ed ecologica che agiva nella zona in quel periodo) e motivazioni esterne (l’invasione da parte dei popoli del mare).
Forse la dinamica sarà ancora più complessa ma per quanto riguarda le motivazioni esterne indicate a proposito della crisi del Medio Oriente antico a cui si è fatto riferimento, il pensiero non può che correre alle imponenti migrazioni che, partendo dal terzo mondo, hanno investito e che, probabilmente, ancora di più investiranno il mondo sviluppato.
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martedì, giugno 17, 2008
Cala la produzione di energia elettrica nucleare

Arriva da "World Nuclear News" la notizia che la produzione di energia elettrica da fonte nucleare nel mondo è calata dell'1.9% nel 2007.
Il calo è lieve, ma la notizia è interessante per vari motivi; principalmente perché conferma una situazione che è stata fatta notare più volte dagli esperti: il parco delle centrali nucleari esistenti è formato da impianti vecchi e prossimi ad andare in smantellamento. In altre parole, i nuovi impianti non ce la fanno a compensare l'obsolescenza dei vecchi. La vetustà di questi reattori si manifesta sia come dismissioni definitive, sia come una serie di problemi di manutenzione che hanno costretto diversi impianti ad andare fuori rete nel 2007. C'è stato anche il terremoto in Giappone che ha costretto a spegnere temporaneamente una centrale ma non è stato il motivo principale del calo produttivo.
Tutto questo non vuol dire che l'industria nucleare sia moribonda, solo che tuttora non si vede una ripresa che interrompa la stasi sostanziale degli ultimi 20 anni. Cambieranno le cose nel futuro? Difficile dirlo; evidentemente c'è un tentativo di riprendere a costruire centrali nucleari nel mondo, ma i costi e la complessità dell'impresa sono problemi che si fanno sentire e, per il momento, il numero di nuove centrali in costruzione è appena sufficiente (e forse insufficiente) per compensare il declino dei vecchi impianti.
Questa situazione di difficoltà dell'industria nucleare è un'altra indicazione, semmai ce ne fosse stato bisogno, che sostituire il petrolio con altre fonti non sarà automatico e nemmeno rapido. Non ci sono soluzioni tecnologiche miracolose e, indipendentemente dalle scelte che faremo, dovremo adattarci a un periodo di transizione che durerà perlomeno qualche decennio. Speriamo di fare le scelte giuste, ma l'importante e muoversi subito verso la sostituzione dei combustibili fossili.
Etichette: energia nucleare
lunedì, giugno 16, 2008
Il picco dell'Uranio francese
La storia dell'estrazione dell'Uranio francese è di considerevole interesse per tutti i "picchisti". Il grafico qui sopra mostra la produzione annua nazionale dal 1956 al 2006 (dati ONU dal 1990 al 2006, The Oil Drum per il periodo precedente). Dopo un primo picco negli anni '60 la produzione ha avuto il suo picco principale nel 1988, con una produzione annua di 3300 t. Oggi, dopo aver estratto oltre 75000 t, la produzione è inferiore alle 10 tonnellate annue. Il fit logistico con due curve descrive abbastanza bene l'andamento della produzione, cosa degna di nota se si tiene conto che si tratta di un mercato piccolo (la produzione cumulativa francese rappresenta circa il 4% di quella mondiale) e sostanzialmente monopolistico.
In questo secondo grafico è invece rappresentata l'estrazione complessiva di Uranio; i punti blu rappresentano la stima di URR (Ultimately Recoverable Resource) determinata in base i valori delle riserve pubblicate dalle autorità francesi nel corso degli anni (per i dati ho fatto riferimento a quelli indicati da Hydraulics nel suo commento a questo post di Ecoalfabeta; i valori del 1985 e 2002 sono di questa fonte, quello del 1999 di quest'altra). La stima ufficiale dell'URR è variata in modo considerevole negli anni, aumentando da 120 kt a quasi 200, per poi diminuire fino a 80, che è poco più della quantità estratta fino ad oggi. Si tratta quindi di numeri del tutto inaffidabili.Se un picchista hubbertiano avesse invece analizzato i dati nel 1988, al momento del massimo fulgore estrattivo, avrebbe potuto prevedere il picco più o meno per quell'anno, stimando una URR di 84 kt, un valore molto, molto più realistico delle 200 kt ufficiali.
Un ringraziamento a Francesco Aliprandi per i dati sulle riserve.
Vedi anche La curiosa storia delle riserve di Uranio francese.
sabato, giugno 14, 2008
Space Warp to Capannori
Arrivando a Capannori, comune in provincia di Lucca, l'impressione è che sia cambiato qualcosa; che uno sia stato catapultato dall'universo normale a un altro universo da uno space-warp da fantascienza.
Ci vuole un attimo per rendersi conto di cosa manca, ma poi te ne accorgi. Mancano i cassonetti. Eh, si. Quei bei cassonetti blu, verdi, gialli che sono tanto comuni che non ci facciamo più caso. Ovvero, ci facciamo caso quando mancano. E questo è il caso di Capannori. Evidentemente un pianeta diverso dal nostro.
Se vi capita di girellare per la città, vi accorgerete di altre caratteristiche di questo mondo alieno. Per esempio, sul tetto del comune si vedono chiaramente delle file di pannelli fotovoltaici. Ohibò, il sindaco deve essere veramente un alieno. In Toscana (il pianeta in cui vivo normalmente) è già tanto se il comune non ti mette i bastoni fra le ruote; figuriamoci se li fa mettere proprio sul tetto del palazzo comunale.
In realtà il sindaco di Capannori non ha un aspetto particolarmente alieno. Mi è capitato di incontrarlo in questo viaggio. L'incontro è avvenuto al convegno "Capannori rifiuti zero" che si è tenuto il 27 Aprile su quello strano pianeta alieno di cui vi stavo parlando.
In effetti, il convegno mi è parso popolato da alieni. Non avviene spesso sul nostro pianeta di vedere un convegno sui rifiuti dove non ci sono i soliti tizi che ti dicono che non si può fare altro che incenerire. Qui, c'erano quattro esperti di rifiuti americani, tutti passati probabilmente attraverso lo stesso space warp, che hanno raccontato delle loro esperienze con i rifiuti negli Stati Uniti. Apparentemente, su questi pianeti lontani, si possono trattare i rifiuti senza bisogno di incenerirli e ci si guadagna sopra, anche. Parlano addirittura di "rifiuti zero". Alieni.
