domenica, novembre 30, 2008

Il petrolio del re: riflessioni sulla sostenibilità



Illustrazione originale del racconto di Rudyard Kipling "L'Ankus del re"
della serie del "Libro della giungla".

La questione dei "commons", ovvero dei beni comuni, è cruciale per capire come ottenere e gestire quello che chiamiamo "sostenibilità". In questo post cerco di approfondire l'argomento, riprendendo e espandendo certi ragionamenti che avevo fatto in un mio post precedente, quello intitolato "La Spigolatura dei Rifiuti". Ho visto che c'è stato più d'uno che sulla spigolatura ci ha rimuginato sopra e fatto commenti, nonostante fosse un testo piuttosto lungo. Anche questo che segue è un testo piuttosto lungo, ma credo che troverete interessante la mia analisi su quali fattori portano a quell'esplosione di sovrasfruttamento che va sotto il nome di "tragedia dei beni comuni." Troverete anche interessante il risultato che le energie rinnovabili sono la nostra migliore speranza per una società che sia allo stesso tempo ricca e stabile. Se arrivate in fondo, poi mi direte cosa ne pensate.



1. Introduzione: l'ankus del re.


Vorrei cominciare raccontandovi una storia: "L'Ankus del re," una di quelle della serie del "Libro della Giungla" di Kipling. Nella storia, Mowgli e Kaa, il ragazzo e il grande serpente, vanno a esplorare le rovine di una città perduta. Sotto le rovine della città, trovano un tesoro immenso: oro, pietre preziose, gioielli. E' custodito dal grande cobra bianco che era li' da centinaia di anni a difenderlo. E il cobra è convinto che ancora, sopra la sua testa, ci sia la grande città del re con i suoi elefanti, i templi, i palazzi e tutto il resto.

Mowgli non è che sia gran che impressionato dal tesoro. Dice che non è roba che si può mangiare e quindi non gli interessa. Il cobra ci rimane male, ma è molto vecchio e sembra che non sia più tanto dentro con la testa. Si arrabbia e minaccia di uccidere Mowgli, ne segue una lotta in cui il cobra viene sconfitto. A questo punto, Mowgli trova una cosa nel tesoro che gli piace, una specie di lancia tutta ingioiellata che è questo Ankus del re. Se lo porta via; un po' anche per fare un dispetto al cobra.

Tornato nella foresta, Mowgli si rende conto che l'ankus è uno strumento per tormentare gli elefanti, allora non gli piace più e lo butta via. Poi però gli viene in mente che forse è meglio che lo riporti al cobra, ma nel frattempo qualcuno l'ha trovato e se l'è portato via. A questo punto, Mowgli e Bagheera, la pantera, si mettono alla ricerca del prezioso ankus. Trovano una traccia di sangue e di morte fra quelli che si sono uccisi a vicenda per impadronirsene. Alla fine, riescono a recuperarlo e a riportarlo dal Cobra che lo terrà nascosto ancora per secoli. Così finisce la strage e anche il racconto.

Kipling è stato un grande scrittore. Le sue storie sono piene di significato ma, allo stesso tempo, ci senti anche il puro piacere di raccontare una storia, ci senti i personaggi come se fossero dotati di vita propria. Nella storia dell'ankus, per esempio, il grande serpente, Kaa, è un gran bel personaggio. Ha una sua vita, una sua potenza, un suo fascino. Pensate invece a come l'hanno ridotto nel film di Walt Disney: una specie di gatto Silvestro senza le zampe. Ci deve essere una ragione per la quale oggi riusciamo a banalizzare tutto. Ma questa è un'altra faccenda.

Allora, c'è un significato nella storia dell'ankus che è evidente: quello dell'improvvisa ricchezza che porta male a chi la trova. Questa è una storia che non trovate solo in Kipling, è uno dei classici temi della letteratura fin dal tempo del tesoro dei Nibelunghi, quello di Sigfrido. In tutte queste storie, il tesoro è difeso da qualche creatura sotterranea e porta con se una maledizione. Sigfrido sconfigge il drago Fafnir e si impadronisce del tesoro, ma a lungo andare fa una brutta fine, esattamente come quelli che si sono presi l'ankus nel racconto di Kipling. Questa trama la ritroviamo in continuazione. E' un'intuizione comune che fa parte del sapere popolare anche se, nella maggior parte dei casi, l'intuizione non spiega il perché di questa che possiamo chiamare "la tragedia dell'improvvisa ricchezza" o, più semplicemente "la tragedia dell'ankus". Si tratta allora di esaminarne le ragioni che possiamo trovare in una teoria che va sotto il nome di "tragedia dei commons".


2. La tragedia dei commons

Curiosamente, la teoria economica standard non si occupa dell'abbondanza ma soltanto della scarsità. Però esiste anche un problema dell'abbondanza che è stato trattato più che altro da persone con una formazione in biologia o ingegneria. Che succede se assumiamo l'esistenza di una risorsa abbondante e di una popolazione in grado di sfruttarla? Beh, in biologia lo sappiamo bene: è un caso che si verifica in tutte le popolazioni di animali; dalle culture batteriche ai cervi di montagna. In presenza di cibo abbondante, la popolazione cresce rapidamente. Ma questa crescita esaurisce le risorse di cibo disponibili e la popolazione crolla. In un certo senso, è questa la maledizione dell'abbondanza che si trasforma in scarsità: la maledizione dell'ankus.

Il primo ad applicare esplicitamente questo modello biologico alle popolazioni umane è stato Garrett Hardin che, nel 1966, propose la sua idea della "Tragedia dei Commons", in italiano "beni comuni" o "usi civici". Hardin faceva l'esempio di un pascolo dove tutti possono portar le loro pecore. Secondo Hardin, in queste condizioni valgono le stesse leggi che ci sono in biologia. In presenza di una risorsa abbondante (erba) la popolazione che la sfrutta (pecore) cresce rapidamente. Ma questa crescita causa l'esaurimento dell'erba, che non ce la fa a ricrescere abbastanza in fretta. Il risultato è il crollo della popolazione delle pecore (e anche di quella dei pastori) e la distruzione dei pascoli. Questa, appunto, è la "tragedia dei commons".

Ma è possibile che gli esseri umani non riescano a gestire un pascolo meglio di quanto i batteri facciano con il loro brodo di cultura? Hardin sostiene che esiste un meccanismo perverso che fa si che i pastori si comportino, in effetti, come batteri. Ogni pastore si trova di fronte a una scelta individuale: portare o non portare una pecora in più al pascolo? Il danno che una pecora di troppo fa al pascolo si sparpaglia su tutti i pastori, ma il beneficio va solo a quello che ce la porta. L'avidità rende e va a finire che tutti portano più pecore di quanto non dovrebbero. Il pascolo viene sovrasfruttato e rovinato e i pastori stessi ne subiscono le conseguenze.

Il modello di Hardin si applica a molti casi reali in cui abbiamo una risorsa da sfruttare. Pensate al petrolio, somiglia molto all'ankus: qualcosa di grande valore saltato fuori dalla terra all'improvviso e che ci ha reso tutti un po' pazzi e ci ha portato ad ammazzarci fra di noi, proprio come i personaggi del racconto di Kipling. E non è solo questione di petrolio. Il meccanismo perverso descritto da Hardin si applica a tutte le risorse minerali. Ma ci sono anche altri casi. Pensate all'atmosfera, che è un bene comune anche quello inteso come un luogo dove possiamo scaricare gli inquinanti gassosi prodotti dall'industria. Pensate ai fiumi intesi come luogo dove possiamo scaricare gli inquinanti liquidi. Ci sono tantissimi altri esempi in cui l'avidità individuale, o di piccoli gruppi, rovina e distrugge dei beni comuni.

Il modello di Hardin ha un suo fascino perverso: è una specie di destino ineluttabile che colpisce gli esseri umani. Eppure, è anche vero che gli esseri umani sono più intelligenti dei batteri (anche se alle volte non sembra). Possibile che non si trovino rimedi per evitare la tragedia dei commons?

Il problema della gestione dei beni comuni è stato affrontato molte volte da politici e da economisti, anche se raramente il concetto è stato menzionato esplicitamente. Secondo il pensiero marxista, la collettivizzazione del pascolo avrebbe risolto i problemi. Il numero di pecore da portare lo decide il Gosplan, il comitato per la programmazione economica che ha in mente soltanto il bene del popolo. Secondo il pensiero liberista, invece, è la privatizzazione che risolve tutti i problemi. Affidiamo il pascolo a un proprietario e trasformiamo i pastori in suoi dipendenti. Nella sua ricerca di massimo profitto, il proprietario non ha di certo interesse a distruggere l'erba. Possiamo anche pensare ai pastori che si riuniscono a Kyoto per firmare un protocollo che stabilisce la graduale riduzione del numero di pecore, pena il pagamento di una "sheep tax" per chi non rientra nei limiti.

Questi metodi sono stati tutti sperimentati in varie condizioni, ma è ovvio che non funzionano molto bene. Per esempio, il sovrasfruttamento dei terreni agricoli da parte delle multinazionali alimentari è noto a tutti. Eppure, i terreni sono di loro proprietà e non avrebbero nessun interesse a distruggere le risorse che sfruttano. Quanto all'efficacia del vecchio Gosplan sovietico e del moderno trattato di Kyoto, beh, lasciamo perdere.

In sostanza, possiamo pensare a diversi "paletti" per impedire il sovrasfruttamento: leggi, regole, trattati, e tante altre cose. Ma quando ti trovi davanti alla prospettiva di un improvvisa ricchezza, un ankus ingioiellato o un pozzo di petrolio, non ci sono paletti che tengono. Nell'India favolosa di Kipling, i personaggi del racconto si ammazzano a coltellate per l'ankus. Nel mondo reale di oggi, per il petrolio intervengono i carri armati e i missili, ma più o meno è la stessa cosa.

Eppure, c'è un punto che finora non abbiamo considerato. Ma siamo veramente sicuri che ci vogliano leggi, regole o privatizzazioni per evitare la tragedia di Hardin? In fondo, beni comuni sono esistiti nella storia per tanto tempo ed esistono ancora. Andate sulle Alpi, per esempio. I pascoli sono spesso gestiti come usi civici e senza regole rigide della gestione. Ma non li trovate spelacchiati da troppe pecore o troppe mucche. Sono belli verdi; non c'è nessuna tragedia in giro. Pensate ai boschi: quando sono gestiti come beni comuni chiunque può andare a raccogliere funghi o legna; ma questo non vuol dire che i boschi vengano distrutti. Sembrerebbe che ci siano delle condizioni che rendono inerentemente stabili i beni comuni. Per capire questo punto, dobbiamo ragionarci sopra in dettaglio.


3. Il modello dinamico dello sfruttamento dei beni comuni.

L'esplosione economica che porta al sovrasfruttamento è un classico effetto di quello che si chiama "feedback positivo" (o "retroazione positiva"). Si verifica quando in un sistema ci sono due o più elementi che si rinforzano fra di loro. Nel caso del petrolio, per esempio, uno degli elementi è il petrolio stesso, l'altro è la ricchezza che il petrolio produce. Più petrolio si estrae, più chi estrae si arricchisce. Più è ricco chi estrae, più può investire nella ricerca e nell'estrazione di nuovo petrolio.

Questo fenomeno si può descrivere in termini di feedback usando i metodi noti nel campo che si chiama la "dinamica dei sistemi". In termini generali, il feedback è generato da due elementi che possiamo chiamare "risorsa" e "capitale". La risorsa è tutto quello che possiamo sfruttare economicamente: erba, petrolio, e anche l'atmosfera intesa come luogo dove buttare gas che altrimenti ci costerebbe più caro smaltire. Il capitale è l'aggregato di entità economiche che lo sfruttamento della risorsa crea e che permette di sfruttare ulteriormente la risorsa. Nel caso dell'erba dei pascoli di Hardin, il capitale sono le pecore. Nel caso del petrolio, il capitale è di tipo monetario, ma è anche tutto quell'insieme di attrezzature, personale e competenze che permette di esplorare e estrarre nuovo petrolio. Da notare che il petrolio non viene comunemente considerato un "bene comune"; ovviamente i pozzi sono proprietà privata. E' vero, ma è il territorio da esplorare che si configura bene comune: l'esplorazione è libera.

Dati questi due fattori, possiamo costruire un modello dinamico semplice assumendo che :

1. La produzione di risorse è proporzionale al capitale disponibile
2. La produzione di capitale è proporzionale alle risorse disponibili

Queste condizioni si possono mettere in forma di equazioni e generano una rapida crescita, di tipo esponenziale, sia della produzione di risorsa come del capitale. E' un modello ben noto in biologia, dove però non si usa di solito il termine "capitale". Messe così le condizioni, la crescita va all'infinito, ma si può introdurre anche il feedback negativo che deriva dall'esaurimento della risorsa e dal deprezzamento del capitale. In questo caso, abbiamo un modello che, nella sua forma più semplice, è quello detto di "Lotka-Volterra". Questo tipo di approccio è la base, fra le altre cose, dei "modelli del mondo" sviluppati negli studi dei "Limiti dello Sviluppo". Se vi interessano le equazioni di Lotka-Volterra, le trovate in fondo a questo testo.

La rapidità della crescita economica dipende dalle caratteristiche del sistema. La crescita è tanto più rapida quanto più efficace è la trasformazione del capitale in risorsa e della risorsa in capitale. Il caso più semplice, qui, è quello delle risorse energetiche; dove sia la risorsa che il capitale si possono definire in termini di energia. In questo caso, possiamo parlare di "ritorno energetico" (EROEI: energy return of energy invested), inteso come il rapporto fra la produzione e il capitale investito. Maggiore l'EROEI, più rapido il processo.

L'EROEI dei combustibili fossili è stato il più alto mai avuto a disposizione dagli esseri umani e ci ha consentito una crescita economica di una rapidità mai riscontrata nella storia. Per esempio, il petrolio degli "anni d'oro" dei pozzi a buon mercato degli anni della prima metà del ventesimo secolo aveva un valore dell'EROEI intorno a 100. Il grande boom economico degli anni 1950 e 1960 è stato correlato alla disponibilità di questo petrolio a buon mercato e del grande surplus che generava.

Ovviamente, oggi le cose sono molto cambiate e l'EROEI del petrolio si è molto ridotta, forse anche sotto il valore di 10 e non c'è da stupirsi che la crescita economica si sia interrotta. Questo è un fenomeno del tutto generale nel sovrasfruttamento delle risorse. Via via che si estrae ("produce") una nuova risorsa, si esauriscono i giacimenti a buon mercato (alto EROEI) e bisogna sfruttare quelli più cari (basso EROEI). Lo sfruttamento genera sempre meno capitale e l'estrazione ne richiede sempre di più. Con sempre meno capitale a disposizione, a un certo punto, il ciclo si conclude con la fine dell'estrazione.

Fino ad oggi, abbiamo visto molti di questi fenomeni di rapida crescita. In particolare, nel caso dei combustibili fossili abbiamo visto una serie di "salti" da un ciclo di sfruttamento all'altro; dal carbone al petrolio e dal petrolio al gas. Su questa base, c'è chi ha detto che il destino umano è esattamente questo: saltare sempre da un ciclo all'altro e in questo modo crescere all'infinito. Sfortunatamente, non si vede all'orizzonte un'altra risorsa comparabile ai fossili e che ci possa far pensare a un nuovo balzo in avanti imminente. L'energia nucleare si è rivelata molto meno efficiente di quanto non si pensasse una volta e non ha generato quella rapida curva di crescita che invece abbiamo visto con il petrolio. Certo, non è escluso che nuove forme di nucleare a fissione o a fusione possano far ripartire la crescita, ma per il momento sono solo speranze per il futuro.

Quindi, il modello sembrerebbe dirci che il collasso da sovrasfruttamento è inevitabile nel nostro futuro. Ma è proprio così? La risposta è no. Vedremo nella prossima sezione che esiste una possibilità di evitarlo.


4. Non si può sovrasfruttare la pioggia.

E' possibile pensare a delle condizioni che stabilizzino la società senza bisogno di forzare la gente ad agire in modi diversi da quelli che la nostra eredità biologica ci porta a preferire? La risposta è si. Il modello dinamico ha delle soluzioni che portano naturalmente alla stabilità. Abbiamo visto che perchè si abbia sovrasfruttamento bisogna che due condizioni siano soddisfatte: una che esista una risorsa il cui sfruttamento genera capitale, l'altra che il capitale possa essere usato per generare ulteriore risorsa. Ne consegue che, se vogliamo evitare la tragedia dei commons, basta che una delle due condizioni non sussista. Se questo avviene per ragioni fisiche o tecnologiche, allora abbiamo un sistema naturalmente stabile.

La prima possibilità è che la risorsa non generi capitale o ne generi poco. Questa è l'ipotesi che avevo fatto in un mio articolo precedente, che ho chiamato "La spigolatura dei rifiuti". Avevo ragionato che certe risorse, come i rifiuti, hanno una bassa resa energetica quindi generano poco capitale. Pertanto, non danno origine a una rapida crescita. Per esempio, gli inceneritori hanno una resa talmente bassa che non sarebbero mai riusciti a imporsi se non ottenendo sussidi da altri settori dell'economia.

Una condizione del genere, risorsa a bassa resa e conseguente stabilità, era probabilmente caratteristica della società contadina di una volta. Gli Amish americani, per esempio, hanno ragionato in questo senso tornando a uno stile di vita equivalente a quello dei contadini dell'800. L'efficienza dell'agricoltura Amish è bassa nel senso che non genera un surplus tale da dare inizio a fenomeni di crescita rapida. In termini di stabilità, hanno ottenuto il risultato che cercavano. Ma vivere come gli Amish non è l'obbiettivo che la maggior parte di noi ha in mente.

Consideriamo invece la seconda possibilità. Possiamo trovare una risorsa che da una buona resa, ma la cui produzione non si presta ad essere incrementata con l'uso del capitale? E' possibile. Pensiamo a un esempio banale: l'acqua.

Immaginatevi di avere una sorgente il cui flusso dipende dall'acqua piovana. Per quello che vi serve, l'acqua che viene dalla sorgente può essere tanta o poca. Se è tanta, potete accumularla e anche venderla. Però, con il capitale ricavato non c'è modo di aumentare il flusso della sorgente che viene dalla pioggia. Non importa quanti soldi uno può accumulare, difficilmente può influire sulla pioggia a parte, magari, assumere qualche stregone che faccia delle danze appropriate - ma sull'efficienza di questo metodo ci sono seri dubbi. La pioggia, semplicemente, non si può sovrasfruttare.

La sorgente può essere proprietà privata oppure gestita come bene comune. La seconda condizione è più comune nella storia umana. Spesso la gestione dell'acqua fluente richiede forme collaborative più o meno complesse. Per esempio l'Egitto viene detto "il dono del Nilo" non solo per via dell'effetto del limo fertilizzante ma anche per il fatto che l'acqua del Nilo andava gestita per forza come un bene comune. Non si poteva privatizzare il fiume a tratti, altrimenti chi sta a monte avrebbe tolto l'acqua a chi sta a valle. L'acqua viene spesso gestita come bene comune persino nei paesi aridi, dove è scarsa: il Corano impone esplicitamente ai proprietari dei pozzi di lasciarli di libero accesso dopo che hanno soddisfatto le loro necessità.

Ovviamente, in tempi recenti la tecnologia ha fatto diventare anche l'acqua un bene soggetto a sovrasfruttamento. Andare a popmpare dagli acquiferi profondi o dissalare vuol dire generare una crescita economica che deriva dall'irrigazione di aree prima desertiche e che possono essere sfruttate per l'agricoltura. A questo punto, si verifica il fenomeno di crescita incontrollata seguita da collasso: è quello che è successo in Arabia Saudita dove c'è stato un breve boom della produzione agricola basata su acqua "fossile" che è stata rapidamente esaurita.

Ma il punto è che, fintanto che non si riesce a trovare un modo per forzare una risorsa a produrre di più; il sovrasfruttamento non si verifica. Ci sono altri esempi oltre all'acqua. Pensate, per esempio, alla raccolta della legna da ardere, o delle bacche o dei funghi. Se uno va a spasso per il bosco e raccoglie rami caduti, la resa energetica è probabilmente buona. Con poca fatica, uno si scalda al caminetto e prepara la cena; o almeno così si faceva un tempo. Non è che uno non possa accumulare legna, intesa come capitale; magari anche venderla. Però, il piccolo capitale di legna accumulato non genera un aumento della produzione di legna. finché si rimane entro la condizione di raccogliere soltanto rami caduti. Anche qui, la tecnologia cambia le cose se uno si compra una sega a motore. Ma, a parte questa possibilità modernao, non ci stupisce che i boschi siano stati spesso gestiti come beni comuni nella storia.

Tutti questi esempi non ci portano molto lontano dal mondo degli Amish; il punto interessante, però, è che esiste una risorsa moderna che ha entrambe le caratteristiche che cerchiamo, ovvero alta resa e impossibilità di sovrasfruttamento: l'energia rinnovabile.


5. L'energia rinnovabile come bene abbondante

Le energie rinnovabili hanno un'ottima resa energetica (con l'esclusione dei biocombustibili). Questa resa si può misurare in termini di EROEI e va oggi da un valore di circa 10 per il fotovoltaico, intorno ai 20-40 per l'eolico tradizionale, 50 e oltre per l'idroelettrico, con possibilità di valori ancora più alti per tecnologie in corso di sviluppo come l'eolico d'alta quota (il kitegen, per esempio).

Queste tecnologie hanno molto in comune con l'esempio della sezione precedente: quello di una sorgente d'acqua. Non si prestano a essere sovrasfruttate; ovvero il capitale che generano non può essere utilizzato per aumentare la resa della risorsa. Non si può raccogliere più energia solare di quanta non ne cada su un certo territorio. Lo stesso vale per il vento o l'acqua per gli impianti idroelettrici. Certo, si può investire nella ricerca per aumentare l'efficienza della tecnologia, ma questo investimento è soggetto alla legge dei ritorni decrescenti. Non si può aumentare più di tanto l'efficienza e quindi non si genera il fenomeno di crescita esplosiva che è tipico del sovrasfruttamento. L'altro modo, quello di pannellare superfici sempre più ampie, è limitato dal fatto che nessuno sano di mente si ridurrebbe a morire di fame per avere più energia elettrica.

Ne consegue che l'energia rinnovabile si comporta come una sorgente alimentata dall'acqua piovana: non la si può sovrasfruttare.

Quanta energia rinnovabile possiamo produrre su questo pianeta? Beh, l'energia solare che arriva sulla terra è circa 10.000 volte di più dell'energia primaria che oggi produciamo in gran parte dai fossili. Se riusciamo a sfruttare anche solo l'1% di questa energia con un efficienza del 10%, ne consegue che possiamo ottenere 10 volte più energia di quanta ne abbiamo oggi; fra le altre cose nella forma conveniente di energia elettrica. Se pensiamo ad aumenti dell'efficienza di conversione, niente ci vieta di pensare alla possibilità di avere anche 50 o 100 volte l'energia che abbiamo adesso, senza impattare sull'agricoltura. Per sempre.

Con tutta questa energia, saremo ricchi o poveri? Ovviamente dipende da quanta gente ci sarà ad utilizzarla. Se la popolazione aumentasse di un fattore dieci, non ci cambierebbe nulla il fatto di avere 10 volte più energia. Ma non si può mangiare l'energia elettrica e il limite della popolazione viene dettato dalle possibilità dell'agricoltura di alimentarla. Non che non si possa utilizzare l'energia elettrica per aiutare l'agricoltura: molte delle cose che si fanno oggi con il petrolio, fertilizzanti, trasporti, lavori agricoli, ecc., si potranno fare un giorno con l'energia elettrica. Ma da qui a portare la popolazione a 60 miliardi di persone, beh, sembra proprio impossibile: ci sono dei limiti pratici a quello che l'agricoltura può fare. Per questa ragione, ci dovremo limitare a dei numeri non troppo diversi dagli attuali.

Quindi, è possibile che la disponibilità di energia elettrica per persona nel mondo futuro sia estremamente abbondante. Negli anni '50 si parlava di "energia tanto a basso costo da non valer nemmeno la pena di farla pagare". Era una promessa correlata all'energia nucleare, ma che non si è mai realizzata. Potrebbe darsi che sarà l'energia rinnovabile a renderla possibile. Intravvediamo dunque un mondo di abbondanza e di stabilità in termini di energia disponibile.

5. Conclusione: l'abbondanza energetica

Nell'Irlanda della metà dell'800 la pioggia era abbondantissima, ma mancavano le patate e si moriva di fame. Così, un mondo di abbondante energia elettrica non è necessariamente un mondo di abbondanza di tutto. Il limite, come abbiamo detto, potrebbe essere la disponibilità alimentare che forzerebbe la popolazione entro limiti ben precisi. Un altro limite sarebbe la disponibilità di materie prime di origine minerale che ci forzerebbe a riciclare tutto in modo addirittura feroce secondo gli standard attuali.

Ma un mondo stabile con abbondante energia elettrica consente di fare cose che un mondo agricolo, altrettanto stabile ma meno ricco, non può realizzare. Potremo continuare a sviluppare i computer e l'intelligenza artificiale, potremo continuare la ricerca scientifica e l'esplorazione dello spazio, potremo continuare nell'impresa di accrescere il sapere umano. L'energia rinnovabile rappresenti la migliore speranza che abbiamo di fermare l'ottovolante delle esplosioni economiche e delle successive crisi che abbiamo visto negli ultimi secoli.

Nel racconto di Kipling, la soluzione al problema del sovrasfruttamento ce l'aveva Mowgli nella sua testa quando diceva: "l'ankus non è buono da mangiare, quindi non serve a niente". Notate che Mowgli non è guidato da alti principi etici in questo suo ragionamento. L'ankus l'aveva scelto un po' perché gli piaceva questa cosa luccicante e un po' perché pensava che la lama gli potesse anche servire. Ma una cosa era sicura: l'ankus non generava feedback per Mowgli che viveva nella foresta. Questo lo metteva al riparo dalla maledizione. Il trucco è tutto li; possiamo farlo anche noi con l'energia rinnovabile.



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Il modello.

Per quelli di voi interessati a queste cose, ecco qui un modello dinamico minimalista, basato su quello di Lotka-Volterra. Si possono fare dei modelli molto più complessi e sofisticati di questo; vedi per esempio quelli sviluppati per lo studio noto in Italia come "I limiti dello sviluppo". Ma i modelli minimalisti hanno il vantaggio di essere "mind-sized" come diceva Seymour Paypert, l'inventore del linguaggio di programmazione "Logo".

