sabato, maggio 30, 2009

Un desiderio chiamato tram


Lo dico senza ironia, domenica scorsa ho assistito direttamente a quello che secondo me è stato il più importante evento della giornata nazionale dopo le confessioni dell’ex fidanzato di Noemi Letizia, il completamento dei lavori della linea tranviaria Scandicci – Firenze, con l’arrivo del tram nei pressi della Stazione ferroviaria di S.Maria Novella, dopo aver percorso l’intero tracciato utilizzando completamente l’alimentazione aerea. Quando il tram silenziosamente ha fatto ingresso nel piazzale antistante la stazione, è stato accolto da uno sventolio di bandiere, dagli scatti delle macchine fotografiche e dall’applauso liberatorio di una piccola folla raccoltasi lì per l’occasione. Ho avvicinato l’assessore comunale Matulli che, essendo riuscito con grande tenacia a portare in fondo questa opera pubblica strategica, in un paese che non riesce a concludere quasi nulla, andrebbe trattato alla stregua di un eroe nazionale. Mi ha inanellato la solita infinita giaculatoria di problemi non solo tecnici che hanno accompagnato l’andamento dei lavori precisando che, quando a ottobre, dopo la fine del collaudo, partirà ufficialmente il servizio, saranno passati ben cinque anni dalla posa della prima pietra. L’ho consolato dicendogli che la media europea di realizzazione di tali infrastrutture in fondo non è molto più bassa, circa tre anni, tre anni e mezzo e che, aver raggiunto questo primo obiettivo è un passo fondamentale per il prosieguo dell’intero programma tranviario fiorentino, che prevede la realizzazione di altre due linee molto contestate. L’esperienza europea dimostra infatti che, dopo l’entrata in servizio di linee tranviarie moderne, le opposizioni e le contestazioni magicamente svaniscono, con cittadini e operatori economici che si affrettano a chiedere estensioni del servizio e la costruzione di nuove linee.
Come ho spiegato in questo mio precedente articolo, le sorti dell’intero programma tranviario fiorentino e, in particolare della linea che dovrebbe attraversare il cuore del centro storico, sono tuttora in discussione a causa delle imminenti nuove elezioni comunali.
Ennio Flaiano definiva gli italiani “un gruppo di uomini indecisi a tutto” e aveva ragione, però la riconversione della mobilità verso il trasporto collettivo su ferro è a mio parere obbligata, per i motivi contenuti nei miei precedenti articoli 1, 2, 3, e, alla fine con il solito ritardo, anche l’Italia spero si metterà al passo dei paesi europei più evoluti.

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venerdì, maggio 29, 2009

Il paradosso di Epimenide


Uno dei paradossi più famosi è quello espresso dal cretese Epimenide, sinteticamente così: “I cretesi sono tutti bugiardi, io sono cretese, quindi questa affermazione non è vera. Ne deduco che i cretesi dicono sempre la verità, quindi la mia affermazione è vera”
In questo paradosso circolare sembrano in questi giorni impigliati gli analisti energetici, gli economisti e i politici a proposito dell’evoluzione dei prezzi energetici.
Secondo il Rapporto presentato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, la crisi economica ha provocato una forte riduzione della domanda di energia. Come si vede in questo grafico contenuto nel Rapporto consultabile tra gli allegati di questo articolo, i consumi di energia elettrica mondiale hanno subito per la prima volta dal dopoguerra un sensibile calo. Ma il calo della domanda ha determinato una forte riduzione dei prezzi del barile, la cui conseguenza è stata un crollo drammatico degli investimenti in tutti i settori: ricerca ed esplorazione, raffinazione, distribuzione di idrocarburi, ricerca e sviluppo delle tecnologie verdi e dell’energia nucleare. Una sintesi della situazione è contenuta in questo articolo di Federico Rendina sul sito del Sole 24 ore.
L’attuale abbondanza nei mercati di petrolio e metano sarebbe solo illusoria, perché, come afferma Fatih Birol, capo economista dell’Agenzia, con la ripresa economica, la richiesta trainata dai paesi emergenti potrebbe crescere ben oltre la capacità produttiva, determinando un nuovo squilibrio tra domanda e offerta, che farebbe riprendere la crescita esponenziale dei prezzi petroliferi precedente alla crisi finanziaria ed economica in corso.
E allora, per i grandi riuniti a Roma, il Presidente dell’Eni Roberto Poli ha individuato una brillante soluzione al paradosso petrolifero: il prezzo del petrolio dovrà attestarsi tra i 60 e i 70 dollari al barile, così ritornerà conveniente estrarre petrolio dalla sabbie bituminose, e si potrà rilanciare lo sviluppo di fonti rinnovabili e nucleare. Ma ammette che "mantenere il prezzo in questo intervallo non è un compito né semplice né immediato". Il vice direttore generale del Fondo monetario internazionale, John Lipsky, sempre in occasione del G8 energia in corso a Roma, dispensando ottimismo, ha spiegato che “all’inizio del 2009 i prezzi del petrolio si sono stabilizzati. Nelle ultime settimane sono risaliti a quasi 60 dollari al barile, a riflettere un generale miglioramento del 'sentiment' sui segnali che la fase più acuta della discesa dell'economia globale é conclusa, che la crescita in Cina potrebbe rafforzarsi, ma anche che la contrazione della domanda di greggio potrebbe finire presto".
Mi hanno convinto, aveva ragione Epimenide, i cretesi sono bugiardi e sinceri contemporaneamente.


giovedì, maggio 28, 2009

Che cosa bruceremo per produrre energia?



La batmobile, mezzo di trasporto di Batman e Robin, in un'interpretazione degli anni '60. Si supponeva che la batmobile avesse un piccolo reattore nucleare come motore - ma notate le fiamme allo scappamento. Una bella illustrazione del concetto di "combustibile nucleare"


Da quando i nostri remoti antenati hanno imparato ad accendere il fuoco sfregando pietre o legnetti, il fascino della fiamma ci è rimasto dentro. Tanto è vero che non riusciamo a concepire muoversi o generare energia senza bruciare qualcosa. Persino l'uranio viene quasi sempre definito come "combustibile" delle centrali nucleari. E' come se la gente pensasse che dentro la centrale c'è un fuoco acceso (*). Esattamente come per la batmobile (atomica) dei film anni '60 che mandava fuoco e fiamme fuori dalla marmitta.

Ecco un piccolo esempio di questo atteggiamento. Viene dal programma del "Festival dell'Energia" che si è tenuto a Lecce dal 14 al 17 Maggio 2009. Nella descrizione di un "talk show" di Sabato, intitolato "I combustibili del futuro", leggiamo

"Celle combustibili, idrogeno, biocarburanti, biomasse. Che cosa bruceremo per produrre energia, in particolare nel settore dei trasporti?"

Vedete che non si concepisce neanche la possibilità di produrre energia o muoversi senza bruciare qualcosa. Cose come l'energia fotovoltaica o il trasporto elettrico sono, apparentemente, troppo aliene per essere prese in considerazione. Siamo condannati a bruciare e bruciare sempre di più. Fino a che non resteremo al buio.



(*) mi ricordo, ma non so più ritrovare, un mitico episodio di Flash Gordon (credo) in cui il comandante dell'astronave ordinava di "mettere più uranio nei motori" per aumentare la velocità. Nella vignetta successiva, si vedevano anche gli addetti ai motori, tutti sudati che spalavano l'uranio dentro una grande caldaia!

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mercoledì, maggio 27, 2009

Tutto sotto controllo








Quante volte abbiamo sentito affermazioni del tipo "Perchè ci dobbiamo preoccupare di cose più grandi di noi, ci sarà senz'altro qualcuno che ha pensato a risolvere i problemi del petrolio e delle risorse, e aspetta solo il momento buono per tirare fuori LA soluzione e guadagnarci su".

Personalmente, credo di aver smesso si credere a questo tipo di cose in epoca preadolescenziale, intorno ai 12 anni; si tratta di quegli spartiacque che ti segnano, un po' come quando a 6-7 anni smetti di credere a Babbo Natale.

Pensiamo all'energia rinnovabile. Da un calcolo razionale, è verissimo che l'ammontare annuale di cui beneficiamo è enormente superiore all'odierno fabbisogno, sempre annuale. Il Sole investe con la sua radiazione la Terra, e genera energia in varie forme rinnovabili: flussi di acqua dolce, vento, moto ondoso e accumulo in biomasse. Abbiamo poi altri flussi energetici sempre rinnovabili, legati alla Terra (geotermia) e alla Luna (maree).

Fin qui è tutto molto rassicurante. Il problema insorge nel momento in cui si pensa a ciò che occorre fare per intercettare i suddetti flussi energetici: realizzazione di infrastrutture come dighe, parchi eolici, pannelli termici/fotovoltaici, e la loro manutenzione. Qui i problemi si intrecciano con altre questioni, che sono quelle minerarie in senso largo, di superficie dedicata e di demografia.

Per realizzare un pannello fotovoltaico occorre una certa disponibilità di materiali a elevata purezza e di energia sufficiente da investire. E' vero che il pannello restituirà nella sua vita (di alcuni decenni) un'energia superiore a quella che è stata impiegata per realizzarlo; tuttavia dobbiamo essere certi di avere a disposizione tutto quanto serve per lo "start up". Naturalmente, il senso è quello di riuscire a estendere questo concetto fino al livello di installare pannelli su tutte le falde di tetto appetibili di un Paese, o di un continente.

A questo proposito, i tradizionalisti dei tetti all'italiana dovranno scegliere tra morire in una villa o sopravvivere in una casa discreta, perchè non potremo permetterci di strappare chilometri quadrati di terreno coltivabile, in relazione al già esteso grado di cementificazione e alla pressione demografica odierna


Per gli aerogeneratori ci vuole un po' di sana metallurgia, e di capacità mineraria per realizzare e manutenere pale eoliche efficienti, dunque in leghe particolarmente leggere.

Parimenti, per sfruttare il moto ondoso marino occorrono materiali a elevata tecnologia e resistenza alla corrosione, affatto gratuiti, in quanto è necessaria la capacità produttiva di leghe speciali e di tecnopolimeri che, ancora, dipendono da minerali rari, dal petrolio e altri fossili.

Per analogia, il problema non è avere il legno potenziale per scaldare tutti, ma avere fiammiferi a sufficienza per molti, e riuscire a bruciare il legno a una velocità inferiore del ritmo di crescita dei boschi vicini, mantenendo una combustione ininterrotta e condivisa.

Le energie rinnovabili rappresentano comunque la via più realistica per superare la crisi energetica imminente, pur con i loro limiti.

Sperare che, al momento giusto, "qualcuno scopra qualcos'altro", o "tiri fuori la soluzione sepolta in gran segreto" mi pare un trastullarsi nell'illusione, soprattutto vedendo le enormi difficoltà che abbiamo nel gestire i quotidiani problemi degli squilibri nel mondo e la famigerata crisi economica.

Idrogeno, fusione calda e fredda, fissione nucleare di nuova generazione sono tutte cose interessanti, su cui è possibile riservare un po' di risorse per la ricerca, ma non dovrebbero oscurare le rinnovabili, nè tantomeno diventare un rifugio psicologico per un domani senza problemi. Il picco del petrolio sta bussando oggi.



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martedì, maggio 26, 2009

Immigrazione, una questione morale, politica ed ecologica.





created by Luca Pardi



Mi sorprende sempre l’ingenuità ecologica di quei pochi che si occupano di popolazione (e quindi anche di immigrazione- emigrazione), e che traspare in uno scambio di opinioni che mi è capitato di leggere recentemente in un forum americano, mentre con un orecchio seguivo distrattamente le banalità dei nostri politici di maggioranza e di minoranza sulla questione degli immigrati clandestini.

Il primo intervento che ho letto è di Mathias Risse [1] . La tesi di Risse è abbastanza semplice: le risorse naturali appartengono in egual misura a tutti gli uomini, la densità di popolazione di un dato paese è un indicatore indiretto del livello di sfruttamento delle risorse naturali in quel paese. Ladensità degli USA è relativamente bassa dunque è impossibile trovare una base morale alle norme giuridiche atte ad impedire l'immigrazione clandestina. I suoi critici Ryan Pevnick, Philip J. Cafaro, gli rispondono che le risorse naturali non sono tutto, ma che ci sono anche risorse culturali, sociali e politiche che si riassumono in una lista dei beni pubblici come: uno stato di diritto ordinato, una società governata in modo efficiente, un mercato funzionante e regolato in modo efficiente, un sistema di ammortizzatori sociali, pensioni, sostegno ai poveri ecc che l'immigrazione (in particolare di lavoratori a basso reddito) tende a ridurre con particolare danno per le classi più povere. Cafaro fa anche un passetto in più parlando dell'aumento di popolazione locale (parlano sempre degli USA) che comprometterebbe qualsiasi programma di sostenibilità.

La mia opinione variamente espressa in questi anni e che credo dovremmo cercare di mettere nero su bianco è la seguente e si basa su considerazioni scientifiche prima che morali.

La densità di popolazione è un indicatore insufficiente per qualificare l’intensità di sfruttamento di un dato territorio. Il consumo di energia e l'energia pro-capite sono i veri surrogati di territorio e densità di popolazione e a loro volta si traducono in altri indicatori come l'impronta ecologica. Le risorse socio-politiche e culturali di Revnick e Cafaro sono conseguenze del consumo di energia. Si tolgano i consumi esagerati di energia dei paesi sviluppati e sparisce il wellfare, l'educazione pubblica, le infrastrutture, la difesa dell'ambiente e, probabilmente, anche lo stato di diritto la democrazia parlamentare e i suoi splendori. La mappa del mondo deve essere ridisegnata su qualcosa che tenga conto di questi fatti. Si potrebbe assumere come surrogato dell’estensione di territorio la mappa del deficit ecologico delle nazioni come riportata di seguito (presa dal sito del Global Footprint Network: http://www.footprintnetwork.org/) che indica la differenza fra consumo di risorse e bioproduttività di una data nazione.