Curioso: il sindaco di questo pianeta-Capannori dice bene dei comitati dei cittadini e non li accusa di "non volere le cose nel loro cortile" ("nimby"). Anzi, il sindaco loda i comitati per le loro proposte e i comitati lodano il sindaco per averle messe in pratica. Siamo veramente su un pianeta alieno - perlomeno a diversi anni luce di distanza.
La cosa aliena che hanno fatto sul pianeta Capannori è la raccolta differenziata porta-a-porta. Si, proprio quella cosa che sul nostro pianeta non si riesce a fare perché, come sanno tutti, i terrestri non sono capaci di farla, non la vogliono e poi costa troppo, ed è comunque una fesseria: non è tanto meglio bruciare tutto? Si vede che qui sono veramente degli alieni, perché pare che i cittadini del pianeta siano entusiasti del nuovo metodo che li fa rispiarmiare e anche di essersi tolti dalle scatole quei cassonetti ingombranti e puzzolenti.
Viene a parlare al microfono il presidente dell'azienda locale che gestisce la raccolta porta a porta. Dice che non è costata più cara della raccolta tradizionale e che funziona benissimo. Strano che non è tutto verde e non ha nemmeno le antenne; sembrerebbe proprio un terrestre. Ma deve essere per forza un alieno se dice queste cose.
L'ultima cosa che viene detta al convegno è preoccupante: la raccolta porta-a-porta funziona talmente bene che la stanno espandendo anche oltre il pianeta Capannori; verso i pianeti vicini. Questi alieni ci invadono!! Chissà che non ci tocchi fare la raccolta porta a porta anche a noi terrestri!
Per saperne di più, leggete il Resoconto del convegno
Etichette: rifiuti
Fino ad ora abbiamo scherzato; ovvero: quando i duri cominciano a giocare.
Frazione del PIL mondiale corrispondente alle spese petrolifere. Da "The Oil Drum" che riproduce una figura da un articolo di R.F. Wescott dell'aprile del 2006.
La questione di come correggere i prezzi petroliferi per l'inflazione è complicata. Eppure è molto importante perché ci serve per comparare i prezzi odierni con quelli della grande crisi petrolifera degli anni 1970. C'è un generale accordo che i prezzi degli ultimi tempi sono comparabili a quelli del periodo più difficile della crisi di quel tempo. Ma l'inflazione viene misurata attraverso i beni del cosiddetto "paniere" che sono cose opinabili e poco rigorose.
Vedo invece su "The Oil Drum" un grafico che mi sembra illuminante. Rapporta le spese petrolifere globali con quelle del PIL globale. E' una misura molto più rigorosa in quantoè un rapporto di due grandezze entrambi nella stessa unità di misura: il dollaro. Ci dice, in sostanza, quanto il petrolio incide sull'economia.
Teniamo conto che questi dati di Wescott sono del 2006; quando lui si era messo a descrivere uno scenario ipotetico (per allora) in cui il petrolio sarebbe salito a 120 dollari al barile nel 2007. Oggi siamo nel 2008, il dollaro vale un po' meno di quanto non valesse nel 2006 ma, nel complesso, i dati della figura non possono essere troppo distanti da quelli attuali. Ovvero, siamo al massimo storico delle spese petrolifere.
In effetti, si comincia soltanto oggi a vedere gli effetti della crisi; prima, avevamo scherzato. Ora, è il momento in cui i duri "cominciano a giocare"; ovvero la faccenda si sta facendo dura. Negli anni '70 l'effetto di prezzi leggermente inferiori agli attuali aveva avuto effetti più spettacolari di quelli che vediamo oggi. A quell'epoca c'erano razionamenti, code ai distributori, domeniche senz'auto e cose del genere. Oggi, ufficialmente siamo ancora in una condizione di "non-crisi"; crisi temporanea, crisi risolvibile semplicemente riducendo le accise sui carburanti. Evidentemente, negli anni '70 avevamo avuto meno remore a renderci conto di una condizione che, oggi, per qualche ragione, rimane politicamente scorretto menzionare.
Ma da ora in poi si comincia a fare sul serio. Fino ad ora, in effetti, non avevamo visto ancora niente!
[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]
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giovedì, giugno 12, 2008
Come affrontare la crescita esponenziale dei prezzi petroliferi
Come sappiamo, è possibile interpretare questa evoluzione dei prezzi con le difficoltà del sistema produttivo mondiale di aumentare l’offerta a fronte di una domanda in continua crescita trascinata dai paesi emergenti, situazione caratteristica delle condizioni di picco nello sfruttamento di una risorsa naturale. L’equilibrio dinamico tra domanda e offerta, teorizzato dall’economia classica a partire dal postulato dell’inesauribilità delle risorse o della continua possibilità della tecnologia di rendere succedanee le risorse presenti sul pianeta, non è più possibile nella terra di nessuno del dopo picco, perché al calo della domanda che la crescita continua dei prezzi inevitabilmente determinerà, si assocerà anche una costante e graduale diminuzione della produzione di petrolio. Inoltre, il petrolio è praticamente insostituibile in alcuni settori dell’economia, come il trasporto aereo e di problematica sostituzione a breve termine come nel trasporto delle merci, per cui temo che dovremo attenderci per i prossimi anni una conferma della tendenza esponenziale nella crescita dei prezzi, insieme all’accentuazione della crisi di alcuni comparti produttivi fortemente dipendenti dal petrolio che stanno già in questi giorni dando segnali di grave difficoltà. E’ facile prevedere una moria di compagnie aeree minori, mentre le maggiori e più solide economicamente si specializzeranno, concentrandosi sui voli intercontinentali. L’autotrasporto delle merci, la pesca, l’agricoltura industriale, sopravviveranno nelle forme attuali ancora qualche anno, soltanto con sussidi e aiuti di Stato. Gradualmente entrerà in crisi anche il sistema di trasporto individuale fondato sull’automobile.