Quindi, ecco le due equazioni differenziali che descrivono il modello (scritte un po' alla meglio, l'editore di Google blogger non permette deponenti)

R' = - k1RC
C' = k2RC -k3C

Qui,
R sta per "risorse", C per "capitale" (questi sono gli "stock" nel gergo della dinamica dei sistemi). R' e C' sono la derivata di C e R, ovvero come R e C variano nel tempo (questi sono "flussi" in gergo). k1, k2 e k3 sono delle costanti. Per risolvere questo sistema di equazioni, bisogna assumere un certo valore iniziale maggiore di zero di C e di R. Si vede che la risorsa viene gradualmente esaurita, ma il suo flusso (R', ovvero la produzione) passa per un massimo seguendo una curva che somiglia a quella di Hubbert. Il capitale si accumula, passa anche quello da un massimo ma poi viene dissipato e sparisce.

Nel caso di una risorsa mineraria esauribile, come il petrolio, "
R" è lo stock iniziale di risorsa. La produzione di petrolio, e quindi di energia, è proporzionale a R' e va a zero alla fine del ciclo. Per l'energia rinnovabile, vale lo stesso sistema di equazioni con R corrispondente alla frazione di territorio che si può ricoprire di pannelli FV oppure la frazione di siti adatti per l'eolico o l'idroelettrico. La differenza con il petrolio è che l'energia è proporzionale a (Rmax-R). Quindi, l'energia prodotta non va a zero ma raggiunge un massimo stabile alla conclusione del ciclo.

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sabato, novembre 29, 2008

Un moderno bricolage


created by Armando Boccone



Orti degli anziani a Bologna: cancello fatto con la griglia esterna
di raffreddamento del liquido refrigerante di un frigorifero


Il problema dei rifiuti
Su questo blog si parla spesso dei rifiuti, di raccolta differenziata e di inceneritori. E’ stato detto che l’incenerimento dei rifiuti non è una buona soluzione e che è meglio la raccolta differenziata dei rifiuti stessi. Ancora meglio sarebbe la non-produzione dei rifiuti, per esempio utilizzando il meno possibile gli imballaggi. E’ stata criticata la produzione di beni a obsolescenza programmata, quelli cioè progettati in modo che durino poco.
Ma perché tutti questi rifiuti?
Per il capitalismo bisogna conseguire sempre maggiori profitti e, per le nazioni, è imperativo aumentare il PIL; allora, si è scelto il metodo dell’ “usa e getta” per quanto riguarda i prodotti industriali e la cantierizzazione per quanto riguarda il territorio.
Il capitalismo è stata una forzatura della storia, che ha avuto, sebbene a caro prezzo in termini umani e ambientali, sicuramente effetti positivi. Adesso però è bene che, almeno per molti suoi aspetti rilevanti, vada in pensione.
Infatti adesso molti nodi stanno venendo al pettine, dalla crisi finanziaria all’ "esaurimento" dei combustibili fossili e al rischio del cedimento di molti e delicati equilibri ecologici. Il capitalismo andava bene, nonostante i prezzi da pagare, quando c’era penuria di beni e si era ben lontani dai limiti naturali della crescita.

Il bricolage
Per superare la crisi in cui ci ha portato il capitalismo è necessario un modo diverso di porsi verso la realtà.
Per bricolage si intendono quelle attività svolte da persone non professioniste e che consistono nell’utilizzare materiali e arnesi per realizzare oggetti, impianti e altre piccole "infrastrutture" domestiche.
Il bricolage è uno dei modi in cui l’uomo scientificamente si confronta con la realtà, basato sull’intuizione e la percezione.
Nella produzione industriale ogni prodotto è frutto di un progetto ben definito, è ottenuto da materiali “vergini” ed è vincolato ad un uso preciso. Nel bricolage invece i vari materiali e arnesi utilizzati possono benissimo non essere“vergini”, ed essere utilizzati per un uso diverso da quello per cui furono originariamente prodotti . Il bricoleur li raccoglie e li conserva perché possono sempre servire; di essi vede solo la strumentalità ai fini del progetto che si è posto. Egli interroga i vari materiali e arnesi di cui dispone al fine di scoprire il loro significato ai fini del suo progetto. I loro utilizzi saranno però pur sempre limitati dagli usi originali per cui furono costruiti: bisogna venire a patti con essi [Incidentalmente, la stessa cosa avviene per gli scienziati (forse in misura minore) perché anche questi devono fare i conti con le conoscenze e i mezzi tecnici di cui dispongono, che limitano le soluzioni possibili]


Gli orti per gli anziani: un’applicazione del bricolage
Una branda non più utilizzabile potrebbe essere avviata ad una fonderia e, consumando comunque nuova energia, ottenere nuovo metallo ma potrebbe essere utilizzata come cancello del recinto di un orto. Le mattonelle che si ottengono disfacendo un pavimento potrebbero essere usate (consumando altra energia) come pietrisco per fondi stradali o vespai su cui poggiare il massetto di calcestruzzo ma potrebbero essere usate per fare corridoi fra le parcelle in cui vengono coltivate verdure e ortaggi. Il vetro di una finestra potrebbe essere avviato ad una vetreria e, consumando nuova energia, essere trasformato in nuovo vetro ma potrebbe essere usato per fare una piccola serra. La carta non più utilizzata potrebbe essere inviata in una cartiera e, consumando nuova energia, essere trasformata in nuova carta ma potrebbe essere utilizzata per avvolgere le piante di cardo o di radicchio per ottenere la classica “imbiancatura”.
Non c’è materiale di risulta che non riceve una nuova destinazione di uso negli orti degli anziani.
Gli stessi anziani non sono stati agricoltori nella loro vita attiva ma operai, impiegati, artigiani, commercianti e quant’altro. Le estensioni di questi orti sono molto limitate (circa 4 metri per 4) per cui non è tanto l’approvvigionamento di ortaggi e verdure la motivazione alla loro istituzione ma la necessità di tenere impegnati gli anziani e migliorare così le loro condizioni di salute.

Capitalismo e bricolage
Col capitalismo il bricolage è andato in soffitta: gli ortaggi e la verdura bisogna acquistarli al supermercato, le condizioni di salute devono essere salvaguardate dai farmaci e dalle strutture sanitarie, i rifiuti urbani devono andare all’inceneritore e gli anziani non devono socializzare fra di loro ma "annichilirsi" davanti al televisore.
Il capitalismo non è solamente un sistema economico ma è un modo di pensare e di vivere. La situazione attuale mostra indubbiamente la crisi in cui versa. E’ necessario quindi un nuovo modo di pensare e di vivere: è necessario riappropriarsi del bricolage, che è metodo e contenuto del pensiero primario dell’uomo, però arricchendolo con Internet, il progresso scientifico e quant’altro. Quel che serve è un moderno bricolage!!

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venerdì, novembre 28, 2008

Crescita e declino del nitro cileno




created by Giorgio Nebbia

nebbia@quipo.it



Se mi chiedessero quale sostanza ha avuto maggiore importanza nella rivoluzione chimica risponderei: il nitro cileno.

Il 1800 comincia con le guerre napoleoniche, ma anche con un eccezionale sviluppo tecnico scientifico nel campo della metallurgia e della chimica. I progressi nell’uso e trasformazione del carbone e i perfezionamenti nella produzione dell’acciaio consentivano di costruire macchine che sostituivano il lavoro manuale e artigianale. Con le pompe era possibile migliorare l’estrazione dei minerali e dello stesso carbone; con le macchine tessili era possibile produrre filati e tessuti in grande quantità a basso costo; con i prodotti della distillazione del carbone era possibile produrre coloranti e medicinali. Artigiani e contadini migravano verso le città industriali che avevano bisogno di mano d’opera, pagata poco e male, con condizioni di lavoro durissime, ma con salari che consentivano di accedere ad alimenti e indumenti migliori di quelli che erano disponibili nelle campagne e nei villaggi. L’alimentazione un po’ migliore e qualche progresso nell’igiene facevano diminuire la mortalità infantile e allungavano la vita umana; la popolazione mondiale passò da 850 milioni di persone nel 1800 a 1100 milioni nel 1850.

L’aumento della popolazione determinava anche un aumento della richiesta di alimenti, ma le rese delle campagne restavano basse per il più intenso sfruttamento dei suoli e per le terre devastate dalle continue guerre. Proprio alla fine del Settecento Malthus aveva avvertito che la popolazione cresceva più rapidamente della disponibilità di alimenti e gli scienziati cominciarono a chiedersi come aumentare le rese agricole e reintegrare la continua sottrazione al terreno degli elementi essenziali per la nutrizione vegetale: azoto, fosforo, potassio. La nascente industria chimica cercò dei sali che potessero “fertilizzare” i terreni e fu ben presto riconosciuta l’utilità della concimazione con nitrati inorganici. Il nitrato di potassio era usato da tempo come ingrediente della polvere da sparo, la merce prodotta e “consumata” in grande quantità nelle continue guerre del Settecento e dei primi decenni dell’Ottocento, ma era difficile da ottenere e costoso.

Le uniche sostanze azotate utilizzabili praticamente come fertilizzanti, a parte il concime di stalla, erano il guano e il nitrato di sodio. Il guano, costituto da escrementi di uccelli, solidificati e mineralizzati, si trovava in abbondanza soltanto in alcune lontane isole dell’Atlantico o del Pacifico. Giacimenti di nitrato di sodio si trovavano sull’arido altopiano desertico che si estende fra la Cordigliera e il Pacifico, fra il 18° e il 26° grado di latitudine Sud, per una lunghezza di circa 600 chilometri, diviso fra Bolivia, Perù e Cile.

Gli invasori spagnoli avevano conosciuto il nitrato di sodio che veniva estratto in quantità e in zone limitate e con tecniche primitive. Intono al 1770 i Gesuiti avevano cominciato ad usare il nitrato di sodio sudamericano come fertilizzante. Nel 1813 entra in scena Tadeo Haenke (1761-1816), un boemo appassionato di botanica, imbarcato nella spedizione di Alejandro Malaspina, un italiano della Lunigiana, ammiraglio al servizio del re di Spagna, incaricato di esplorare i mari e le isole del Pacifico. Arrivato nel Cile e in Perù Haenke si dedicò alla identificazione di nuove piante e si inoltrò nella zona desertica interna scoprendo che enormi estensioni di terreno erano coperte da sali, il “caliche”, residui dell’evaporazione di antichi mari, una miscela di nitrato di sodio, nitrato di potassio, cloruro di sodio e altri sali.

Haenke incoraggiò alcuni imprenditori a estrarre e raffinare il nitrato di sodio, economico surrogato del nitrato di potassio come ingrediente per la polvere da sparo e come concime. In queste prime fabbriche, o “oficinas”, aperte, a partire dal 1810, nella zona mineraria peruviana di Tarapaca, il “caliche” veniva trattato con acqua bollente in calderoni di ferro o rame. Cristallizzava dapprima il cloruro di sodio, si separavano poi altri sali e infine si otteneva una soluzione satura di nitrato di sodio che, per raffreddamento, cristallizzava e veniva poi essiccato in forma di sale bianco abbastanza puro.

Nei primi decenni dell’Ottocento le continue guerre in Europa e in America assicuravano un mercato sicuro per il nitrato e la crescente richiesta di alimenti spingevano ad utilizzare il nitrato come fertilizzante. Negli anni 30 e 40 dell’Ottocento i chimici, fra cui Liebig, studiavano il meccanismo della nutrizione dei vegetali e riconobbero l’importanza dell’addizione di azoto al terreno per reintegrare la fertilità che diminuiva con le coltivazioni intensive. Inoltre ben presto gli industriali soprattutto inglesi videro che il nitrato di sodio poteva sostituire con vantaggio il più costoso nitrato potassico usato nel processo delle camere di piombo per la produzione dell’acido solforico e per la produzione dell’acido nitrico, indispensabile per la nascente industria dei coloranti derivati dal catrame di carbon fossile. Si può quindi ben dire che il nitrato di sodio, contribuendo anche allo sviluppo dell’industria chimica, ha aperto le porte alla nascita della società moderna.

Cominciava così, sempre più intenso a partire dal 1830, un flusso di esportazione di nitrato di sodio che veniva imbarcato principalmente nei porti boliviani da cui raggiungeva, dopo un lungo viaggio attraverso il Capo Horn, i mercati europei e nord americani. Vari perfezionamenti tecnici fecero aumentare la produzione di nitrato di sodio e diminuire i costi industriali. Per diminuire il consumo di energia --- ci pensavano anche 150 anni fa --- l’inventore cileno Pedro Gamboni (1825-1895) nel 1853 perfezionò il processo di estrazione iniettando direttamene nel tino di dissoluzione vapore anziché acqua. Gamboni fece anche altre invenzioni, come un processo per estrarre dalle acque madri lo iodio, di cui cominciava ad esistere un certo mercato.

Negli anni 60 dell’Ottocento la produzione di nitrato di sodio si estese in Bolivia, dove pure esistevano grandi giacimenti di “caliche”. Nel 1866 il cileno Jose Santos Ossa ottenne le prime concessioni minerarie dal governo e ben presto arrivarono in Bolivia capitali cileni e inglesi. La Bolivia, in cambio delle concessioni minerarie, impose sulle esportazioni un dazio che colpì e destò le proteste della principale compagnia cilena operante in Bolivia nel campo minerario e nella gestione della ferrovia che collegava i porti costieri alle miniere. Tale imposta di esportazione era un po’ come quella che era applicata dai Borboni per lo zolfo siciliano e come quella che i paesi petroliferi applicano alle loro esportazioni di petrolio.

Il Cile, militarmente ed economicamente più forte, per difendere gli interessi cileni in Bolivia il 14 febbraio 1879 occupò Antofagasta, il porto boliviano dove veniva imbarcata la maggio parte del nitrato. Il Peru intervenne in difesa della Bolivia e negli anni dal 1879 al 1883 si svolse la “Guerra del Pacifico”, una delle tante guerre per le materie prime. Seguirono combattimenti vittoriosi per il Cile che conquistò i porti di Tacna e Arica e alla fine occupò anche Callao e Lima. Col trattato di Ancòn, che mise fine alla guerra, furono ridisegnati i confini fra i tre paesi. La Bolivia fu costretta a cedere al Cile la regione di Antofagasta, ricca di minerali, col porto omonimo, perdendo l’accesso al mare e il Peru a cedere al Cile la regione mineraria di Tarapaca col porto di Iquique, col che il Cile conquistava di fatto il monopolio della produzione e dell’esportazione del nitrato, divenuto l’ “oro bianco”. Oro anche per il Cile che applicò anche lui subito una imposta sulle esportazioni.

Un po’ come era successo con lo sfruttamento della gomma brasiliana, pochi imprenditori locali e stranieri realizzarono enormi guadagni; ci fu in alcune città cilene una ondata di benessere e lusso, pagati dal lavoro estenuante dei minatori; i capitalisti straneri influenzavano e corrompevano i politici locali per assicurarsi concessione e riduzioni di imposte. Uno di questi imprenditori, l’inglese John Thomas North (1842-1896), fece una leggendaria fortuna al punto da essere soprannominato “Il re dei nitrati”.
Qui interessa però mettere in evidenza che l’estrazione e la purificazione del nitrato sodico furono migliorati grazie ad alcune invenzioni che fecero del Cile uno dei paesi avanzati dal punto di vista industriale. Nel 1872 vennero fondate da Guillermo Wendell le prime raffinerie a Santa Laura, mentre questa faceva ancora parte del Peru; nello stesso anno l’inglese Santiago Humberstone (1850-1939) costruì le raffinerie di La Palma che divenne una delle zone minerarie più importanti, anche grazie all’introduzione di un perfezionamento della estrazione del nitrato dal “caliche”, ispirato al processo inventato dall’inglese James Shanks (1800-1877) per la lisciviazione del carbonato sodico dalla miscela di sali che si formavano nel processo Leblanc. Santa Laura fu ceduta nel 1902 e cessò la produzione nel 1913.
Fra le innovazioni si può ricordare che il primo distillatore solare fu installato nel 1872 a Quebrada de Las Salinas, nel deserto di Atacama, per fornire acqua dolce ai minatori che estraevano i nitrati in uno dei posti più aridi della Terra, a 1400 metri di altezza; l'unica acqua disponibile aveva una salinità del 14 per cento ! In un primo tempo era stato installato un distillatore a vapore, ma il combustibile proveniente dalla costa a dorso di mulo rendeva costosissima la produzione di acqua potabile con questo sistema. Fu allora progettato e costruito, da un certo ingegner Charles Wilson, un distillatore solare della superficie di 4400 metri quadrati. Il distillatore era costituito da 64 vasche di legno, poco profonde, nelle quali veniva immessa l'acqua salmastra; sulla superficie delle vasche era posta una lastra di vetro inclinata, che chiudeva perfettamente il distillatore. L'energia del Sole, molto intensa a quelle latitudini, passava attraverso la lastra di vetro e scaldava l'acqua salmastra; questa in parte evaporava. Il vapore acqueo incontrava la superficie interna della lastra di vetro che, essendo a contatto con l'aria esterna, era più fredda dell'acqua salmastra. In questo modo il vapore acqueo si condensava sotto forma di acqua priva di sali che veniva raccolta e conservata. Il distillatore di Las Salinas produceva 20.000 litri di acqua al giorno e restò in funzione fino al 1908; nel frattempo una ferrovia assicurava il rifornimento di carbone col che diventava più conveniente la distillazione con questo combustibile.

Il prezzo crescente del nitrato di sodio, dovuto anche all’imposta cilena sulle esportazioni, spinse i paesi europei a cercare dei processi per produrre nitrati dall’azoto dell’aria, gratuito e accessibile a tutti, dapprima col processo della sintesi dell’acido nitrico con l’arco elettrico, inventato da Birkeland e Eyde, e poi con la sintesi, realizzata in Germania da Haber e Bosch dell’ammoniaca che poteva essere facilmente ossidata ad acido nitrico; nel frattempo erano stati inventati processi di fabbricazione dell’acido solforico che non avevano più bisogno di acido nitrico. Agli inizi del 1900 si avvertivano anche i segni dell’impoverimento delle riserve di nitrati; il picco della produzione fu raggiunto nei primi decenni del Novecento, anche per la crescente richiesta di esplosivi durante la prima guerra mondiale (1914-1918).Negli anni 20 l’estrazione di nitrati nel Cile fu razionalizzata con l’intervento, nel 1924, dei capitali dei fratelli americani Murry e Sol Guggenheim, con l’adozione di altri perfezionamenti dovuti a Elias Anton Cappelen-Smith Jr. e l’introduzione di macchinari per la frantumazione e l’estrazione del “caliche”. Si ebbe una breve ripresa della produzione negli anni 30 del Novecento, ma nel frattempo i nitrati sintetici si stavano diffondendo in tutto il mondo e il declino del nitro cileno fu inarrestabile e le “oficinas” chiusero una dopo l’altra.

Intorno al 1940 La Palma, ribattezzata "Oficina Santiago Humberstone", in onore del suo fondatore, continuò per qualche anno a produrre nitrato di sodio fino a quando è stata chiusa e abbandonata. I ruderi di archeologia industriale sono stati restaurati e il luogo è stato dichiarate monumento nazionale cileno e, nel 2005, è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità” dall’Unesco. La fortuna economica del Cile continuò con la estrazione del rame, ma questa è un’altra storia. Comunque la storia della crescita e declino del nitro cileno, in un paese allora arretrato, ha ancora qualcosa da insegnare a chi vorrà produrre in futuro e a chi si occupa di innovazioni e di sviluppo economico.

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giovedì, novembre 27, 2008

Il ritorno del bagno di vapore



Uno dei modi di risparmiare acqua è di fare la doccia in due.
Non è sempre però la soluzione più pratica.


Fra le varie cose che mi sono capitate in vita, una è stata di essere invitato a una cerimonia indiana del bagno di vapore purificatore. Questo è avvenuto in Italia, ma il cerimoniere era un vero indiano Lakota (detti anche Sioux) e vi posso raccontare che non era una versione per turisti.

Una quindicina di persone si sono messi a sedere seminudi dentro una capanna al buio. L'assistente al cerimoniere stava all'esterno e da li' faceva rotolare all'interno dei pietroni scaldati al rosso vivo su un fuoco di legna. Stabilito che nessuno dei presenti era stato mortalmente ustionato dai pietroni (probabilmente per diretto intervento del Grande Spirito), il cerimoniere lanciava un secchio di acqua sui pietroni stessi. L'effetto che ne risultava era piuttosto simile a quello di cui ho esperienza quando mi capita di visitare una fonderia; ovvero di guardare dentro la bocca dell'altoforno.

La vampata di calore che si genera nella capanna in queste condizioni ha un effatto micidiale e uno si ritrova in trenta secondi a sudare più di quanto non abbia fatto nei precedenti 10 anni di vita. Il tutto mentre il cerimoniere prega il Grande Spirito con appropriate canzoni in lingua Lakota. Va detto che le regole consentono a chi non resiste di scusarsi e scappare pronunciando le parole rituali "Mitayuke Oyasin!" (siamo tutti fratelli). Apparentemente, il Grande Spirito perdona questo momento di sgomento. In quella occasione, non tutti ce l'hanno fatta ma vi posso dire che, da vero guerriero, ho resistito a tutte quattro le canoniche vampate di calore.

La capanna sudatoria Lakota è una versione un po' più drastica di cose più sopportabili, come la sauna finlandese o il bagno turco. Mi è capitato di provare la sauna finlandese in Finlandia: è bello caldo, si, ma non mortale come la cerimonia Lakota. Ho anche sperimentato molte volte il bagno termale giapponese, l'onsen; che è il meno mortale di tutti; anche se l'acqua è a temperature tali che sembra a un passo da poterci buttar dentro gli spaghetti.

Non so dire quali siano le ragioni delle differenze di stile di queste varie e antiche tradizioni. Certi bagni sono molto umidi e relativamente meno caldi, come mi pare di capire che sia l'hammam medio-orientale. Altri sono micidialmente caldi e poco umidi come la sauna e il bagno Lakota. Forse ci sono delle ragioni geografiche per queste differenze; per esempio in Giappone sono comuni le sorgenti calde naturali e, probabilmente, i giapponesi hanno trasferito in ambienti artificali l'antica abitudine di rilassarsi a mollo in queste pozze vulcaniche.

Una cosa che però tutti questi bagni hanno è la caratteristica di essere a basso costo; "sostenibili" diremmo oggi. Principalmente, il costo viene abbassato dal fatto di essere pubblici. Se uno dovesse tagliare la legna e scaldare l'acqua soltanto per se; sarebbe una fatica e un costo da non credersi. Una volta, in effetti, la doccia o il bagno caldo in casa propria erano impossibili o talmente costose da essere concepibili solo per i super-ricchi.

In secondo luogo, i vari bagni di vapore sono pensati in modo da risparmiare sia acqua come combustibile. In questo senso, il vapore batte ampiamente l'acqua liquida. La cerimonia Lakota è veramente il massimo del risparmio. Un po' di legna, una decina di litri d'acqua, e 15 persone escono dalla tenda fuori belle pulite e rilassate. L'altro estremo è il bagno giapponese, dove bisogna comunque scaldare un centinaio di litri d'acqua a persona. Però, va detto che il Giappone è un paese ricco d'acqua e anche di legna.

Vista la carenza di energia e di acqua che sta comincianto a delinearsi, sembrerebbe appropriato cominciare a pensare a soluzioni meno costose per le nostre personali abluzioni. Con questa idea in testa, ho fatto qualche misura. Vi posso dire che una doccia fatta a casa mia con due passate di shampoo consuma circa 25 litri di acqua, più o meno. Mi sembra di essere abbastanza parco, dato che su internet si dice comunemente che una doccia consuma almeno 50 litri di acqua. E' comunque sempre meno di una vasca da bagno che, tipicamente, contiene 150-200 litri di acqua. In effetti, fra le varie regole per risparmiare energia, una delle più comuni è "fate la doccia e non il bagno". Si suggerisce anche a volte di fare la doccia in due, il che ha qualche risvolto erotico; solo però nel caso della giusta combinazione di sessi e gusti.

Ora, ho anche visto che la temperatura ideale della mia doccia è di circa 40 gradi. Questo mi permette di fare un po' di conti. Sappiamo che per scaldare un litro di acqua di un grado ci vuole una kcal. Quindi, se la temperatura esterna è di 18 gradi, diciamo che mi ci vogliono 25*22 =550 kcal, il che corrisponde a circa 0.7 kWh. Ma questo assume un'efficienza del 100% e che si scaldi soltanto l'acqua che mi serve. Ovviamente, nella pratica le cose sono molto diverse. I vecchi scaldabagno a bidone erano estremamente inefficienti, dato che erano pensati per tener caldo un ammontare di una cinquantina di litri d'acqua tutto il tempo, anche se non serviva. Quelli più moderni, che scaldano i tubi via via che l'acqua passa, dovrebbero essere molto migliori, ma anche con questi credo credo che l'efficienza del riscaldamento di uno scaldabagno a gas sia misera e questo valore deve essere perlomeno moltiplicato per tre. Diciamo che una doccia mi costa 2 kWh.

2 kWh non sono molti, ai costi attuali dell'energia elettrica sono dell'ordine del costo di un caffé al bar. Se l'acqua si scalda con il gas, è ancora meno. In realtà, li si possono azzerare con dei pannelli solari passivi che non hanno difficoltà a scaldare l'acqua ai 40 gradi necessari, anche per quantità ben superiori a quelli che ci vogliono per una doccia.

Tuttavia, al momento attuale, nelle nostre zone il problema non è tanto l'energia, ma l'acqua. Con l'inaridimento generalizzato del Mediterraneo dovuto al cambiamento climatico, in un futuro non remoto potremmo trovarci in difficoltà per avere abbastanza acqua anche per una semplice doccia. Se il comune ti sospende le forniture; anche se uno ha i pannelli solari, la doccia se la scorda.

Ora, potremmo fare uno step in più e pensare di risparmiare ritornando agli antichi metodi di bagno di vapore? In effetti, la quantità di acqua necessaria è enormemente minore. Già vi ho raccontato che con il metodo Lakota, bastano pochi secchi d'acqua per 15 persone. Si possono fare saune molto più tecnologiche e su internet troverete molte soluzioni basate sul "generatore di vapore" elettrico. Questo è un arnese che ha una potenza data, al minimo, intorno ai 2 kW. Un bagno di vapore può durare un quarto d'ora o giù di li, ma il generatore starà in funzione un po' di più, diciamo una mezz'ora. Il risultato è 1 kWh di costo, non molto diverso da quello della doccia. Il vantaggio del bagno di vapore è che l'acqua necessaria è intorno ai due-tre litri; molto meno dei 20-30 che sono il minimo per una doccia.

Vedremo allora il ritorno del bagno di vapore? Forse si, ma ci sono alcuni problemi. Uno è che i sistemi super-belli e super-tecnologici in vendita sono molto cari. Una capanna sudatoria Sioux costa molto meno, ma non è che sia tanto pratica e mancano gli stregoni per le adeguate incantazioni e preghiere al grande spirito. In più, i vicini di casa troverebbero strano vedere la cerimonia svolgersi nel cortile.