I paesi sviluppati sono immensi e quelli poveri sono striminziti. La mappa non è altro che la rappresentazione dell'estensione artificiale del "territorio" ed è un effetto del dominio violento che si concretizza con un patto non scritto fra classi dirigenti dei paesi industrializzati e classi dirigenti dei paesi fornitori di materie prime. Il trasferimento di materia contro denaro ha permesso la crescita industriale (con tutte le belle cose descritte da Revnick e Cafaro, inclusa la cosiddetta difesa dell’ambiente nei paesi ricchi) e arricchito le classi dirigenti tenendo a bada i popoli dei paesi sviluppati con il consumo bulimico di merci.
E' ovvio che le persone in grado di farlo, quindi non i morti di fame, ma coloro che provano un certo appetito per il meglio e hanno il minimo di mezzi per tentare di soddisfarlo, cerchino di spostarsi in "territori" più ampi. Spesso attratti dalla narrativa dominante del sogno americano in versione Hollywood. L'equilibrio si rompe quando il flusso di materia/denaro rallenta e i patti saltano (questa sarebbe un possibile obbiettivo di ricerca dei pensatoi globali) anche per l'entrata in gioco di grandi paesi come Cina e India che, essendo sede di antiche civilizzazioni, possono tranquillamente ingoiare molto senza perdere la loro spinta e la loro natura.

Il flusso di materia che rallenta è rappresentato in forma di ipostasi dal picco del petrolio, il flusso di denaro che rallenta è rappresentato dalla perdita di valore del denaro in seguito alla creazione di moneta a fronte di debiti inesigibili (ciò che spesso sbrigativamente e con rischio di malintesi, viene definita creazione di moneta dal nulla) operata per sostenere la crescita.

Al diminuire del flusso deve necessariamente diminuire anche il "territorio" e quindi arrestarsi anche lo spostamento di popolazione (lo avevamo gia detto anni fa), ma questo succederà con l'inevitabile inerzia di tutti i processi demografici. Il periodo di passaggio non sarà divertente, ma probabilmente molto interessante.

Il non detto, potremmo chiamarlo il tabù, di questi specialisti dell'immigrazione, anche di quelli che come Cafaro si pongono correttamente il problema della fertilità dei paesi poveri, è il concetto di riduzione del metabolismo socio-economico dei paesi ricchi. Il massimo a cui si arriva (con Cafaro) è che si debba barattare un po' della nostra ricchezza (fatta di cosa? Di denaro o di risorse solide?) con la decrescita demografica dei poveri.

Il concetto di rientro dolce è secondo me più egualitario, eticamente inoppugnabile, e semplice da capire per chiunque abbia una visione termodinamica del mondo. Il flusso materia/denaro si deve assottigliare, le estensioni artificiali dei diversi paesi si devono riequilibrare nello stesso tempo in cui la popolazione decresce artificialmente attraverso la riduzione del tasso di natalità ben al di sotto dell'attuale tasso (la cui decrescita è, probabilmente e almeno secondo il mio parere, il risultato del manifestarsi delle prime resistenze ecologiche).

Lo spostamento dei popoli e degli individui è ingovernabile e solo un cambio di paradigma può determinare l'uscita dalla situazione attuale. Il rientro dolce è forse un’utopia, ma meno idiota di quella di chi vorrebbe tenersi il proprio territorio artificiale intatto e pulito in cambio di carte false e promesse non mantenibili.



[1] L’intero scambio di opinioni che ha ispirato questo contributo può essere letto all’URL: http://www.cceia.org/resources/journal/22_3/exchange/001.html#_footnote1

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lunedì, maggio 25, 2009

Petrolio, mercurio e fosforo



I partecipanti al "Talk Show" del 17 Maggio al Festival dell'Energia di Lecce. Da sinistra nella foto, Carlo Stagnaro, Ugo Bardi, Ugo Bilardo e Stefano Agnoli - il moderatore. Il testo che segue non è una trascrizione della mia presentazione. E' scritto a memoria, usando uno stile per quanto possibile vicino alla lingua parlata.


Per prima cosa, vorrei ringraziare il professor Bilardo per il suo intervento. Di solito tocca a me spiegare certe cose, ma il professor Bilardo mi risparmia questo dovere con la sua spiegazione esauriente della situazione delle riserve petrolifere mondiale.

Bene, allora si tratta di partire da questo per cercare di capire che cosa ci aspetta. Abbiamo sentito parlare di un numero - vi ricordate che Bilardo ha detto "1350 miliardi di barili". E' un numero che mi trova daccordo, nel complesso, e trova daccordo molti esperti - certo c'è anche chi da numeri completamente diversi; come quello che citava prima il nostro moderatore. Che mi pare avesse detto qualcosa come 12 mila miliardi di barili secondo le stime del presidente di Saudi-ARAMCO. Bene, su questi numeri credo che sia legittimo avere un qualche piccolissimo sospetto; ovvero che il presidente di una delle maggiori compagnie petrolifere mondiali abbia un zinzino di interesse a gonfiare un po' le stime.

Ma non entriamo in questi discorsi. Quello che vi volevo dire è un'altra cosa. Dato un certo numero, un po' più di mille miliardi di barili, a questo punto ci dobbiamo domandare cosa significa. Quello che potremmo fare è dividere per il consumo annuale mondiale e ottenere quanto durerebbero le riserve se il consumo rimanesse costante. Lo fanno tutti e viene fuori qualcosa come 37-38 anni. Ma questa cosa del rapporto riserve-produzione non è una grande idea. I consumi non sono mai stati costanti da quando si estrae il petrolio - un buon secolo e mezzo - allora come possiamo pensare che rimangano costanti da qui ai prossimi 40 anni? Questa misura, però, vi da facilmente un falso senso di sicurezza. Me ne accorgo spesso quando discuto con i politici. Mi chiedono: c'è ancora petrolio? Io rispondo di si, per forza, è ovvio. Allora loro mi ringraziano, tanti saluti e arrivederci. Non riescono a capire dove stia il problema. E' un modo di ragionare molto grezzo e limitato. Vi sembra possibile che fra 37 anni guarderemo nel buco del pozzo grattandoci la testa e dicendo "oops - non c'è più petrolio?

Le cose non sono così semplici. In realtà non sono mai semplici. Sapere quanti barili ci sono sottoterra - più o meno - è utile; ma non è il solo parametro. I barili ci sono, stanno lì fermi. Sono stati lì per milioni di anni. Ma è una decisione umana di estrarli oppure no. E come tutte le decisioni umane, dipende dalla convenienza. Si estrae se conviene. Altrimenti i barili stanno li ancora qualche milione di anni.

Allora, il professor Bilardo vi ha parlato della curva di Hubbert. E' una cosa osservata per la prima volta negli Stati Uniti. Si è visto che la produzione di petrolio negli USA è cresciuta fino a un certo punto; ha raggiunto un massimo è poi è diminuita inesorabilmente fino ad oggi. Oggi si produce circa un terzo di quello che si produceva ai tempi d'oro del petrolio americano.

Questo della curva di Hubbert è un fatto sperimentale. E' un fatto storico. E non è certamente il solo caso. Ve ne posso citare decine per il solo petrolio in varie regioni del mondo. E anche per altre risorse minerali. Ma perché c'è questa curva? Nella geologia, questa curva non c'è. Ci sono dei barili che stanno sottoterra - ovviamente non sono barili, è petrolio che noi per usanza descriviamo in termini di barili. Ma questi barili non hanno nessuna curva di Hubbert scritta sopra. Non c'è scritto sul petrolio sottoterra quando verrà estratto. Non c'è scritto nemmeno se verrà estratto. La curva di Hubbert non sta nella geologia.

La curva di Hubbert sta nell'economia. Più esattamente in come l'economia gestisce le risorse geologiche. I barili non sono tutti uguali. Come è ovvio, uno estrae prima i barili cosiddetti "facili"; ovvero quelli che costano poco. Pensate ai giacimenti dell'Arabia Saudita. Sono a bassa profondità, sono in zone facilmente raggiungibili, è petrolio di buona qualità che si trova in grande quantità. Fate il confronto col petrolio del Kazakhstan. E' una zona lontanissima dai porti, sono pozzi nel mezzo del Mar Caspio; è petrolio pieno di zolfo e di altra robaccia. Non c'è da stupirsi che sono più di trent'anni che si estrae in Arabia Saudita, ma dal Kazhakstan ancora non si è riusciti a tirar fuori qualcosa dal pozzo di Kashagan che è uno dei pochi giacimenti giganti rimasti.

Allora, cosa succede nel periodo di sfruttamento di un insieme di risorse petrolifere; diciamo gli Stati Uniti? Beh, all'inizio estrarre costa poco perchè si estrae dai pozzi facili. Si fanno grossi profitti che vengono re-investiti in altra estrazione. Questo fa aumentare la produzione. Piano, piano, però, i costi salgono perché si esauriscono le risorse a buon mercato. A questo punto, i profitti cominciano a diminuire. Si investe di meno, quindi la crescita rallenta. A un certo punto rallenta talmente che la produzione comincia a diminuire. Ecco il picco.

Questo tipo di ragionamento è qualitativo, ma si può quantificare con dei modelli. Ma non servono modelli complicati. Tutta la faccenda di Hubbert è basata semplicemente sui principi di base dell'economia. E' quello che vi insegnano al primo anno di scienze economiche: la gente prende le decisioni secondo quello che gli conviene. Perlomeno in un libero mercato. E, infatti, la curva di Hubbert si osserva in situazioni dove c'è un libero mercato - almeno approssimativamente. Dove c'è un controllo centralizzato, allora no. Se è il governo a decidere cosa estrarre e cosa no, la curva di Hubbert non la vedete. Guardate l'Arabia Saudita - tutto è in mano al governo e li' di picchi di Hubbert non ce ne sono - perlomeno non in modo chiaro. Questo non vuol dire che la produzione Saudita non dovrà andare a zero prima o poi. Ma non c'è quella bella curva che vediamo per il petrolio degli Stati Uniti.

Quindi vediamo che c'è questa curva di estrazione che ha una forma un po' come una campana. Si parla molto del fatto che il picco debba essere al momento in cui si estrae la metà delle riserve. Questo vuol dire, se ci pensate sopra un attimo, che la curva debba essere simmetrica. Questo non è affatto detto che si verifichi nella realtà. La simmetria è un'approssimazione. Come dicevo, il fatto se estrarre o non estrarre è una decisione umana. Non è una legge della fisica; è qualcosa che sta nella nostra testa. E la nostra testa non è proprio il massimo del prevedibile. Però, nella media, la curva di Hubbert è una buona approssimazione. Come dicevo prima, ci sono stati tantissimi casi storici.

Ora, un'obiezione che ho sentito fare su questa faccenda è che la curva - si - è valida per i casi regionali. Come appunto i 48 stati americani. Ma non è valida necessariamente per il mondo intero. Questa obiezione è sensata. In effetti, dicono, se non conviene estrarre non si estrae; ma il fatto che non conviene non deriva solo da fattori geologici ma dal fatto che - per esempio - nel caso degli Stati Uniti a un certo punto conveniva di più importare petrolio dal Medio Oriente o dal Venezuela che estrarlo in casa.

Bene - come dicevo, questa è un'obiezione sensata. Per controbattere, bisognerebbe far vedere che l'estrazione globale del petrolio passa per un picco. Ma il petrolio globale non ha ancora raggiunto il picco e allora questo non lo possiamo dire; non ancora perlomeno. Sembra che ci sia chi dice che se non c'è stato finora un picco del petrolio a livello globale, allora probabilmente non ci sarà mai. Questo è proprio esagerato, se ci pensate sopra, ma comunque è una cosa sulla quale dobbiamo ragionare.

Per capire questa faccenda abbiamo bisogno di dati sperimentali. Se ci limitiamo a ragionarci sopra, allora non arriviamo a niente. Continuiamo a chiaccherare, ma il mondo la fuori ha le sue realtà. Il mondo fa il suo corso, indipendentemente dalle chiacchere che noi facciamo. Allora, se il petrolio mondiale non ha ancora raggiunto il suo massimo, abbiamo dei dati su delle risorse che ci sono arrivate? La risposta è si. Allora possiamo confrontare.

E' un problema che ho studiato in un certo dettaglio. Io e alcuni miei collaboratori ci abbiamo lavorato sopra parecchio. Abbiamo studiato risorse sia minerali che biologiche - la caccia alle balene per esempio. E' un campo di studio molto vasto è interessantissimo. Vi farò soltanto un paio di esempi.

Comincio con una cosa che ho visto proprio questa settimana in farmacia. Non so se l'avete notato anche voi; c'era un cartello con sopra scritto qualcosa come "il vecchio termometro a mercurio va in pensione". Ovvero, i vecchi termometri non si vendono più. Vi ricordate quelli con la colonnina di mercurio? Una volta tutti i termometri erano così.