La possibilità di attenuare questa situazione esplosiva dipenderà dalla lungimiranza delle scelte politiche nell'affrontare una radicale riconversione del sistema dei trasporti. A mio parere l’unica soluzione realmente praticabile è l’orientamento della domanda globale di trasporto verso l’elettrico collettivo. Lo sviluppo delle reti di Alta Velocità ferroviaria avrà il duplice risultato di trasferire la domanda di trasporto aereo continentale dall’aereo alla rotaia e di liberare le reti preesistenti per il trasporto delle merci. Attraverso l’utilizzo esteso delle moderne tecnologie tranviarie in grado di consentire la percorrenza sia di linee urbane che ferroviarie, sarà possibile creare un capillare ed efficiente servizio di trasporto passeggeri nelle aree urbane. Per quanto riguarda gli altri settori produttivi colpiti dalla crisi petrolifera permanente, essi potranno resistere solo attraverso un drastico cambiamento dei modi di trasporto. Nel settore della pesca e dell’agricoltura potrebbero trovare un’interessante applicazione di nicchia i biocarburanti, la cui estensione al trasporto privato appare impraticabile a causa della bassa densità d’energia e della competizione con le risorse alimentari. Più in generale, l’agricoltura dovrà evolvere verso un modello di produzione maggiormente orientato ai mercati locali.
A medio-lungo termine rimane per ora irrisolto il problema della sostituzione dei combustibili fossili per la produzione di energia elettrica e calore. Fin quando sarà possibile passare da un picco all’altro, il sistema resterà in piedi nell’attuale configurazione, dopo solo un nuovo modello socio-economico fondato su un economia di tipo stazionario e sull’utilizzo delle fonti rinnovabili potrebbe evitare il collasso preconizzato ne "I limiti della crescita".
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martedì, giugno 10, 2008
Il Libro della Chimera
I lettori di questo blog saranno probabilmente sorpresi dall'apparizione questo mio libro che non parla di petrolio. Parla proprio di quello che il titolo dice: uno studio della storia, del significato e dell'evoluzione del mito della Chimera. D'altra parte, ho detto più di una volta che non si vive di solo petrolio!
A parte questo, tuttavia, se leggerete questo libro ci troverete molti elementi che non sono così lontani dalle tematiche dell'attività di ASPO-Italia. La Chimera è un mito antichissimo che ha origine con la divinità della tempesta, la bestia del tuono sacra alla dea Inanna dei tempi dei Sumeri. E' un mito che ha molto a che fare con il rapporto che abbiamo con l'ambiente in cui viviamo. Un ambiente che ci illudiamo di dominare e di poter pavimentare a nostro piacimento come se fossimo per sempre impegnati a trasformarlo in un unico, immenso, parcheggio di supermercato. Ma è un ambiente che non si fa dominare tanto facilmente e la triste fine di Bellerofonte, l'uccisore della Chimera, ci fa capire come già i nostri remoti antenati avevano capito che distruggere la natura non porta bene a chi lo fa.
Più che altro, quello che mi ha spinto a scrivere questo libro è il fascino con il concetto di mito. I miti sono narrazioni fantastiche, ma nascono dall'esigenza che tutti abbiamo di capire quello che ci succede intorno. Quando questa comprensione ci sfugge su basi razionali, tendiamo a trasformarla in termini mitologici. Così, per i nostri remoti antenati, lo spettacolo della tempesta, con associati tuoni e fulmini, non era comprensibile su basi razionali. Perciò usavano la loro immaginazione trasformando la tempesta nell'opera di una bestia leonina, alata e fiammeggiante. La Chimera.
Oggi, non abbiamo bisogno di mostri mitologici per spiegarci i temporali. Ma il nostro mondo è diventato molto più complesso e incomprensibile di quello dei nostri antenati. Di fronte a questa complessità, reagiamo creando continuamente miti non diverse da quelli antichi. La storia, per esempio, delle "scie chimiche" somiglia a quella dei portenti che gli auguri e gli aruspici vedevano nel cielo. Quella della "società basata sull'idrogeno" ricorda i miti del paradiso terrestre, allo stesso modo di come il mito del petrolio "abiotico" che sgorgherebbe all'infinito dalle viscere della terra ci ricorda la fontana di Zamzam descritta nel Corano. Le varie cospirazioni che alcuni vedono nel problema del riscaldamento globale ci ricordano i tanti miti di creature malvage, demoni o angeli del male, che cercano di farci del male. La nostra epoca è forse la più mitopoietica della storia umana.
Rispetto al metodo scientifico, mitologizzare è un modo inferiore per capire il mondo che ci circonda. Ma, allo stesso tempo, studiare l'origine e la struttura dei miti è un modo molto efficace per capire come funziona la mente umana, come aveva scoperto Jung per primo. I problemi che fronteggiamo non sono gravi perché ci mancano risorse o perché l'ambiente, di per se, non sia sano. I problemi sono tutti nella nostra incapacità di gestire ambiente e risorse in modo corretto. Sono problemi che stanno nella nostra mente.
Quindi, le nostre azioni sono guidate date dai miti moderni, questo nonostante che la nostra epoca si inorgoglisca di essere razionale e basata sul metodo scientifico. Come ci diceva Joseph Campbell nel suo "Le maschere di Dio", i miti non sono cose da sottovalutare, sono le cose più pericolose che esistono.
E il mito più pericoloso di tutti è quello che vuole che il nostro pianeta sia in nostro potere e che lo possiamo sfruttare all'infinito a nostro piacimento. Questa è una vera Chimera.
Il libro della Chimera sarà presentato al pubblico Giovedi' 12 Giugno alle 18:30 presso la Galleria Frilli, Via dei Fossi 28 r, Firenze. Sarà presente l'autore, la sovrintendente per il patrimonio artistico di Firenze, Dott.sa Cristina Acidini e il Prof. Olimpio Musso del dipartimento di scienze dell'antichità dell'università di Firenze.
Link alla pagina della Chimera di Ugo Bardi
La pagina della Chimera di Ugo Bardi in Inglese (più estesa di quella in Italiano)
Il Libro della Chimera sul sito di Polistampa
(ringrazio Francesco Meneguzzo per il suo aiuto e supporto nella difficile impresa della pubblicazione di questo libro)
lunedì, giugno 09, 2008
Ma non avrà per caso ragione Maugeri?
Non molto tempo fa, un mio intervento a un convegno sull'energia a Firenze coincideva quasi esattamente con un'iniziativa parallela dove Leonardo Maugeri, direttore della ricerca e sviluppo di ENI, parlava della stessa cosa: il petrolio.