Quello che vi posso dire è che c'è molto interesse sull'argomento e che nei paesi dove ci sono problemi d'acqua si cerca di fare degli "hammam sostenibili" basati sull'energia solare. Vi posso anche dire che sono stato invitato a provare uno di questi hammam solari, insieme a Toufic El Asmar e altri membri del team del trattore elettrico RAMSES. La cosa si dovrebbe fare per Marzo dell'anno prossimo a Attaouia, dalle parti di Marrakesh in Marocco. Vi racconterò come è andata.


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mercoledì, novembre 26, 2008

Lo tsunami del petrolio è finito, e allora ... ? &%$£$%##!!!



In questi ultime settimane, con il crollo dei prezzi petroliferi (tra l'altro, brillantemente previsti dal prof. Ugo Bardi) mi sono trovato a rispondere a domande di amici e conoscenti, alcune sincere e altre più di "sfida", rivolte a cercare una spiegazione al fenomeno.

Per la verità, mi ero un pò esposto ipotizzando un trend esponenziale fino a fine 2008 - inizio 2009, momento in cui il greggio sarebbe arrivato a 200$ e il gasolio a 2 €, dopodichè sarebbe partita la "demand destruction" e il calo del prezzo. Non disponendo di un "mio" modello matematico, ero andato un po' a intuito, e, si sa, le sensazioni non sono previsioni e tantomeno sono fatti.

In ogni caso non sono così ansioso (e nemmeno capace) di centrare la settimana di picco del prezzo [visto che tra l'altro non ci riesco neanche in borsa :-) ] , un po' come un peakoiler non è preoccupato se il picco di estrazione è nel 2003, 2005 o 2008. Quello che può (e deve, se vogliamo prendere il toro per le corna) far meditare è il picco del petrolio in sè e le sue conseguenze.

La cosa che trovo un po' deprimente (da cui il "bonario" &%$£$%##!!!) è l'atteggiamento prevalente dei miei interlocutori:
"Il prezzo è sceso e di molto, dunque che problemi ci sono? Ti sei preoccupato inutilmente ... forse hai bisogno di riposo ..."

Grr e doppio grr. Per me c'è molto di cui elucubrare, anzi di più. La situazione energetica, finanziaria, occupazionale e sociale è molto instabile. Nel mondo occidentale si stanno perdendo milioni di posti di lavoro nelle industrie e nei servizi: per me questo è termodinamicamente ovvio, ma la cosa grave è che gli Stati non sembrano in grado di offrire credibili alternative, soprattutto a causa dell'inerzia dei sistemi, ma anche per scarsa volontà e lungimiranza.

La risposta, almeno idealmente, sarebbe semplice: potenziare l'industria/artigianato dei materiali e impianti per infrastrutture Rinnovabili, l'industria/artigianato del recupero materiali a fine ciclo, l'agricoltura a filiera corta. I lavoratori dovrebbero essere accompagnati a convertirsi gradualmente verso attività che servono, non drogati per continuare a fare qualcosa che servirà sempre meno.

Uno tsunami oceanico non fa male a un abile surfista che lo sa cavalcare. Ma quando si infrange contro strutture immobilistiche (abitazioni, strade ...), mina le loro fragili basi non solo nella fase di impatto, ma anche (e soprattutto) in quella di rientro. Terminata l'ondata, la vita può continuare, ma le condizioni operative sono quelle che sono; e anche quelle psicologiche non possono essere al top, quando si teme che l'oceano stia incamerando energia per rilanciare una nuova, terribile onda.

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La grande discesa


Attenzione: questo è un post molto catastrofista.



A ogni viaggio in aereo, prima di decollare, la hostess si impegna in una piccola pantomima per spiegarti cosa fare in caso di emergenza. Dove sono le uscite di emergenza, cosa fare quando l'aereo si depressurizza, come indossare e gonfiare il salvagente. Quando ti dice che "un sentiero luminoso" ti guiderà verso la salvezza, la cosa comincia a essere preoccupante. Ti viene in mente il "tunnel di luce" che hanno visto quelli che sono stati a un passo dalla morte. La hostess è proprio una gran catastrofista.

Eppure, nonostante la hostess menagrama, vi posso dire che nella mia esperienza di tanti anni di centinaia e centinaia di voli, non mi mai capitato nemmeno del più minimo inconveniente tecnico. Gli aerei sono delle macchine meravigliose; non si guastano mai, o perlomeno così sembra. Però, alle volte, mentre stai in aereo a mangiare il tuo panino di gomma e a bere il tuo caffé al petrolio, non puoi fare a meno di pensare che sotto il tuo sedile c'è il vuoto; chilometri di sola aria e nuvole. Sei seduto, letteralmente, sul niente. Ti viene da pensare anche che, prima o poi, l'aereo dovrà toccare terra per forza e non è detto che lo faccia delicatamente sulla pista dell'aereoporto di destinazione. Forse è con questo pensiero in mente che i passeggeri applaudono quando l'aereo atterra (questo mi fa sempre venire in mente la battuta di non so più chi: "e se l'aereo casca, che fanno, fischiano?)

Qualche volta, purtroppo, qualcosa si rompe per davvero e l'aereo tocca terra secondo una delle tantissime possibili traiettorie che nessuno vorrebbe che seguisse. Mi sono spesso domandato come si sono dovuti sentire i passeggeri dei voli che effettivamente si sono schiantati, quando hanno visto i motori in fiamme, oppure hanno visto l'aereo cominciare a inclinarsi, lentamente e inesorabilmente, verso il basso. Cosa avranno pensato in quel momento? Paura? Rabbia? Incredulità? Mi immagino che uno si domandi "ma perché deve capitare a me, non è giusto!"

Ma, se ti capita una cosa del genere, non serve prenderserla con la hostess per il suo catastrofismo e nemmeno serve che i passeggeri formino un comitato e occupino la carlinga innalzando cartelli di protesta. Puoi solo cercare di ricordarti le istruzioni meglio che puoi e prepararti allo schianto.

Che un aereo in volo debba toccare terra in qualche modo prima è ovvio: il carburante che può imbarcare è in quantità finita. Quella catastrofista della hostess ci ricorda con la sua pantomima la realtà di questo principio fisico. E' per questo che si spendono soldi e sforzi per la sicurezza, per addestrare i piloti, per far si che gli aerei siano sicuri il più possibile. Viene da pensare, però, che se non cadesse un aereo ogni tanto, queste cose la gente finirebbe per dimenticarsele.

Certamente, di queste cose ce ne siamo dimenticati completamente a proposito del sistema finanziario e del "sistema mondo" in generale. Anche il sistema mondo, come un aereo, ha una quantità finita di carburante a disposizione e deve in qualche modo toccare terra, prima o poi. Le conseguenze di questo ritorno a terra potrebbero essere estremamente spiacevoli per i passeggeri del pianeta, ma non ci abbiamo pensato molto sopra. Abiamo costruito tutto come se fosse un aereo che può volare all'infinito; dicendolo esplicitamente e, forse, credendoci anche.

Adesso, con il crollo del sistema finanziario, ci stiamo accorgendo che stavamo seduti sospesi in aria, con chilometri di nulla sotto di noi. Ci stiamo accorgendo della nostra situazione che somiglia sempre di più a un aereo in emergenza; senza pilota e senza nemmeno la hostess che ti racconti del sentiero luminoso. Dove andremo ad atterrare? Speriamo bene e se avete una cintura, allacciatevela.


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Nota: negli anni '50 si progettavano aerei atomici che sarebbero potuti stare in aria per mesi o addirittura anni. C'era però qualche piccolo problema tecnico e di sicurezza con il fatto di portare un reattore atomico in quota e (per fortuna) non se ne è fatto di niente. Oggi, potremmo pensare a un aereo fotovoltaico che potrebbe effettivamente volare mesi, anni, o anche all'infinito. Però volerebbe molto lentamente e potrebbe portare poco carico. Mi è anche venuta in mente una soluzione tecnologica per far volare gli aerei attuali senza carburante. Eccola qua: portate un grande laser in orbita e alimentatelo con celle fotovoltaiche. Puntate il laser sulle turbine degli aerei in volo e scaldate l'aria in ingresso. Detto fatto, l'aereo vola all'infinito, o perlomeno finché è illuminato dal laser. Non so se l'ha già inventato qualcuno; probabilmente si. Perlomeno so che c'è già una proposta di un'astronave alimentata da un laser a distanza. Forse la cosa migliore di tutte è un dirigibile fotovoltaico. Vai piano e ti godi il panorama.

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martedì, novembre 25, 2008

Previsioni sul Dow-Jones



created by Antonio Zecca

Professore associato
Università di Trento - Facoltà di Scienze
- 13 novembre 2008 -


Il grafico dell’ indice Dow Jones negli ultimi 5 anni - inviatoci il 12 ottobre da Ugo Bardi – mostra grandi irregolarità cha nascondono invece alcune regolarità inquietanti. Ci ho lavorato su qualche giorno e l’ analisi mi ha permesso di fare una previsione per i prossimi tre mesi. So bene quanto è difficile fare previsioni con metodi scientifici e evitando di elencare impressioni, opinioni o speranze. Tuttavia in ogni grafico c’ è un contenuto di informazione che talvolta è evidente, talvolta è più nascosto e difficilissimo da estrarre. A me ogni tanto riesce – anche perché è il mio lavoro da molti anni. Ho previsto certi andamenti del prezzo del petrolio con anni di anticipo e con risultati 20 volte migliori di quelli di IEA / EIA e complici. Questo del D-J era un caso molto difficile.
Oggi mi è arrivato (U.B.) il grafico aggiornato che conferma la mia previsione per i 30 giorni passati. Questa conferma è significativa dal punto di vista della previsione perché ci dice che i meccanismi che hanno portato il D-J al grafico di figura 1 e 2 non sono cambiati nell’ ultimo mese.

Alcuni dettagli della tecnica da me usata sono allegati nelle pagine seguenti. E’ importante dire subito che ho fatto una analisi “model independent”: questo significa che non ho implicato nessuna teoria economica. Il fatto può essere letto come una limitazione della tecnica ma è anche una forza del risultato. Aggiungo anche che la trasformata di Fourier non vede niente nel grafico.

Vi allego il risultato di questa analisi nella forma di un grafico che riporta in rosso la previsione fin verso febbraio 2009.

CAUTELA! I VALORI RIPORTATI NELLA PREVISIONE SONO INDICATIVI (sono affetti da una barra di errore che non ho segnato per chiarezza della figura). Vedete una risalita del D-J con un massimo intorno alla metà di dicembre con un valore sotto a 10.000. Il massimo si potrebbe presentare nella realtà tra il 5 e il 25 dicembre con un valore compreso tra 9500 e 10.200. Poi (spero che non sia vero) ci sarebbe un nuovo crollo con un minimo verso l’ inizio di gennaio (nel periodo 25 dic 08 – 25 gennaio 09; data più probabile 10 gennaio) con un valore intorno a 7000 (qualcosa tra 6200 e 7500). Nuova ripresa dopo di allora, ma i dati non permettono di andare oltre nella previsione.
CAUTELA! La previsione è in un certo senso “Business As Usual”: non tiene conto di fatti nuovi che potrebbero accadere. Per esempio un “effetto Obama” sull’ economia mondiale (purtroppo ci credo poco). La previsione utilizza solo l’ informazione contenuta nel grafico fino al 10 novembre – non può utilizzare informazioni su cosa deve ancora accadere. (Quindi spero che accada qualcosa di diverso da quello che è successo negli ultimi 5 anni).
CAUTELA! Con tutte le limitazioni che ho elencato, devo dare un livello di affidabilità della previsione: valuto che abbia un 50% di probabilità di avverarsi. E’ una probabilità molto alta per questo tipo di previsioni.

Spero di aver sbagliato tutto. Antonio Zecca


FIG. 1 Indice Dow-Jones dal gennaio 2007 al giugno 2009.
Dati storici fino al 18 nov 08.



NOTE TECNICHE


Parto dal grafico dell’ indice Dow_Jones per gli ultimi 5 anni. L’ analisi con trasformata di Fourier (FT) non vede niente. Non è sorprendente perché la curva non contiene segnali periodici (La FT rivela solo segnali periodici); è invece riconoscibile un “chirp” – segnale con frequenza crescente. Non ho neppure provato a fare una analisi con wavelets – metodo poco più potente della FT, che aiuta nel caso di segnali pseudo-periodici. Ho fatto invece una analisi in Chirplet transform (vedi oltre).





FIG. 2

Osservazioni sulla fig 2.

1. Si possono identificare alcuni eventi caratteristici segnati con cerchietti rossi: la curva subisce crolli veloci – il più evidente quello di ott. 08
2. I crolli vengono talvolta interrotti da “ripensamenti” temporanei: vedi 1° gennaio 08 e altri meno evidenti, ma identificabili
3. I crolli sono a distanze decrescenti e diventano più profondi passando dal 2004 al nov 2009
4. dopo ogni crollo, c’è una ripresa che è più lenta.
5. prima di ogni crollo la curva raggiunge un massimo
6. I minimi e i massimi seguono un andamento più lento che descrive un picco (curva verde per i massimi)

Prima elaborazione
Se sottraggo alla curva originale la curva verde ottengo un andamento che è qualitativamente mostrato in figura 3. Il chirp (vedi per es: http://en.wikipedia.org/wiki/Chirp) è più riconoscibile in questa presentazione.




FIG. 3


Questa curva è quella tipica dell’ “uomo che annega”: anche se è macabro, pensate a uno buttato in mare dalla mafia con un peso ai piedi.
al primo evento a sinistra l’ uomo scende sotto la superficie
poi fa sforzi e risale e prende aria: la risalita è più lenta della discesa;
al secondo evento l’ uomo stanco affonda di nuovo velocemente;
poi risale;
ma ogni volta ha meno forze e scende più profondamente.

Tornando al D-J, la curva di fig. 2 ci dice che esiste un “forzaggio” che spinge l’ indice verso l’ alto. Questa non è una ipotesi, ma una constatazione. Quando il forzaggio non ce la fa più a sostenere una crescita al di là dei limiti (economici) del sistema, la curva ha un crollo. Non è ora il nostro obiettivo di dare spiegazioni economiche a questa similitudine; tuttavia è banale ipotizzare che il forzaggio sia qualcosa appartenente alla categoria “speculazione”.


Seconda elaborazione
Faccio un grafico sul cui asse X metto il numero d’ ordine degli eventi di fig. 2 e sull’ asse Y la distanza da un evento al successivo. Faccio un fit sui punti e trovo una curva ragionevolmente regolare. La curva conferma l’ esistenza di un chirp. L’ estrapolazione dopo il 10 nov 08 mi permette di avere una valutazione della data a cui si presenterà l’ evento prossimo venturo.

Terza elaborazione
Un grafico analogo per i massimi della curva (localizzati con uno smoothing) permette di valutare la data a cui si presenterà il prossimo massimo.

Quarta elaborazione
Estrapolo la curva verde di fig 2 fino a marzo 09. Tenedo conto della “banda di errore” della curva e dell’ ulteriore errore sull’ estrapolazione, ottengo un valore per l’ indice D-J al prossimo massimo (quello dopo il 10 nov 08).

Quinta elaborazione
Disegno la curva che passa meglio per i minimi (crolli) e faccio la stessa estrapolazione della 4° elaborazione. Ottengo un valore per il prossimo minimo dell’ indice.

Sesta elaborazione
Valuto le barre di errore sulla posizione temporale del prossimo massimo della curva, sul valore dell’ indice in quella data, del prossimo crollo e del valore dell’ indice in quella data.

Settima elaborazione
Faccio una analisi con una Chirplet Transform (vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Chirplet_transform)
Questa conferma (entro le barre di errore) i risultati dell’ elaborazione no. 2.
La chirplet transform mi fornisce gli ultimi giorni di gennaio 2009 come posizione del prossimo crollo. L’ elaborazione no. 2 indica i primi giorni di gennaio. I due risultati sono compatibili.


Risultati
Mettendo insieme i vari risultati e le barre di errore ottengo:

posizione del prossimo massimo: fine novembre 08 (± 15 giorni)
valore del dow-jones al prossimo max: 9800 (tra 9500 e 10200)

posizione del prossimo crollo: inizio gennaio 2009 ((+30/-15 giorni)
valore del dow-jones al prossimo min: 6800 (tra 6200 e 7500)

Questi risultati sono mostrati in maniera grafica in figura 1.

Questi risultati sono piuttosto “robusti” rispetto a variazioni simulate dei risultati delle elaborazioni precedenti.


Quanto ci possiamo credere - 1
In tutta l’ elaborazione non esistono ipotesi economiche: è una analisi “model independent”. Potete far finta che la curva di fig 2 sia la produzione giornaliera di scatole di pelati.
Tuttavia per fare una estrapolazione nel futuro è necessaria una ipotesi che non ho dichiarato finora: è l’ ipotesi che i macro – meccanismi che hanno costruito quella curva siano ancora gli stessi nei prossimi tre mesi. Per macro – meccanismi intendo la struttura grossa del sistema economico capitalistico, i modi e le regole di funzionamento del sistema finanziario, i modi e le regole di funzionamento delle borse internazionali e in particolare della borsa di New York. L’ ipotesi è completamente plausibile. Come detto, il fatto che la previsione sia stata confermata negli ultimi 30 giorni dice che modi e regole non sono cambiati in questo mese; non si vede come questi macro - meccanismi potrebbero cambiare in maniera sostanziale nei prossimi due o tre mesi.

Quanto ci possiamo credere - 2
Provate a tracciare in fig 2 una curva che parte da oggi e che comincia subito a risalire (D-J in crescita costante da oggi): non la vendete nemmeno a Topolino. Lo stesso succede se tentate di tracciare una retta orizzontale che parte da oggi (D-J stazionario). Provate ora a immaginare il futuro della curva in figura 3. Vi viene in discesa, vero?
Sul fatto che ci sarà un nuovo crollo (piccolo o grande) possiamo essere sicuri al 90% (purtroppo).
L’ indeterminazione è quella già discussa sulla posizione del nuovo crollo e sulla profondità.

La curva rossa in fig. 1 (previsione da 15 nov al 31 gennaio)
È indicativa: disegna solo l’ andamento e non può prevedere le fluttuazioni ad alta frequenza che saranno sovrapposte a quell’ andamento.

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lunedì, novembre 24, 2008

Riso, mais e soia conditi con petrolio




Di solito si dice che un'immagine vale più di mille parole; bene, l'immagine qui sopra dovrebbe farci riflettere. Ci mostra ancora una volta quanto tutta la nostra agricoltura industriale sia dipendente dal petrolio.
Credo che abbiamo seguito tutti con una certa apprensione l'impennata dei prezzi dei prodotti agricoli nei primi mesi del 2008, dando probabilmente la colpa ai biofuels e all'allevamento intensivo.
Guardando il grafico qui sopra, viene da ripetere: è per il petrolio, stupidi! L'indice dei prezzi agricoli di alcuni tra i principali prodotti agricoli ha seguito con una sincronizzazione impressionante il prezzo del greggio al NYMEX. In termini quantitativi, la correlazione vale 0,89 per il riso, 0,92 per il mais, 0,83 per la palma da olio, e ben 0,95 per la soia. Anche il grano (non mostrato in figura) ha avuto un picco di prezzo, ma anticipato dic irca 4 mesi prispetto al petrolio.
La domanda di biofuels e mangimi per animali fa naturalmente la sua parte, ma è innegabile che il legame principale sia proprio con il petrolio, vera droga energetica del mondo.
Riso, mais, grano, palma da olio e soia rappresentano oltre il 50% della produzione agricola mondiale (dati FAOSTAT 2007) ed hanno registrato aumenti compresi tra il 50% e il 200% in soli dodici mesi. Il riso, l'alimento maggiormente destinato al consumo umano, ha subito i maggiori aumenti, superando all'inizio dell'estate il triplo del prezzo del 2007.
Si tratta di un sistema estremamente fragile, troppo dipendente dall'unica variabile petrolio. Forse dovremmo dedicarci ancora più attenzione e capire che tra le nuove tecnologie energetiche dovremmo arruolare in prima fila l'agricoltura biologica, che è quasi fossil-free (come sostiene Toufic el Asmar in questo post).
Se le cose dovessero davvero mettersi male, potremmo anche andare in giro in bicicletta, lavorare solo con la luce del sole e metterci qualche maglione in più, ma non possiamo smettere di mangiare...

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domenica, novembre 23, 2008

Cthulhu contro il fotovoltaico


Nota: questo post è stato modificato rispetto alla versione pubblicata inizialmente. tenendo conto dei commenti ricevuti. L'opinione generale sembra essere che l'interpretazione più ottimistica delle nuove norme sia quella corretta; ovvero che nn ci saranno cambiamenti nell'erogazione degli incentivi. Speriamo che sia così e ringrazio tutti i commentatori che hanno alimentato la discussione.



Cthulhu, creatura creata dallo scrittore dell'orrore H.P. Lovecraft, è la divinità principale di quelle che formano il pantheon dei "Grandi Antichi". Cthulhu è descritto come una creatura malvagia e possente, anche se non se ne riporta una particolare intelligenza.


Alle volte, mi sembra che quelli che fanno le leggi italiane siano sotto l'influenza dei malvagi "Grandi Antichi" di Lovecraft. E' possibile che Cthulhu in persona, o uno dei suoi, abbia scritto alcuni dei provvedimenti che appaiono sulla "Gazzetta Ufficiale?" Viste le cose che succedono, non la darei come una spiegazione del tutto da scartare.

Così, l'altra settimana ho ricevuto una lettera dall'autorità per l'energia firmata da tal Luigi Borrelli di ENEL (che potrebbe essere uno pseudonimo per Baoht Z'uqqa-Mogg, una delle creature Cthulhiane). Questo Bahot (alias Borrelli) mi informa di una nuova legge che impone che il "conto energia" per gli impianti fotovoltaici sia gestito a partire dall'anno prossimo dal G.S.E. Pertanto "Tutti i contratti di scambio che risulteranno attivi al 31 Dicembre 2008 verranno cessati alla stessa data (anche nel caso in cui l'anno contrattuale abbia scadenza successiva)"

Dopo questo azzardato transitivo ("verranno cessati" che suona vagamente scatologico) mi informano che se voglio mantenere il conto energia, lei (lettera minuscola, a me riferito) dovrà TEMPESTIVAMENTE (maiuscolo mio) formulare una nuova richiesta al G.S.E: e sottoscrivere con questo una nuova convenzione. Seguono poi varie imposizioni, ingiunzioni et minacce con pene varie et aumentabili a discrezione di S.E.

La lettera non contiene nessuna spiegazione del perché si deve fare un nuovo contratto, nessuna documentazione su come e dove farlo e nemmeno se il nuovo contratto sarà diverso da quello vecchio e se si in quali clausole. Solo più tardi, mi è arrivata la spiegazione da Leonardo Libero, il direttore di "Energia dal Sole" che mi ha mandato copia del decreto da cui, probabilmente, origina la lettera Cthuliana in questione.

Trattasi della deliberazione del 3 Giugno 2008 dell'autorità per l'energia elettrica e il gas (AEEG) ARG/elt 74/08. Si tratta di un documento di 9 pagine evidentemente tradotto direttamente dal linguaggio dei Grandi Antichi, dato che risulta quasi completamente incomprensibile agli esseri umani. Il documento richiede lunga elucubrazione e studio e l'interpretazione non è univoca: i vari esperti che ci hanno ragionato sopra sono addivenuti a conclusioni diverse.

Il documento si potrebbe interpretare nel senso che l'energia che produci ti viene pagata con l'incentivo soltanto se la consumi tutta. Se ne consumi di meno, ti viene decurtato dal conto energia il pagamento per la frazione non consumata. Questo sarebbe un grave peggioramento perché penalizza ingiustamente chi aveva pensato di sfruttare al massimo lo spazio disponibile. Inolltre, pur di non rimetterci, al proprietario di un impianto FV potrebbe convenire tenere i faretti del salotto accesi a mezzogiorno e una stufa elettrica accesa in pieno agosto. Geniale, no?

L'altra possibile interpretazione è che l'Autorità abbia semplicemente introdotto un cambiamento formale in cui lo scambio viene calcolato non più semplicemente in termini fisici, ovvero di kWh prodotti, ma in termini di valore monetario di quei kWh. In questo caso, la cosa potrebbe (forse) essere considerata anche un vantaggio per gli utenti.

Sembra che la seconda interpretazione sia quella giusta, per fortuna, ma quello che comunque fa rabbia è la maledizione di cartaccia che ti arriva addosso. E' possibile che ti arrivi una lettera dove ti dicono che cambia tutto e nessuno ti spiega nulla? E' possibile un documento dinove pagine di elucubrazioni dalle quali non si capisce niente: Se è la prima interpretazione quella giusta, ci voleva tanto a dire: "da oggi si incentiva solo quello che si consuma"? Se è la seconda, bastava dire "da oggi lo scambio è conteggiato in prezzo del kWh." Non c'è un minimo rispetto per i cittadini che avrebbero anche altre cose da fare oltre che passare ore a cercare di decifrare un documento (volutamente) incomprensibile? Non abbiamo forse un ministero della semplificazione che dovrebbe evitare proprio queste cose? Credo che la burocrazia napoletana del tempo di Francesco II di Borbone, non potesse essere peggiore della nostra. In ogni caso, se l'intenzione dell'Autorità era di dare l'impressione che per loro questi contratti sono carta da stracciare alla prima occasione, ci sono riusciti benissimo. Questo non può che scoraggiare chi si vorrebbe mettere nella difficile e costosa impresa di spendere i propri soldi per metter su un impianto fotovoltaico. Il che era, probabilmente, lo scopo di chi ha inventato questo decreto.

Insomma, la mia impressione della presenza di esseri Grandi Antichi nelle cantine dell'Autorità dell'Energia sia ampiamente confermata da questo decreto. Chi è l'autore? Baoht Z'uqqa-Mogg? Aphoom-Zhah? Cxaxukluth? (*). Oppure il grande Cthulhu stesso? Mah? Sembra veramente di essere in un racconto dell'orrore di Lovecraft.



*E' stata suggerita anche la presenza di Nyarlatothep che, però tecnicamente, non è un "grande antico".