Ora, il fatto che il mercurio sparisca dai termomentri sembra che sia una cosa ovvia per ragioni di ecologia. Il mercurio è un metallo pesante; è tossico per la salute umana. Cosa c'è di più logico che farlo sparire e sostituirlo con qualche bel microprocessore? Fra le altre cose, non c'è più nemmeno bisogno di fare quella cosa curiosa che era "sbattere" il termometro prima di provarsi la febbre.

Il realtà, però, se andate a vedere i dati storici della produzione di mercurio, vedete una cosa curiosa. La produzione mondiale di mercurio ha seguito una bella curva di Hubbert, con il massimo verso la fine degli anni '60. Ovvero, non è che abbiamo deciso di smettere all'improvviso di usare il mercurio perché lo consideravamo inquinante. C'è stata questa curva che ci dice qualcosa. Certo, uno dice, va bene, è stata una cosa graduale, via via che il mercurio lo eliminavamo dal mercato, la produzione diminuiva perché c'era meno domanda. Forse. Ma forse anche no. Vedete, c'è un piccolo dettaglio da considerare. Se confrontate la curva di produzione storica con i dati geologici; ovvero le stime delle riserve mondiali, allora vedete che le due cose corrispondono bene. Ovvero, abbiamo estratto tutto il mercurio che potevamo estrarre.

Pensateci bene su questa cosa. Vuol dire che il mercurio non lo abbiamo smesso di estrarre perché non ci serviva più. Perlomeno, non solo per questo. Abbiamo smesso, anche e forse soprattutto, perché non ce n'è più in forma estraibile. In economia è sempre difficile disaggregare domanda e offerta ma, in questo caso, chiaramente la produzione non è diminuita soltanto per via di una riduzione della domanda. C'era un problema di offerta. Se non avessimo avuto a disposizione una tecnologia alternativa, oggi i termometri sarebbero cose rare e preziose.

Il mercurio è un caso classico in cui la sostituzione di una risorsa è stata talmente facile che la maggior parte di noi non si è nemmeno accorta che c'era un problema. Non c'è stato nessuno che abbia parlato con preoccupazione di "picco del mercurio", nessun catastrofista che abbia lanciato l'allarme o cose del genere. Può darsi che ci vada così anche per il petrolio ma, ovviamente, il petrolio è una cosa importante e non così facile da sostituire come il mercurio.

Questo ci porta a un'altra domanda. Che cosa succede se una risorsa non è sostituibile? Intendo, proprio per niente? C'è stato un caso storico del genere ed è quello dei fosfati. I fosfati sono usati in agricoltura; sono un fertilizzante. Sono una risorsa minerale che si estrae in varie regioni del mondo. Allora, se guardate la curva della produzione di fosfati, vedrete che la curva ha fatto un bel picco e ora è in declino. Non è la stessa cosa del mercurio; per i fosfati siamo ancora a un buon 80% del massimo della produzione. Quindi, ancora si produce; ma la tendenza e chiara - siamo in declino.

Ora, la differenza fra i fosfati e il mercurio è molto semplice: i fosfati non si possono sostituire. Non mi parlate di ricerca scientifica e di nuove tecnologie; o magari di OGM o cose del genere. Il fosforo è una parte integrante delle proteine biologiche e il fosforo bisogna che le piante lo prendano dai fosfati. Non c'è modo di inventarsi un altro sistema - a meno di fare delle piante con i microprocessori, come per i termometri senza mercurio. Ma le piante elettroniche non sarebbero molto nutrienti, credo.

Allora, cosa succede all'agricoltura senza fosfati? Beh, non siamo ancora arrivati a delle difficoltà gravi. L'agricoltura ha tantissimi problemi, quello della carenza dei fosfati si comincia a sentire, ma non è ancora grave. Però vedremo questo problema farsi molto pesante nel futuro. E non c'è modo di risolverlo a colpi di tecnologie avanzate. Bisognerà ristrutturare l'agricoltura in modo da usare meno fosfati e riciclarli il più possibile. La cosa non sarà per niente facile.

Magari fra qualche anno ci ritroviamo qui a Lecce a discutere al Festival dei Fosfati, invece che al festival dell'energia. Ma quello che vi volevo dire è un'altra cosa. Vi volevo far vedere come il modello della curva di Hubbert sia una cosa reale. Vedete, non è una teoria stramba che qualcuno si è inventato visto che non aveva altro da fare. E' un fatto che si verifica comunemente. Ci sono tantissimi casi storici. Ed è anche un fenomeno "robusto" nel senso che si verifica anche per risorse diverse in condizioni molto diverse.

Allora, vi invito a ragionare su queste cose tenendo conto che l'estrazione di una risorsa - di qualsiasi tipo - è sempre questione delle leggi dell'economia. Non basta che, in principio, la risorsa ci sia sotto terra o da qualche parte. Bisogna avere le possibilità economiche di estrarla. Questo vale per quasi tutte le risorse, incluso il petrolio dove, a mio parere, siamo molto vicini a questo famoso "picco" di cui si è tanto parlato. Secondo me l'abbiamo passato l'anno scorso e su questo ho scommesso un euro con Massimo Nicolazzi che è qui in platea. Lui pensa che la produzione potrà aumentare ancora. Magari ha ragione lui, ma la produzione petrolifera sta diminuendo; quindi fino ad ora vinco io. Ci ritroviamo qui l'anno prossimo e vediamo.

Un ultimo punto: il nostro moderatore ha accusato ASPO di essere una "setta". Non so bene da dove derivi questa idea; non mi pareva che i membri di ASPO fossero dediti a pratiche religiose esoteriche. Però è vero che c'è gente la fuori che ha mitizzato il picco del petrolio come se fosse la fine del mondo. Ma non è affatto detto. Avete visto, per esempio, come del picco del mercurio non ce ne siamo neanche accorti. In fin dei conti è una questione di sostituzione: se una risorsa la possiamo sostituire, il picco è un travaso naturale da una risorsa a un'altra. Non succede niente di orribile; non casca il mondo. Però, certe risorse sono difficili da sostituire - anche impossibili come i fosfati. Il picco dei fosfati ci darà dei grossi problemi. Il petrolio è in qualche modo intermedio; si può sostituire, ma non è ovvio. Ci sono tante altre fonti di energia, ma per il momento ancora un po' più care. Bisogna lavorarci sopra.

L'errore che potremmo fare è attaccarci al petrolio come se fosse insostituibile e sprecare tutte le nostre risorse per cercare di mantenere la produzione il più a lungo possibile. Questo sarebbe veramente un disastro e per evitarlo bisogna capire come stanno le cose - incluso il discorso della curva di estrazione della quale vi ho parlato oggi. Pensateci sopra, perché è una cosa importante. Grazie.





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venerdì, maggio 22, 2009

La vita dopo il petrolio (reloaded)




Già Ugo Bardi, in un post di qualche mese fa, aveva fatto una presentazione del libro "La vita dopo il petrolio"; anche Marco Pagani ne aveva lanciato uno. Inserisci linkCome promesso a Gianluca Ruggieri, che gentilmente mi ha passato una copia, mi cimento in questa mini-recensione, da un punto di vista un po' più da "esterno".
Non si tratta di voler rigirare e propinare sempre la stessa minestra. Il problema del petrolio e della disponibiltà mineraria in generale non si esaurisce con l'uscita di un libro, che magari tra un annetto sarà sfidato da un altro per confutarne i ragionamenti, e così via in uno sterile ping pong di "favorevoli" e "contrari" (un po' come era successo con "I limiti dello sviluppo" del club di Roma negli anni settanta).
La questione delle risorse è triviale negli "affari dell'uomo", soprattutto in quelli che molti libri di storia si limitano a presentare come recensioni di film: i conflitti politici, sia militari che diplomatici, sia nazionali che internazionali.

Questo libro ha l'enorme pregio di condensare in 150 paginette, sottoforma di intervista a professori e intellettuali, una moltitudine di scenari, solo apparentemente indipendenti. Le tematiche trattate si intrecciano nella complessità dei sistemi, sono facce di uno stesso poliedro. E' impensabile voler affrontare e gestire i problemi globali cercando di "mettere a posto" una sola faccia, trascurando le altre; un po' come avviene nella ricomposizione del cubo di Rubik, se ci si accanisce a comporre in fretta e furia e senza un metodo "globale" il colore di una certa faccia, tutte le altre risulteranno invariabilmente scomposte, a meno di una fortuna da superenalotto.

Per obiettivi ampi, occorrono tecniche più lungimiranti e algoritmi che interpretino la complessità. Le risorse per raggiungerli sono ad alta rinnovabilità: conoscenza distribuita, potenza di calcolo, tempo (e voglia).

Ad esempio, consideriamo il problema dell'alimentazione. Il fatto che nessuno (o quasi) in Europa abbia il problema della fame sembra scontato, ma non lo è. Se immaginiamo un mondo a petrolio scarso o razionato, realizziamo immediatamente che sarà molto più difficile concimare i terreni agricoli, fare i fitotrattamenti, impacchettare gli alimenti e distribuirli capillarmente. A questo, si lega in maniera praticamente automatica il discorso della crescita demografica.

Altro esempio: il problema della disoccupazione. Interi comparti industriali stanno sfoltendo le maestranze. E' giusto impedire ad ogni costo questa emorragia? E' giusto continuare a produrre enormi surplus di beni che non sono più recepiti dai mercati, e la cui realizzazione e manutenzione sta diventando sempre più costosa in termini di materie prime e di energia? Aiuti e sussidi saranno la nostra salvezza, o piuttosto una droga su un organismo malato?

Dobbiamo continuare con questo modello che si basa sulla combustione e trasformazione di idrocarburi fossili, e che influenza il clima e la vivibilità del pianeta per i prossimi secoli?

Il libro è stato scritto a più mani. Per ogni autore, riporto una frase che mi ha colpito, sperando di stimolare la curiosità dei lettori, in modo che acquistino o rintraccino nelle biblioteche il volumetto. I suoi contenuti, chiusi a fine 2008, ci accompagneranno per decenni. Buona lettura.



"Da bambini tutti noi ci siamo chiesti da dove venisse la benzina che mamma e papà mettevano nel serbatoio della macchina"

(Ugo Bardi, professore di Chimica e presidente di Aspo Italia)


"L'inceneritore è una macchina di una tale inefficienza, che se anche non inquinasse sarebbe una follia"
(Guido Viale, scrittore)

"E' del tutto evidente che non serve un veicolo da 2 tonnellate per spostare una persona con i suoi 70 kg"
(Andrea Poggio, funzionario ecologista)

"Non possiamo più pensare a città che salgono in verticale"
(Federico Butera, professore di Fisica Tecnica)

"Richard Heinberg ha scritto che l'agricoltura industriale è di gran lunga la forma di produzione alimentare meno efficiente che sia mai stata applicata"
(Toufic El Asmar, agronomo)

"Il vero dramma della medicina contemporanea, però, è che l'80% delle spese in ricerca è dedicato ai disagi del 20% della popolazione ricca, per gli altri restano solo briciole"
(Enzo Ferrara, ricercatore in Chimica)

"I demografi che trattano la popolazione come uno dei fattori socio-economici con metodi statistici si basano su analisi che costantemente ignorano gli aspetti legati alla disponibilità di materie prime e ai limiti ecologici"
(Luca Pardi, ricercatore in Chimica)
"In università c'è grande difficoltà a creare delle cose nuove e a superare e trasformare le cose vecchie"
(Enrico Euli, ricercatore e pedagogista)

"Il prezzo non è più una variabile indicativa: non sappiamo più dire se il prezzo di una merce, a partire dal petrolio fino al grano, sia quello corretto"

(Alessandro Volpi, docente di Storia e Geografia)

"E' possibile che nel prossimo decennio il prezzo del petrolio arrivi a oscillare tra i 200 e i 300 dollari al barile"

(Gianni Silvestrini, ricercatore in Fisica)



"A breve dovremo preoccuparci dei rischi di conflitto per l'accaparramento delle risorse residue, e al limite del rischio di utilizzo di armi nucleari"

(Michael Dittmar, ricercatore in Fisica)



"Il limite che l'ecosfera ci impone rispetto alle emissioni di gas è molto più vicino di quelli che ci imporrà la scarsità di risorse. Stiamo parlando dei prossimi due decenni"
(Hermann Scheer, presidente di Eurosolar)


"Quando incontri conflitti definiti 'etnici', se scavi un po' troverai una problematica ecologica, ad esempio fertilità e spostamento di popolazione. Il conflitto non si esprime in modo ecologico ma etnico, assume una vita propria, e le origini si nascondono"
(Wolfgang Sachs, sociologo)


"Più sconvolgimenti politici, più povertà e instabilità, portano maggiore immigrazione. Nonostante la 'fine' del petrolio, i Paesi consumatori continueranno ad avere un livello di benessere invidiabile per tutti gli altri"
(Sherif El Sabaie, docente di cultura araba)



"Se una data risorsa ha raggiunto il picco non significa affatto che sia esaurita o in esaurimento, ma solo che gli 'anni ruggenti' sono ormai un ricordo e che l'estrazione d'ora in avanti sarà sempre più difficile e costosa"
(Marco Pagani, docente di Fisica)



"L'enorme sviluppo tecnologico degli ultimi decenni era una conseguenza di una disponibilità energetica a buon mercato e non viceversa. Era un suo effetto collaterale. Prepariamoci a una vita molto più dura e reale"
(James Howard Kunstler, scrittore)



"La società non è preparata ad affrontare la diminuzione delle risorse. Mi sarebbe piaciuto che l'umanità avesse preso atto degli allarmi lanciati tanti anni fa, e optato per un uso più razionale delle risorse"
(Luca Mercalli, climatologo)




PS 1 Le frasi sono estrazioni da contesti, per coglierle al massimo dell'espressione è consigliata la lettura dei capitoli-intervista in cui è strutturato il libro

PS 2 Per alimentare la dialettica con chi ha altre visioni, si veda un mio vecchio post, in cui ho cercato un confronto con il prof. Riccardo Varvelli, autore di un libro dal titolo molto simile a quello appena presentato, "Petrolio e dopo?"