L'intervento di Maugeri, devo dire, sembrava avere una ben maggiore risonanza del mio. Maugeri parlava nel prestigioso salone dei 500 a Palazzo Vecchio di fronte ai giornalisti e alle telecamere di tutte le reti nazionali. Io parlavo in una sala poco nota dell'ex carcere delle Murate, senza televisioni.
Lungi da me da lamentarmi di questo; per carità! Anzi, fatemi dire subito che considero Leonardo Maugeri una persona seria e preparata; tutt'altra cosa dei tanti pseudo-esperti che concionano sul petrolio senza saperne niente (e non mi fate fare esempi.... beh, ne faccio soltanto uno). Quindi, è cosa buona che la preparazione e la serietà di Maugeri siano premiate dall'attenzione dei media.
La ragione per la quale vi racconto questa storia è che mi era balenato per la testa che, all'incontro in cui intervenivo, qualcuno del pubblico avrebbe potuto alzarsi e domandarmi qualcosa tipo "Caro professore, nel momento stesso in cui lei ci racconta queste cose, il vicepresidente dell'ENI, il dr. Leonardo Maugeri, sta raccontando cose completamente diverse a Palazzo Vecchio. Perché dovremmo dar ragione a lei e non a lui?"
Nella pratica, nessuno mi ha domandato una cosa del genere. Ma siccome mi ero preparato una risposta; penso che potrei passarvela qui nel caso che la domanda sia passata per la testa a qualcuno di voi.
Allora, spero di non far torto a Maugeri se riassumo in una sola frase il concetto di fondo della sua posizione, così come appare, per esempio, nel suo libro intitolato "Petrolio" e nei suoi interventi sulla stampa. In sostanza, Maugeri dice "Il petrolio è ancora abbondante, dunque non ci sono problemi" Questa posizione è abbastanza comune in molti ambienti dell'industria petrolifera e me la ritrovo spesso presentata formalmente o informalmente in varie situazioni e da molteplici figure più o meno ufficiali.
Ora, confrontiamo con la posizione di ASPO, che credo di poter riassumere anche quella in una sola frase senza far torto a nessuno: "il petrolio è ancora abbondante, però ci sono problemi"
Messe così le cose, vedete che quello che poteva sembrare all'inizio un titanico scontro fra abbondantisti e catastrofisti si riduce a una questione molto più limitata. ASPO non ha mai detto che il petrolio sta per finire e ENI o Maugeri non hanno mai detto che il petrolio è infinitamente abbondante. Le risorse petrolifere sono entità reali e chi di questo argomento ha un minimo di conoscenza e di senso critico difficilmente si allontana troppo da certi valori che sono comunemente accettati. Le stime delle riserve fatte dall'ENI, dalla BP, o dalla Shell non sono enormemente diverse da quelle di ASPO.
Certo, non bisogna nemmeno sottovalutare le differenze. Fra i dati di ASPO e, per esempio, quelli del "Cambridge Energy Research Agency" (CERA) c'è una differenza notevole; di un buon 50% in più nelle stime di CERA. Ma anche CERA è un'agenzia nel complesso seria (anche se, a mio parere, parecchio ottimistica in questo caso) che non riesce a stiracchiare la realtà oltre un certo limite. Siamo ben lontani dalla follia di quelli che parlano di petrolio "infinito" e di altri, come Lynch e Adelman, che sparano numeri più o meno a caso.
Alla fine dei conti, in ogni caso, il problema non è contare il numero di barili che, teoricamente, stanno sottoterra e che si potrebbero estrarre, perlomeno in linea di principio. Il punto è un altro: quanti di questi barili ci possiamo permettere di estrarre? Quest'ultima domanda è, ovviamente, correlata a quanto ci costa l'estrazione.
Come ho fatto notare in un post precedente, i dati disponibili indicano che il progressivo esaurimento del petrolio ci sta portando a dover estrarre risorse sempre più costose. Si parla di estrazione da giacimenti che hanno costi anche dell'ordine degli 80 dollari al barile. Allora, non c'è troppo da stupirsi se il petrolio costa oltre cento dollari al barile. Certo, una componente speculativa esiste, ma il prezzo che paghiamo riflette i costi reali di estrazione. Il petrolio che ci rimane da estrarre - pur abbondante - costa molto caro e costerà sempre di più via via che ci muoviamo verso risorse sempre più difficili.
Quindi, il problema che abbiamo di fronte è un problema di costo, non di disponibilità fisica. Non c'è problema a trovare petrolio da aquistare sul mercato mondiale; il problema è che per aquistarlo oggi bisogna pagarlo circa 10 volte di più di quanto non costasse 10 anni fa.
A Maugeri si attribuisce la frase, dal suo libro "L'era del petrolio", "Il petrolio c'è; basta scavare". Sono perfettamente daccordo; il problema è quanto in fondo e con quanta fatica. E, soprattutto, se non si rischia di spezzarsi la schiena!
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domenica, giugno 08, 2008
I bilanci economici non ci salveranno

Etichette: economia, termodinamica
sabato, giugno 07, 2008
Calabria: il clima al tempo della “Regia Sila”
Forse nessuno guardando questa foto della Sila direbbe che siamo in pieno inverno, poco prima dei “giorni della merla”, eppure l’immagine risale al 26 gennaio di quest’anno. (Ci troviamo a circa 1.250 m sul livello del mare verso le undici nella Sila Piccola in loc. Pantano, comune di Taverna, Catanzaro).
Una testimonianza sul clima della Sila, risalente alla fine del 18° secolo, si trova nella relazione che Zurlo fece per i Borboni (“Dello Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo Giudice della Gran Corte della Vicaria” Napoli – dalla Stamperia Nazionale, 1862).
Nel primo volume, comincia con la “Descrizione geografica della Regia Sila”
“ …La stagione de’ bei giorni vi ha cortissima durata, perché comincia dopo il mese di giugno, ed a guisa della terra situata sotto i tropici quella delle nevi succede dopo la metà di settembre. Da quella parte dell’anno in poi le nubi tirate dal sole dal grembo de’ due mari Jonio verso Levante, e Tirreno verso Ponente, e spinte con violenza da venti contro le montagne medesime, si aprono e si sciolgono in piogge accompagnate da frequenti tempeste, in guisa, che dopo le prime acque si veggono subito per la rigidezza del clima ricoperte di neve.”