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sabato, novembre 22, 2008

Il picco del progressismo


Appena sveglio, accendo la radio, sintonizzata su Rai 3, per ascoltare la trasmissione “Prima Pagina”, una rassegna stampa letta settimanalmente da un giornalista diverso, seguita da una serie di interventi e domande degli ascoltatori. Il calore delle voci propagate dalle onde radio, diffondendosi in tutta la casa, contribuisce a sciogliere piacevolmente i residui limacciosi del sonno notturno e, insieme a una tazza fumante di caffèlatte, mi prepara ad affrontare meglio la giornata di lavoro che mi attende. Il suono della radio ha poi il potere di insinuarsi e raggiungere quel luogo appartato della mia anima dove sonnecchia il piccolo Peter Pan, ancora affezionato a un mondo di quasi cinquant’anni fa, meno tecnologico, ma abitato da un’umanità non standardizzata e banale come quella schiava dell’immagine televisiva dei giorni nostri. Ma abbandoniamo questa veloce divagazione personale, per tornare a Prima Pagina di qualche giorno fa. Il giornalista – economista Mario Deaglio termina la lettura dei giornali; “dato il tempo a disposizione non potremo dare corso a tutte le telefonate in arrivo, ce ne scusiamo in anticipo” precisa una suadente voce femminile. Un signore interviene, si presenta, fa i complimenti alla trasmissione e dice: “Caro Dottor Deaglio, non pensa che l’automobile sia ormai una vera e propria catastrofe, per gli immani sacrifici di vite umane e per i danni sanitari e ambientali che la società è costretta a subire? “Caro signore”, risponde educatamente il giornalista, “non condivido le sue posizioni estremistiche e catastrofiste, occorre essere sempre equilibrati. Quello dell’Automobile è un settore Fondamentale dell’Economia che ha consentito alla società di evolvere e migliorare. Certo, c’è qualche fastidioso effetto collaterale, ma la Tecnologia troverà certamente la soluzione. Le auto elettriche o ibride puliranno rapidamente l’aria delle nostre città e dei nostri polmoni.”
Per un attimo sono stato tentato di telefonare per solidarizzare con il povero ascoltatore, snocciolando le impressionanti cifre di morti, feriti, malati, prodotti annualmente in Italia e nel Mondo da questo concentrato di Eros – Thanatos ad uso e consumo delle masse contemporanee, e per confutare l’ottimismo tecnologico del giornalista, ma proprio in quel momento ho capito che non sarebbe servito a nulla, perché il vero nemico da combattere non è l’automobile, ma l’idea stessa di Progresso che, con l’illuminismo, si è impossessata faustianamente dell’animo umano.
La fede in un progresso illimitato, un antropocentrismo molto forte per cui l'uomo occupa un posto al di sopra della natura, che viene considerata come un semplice beneficio strumentale, il potere di dominare la natura grazie al metodo scientifico, sono ormai diventati dogmi laici a cui paradossalmente è inutile contrapporre illuministicamente la razionalità del concetto di limite. Si viene inevitabilmente bruciati sul rogo con l’infamante accusa di “nemici del Progresso”.
In questi giorni, folle planetarie adoranti pendono dalle labbra progressiste del nuovo Presidente del Paese più progressista del mondo, che annunciano come primo provvedimento gli aiuti all’agonizzante industria automobilistica, “spina dorsale dell’economia americana”.
“Sì” - ho pensato mentre aprivo la porta per uscire di casa – “è proprio tutto inutile”. Bisognerà aspettare che il Sogno si infranga contro sé stesso. Però una piccola soddisfazione dalle pagine virtuali di questo blog eretico me la voglio prendere: “Deaglio, Lei è un pericoloso progressista!”

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venerdì, novembre 21, 2008

Che succede all'elefante?



Nella vecchia storia indiana, i ciechi non riuscivano a capire che avevano di fronte un elefante.


Quello che colpisce della situazione attuale è che nessuno se l'era minimamente immaginata. Andate indietro soltanto a Luglio di quest'anno, Se qualcuno avesse parlato di crollo della borsa, gli avrebbero dato di pazzo furioso e tutti gli analisti (cosiddetti) prevedevano il petrolio a 200 dollari al barile (*).

Eppure, la questione dell'andamento delle borse è importante o almeno così sembra. Accendete la televisione la mattina e sentirete che una delle prime cose che vi raccontano è come sono andate le borse - anche prima dei risultati di calcio e dell'oroscopo. Sulla TV satellitaria, ci sono canali e canali dove la gente non parla altro che di quello. Ci sono istituti, dipartimenti universitari, fondazioni, e tante altre cose dedicate soltanto a questo argomento.

Vista la capacità predittiva che hanno dimostrato, mi sembra chiaro che nessuno di questa banda ci capisce gran che, ma in compenso continuano a ragionarci sopra, a fare previsioni e a raccontare che entro un anno o due tutto tornerà a posto. Sembra un po' la vecchia storia indiana dei ciechi e dell'elefante. Ci giravano intorno e lo toccavano da tutte le parti, ipotizzando che la coda fosse un serpente, le zampe dei tronchi d'albero, le zanne dei rami. Ma nessuno riusciva a capire che cos'era.

Eppure, l'elefante è proprio davanti a noi e se ci togliamo gli occhiali che ci rendono ciechi. Il crollo del sistema economico era stato previsto già più di trent'anni anni fa nella prima edizione del libro che in Italia conosciamo come "I Limiti dello Sviluppo" (in realtà, "I Limiti alla Crescita"). Il sistema non crolla per via degli speculatori e non crolla per via dei catastrofisti. Crolla per una combinazione mortale di cause, delle quali la principale è il costo crescente della produzione delle materie prime.

Questa faccenda non è poi tanto complicata: dovrebbe essere chiara anche senza bisogno di aver studiato dinamica dei sistemi. Prendete il petrolio per esempio, la principale materia prima del sistema industriale. Come ti spiegano nel primo anno del corso di economia, il prezzo di una merce è determinato dalla combinazione della domanda e dell'offerta. E' una cosa che sanno anche quelli che barattano pecore e cammelli. Allora, qualcuno vende petrolio, qualcun altro lo compra. Se c'è meno petrolio disponibile, l'offerta cala e il prezzo aumenta. Però, non c'è solo l'offerta. Se il petrolio costa troppo caro, i compratori non lo vogliono più - allora il prezzo cala.

Quindi, i prezzi alti o bassi non sono soltanto un indicazione dello stato dell'offerta. Ovvero, il fatto che il prezzo del petrolio sia basso non vuol dire che di petrolio ce ne sia in abbondanza. Vuol dire soltanto che, nel rapporto fra domanda e offerta, in questo momento la caduta della domanda è il fattore prevalente. C'è anche un nome per questo fenomeno che trovate scritto nei libri di economia: si chiama "distruzione della domanda". Non c'è dubbio che la domanda sia stata distrutta bene dalla fase di prezzi stellari della prima metà del 2008.

Allora, tutto ha una logica: i prezzi sono il risultato del feedback fra domanda e offerta. I sistemi a feedback tendono a entrare in oscillazioni periodiche, ed è esattamente quello che vediamo per i prezzi del petrolio e per l'andamento della borsa. Le oscillazioni dipendono dal tipo di sistema che ha una sua costante di tempo. Per comprare o vendere azioni ci vogliono dieci secondi - nessuna meraviglia che le oscillazioni siano così forti e rapide. Per mettere in produzione un nuovo giacimento petrolifero, invece, ci vogliono anni di lavoro. La produzione non segue le stesse oscillazioni dei prezzi - è un sistema "smorzato" che oscilla anche quello ma su tempi di decine di anni.

Tuttavia, ultimamente trovo sempre gente che mi guarda con aria bovina e mi dice, "ma se il prezzo si abbassa, allora non era vero nulla della storia del picco del petrolio!". Questo proprio nel momento in cui il crollo delle borse sta distruggendo la capacità dell'industria di investire in nuove ricerche e nuovi sfruttamenti. Ed ecco l'elefante: il picco del petrolio. Ma questi qui continueranno a tastare senza rendersi conto di cosa stanno tastando.

Questo povero elefante è veramente in cattive mani.

_____________________________________________________

(*) Per la verità, c'era un tale che aveva previsto il crollo dei prezzi del petrolio. Il 21 Febbraio del 2008, questo signore aveva scritto: "Se cala la domanda, i prezzi si abbassano e questo è quello che potrebbe succedere. Il prezzo del petrolio potrebbe rientrare anche sotto i 50-60 dollari al barile" Doveva essere uno che di elefanti se ne intende!

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giovedì, novembre 20, 2008

Il picco del Boro in Italia?


Vapordotti a Larderello [da www.enel.it]

In questo articolo, gentilmente inviatoci dall'autore prof. Giorgio Nebbia, si racconta la storia dell'acido borico prodotto in Italia. Importantissimo intermedio chimico, viene utilizzato soprattutto nell'industria farmaceutica, dei chemicals per l'agricoltura, del vetro/smalti e altre ancora. Il professore esamina l'andamento delle serie storiche di produzione e si interroga sulle ragioni del declino del'output italiano; dovendo tener conto dell'entrata in competizione di produttori esteri (USA, Turchia, ...) risulta difficile separare i fattori geologici da quelli delle dinamiche economiche.

Un approccio "infinitista" tenderebbe a non preoccuparsi e a dichiarare che ci saranno sempre minerali di boro da qualche parte, e si acquisteranno da chi li venderà a meno; l'approccio cosciente dei limiti dello sviluppo, invece, dichiara: "Attenzione, oltre certe condizioni di bordo il minerale risulterà così diluito o sarà così in profondità nel giacimento, da rendere insufficienti le nostre capacità energetiche e tecnologiche per l’ulteriore approvvigionamento dello stesso" (FG)


Produzione di composti borici
nell’industria chimica
della Società Larderello

created by Giorgio Nebbia

Professore emerito di Merceologia, Università di Bari
nebbia@quipo.it

La storia dell’acido borico ricavato dai soffioni di vapore geotermico toscani presenta interesse sotto vari aspetti. Innanzitutto è una importante pagina della storia della innovazione e dell’imprenditoria toscana e italiana; in secondo luogo ha visto l’Italia in una posizione importante nei commerci internazionali di acido borico. Infine offre un esempio di storia del sorgere e del declino di una merce, un episodio di come variano le “popolazioni di merci” in un mercato.

La storia della produzione di acido borico a Larderello è ben nota ed è stata molto studiata e descritta recentemente, anche in occasione delle celebrazioni del centenario dell’avvio della produzione geotermoelettrica con l’accensione delle ormai famose “cinque lampadine” del principe Ginori Conti.

La produzione industriale italiana dell’acido borico, scoperto negli ultimi decenni del Settecento, proprio nei prodotti di condensazione del vapore geotermico, è andata crescendo nel corso di tutto l’Ottocento, anche grazie a continui perfezionamenti tecnici, fra cui si può ricordare l’uso dello stesso calore geotermico per la concentrazione delle soluzioni o sospensioni di acido borico, a partire dagli anni trenta dell’Ottocento.

L’acido borico è stato una delle importanti merci italiane di esportazione; l’iniziativa industriale è talmente entrata nell’immaginario collettivo che, ancora quando studiavo io, mezzo secolo fa, venivano citati i “soffioni boraciferi di Larderello” quando ormai il recupero dell’acido borico era in declino.

La produzione italiana di acido borico aveva peraltro già cominciato a subire la concorrenza dell’acido borico ricavato dai giacimenti di borati californiani scoperti negli anni ottanta dell’Ottocento a Death Valley e a Boron. Nonostante questa concorrenza la produzione toscana di acido borico aveva raggiunto le circa 2.000 tonnellate all’anno alla fine dell’Ottocento ed era salita fra 3.500 e 6.500 tonnellate all’anno negli anni fra il 1910 e il 1940. Dopo la Liberazione la produzione di acido borico aveva raggiunto di nuovo le 4.500 tonnellate all’anno per declinare a meno di 2000 t/anno nel 1961 fino a cessare nel 1965-1967

Dal 1956-58 è cominciata, sempre a Larderello, la produzione di acido borico dai borati di importazione.(oltre 80.000 t/anno nel 1969). Sono debitore dei precedenti dati alla prof. Ottilia De Marco, autore dell’importante saggio: “Andamento del mercato nazionale di acido borico e derivati”, sfortunatamente pubblicato nella rivista quasi sconosciuta e ormai introvabile Quaderni di Merceologia, vol. 9, n. 1, pagine 17-27 (1970), e al dott. Pier Domenico Burgassi che mi ha permesso di integrare, con numerosi dati, la serie storica della produzione dell’acido borico dall’Ottocento in avanti.

Calcolando una media di 1.000 t/anno nei venti anni 1840-1860, di 2.000 t/anno nei 40 anni dal 1860 al 1900, di 2.500 t/anno nei 20 anni dal 1900 al 1920, di 3.000 t/anno nei 20 anni dal 1920 al 1930, di 5.000 t/anno nei 15 anni dal 1930 al 1945 e di 3.000 t/anno dal 1945 al 1960, si può stimare, in modo molto grossolano, che dai campi geotermici di Larderello siano stati prodotti poco meno di mezzo milione di tonnellate di acido borico.

La presente ricerca è partita da più generali considerazioni sulle cause per cui la produzione di una merce aumenta e poi declina e dall’osservazione che una merce si comporta, in un mercato (di dimensioni inevitabilmente limitate) come si comporta una popolazione in un territorio pure di dimensioni limitate. Una popolazione dapprima aumenta rapidamente, poi il numero dei suoi individui aumenta con un tasso rallentato, poi si stabilizza, o più spesso declina.

Anche una merce viene assorbita da un mercato dapprima lentamente, perché nessuno ancora la conosce, poi, a mano a mano che viene conosciuta, aumentano i suoi usi e quindi la sua richiesta, fino a quando la capacità di assorbimento da parte di un mercato si stabilizza e la produzione della merce pure si stabilizza.

Peraltro una produzione stazionaria di una merce non dura molto per varie ragioni di cui esistono numerosi esempi.

Se la merce è estratta da una risorsa non rinnovabile di dimensioni limitate (per esempio il petrolio), e se non vengono scoperti nuovi rilevanti giacimenti, da un certo anno in avanti la sua produzione complessiva declina Il fenomeno è stato osservato per i giacimenti di petrolio negli Stati uniti: il massimo della loro produzione si è verificato intorno al 1975-80 e la produzione annua di petrolio degli Stati uniti, dall’inizio in avanti, può essere rappresentata in funzione del tempo con una curva “a campana”, più o meno di forma gaussiana, descritta dal geologo americano Hubbert e che prende il nome di ”curva di Hubbert”.

Produzioni che possono essere descritte con “curve di Hubbert” sono quelle dello zolfo nei giacimenti siciliani e romagnoli, di metano nella valle padana, di salnitro nell’altopiano cileno, e molti altri.

Talvolta il declino della produzione (o dell’estrazione) di una merce dipende dalla comparsa
sul mercato di una merce concorrente; anche in questo caso le “curve” di crescita e declino sono molto simili a quelle, ben note agli ecologi, di concorrenza fra popolazioni che si contendono un comune spazio e cibo.

La popolazione che invade un territorio occupato da un’altra popolazione può essere respinta e scomparire; oppure può essere così aggressiva da eliminare, dopo qualche tempo, la popolazione iniziale, Oppure le due popolazioni, quella degli invasori e quella invasa, convivono in qualche modo.

L’analogia merceologica è molto forte; il declino dell’estrazione dello zolfo siciliano fu determinata dall’impoverimento dei giacimenti, ma fu accelerato dalla invenzione di processi che consentivano di utilizzare lo zolfo dalle piriti, poi di estrarre zolfo nativo col sistema
Frasch; infine la produzione di zolfo Frasch è, a sua volta, scomparsa per esaurimento dei giacimenti americani e polacchi e per l’afflusso sul mercato di grandi quantità di zolfo recuperato dagli idrocarburi attraverso i processi imposti dalle norme antinquinamento.

Lo studio di questi fenomeni non è banale, né ha carattere di curiosità; il declino della presenza di una merce in un mercato è anticipato da “segni” che appaiono comuni in molti casi: la comprensione dei caratteri del fenomeno di declino di una produzione (o estrazione) di una merce potrebbe aiutare governi e imprenditori a pianificare, incentivare o disincentivare la produzione industriale in modo da evitare fenomeni di superproduzione invenduta e quindi di crisi.

Davanti alla serie statistica dei dati di produzione dell’acido borico toscano --- che, dal 1925 al 1965 presentano il carattere della tipica curva a campana “di Hubbert” --- ho cercato di capire quali potevano essere le cause del declino che pure è avvenuto in un periodo in cui sono aumentati gli usi industriali dei composti del boro.

Si trattava di un esaurimento del giacimento sotterraneo toscano di acido borico ? O di un cambiamento nella condizioni tecniche di estrazione del vapore geotermico, che “portava con se” meno acido borico ? O si trattava della comparsa sul mercato di grandi quantità di acido borico ricavato a basso costo da borati naturali ?

Devo confessare che, pur avendo dedicato una certa attenzione, nel corso di alcuni anni al problema, non sono riuscito a dare una risposta. Molte cortesi persone --- fra cui voglio ricordare i dottori Burgassi e Cataldi --- mi hanno fornito vari dati sulla concentrazione di acido borico del vapore estratto nel corso di ormai quasi due secoli e sull’evoluzione delle tecniche di estrazione del vapore geotermico, ma ugualmente sono finora fallito nel mio compito.

Forse una più attenta e profonda indagine su quanto è disponibile, negli archivi della società Larderello, delle analisi condotte sul vapore geotermico, nel corso dei decenni, potrebbe dare al problema una soluzione che però, pur con rammarico, devo lasciare a qualche studioso che vorrà continuare questo lavoro, se vi sarà mai uno studioso che troverà non ozioso dedicarci un po’ di tempo.

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mercoledì, novembre 19, 2008

La fine del riciclo delle materie prime?


Prezzi aggiornati delle materie prime di recupero, da Garwer s.r.l.


Negli ultimi tempi la crisi delle borse ha messo in crisi tutto il sistema di riciclaggio causando il crollo dei prezzi delle materie prime. Il rame era arrivato a costare 5.5 euro al kg in Luglio, oggi (come vedete sopra) è crollato a meno di 3 Euro al Kg. Praticamente si è dimezzato. Un andamento simile si vede per tutte le altre materie prime.

Questo mette in crisi l'industria del riciclaggio? Si, certo, ma non di più di quanto non siano in crisi tutte le altre industrie. La crisi generalizzata riduce la domanda di materie prime di tutti i tipi. Però va detto anche mette anche in gioco forze economiche nuove: chi ha perso il lavoro e non riesce più ad arrivare a fine mese si trova molto di più necessità di trovare nuove fonti di guadagno. Incassando qualcosa dai propri rifiuti, per esempio con il "porta e incassa" un metodo di riciclaggio dei rifiuti in cui la gente porta direttamente i propri rifiuti separati a un punto di raccolta e incassa il corrispettivo in danaro.

Anche a livello di società in generale, diventa importantissimo rivitalizzare il sistema industriale fornendogli materie prime. Ricordiamoci che i prezzi ci sembrano bassi perché sono diminuiti, ma non sono "bassi" in termini assoluti. Guardate questi dati storici sul rame (da infomine.com)


Qui, i valori sono in dollari per libbra, convertendo il valore attuale del rame a 2.8 Euro/kg corrisponde a 3.6 dollari/kg, ovvero circa 1.8 dollari/libbra. Siamo scesi rispetto ai massimi storici della metà del 2008, ma siamo ancora su livelli molto superiori rispetto a quella che era stata la media negli ultimi anni. E non aspettatevi che rimangano così "bassi" per sempre. In sostanza, non è finita l'era del riciclaggio delle materie prime. E' finita l'era delle materie prime a buon mercato.

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Nota: parlando del "porta e incassa", quanto si può incassare oggi da una bottiglia di PET? Beh, diciamo che pesa intorno ai 30 grammi. Per fare un kg, ce ne vogliono almeno 30. Ammesso che uno sia pagato al prezzo del mercato internazionale per il polietilene (non dovrebbe essere molto diverso da quello del PET), da 1 kg si ricavano circa 0.67 Eur. Per fare un euro ci vogliono circa un kg e mezzo di bottiglie. Come ho detto più volte, nessuno diventa ricco con i rifiuti quando sono pagati a prezzo di mercato.

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martedì, novembre 18, 2008

Come si propaga una crisi



Mentre cercavo in rete del materiale storico, mi sono imbattuto in alcune pagine, su cui mi sono soffermato. L'argomento era relativo ai comportamenti sociali di popolazioni che si sono trovate a dover sbarcare il lunario in condizione di forte sottocapacità negli approvigionamenti di base (soprattutto alimentari).

Prima e durante ultime guerre del secolo scorso, milioni di persone hanno sofferto la fame, in particolare in Russia, Cina e Corea. Il comportamento ricorrente che mi ha colpito è stato quello della cannibalizzazione tra simili: fenomeno piuttosto diffuso in natura (branchi di leoni; mantide religiosa etc) in quanto caratterizzato da forti motivazioni energo-biologiche, ma così ripugnante e grottesco nel caso di un essere "evoluto" come l'Uomo.

Fatta questa premessa, la lascio un attimo da parte e mi chiedo: cosa succederà quando la crisi mostrerà il suo vero volto?
Nessuno può permettersi di dare risposte sbrigative a problemi complessi. Nemmeno possiamo presentare un supermodello che preveda esattamente quello che succederà... un tale modello non esiste! L'unica "superintelligenza" che possediamo è l'immenso bagaglio storico e scientifico dell'umanità: questa esperienza cognitiva, una volta condivisa nella rete globale, può essere un ottimo precursore del supermodello immaginario.

Se riusciamo a mettere in pista un piano massiccio di risparmio energetico, di diffusione di Rinnovabili e di recupero materiali, abbiamo buone possibilità di farcela. Sicuramente si passerà attraverso momenti di difficoltà, ammortizzatori sociali, crisi localizzate a raffica e cose simili; tuttavia si riuscirebbe a evitare una crisi sistemica e irreversibile, riuscendo nel lungo termine ad agganciarsi ad un' "orbita" rinnovabile.

Se invece crediamo di continuare con l'attuale modello e di fare correzioni qua e là su basi puramente finanziarie, la Termodinamica trasferirà i suoi debiti energetici sulle masse dei più poveri. Per questi lo scenario presentato al secondo paragrafo potrebbe diventare molto più reale di una manciata di pixel sullo schermo. Dopodichè, l'effetto domino su scala sociale e geopolitica (migrazioni di massa, repressione, disordini sociali, disoccupazione, povertà diffusa) attuerebbe il contagio globale.

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lunedì, novembre 17, 2008

Le civiltà muoiono di burocrazia



Nel suo monumentale studio del 1988, "Il collasso delle società complesse," Joseph Tainter sostiene che le civiltà umane tendono a crollare per eccesso di complessita, schiacciate dal peso delle strutture amministrative che esse stesse creano. In altre parole, muoiono di burocrazia.


Chi si occupa di risorse e di materie prime tende spesso a vedere la decadenza e il collasso delle società nella storia come dovuto al graduale esaurimento delle loro fonti di sostentamento. Questa è l'opinione, per esempio, di Jared Diamond che la espone nel suo libro "Collapse". Tuttavia, esiste un'altra linea di pensiero che vuole che la decadenza delle società sia dovuto a fattori interni, ovvero a una degenerazione delle loro strutture di controllo e di gestione. Questa è l'opinione, per esempio, di Joseph Tainter che l'ha analizzata nel suo libro "Il collasso delle società complesse". Secondo Tainter, quelle strutture di controllo che chiamiamo "burocrazia" sono utili fino a che non superano un certo limite di complessità. A quel punto, cominciano a essere un peso che, a lungo andare schiaccia inesorabilemente la società che lo ha prodotto.

Personalmente, sono sempre stato piuttosto restio ad accettare l'ipotesi di Tainter. Di recente, tuttavia, ho cominciato a pensare che non sia incompatibile con l'altra ipotesi, quella del collasso da carenza di risorse. Questa mia impressione è stata rinforzata da alcune esperienze personali, per esempio quella dell'installazione dell
'impianto fotovoltaico sopra il tetto di casa mia. Ultimamente mi è capitata un'altra disavventura burocratica che ha rinforzato la mia impressione e che penso di potervi raccontare qui di seguito.

Quando se n'è andata, in Aprile di quest'anno, mia madre non ha lasciato grandi beni al sole. Solo la comproprietà della casa dove viveva con mio padre e qualche soldo risparmiato dalla sua pensione di insegnante. Mi ci è voluto poco per capire che il tutto non richiedeva avvocati e cose del genere. Restava comunque una dichiarazione da fare all'Agenzia delle Entrate. Mi sono incaricato io stesso di farlo, ignorando quelli che mi avevano suggerito di affidare tutto a un commercialista. E' solo un modulo, mi sono detto, cosa sarà mai riempirlo?

Ahimé, la cosa si è rivelata una piccola odissea. Non sto a raccontarvi tutti i dettagli, mi limito ad accennarvi di come sia necessario recarsi fisicamente all'Agenzia delle Entrate e sorbirsi ore di attesa per ricevere un set di moduli e istruzioni quasi illeggibili, in quanto fotocopie di fotocopie di fotocopie. L'altra agenzia che bisogna consultare per queste cose, il catasto, ti fornisce invece dei moduli leggibili, ma stampati su una carta giallastra che sembra venire dall'800 e dove leggiamo, fra le altre cose, un'avvertenza corredata di un improbabile avverbio: "si prega di compilare dattilograficamente". Chissà, forse da qualche parte, nel mezzo di una oscura foresta, esiste un cimitero delle macchine da scrivere dove si può ancora trovare qualche rugginosa Olivetti lettera 22 in grado di scrivere "dattilograficamente".

Raccolti questi fogli, uno se ne torna a casa e si deve arrangiare. Piano piano, ti accorgi che su internet si possono trovare molti dei dati mancanti. Ti accorgi anche che i moduli si potrebbero, teoricamente, riempire on line, anche se gli impiegati agli sportelli delle varie agenzie sembrano essere del tutto ignari di questa possibilità. Nella pratica, ti accorgi anche che via internet si possono fare certe cose, ma non tutte; oppure che fare certe cose via i siti internet delle varie agenzie è reso così complicato da regole assurde che ti prende lo sgomento. Va a finire che non hai scelta se non riempire laboriosamente a mano i moduli cartacei.

Internet o no, comunque, nulla si può fare contro l'astruseria di certe cose se non armarsi di pazienza a livello di Giobbe e studiarsi con calma le istruzioni fornite. Da ovunque arrivino sono poco chiare, incomplete e alle volte (scusate la paranoia) danno l'idea di essere intenzionalmente fuorvianti.

La mancanza di istruzioni chiare ti costringe a un certo numero di pellegrinaggi all'agenzia delle entrate e al catasto per chiedere delucidazioni. Questo implica ore di attesa e discussioni con impiegati a volte gentilissimi, ma a volte anche assai maleducati. Non so se questi stessi impiegati che di giorno ti trattano male, di notte ti aiutano a pagamento a riempire i moduli. Ma li direi più che altro vittime anche loro di un assurdo meccanismo che ricorda la vecchia idea di rivitalizzare l'economia mettendo metà della gente a scavare buche e l'altra metà a riempirle. Questa impressione non si può evitare quando li si vedono laboriosamente ricopiare dai moduli cartacei ai loro computer i dati che tu avevi in precedenza laboriosamente trasferito dal computer ai moduli cartacei. E' curioso vederli tribolare così nell'era di internet, come pure è curioso vederli solennemente timbrare i moduli con una procedura che, immagino, già si faceva all'epoca di Napoleone. Non li invidio, anche se immagino che sia meglio che lavorare, che so, in una fabbrica di mine antiuomo.