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giovedì, maggio 21, 2009

Il festival dell'energia di Lecce





Il "diamante" che troneggiava in una piazza di Lecce durante il festival. Costruito dall'ENEL, è una struttura sferoidale dove l'energia prodotta da alcuni pannelli fotovoltaici viene immagazzinata in forma di idrogeno all'interno di serbatoi sferici. Per dirla con Paolo Villaggio: per me, è una boiata pazzesca. (vedi anche la critica di Gianni Comoretto)


Di ritorno dal Festival dell'Energia di Lecce, tenuto dal 14 al 17 Maggio, vi passo qualche impressione, necessariamente limitata, di un convegno organizzato veramente "in grande". Non ho idea di quanto sia costato tutto l'ambaradan, ma siamo certamente su cifre stratosferiche. Lecce era tappezzata da manifesti, c'erano chioschi e stand del convegno a decine, in più c'erano concerti e spettacoli, come pure ragazze in uniforme che pattugliavano le strade distribuendo volantini. Insomma, se stavi a Lecce il convegno non lo potevi proprio ignorare.

La spettacolarizzazione ha dei vantaggi ma, come per tutte le cose, se si esagera si ottiene un risultato controproducente. Così, i vari aggeggi erano indubbiamente spettacolari, ma con quale risultato? Di fronte a un aggeggio come il "diamante energetico", non è che se ne ricavava l'impressione che l'energia rinnovabile è un costoso e inutile giocattolo per bambini?

Prendete un altro esempio: il palco dove si esibivano i vari artisti e che era definito come "alimentato al 100% da energia rinnovabile". Ora, questo palco aveva un totale di 16 pannelli fotovoltaici connessi a dei grossi pacchi-batteria. Sufficienti per alimentare sempre al 100% amplificatori e luci di scena? Non ve lo so dire con esattezza, ma ho dei forti dubbi. In ogni caso, la sistemazione era molto criticabile con due set di otto pannelli ciascuno, orientati in verticale in direzioni opposte su due lati del palco: una sistemazione estremamente inefficiente, specie alle nostre latitudini. Come minimo, un grande spreco di pannelli e batterie per un uso dove nessuna delle due cose è necessaria. Se da tutto questo uno si fa l'idea che l'energia rinnovabile è un inutile spreco di soldi, non gli si possono dare tutti i torti.

Anche sul programma delle presentazioni, avrei qualche critica. Il concetto di "energia" è vastissimo e gli organizzatori hanno cercato di coprire un po' tutto senza però riuscire a trovare un filo conduttore. Forse avrebbe dovuto esserlo la "lectio magistralis" affidata a Piergiorgio Odifreddi, ma anche questo mi ha lasciato perplesso. Odifreddi ha dei grossi meriti in tante cose, ma non lo si può definire un esperto di energia. Immagino che anche la sua presenza sia stata dettata più che altro dalla ricerca della spettacolarizzazione mediante un personaggio noto. Ma i risultati non sono stati entusiasmanti. Non ho sentito la lectio magistralis perchè sono arrivato il giorno dopo, ma ho sentito parlare Odifreddi in un altra presentazione che ha dato Venerdì sera. Francamente, quando ha parlato di energia non è riuscito a far di meglio che inanellare una serie di banalità, una dopo l'altra.

La spettacolarità del convegno si vedeva anche nel modo in cui sono stati gestiti gli interventi. Si parlava, infatti, di "talk show" piuttosto che di conferenze. Da un certo punto di vista, è bene vivacizzare un po' gli interventi. Nella media, le conferenze sull'energia consistono in una parata di esperti che straparlano al minimo per una mezzoretta ciascuno. Non c'è dibattito di nessun tipo e il tutto è solo leggermente meno noioso di una lezione sui Promessi Sposi tenuta all'ultim'ora di un Sabato mattina.

Invece, al festival il dibattito era moderato attivamente. Era anche proibito l'uso di quell'arma di distruzione di massa dei cervelli umani che è il Power Point. I risultati sono stati spesso interessanti. Tuttavia, si può anche esagerare se si trasforma il dibattito in una rissa. Questo è successo più di una volta, per esempio nel caso della presentazione di Odifreddi che ho citato prima. Oltre a trovarsi un po' sperduto in un campo che non è il suo; Odifreddi si è anche trovato di fronte una "moderatrice" estremamente aggressiva che ha trasformato la presentazione in un battibecco a due; cosa decisamente poco interessante per chi stava a sentire.

Altro cattivo esempio è stato il dibattito che ha messo a confronto Sergio Castellari, climatologo serio, e due totali incompetenti di clima dei quali, per carità di patria, taccio il nome. Il talk show era intitolato "Cambiamenti climatici fra psicosi e verità". Già il titolo vi dice qualcosa sull'intenzione degli organizzatori. Considerate poi che il moderatore era fortemente "di parte" (ovvero dalla parte degli incompetenti) e vedete che Castellari si è trovato in minoranza e messo in mezzo in un fuoco di fila di polemiche di basso livello. Fortunatamente, Castellari ha ribattuto colpo su colpo, senza mai lasciarsi intimidire o sommergere. Ciononostante, combattere uno contro tre è sempre difficile e la tattica dei negazionisti non è tanto di portare argomenti seri quanto di creare confusione per confondere le idee al pubblico e ai politici e fermare ogni provvedimento contro il riscaldamento globale. Non si può negare che questa tattica stia avendo un certo successo in Italia.

Per quanto riguarda la mia presentazione al convegno (intitolata "Petrolio, siamo al punto critico?"); avevo il dubbio che qualcuno volesse farmi lo stesso scherzo fatto a Castellari. Perlomeno, il moderatore si è rivelato sfacciatamente di parte, definendo ASPO come una "setta", citando non so più quale petroliere saudita che parlava di 12 mila miliardi di barili di riserve (un buon 10 volte di più del valore comunemente accettato) e in generale riferendosi con evidente supponenza nei riguardi delle "teorie di Hubbert". Nella pratica, tuttavia, il dibattito è stato equilibrato. Insieme a me c'era il prof. Ugo Bilardo, persona molto competente sul petrolio e che mi è parso avere una posizione simile alla mia sulla questione del picco (forse perché si chiama Ugo anche lui?). L'altro partecipante era Carlo Stagnaro, che si definisce a volte "anti-picchista". Ma Stagnaro è persona intelligente e preparata; a un livello anni luce superiore a quello dei due pataccari che hanno assaltato Castellari al dibattito sul clima. Fra me e Stagnaro, se c'è stato un duello è stato un duello di fioretto, dove alla fine ci siamo trovati daccordo su molti punti. Dovremmo rifarlo con più calma, un giorno o l'altro.

Ripensando a tutta la faccenda di Lecce, mi viene da pensare come le cose si siano evolute in pochi anni. C'è stato un periodo, 7-8 anni fa, quando avevamo fondato ASPO-Italia, in cui l'energia non interessava a nessuno. Facevamo dei convegni malinconici davanti a delle platee vuote. Poi, evidentemente, il fatto che l'energia sia un problema ha cominciato a diventare una cosa che sanno tutti. Purtroppo, non sono del tutto sicuro che mega-eventi come quello di Lecce siano la strada giusta per trovare una soluzione. Diciamo che, come cosa positiva, perlomeno rinforzano il concetto che c'è un problema serio. Ma, se lo vogliamo veramente risolvere, non basta inventarsi giocattoli costosi. Vedremo nei prossimi anni se riusciremo a fare qualcosa di più concreto.

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mercoledì, maggio 20, 2009

Obama, la Fiat e il picco del petrolio


In questo mio articolo avevo brevemente recensito il film W., citando in particolare un illuminante e secondo me veritiero dialogo nello Studio Ovale della Casa Bianca, che spiega i veri motivi della guerra in Iraq, contrariamente alla versione ufficiale, rivelatasi poi infondata, della presenza di armamenti nucleari in possesso del satrapo Saddam Hussein.
Pensionato Bush, gli americani si sono affrettati a smentire uno dei luoghi comuni e degli argomenti più frequenti dell’antiamericanismo ideologico nostrano, quello di essere un popolo razzista, eleggendo il primo Presidente di colore della propria storia democratica.
In questo mio precedente articolo avevo preso nettamente posizione a favore della sua rivale Hillary nelle primarie del Partito Democratico. La mia beniamina è arrivata a un soffio dalla nomination e a una presidenza ancora più improbabile di quella di Obama, in un immaginario politico ancora profondamente maschile, ma anche per questo è stata insignita di una delle più alte cariche governative, quella di Segretario di Stato.
Devo dire però che, almeno in parte, mi sono ricreduto sulle capacità di Obama che, con il suo invidiabile stile disinvolto e rilassato (in inglese “understatement”) sta prendendo delle decisioni difficili in un momento storico terribile. E’ troppo accondiscendente nei confronti delle lobbies bancarie e finanziarie che con delinquenziale spregiudicatezza hanno causato la crisi economica che stiamo vivendo, ma sul piano energetico si sta muovendo bene. Ha annunciato una “rivoluzione verde” nel settore delle rinnovabili e del risparmio energetico promettendo un cambio di linea radicale degli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici, ma è soprattutto nel settore dei trasporti che la sua strategia si differenzia radicalmente da quella del suo predecessore. Obama sembra aver capito chiaramente che il modello di mobilità preferito dai propri concittadini, fondato sull’uso smodato del trasporto individuale su gomma e del trasporto aereo, non ha futuro energetico e, nel recente viaggio in Europa, ha pubblicamente manifestato apprezzamento per gli efficienti sistemi di trasporto collettivo su ferro molto diffusi nel nostro continente (per fortuna non è venuto in Italia).
Si rende però conto che una svolta radicale in comportamenti profondamente connaturati allo stile di vita americano è poco praticabile. Come ho scritto in quest’altro articolo, il mito di libertà pionieristica racchiuso in quegli scatoloni metallici divoratori di benzina su cui amano passare gran parte della propria vita gli americani, sarà duro a morire. In termini di immaginario collettivo, chiunque abbia letto “On the road” di Jack Kerouac o abbia visto film come “Thelma e Louise” capirà quello che dico.
Allora, il Presidente Obama sta provando a procedere per gradi. Evita il fallimento delle potenti industrie automobilistiche nazionale con cospicui aiuti di Stato, ma in cambio impone l’accordo della Chrysler nientepopodimenoche con il topolino italiano Fiat che entra alla grande nel colosso americano senza metterci una lira (pardon euro), in cambio solo del Know how tecnologico accumulato nella produzione di macchine di serie a bassi consumi. E annuncia un piano per la riduzione drastica dei consumi energetici delle automobili americane entro il 2016.
Si tratta ovviamente di una scommessa difficile da vincere, ma la strategia è chiara: la riduzione della produzione conseguente al picco del petrolio sarà affrontata questa volta dagli Stati Uniti in maniera radicalmente opposta a quella di Bush: fine, anche se più lenta e graduale del previsto, dell’occupazione militare in Iraq per controllare i flussi petroliferi del medio Oriente, e riduzione dei faraonici consumi petroliferi interni con l’utilizzo di tecnologie più efficienti. Auguri, Mr. Obama!

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martedì, maggio 19, 2009

La bufala del raffreddamento globale


Il riscaldamento globale? E' una bufala, infatti negli anni '70 gli scienziati prevedevano un'imminente era glaciale. Allora si temeva che la Terra si stesse raffreddando, ora si teme che si riscaldi troppo, in realtà sono solo fisime di persone che scambiano oscillazioni casuali per tendenze a lungo termine.
Quante volte abbiamo sentito o letto queste frasi (ad es. qui)? Molto citato un articolo del Newsweek, che si rifà ad un articolo di Science News del 1975 in cui si paventava l'arrivo imminente di una nuova era glaciale. L'articolo esiste veramente, e si intitola "Climate change: chilling possibilities".

Ma come stanno le cose? Cosa pensava davvero il mondo scientifico nel 1975?

Mi è appena arrivato l'ultimo numero di "Skeptical Inquirer", il giornale del Committe for Scientific Inquiry, l'analogo statunitense del nostro CICAP. Dentro ben due articoli sul riscaldamento globale, affrontati cercando di riportare su un terreno scientifico bufale che di scientifico han poco. Uno dei due affronta proprio il "grande mito del raffreddamento globale".

L'autore parte dalla storia delle ricerche sul clima. Che l'anidride carbonica prodotta dall'uomo potesse produrre un riscaldamento globale lo si sapeva già dai lavori di Arrhenius del 1896. Che il rischio fosse concreto lo si sospettava almeno dal secondo dopoguerra. Nei primi anni 70 cominciano ad essere utilizzabili le serie storiche di temperature medie globali, e con una discreta sorpresa gli scienziati scoprirono, contrariamente alle attese, che era in atto un raffreddamento. La questione è evidentemente molto più complessa, c'entrano gli aerosol atmosferici (no, non quelli delle scie chimiche), l'attività solare, eccetera. E durante gli anni '70 gli scienziati mettono insieme tutti questi pezzi, valutano gli effetti di queste cose, arrivando rapidamente ad avere un quadro del problema non distante dall'attuale.