Lo scrittore Corrado Alvaro ne “La Calabria – Libro sussidiario di cultura regionale” scritto nel 1925, (Carabba Editore) riporta tra i proverbi del mese di novembre due detti che fanno riferimento al clima locale: “Per San Clemente (23 novembre) il verno mette un dente” “Per Santa Caterina (25 novembre) la neve alla collina”. Più avanti, quando Alvaro descrive il paesaggio di dicembre si legge: “ Il tempo è divenuto rigido; sui monti ha già nevicato. Arrivano nella pianura folate di neve.”
Ed infine per fugare ogni dubbio dovrebbe bastare quello che scrisse Norman Douglas, reduce da viaggi effettuati in Calabria tra il 1907 ed il 1911.
Nel libro “Vecchia Calabria”, nella descrizione della Grande Sila, Douglas scrive: “L’aria di queste alture è vibrata e pungente: qualche anno fa, in cima al Monte Nero nell’ultima settimana di agosto, non riuscimmo a far sciogliere al sole un blocco di neve offertoci da un pastore quale contributo al nostro pasto.”
(Questi ultimi due testi me li ha indicati il perito agrario M. Rizzo).
I tre Autori citati, osservatori attendibili e qualificati, riportano testimonianze concordanti sul clima della Sila tra la fine del ‘700 ed i primi decenni del ‘900.
Pertanto dal confronto tra il clima riscontrato fino ai primi decenni del XX secolo e quello che verifichiamo empiricamente negli ultimi anni, possiamo sicuramente affermare che c’è stato un palpabile cambiamento climatico.
Sila Piccola, loc. Roseto: la neve rimasta si trova all’ombra dei pini.
Per fortuna nevica ancora un po’ ma la poca neve caduta si scioglie molto presto.
Sono accademiche le preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici in atto?
Meno neve vuol dire meno acqua per il terreno e quindi minore disponibilità per le sorgenti, per le piante e … per noi esseri umani.
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giovedì, giugno 05, 2008
Il sughero non serve solo per i tappi di bottiglia
Problemi. I lavori sulla copertura dell’edificio sono di competenza condominiale e non sempre si riesce a mettere d’accordo tutti. Infatti, nel mio caso, ho dovuto accollarmi interamente la spesa in cambio del permesso degli altri condomini a realizzare i lavori.
Risultati. Nell’attestato di qualificazione energetica da inviare obbligatoriamente all’Enea, pena l’esclusione dalle agevolazioni fiscali, risulta che la trasmittanza termica del tetto è passata da un valore precedente l’intervento di 2,25 W/mq.°K a 0,348 W/mq.°K, consentendo un netto miglioramento delle prestazioni energetiche della climatizzazione invernale e delle condizioni climatiche interne all’abitazione nel periodo estivo (considerando che non utilizzo dispendiosi impianti di raffrescamento). In particolare, l’attestato prevede una riduzione di circa il 35% del fabbisogno di energia primaria per la climatizzazione invernale, che ho
cominciato a verificare anche nelle bollette del gas relative alla trascorsa stagione invernale, con un conseguente notevole abbattimento dei costi del riscaldamento.Morale della favola, l’isolamento termico dell’abitazione e soprattutto della copertura è attualmente un’operazione estremamente conveniente in termini economici e di benessere ambientale. Dal punto di vista generale, è auspicabile che le agevolazioni fiscali previste vengano confermate anche per i prossimi anni in quanto, come si può vedere in questo grafico, nel riscaldamento delle abitazioni, si possono conseguire i maggiori risparmi energetici negli usi finali del settore residenziale.
Etichette: efficienza energetica, materiali
I Rifiuti di Granada VIII - Il filo per i panni da plastica riciclata
Concludo - per ora - con questa immagine la serie dei post sul convegno "Waste Management 2008" di Granada. Ho ancora dei post in preparazione, ma credo che sia il tempo di lasciare il blog anche ad altri argomenti. Spero che abbiate trovato degli spunti interessanti in questa serie; personalmente mi limito a dire che è stata forse la conferenza più interessante alla quale ho mai partecipato. Grazie a tutti per l'attenzione e torneremo poi sull'argomento
mercoledì, giugno 04, 2008
I rifiuti di Granada VII - la cucina atomica del Dr. Anilir
La prima impressione che ho avuto di Serkan Anilir si può descrivere con le classiche parole "questo è matto da legare". In effetti, a sentire il suo progetto è difficile pensarla altrimenti. E' partito con l'idea di un piccolo inceneritore sotto il lavello della cucina (!!). Poi manda la CO2 che si forma a un reattore che la fa interagire con idrogeno creato da un elettrolizzatore alimentato dal generatore connesso all'inceneritore. Poi ha trovato il modo di connettere il tutto a un sistema idroponico che produce anche insalata. Mi aspettavo da un momento all'altro che dicesse che c'era anche un piccolo reattore nucleare nel WC o da qualche parte. Non l'ha detto, ma c'è andato vicino quando ha menzionato la De Lorean del film "Ritorno al Futuro" come sua fonte di ispirazione.
Bene, chiaramente Anilir ha esagerato, però io credo che, passato il primo shock, quello che sta facendo vada valutato con attenzione; soprattutto per il suo valore innovativo.
Non tutto quello che è innovativo deve per forza essere meglio di quello che non lo è. Però, in un mondo come il nostro, che cambia a una velocità pazzesca, se non riusciamo a innovare siamo condannati. Questo è un concetto particolarmente importante per quanto riguarda la questione dei rifiuti dove sto notando sempre di più la tremenda resistenza che c'è in tutti i settori contro l'innovazione.
Vedete, per me quello dei rifiuti è un mondo piuttosto nuovo. Io sono abituato a lavorare nel campo dell'energia. Con l'energia, se hai qualcosa di appena un po' innovativo, industrie e istituzioni te lo strappano letteralmente dalle mani. Nei rifiuti, se hai l'idea del secolo, il massimo che ottieni da assessori e gestori è un'occhiata distratta e un "oh-hum". Ho sentito a un convegno il rappresentante di un azienda nazionale di gestione dire che sui rifiuti "non si deve fare ricerca" perché "poi le cose non funzionano" (lo giuro, ha detto proprio così).