Con 14 pagine di modulo principale e i molteplici moduli e volture allegati, considerando che ogni riga è una dura lotta per capire cosa vogliono da te, ci vuole un certo tempo. Per me è stato un lavoro che mi ha preso i dopocena di un buon mesetto. Bene o male, questa faccenda sono riuscito a concluderla ma, fra le altre cose, vi posso dire che il tutto non costa poco: fra bolli, imposte e balzelli vari sono svariate centinaia di euro che si devono pagare indipendentemente da quello che il defunto ha lasciato. Una vera e propria "tassa sulla morte" che può anche essere un bel peso in questo periodo in cui tanta gente ha difficoltà ad arrivare a fine mese.

Da un'esperienza del genere, si rischia di uscire inneggiando al ministro Brunetta. Che ci pensi lui a prendere a calci nel posteriore questa banda di incompetenti sfruttatori! Si capisce perché è così popolare. Ma, ovviamente, Brunetta sta soltanto peggiorando la situazione. Punendo gli impiegati statali otterrà soltanto che questi poi se la rifacciano con i poveracci che si presentano ai loro uffici. Non abbiamo bisogno di punire gli impiegati statali, ma di ridurre la burocrazia. Dobbiamo semplificare le regole e renderle più agevoli da seguire per il cittadino che oggi è costretto a subirsi un trattamento che non posso che definire altro che umiliante.

Ma, per qualche ragione, quando si presenta un problema da risolvere, è raro che qualcuno proponga di risolverlo abolendo qualche inutile regola. Ultimamente, si comincia a parlare di "semplificazione" ma, nel complesso, sembra che questa non sia considerata una gran priorità da nessuno. Così, leggi, decreti, regole, moduli e marche da bollo si accumulano in massa sempre maggiore, addirittura esponenziale (vedi per esempio un commento di Carlo Stagnaro sul continuo incremento della burocrazia ambientale dell'UE).

Ha ragione Joseph Tainter a dire che è questo continuo incremento di burocrazia che alla fine distrugge le società? Forse non è la sola causa, ma in effetti sembra che la massa di regolamenti e leggi che ci affligge è allo stesso tempo un peso economico insopportabile e un modo di impedire che la società si adatti alle condizioni di un mondo che cambia sempre più rapidamente. L'esempio che ho portato, la dichiarazione di successione, fa il solo danno di far perdere tempo alla gente, ma ci sono leggi e regole che sono positivamente dannose. Per esempio, quelle sulle energie rinnovabili che si dimostrano nella pratica molto efficaci per impedirne l'installazione. Ci sono poi le regole che ti impediscono di retrofittare un veicolo trasformandolo in elettrico. Altre regole ti impediscono di recuperare materie seconde e di rimetterle in circolo nel sistema industriale. Tutti questi sono danni reali fatti alla società dalla burocrazia.

Quale demonio misterioso fa si che cadiamo preda di mostri che noi stessi creiamo? Perché non riusciamo a ridurre la burocrazia? Non c'è una risposta chiara, ma io credo che alla fine dei conti l'interpretazione di Tainter non sia incompatibile con quella che vede nella disponibilità di risorse la ragione del crollo della civiltà.

Vista in termini di dinamica dei sistemi, la burocrazia si comporta come un predatore di risorse. Cresce in funzione della loro disponibilità, ma mostra anche una sfasatura temporale. Mentre il flusso delle risorse (la preda) comincia a diminuire, quello del predatore (la burocrazia) continua ad aumentare, almeno per un certo periodo. Questo è il risultato dell'inerzia delle strutture. E' in questo periodo di sfasamento che la burocrazia fa i maggiori danni, assorbendo risorse preziose e bloccando i tentativi della società di trovare nuove strade per sopravvivere.

In sostanza, è vero: le civiltà possono morire di burocrazia. Riusciremo ad evitarlo? Chi lo sa? Visto come stanno andando le cose, sembrerebbe di no.

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Questa odissea burocratica che vi ho raccontato l'ho vista, in un certo senso, come un insulto fatto a mia madre che di certo non poteva immaginare che mi avrebbe lasciato questa bega. Mi piacerebbe però ricordarla su questo blog con qualcosa di meglio di un post polemico. Così, vorrei ricordare di lei una cosa che mi ha raccontato tante volte. Era nata in un paesino della Calabria e da piccola il rumore del mare era l'ultima cosa che sentiva prima di addormentarsi e la prima quando si svegliava. In Toscana, questo rumore le mancava e mi diceva sempre "sono nata al mare, vorrei morire al mare". Spero però che riposi bene lo stesso anche nella quiete delle colline fiesolane.

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domenica, novembre 16, 2008

Gli attrezzi di domani si costruiscono con quelli che abbiamo oggi




Il titolo del post può sembrare un tantino ingenuo, tuttavia credo che in realtà sia fecondo di numerosi spunti meditativi.

Più di una volta ho sentito citare da sedicenti "anti-catastrofisti" l'aneddoto secondo cui "l'età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre, non dobbiamo preoccuparci inutilmente, il petrolio non finirà prima che qualcuno trovi qualcos'altro".

Trovo questo asserto un po' vago e anche inconcludente. E' molto pericoloso perchè, oltre a catturare la simpatia di superficialoni & consumisti irriducibili, può stuzzicare anche chi, come economisti e politici, fa spesso (e a volte solo) ragionamenti basati su prezzi, domanda&offerta, "convenienza" etc.

Cominciamo con le pietre. Nella Preistoria la roccia era la materia prima d'elezione per realizzare utensili, in virtù della sua disponibilità e facilità di reperimento, delle sue proprietà di durezza e resistenza, della possibilità di lavorazione per sfregamento (la famosa "pietra levigata").
Poi, qualche artigiano un po' più riflessivo osservò che, con un certo sforzo, era in effetti possibile realizzare utensili fondendo minerali del rame, dello stagno e del ferro. La Metallurgia costava una certa "fatica", ma superata questa forniva utensili di qualità e lavorabilità superiore.

Dunque, le pietre sono state abbandonate in ragione di minerali/metalli pure "abbondanti" e a maggiore valore aggiunto. Per realizzare i nuovi utensili sono state utilizzate risorse consolidate e ad alta disponibilità: oltre alle pietre, mettiamoci pure la legna e il carbone necessari alla riduzione dei minerali e alla fusione dei metalli. Un bel salto.
La tumultuosa crescita dell'ultimo secolo (salto alcuni millenni, che seppur importantissimi e necessari, hanno visto un impatto sulle risorse molto contenuto) ci ha portati in una situazione in cui le risorse su cui siamo basati (idrocarburi, metalli, altri minerali e biomasse) danno segni di "scarsità", naturalmente rispetto agli enormi bisogni di oggi.
Il Petrolio e il Gas, su cui non mi dilungo, sono il fulcro di guerre e tensioni geopolitiche; Acciaio, Rame e altri metalli ad alto consumo vedono schizzare le loro quotazioni; un metallo raro non molto noto, il Tantalio, è fondamentale per l'odierna industria microelettronica, ed è una delle poste in gioco dell'attualissima guerra in Congo.

Ora, passare dal Petrolio e dall'industria estrattiva a un nuovo paradigma non sarà banale. Mentre il passaggio dalle pietre ai metalli era notevolmente migliorativo, quello a nuove fonti e a tecnologie basate sul riciclo non lo sarà per niente, per lo meno nel medio termine. La causa essenziale è la fortissima dipendenza che qualunque attività umana ha dal petrolio, dal gas e dalle materie prime fossili in genere.

La transizione passerà attraverso riduzione di posti di lavoro, crisi economiche e anche socio-politiche. Naturalmente, se riusciamo a entrare in un' "orbita rinnovabile", arriveremo a una qualità di vita superiore, ripulendoci di bisogni superflui, e senza rinunciare alle possibilità dell'Era della Conoscenza. Ma sarà un percorso lungo.

Il flusso energetico e dei materiali è ora a un massimo già declinante; se destiniamo la maggior parte delle risorse a fare quello cui siamo abituati da 40 anni (iperprodurre, mettere in discarica, incenerire, congestionarci di traffico, creare professioni-fantoccio ...), finiremo col ritardare ulteriormente il passaggio alla rinnovabilità. Oltre un certo tempo, tale passaggio potrebbe risultare estremamente difficile o addirittura compromesso.

Per realizzare pannelli termici e fotovoltaici, wind-farms, impianti geotermici eccetera abbiamo bisogno di energia di start-up, che non potrà derivare che da idrocarburi (o centrali nucleari). Nel frattempo, dobbiamo riuscire a pilotare una riduzione industriale, dei trasporti e dei servizi che la termodinamica sta richiedendo a gran voce, il tutto contenendo al massimo i rischi o le entità di tracolli sistemici.

Ipotizzando di realizzare una robusta rete rinnovabile, sfida già di per sè enorme, dovremo arrivare anche ad essere capaci di generare impianti rinnovabili per mezzo di energie/materiali rinnovabili. E' un'impresa titanica ma non impossibile; tuttavia, se ci tiriamo indietro e ci scoraggiamo non avremo speranza. Non abbiamo molto tempo per decidere.

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sabato, novembre 15, 2008

Viaggio in un'Italia diversa


La storia si occupa dei fatti, così come li vediamo e li analizziamo a distanza di un certo tempo. Ma esiste anche una storia della percezione dei fatti; ovvero di come gli eventi venivano percepiti e vissuti al tempo in cui accadevano.

La storia della percezione può non essere meno interessante della storia dei fatti. Se leggiamo i giornali del tempo della Grande Guerra, ci accorgiamo che la disfatta di Caporetto non c'era. Da quello che si poteva leggere a quel tempo, si poteva capire che qualcosa non andava bene sul fronte solo sulla base dell'improvviso incremento di accuse e insulti contro i nemici Austro-Ungarici. La seconda guerra mondiale non dava una percezione più accurata della realtà a chi leggeva i giornali dell'epoca: la sconfitta era visibile più che altro dall'andamento degli improperi lanciati contro i "disfattisti". Nel futuro, probabilmente ci sarà chi si domanderà come fosse possibile che eventi importantissimi dei primi anni del ventunesimo secolo, per esempio il picco del petrolio, siano stati completamente ignorati. Quello che sta succedendo veramente, lo si può capire dalla stampa solo indirettamente dagli improperi lanciati contro i catastrofisti e gli speculatori.

Nell'ultimo libro di Bruno Vespa, "Viaggio in un'Italia diversa" vediamo bene come la percezione del mondo nella cronaca si sia staccata dalla realtà della situazione. In quasi 500 pagine di testo, vediamo susseguirsi una serie di notizie e di storie che ci dicono tantissime cose e che non ne approfondiscono nessuna. E' una telenovela di decreti e dichiarazioni dove gli eroi positivi sono i membri del governo Berlusconi, negativi quelli dell'opposizione. Dove non si riescono a tirar fuori eroi positivi, ovvero nella vicenda Alitalia, il risultato è particolarmente deprimente. La Caporetto della compagnia di bandiera italiana, così come descritta nel libro di Vespa, non risulta più comprensibile al lettore di oggi di quanto la vera Caporetto non risultasse chiara al lettore del 1917.

Eppure, il libro di Vespa ha del buono. Merita di essere letto per i primi quattro capitoli; quelli che hanno a che fare con un'Italia veramente diversa; quella degli immigrati, dei Rom, dei disoccupati, dei pensionati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese e sono costretti a rovistare nei cassonetti per rimediare qualcosa da mangiare. Vespa, qui ha fatto il suo mestiere di giornalista andando di persona a visitare i campi Rom, i campi di accoglienza degli immigrati e i quartieri poveri di Napoli. Il risultato è un quadro molto frammentato ma che si fa leggere e che ti da delle notizie che altrimenti sarebbe difficile recuperare. Pur nella sua impostazione non certo di grande simpatia verso immigrati e Rom, Vespa si mantiene abbastanza neutrale e non cade nell'insulto gratuito. Per esempio non riporta mai l'accusa, comunissima nei quotidiani e in tv, dei Rom che "rapiscono i bambini".

Ma Vespa si chiede mai qual'è la ragione di tutta la miseria e sofferenza che lui ha descritto in quattro capitoli (totale 140 pagine)? Io ho trovato solo una frase a questo proposito, a pagina 117: "effetti dell'euro e delle speculazioni che ne sono derivate". Tutto qui.


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Ma com'è che mi è venuto in mente di comprare il libro di Vespa? Beh, il carrello del supermercato accoglie tante cose.

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venerdì, novembre 14, 2008

Con o senza limiti? Efficienza, compatibilità e sufficienza




created by Gianluca Ruggieri

[Dipartimento Ambiente-Salute-Sicurezza
Facoltà di Scienze MM.FF.NN.
Università degli Studi dell'Insubriavia VARESE]


Le sfide che attendono le prossime generazioni sono ormai riconosciute a tutti livelli. In particolare l’esaurimento delle risorse fossili e il cambiamento climatico sono fenomeni ormai acclarati. Sono sempre meno numerosi gli studiosi che li negano, anche se continuano ad avere un ampia risonanza sugli organi di informazione (si veda per esempio Stefano Caserini “A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia”, Edizioni Ambiente, 2008).

Altri gravi fenomeni come la sovrappopolazione, il depauperamento dei suoli, l’esaurimento delle risorse d’acqua potabile, sono meno dibattuti ma altrettanto critici.
Le possibili strategie per affrontare queste sfide sono numerose, ma tutte in qualche modo si confrontano con i limiti della "capacità di carico" del pianeta. Spesso questo confronto rimane tra le premesse implicite che caratterizzano i singoli approcci: possiamo identificare in linea di massima due possibili atteggiamenti.
Il primo è quello di negare de facto che l’umanità si debba confrontare con dei limiti. È il tipico atteggiamento delle grandi agenzie internazionali, dei governi e degli enti sovranazionali. Sulla base di questa premessa si individuano gli scenari tendenziali (Business as Usual, BaU), e le possibili politiche di intervento vengono definite in base alla linea tendenziale.
Se per esempio consideriamo i consumi energetici globali, questo approccio sottintende che sia possibile continuare ad aumentarli indefinitamente. In particolare questo aumento potrà essere lineare (ogni anno si aumenta della stessa quantità) o addirittura esponenziale (ogni anno si aumenta della stessa percentuale). Tuttavia, se vengono messi in atto degli interventi volontari di riduzione, possiamo in qualche modo controbilanciare il possibile aumento previsto. In questo modo ad esempio è possibile considerare positivo un intervento che mantiene costanti i consumi nel tempo, perchè senza l’intervento sarebbero invece aumentati.
Questo approccio è adottato dall’Unione Europea, per esempio nella Direttiva 32 del 2006 concernente l'efficienza degli usi finali dell'energia e i servizi energetici, oppure nel piano 20-20-20. Gli obiettivi di efficienza energetica sono definiti rispetto allo scenario BaU, quindi ad esempio uno Stato Membro potrebbe raggiungere i propri obiettivi di 20% di incremento di efficienza, e contemporaneamente aumentare i propri consumi.
Mi è capitato personalmente di adottare questo approccio durante lo studio per Greenpeace cui ho partecipato lo scorso anno. In quel caso era il modello di calcolo utilizzato che considerava la domanda di energia elettrica come un dato esogeno e in costante aumento.
Un atteggiamento invece opposto è quello che deriva dall’avere adottato interamente il concetto di limite, nel dipanarsi degli scenari. Il concetto di limite fu portato al centro del dibattito scientifico mondiale tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Fondamentale fu l’iniziativa del Club di Roma, che diede origine al rapporto “The Limits to Growth” realizzato da un gruppo di ricercatori del MIT di Boston (Donella H. Meadows, Dennis l. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III) e pubblicato nel 1972. Negli stessi anni venivano sviluppati tra gli altri i lavori di Nicholas Georgescu-Roegen (per esempio “The Entropy Law and the Economic Process” del 1971 e “Energy and economic myths” del 1976) e quelli di Ernst Friedrich Schumacher (“Small Is Beautiful: A Study of Economics As If People Mattered” del 1973). Di poco successivo il lavoro di Herman Daly che a partire dal 1977 ha lavorato al concetto di economia dello stato stazionario. Curiosamente questi percorsi che derivano da discipline e approcci diversi giungono a conclusioni analoghe.


L’opera di questi pionieri non tardò ad affermarsi e fece strada a diverse azioni concordate a livello internazionale. In particolare il lavoro della Commissione Bruntland portò nel 1987 a definire lo Sviluppo sostenibile (Sustainable Development) come “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Il concetto di Sviluppo sostenibile però rimane inadeguato: intanto perchè troppo generico poi perchè tende a rivitalizzare il concetto di sviluppo, criticato profondamente da molti autori. Si veda ad esempio “Dizionario dello sviluppo” a cura di Wolfgang Sachs, EGA, 1998 che raccoglie gli interventi di Marianne Gronemeyer, Ivan Illich, Gérald Berthoud, Majid Rahnema, Arturo Escobar, Barbara Duden, Majid Rahnema, Jean Robert, José María Sbert, Vandana Shiva, Claude Alvares, Serge Latouche, Ashis Nandy, Gustavo Esteva, Otto Ullrich, C. Douglas Lummis, oltre che dello stesso Sachs.

Negli ultimi anni sono però diverse le iniziative che derivano dal tentativo di rispondere alle esigenze di benessere globale, mantenendoci all’interno dei limiti fissati dalla nostra biosfera. Tutti in qualche modo tendono ad applicare l’approccio “Contraction and Convergence” tradotto in italiano come contrazione e convergenza. L’approccio C&C prevede che i paesi che oggi sono i maggiori emettitori di gas serra vadano a diminuire le loro emissioni fino a convergere ai livelli del resto del mondo. Il concetto sviluppato riguardo alle emissioni di gas serra, è poi applicabile anche in altri campi.

Come ricorda il Wuppertal Institut in “Per un futuro equo. Conflitti sulle risorse e giustizia globale”, Feltrinelli 2007 il modello C&C “contraddice due presupposti alla base dell’economia della crescita: in primo luogo la credenza diffusa che lo sviluppo economico sia subordinato a un grande consumo di risorse (...) e in secondo luogo, l’opinione che il benessere delle persone aumenti di pari passo con i consumi”.
Tra una iniziativa e l’altra vi sono molte differenze, una delle più importanti è la determinazione del limite di sostenibilità che risulta diversa per diversi autori. Tra gli altri è possibile citare:
- La società a 2000 W (2000-Watt-Gesellschaft) proposta da alcuni ricercatori dell’ETZ il Politecnico di Zurigo;
- “Cento watt per il prossimo miliardo di anni” volume di Erika Renda e Luigi Sertorio;
- L’approccio Factor Four del Wuppertal Institut ovvero come raddoppiare il benessere e dimezzare l'impatto ambientale moltiplicando per quattro l'efficienza della produzione, proposto anche in “Fattore 4. Come ridurre l'impatto ambientale moltiplicando per quattro l'efficienza della produzione” L. Hunter Lovins, Amory B. Lovins, Ernst U. von Weizsacker, Edizioni Ambiente 1998;
- Il Piano B di Lester Brown dell’Earth Policy Institute liberamente scaricabile dal web nella sua traduzione italiana, “Piano B 3.0 - Mobilitarsi per salvare la Civiltà” Edizioni Ambiente 2008;
- Il concetto di impronta ecologica applicabile alle economie di intere nazioni, ma anche agli stili di vita personali di ciascuno di noi, presentato nella nuova edizione di “L'Impronta Ecologica - Come ridurre l'impatto dell'uomo sulla Terra” di Mathis Wackernagel, William E. Rees, Edizioni Ambiente 2008;
- Il modello dell’autonomia energetica di Hermann Scheer che tende ad accorciare le filiere dell’approvvigionamento energetico, così che ogni territorio possa fare i conti solamente con le risorse energetiche effettivamente disponibili: anche in questo caso Edizioni Ambiente ha pubblicato i lavori di Scheer, “Autonomia energetica Ecologia, tecnologia e sociologia delle risorse rinnovabili” del 2006 ma soprattutto “Il solare e l'economia globale - Energia rinnovabile per un futuro sostenibile” del 2004.
A questi si può aggiungere l’approccio del movimento della Decrescita, a partire dai lavori di Georgescu-Roegen fino a quelli di Serge Latouche, Mauro Bonaiuti e Maurizio Pallante, che però non determina degli obiettivi quantitativi globali ma piuttosto delle pratiche concrete.
Ovviamente ognuno di questi approcci meriterebbe un’analisi approfondita che non è possibile limitare a questo post.

In ogni caso, qualunque sia l’approccio adottato, si giunge alla conclusione che le strategie ricorrenti di fatto sono tre: efficienza, compatibilità e sufficienza. Come perfettamente sintetizzato ancora una volta dal Wuppertal Institut in “Per un futuro equo”:
“Efficienza significa ridurre l’uso di materiale ed energia in ogni merce o prestazione grazie a una tecnologia e un’organizzazione ottimizzate, grazie al riciclaggio e alla limitata produzione di rifiuti. (...) la strategia di efficienza rappresenta un ottimo battistrada sulla via della sostenibilità, ma mostra i propri limiti appena l’aumento del volume delle merci e dell’impiego di energia supera quello che si risparmia.
La compatibilità invece rappresenta il connubio tra natura e tecnologia. Il principio cardine è che i metabolismi industriali non devono danneggiare quelli della natura (...) Inoltre vale la regola per cui in un sistema intelligente non esistono rifiuti, solo prodotti. (...)
Ma anche la strategia della compatibilità non è una panacea. (...) Le tecnologie informatiche finora non hanno portato a un minore ma a un maggiore consumo di materia ed energia. (...)
La sufficienza a sua volta ci interroga su quanto sia abbastanza, su cosa possano tollerare realmente l’economia e gli esseri viventi. (...) mentre efficienza significa fare le cose nel modo giusto, sufficienza equivale a fare le cose giuste.”
Efficienza, compatibilità e sufficienza. Le tre strade per la sostenibilità sono tutte necessarie: nessuna è sufficiente. Tutte condividono qualche limite, e solo ragionando in maniera integrata e cercando di applicarne i principi contemporaneamente possiamo pensare di affrontare le crisi all’orizzonte tramutando i problemi in opportunità.

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Grazie a Terenzio Longobardi e Marco Pagani per i preziosi suggerimenti




[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

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giovedì, novembre 13, 2008

Non soluzioni, ma azioni




Le prime volte che provavo a condividere con la mia cerchia di conoscenze le enormi problematiche legate al picco del petrolio (quasi 2 anni fa), la reazione più comune era di fuga psicologica, quando non di vera paura. Le domande conclusive erano accompagnate a volte da una sincera preoccupazione, altre volte da una reazione di sfida rabbiosa e impotente a cambiare la situazione: "Va bè, abbiamo capito, finora abbiamo parlato di problemi, problemi ... perchè non cominciamo a parlare di soluzioni"?

Come immaginerete, il concetto di "soluzione" in questo campo è un po' lasco. Qualunque idea e proposta è destinata a scatenare un qualche controeffetto, non propriamente desiderato. Esempio: "se smettiamo di sfornare automobili al ritmo attuale, i dipendenti diventeranno disoccupati". O anche: "Per vedere ridotto il volume dei rifiuti, dovremmo essere disposti a rinunciare ai confort attuali". Ce ne sarebbero a decine.

Allora? Benvenuti nel regno della complessità. I sistemi reali non hanno LA soluzione perchè le numerosissime dinamiche in gioco non sono rappresentabili da sistemi di equazioni risolubili in "modo esatto" (nel gergo dell'analisi matematica, non sono ricavabili "funzioni analitiche" che soddisfino il sistema).

Se ipotizziamo una sfera perfetta che rotola senza strisciare su un piano inclinato di 32° esatti, potremmo calcolare in modo deterministico il tempo di arrivo alla fine dell'asse. Se nella realtà abbiamo un pallone, magari un po' sgonfio, che rotola su un pendio irregolare, in certi punti farà dei microrimbalzi, in altri con la sabbia striscerà un po', e via discorrendo. Con il modellino della sfera, si potrebbe comunque stimare un intervallo di tempo ragionevolmente impiegato dal pallone per giungere alla fine della discesa.

Però: più si allarga il campo e si considerano nuove variabili e interazioni, più il sistema diventa complesso. Si va a finire nella dinamica dei fluidi, nella meteorologia, nella termodinamica statistica, nelle dinamiche di popolazioni. Qui non si parla (banalizzo) della "soluzione" di aX=b, noto "a" e noto "b". Applicando il calcolo numerico si arrivano a definire delle curve di tendenza (della forma di quelle de "I Limiti dello sviluppo", per intenderci), in modo da studiare la probabile evoluzione temporale delle variabili considerate, dati certi parametri di base.

Una situazione triviale è quella in cui c'è una comunità di predatori che può riprodursi, che si alimenta unicamente di una preda che viene forzata a non riprodursi (ad esempio, immettendo un numero n di soli individui maschi). Dopo un certo tempo, i predatori avvertono la scarsità delle prede, per cui inizieranno a tirare la cinghia o a fare altre cose inusuali.
Nella realtà, le cose per fortuna non sono così semplicistiche e ci sono interrelazioni a gogò. Ciò non toglie che stiamo arrivando a livelli di "overshooting" su alcuni capitali del pianeta, sia minerali che biologici, di un'intensità tale da destare non poche preoccupazioni.

Ora, cambiare la rotta su problemi di questa portata sarà tutto fuorchè banale. E molto difficilmente arriveremo alla soluzione "magica"; più realisticamente, occorrerà mettere in piedi azioni fisiche (non più puramente finanziarie) per guidare le dinamiche dei sistemi verso orbite cosidette stabili. Esempio: inutile ostinarsi a produrre SUV in perdita, e che nessuno vorrà, molto meglio diversificarsi su piccole auto elettriche e biciclette che avranno un minimo di futuro. Inutile perseverare nel vortice dell'ipercompetitività energivora della grande industria: meglio impianti di taglia più piccola, sparpagliati sul territorio, basati su tecnologie rinnovabili e reimpiego dei materiali prima considerati "rifiuti buoni per le fosse".

D'altronde, i cambiamenti non si fanno dall'oggi al domani, tutti insieme appassionatamente. Ancora meno si potrà fare una transizione energetica mai affrontata prima in una notte. Ma se sappiamo DOVE vogliamo andare, e COME ci vogliamo riuscire, allora qualche punto fisso c'è e la partita è ancora tutta da giocare.