L'autore passa quindi in rassegna gli articoli sul tema pubblicati in riviste scientifiche tra il 1965 e il 1979, trovando che la stragrande maggioranza (44 su 71) considerava probabile un riscaldamento globale nel prossimo futuro. Solo 7 ipotizzavano un possibile raffreddamento. Anche l'articolo di Science News del 1975 è in realtà molto cauto, parla di una possibilità ma evidenzia tutte le incertezze del caso, e nota come il riscaldamento globale antropico sia comunque dietro l'angolo e possa rovesciare la tendenza al raffreddamento (come è successo).

Un' altra frequente citazione riguarda un rapporto del National Science Board del 1974, in cui si diceva che "A giudicare dalle misure storiche delle ere interglaciali passate la situazione attuale di clima mite terminerà ... e ci condurrà alla prossima era glaciale". La citazione appare anche nell'appello del sen. Inhofe (quello dei 700 scienziati che negano il riscaldamento globale), ma non cita la frase successiva del rapporto, che colloca l'imminente era glaciale "nei prossimi 20.000 anni".

In conclusione anche la storia degli scienziati che 30 anni fa ci minacciavano un'era glaciale imminente è un mito. Con un grano di verità, allora i modelli climatici erano ai primordi e il riscaldamento era molto meno evidente di ora, mascherato da altri effetti. Ma anche allora l'idea diffusa tra gli scienziati era quella di un riscaldamento globale dovuto all'anidride carbonica che produciamo.

Un po' come la storia della verde Groenlandia, di Marte, Giove e Nettuno che si riscaldano, dei ghiacci artici tornati ai livelli del 1979, e dei tanti miti che alimentano il negazionismo climatico.

Riferimenti:

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lunedì, maggio 18, 2009

Breve analisi sul calo dei consumi energetici in Italia


Oss. : l'articolo con grafici e tabelle nella loro interezza è visionabile all'archivio Aspo, a questo link . Questo dovrebbe bypassare il problema dei link non funzionanti nel post, che ho rimosso (FG)
In un mio articolo precedente dal titolo “Senza fine” analizzavo l’andamento dei consumi energetici italiani a partire dai dati forniti annualmente dal Ministero dello Sviluppo Economico, rilevando una tendenza alla stasi e alla riduzione dei consumi energetici, contrariamente alle previsioni di crescita dello stesso Ministero. I dati del 2007, recentemente pubblicati, confermano, anzi accentuano, la tendenza al calo dei consumi energetici complessivi, come si può vedere nel grafico allegato. Sembrerebbe, quindi, che le prime avvisaglie della crisi economica in Italia, probabilmente a causa della competizione internazionale dei paesi emergenti e dell’aumento dei prezzi delle materie prime, siano emerse molto prima dell’esplodere globale della crisi finanziaria in corso. Gli Stati Uniti hanno tentato di reagire alla crisi causata dal nuovo scenario economico internazionale, provocando irresponsabilmente l’indebitamento insostenibile delle famiglie, all’origine della disastrosa crisi finanziaria che ha ulteriormente alimentato la crisi economica. Quindi, considerando il crollo della domanda mondiale di energia post crisi finanziaria, che i comportamenti riproduttivi degli italiani determineranno comunque una stabilizzazione della popolazione italiana nonostante gli intensi flussi migratori degli anni scorsi (vedi scenario Istat) e che il sistema industriale ed economico mostra da alcuni anni una tendenza alla saturazione della capacità produttiva, è facile prevedere il permanere della tendenza alla decrescita anche dopo il 2007 e nei prossimi anni. Potremmo cioè aver vissuto in diretta al picco dei consumi energetici italiano, anche perché eventuali scenari di ripresa economica e della domanda energetica rischiano di essere tarpati sul nascere da una nuova impennata dei prezzi del barile.
Conseguenza diretta di questa situazione è chiaramente anche la tendenza alla riduzione delle emissioni di gas serra, come si può facilmente evincere dal grafico allegato che riporta sinteticamente i valori di tali emissioni comunicati annualmente dall’ISPRA (ex APAT) alla Commissione Europea nell’ambito dei meccanismi di applicazione del Protocollo di Kyoto. Le emissioni di CO2 equivalente sono passate da 577,94 Mton. del 2005 a 567,92 Mton. del 2006, con un calo di circa l’1,8% e, ipotizzando per i motivi citati in precedenza, cautelativamente un analogo trend per gli anni successivi, potremmo avere a fine 2009 un valore emissivo di circa 545 Mton. Questo fatto dimostra in maniera concreta il potente ruolo della decrescita economica nel limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente. Naturalmente, anche la tecnologia può dare un contributo importante alla riduzione delle emissioni. Alcune indicazioni per il settore elettrico sono contenute in un mio precedente articolo; nel settore dei trasporti, il sistema energeticamente ed economicamente più efficiente per ridurre i consumi è quello di trasferire quote rilevanti dal trasporto individuale su gomma a quello collettivo su ferro, sia in ambito urbano che extraurbano. I moderni sistemi di trasporto su ferro hanno infatti consumi specifici pari a circa 1/3 dei consumi dovuti al trasporto passeggeri e merci su gomma, quindi è facile calcolare la riduzione teorica di consumi collegata al trasferimento di quote di mobilità verso tram e treni. Ad esempio, un trasferimento del 30% genererebbe un risparmio di almeno 0,3 * 43,385 * 2/3 = 8,677 Mtep, cioè del 20% dei consumi, pari a circa 25 Mton. di emissioni evitate.

Analizzando nel dettaglio l’evoluzione dei consumi energetici degli ultimi tre anni, osserviamo che il Consumo Interno Lordo di energia è passato dai 197,776 Mtep del 2005 ai 194,2 Mtep del 2007, con un calo di ben 1,81%, ma dalla sua scomposizione ricaviamo che, mentre aumentano i consumi di carbone (+1,02%) e rinnovabili (+5,87%), diminuiscono quelli di petrolio (-3,27%) e di gas naturale (-1,58%), e cala il saldo tra importazioni ed esportazioni di energia elettrica (-5,84%).
Passando all’analisi dei consumi finali di energia, che si ottengono dal Consumo Interno Lordo sottraendo i consumi e perdite del settore energetico, osserviamo un’analoga e più accentuata tendenza alla riduzione, dai 146,591 Mtep del 2005 ai 143,211 Mtep del 2007 (-2,31%), ma i tre settori di consumo principali mostrano comportamenti diversi: i consumi dell’industria calano del 3,15% e quelli del settore civile calano del 7,91%, mentre, in controtendenza, i consumi dei trasporti crescono del 2,2%, a dimostrazione che, nel periodo considerato, la dinamica dei prezzi petroliferi ha inciso solo marginalmente nel calo dei consumi energetici complessivi. Anche la ripartizione percentuale dei consumi finali per settore registra il sorpasso dei trasporti (31,37%) rispetto a civile (30,26%) e industria (27,71%).
La dipendenza dal petrolio dei trasporti italiani è arrivata al 96,6% e i consumi finali di petrolio sono assorbiti per il 62,8% dai trasporti, con una tendenza alla crescita determinata dalla progressiva riduzione di questo combustibile fossile nelle centrali termoelettriche.
I Consumi e perdite del settore energetico sono circa il 25% del Consumo Interno Lordo e sono localizzati prevalentemente, per circa l’84%, nel settore elettrico. Il peso di quest’ultimo nel sistema energetico italiano ha superato nel 2006 il 35% del consumo totale di energia.
Nel foglio excel allegato all'articolo sono riportate le tabelle dei dati energetici italiani relativi agli ultimi tre anni e i grafici esplicativi di alcuni parametri che ho ricavato dai dati stessi. Nel primo grafico, relativo al Consumo Interno Lordo, si può osservare la quasi totale dipendenza del nostro paese dai combustibili fossili (87,39%), con una leggera tendenza alla riduzione del petrolio a favore del gas naturale. Le rinnovabili contribuiscono per “solo” il 7,37%. Nel secondo grafico, osserviamo la ripartizione per settore degli usi finali di energia già commentata in precedenza e nel terzo grafico la stessa ripartizione per fonte. Ma il grafico più interessante è a mio parere l’ultimo, quello relativo al Consumo Interno Lordo suddiviso per usi, che scompone l’uso delle fonti energetiche nella produzione di energia elettrica e negli altri usi (termici, trasporti ecc.). Osserviamo, oltre al ruolo sempre più rilevante dell’Energia elettrica citato in precedenza, anche una tendenza sensibile alla riduzione del gas naturale per usi termici (-9,01%) probabilmente conseguenza della riduzione della produzione industriale e di fattori climatici e una stabilizzazione degli altri usi petroliferi (trasporti + termici).

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sabato, maggio 16, 2009

Il picco dell'Università




Il logo dell'Università di Firenze, con il re Salomone al centro, simbolo di sapienza. Ho un po' il dubbio che le attuali condizioni dell'università italiana, incluso quella di Firenze, rendano questo tipo di simbologia un tantino obsoleta.


Trovo il testo che segue sul blog di Ipazia e ve lo sottopongo per intero. Quelli di voi che gravitano nelle strutture universitarie lo troveranno un ritratto impietoso ma sostanzialmente vero. Quelli che non sono tanto addentro nelle cose degli atenei potrebbero rimanere sorpresi di certe affermazioni, per esempio quella dei baroni come "poveri cristi", ma anche questa è sostanzialmente vera.

Anche se non avete voglia, come è probabile, di leggere tutto questo documento, ho pensato di postarlo come un esempio di quello che sembra essere il destino comune di tutte le strutture complesse. Quando si trovano a corto di risorse, come succede ora per l'università italiana, la reazione è un disperato tentativo di mantenere le strutture come sono e com'erano. Le strutture di controllo cercano di forzare il sistema a continuare a funzionare come faceva prima, ma utilizzando meno risorse. In altre parole cercano di renderlo "più efficiente".

Credo che ci siano pochi casì più evidenti di questo dell'università come illustrazione della "legge di Kunstler" che dice che "l'efficienza è la strada più diritta verso l'inferno". "L' "efficienza" viene ottenuta attraverso un controllo burocratico sempre più stretto e rigoroso; l'eliminazione dei servizi attraverso la loro esternalizzazione, la precarizzazione del personale e, infine, in generale, l'eliminazione di qualsiasi cosa, persona o progetto che sia fuori dalle linee guida stabilite dall'alto. Non riesco a pensare a un modo migliore e più efficace per ammazzare alla nascita ogni tentativo di fare quello che l'università dovrebbe fare: ovvero fare innovazione. Ormai, nell'università non c'è quasi più tempo per fare niente altro che riempire moduli.

Altre strutture decadono in modi leggermente diverse, ma tutte soffrono di un appesantimento burocratico; cosa notata per la prima volta da Tainter. Se di certe strutture non ci lamenteremo quando - finalmente - spariranno, per l'università forse qualche rimpianto potrebbe essere appropriato. Specialmente in questo momento, ci sarebbe stato disperatamente bisogno di una struttura che avesse il prestigio e la forza intellettuale necessaria per fare chiarezza nel marasma della crisi. Ma tant'è; non è per noi miseri combattere il destino. Leggiamoci questo testo, almeno ci possiamo fare qualche risata amara.

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17 febbraio 2009

Piccolo disperato dizionario demagogico dell'università

Avvertenza

Si propone all’attenzione del pubblico un nuovo e pratico ausilio lessicale, pensato e realizzato per venire incontro alle esigenze delle giovani generazioni, che si sono trovate ad affrontare la bagarre della protesta senza un efficace supporto terminologico. Gli autori nutrono qualche speranza che i lettori comprendano che il Piccolo Dizionario diventa tanto più demagogico quanto più essi stessi sono disperati. E, comprendendo, perdonino.
(G. Azzena, M. Rendeli)

ammicco, cultura dell’
: fenomeno etnologico diffuso tra le classi aristocratiche delle tribù universitarie, per il quale niente è quel che sembra, i tavoli dove si giocano le partite importanti sono sempre “da un’altra parte” e quello per cui vale la pena impegnarsi non è mai quello che stai facendo o che pensi tu, ma quello che stanno facendo e che pensano loro. E che non ti dicono mai.

autonomia
: sinonimo di chimera. Termine invalso alla fine degli anni ’80, ad indicare che all’Università è concesso di procurarsi i soldi per campare “in autonomia” (comeinamerica), mentre le leve decisionali restano comunque controllate centralmente (comeinitalia). Detto anche “la bufala” (dell’autonomia), il termine subisce oggi una evidente deriva semantica verso “fondazione” (v.).

autoreferenzialità
: 1. patologia psicologica che coglie un buon numero di docenti dopo l’adlectio all’ultima casta (v. docenza, tre fasce di): con essa si intende l’incontrollabile pulsione del soggetto al riferimento unico alla sua esperienza, e alla sua bibliografia (ampia o no che sia); spesso si accompagna a fasi di totale amnesia in merito ad una storia della disciplina che magari vanta secoli di tradizione; 2. accusa infamante da utilizzare per zittire gli universitari quando si vorrebbero occupare dei problemi dell’università (colleghi, cerchiamo di non essere sempre così autoreferenziali!); esiste tuttavia un modo, senza ricorrere a insulti così sanguinosi, per combattere questo tipo di assurda sedizione: basta invitare in TV, a discutere “di università”, veri esperti del ramo quali Alexis Tsoukias e Luca Barbareschi.