Ci sono delle ragioni per questo differente comportamento e credo di averle identificate. Quello dell'energia è un mondo competitivo dove valgono, più o meno, le regole del mercato. Se hai una trappola per topi migliore di quella dei tuoi concorrenti, il mercato è tuo. Non sempre è così, ma nel complesso la regola vale. Ma, nel campo dei rifiuti, non c'è un vero è proprio mercato. Ci sono le amministrazioni locali che, in teoria, dovrebbero cercare di scegliere le soluzioni migliori per conto dei cittadini. Nella pratica, esiste sempre il rischio che i membri di dette istituzioni si mettano daccordo con le aziende che gesticono i rifiuti non in funzione del benessere dei cittadini ma del proprio benessere personale. In sostanza, il mercato non se lo piglia chi ha la trappola per topi migliore, ma chi da una mazzetta al funzionario che sceglie quali trappole comprare.
Ne consegue che la migliore gestione dei rifiuti, e anche la più innovativa, la dovremmo trovare dove c'è la miglior qualità della pubblica amministrazione. Ora, se da noi ci lamentiamo tanto dei nostri amministratori, evidentemente qualche ragione c'è e io sospetto che questo sia il motivo per il quale i rifiuti sono ammistrati così male da noi. In contrasto, dovremmo vedere la buona gestione dove le strutture amministrative sono tradizionalmente di buona qualità.
Il paese che ha probabilmente la migliore pubblica amministrazione al mondo è il Giappone, questo ve lo posso dire anche perché ci ho vissuto per un certo periodo. Laggiù, con la densità di gente che c'è, se fanno uno sbaglio nella gestione dei rifiuti è un disastro, altro che Napoli!! In effetti, però, se andate a Tokyo, di rifiuti non ne vedrete nemmeno traccia; non ci sono nemmeno i cassonetti lungo le strade. E' tutto raccolta condominiale e domiciliare; tutto viene raccolto, riciclato, compostato e incenerito localmente, tipicamente sotto il parco pubblico di quartiere. Sono evolutissimi e soltanto in Giappone potreste trovare un progetto nominato "super eco-town" riferito a Tokyo. E indovinate da dove viene lo studio del prof Serkan Anilir? Dall'università di Tokyo!
La società giapponese, in effetti, è una società fortemente favorevole all'innovazione tecnologica. Sono abbastanza sicuro che se il direttore di una società che gestisce i rifiuti dicesse pubblicamente che non bisogna fare ricerca perché poi le cose non funzionano, beh, credo che lo darebbero al cuoco del Teppan-Yaki, quello col coltellaccio, per farne un arrosto a fettine.
Ripeto che l'innovazione non è di per se il miracolo infallibile, ma certamente, in Italia, sapere che si tolgono i soldi alla ricerca scientifica per finanziare il buco del bilancio dell'Alitalia non ci da molta fiducia nel nostro futuro. Con la crisi dei rifiuti, ci stiamo dimostrando incapaci di innovare; sembra che siamo solo capaci di imporre con la forza soluzioni obsolete.
Fatte le dovute proporzioni e correzioni, invece, la cucina atomica del Dr. Alanir potrebbe essere una buona sorgente di ispirazione anche per cose come la crisi di Napoli. Certo, non possiamo mettere un inceneritore sotto ogni lavello, ma l'idea di incoraggiare i cittadini a rendersi responsabili eautonomi nei riguardi dei loro rifiuti è quella giusta.
Potete leggere una descrizione del lavoro di Serkan Alanir in questo articolo. Tokyo me la ricordo come la città più pulita che abbia mai visto in tutta la vita. Trovate qui una descrizione delle politiche di gestione e trattamento dei rifiuti a Tokyo
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martedì, giugno 03, 2008
I rifiuti di Granada VI - l'esplosione del salgemma

Le grandi conferenze scientifiche sono sempre molto dispersive e faticose. Giri da una sessione all'altra, trovi che certe cose che ti sembravano interessantissime dal titolo, in realtà non ti interessano per niente. Trovi oratori bravi e oratori che non si capisce neanche di cosa parlano. Trovi un po' di tutto e il risultato finale è una specie di sfinimento mentale che ti coglie e ti fa stravaccare su una sedia con gli occhi vitrei e puntati all'infinito.
Ma, certe volte, ti capitano sorprese piacevoli. Una di queste è stata la presentazione di Vladimir Dubinko, ricercatore ukraino. Uno dei soggetti di questa conferenza erano i rifiuti radioattivi e Dubinko ha fatto vedere i suoi risultati sullo stoccaggio delle scorie radioattive dentro quelle che in inglese si chiamano "salt dome" e che in italiano vanno sotto il nome di "formazioni saline" o semplicemente salgemma. Il sito di stoccaggio di Scansano di cui si è parlato qualche tempo fa, era di questo tipo. L'idea è che questi siti sono stabili da diverse centinaia di milioni di anni; pertanto sono un buon posto per immagazzinare le scorie radioattive
Dubinko però ha scoperto un problema. Ha visto che esponendo il salgemma (NaCl) alle radiazioni, si formano delle bolle di cloro all'interno della struttura. Queste bolle indeboliscono il solido e alla fine lo fanno letteralmente esplodere. E' un fenomeno abbastanza noto nella scienza dei materiali. A me è capitato scaldando un blocco di silice; sembrava una roccia indistruttibile e, invece, è andato in un milione di pezzi portandolo solo a 300 gradi. Dopo abbiamo scoperto che conteneva delle minuscole inclusioni di carbonato di calcio che, scaldando, rilasciavano CO2 gassoso. Dubinko l'ha visto succedere con il salgemma irradiato, ma non solo; anche su altre rocce in teoria resistenti, come il granito. Una perfetta illustrazione del principio di Lao Tsu che diceva (mi pare) "chi è duro alla fine si spezza".
Ora, non mi fate sproloquare di cose di cui so poco. Non mi intendo di scorie radioattive e ancora meno di stoccaggio geologico. Però, la presentazione di Dubinko mi ha fatto vedere problemi che non sospettavo esistessero. Se mettiamo le scorie in queste salt dome impermeabili; ci resteranno davvero per milioni di anni? Oppure la radioattività spaccherà tutto molto prima, facendo penetrare acqua e sparpagliando le scorie dappertutto?