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mercoledì, novembre 12, 2008

Potrebbe un Giorno l'Agricoltura Biologica Sfamare Miliardi di Persone?


Fonte: Web - Grafico che rappresenta una proiezione della crescita demografica


Jacques Diouf, direttore generale della FAO, a seguito della presentazione di un documento (FAO non precisa la fonte) che sostiene la tesi che "l'agricoltura biologica potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della popolazione mondiale attuale, ribatte che secondo la FAO, "l'Agricoltura Biologica produce alimenti salutari e nutrienti ... Ma non è possibile dare da mangiare a 6 miliardi di persone oggi - e più di 9 miliardi nel 2050 - facendo a meno di un impiego prudente di input chimici". Diouf avanti in questo modo giustificando il tutto sotto il punto di vista economico "... i prodotti coltivati organicamente in genere hanno prezzi più alti di quelli coltivati con metodi convenzionali ...". La mia domanda a fronte di un costo del barile del Petrolio potenzialmente in crescita anche se oggi presenta delle fluttuazioni di mercato al ribasso, sarà sempre vera questa affermazione? Quali sono i costi dei fertilizzanti, ammendanti, sostenuti dai contadini dei Paesi in Via di Sviluppo?

Nel suo rapporto annuale sullo Sviluppo Mondiale (2007), la Banca Mondiale dichiara che "lo scarso impiego di fertilizzanti è uno degli ostacoli principali all'aumento della produttività agricola nell'Africa sub-sahariana". Tuttavia la mia esperienza Africana come Consulente per la "World Meteorological Organization" mi ha fatto capire (come lo hanno capito tanti altri) che il fattore principale della bassa produttività agricola in Africa sono le precipitazioni, la mancanza dell'acqua e la siccità oppure le inondazioni che appaiono nei momenti più delicati della crescita vegetativa e produttiva dei cereali e delle leguminose.

Secondo un indagine condotta da un gruppo di ricerca della University of MichiganAnn Arbor, "l'agricoltura biologica ha tutte le potenzialità per raggiungere un livello di produzione simile, in qualità e quantità, a quello attuale, portando nuovi benefici soprattutto per i paesi in via di sviluppo". Infatti, comparando i risultati ottenuti in 293 differenti campi, parte coltivati secondo pratiche di agricoltura biologica, altri secondo pratiche convenzionali, e facendo delle simulazioni, i ricercatori hanno sviluppato delle previsioni secondo le quali l'agricoltura biologica sarebbe in grado di produrre sufficient cibo per sfamare il mondo intero, senza dovere necessariamente incrementare la quantità di terre dedicate alle coltivazioni. Inoltre, la ricerca indica che l'agricoltura biologica potrebbe essere molto più proficua per i Paesi in Via di Sviluppo piuttosto che per quelli già industrializzati. In base alle loro proiezioni la produzione agricola da bio potrebbe triplicarsi.

Due posizioni quasi opposte, allora ci si può chiedere chi ha ragione? il politico e manager o il ricercatore e modellista?

In base alle previsioni più recenti, la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere entro il 2050 quota 10 miliardi, una parte cospicua dei prodotti cerealicoli sono deviati per lla produzione di carne nei grandi allevamenti, mentre un altra fetta altrettanto importante sono richiesti per la produzione di biocombustibili. Inoltre la pressione dell’agricoltura convenzionale e intensiva sulla produzione alimentare e sull’ambiente è ormai arrivata, a livelli tali da far temere un disastroso scenario (diminuzione al 5-20% della produzione) se i prodotti chimici usati in agricoltura improvvisamente dovessero scomparire oppure il loro costo dovesse diventare esorbitante. Un vero e proprio crollo alimentare che metterebbe in crisi l’intero Pianeta.

Volendo rimanere prudenti o cauti, se da una parte, il ritorno alle tecniche agricole tradizionali (che comunque in molti Paesi ad esempio Africani, ...) e ancora di più a quelle biologiche, non è un passaggio semplice (su vasta scala) tuttavia i condizionamenti dei mercato e la necessità di sfamare una popolazione mondiale continuano ad avere un forte peso nelle scelte dei politici e delle grandi categorie agricole.

Secondo il World Watch Institute (WWI), nel 2006 ha affermato che l’agricoltura biologica nei Paesi più poveri tende a far incrementare i raccolti, soprattutto in quelle aree dove la gente non ha i soldi necessari per comprarsi i prodotti necessari alle pratiche agricole convenzionali e intensive. Il gap nei raccolti tra agricoltura chimica e convenzionale si verifica invece nei paesi sviluppati e più ricchi, dove gli agricoltori usano massicce quantità di fertilizzanti chimici e pesticidi con lo scopo di massimizzare le rese.

"Nelle nazioni più povere - scrive Halweil, del W.W.I. - le tecniche di agricoltura biologica come il compostaggio, la concimazione organica e il controllo biologico degli insetti nocivi rappresentano la migliore speranza degli agricoltori per aumentare la produzione e ridurre la fame.

Tuttavia, rimane alla domanda posta in alto non esiste una risposta certa, perché il tutto alla fine dipenderà dalle decisioni politiche dei singoli Paesi, delle Comunità di Stati; dai comportamenti e atteggiamenti culturali delle popolazioni; dalla realizzazione che le pressioni delle scelte del genere umano sul Pianeta sono arrivate ad un punto di rottura.

Dice giustamente Jacques Diouf "Non esiste una soluzione unica al problema dell'approvvigionamento alimentare dei poveri e dei sottonutriti" ... io aggiungere, "di tutto il genere umano nel prossimo futuro".


Un Pianeta Urbanizzato



Negli ultimi 30 anni, la Popolazione Urbana Mondiale è cresciuta da 1,6 Miliardi di persone a 3,3 Miliardi, (pari a circa 50% del totale) mentre nei prossimi 30 anni la crescita tendenziale delle popolazioni delle città dei Paesi in Via di Sviluppo aumenterà di altri 2 Miliardi di Unità. In Arabia Saudita, il governo sta spendendo miliardi di dollari per costruzione di nuove super-città tale da facilitare la crescita di Gedda e Riyadh. Il governo Egiziano invece, ha in progetto (e sta attuando) la costruzione di 20 nuove città in modo da deviare l’esodo dalle campagne lontano dal Cairo, inoltre ne sta pianificando altre 45. Due esempi tra decine di altri che dimostrano quanto la tendenza all’espansione urbanistica sia in crescendo. Secondo molti governi queste politiche di occupazione del territorio servono per attenuare la pressione dell’esodo delle persone dalle campagne verso le Città principali. Situazioni simili si erano verificate nel passato, tra gli anni 50 e 60, in Europa (Gran Bretagna, Francia, Italia, ecc…). Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, durante la biennale del Forum Mondiale sulla Urbanizzazione che si era tenuto verso gli inizio di Novembre 2008, aveva avvertito i governi partecipanti che da oggi al 2030, servirebbero almeno due miliardi di Euro per sfamare le milioni di persone che vivono nelle città - baraccopoli e che “le aree urbane consumano la maggior parte delle risorse energetiche mondiali oltre alla generazione della maggior parte dei rifiuti” (1) .
Secondo la FAO, dal 2007 e per la prima volta nella storia, la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale, della quale un terzo, vale a dire un miliardo di persone, vive nelle baraccopoli. Questa percentuale cresce ulteriormente nell’Africa sub-sahariana, dove oltre tre quarti degli abitanti delle città è residente in quartieri degradati (2). Secondo proiezioni fatte dall’ONU, entro il 2030 due terzi della popolazione mondiale vivrà nelle città, mentre si stima che la popolazione mondiale totale raggiungerà entro il 2050, i nove miliardi di abitanti. "Vi sarà un grosso aumento della popolazione urbana", dice Alexander Müller, responsabile ad interim del Dipartimento Agricoltura e difesa del consumatore della FAO. "Assicurare che abbiano cibo a sufficienza rappresenterà una sfida senza precedenti".
Per rispondere a questa crescente espansione delle città in particolare nei paesi in via di sviluppo ed in quelli ad espansione economica (Cina, India), e al rapido espandersi delle bidonville, favelas e baraccopoli (come vengono ormai chiamati i fatiscenti quartieri poveri delle grandi metropoli), la FAO sta sostenendo e portando avanti il concetto di “Agricoltura Urbana” con l’obiettivo di migliorare i sistemi di approvvigionamento alimentare di enormi aree urbane come Calcutta, Nairobi, ecc …. . Attraverso il progetto “Cibo per le città”, la FAO ha l’obiettivo di aiutare le popolazioni in diverse città dei paesi del sud del mondo sviluppare sistemi di agricoltura urbana e peri-urbana (goi orti famigliari), affinché possano in futuro raggiungere l’autosufficienza alimentare. Il cibo è prodotto conformemente ai principi di un’agricoltura sostenibile (biologica o integrata) e secondo strette norme di qualità, per far sì che i prodotti siano freschi e genuini.
In America Latina, e causa del limitato accesso alla terra gli esperti locali, con l’appoggio della FAO, hanno insegnato a centinaia di famiglie che vivono nei “Barrios” a produrre verdure per l’autoconsumo in mini-orti, coltivati all’interno delle loro abitazioni, usando una serie inconsueta di contenitori: bottiglie riciclate, vecchi copertoni e vaschette di varia natura. Viene applicata la tecnica di coltivazione per substrato o idroponica (dove l’acqua sostituisce la terra), in contenitori che vengono sistemati dovunque vi è spazio e luce a sufficienza. Ogni mese ciascun orto familiare riesce a produrre sino a 25 chili di verdure come lattuga, fagioli, pomodori e cipolle. Qualsiasi eccedenza viene venduta ai vicini o tramite la cooperativa che è stata formata nell’ambito del progetto .
A prima vista Accra (Ghana), Beijing (Cina) e Vancouver (Canada) sembrano avere poco in comune. Nell’area metropolitana di Vancouver vivono quasi 2 milioni di persone, a Beijing oltre 14,5 milioni. Ancora più evidenti sono le differenze di reddito: in quasi tutto il Ghana, il reddito pro capite è di 700 dollari l’anno, contro i 2.200 di Beijing e gli oltre 32.000 di Vancouver. Però se si osservano i cortili e i tetti, si nota come ovunque gli abitanti siano impegnati a risolvere un problema antico come le città in cui vivono: produrre cibo.
Tuttavia esiste un altro problema non meno importante da affrontare, quello dell’acqua. Laddove i sistemi di depurazione dell’acqua non sono adottati come nelle bidonville di Mumbai o Nairobi, l’acqua fresca e pulita non è affatto facile da trovare e nemmeno tanto economica da acquistare. Questi “contadini urbani” in genere usano le acque grigie degli scarichi che possono portare malattie, o comunque pregiudicare la salute. Eppure in Città come Accra (Ghana) e molte altre del mondo queste acque (contenenti soprattutto le deiezioni umane) presentano delle proprietà fertilizzanti di non poco conto.
Le città puntano all’autosufficienza alimentare ma le difficoltà non sono certo poche. A livello immediatamente pratico, l’altezza degli edifici oscura la luce del sole (e qui coltivare sui tetti è una soluzione efficace), mentre il terreno può essere inquinato da preesistenti residui industriali (anche se spesso i terreni agricoli, intrisi di pesticidi, non sono affatto più puliti). L’allevamento di bestiame o pesci nei pressi di aree densamente abitate e l’impatto dell’agricoltura urbana su risorse idriche spesso appena sufficienti per la città rappresentano una sfida senza precedenti in termini di salute e ambiente. Eppure, oculatamente gestita, l’agricoltura urbana può essere lo strumento migliore non solo per affrontare tempestivamente i problemi sanitari della popolazione ma anche per migliorare la qualità delle acque .
L’acqua potabile nei centri urbani è un bene sempre più prezioso; in molti centri abitati dei paesi più poveri o meno moderni, gli agricoltori urbani usano acque piovane o attinte da fiumi e torrenti per irrigare, ma sempre più spesso ricorrono a una risorsa idrica ampiamente disponibile in qualsiasi città: le acque di scolo. L’IWMI (International Water Management Institute) ritiene che molte città asiatiche e africane vi ricorrano per irrigare oltre il 50% delle coltivazioni.
Nonostante tutti questi problemi, l’agricoltura urbana può portare un soffio di natura nella giungla di cemento, con benefici superiori a quelli del singolo che ricava un po’ di guadagno lavorando la terra o del residente che può contare su generi alimentari.
Ampliando il discorso, l’agricoltura urbana può costituire un esempio d’uso molto
I contadini urbani, tra l’altro, sanno trasformare i problemi in soluzioni. “Usare le acque di scarico comporta sicuramente rischi sanitari e ambientali”, dice Gayathri Devi dell’Iwmi, “ma il loro utilizzo nell’agricoltura urbana e periurbana è un dato di fatto. Qualsiasi limitazione all’agricoltura urbana sarebbe non solo inutile ma provocherebbe danni socioeconomici ai coltivatori e alle loro famiglie.” Prendiamo Hyderabad, settima città dell’India, e luogo d’incontro tra nord e sud del paese, dove internet e biotecnologie sono in continua espansione esistono 300.000 famiglie contadine, che in città coltivano ben 15.000 ettari, e che continuano a basarsi, per mangiare e lavorare, su un sistema irriguo certamente antico: le acque del vicino fiume Musi, per gran parte dell’anno poco più di una fogna a cielo aperto (3).

Referenze:
1- The Economist; Nov. 6th 2008
2- Alison Hodder, esperta di orticoltura - Servizio colture e pascoli; FAO, Febbraio 2007
3- State of the world 2007; “Il nostro futuro urbanizzato” di Worldwatch Institute a cura di Gianfranco Bologna

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martedì, novembre 11, 2008

In Europa tira una brutta aria


Di recente, il Consiglio e il Parlamento Europeo hanno adottato una nuova direttiva sulla qualità dell’aria che, a dispetto della frase contenuta nel titolo “per un’aria più pulita in Europa” peggiora la precedente normativa per quanto riguarda la tutela contro un’inquinante molto pericoloso per la salute, le polveri sottili.

Le istituzioni mediche e scientifiche internazionali hanno denunciato da anni la stretta correlazione esistente tra livelli elevati di polveri sottili e aumento di mortalità e morbosità nelle popolazioni urbane di qualsiasi classe d’età. In Italia, questo danno sanitario è stato approfondito in uno studio dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal titolo “Impatto sanitario di PM10 e ozono in 13 grandi città italiane. Una sintesi delle impressionanti conclusioni sono contenute in questa presentazione di Roberto Bertollini.
Per le polveri sottili, prendendo a riferimento le conclusioni di questi studi allarmanti, l’Unione Europea aveva adottato una normativa molto rigorosa che poi era stata recepita dagli Stati nazionali, compreso quello italiano.
Partendo da un limite al 2005 di 40 microgrammi / metrocubo per la media annuale e di 50 microgrammi / metrocubo per la media giornaliera da non superare per più di 35 giorni all’anno, gradualmente si sarebbe dovuti arrivare al 2010 a valori più restrittivi, secondo quanto contenuto in queste due tabelle.

VALORE LIMITE MEDIA ANNUALE PM10
2006
28 microgrammi / metrocubo
2007
26 microgrammi / metrocubo
2008
24 microgrammi / metrocubo
2009
22 microgrammi / metrocubo
2010
20 microgrammi / metrocubo

VALORE LIMITE MEDIA GIORNALIERA PM10
2006
50 microgrammi / metrocubo per non più di 35 giorni
2010
50 microgrammi / metrocubo per non più di 7 giorni

Evidentemente ci si è resi conto però, man mano che passavano gli anni, che quasi nessuna città era in grado non solo di rispettare ma nemmeno di avvicinarsi ai limiti rigorosi previsti per il 2010. O, per meglio dire, ciò sarebbe stato possibile solo con un drastico abbattimento dei flussi di traffico, riducendo di molti ordini di grandezza il parco autoveicolare circolante. Ma in una società interamente costruita a misura di automobile l’Unione Europea non ha avuto il coraggio di portare avanti fino in fondo questa strategia ed è tornata indietro rispetto alle precedenti decisioni approvando una nuova direttiva che “ferma” i limiti da rispettare a quelli già in vigore per il 2005. Fermo restando che molte città italiane non sono in grado di rispettare nemmeno questi limiti più elevati, vediamo ora l’effetto sanitario della nuova direttiva europea.
Lo studio citato stima che nelle 13 città italiane esaminate, i morti per tutte le cause generati da un valore della media annua di PM10 superiore a 40, 30, 20, microgrammi / metrocubo sono rispettivamente, 2270, 5196, 8220 per quanto riguarda gli effetti cronici, e 361, 844, 1372 per quanto riguarda gli effetti acuti.
Quindi, è come se con l’ultima direttiva, l’Unione Europea, ritenendoli inevitabili, avesse autorizzato i morti in più generati da concentrazioni tra i 40 e 20 microgrammi / metrocubo prodotti prevalentemente dal traffico privato (e soprattutto dai motori diesel). Analoghe considerazioni si possono fare per i rilevanti esiti sanitari diversi dalla morte, come ricoveri ospedalieri per malattie cardiache e respiratorie, bronchiti acute e croniche, asma ecc. in tutte le classi di età.
La nuova direttiva europea affronta anche il problema delle PM2,5, cioè quella frazione di PM10 di diametro inferiore ai 2,5 micron che procura i danni maggiori all’apparato respiratorio. Anche in questo caso il limite stabilito per la media annuale di 20 microgrammi / metrocubo non recepisce le indicazioni delle autorità sanitarie, in particolare dell’OMS, le cui linee guida consigliano un valore di 10 microgrammi / metrocubo.
In quest’ultima tabella sintetica si possono confrontare i valori limite della precedente e attuale normativa con le linee guida dell’OMS. Le motivazioni di quest’ultime sono illustrate in questa intervista.
Di fronte a questa Waterloo sanitaria dell’Unione Europea sarebbe necessario una mobilitazione dell’opinione pubblica a tutela della propria salute, ma state certi che questo non avverrà, perché non si è mai visto un inquinatore che protesta contro se stesso. L’automobile è l’idolo laico delle società contemporanee, che hanno deciso inconsciamente di immolare quotidianamente ad esso un’abbondante razione di sacrifici umani.

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lunedì, novembre 10, 2008

ASPO-Italia sul nucleare






Un recente articolo del "Sole-24 Ore cita ampiamente il lavoro di ASPO sul nucleare.
Peccato che non citi il nome dell'autore, Eugenio Saraceno, il cui testo comunque potete trovare a questo link

(ringraziamo Massimo Ippolito per la segnalazione di questo articolo e per le evidenziazioni in grassetto)


Il Sole-24 Ore
sezione: ECONOMIA E IMPRESE
data: 2008-09-28 - pag: 23

L'analisi critica dell'economista Bernard Laponche

In Francia l'atomo diventa insufficiente

Federico Rendina
ROMA

Francesi baciati, si dice, dalla fortuna energetica. Grazie all'energia nucleare. Meno schiavi del petrolio. Liberi dalla sudditanza dal metano che opprime invece l'Italia. Più protetti e indipendenti. Ma è davvero così? Forse il nucleare serve davvero. Forse traccerà l'inevitabile futuro dell'energia. Ma oggi come oggi il modello francese dell'indipendenza energetica si rivela, a guardar bene, un'illusione ottica.

Il quasi 80% di produzione elettrica da nucleare consente ai francesi di pagare la corrente un po' meno che nel resto d'Europa, e molto meno di quel che pagano i cittadini italiani. Ma se si considerano i consumi energetici globali e l'apporto delle fonti fossili al fabbisogno complessivo del paese ecco che la Francia, in termini di dipendenza, è messa addirittura peggio di noi.

Il motivo? Il Paese d'oltralpe si è adagiato sull'energia nucleare, non ha considerato il problema energetico nella sua globalità (fabbisogno dell'industria, riscaldamenti domestici, trasporti) e si è impegnato meno di noi, e meno dell'Europa, sugli altri fattori decisivi per il futuro energetico ma anche ambientale del pianeta: l'efficienza nell'uso dell'energia,il risparmio,ilricorso alle fonti rinnovabili sulle quali ha investito risorse gigantesche un Paese pur nucleare come la Germania.

A disegnare lo scenario è un analista autorevole: il francese Bernard Laponche, ingegnere ed economista dell'energia, per molti anni consulente energetico del governo di Parigi. E la sua nonè una voce isolata, tant'è che anche gli analisti italiani dell'Aspo erano arrivati, in uno studio pubblicato alla fine dello scorso anno, a conclusioni analoghe.

Laponche fa parte della nutrita schiera degli scettici, se non dei nemici, del nucleare. Ma i suoi studi hanno un'indubbia autorevolezza. E portano comunque acqua al mulino di chi (e sono tanti) ci esorta a vedere la soluzione dei problemi dell'energia come una necessaria combinazione di interventi su tutti i fronti, a cominciare da quello dell'efficienza.

Sta di fatto che il consumo di petrolio procapite della nuclearissima Francia è maggiore di quello degli altri principali Paesi europei: 1.46 Tep (tonnellate equivalenti di petrolio) della Francia, contro 1.36 della Germania, 1.33 della Gran Bretagna e 1.31 dell'Italia, che non è messa poi così male. Questo perché – insiste Laponche con il conforto dei nostri esperti dell'Aspo – il ricorso anche massiccio al nucleare non risolve affatto la dipendenza dal petrolio. Aggiungendo peraltro – rimarca Laponche – la dipendenza dall'uranio, totalmente importato.

Ed ecco che il contributo dell'atomo elettrico al consumo totale di energia in Francia è solo il 14%, a fronte del 49% del petrolio. Un 14% più che compensato in negativo, in termini di dipendenza, dalla maggiore ingordigia di idrocarburi dei francesi nella mobilità e nei riscaldamenti domestici, che funzionano ancora in larga parte a gasolio. E poi va considerato l'uso più intenso del riscaldamento in Francia rispetto all'Italia che si spiega solo in parte – rilevano gli esperti dell'Aspo –con le temperature medie un po' più basse. Molto si deve alla minore efficienza degli impianti. A cui si aggiunge – spiega sempre l'Aspo – la minore efficienza della rete elettrica francese, con il 6,2% di perdite nei servizi di distribuzione (5,8% in Italia) e il 5% di perdite nei servizi di centrale (contro il 3% del nostro paese).

Grandi vantaggi dal contributo del nucleare per lo meno nelle emissioni di gas serra e quindi nella corsa al rispetto dei parametri ambientali di Kyoto? Bando alle facili illusioni anche su questo versante, ammonisce Laponche. Il nucleare taglia le emissioni di anidride carbonica e dunque aiuta i francesi, ma non così tanto.
Nel 2005 (ultimi dati aggregati disponibili) la Francia era a 9.1 Mteq (milioni di tonnellate equivalenti) di CO2 procapite, contro 12.1 Mteq della Germania, 10.2 dell'Inghilterra e 9,9 dell'Italia, anche qui in una posizione teoricamente consolante, se non fosse che la nostra maggiore efficienza relativa ci ha paradossalmente penalizzato, come ben sappiamo, nelle trattative sulle quote di riferimento per i tagli ai gas serra imposti dal patto di Kyoto.

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domenica, novembre 09, 2008

Abitudini, inerzie e altre patologie / 3 : il paradosso del frigorifero



Nella foto possiamo ammirare la Sacra di S. Michele, monumento simbolo della regione Piemonte.
Qualche mese fa l'ho visitata e, tra le altre cose di enorme interesse storico e architettonico, mi ha colpito la "ghiacciaia". Si tratta di una piccola cantinetta seminterrata, esposta a nord e caratterizzata da muri molto spessi, nella quale i monaci conservavano i cibi. Dall'autunno in poi si introduceva della neve compattata, in modo da avere un effetto frigorifero. La posizione e l'isolamento della ghiacciaia permettevano il mantenimento del ghiaccio (dunque, delle temperature idonee alla conservazione) fino ai mesi di maggio-giugno.

Costo energetico di gestione: ZERO (a meno dell'energia & tempo impiegati per l'approvigionamento della neve).

Su Ecoblog, tempo fa si era parlato di "FRIA, il frigo che prendeva il fresco da fuori". A me sembra un'idea tanto intelligente quanto semplice, il tutto al punto che commercialmente non ho trovato nulla, almeno in italiano.

Cosa di meglio di una cella che utilizzi le frigorie dell'ambiente esterno nei mesi freddi, e che sfrutti energia rinnovabile per la produzione del freddo nei mesi più caldi? Sarebbe l'unione dei metodi dei monaci con le nuove tecnologie.

Ma forse chiedo troppo: l'abitudine ad avere il frigorifero sempre "plugged", la comodità di non dover uscire fuori per movimentare i viveri è un muro psicologico che lascia intentate le idee più ovvie.


Due anni fa ho rottamato un frigorifero di 20 anni, acquistandone uno più piccolino, in classe A+. Energia media annua assorbita 227 kWh. E' qualcosa, ma possiamo fare di più.

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Un'idea forte


created by Armando Boccone


In questi ultimi giorni c’è stato uno scambio di e-mail fra gli amici della lista a proposito del modo in cui procedere affinché si possano risolvere i gravi problemi che si intravedono all’orizzonte.
Alcuni hanno detto che è importante costruire macchine più efficienti mentre altri sostengono che sia sbagliato consumare enormi risorse in una corsa all’efficienza se poi non si chiude con certi modelli di produzione e di vita (cioè, se non si chiudono i cicli).

Si è parlato del paradosso di Jevons e della necessità di ridurre il peso del mercato, perché questo si basa sulla crescita infinita mentre il mondo è finito. Si è parlato del rapporto con i giovani e di come passare i messaggi sulla futura situazione in campo energetico e non solo. Si è prospettato la riduzione della giornata di lavoro e si sono fatte altre analisi e proposte.
Le varie proposte e analisi, anche se a prima vista sembravano escludersi, in realtà si completavano e arricchivano a vicenda.

Cosa porterà ad uno sblocco della situazione, per far si che si sviluppino le fonti energetiche rinnovabili, che si prendano a cuore le dinamiche demografiche, che si eliminano i consumi che servono solamente ad incrementare il PIL, ecc. ?
E’ necessaria un'idea forte e condivisa che “agiti” le persone e dia un senso alle tante piccole e grandi azioni.