baroni
: poveri cristi, additati dai media come i padri-padroni-padrini dell’Università: in realtà malinconici funamboli che vivono nel ricordo e nella nostalgia dei veri, antichi baroni-universitari, e sotto il tacco dei Governi, dei duchi (v.), e dei giovani (si fa per dire) colleghi non-baroni che li accusano di essere baroni.

base, ricerca di
: quella che non si fa più. Si fanno solo ricerche “di eccellenza” “di rilevante interesse nazionale”, “europee”, “di rilevante interesse europeo”. Nel senso che se io voglio fare una ricerca sugli insediamenti neolitici nel territorio di un minuscolo Comune italiano devo dichiarare, sotto la mia responsabilità, che si tratta di una ricerca “di rilevante interesse nazionale” (PRIN), se non europeo, entrando involontariamente (ma non troppo) in competizione con quella sul cancro.

beni e attività culturali
: poliedrico settore della vita del nostro paese, utilizzabile in prossimità di eventi elettorali. Frequentato, nei periodi non elettorali, solo da talebani che ritardano pericolosamente la ripresa economica mediante ridicole attività, solitamente di emergenza (i.e. terroristiche), non confacenti al progresso della Nazione. N.B.: la voce specifica è stata inserita a causa della nota situazione di disperazione permanente degli Autori, ma potrebbe essere estesa anche ad altri campi del sapere privi di ritorno economico, tipicamente ricordati solo in occasione della consegna dei premi Nobel.

bocconiano
: figlio di ricchi, ma intelligente (cfr. anche normalista). Non sempre simpaticissimo.

caccia, all’iscritto
: sport di massa. Ha conosciuto il suo vero momento di lancio da quando si è deciso che i criteri di valutazione (v.) degli Atenei dovevano essere squisitamente quantitativi. Prevede una seconda fase, detta “frollatura”: una volta catturato, l’iscritto deve essere fatto laureare “in fretta”, così da rispondere ad un altro ottimale criterio di valutazione, il “presto”. Nonché “bene”, secondo un altro criterio di valutazione che, per essere eccessivamente “astratto”, è stato infine reso concretamente: “con buoni voti”, occasionalmente (ma non obbligatoriamente) meritati

calciatore/velina
: attività sicuramente più redditizie e meno impegnative dello studio e della ricerca universitaria; i.e. esempi da seguire. Non casualmente le due razze (calciatore e velina) spesso si incontrano (cfr. Cassano A., Pardo P., Dico tutto. E se fa caldo gioco all'ombra (Memorie di A. Cassano), Rizzoli, Milano 2008). Fra le seconde ora si annovera un ministro.

carota, il bastone e la: valutazione churchilliana della condotta da tenere con amici e nemici. Tecnicamente plausibile per l’attuale contingenza della italica università, dove parafrasando una intuizione giolittiana “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”..

CFU
: acronimo che, malgrado ciò che tutti pensano, non vuol dire Credito Formativo Universitario, ma Circasso Fantasmagorico Umorale. Trattasi dell’unità di misura con la quale si pesano le materie, ovviamente inutili (ça va sans dire) impartite nelle università italiane, scaturente dallo stretto rapporto aritmetico tra lezioni frontali e studio individuale. Ad es.: un tempo l’esame di Storia Romana constava del corso monografico, più 8 volumi da studiare e ben digerire, più 8 mesi di lezione e altrettanti di studio, nonché svariate notti insonni. Alla fine si otteneva: a) un voto, b) conoscere la storia romana. Oggi, grazie alla riforma Moratti, l’esame di Storia Romana consta di ben 6 Circassi Fantasmagorici Umorali. E tanto basti.

clientelismo universitario
: slogan mediatico. Quello vero (parentale) rappresenta circa lo 0,5% dei casi. Quello più diffuso (stante un’endemica carenza di veri e propri “geni”) consiste nel tentare di fare entrare nella struttura colui o colei che si sta spezzando la schiena come precario da minimo dieci anni, tralasciando i suoi studi per stare appresso alle esigenze della struttura stessa (...una vita da mediano...) a compilare moduli, a tradurre in inglese, a scrivere lettere, portare proiettori, a fare seminari, tutorati, laboratori, ma anche lezioni, esami, tesi di laurea… insomma più o meno tutto quello che dovrebbe fare il docente (v.) e che spesso non fa perché troppo occupato a cercare qualche soldo con il quale pagarlo.

CNR
: entità parastatale caratterizzata dall’essere sempre stata sull’orlo della chiusura. Oggi il termine è più di sovente usato quale parametro (v.) negativo di comparazione: “l’Università è in crisi, ma sapessi il CNR…!”; oppure: “niente, in confronto a quello che sta succedendo al CNR!”. Per abuso in tal senso il termine sta assumendo il significato finale di soglia minima di sopravvivenza (“…qui state peggio che al CNR”).

competitività
: il vero, fondante, finale parametro (v.) della c. è stato di recente chiarito dal Mìnistro Gèlmini: “siamo più indietro (perfino) del Cile, che produce più laureati che noi”. V. anche “cuscinetti a sfera, produzione di” sul Novissimo Dizionario della Confindustria.

concorso a cattedra
: modo arcaico per dire “valutazione comparativa”. Rientra tra i vocaboli politicamente scorretti, come cubista (= operatrice ludica del poliedro regolare), o nano (= diversamente alto), o camorrista (= operatore autonomo economia parallela), o nero (= abbronzato, diversamente bianco). Si tratta di un prova iniziatica che serve ad entrare nell’università e, poi, a prendere uno stipendio più alto, alla quale è preposta una sacra casta sacerdotale. Prima potevano essere sacerdoti un po’ tutti, ma il Mìnistro Gèlmini (per combattere efficacemente il potere dei Baroni) ha deciso che d’ora in avanti sarà appannaggio esclusivo dei Baroni (cfr. anche: docenza, tre fasce di). Si tratta di prove iniziatiche arcaiche e, per questo, di funzionamento semplice e chiaro, anzi talvolta di una goffaggine disarmante, la cui perversità non sta tanto nei risultati, o nel metodo, quanto nel fatto che chi partecipa sa che, una volta entrato nel meccanismo, prima o poi potrà a sua volta gestirlo. E per questo, e solo per questo, ne accetta con filosofica rassegnazione i ritmi, gli sviluppi e, talvolta, anche la malvagità. N.B.: Il concorso non è l’unico sistema per accedere all’Università: si v. al proposito quanto riportato sub voce “Inganno, fatta la legge trovato l’”.

conigli, collina dei
(oppure, depressione dei): luogo adamsiano (R. Adams, La collina dei conigli, Rizzoli, Milano 2008) nel quale trova dimora la maggior parte dei docenti universitari. Partendo dall’assioma che “tutti gli animali sono uguali ma alcuni son più eguali di altri” (così G. Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori, Milano 2001), il sito si connota per il silenzio che lo stordisce nel momento in cui istinti politici di qualsiasi genere mostrano la volontà di cambiare le regole in itinere e non. Gli abitanti del luogo si connotano peraltro per la necessità di prendere parola in occasioni stravaganti, al fine esporre il loro pensiero specie se scevro dalla conoscenza dell’argomento.

corso di laurea
: (non) libero mercato, regolamentato da duchi (v.) e baroni (v.), all’interno del quale trovano ospitalità docenti strutturati e non strutturati per la loro attività didattica. L’autonomia universitaria (v.), del tipo comeinitalia, ha prodotto non raramente mostri (cfr. fig.: F. Goya, Il sonno della ragione genera mostri - acquaforte acquatinta del 1797) privi di futuro, che rispondessero alle esigenze di singoli docenti; nelle piccole università sono più comunemente costruiti a immagine e somiglianza del duca di turno. St. delle religioni. La moltiplicazione dei Corsi di laurea viene oggi intesa come peccato mortale. La Conferenza Episcopale ha presentato istanza affinché venga annoverata quale undicesimo comandamento (non moltiplicare i corsi di laurea). Nell’attesa di un riscontro all’istanza, nel Libro Iniziatico della Valutazione (v.), la moltiplicazione viene rubricata come peccato perfino più grave dell’età media troppo avanzata dei ricercatori universitari, già indicata come colpa originale degli stessi.

cultura
: voce non pervenuta.

destra, programma culturale della
: serie di azioni incontrollate, tese a coprire una psicosi di fondo derivante dalla sterilità congenita della destra (in ambito ecumenico) nella produzione di intellettuali (ad eccezione di Vittorio Feltri che comunque ci prova, almeno vestendosi “come un”).

docente
: 1. dicesi di persona impegnata a compilare moduli per trovare soldi; o a parlare con Sindaci e Assessori per trovare soldi; o a fare ricerche che non gli interessano perché è lì che c’erano i soldi (e.g. “fare marchette”…); o a divinare qual sia l’idea di ricerca che, nei prossimi cinque minuti, potrebbe piacere al Presidente (non importa di che, basta che sia Presidente) il quale potrebbe dare soldi; o a tradurre in inglese il testo del proprio modulo-per-trovare-soldi perché tra gli anglofoni che transitano in Italia è abitudine visitare Venezia, Firenze, Roma e,nei momenti buchi, dare un occhiata ai suddetti moduli; o, alternativamente, a trovare qualcuno che traduca dall’italiano all’inglese a costo zero (v.) i moduli, perché è un sacrosanto diritto del revisore anonimo (v.) di turno imparare l’inglese mentre valuta le ricerche. 2. Dicesi di persona che, se non sta cercando soldi, è impegnata a riscrivere il regolamento dell’Università secondo i dettami dell’ultimissima riforma (v.). 3. Dicesi di persona che, se disturbata da uno studente mentre sta cercano soldi o riscrivendo il regolamento, risponde: per favore, venga nell’orario di ricevimento. E che, con sguardo opaco, dice al collega che incrocia nel corridoio (cosparso di modelli ENPI, PRIN, FIRB): “finalmente ho due ore di lezione”.

docenza, tre fasce di
: suddivisione in caste, ispirata all’organizzazione sociale delle culture del basso Gange. Del tutto inutile da un punto di vista pratico, ma non da quello economico, è per questo il meccanismo sul quale si fonda il funzionamento sociale delle tribù universitarie. Il passaggio dalla casta più bassa a quella più alta avviene mediante il superamento di una serie di prove iniziatiche (concorso a cattedre: v.), basate su una figura simbolica detta “la piramide del ricatto”. Nell’accedere all’ultima casta (il c.d. vastupurusamandala della prima fascia), all’iniziato viene praticato un reset del disco rigido (ctrl-alt-canc), che lo renda, infine, in tutto simile ai suoi pari.

dottorati
: aree di parcheggio con abbonamento triennale. Esistono “al coperto” (con borsa”) e “incustodite” (senza borsa).

duchi
: più di Baroni. Casta suprema, poco nota ai media e al popolo ma molto incisiva, composta di super-intellettuali (universitari) che, se vogliono, possono anche scrivere sui principali giornali nazionali e parlare a tu per tu col Ministro. Ai duchi si deve l’invenzione di parole quali “merito”, “eccellenza”, “valutazione”, utili per mantenere inalterati attraverso Governi di destra, di sinistra e di centro, i propri titolo, ruolo e conseguenti prebende. Per omnia saecula saeculorum. Amen.

eccellenza
: neologismo funzionale, creato dai “duchi” (v.) al fine di riprendersi l’effettivo controllo dei concorsi (v.) e della ricerca, perso per la troppa “autonomia” (v.) e a causa della “moltiplicazione dei corsi di laurea” (v.) e di troppe Facoltà del “sapere inutile” (v.). Si ottiene esclusivamente mediante una cerimonia detta “della solenne autocertificazione”.

edilizia (universitaria)
: croce e delizia, stella polare di rettori, presidi e duchi che si cimentino con la politica universitaria. In molti casi vige una straordinaria legge del contrappasso (forse una patologia lombrosiana) secondo la quale per istituende strutture universitarie si privilegia il riciclaggio di ex carceri o colonie penali ottocentesche, di strutture dismesse dopo l’approvazione della Legge Basaglia (ospedali psichiatrici)… Rara avis è il campus universitario. Campus con alloggi per studenti: voce non pervenuta.

educazione: termine arcaico, probabilmente risalente a substrati linguistici preindoeuropei, comunque attualmente in disuso e a-significante.

esempio: animale estinto perché smise inopinatamente di riprodursi (v. studio, studiare).