Non è detto che il fenomeno che Dubinko ha trovato in laboratorio si verifichi anche nella pratica. Non ci sono dati affidabili su cosa potrebbe succedere in un milione di anni, o fra mille anni, o anche solo pochi secoli. Non è affatto detto che Dubinko abbia dimostrato che lo stoccaggio nel salgemma o nel granito non sia sicuro. E', comunque, un'illustrazione dell'immensa complessità di queste cose e della difficoltà di gestirle correttamente,
La cosa mi ha fatto più che altro riflettere su quelli che vorrebbero risolvere la questione del nucleare in italia a colpi di referendum. Ovvero ridurre tutta questa faccenda difficile e complessa a una scelta fra nucleare si e nucleare no; con da una parte alcuni che ti raccontano di quanto è bello e perfettamente sicuro il nucleare e dall'altra quelli che ti portano una sfilata di gente vestita da mutanti del post-olocausto. La cosa è un tantinello più sottile ma, purtroppo, i nostri metodi decisionali sono rimasti all'800 e non ammettono altre risposte che non siano "si oppure "no". Più si va avanti, più il mondo diventa complicato. Più diventa complicato, più sembra che siamo incapaci di gestirlo.
Anche queste cose si imparano a una conferenza sui rifiuti. L'articolo di Dubinko, in inglese, lo trovate a questo link.
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I rifiuti di Granada V - Il picco dei rifiuti
Oggi è stato il mio turno alla conferenza. Ho parlato del "picco dei rifiuti", (peak waste). E' il risultato di una ricerca che sto facendo da un po' di tempo dove cerco di applicare ai rifiuti gli stessi modelli che si usano per il petrolio. Il risultato è inequivocabile, stiamo piccando e non lo dicono solo i modelli: i dati sperimentali sono abbastanza chiari. L'Europa è già in declino in termini di produzione di rifiuti domestici, gli Stati Uniti sono sul loro picco dei rifiuti, l'Italia, come al solito in controtendenza su tutto, vede la propria produzione di rifiuti tuttora in rapido aumento, anche se con qualche tendenza a rallentare.
Non c'è gran che da stupirsi di questo risultato: in un mondo finito niente può continuare a crescere all'infinito; figuriamoci i rifiuti. L'economia mondiale è come un grande macchinario. Se ha meno carburante, comincia a girare più piano, e produce anche meno gas di scarico. Da questo, deduco che nel futuro avremo meno rifiuti e dovremo cominciare a deciderci a considerarli per quello che sono: ovvero una preziosa sorgente di materie prime che saremo sempre più in difficoltà a ottenere dalle sorgenti tradizionali. Ho detto nella mia presentazione che "we can't anymore waste our waste" che non riesco a tradurre esattamente in italiano, ma vuol dire che non possiamo più "sprecare i rifiuti".
L'accoglienza alla mia presentazione è stata abbastanza incoraggiante. Mentre parlavo, vedevo molta gente annuire, convinta. Qualcuno mi quardava come se fossi un marziano ma, dalle domande e dalle discussioni che ho avuto dopo, ho visto che il messaggio è senz'altro passato, a parte alcuni dei soliti impervi. Anche il chairman, che mi aveva fatto qualche domanda critica, è venuto fuori essere una bravissima persona, convinto della necessità di introdurre le energie rinnovabili e che era più che altro rimasto scioccato quando ha capito che il picco del petrolio - di cui ho anche parlato - rischia di causare una grave crisi alimentare nei paesi poveri.
C'erano state un altro paio di presentazioni dove facevano vedere previsioni sulla produzione dei rifiuti: poco più che estrapolazioni lineari. Brave persone questi, ma l'industria dei rifiuti è terribilmente indietro rispetto all'industria petrolifera. Quest'ultima è addirittura ossessionata dalle predizione del futuro mentre sembra che chi si occupa di rifiuti non sia particolarmente interessato a sapere che cosa si dovrà aspettare anche a soli pochi anni di distanza.
In sostanza, mi è parsa un'udienza molto ricettiva e interessata. Molto più sveglia dell'udienza media dei convegni sui rifiuti in Italia, dove anche ho presentato questi stessi risultati ma, il più delle volte, nella quasi totale indifferenza. La sessione di oggi mi conferma l'impressione che ho avuto fin dall'inizio di questa conferenza: Molta di questa gente, anche se non tutti, credono a quello che fanno e hanno una visione etica evoluta e apprezzabile. Molti ricercatori europei e nord-americani sono impegnati in collaborazioni con i paesi poveri, e ci sono molti rappresentanti anche dai paesi poveri. I problemi sono enormi dappertutto, ma forse i "poveri" sono partiti col piede giusto. Non potendo permettersi trattamenti hi-tech come i megainceneritori, riciclano al meglio possibile e nel contempo fanno ingegneria sociale cercando di aiutare le fasce più povere. Un giorno o l'altro ci troveremo a doverli rincorrere e ce lo saremo meritato.
L'articolo che ho presentato alla conferenza di Granada, scritto in collaborazione con Alessandro Lavacchi, lo potete trovare iscrivendovi al forum "nuove tecnologie energetiche" (link in alto a destra) e scaricandolo dalla sezione "file"
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lunedì, giugno 02, 2008
I Rifiuti di Granada IV - la conferenza
gestione dei rifiuti di San Paolo, in Brasile.
Come avrete notato, ho investito un bel po' di tempo e di risorse sulla conferenza sui rifiuti di Granada. Avevo l'idea che ne sarebbe valsa la pena e oggi ve lo posso confermare. Ne valeva la pena. Assolutamente. Completamente. Senza l'ombra di un filo di dubbio.
La conferenza è cominciata subito benissimo stamattina con la prima presentazione invitata di Arjan van Timmeren dell'università di Delft, Olanda. Ha parlato del concetto di "metabolismo urbano", che è una variazione sul tema generale di "ecologia industriale". Van Timmeren parla di un concetto estremamente ambizioso; il riciclo totale, non solo di quello che noi chiamiamo "RSU" (rifiuti solidi urbani) ma anche dei rifiuti organici umani. Ha realizzato dei sistemi completi a vari livelli, dalla casa singola all'intero quartiere. Sono quasi delle astronavi urbane, che mettono in pratica sulla terra quello che si fa nello space shuttle, in effetti la sua "vacuum toilet" sembra essere derivata da quella dello shuttle. Ma sulla terra si può anche ottenere energia dal biogas dei rifiuti di origine umana. A parlarci, van Timmeren è il perfetto profilo dell'aspista, si occupa anche di dirigibili (!!).