A tale riguardo ho pensato a quello che è successo negli Stati Uniti dopo la crisi del 1929. Crollò la produzione e si creò una disoccupazione spaventosa. Con la Tennessee Valley Authority act e con altri provvedimenti messi in atto dall’amministrazione Roosevelt non si riuscì a superare la crisi. Verso la fine degli anni trenta la produzione era ancora circa il 75% di quella di prima della crisi.
Per superare la crisi era necessaria una idea forte che però non si vedeva all’orizzonte.
L’amministrazione Roosevelt la ottenne su un piatto d’argento dal Giappone il 7 dicembre 1941 con l’attacco alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawai.
Ho letto infatti da più parti che a Roosevelt tutto ciò non dispiacque.
Solamente con l’entrata nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti superarono la crisi iniziata col 1929.
Ma quale fu l’idea forte che rese possibile tutto ciò? Erano le idee della guerra, della difesa dei confini nazionali, della difesa del proprio spazio vitale, ecc. Bisognava produrre più acciaio per fare navi, aerei e carri armati per difendere la nazione dall’attacco giapponese; bisognava produrre più grano, più carne, più scarpe, più vestiti, ecc. con cui alimentare ed equipaggiare le truppe. Queste idee sono forti perché avevano alle spalle 4.500 anni di storia e quindi facevano stabilmente parte del bagaglio culturale umano. Vennero infatti a maturazione circa 4.500 anni fa nella bassa Mesopotamia, quando le città-stato della civiltà sumera cominciarono a risolvere con la guerra i problemi di espansione e/o difesa del proprio spazio vitale.

A proposito invece della crisi provocata dagli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del Pleistocene, circa 12-15 mila anni fa: i radi gruppi umani, in conseguenza degli sconvolgimenti climatico-ambientali di cui si è detto, correvano il rischio di estinguersi. Quale fu l’idea forte che portò alla soluzione di questa crisi?
Era necessario un incremento demografico per risolvere la crisi e questo si ottenne sostituendo la caccia e raccolta con la coltivazione delle piante e l’allevamento degli animali. Il passaggio dalla caccia e raccolta all’agricoltura e alla pastorizia non avvenne contemporaneamente su tutta la terra ma prima in certi luoghi e successivamente in altri, avvenne con gradualità, con situazioni intermedie, alle volte con forti progressi e alle volte con arretramenti, con aspetti diversi in relazione al diverso contesto ecologico e culturale in cui avveniva.
Con la coltivazione delle piante e con l’allevamento degli animali il territorio era in grado di sostenere un numero maggiore di individui. Le condizioni di vita però peggiorarono con queste nuove forme di sostentamento ma fu superato il rischio di estinzione dei radi gruppi umani. I gruppi umani che vivevano di caccia e raccolta erano formati da circa trenta persone fra uomini donne e bambini ma l’ambiente venuto fuori dopo gli sconvolgimenti di cui si è parlato avrebbero potuto sostenere gruppi ancora più piccoli se si fosse praticata ancora la caccia e la raccolta. Infatti si ritirarono enormemente le savane e le praterie e la caccia sarebbe avvenuta nelle foreste, avrebbe riguardato animali singoli e di stazza inferiore. Ciò avrebbe richiesto gruppi umani di consistenza numerica inferiore ed avrebbe nello stesso tempo potuto sostenere gruppi umani di consistenza numerica inferiore. Il rischio di estinzione era incombente. Con la coltivazione delle piante e la pastorizia i gruppi umani non condussero più un modo di vita nomade o semi-nomade ma iniziarono a vivere in villaggi stabili ed erano formati da circa 250-500 individui.

Quale é l’idea forte capace di superare la crisi attuale? E' quella che ha distinto il genere Homo dagli altri animali e che è la stessa che ha operato alla fine del Pleistocene: è la coscienza del desiderio della vita eterna o, detto diversamente e in modo più concreto, del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei propri bisogni.

Deve essere questa idea l’orizzonte di riferimento, il criterio con cui valutare le varie soluzioni di cui si dibatte. L’adozione delle lampadine a basso consumo, la rottamazione delle autovetture o degli elettrodomestici portano ad un miglioramento nel soddisfacimento dei bisogni umani e ad un allungamento del tempo di vita dell’umanità?
Lo stesso criterio deve adottarsi a proposito della maggiore efficienza delle macchine oppure della coibentazione degli edifici.
E’ necessario però che tutti i provvedimenti si muovano nella stessa direzione altrimenti se per esempio si coibentano le abitazioni e poi si costruiscono sempre più case (per speculazione oppure per incremento demografico) si fa un buco nell’acqua. Il criterio da seguire, come dicevo, è il miglioramento delle condizioni di vita e un allungamento delle prospettive dell’umanità.

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sabato, novembre 08, 2008

Come va la crisi?


(Dow Jones Industriale, dati da www.quotemedia.com)


Continua l'altalena di notizie sulla stampa: "La borsa crolla", oppure "La borsa riprende". Ma guardiamo i dati nell'arco di un anno, per farci un'idea delle tendenze (cliccate per ingrandire). Dopo la brusca caduta dei primi di Ottobre, sembra che la situazione delle borse si sia attestata su un livello medio costante, anche se con forti oscillazioni. Perlomeno, così appare dall'andamento del Dow Jones Industrial che viene preso abbastanza spesso come indice dell'andamento generale delle borse.

E' difficile dire se questa fase di stasi sia dovuta all'immissione di grandi quantità di denaro nelle borse da parte dei governi, oppure ad altri fattori. Una visione più chiara dell'andamento si può ottenere dall'andamento quinquennale.


Dow Jones Industriale, dati da www.quotemedia.com


Vediamo che la brusca caduta di Ottobre è effettivamente un'anomalia e potrebbe essere la diretta conseguenza del crollo di Lehman Brothers. A parte questo, evidentemente, la fase di discesa è iniziata ormai da più di un anno e non mostra segni di rallentamento. Somiglia molto alla crisi del 1929, ma in quel caso la curva fu abbastanza simmetrica, mentre qui la caduta sembra più rapida della salita.

Si riprenderà l'economia? Difficile dirlo - molti contano sulla cosiddetta "economia reale", ma questa non va meglio dell'economia finanziaria. Su questo punto, è da meditare il post di Debora Billi sul crollo dei trasporti internazionali. Se poi rimaniamo alla sola Italia, leggendo i post che appaiono su "Italian Economy watch" l'impressione è che l'economia reale stia implodendo altrettanto velocemente di quella finanziaria, Edward Hugh parla di "agonia". Non vi aspettate che la crisi si risolva tanto presto. Inserisci link


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venerdì, novembre 07, 2008

La via italiana contro i cambiamenti climatici - parte II


Pochi giorni dopo il mio precedente articolo, la Commissione Europea ha pubblicato la Relazione annuale relativa ai dati emissivi del 2006 “Progressi verso il conseguimento degli obiettivi di Kyoto”, che disegna un quadro ancora più ottimistico di quello dell’anno precedente e conferma le mie valutazioni positive dell’impegno europeo contro i cambiamenti climatici.
Infatti, nell’introduzione della relazione leggiamo che: “Nell’ambito del protocollo di Kyoto, L’UE-15 si è impegnata a ridurre le sue emissioni di gas serra dell’8% rispetto ai livelli dell’anno di riferimento entro il 2008-2012. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’inventario (2006), le emissioni totali di gas serra nell’UE-15 sono state inferiori del 2,7% rispetto alle emissioni dell’anno di riferimento, se non si tiene conto delle attività legate alla destinazione d’uso del terreno, ai cambiamenti di tale destinazione e alla silvicoltura (attività LULUCF). Dal 1990, l’economia dell’UE-15 (espressa come PIL) è aumentata del 40% circa. Nel 2006 le emissioni di gas serra dell’UE-15 sono diminuite dello 0,8% rispetto al 2005 a fronte di una crescita economica del 2,8%. Le proiezioni della Figura 1 indicano che la Comunità sarà in grado di realizzare il proprio obiettivo di Kyoto. Inoltre, anche i settori che rientrano nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissione (ETS) dovrebbero contribuire alle riduzioni con un 3,3%, cifra che attualmente non figura nelle stime previste.
In base alle proiezioni disponibili, entro il 2010 otto Stati membri sui 15 dell’UE-15 – Belgio, Germania, Grecia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Svezia – dovrebbero conseguire i rispettivi obiettivi ricorrendo alle politiche e alle misure esistenti, ai pozzi di assorbimento del carbonio e ai meccanismi di Kyoto. Altri quattro Stati membri (Austria, Finlandia, Francia e Lussemburgo) dovrebbero ottenere lo stesso risultato con le politiche e misure supplementari previste. Per adesso, invece, tre Stati membri (Danimarca, Italia e Spagna) non dovrebbero riuscire a realizzare l’obiettivo di Kyoto. Tuttavia, il divario tra le proiezioni riguardanti questi paesi e i rispettivi obiettivi si è notevolmente ridotto rispetto allo scorso anno, soprattutto nel caso di Spagna e Italia. Inoltre, il sistema ETS comunitario e i suoi effetti sulle emissioni nazionali di Danimarca e Spagna, elementi che non sono stati calcolati nelle proiezioni di quest’anno, dovrebbero dare un contributo importante per il raggiungimento degli obiettivi dei due paesi in questione".

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giovedì, novembre 06, 2008

La sfera dell'agricoltura


Fonte immagine: Web

Come tutti i processi o le situazioni che sono legati all’esistenza degli esseri umani, la nascita e l’evoluzione dell’agricoltura dipende dalla combinazione di diversi fattori, il primo di quali è quello dell’esistenza umana (esperienza accumulata nel tempo), delle sue esigenze di sopravvivenza (cibo, vestiti) e le scoperte “tecnologiche” (dalla semplice zappa in legno e pietra al trattore).

L’agricoltura intensiva e monocolturale, che si basa sulla intensa e diffusa fertilizzazione con prodotti chimici di sintesi, richiede enormi input energetici, dipendenti solo ed esclusivamente dal Petrolio:
- Meccanizzazione: In agricoltura intensiva tutte le pratiche di preparazione del suolo principali e secondarie, di cura delle piante, di raccolta, di trasporto e conservazione sono possibili grazie alla meccanizzazione (es. trattori, mietitrebbiatrici, rotoimballatrici, irroratrici, seminatrici, aerei per la fertilizzazione o lotta alle infestanti ed ai patogeni, trasporto dal campo all’azienda, ecc…)
- Fertilizzanti, ammendanti, prodotti fito-patogeni, ecc. sono tutti derivati del Petrolio
- Conservazione e trasformazione: sono processi che richiedono, calore, freddo, disinfestazione, ecc… tutte possibili grazie a macchinari che necessitano di combustibili come fonte primaria di energia
- L’irrigazione è possibile grazie alle pompe azionate a combustibili fossili
- Il condizionamento delle serre è possibile grazie ai generatori diesel
- Ecc….
Inoltre, questo tipo di agricoltura è responsabile del degrado dei suoli, infatti l'eccessiva fertilizzazione azotata e fosfatica ha portato all’uccisione di molti microrganismi e specie (nematodi) che vivevano in moltissimi suoli agricoli. Pratiche agricole erronee o troppo spinte, irrigazioni a pioggia e per scorrimento sono responsabili dell’erosione del suolo sempre con perdita della parte più ricca del terreno in elementi nutritivi e composti colloidali.

La rivoluzione verde nata grazie al Premio Nobel per la Pace (1970) e Ricercatore Statunitense Norman Borlaug (che riuscì ad innovare le tecniche agronomiche mediante l’accoppiamento di varietà di frumento ad alto potenziale genetico con sufficiente somministrazioni di fertilizzanti, acqua ed altri prodotti con un conseguente incremento importante delle rese) ha consentito delle rese di frumento (e poi altre specie erbacee) molto significativi consentendo, per esempio, al Messico nel 1964 di esportare fino a 500mila tonnellate di frumento. Grazie alla Rivoluzione Verde sono stati raggiunti risultati importantissimi dal punto di vista della sicurezza alimentare in termini quantitativi ed economici:
- Il miglioramento genetico con la produzione delle razze ibride capaci di incrementare i rendimenti produttivi. Inoltre i prodotti sono più facilmente conservabili e trasportabili.
- specializzazione delle tecniche agricole: l’incremento delle rese è stato dovuto alla nascita delle razze ibride, la disponibilità di energia a basso prezzo (carburanti) e la diffusione della meccanizzazione hanno portato alla diffusione delle Monocoltura Intensiva, la diffusione dei prodotti di origine chimica per la fertilizzazione, il controllo delle specie infestanti e delle patologie (batteriche, virali e funginee). I cereali hanno occupato enormi estensioni di suolo, sono usciti dalla pratica della rotazione e la produzione è stata tale che i mercati erano sommersi di Cereali.
- L’Irrigazione: Specie cerealicole come il Mais, coltivate in modo intensivo, richiedono grandi quantità di acqua. La ricerca e la specializzazione tecnologica hanno portato allo sviluppo di sistemi di irrigazione rivoluzionari, che hanno consentito anche esse ad incrementare la produzione cerealicola mondiale.

L’affinamento delle tecniche della ibridazione delle razze (miglioramento genetico) con la produzione di specie agricole ad alta resa, il miglioramento delle pratiche agronomiche grazie all’introduzione della meccanizzazione, l’incremento degli elementi nutritivi (fertilizzanti), il miglioramento delle caratteristiche del suolo (fertilizzanti e ammendanti), la lotta alle infestanti ed ai Patogeni hanno incrementato in maniera incredibile la produzione agricola, in Messico, negli USA, in Europa, ecc…

Comunque sia, la rivoluzione verde non si è rivelata esente da problematiche prevalentemente ambientali: Infatti essa è responsabile della distruzione della biodiversità nelle aree dove si è praticato e si pratica la monocoltura intensiva, dell'inquinamento del suolo e delle falde acquifere dovuto agli eccessi di azoto, l’impoverimento del suolo, la dispersione delle risorse idriche e l’utilizzo di sistemi irrigui non adeguati, l’uso eccessivo dei fitosanitari che ha portato allo sviluppo di Patogeni sempre più resistenti, ecc…. e soprattutto la Dipendenza Totale dal petrolio. Tuttavia, l’incremento su vasta scala della produzione alimentare e della produttività alimentare è stata resa in parte vana dall’incremento demografico, dalla riduzione delle terre agricole disponibili, dall’incremento dei fenomeni siccitosi in molte aree del globo e dalle alluvioni o inondazioni in altre parti del Mondo.

La situazione non è per niente ottimistica, la concomitanza di fattori negativi come quelli indicati prima fanno pensare ad un drammatico peggioramento delle crisi alimentare per scarsità di cibo, in particolare nei Paesi con economie e tecnologie al limite della sussistenza. La FAO sostiene che le popolazioni dei Paesi in Via di Sviluppo non sono in grado né di produrre in quantità sufficiente né di comprare da altri produttori, perché il loro potere d’acquisto è scarso. Nei periodi di dissesto (siccità, inondazioni) i viveri possono non essere semplicemente disponibili, a qualsiasi prezzo. Le preoccupazioni di preservare l’integrità degli habitat naturali, che freneranno sensibilmente l’espansione delle terre riservate all’agricoltura, renderà necessario trovare altri modi per nutrire la popolazione mondiale.
La fame è causata dall'intensificazione dell'insicurezza alimentare dovuta a vari fattori concomitanti come povertà, siccità o inondazioni, desertificazione (o perdita della forza del suolo in elementi nutritivi e strutturale e di conseguenza non più coltivabili), incremento demografico, scelte politiche errate (come la diffusione dei biocombustibili per i veicoli), ecc…

L'agricoltura Integrata (pratica diversa dall'agricoltura biologica) consiste nell'intervenire sugli organismi patogeni con prodotti chimici soltanto alla comparsa dei primi sintomi di "malattia. L'agricoltura biologica non è una novità dei nostri tempi, i nostri nonni e bisnonni ecc... soprattutto prima della seconda guerra mondiale praticavano proprio quell'agricoltura che oggi chiamiamo "biologica" ed i prodotti venivano venduti in azienda oppure nei mercati più vicini (quello che oggi molti riciclano per scoperta e che chiamano agricoltura a Km zero). Comunque, sia l'agricoltura integrata che biologica non comporta un incremento della produzione agricola ma serve solo per produrre alimenti "più sani" applicando metodi agronomici equilibrati e rispettosi della natura e del benessere delle persone.

Con l'agricoltura biologica, invece, (come nel passato) si tende a coltivare le specie autoctone (con alta variabilità genetica) quelle che si chiamano specie “native”. Sono specie che nascono e crescono in equilibrio con il loro ambiente:
- apparato radicale adatto al suolo dove la specie si è specializzata
- apparato fogliare adatto al microclima circostante
- piante in perfetta armonia con altre specie vegetali (che in altri casi vengono considerate infestanti)
- piante in perfetto equilibrio con i microbi del suolo e dell’aria circostanti (che in altri casi vengono chiamati patogeni)
Le varietà autoctone si riproducono e si incrociano migliorando la popolazione e rendendola più forte e più ricca in elementi nutritivi per persone ed animali, conservano il suolo dall’erosione, non hanno bisogno di apporti irrigui superiori alle loro esigenze innate.
L’allargarsi dei mercati dei biocarburanti è un altro problema che potrebbe aggiungersi a quelli responsabili dell'insicurezza alimentare (potrebbe diventarlo prestissimo). Le scelte politiche di Paesi come Brasile, Stati Uniti, dell’Unione Europea (in particolare modo della Commissione Europea), e di altre Nazioni mi fanno pensare al peggio. Il rischio sta nel fatto che i Politici fautori di biocarburanti siano convinti che l’indipendenza dal petrolio Mediorientale passi obbligatoriamente dalla diffusione dei biocarburanti in particolare Biodiesel ed etanolo.

Qualche parola sugli OGM: l’incremento del costo del greggio e quindi la diminuzione del rifornimento sui mercati di derivati del Petrolio potrebbe influenzare in qualche modo la loro diffusione. Comunque essendo delle specie vegetali sono lo stesso soggetti agli stessi fattori delle piante “naturali”. Quindi sono soggette agli effetti negativi della presenza di meno suolo per la coltivazione, dell’incremento della domanda a seguito della crescita continua della popolazione mondiale, agli effetti dovuti al riscaldamento globale. Oggi nel mondo non esistono più varietà naturli di Soia, sono soltanto OGM; sembra che il Mais che era rappresentato da centinaia di razze locali oggi ne esistono soltanto due o tre, ecc... tale estinzione di razze naturali di cereali sarà pagata molto cara dalle generazioni attuali e future, per tutte le ragioni che ho esposto sopra.

Non esistono soluzioni miracolose ai mali dell’umanità salvo un cambiamento culturale profondo sia nel modo di pensare dei Paesi cosiddetti Sviluppati che in quello dei Paesi cosiddetti Sotto sviluppati o in Via di Sviluppo. Il problema principale da capire è che “Tutte le risorse sono finite” salvo il sole ed il vento. Si può fare a meno delle risorse fossili ma in modo graduale integrando ed introducendo nuove tecnologie (ad esempio: le fonti di Energia Rinnovabili nelle aziende agricole), applicando tecniche agricole meno invadenti, razionalizzando l’uso dell’acqua per l’irrigazione (oggi la scienza ci insegna che bastano quantità di acqua molto limitate per produrre di più è quello che si chiama Water Use Efficiency o uso ottimale dell’acqua in agricoltura). Non si potrà mai fare a meno dell'agricoltura, e qui abbiamo bisogno di un ritorno al passato dal punto di vista del comportamento (pratiche agricole, rotazione, diversificazione, consociazioni, ecc...) senza snobbare o rifiutare completamente le nuove tecnologie necessarie per mantenere un certo standard quantitativo e qualitativo della sicurezza alimentare delle popolazioni.

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La morte di Michael Crichton




Michael Crichton, l'autore di "Jurassic Park" è scomparso a causa di un tumore oggi, a 66 anni. Me lo ricordo come il romanziere brillante del suo primo libro "The Andromeda Strain", dove aveva coniugato in modo rigoroso la sua preparazione di medico con un tema classico della fantascienza: il morbo che sfugge al controllo. Progressivamente, aveva ceduto alle esigenze commerciali e i suoi romanzi (un totale di 25) si erano fatti sempre più spettacolari, ma sempre più vuoti di contenuti. "Jurassic Park" è stato quello di maggior successo e quello che mi ha deluso di più. Si capiscono le esigenze di Hollywood, ma non si capisce la ragione di una trama di un romanzo (e un film) in cui il quoziente di intelligenza degli umani è descritto come inferiore a quello dei dinosauri.

Di Crichton ci ricordiamo anche la polemica contro il concetto dell'effetto umano sul riscaldamento globale. E' usanza lodare gli scomparsi, ma in questo caso bisogna dire che Crichton ha fatto dei danni usando la sua notorietà per lanciarsi in un campo in cui non aveva competenza. Il suo romanzo del 2004, "state of fear" (stato di paura) dipinge gli ambientalisti come degli imbroglioni che non esitano a creare paure immaginarie per i loro fini di ecoterrorismo. (vedi una critica su "realclimate"). Crichton era andato così fuori delle righe nel suo romanzo che è andata a finire che non è stato mai trasformato in un film (ma non si può mai dire che cosa Hollywood è capace di tirar fuori).

Ma c'è una cosa che va detta a favore di Crichton: i dinosauri di Jurassic Park non sarebbero esistiti senza di lui. Pur con una trama assurda e dei personaggi di età mentale di circa 6 anni in media, i film della serie "Jurassic Park" sono una celebrazione dell'eleganza, della forza, e della bellezza dei dinosauri. Per quelli di noi che hanno vissuto da bambini sognando sui dinosauri dei libri illustrati, è un merito di valore inestimabile.

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mercoledì, novembre 05, 2008

Com'era verde la mia vallata


Spesso si trova, in giro su articoli di giornale, blog, anche libri, la leggenda per cui attorno all'anno mille la Groenlandia era una verde e ridente isola. Difatti il nome, in norvegese, significa "terra verde", ed Eric il Rosso parla di una terra di verdi vallate. Quindi allora faceva molto più caldo di ora, e la storia che stiamo vivendo un riscaldamento climatico senza precedenti è una balla messa in giro da ambientalisti fanatici.

Non ho mai avuto modo di approfondire la cosa, a parte qualche lettura sull' "optimum climatico medioevale", un periodi relativamente caldo tra il 900 e il 1200. Secondo le ricostruzioni "standard", la temperatura media era allora simile a quella della metà del secolo scorso, quasi un grado più di quella della "piccola era glaciale" che seguì. Forse un po' di più di oggi, nell'area del nord atlantico. In ogni caso, la calotta di ghiaccio che copre l'isola è vecchia circa un milione di anni, ben prima che Eric il Rosso dovesse scappare per mare.

Leggendo "Collasso", di Jared Diamond, bellissimo libro su come una civiltà o una comunità possa sparire, mi ha colpito tra gli altri il dettagliatissimo racconto sulla comunità norvegese in Groenlandia. Non voglio sostituirmi al lungo e accurato lavoro di ricerca di Diamond, ma provo a metter giù i punti essenziali.

Il sito dove poco prima del 1000 sbarcò Eric si può vedere su Google Maps, e in effetti è proprio verde brillante. E lo era anche negli anni '30, quando alcuni allevatori decisero di impiantarvisi. Ho trovato un sito di un abitante del posto, e anche se il ghiaccio abbonda, ci sono paesaggi come quello della foto qui accanto. Nelle mappe da satellite si possono vedere anche rade fattorie.

Un secondo insediamento si trova nella costa occidentale, di fronte al Labrador, vicino all'attuale Nuuk. Si tratta in entrambi i casi di situazioni molto particolari, con vallate relativamente pianeggianti, all'interno di profondi fiordi che proteggono dalle fredde correnti oceaniche. Nel sito orientale è possibile coltivare qualcosa, e in entrambi i pascoli consentono di allevare diverse centinaia di capi di bestiame.

Anche oggi la situazione non è rosea, ogni famiglia di allevatori riceve dal governo una decina di migliaio di euro l'anno per coprire le perdite. Ma per i coloni vichinghi la vita nei due insediamenti era durissima. D'estate si portava il bestiame al pascolo, nel frattempo raccogliendo il foraggio per i lunghi mesi invernali. Il latte veniva usato per preparare formaggi e yogurt. Si cacciavano i pochi animali locali, e le foche. Si cacciava anche i trichechi, le cui zanne erano una preziosa fonte di avorio da scambiare con la madrepatria in cambio del ferro e legno, che mancava (gli arbusti locali e le betulle nane superano di rado 1-2 metri). In autunno si contavano le scorte di fieno, e gli animali in più di quelli che potevano essere nutriti nel lungo inverno venivano macellati. La sopravvivenza era marginale, ed era essenziale un forte tessuto sociale (sia pure con la rissosità vichinga, e una rigida struttura gerarchica). Non ci si poteva permettere che i "deboli" (o sfortunati) morissero, anche se poi ci si scannava nelle faide e saghe familiari.

Anche l'ambiente era messo a dura prova. I pascoli erano sovrasfruttati, il fabbisogno energetico veniva soddisfatto, oltre che con il legname di importazione, con la poca legna locale o con la torba, ma in entrambi i casi si trattava di risorse che si rinnovano lentamente. I sedimenti lacustri raccontano di un ambiente sempre più povero di vegetazione, soprattutto arborea (dai pollini), e sempre più esposto all'erosione (dall'accumulo di sabbia), fino al 1500 circa. Poi le risorse si sono lentamente ricostituite, anche se ora, dopo la ripresa della pastorizia, i segni di sovrasfruttamento stan tornando.

L'insediamento occidentale, che nella massima espansione manteneva 1000 abitanti, scomparve intorno alla metà del 14^ secolo, quello orientale, circa 4 volte più grande, sopravvisse un altro secolo circa.

I motivi del collasso sono molti. L'ambiente sovrasfruttato rendeva sempre meno. Il clima stava raffreddandosi. I contatti con la madrepatria, essenziali per ottenere legna (energia) e ferro (utensili) si erano molto ridotti, per cessare del tutto all'inizio del 1400. Probabilmente per motivi culturali, i vichinghi norvegesi non mangiavano pesce (!) (lo so, ha sorpreso pure me, e altri autori sostengono che dal 1300 il pesce veniva usato).

Gli Inuit, popolazione molto ben adattata a quell'ambiente, stava espandendosi, e tra le due popolazioni non vi fu mai una relazione amichevole . Oltretutto il grosso vantaggio tattico degli europei (l'uso del ferro) non era più disponibile ai nostri vichinghi. Se avessero imparato dagli Inuit a cacciare foche e balene, forse sarebbe andato diversamente, ma il primo resoconto di un contatto racconta di come gli skraeling (miserabili) sanguino diversamente dagli europei. Probabilmente i sentimenti erano corrisposti.

Non sappiamo cosa alla fine fece scomparire l'ultima colonia vichinga. I resti parlano di storie tremende, vennero mangiati, fino agli zoccoli, gli ultimi vitellini e capretti, persino i cani da caccia. Ma non abbiamo racconti scritti, possiamo solo immaginare. Pochi anni prima le scarne cronache sembravano indicare una vita normale, matrimoni, processi, qualche faida. Quindi il collasso, ance se covava da tempo, avvenne in modo relativamente rapido, in pochi decenni.