FFO
(Fondo di Funzionamento Ordinario): ciò che l’apparato statale concede alle università per sopravvivere. Tale fondo, rimasto nel suo complesso immutato negli ultimi decenni (ma questo rientra nella casistica “miracolo di San Gennaro”), ha visto un progressivo e costante decremento per singolo ateneo in relazione all’aumento esponenziale dei richiedenti (che siano pubblici, privati o telematici non fa differenza). La morale è che delle 115 istituzioni universitarie nessuna oggi è contenta e tutte piangono miseria…

fondazione universitaria: sinonimo di ente pubblico (sic!) o privato, di singola persona assai benestante (!) che nutra il recondito desiderio di finanziare un’università, una sua facoltà, un suo dipartimento. Più semplicemente, conoscendo i meccanismi del Bel Paese, sarà una privata richiesta di elargizione, ad esempio, per l’iscrizione in un prestigioso, italico ateneo.

inganno, fatta la legge trovato l’
: a) cervelli, rientro dei: della corsa al rientro hanno fatto parte anche studiosi che hanno lasciato il nostro paese consapevolmente e hanno creduto di poter rientrare senza il forte appoggio delle alte sfere; ma ora il rientro sembra essere più volgarmente la soluzione ottimale per duchi e rettori che, in suo nome, possono far rientrare, quasi totalmente a spese del ministero, fidi scudieri che hanno trascorso un periodo (tre anni, ma non continuativi…) di ricerca all’estero, senza farli passare dalle “forche caudine” del concorso (v.); b) fama, chiara: operazione di cooptazione di uno studioso che abbia recato un contributo vitale alla scienza, e che sia colto, fascinoso, talentuoso, geniale, militesente, possibilmente bella presenza. Stante la perdurante latitanza di persone di questo tipo (che, se esistono, certamente non hanno nessuna interesse a fare il professore universitario), tutta l’operazione consiste nell’assumere direttamente e senza tante storie qualche amico di duca (v.). Cfr. (ma solo per i lettori più acuti) “turn-over”.

investimento: il termine indica i soldi che ogni docente investe (de sua pecunia, dicevano le iscrizioni latine…) per fare ricerca, pagarsi le trasferte, confrontare le proprie idee con altri studiosi, partecipare a convegni et similia. Oppure: incidente stradale che normalmente vede coinvolti un autoveicolo e un pedone. Non risultano da molti anni altre tipologie di investimenti.

istituzione
: animale mai esistito o altrimenti da molto tempo estinto. Il termine è però tuttora in uso, anche se in forma traslata e in ambienti snob, ad indicare l’Università in quanto tale, cioè quella che non serve a riprodurre docenti (v. Lodge, legge di) ma a produrre cultura e progresso (scientifico e umanistico). Nel nostro paese, come nelle società aristocratiche di tempi remoti, la preminenza di famiglie eminenti (v. duchi) rende però tale sovrastruttura (e conseguentemente anche il termine che la indica) del tutto inutile: ciò provoca una escalation nella personalizzazione e nella creazione di costellazioni delle più diverse forme di potere interne al sistema (facoltà, dipartimenti, corsi di laurea, centri di eccellenza ecc. ecc.). Caratteristica è la loro non riproducibilità in caso di cessazione o assenza (per trasferimento, pensionamento o
quant’altro) dell’aristocratico di riferimento. Il confronto con altre galassie (università europee o americane) è inutile e fors’anche dannoso.

laurea
: sinonimo di perdita di tempo, frapposta tra l’individuo e le mete più agognate (v. “calciatore/velina”,“SUV”); valore legale della: qualcosa da abolire con grande urgenza per rendere più felici le università private.

lenticchie, piatto di
: unità di misura premonetale con la quale i vari Governi (compreso l’ultimo) hanno comprato il consenso delle tribù universitarie. Alle lenticchie si accompagna, oltre alla classica cipolla, un sistema sicuro di controllo dei concorsi a cattedre: elezione, elezione ed estrazione, estrazione da una lista di votati, votazione di una lista di estratti, estrazione di votati da una lista di estratti, liste di votanti estratti, estrazione di liste votanti… come sia sia: l’importante è mantenerne comunque saldo il controllo. Anzi, sempre più saldo, come ben dimostrano i commi 4 e 5 dell’art. 1 del decreto Gèlmini.

Libro Iniziatico della Valutazione
: Esattamente come il Necronimicon è un libro inesistente, ma al quale tutti fanno riferimento come se esistesse. Conterrebbe, secondo gli alchimisti, la formula per valutare qualsiasi “prodotto” della cultura, specie se di ambito universitario: dalla presenza o meno dei cancellini nelle aule fino al numero medio di scarpa dei membri del Senato Accademico, ogni attività che possa svolgersi in un Ateneo è ivi contemplata e comparativamente valutata. Sono famosi i falsi: quello del Necronomicon, comparso nel 1941 sul catalogo di Philip Duchesne libraio in New York, e quello del L.I.V., messo in vendita su eBay da tal Jiao Tong, antiquario-bibliofilo di Shangai.

Lodge, legge di
: legge che presiede alla riproducibilità dell’ultima casta (il c.d. vastupurusamandala della prima fascia - v. docenza, tre fasce di), teorizzata e materialmente testata nel volume di D. Lodge, Il professore va al congresso, Bompiani, Milano 2002. In essa si dimostra come un ordinario scelga un successore mediamente meno dotato di lui per poterlo controllare: ciò porta alla creazione di una catena di progressivo rimbecillimento della figura fino a quando, in fondo a essa, il docente non si accorge di aver scelto un Einstein… e la catena ricomincia. Ogni riferimento alle teorie vichiane (corsi e ricorsi…) è inutile perché incomprensibile ai più.

L.U.I.S.S.
, Libera Università Internazionale degli Studi Sociali: ateneo privato che dal 1974 sostituisce l’Università Internazionale degli Studi Sociali Pro Deo, fondata da Padre Felix Andrew Morlion nel 1946; la pronuncia "Liuiss" è più frequente nel linguaggio corrente, specie in quello delle mamme dei giovani frequentanti, per fraintendimento fra l’acronimo italiano (vaticano) e una parola in lingua inglese.

Marcegaglia Emma
, commenti positivi sulla riforma Gelmini. Questa voce è stata erroneamente trasferita su questo Dizionario dalla “Rubrica del Chissenefrega”.

merito, meritocrazia
: vocabolo-muro (del tipo: “buco dell’ozono”, “innalzamento della temperatura terrestre”, “cucciolo di foca”) contro il quale si può solo battere la testa. Ti ci devi fermare davanti e arrenderti alla sua solidità mediatica e retorica, anche perché se dici che di veri geni non ne hai mai conosciuti e che forse bisognerebbe capire che cos’è esattamente “merito” dentro le università, o sei con piena evidenza uno “sfigato immeritevole”, o sei Fabrizio De Andrè (e questo non può essere).

moduli, modulistica
: (v. progetto). Strumentazione atta principalmente “a trovare soldi”, ma funzionante anche in altri campi della cultura (v.) e della vita universitaria. La “complessità” ne è parte integrante e condizione essenziale. La progressiva evoluzione della complessità (inversamente proporzionale alla quantità dei fondi erogati) è stata nel tempo curata dal benemerito U.C.A.S.E.S.I: malgrado questo Ufficio lavori per il bene del Paese da molti anni, non se ne conosce l’indirizzo, ma si può dire che l“Ufficio Complicazione Affari Semplici E Spesso Inutili” abbia filiali ovunque. Storia. I moduli-per-trovare-soldi (v. docente) nell’antichità constavano di due pagine e una decina di spazi compliabili (nome, cognome, oggetto della ricerca, soldi necessari, firma…); oggi i ponderosi tomi di istruzioni che li accompagnano contengono indicazioni del tipo: per ottenere il finanziamento ti inoltrerai nella palude di Gondrurf, e attraverserai il paese degli elfi, per giungere alla porta scarlatta di Bendramalius, ove è l’Antico Guardiano… (per il bene del Progetto occorre immaginare la frase letta da Gianni Musy che, per chiarezza, è il doppiatore di Albus Silente).

normalista
: talora un minimo più simpatico del bocconiano (v.).

OCSE (dati e media)
: entità superiore, semidivina, che per una lex arcaica (cfr. Varro d.l.l. 6, 18) si è tenuti a nominare molto ma mai indagare nel dettaglio. Anche perché, se lo si facesse, si scoprirebbe che, per adeguarci alla media OCSE (sempre sia lodata), non bisogna tagliare, semmai aggiungere quattro miliardi di Euro.

parametri
: intuitivamente sembra indicare qualcosa per misurare qualcosa ma, come “paramedico” o “parafarmacia”, in forma non compiutamente professionale. La legislazione in corso di approvazione aiuterà molto nella determinazione di veri e funzionali parametri: un docente per essere “bravo” deve “fare due prodotti all’anno” (cfr. anche Novissimo Dizionario di Zoologia, sub voce “mucca”).

partenariato
: termine complementare a “progetto” (v.): “no partner? no project!”, è un antico detto fiammingo, ancora oggi in voga a Bruxelles dove ogni progetto ha origine e fine. In Italia stanno prendendo piede piccole Agenzie del Partenariato sul modello di “cuori solitari” che possono fornire ai docenti “celibi” partners affidabili, puliti e carini, europei, extraeuropei, mediterranei.

potere, logora chi non ce l’ha
: aforisma in voga nel mondo politico della prima repubblica e perfettamente calzante per tutti coloro, docenti e non (con eccezione, forse, dei duchi, v.), che pensano o hanno pensato di cambiare il sistema universitario. L’aforisma in questione fa da pendant con l’altro ben noto detto “A frate’ dimme che te serve…”: cambiando l’ordine dei protagonisti il prodotto non cambia.

precari
: il 50% del personale in servizio effettivo negli Atenei italiani. Sta anche per “entità ricattabile all’infinito”.

progetto
: Sistema unico per avere i soldi per fare la ricerca. Deve essere sempre espresso anche in lingua inglese. La scadenza per la presentazione dei progetti è stabilita per Legge a due giorni dopo la pubblicazione del bando; alternativamente il 18 agosto o il 2 gennaio. La regola base è “chi è ricco diventa sempre più ricco": ricevono i finanziamenti, cioè, progetti che già si muovono in un quadro “ampiamente consolidato”. Quello che non è dato capire è: se ci viene un'idea veramente - ma veramente - geniale, che per essere tale NON PUO' ESSERE CONSOLIDATA, come facciamo ad avere il PRIMO finanziamento? (Non è il caso nostro, naturalmente: si fa così per dire).

rettori
: partito politico trasversale, cui le 10 Proposte del PD (v. Sinistra…) intendono attribuire ulteriori poteri, ispirati in forma e sostanza a quelli delle dinastie ellenistiche post-alessandrine. Esplica la sua attività in modo tendenzialmente vitalizio. Per essere rettori è bene essere “figli di partigiani e/o di minatori”. Il rettore non teme l’onda, anzi non teme niente, tranne: a) che il cielo gli cada sulla testa; b) il mandato unico.

revisore anonimo
: colui che c’è ma non si vede; colui che, nella penombra della sua stanzetta, con la mano sul cuore ed il pensiero rivolto alla vecchia mamma e/o al tricolore, fornirà con giustizia e equanimità (e che sia dato il bando ad ogni rancore!) un giudizio fortemente positivo sulla ricerca del suo nemico giurato.

riforme universitarie
: gattopardesca sequela di decreti e disegni di legge che nascono con alcune intenzioni e sfociano in tutt’altro grazie all’intervento munifico di consigli delle più diverse corporazioni di cattedratici. Generalmente redatte in italianese (e.g. non dire nulla con linguaggio difficile), rivoluzionano ogni volta radicalmente il sistema e costringono i duchi (v.) a inventare i più brillanti sotterfugi perché tutto rimanga uguale a prima. Costringono inoltre i non-duchi a passare diversi mesi (e nottate) ad adeguare il sistema (cfr. tre più due) sia alle regole della riforma sia alle esigenze di duchi e baroni (operazione non sempre facile) i quali nel frattempo se ne vanno in giro dicendo: “non so voi come fate: io non ne ho capito proprio nulla…”. La storia recente delle riforme universitarie ha prodotto: a) il protagonismo del ministro dell’Università o della Pubblica Istruzione di turno: O. Zecchino, L. Berlinguer, L. Moratti, F. Mussi e ora M. Gelmini hanno scritto pagine indelebili, commoventi e spesso assolutamente rivoluzionarie per l’istituzione (v.) universitaria; b) lo zero, costo (v.).

sapere (inutile)
: quello che non produce immediato indotto economico. Oppure: tutte quelle materie che, sottoposte al vaglio del Mìnistro Gèlmini (o, in sua vece, ad Emma Marcegaglia) le risultano ostiche, quando non ignote (ad es. glottologia, paleografia, filologia romanza, papirologia ecc.)

sinistra
, le 10 proposte del PD: articolazione maldestra di finta intenzionalità, per di più tardiva.

studio, studiare…
: attività propria di giovani e meno giovani generazioni di “fannulloni” che perdono tempo in attività economicamente non remunerative, strappando altresì, con crudeltà, braccia all’agricoltura (e alla pastorizia: così anche Gavino Ledda, nell’ultima intervista a La Repubblica). L’esito di questa disdicevole attività è presente sub voce sapere e cultura. In tempi lontani, cronologicamente non quantificabili, tale attività era mostrata attraverso l’esempio (v.)offerto dai maestri (forse anche baroni, ma pur sempre maestri…) che popolavano gli italici atenei.