Dopo un talk come quello di van Timmeren ho pensato che me ne potevo anche tornare a casa; non avrei potuto sentire niente di meglio. Invece, oggi pomeriggio ho sentito Jutta Gutberlet , dell'università di Victoria, in Canada, parlare dell'integrazione della raccolta e il riciclo dei rifiuti nel tessuto sociale del Brasile. L'idea è di dare un lavoro e un reddito agli "outcast" brasiliani. Sembra che la cosa abbia funzionato alla grande. Una fascia sociale disprezzata e respinta ha acquisito una logica e un posto nella società. Sono diventati grandi esperti nel separare i materiali e la gente li conosce e li apprezza. Dice che li invitano anche a bere il caffé e a chiaccherare quando passano. Le ho chiesto se non si potrebbe fare la stessa cosa con in nostri Rom, e lei mi ha detto "perché no?". Già, in effetti, perché no? Persona molto interessante questa sig.ra Gutberlet; di genitori tedeschi è cresciuta in Brasile e ora vive in Canada. Parla inglese, tedesco, portoghese, spagnolo e anche un po' di Italiano.
Finito qui? No, in realtà ho avuto un ulteriore illuminazione; anche se forse non così potente come quella ricevuta dalla Gutberlet. Ho fatto una lunga chiaccherata con il chairman della conferenza, il prof. Carlos Brebbia. Anche lui è una personalità estremamente interessante. Argentino, ingegnere civile di formazione, è il direttore del Wessex Research Institute. Si occupa un po' di tutto, una classica mente poliedrica. Si occupa anche di deforestazione. Abbiamo scambiato idee; lui ha fatto uno studio specifico sulla deforestazione in Islanda, io lo sto facendo sull'Irlanda.
Brebbia mi ha illuminato in particolare su una cosa: vedete, con il fatto di andare a questa conferenza mi era rimasta una perplessità di fondo; non avrei dovuto piuttosto fare il bravo professore universitario di chimica e occuparmi solo di molecole come fanno i miei colleghi? Brebbia mi ha dato questa piccola illuminazione zen dicendomi "se vuoi fare qualcosa di utile devi diventare interdisciplinare e questo non è compatibile con quello che si fa all'università".
Eh, beh, Brebbia ha proprio ragione. L'università, in tutto il mondo, non ammette competenze interdisciplinari, premia invece la specializzazione. Questo rende estremamente difficile occuparsi di cose così profondamente interdisciplinari come l'ecologia industriale, il metabolismo urbano o anche semplicemente di rifuti visti come qualcosa di un pochino più variegato e complesso di un combustibile per gli inceneritori. Meglio detto, non è che nessuno te lo impedisca, ma non ne vieni premiato. In Italia, deve essere un problema più serio che in altri posti del mondo. Non che non ci siano italiani in questa conferenza e non fatemi dir male di loro perché mi sono parse bravissime persone. Ma indovinate in quale sessione sono concentrati? Indovinate anche qual'è l'unica sessione che ha un chairman italiano? Indovinato? Quella sugli inceneritori. Meno male che qui almeno li chiamano "incinerators" e non qualcosa tipo "thermalvaluegenerators".
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domenica, giugno 01, 2008
I rifiuti di Granada III - non c'è peggior disgrazia che esser ciechi a Granada

Dale limosina, mujer, que no hay en la vida nada como la pena de ser ciego en Granada
Fagli l'elemosina, moglie, perché non c'è peggior disgrazia in vita di esser cieco a Granada
Francisco Alarcón de Icaza
E' la geografia che determina la storia e, in qualsiasi posto ti capita di viaggiare, ci vuole abbastanza poco per cogliere i segni del passato. Granada è a metà fra le montagne della Sierra Nevada e la pianura dell'Andalusia. Le montagne innevate significano acqua; la pianura significa agricoltura. Queste pianure devono essere state fertili e ricche. Allo stesso tempo, per chi viveva in queste zone, la montagna portava ricchezza in forma di legname. Non c'è da stupirsi che l'Andalusia sia stata la sede di una raffinata civiltà, quella dell'ultimo reame arabo, fino alla reconquista nel 1492. Ma la pianura è oggi in gran parte deserto o, al massimo, sostiene l'olivicultura. Da quello che posso vedere dalle mappe di Google, le montagne a Est di Granada sono molto malridotte e spelacchiate.
Non ho trovato molti dati sulla deforestazione della Sierra Nevada, ma mi sembra probabile che sia stata completata dagli Arabi verso gli anni che hanno seguito la grande pestilenza medievale, ovvero dal 1400, circa. A quel punto, non è rimasta che la decadenza che fa seguito a tutte le deforestazioni. Una delle cause della decadenza che segue la deforestazione è che non c'è più il carbone di legna che serve a fare l'acciaio, e con quello si fanno le armi. Amin Maalouf, scrittore Libanese, ci racconta in "Leone l'Africano" di come i difensori di Granada al tempo della reconquista non solo non avessero cannoni ma non sapessero nemmeno utilizzare quelli catturati ai Castigliani. Non è necessariamente una verità storica, ma se Maalouf l'ha raccontata vuol dire che c'era qualche leggenda del genere e, si sa, le leggende hanno spesso una base storica.
In questo caso, quella di Granada è stata una decadenza lenta che ci ha lasciato una città vecchia molto elegante, con tante fontane e pareti ricoperte di azulejas colorate. Granada, come tutta la Spagna, ha ricominciato a espandersi solo in termin moderni, con l'energia che viene dal petrolio. Ora, come in tutto il mondo, intorno alla città vecchia c'è una cintura di edifici moderni, autostrade, e centri commerciali. Che sia petrolio o foreste, cambia poco, una volta che la risorsa è stata sfruttata fino in fondo non rimane che "rientrare". Agli antichi Moriscos di Granada è toccato un ritorno abbastanza dolce. Vedremo che cosa capiterà a noi.
Cosa c'entra tutto questo con la conferenza sui rifiuti? Beh, non tanto, ma in effetti i rifiuti sono una conseguenza del sovrasfruttamento delle risorse e sembra che ci sia una certa cognizione in questo ambiente che le foreste e la deforestazione sono cose importanti da tutti i punti di vista. Gli organizzatori hanno regalato a tutti i partecipanti un libro sulle foreste del Wessex, dove sta l'istituto che organizza il convegno. Oltre a quello, ci hanno dato il librone degli atti: 917 pagine. Me lo sto guardando con calma. Domani cominciano i lavori.
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