Cosa ci dice tutto questo? Innanzitutto che citare la "terra verde" come prova che nell'anno 1000 il clima era molto più caldo di ora non ha senso. La situazione che incontrò Eric era analoga all'attuale, semmai gli studi sul clima aiutano gli archeologi, ma l'archeologia non ci dice niente (in questo caso) sul clima.

Poi come questa comunità, che riuscì per 450 anni ad abitare in una terra difficilissima, finì per collassare anche per il sovrasfruttamento del loro ambiente.

Infine la dipendenza dall'energia. Senza un apporto dall'esterno di energia la comunità sopravvisse 50 anni circa. Questo vale anche per il ferro. Minerali ferrosi sono abbondanti sul posto, ma non si poteva ridurli a ferro metallico per mancanza di legna.

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martedì, novembre 04, 2008

I picchisti sono in crisi?




Continua a girare per internet e sulla stampa l'opinione che l'abbassamento dei prezzi del petrolio avrebbe in qualche modo confutato la teoria del picco e che i picchisti sarebbero in crisi. A un messaggio su questo tono ricevuto sulla lista NTE, ha risposto brillantemente Massimo Ippolito con questo testo che vi proponiamo



Da un Peak Oiler impenitente
di Massimo Ippolito

Il peak oil è stato nel 2005, ripeto nel 2005, Il recente “overshoot” di prezzo ha confermato la data del picco sostanziale che ha drasticamente modificato il funzionamento del sistema mondo.

Cito Tremonti che dal suo osservatorio se né accorto benché egli non faccia collegamenti forti con il petrolio e l'energia come noi di ASPO: "la crisi economica internazionale non è solo recessione ma è una rottura nella linea di sviluppo".

Ma l’ASPO usando una lente di lettura principalmente energetica sulla evoluzione economica aveva previsto tempestivamente e correttamente il problema mentre gli economisti sono rimasti generalmente sorpresi e spiazzati dagli eventi.

Ora si vede un breve plateau di produzione del petrolio, sostenuto artificialmente dai prezzi stellari, ma anche questo era stato previsto da ASPO, poiché si è entrati nella zona di feedback prezzi/domanda che si manterrà in dinamica senza più raggiungere delle saturazioni (come i limiti imposti dall'OPEC) e questo fino alla fine. Quindi non saremo mai più in grado di capire se l'ammanco di produzione dipenderà, in prima istanza, dalla diminuzione di domanda o dalla produzione declinante.

Finora lo scenario di ASPO è ampiamente confermato e se cè qualcosa che mette in crisi i peak oilers è di non essere riusciti a comunicare sufficientemente la gravità della situazione, da parecchi anni c'è una diapositiva nella presentazione del sito ASPO Italia che mostra le vacche grasse e poi, dopo il picco, le vacche magre....

Il prezzo del petrolio oltre i 60$ (2005) al barile è insostenibile dalle economie dello sviluppo e della crescita, potrà esserci nuovamente sviluppo o crescita solo se il prezzo scendesse circa sotto i 40$ (2005) al barile.

L'unico interesse nello stabilire una data esatta per il peak oil, lo è per i modellisti, in modo da poter agganciare temporalmente i modelli matematici di previsione che altrimenti si potevano muovere avanti o indietro nel tempo di decadi.

Dai modelli comunque si ricava che 3 o 4 anni dopo il picco inizia la recessione, che dopo circa 8 anni avviene quello che chiamo il picco della sofferenza e che dopo 10 - 12 anni abbiamo il picco della popolazione, il tutto è inevitabile come la morte, poiché sono modelli spietatamente robusti che coinvolgono funzioni di grado 1+n che non lasciano scampo anche al variare lineare di qualche improbabile riserva energetica aggiuntiva. Il lavoro del Club di Roma ha essenzialmente fatto capire questo meccanismo.

Molti di noi hanno drammaticamente capito il reale significato dei dati, delle cifre e delle variabili coinvolte nei modelli, Luca Pardi ci ha descritto molto bene la sensazione, come un pugno nello stomaco, provocatogli da un semplice numero ovvero la percentuale globale di massa animale selvatica rispetto a quella umana e domestica, io sono stato particolarmente sconvolto dal grafico della popolazione che mi dice che gli olocausti del passato sembreranno delle innocenti goliardie rispetto a ciò a cui stiamo andando incontro a breve.

Ora sono in molti ad eccepire ad ASPO che il picco di tutti i combustibili liquidi non sembra ancora conclamato, come se fossero già in preda al panico e alla ricerca di una speranza.

La storia degli "all liquids" la conosciamo bene infatti i ragionamenti a cui ho aderito sono sempre stati basati sul concetto ancora più olistico di peak energy che include oltre che il petrolio anche il carbone, il gas naturale, il nucleare e le rinnovabili tradizionali, ciò nonostante, il drammatico risultato delle analisi non ha nessuna intenzione di dilazionarsi nel tempo.
Ma lasciatemi dire che a questo punto, la data e l'entità del "peak all liquids", può interessare solo agli astrologi o ai notai del guinness dei primati.

Nel mio lavoro quotidiano di capo tecnologo e progettista, mi sento spesso chiamato a difendere le cose che veramente contano dai costosi o mangia-tempo dettagli di secondaria importanza.

Se si normalizza la curva della disponibilità di energia:

o con le esportazioni effettive dei paesi produttori *
o con la popolazione (la famosa energia pro-capite)
o con l'autoconsumo della produzione energetica
o con il costo energetico della chimera del risparmio energetico **
o con il prezzo (produzione /prezzo) ***
o con gli effetti dei danni al clima (v. rapporto Stern)
o la si integra con il vero effetto e significato del debito, pubblico e non ***;

si può vedere che in ciascuna curva risultante, il picco dell'energia disponibile ce già stato ed è chiaro, lampante ed incolmabile. Gli inevitabili scontri sociali o i conflitti per le risorse sono come un'altra ipoteca di energia che peggiorano le cose, ovvero prima la distruzione di tessuti sociali o infrastrutturali poi il grande disagio delle popolazioni e forse alla fine un faticoso e costoso ripristino.

Se si è interessati alle implicazioni socio-economiche del picco si deve normalizzare la curva di disponibilità pesando e sommando tutti questi elementi contemporaneamente, ed allora ci si rende conto che è ridicolo disquisire ancora di opportunità o meno di un atteggiamento allarmista o catastrofista.

Anzi gli addetti ai lavori consapevoli che oggi si atteggiano da moderati, perchè nel tempo hanno probabilmente subito troppe umiliazioni, oggi diventano più dannosi di coloro che continuano a negare il problema energetico ****.

Quando non c'è l'unanimità di vedute su una questione che dovrebbe essere per sua natura deterministica come l'energia, per capire chi ha ragione basta affrontare il problema con la propria testa e con la calcolatrice, non ci può essere spazio alle opinioni personali o alle speranze.

Per quanto riguarda le nuove fonti rinnovabili, esse venivano considerate da molti voli pindarici per anime belle, sia prima dell'overshoot del prezzo del barile, che durante ed anche dopo, quindi la situazione mediamente è cambiata poco, anche se si è ulteriormente polarizzata tra detrattori e sostenitori. Fortunatamente tra i sostenitori “polarizzati” c'è anche chi è passato decisamente all'azione, e questa è la nostra ultima speranza di poter preservare parte della civiltà della comunità umana.


note

* Noi tutti abitiamo in una sorta di pollaio sovraffollato chiamato Europa e poco ci dovrebbe importare delle maniacali disquisizioni sulla precisione quantitativa e temporale del picco, quando ormai il picco sostanziale è conclamato ed il relativo danno è già avviato.

** Stiamo chiedendo tutti a gran voce di realizzare investimenti per le case passive mentre la gente le sta perdendo a causa dei mutui insostenibili, sembra la storia del pane e le brioches, e le aziende non sono certo messe meglio per poter pensare di ammodernare e razionalizzare energeticamente le produzioni. La cassa integrazione sembra per ora il presidio energeticamente più efficace.

*** Significativa anche perchè molta industria e le società civili hanno reagito ipotecando ulteriormente il futuro con importanti e scomposti investimenti a debito = "future energy claim". Consiglio di seguire il Crash course di Chris Martenson.

**** Mi hanno segnalato il film The Age of Stupid, mi sembra un titolo molto azzeccato per descrivere la nostra era. http://www.ageofstupid.net/

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lunedì, novembre 03, 2008

Antinuclearista, io?



L'astronave atomica "Orione" proposta da Freeman Dyson verso la fine degli anni '50. Era il periodo d'oro dell'energia nucleare che ci prometteva infinita abbondanza. A quell'epoca, nessuno si definiva "antinuclearista". Che cosa è successo che ha cambiato tanto la nostra percezione?


Tempo fa, parlando con un giornalista in una di quelle interviste che ormai mi fanno abbastanza spesso, mi sono sentito definire "antinuclearista".

Antinuclearista, io? E' vero che mi trovo a far parte di un comitato di scienziati che si è espresso recentemente dichiarando che il nucleare "non è la soluzione" al problema dell'energia in Italia. Ma la parola "antinuclearista" mi ha un po' spiazzato. Sa di ideologia, di partito preso, di muro contro muro, di scalmanati vestiti da zombie che fanno finta di essere vittime della radioattività.*
Come mai, oggi, quando si parla di nucleare, ci dividiamo in pro e contro come se fossimo tifosi di due squadre di calcio? Sembra una discussione fra un adoratore di Baal e un buddista zen. Ma da quand'è che ci sono gli "antinuclearisti" e a che punto si è cominciato a vedere il nucleare come il babau delle storie? Cosa è successo al nucleare? Era una tecnologia che era partita con tante speranze negli anni '50, quando si diceva che avremmo avuto energia elettrica dal nucleare in tale abbondanza che non sarebbe valso nemmeno la pena di farla pagare agli utenti. Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato.

Torniamo indietro agli anni '60. Era il periodo d'oro del nucleare. Era anche l'epoca d'oro della fantascienza. Di tutte cose che leggevo all'epoca nei romanzi di fantascienza, le astronavi, le basi spaziali, le avventure interplanetarie, niente sarebbe stato nemmeno lontanamente possibile senza l'energia nucleare. Il futuro sarebbe stato nucleare; era ovvio, era evidente, era indiscusso. E sarebbe stato un futuro brillante di abbondanza.

Eppure, già a quei tempi qualcosa cominciava ad andare storto. In Italia, i guai cominciarono nel 1964, quando finì sotto inchiesta Felice Ippolito, presidente e fondatore del CNEN (Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare). Di questi eventi, mi ricordo molto poco; nel 1964 avevo 12 anni. Però, ero già un avido lettore di fantascienza, per cui quando si parlava di energia nucleare mi si drizzavano le orecchie. Mi ricordo bene del discorso che fece Saragat quando sostenne che "impiantare una centrale nucleare per produrre energia e come costruire una segheria per produrre segatura". Lo fece nel 1963; io avevo 11 anni e non so se lo notai a quell'epoca o - probabilmente - più tardi. Comunque sia mi ricordo benissimo di aver pensato che era una bella scemenza. Il nucleare ci sarebbe dovuto servire per le astronavi; non era certamente come una segheria che produce segatura. Solo molto dopo, mi è venuto da pensare che, forse, il fatto che Saragat sia diventato presidente della repubblica nel 1964 avesse una relazione con quel suo discorso antinuclearista (quello si!).

A quell'epoca, non mi venne in mente, e probabilmente non venne in mente a nessuno, che c'erano forze potentissime che volevano far si che l'Italia abbandonasse il nucleare. Il processo a Ippolito e il discorso di Saragat (e la sua elezione a presidente) erano state delle manifestazioni di queste forze. Ma il programma nucleare italiano ne era stato solo danneggiato; non era ancora morto.

Nel 1973 scoppiava la prima grande crisi del petrolio. Allora, come oggi, alcuni di noi si domandavano se non fosse il caso di lanciarsi sull'energia nucleare per risolvere la crisi. In Francia, si ragionò esattamente in quel modo e i reattori francesi attuali risalgono quasi tutti a quell'epoca.

Ma in Italia, non mi ricordo che ci fosse un dibattito in questo senso. Mi ricordo benissimo, come studente di chimica, di aver discusso con alcuni miei compagni di corso i relativi meriti delle tecnologie nucleari disponibili all'epoca: il reattore ad acqua pesante e quello ad uranio arricchito. Dopo lunghi ragionamenti, arrivammo alla conclusione che il primo (detto CANDU, "canadian deuterium uranium") era il migliore e che avremmo dovuto installarne alcuni in Italia. Ci domandammo vagamente perché non se ne parlasse; ma non riuscimmo a capirlo.

Passava il tempo e, con il 1985, i prezzi del petrolio scendevano a picco con l'arrivo sul mercato del greggio dell'Arabia Saudita e di quello del Mare del Nord. Il carbone era tornato di prepotenza come la tecnologia meno costosa per fare energia elettrica mentre il nucleare non era riuscito ad affermarsi (a parte la Francia) come un'alternativa al petrolio al tempo della crisi. Nel 1986, l'incidente di Chernobyl dette il colpo di grazia all'immagine di un'industria che sembrava destinata al declino. Non bastò la breve fiammata della "fusione fredda" nel 1989 a risollevare le sorti del nucleare; anzi, la delusione provocata dal fallimento fece ulteriori danni all'immagine stessa della scienza nucleare. Cominciava in questo periodo la moda degli "antinuclearisti" che facevano manifestazioni contro i reattori nucleari. La lista verde veniva fondata in Italia nel 1986. Come simbolo, aveva quel "sole che ride" che portava scritto in basso "Nucleare? No grazie." Con il referendum del 1987, si affossava totalmente l'energia nucleare in Italia, completando il lavoro che Saragat e altri avevano iniziato nei primi anni '60. Le cose non andavano meglio per il nucleare negli altri paesi. Le ordinazioni di nuove centrali si erano ridotte a zero e, nel 1990, chiudeva definitvamente il reattore francese "Superphénix", capostipite di quella generazione di reattori "autofertilizzanti" che soli avrebbero potuto realizzare in pratica i sogni di abbondanza degli anni '50.

Tutte queste cose avvenivano sullo sfondo di tanti altri eventi che, allora, ci sembravano tanto più importanti. Con la fine della prima crisi del petrolio e il crollo dell'Unione Sovietica, parve a molti che fosse veramente venuta la "fine della storia", come disse Francis Fukuyama. Non ci restava adesso che godere dei frutti della prosperità che il progresso tecnologico e il liberalismo economico ci avevano regalato.

Anch'io passai attraverso questa fase. Come ricercatore, mi ero formato al tempo della crisi energetica interessandomi, già nei primi anni '80, di energie rinnovabili e pile a combustibile. Con gli anni, però, queste cose sembrarono perdere importanza. Perché preoccuparsi di nuove forme di energia quando questa era così abbondante e a buon mercato in forma di petrolio, carbone, e gas? Nel 1987, l'anno del referendum italiano contro il nucleare, io stavo in Giappone a studiare la diffrazione degli elettroni nei solidi. Avevo lasciato perdere le ricerche sulle energie rinnovabili che mi sembravano di poca importanza, proprio come l'energia nucleare. Tutta roba del passato, si schiudeva ora il tempo dell'internet; della nuova economia, delle "dot-com". Del referendum italiano non me ne interessai minimamente; mi sembrò una cosa remotissima.

Ma tutto doveva cambiare di nuovo. La mia conversione e il ritorno al problema dell'energia avvenne in un pomeriggio nebbioso a Berkeley, l'11 Settembre 2001 quando, girellando per una libreria il giorno della distruzione delle torri gemelle, mi capitò fra le mani un libro intitolato "il picco di Hubbert" di Kenneth Deffeyes. Il problema dell'energia non era sparito, ce ne eravamo soltanto dimenticati e ora ritornava dal passato per vendicarsi.

Tornato in Italia, ritirai fuori i vecchi documenti sull'energia che avevo raccolto negli anni '80. Era di nuovo il tempo di pensare all'energia rinnovabile e, perché no, al nucleare. In effetti, quando cominciai a parlare in giro di "picco del petrolio" la reazione di quelli (pochi a quell'epoca) che mi davano retta era tipica: "ma allora.... bisogna tornare al nucleare!" La frase era sempre la stessa, detta con lo stesso tono di voce e la stessa pausa drammatica fra "allora" e "bisogna".

Ci pensai sopra anch'io, rispolverando le mie conoscenze di nucleare e ricordandomi delle vecchie discussioni al tempo della prima crisi del petrolio. Non era forse davvero il tempo di ritornare al nucleare? Mi ritornavano in mente i sogni di abbondanza della fantascienza degli anni '50, ma c'era anche qualcosa che non mi suonava giusto. Dopo che avevo cominciato a occuparmi di esaurimento del petrolio, mi ero fatto molto critico riguardo a tutte le promesse di abbondanza che, pure, l'industria petrolifera continuava ancora a fare. Mi veniva da sospettare che le promesse dell'industria nucleare potessero essere altrettanto vuote e propagandistiche.

Mi ci sono voluti diversi anni per esaminare la questione. Vi dico, francamente, che non tutto mi è ancora completamente chiaro. L'energia nucleare è una cosa enormemente complicata dal punto di vista tecnologico. C'è chi suddivide le centrali in quattro "generazioni", ma questo non ci serve a molto per orizzontarci fra le - letteralmente - decine di proposte tecnologiche che ci sono in giro. Reattori veloci, a uranio arricchito o naturale, moderato a grafite o a acqua pesante o leggera; raffreddamento a sodio, acqua, elio, piombo, reattori autofertilizzanti, a ciclo singolo o multiplo, eccetera. E' una specie di cacofonia tecnologica dove, se date retta alle promesse, non ci sono problemi per avere energia a basso costo per i secoli a venire.

Ma, nella pratica, se considerate soltanto quello che è disponibile, ovvero tecnologie che potete comprare sul mercato, beh, le loro prestazioni non sono per niente entusiasmanti. Il criterio di giudizio di una tecnologia è, come sempre, il ritorno energetico, il rapporto fra l'energia che la un impianto ti da nel corso della sua vita e quella che devi investire per costruire, mantenere, e smantellare l'impianto. Questo rapporto si chiama "EROEI" (Energy Return of Energy Invested) e, con tutta la buona volontà non è alto per l'energia nucleare. Girano su internet i numeri più strani, ma se guardate gli studi seri, fatti secondo i criteri rigorosi che sono necessari, vedete che il nucleare non ha un EROEI migliore delle rinnovabili. E poi ci sono tutti i problemi che sappiamo: dove mettiamo le scorie, le risorse limitate di uranio, la complessità della tecnologia, i problemi strategici e di proliferazione. Insomma, ce n'è più che abbastanza per raffreddare alquanto l'entusiasmo di quelli che, come me, leggevano delle astronavi nucleari negli anni '50 e credevano che il futuro sarebbe stato tutto nucleare.

E' così che sono diventato "antinuclearista"? No, con tutta la buona volontà non mi vorrei definire in questo modo. Più modestamente, mi definisco come "fautore delle rinnovabili". Non ce l'ho col nucleare per partito preso. Penso che sia una tecnologia bella: riuscire a spaccare i nuclei atomici in modo controllato è un vero trionfo dell'intelligenza umana. Ma come sorgente di energia; non è una buona idea. Anche se riuscissimo a renderla più efficiente di quello che è oggi, probabilmente rimarrà sempre troppo difficile per noi umani; rissosi e inaffidabili.

Forse un giorno qualcuno tirerà fuori una tecnologia nucleare semplice, efficiente e a prova di errore. Allora, forse, torneremo a parlare di astronavi interstellari e di week-end sulla Luna per tutta la famiglia; questo mentre ci rilassiamo sul bordo della piscina dove il robot-maggiordomo ci porta il vassoio con i Martini.

Per ora, tuttavia, meglio contare su quello che abbiamo. Non sono un antinuclearista, ma un fautore delle rinnovabili, quello si!

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* Purtroppo, Iacopo Fo ha pensato bene di fare propaganda antinuclearista prima delle ultime elezioni nazionali. Per questo, ha vestito dei poveri cristi da vittime radioattive del post-holocausto e li ha fatti andare in giro come "testimonial" di quanto è malvagio il nucleare. Non so dire quanti danni questo spettacolo abbia causato all'immagine delle rinnovabili come una cosa seria e non un'ideologia per fanatici; ma certamente ne ha fatti.

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domenica, novembre 02, 2008

Io e il tassista




Questo dialogo è riferito a memoria, ma è la fedele trascrizione di una conversazione che si è veramente svolta fra me e un tassista romano. Il tassista parlava con un pesante accento romanesco, che ho cercato di rendere per quanto possibile in formato testo.


Io (mi aggiusto la cravatta che ho tirato fuori dalla valigetta, come faccio sempre quando vado a qualche convegno. E' inutile che stia incravattato per tutto il viaggio). Ecco.... ora sono a posto.
Tassista: va a un convegno, lei?
I: Si, un convegno.
T: E di cosa parla?
I: Di petrolio.
T: Petrolio? Non ne so niente; ma so che aumenta sempre la benzina
I: Eh, beh....
T: Ma a noi, la benzina ce serve, come facciamo a lavora'?
I: Non c'è molto da fare. Sa, sarà sempre più difficile.
T: Ma non è giusto: agli autobus gli fanno un prezzo speciale per il gasolio, e a noi no.
I: Vero, ma qualcuno alla fine deve sempre pagare.
T: Ebbé.... ma com'è che la benzina costa tanto?
I: Beh... non è che sia niente di strano. Di petrolio ce n'è sempre di meno...
T: Lei dice; ma com'è che sentivo dire che in Italia il petrolio ce l'abbiamo?
I: E' vero, ma ne abbiamo troppo poco.
T: Ma, lei che fa di mestiere?
I: Faccio il professore all'università
T: Ah si? Sa, ce parlavo di 'ste cose con i miei amici. Stavamo all'allenamento de calcio; sa, ce vanno i nostri figli. E c'era chi diceva che dovevamo farli studiare. Ma io dicevo che è 'na fesseria. Sa com'è questo mondo. E' inutile che uno studi: tanto poi se va avanti soltanto a mazzette e favori a questo e quello.
I: beh... le devo dare ragione.
T: non è meglio che un ragazzo se mette subito a fa' qualcosa che guadagna? Se se mette a studià, so soldi, e poi non serve a niente.
I. Eh, si.....
T. Eppoi, se è tutta 'na questione di mazzette se fai carriera nella vita, allora? Non le pare, professo'?
I. Ho l'impressione che sia proprio vero.
T. E allora, che se studia a fa'?
I. Me lo domando anch'io.

.... momento di silenzio............

T. Professò... me spiega 'na cosa?
I. Si?
T. Io sto a senti' tutte 'ste cose alla TV, ma ce ne una che non capisco proprio.
I. Mi dica
T. Che centrano le pecore cor petrolio?
I. Le pecore....?
T. Si, ne parlano sempre.
I. Di pecore?
T. Si, parlano sempre de 'sto gregge.
I. Gregge? Ah.... vuol dire il greggio.... è un altro nome del petrolio.
T. Ah.......

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sabato, novembre 01, 2008

Il "Porta e Incassa" ("Conferimento Rimunerato"): un nuovo paradigma nella gestione dei rifiuti



In un post di Agosto del 2008 avevo ragionato sulla questione dei rifiuti proponendo che li si dovessero gestire con strutture "leggere" principalmente basate sull'iniziativa dei singoli cittadini e delle famiglie. Ovvero, che dovessero essere gestiti più o meno come una volta si gestiva la "spigolatura" (qui sopra in un quadro di Millet). Sembra che le cose si siano muovendo nella direzione che avevo identificato.
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Grosse novità nella gestione dei rifiuti in Italia. E' apparso ieri sulla stampa l'annuncio dell'approvazione da parte del consiglio dei ministri di un nuovo pacchetto di norme sui rifiuti. Su questo argomento, "La Repubblica" riporta le dichiarazioni del sottosegretario Guido Bertolaso:

"L'articolo 1 del decreto - aggiunge Bertolaso - consente ai cittadini della Campania di sviluppare in modo autonomo il riciclo della spazzatura. Ogni cittadino può andare con la spazzatura alla mano alla più vicina piattaforma Conai (consorzio nazionale imballaggi) e ricevere un compenso economico per i rifiuti riciclabili".

Questa è una piccola rivoluzione nella gestione dei rifiuti in Italia. Mentre in altri paesi, Germania, Stati Uniti e altri, è sempre stato possibile per il singolo cittadino ricavare un piccolo reddito differenziando i propri rifiuti, in Italia questo è proibito o, comunque, reso estremamente complicato dalle leggi vigenti.

Possiamo chiamare l'idea di essere pagati per differenziare i propri rifiuti come "Porta e Incassa" oppure, tenendo conto della tendenza di usare sigle un po' più pompose di chi lavora in questo campo "Conferimento rimunerato" Questo decreto recepisce un movimento di opinione che stava in qualche modo diffondendosi a vari livelli. Ne ho parlato in un post dal titolo "La spigolatura dei rifiuti" e a proposito della "proposta ecopunto" a opera della ditta Recoplastica, ma l'idea era matura. Con il generale impoverimento della società e con fasce sempre più ampie di cittadini ridotti a dover risparmiare su tutto, è necessario pensare a degli aiuti concreti alle famiglie. Fra questi, aiutano anche piccole cose come essere in grado di ottenere qualche soldo dalle bottiglie di PET e dalle lattine riciclate.

Ciò detto, alcune precisazioni sono d'obbligo.

1. Il decreto vale solo per la Campania. E' però un passo importante, che stabilisce un principio che potrebbe rapidamente diffondersi in tutto il paese

2. I lettori campani non pensino di potersi presentare oggi al Conai con un sacchetto di bottiglie e essere pagati. Il decreto stabilisce il principio. Questo però dovrà essere reso operativo con dei provvedimenti specifici che dovranno stabilire quanto i rifiuti saranno pagati, in che quantità li si potranno conferire, come e dove lo si potrà fare.

3. Nessuno diventerà ricco con il Porta e Incassa. Ai prezzi di mercato, si parla di 1-2 centesimi a lattina o bottiglia di PET. Questo a meno che il governo non sovvenzioni pesantemente questo tipo di raccolta, come si fa in Germania dove una bottiglia di PET viene pagata 15-20 centesimi.

4. Bisogna fare attenzione che il Porta e Incassa non vada a interferire con altri sistemi di raccolta differenziata che sono già in atto. Comunque, in media la raccolta differenziata come la si fa oggi non raccoglie più del il 30% dei rifiuti solidi urbani, per cui c'è posto per miglioramenti, anzi ce n'è un'assoluta necessità.

Si tratta quindi di un'evoluzione importante che va nella direzione giusta. Vedremo come si sviluppa e che risultati darà

Per un approfondimento su questo argomento, potete dare un'occhiata al mio (lunghissimo) post sulla "Spigolatura dei Rifiuti"

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