SUV
: discrimine culturale, prima ancora che sociale. Sta anche per perdita di tempo pedagogica, nel senso che è culturalmente ed economicamente sbagliato continuare a spiegare ai propri figli e agli studenti che, per essere identificati come componenti della compagine umana, non è necessario possedere un SUV.

tecnologica-e-scientifica
: epiteto omerico. Apposizione fissa del sostantivo “ricerca”. Per quella “umanistica” cfr. invece: sapere inutile.

trasmissione
: (arc.) un tempo indicava il meccanismo insito nella evoluzione del sapere da generazione a generazione mediante lo studio (v.) e la ricerca (v.). In tempi lontani i maestri dicevano di essere “nani sulle spalle di giganti”, ma poiché attualmente i giganti risultano estinti e i nani hanno preso il potere, sembra più conforme l’accezione del vocabolo “parte fondamentale del meccanismo di funzionamento di un autoveicolo”, ad es. di un SUV (v.).

tre più due
: gioco da tavolo, il cui regolamento deve essere modificato, per legge, entro e non oltre il novantesimo giorno dalla presa di servizio del Ministro dell’Università entrante.

tre carte, gioco delle
: altro gioco da tavolo in voga presso le stazioni ferroviarie napoletane e consistente nell’estorcere a ignari passanti somme di danaro. L’impressione che tale attività ludica possa essere connessa con il mondo dell’università deriva dalla profonda discrasia esistente fra regole annunciate al grande pubblico e natura dei decreti emessi: si confronti la lotta alla baronia e al nepotismo annunciata, rispetto alla natura e alla composizione delle commissioni di concorso nel funzionamento sociale delle tribù universitarie (v. docenza, tre fasce di).

turn over
: tipo di promozione mercantile, offerta lancio: “lasci cinque prendi uno”. Geogr.: sinonimo di desertificazione pianificata.

umanistica, cultura
: voce non pervenuta, comunque costosa ed economicamente improduttiva. Trattasi della vocazione di molti a interessarsi di cose che, come direbbero i vecchi zii dei romanzi ottocenteschi, sono un lusso per la società.

valutazione
: operazione vincente, iniziata da un Governo di sinistra, che come primo provvedimento ha speso 3.500.000 Euro per far valutare da revisori anonimi (v.) 17.329 prodotti (sic!) presentati da 102 strutture, 77 università, 12 enti pubblici di ricerca, 13 istituzioni private di ricerca. Il Dècreto Gèlmini non è ancora del tutto chiaro su come si procederà in questo senso (ma è chiaro che chi valuterà dovrà comunque essere professore di I fascia), ma si può ricordare che, nel 2006, la commissione dei Valutatori dei Progetti di Ricerca era così composta: 14 "garanti", di cui 7 nominati dal Ministro "mentre" i restanti 7 sono scelti dal Ministro in una rosa (aulentissima?). E ogni valutatore percepiva 10.000 euro all'anno e il Presidente (presumibilmente nominato dal Ministro) 15.000. Storia. Nessuno mai, nella lunga storia del mondo, si è minimamente preoccupato di cosa si debba fare sul serio per “valutare”; e di quali possano essere i metodi della valutazione, lo stile, il sistema, i tempi, perfino le finalità ultime. Tutti, nei secoli, sono rimasti concentrati sull'idea fissa, la madre di tutte le preoccupazioni, l’archetipo di ogni domanda: chi sarà a valutare?

zero, costo
: moda, la più in voga da almeno venti anni. Maniera elegante per definire l’impegno del dicastero nel momento in cui si attuino cambiamenti: secondo fattore comune alle riforme universitarie (v.). Prove di laboratorio dell’applicazione dello “zero, costo” sono state condotte con i carburatoristi, ai quali è stato chiesto di modificare (alias truccare) alcuni vecchi motorini “a costo zero”: per i risultati della sperimentazione si v. la conclusione del lemma “Zorro”.

Zorro
: o meglio Zoro, con una “ere” sola. Etim. Il lemma presenta due distinte radici: a) un tempo, a Roma, per definire una persona di volgari e campagnole maniere su usava darle del “burino”. Burino evolse presto in “buro”; sul finire dei Sessanta, però, alcune ragazze della “Roma bene” (quelle con molti colpi di sole nei capelli) poiché tipicamente fonanti “a bocca larga” decisero che suonasse meglio boro, appellativo massimamente dispregiativo che a sua volta si sarebbe trasformato, più recentemente, in “zoro” (= volgarone o, secondo la forma oggi più diffusa, coatto, coattone). b) In questa sede si preferisce tuttavia l’etimo filologicamente più corretto, di derivazione iberica (tu eres un zorro… = sei una volpe), i.e. un furbacchione, del tipo di quello che sta provando a passare davanti alla fila dei bollettini e che si può correttamente apostrofare con un: “a Zoroo!!”. Quanto finora esposto si rende necessario per una migliore definizione semantica dell’art. 17 del Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112 (Decreto Tremonti), definizione che vale la pena supportare con un semplice esperimento pratico, replicabile anche in ambienti chiusi e non protetti: qualcuno legge ad alta voce l’art. 17 nel punto dove recita: “a decorrere dal 1° luglio 2008, le dotazioni patrimoniali e ogni altro rapporto giuridico della Fondazione IRI in essere a tale data, ad eccezione di quanto previsto al comma 3, sono devolute alla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia”; a questo punto, se l’esperimento si è svolto senza errori, tutti quelli che ascoltano dovrebbero rispondere, spontaneamente e in coro: a Zorooo!

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giovedì, maggio 14, 2009

Notizie dal Territorio





created by Armando Boccone



Pietro e Virginie gestiscono un negozio di frutta e verdura a Bologna in Via Azzurra. Pietro è di origini calabresi mentre Virginie è di origini francesi. Qualche tempo fa si è liberato il locale a fianco del loro negozio; ne hanno acquisito subito la disponibilità e il 4 maggio hanno inaugurato la nuova apertura. Sapevo di questa inaugurazione perché il giorno prima, con la mia compagna, sono passato davanti ed ho visto Pietro indaffarato nel negozio e che metteva a posto le ultime cose. L’insegna del negozio è abbastanza chiara ma ho chiesto ugualmente informazioni. Pietro mi dice che verrà distribuito, in modo sfuso, latte fresco crudo e acqua dell’acquedotto preventivamente purificata. Mi dice pure che in questo modo si risparmierà moltissima plastica, moltissimo carburante che sarebbe stato necessario per la distribuzione tradizionale di quei prodotti e infine che si conseguirà un notevole risparmio economico per la clientela.
Il pomeriggio della giornata dell’inaugurazione decido di fare un “servizio” su questo avvenimento e mi reco al negozio.

Pietro, appena ha un po’ di tempo fra le informazioni che dà ai clienti, mi parla subito della distribuzione del latte. Dice che il latte viene fornito da un'azienda agricola-zootecnica di Lovoleto (località distante pochi km da Bologna). In questa azienda le mucche sono munte due volte al giorno: alle cinque di mattina e alle sette di sera. Appena dopo la prima mungitura (e appena il tempo che si raffreddi) il latte viene portato al distributore. Avverrà così ogni mattina. L’eventuale latte avanzato sarà ritirato dall’azienda e utilizzato per fare formaggi (è pur sempre latte munto il giorno prima e tenuto nelle condizioni ottimali di temperatura). Nel caso in cui durante la giornata finisse il latte della fornitura della mattina, l’azienda provvede con una seconda fornitura nella stessa giornata.
Mi ha stupito il modo in cui è organizzato questo servizio che è, senza esagerare, avveneristico. Nel distributore c’è un dispositivo (Pietro mi parla di gps, di satellitare, ma non sono molto pratico di queste cose) che comunica al cellulare dei titolari cinque parametri relativi al latte: tre riguardano i diversi livelli di scorta del prodotto, il quarto riguarda una eventuale situazione di black out e l’ultimo la situazione della temperatura. Gli stessi titolari possono venire a conoscenza di questi parametri interrogando questo dispositivo dai loro cellulari. Mi dicono inoltre che in caso di black out e di temperatura non idonea alla conservazione del latte viene automaticamente interrotta la sua erogazione.

Vicino al distributore del latte c’è un distributore di bottiglie vuote da 1 litro. Quelle di plastica sono vendute al prezzo di € 0,20 mentre quelle di vetro a € 0,50 l’una. Ovviamente è possibile riutilizzare molte volte queste bottiglie come pure è possibile che i clienti portino bottiglie proprie (seguendo l’accorgimento di usare bottiglie con l’imboccatura larga). Il prezzo di vendita è di 1 € al litro ma è possibile anche acquistarne ½ litro.
Per vedere se il prezzo sia conveniente (visto che non bevo latte) il giorno dopo chiedo ad una collega di ufficio, madre di tre bambine, il prezzo di vendita di un litro di latte praticato dai piccoli supermercati diffusi nella città. Mi dice che il prezzo di 1 litro di latte è di € 1,40-1,50 per cui il prezzo praticato da quell’esercizio è notevolmente conveniente.
Pietro mi dice che è in trattative con i titolari della stessa azienda per l’installazione di un distributore di formaggi freschi (come stracchino, squacquerone, ecc.), yogurt e latticini vari.

Quella della vendita sfusa del latte è una modalità di distribuzione che è esistita (se ricordo bene) fino agli anni sessanta. In seguito a norme di legge ciò dovette essere abbandonato e il latte, pastorizzato o sterilizzato, a breve o a lunga conservazione, cominciò ad essere venduto in strani contenitori chiamati tetrapak, fatti di cartone con una pellicola di plastica all’interno.

In seguito, Pietro mi fornisce altr informazioni relative alla distribuzione dell’acqua.
L'acqua dell’acquedotto è purificata con un processo di microfiltrazione. Viene fornita secondo quattro modalità: naturale a temperatura ambiente, naturale refrigerata, gasata refrigerata e leggermente gasata refrigerata. Le bottiglie di plastica con l’etichetta dell’azienda fornitrice (è una azienda di Ravenna) sono fornite ai clienti dal locale. Ne prendo una e la sottopongo ad una piccola sollecitazione con le dita e mi pare che sia un po’ più robusta delle comuni bottiglie di plastica. Pietro dice che si possono riutilizzare per un anno e dà indicazioni su come “igienizzarle” periodicamente sciacquandole con acqua e un pizzico di bicarbonato. Per questi primi giorni le bottiglie sono date in regalo mentre in seguito si pensa di farle pagare. E’ opportuno utilizzare solamente queste bottiglie per prendere l’acqua perché hanno la forma adatta per essere appoggiate sul supporto del distributore su cui devono essere posizionate per procedere correttamente al loro riempimento. L’acqua viene venduta a 7 centesimi al litro ma questo è un prezzo promozionale perché, a regime, il prezzo sarà compreso fra i 10 e i 15 centesimi. Sono previste delle cards a scalare fornite dall’azienda fornitrice per evitare che i clienti paghino volta per volta la fornitura.

Termino il “servizio” chiedendo a Pietro delle prospettive future sulla distribuzione sfusa di altri prodotti. Mi parla della possibilità di distribuire i detersivi e il vino.
Mentre per i detersivi la distribuzione sfusa sarebbe una cosa abbastanza nuova, per il vino non è mai stata persa la pratica della sua vendita sfusa con i recipienti forniti dal cliente; con il risparmio ottenuto dalla vendita sfusa sarà possibile vendere vino di una certa qualità a prezzo accettabile.

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mercoledì, maggio 13, 2009

I contadini e la crescita zero


Per caso, mi è tornato fra le mani in questi giorni il libro "Humankind" di Peter Farb, del 1978. Era un libro che avevo letto poco dopo la sua pubblicazione e che - mi accorgo adesso - ha molto influenzato il mio modello del mondo, anche se me ne ero un po' dimenticato. Farb è stato un antropologo specializzato nelle civiltà nord-americane che, però, ha anche studiato la civilizzazione umana tutta intera. Ne è venuto fuori uno studio affascinante, oggi un po' datato per certe cose, ma ancora validissimo. Farb è scomparso nel 1980, questo libro è stato un po' il suo testamento spirituale. Si vede dalla vastità del tema, dall'approccio molto approfondito, dall'evidente interesse dell'autore verso tutte le cose umane. Fra le altre cose, il testo di Farb dimostra come molte cose che si dicevano negli anni '70 (per esempio "I Limiti dello Sviluppo" del 1972) avevano già perfettamente inquadrato i problemi che ci troviamo di fronte ancora oggi. In particolare, oggi che si parla molto di "società a crescita zero", mi sembra particolarmente rilevante il capitolo che Farb dedica a una società del passato che era già a crescita zero; addirittura da millenni: il mondo dei contadini. Di solito, ci immaginiamo la società a crescita zero come molto simile all'attuale, soltanto con più mezzi pubblici e meno automobili. Ma sarebbe veramente così? O non somiglierebbe piuttosto all'antica società contadina che Farb ci descrive?




Da "Humankind", di Peter Farb, Bantam 1978; p. 130
(traduzione di Ugo Bardi)

... l'atteggiamento dei contadini è probabilmente l'unico possibile per loro. Un osservatore moderno della vita dei contadini ha definito il loro adattamento come "l'immagine di beni limitati". In altre parole, i contadini vedono il loro ambiente come qualcosa in cui tutte le buone cose della vita - terra, ricchezza, potere, amicizia, sesso, salute e onore - esistono soltanto in quantità limitate. Così come loro vedono le cose, questa limitazione esiste per due ragioni: ci sono più persone di quanto non ci siano cose buone e loro si considerano impotenti ad aumentarne le quantità disponibili. I contadini hanno inconsciamente esteso una verità relativa alla natura della terra coltivabile a includere tutti gli aspetti della vita. Come la terra, le cose buone possono essere divise e possono cambiare proprietario - ma non possono essere aumentate.

Dato che non ci sono abbastanza cose buone in giro, una famiglia contadina può migliorare la propria posizione soltanto a spese di altre famiglie nella comunità. Una famiglia che lavora attivamente per migliorare la propria condizione rappresenta così una minaccia; qualunque cosa buona riesca ad accumulare deve necessariamente arrivare a spese di qualcun altro. I contadini, di conseguenza, vedono le moderne tecnologie agricole come metodi per portar via ad altri le loro dovute porzioni di ricchezza piuttosto che modi per aumentare la produttività e di conseguenza creare nuova ricchezza. Persino i contadini illuminati si rendono conto che non possono modernizzarsi, sebbene capiscano i vantaggi di farlo, semplicemente perché gli altri abitanti del villaggio vedrebbero la loro modernizzazione come un vantaggio sleale che aumenterebbe la loro parte dei beni limitati disponibili. La convinzione dei contadini che tutto quello che è desiderabile è limitato è dietro il loro comportamento sociale che appare spesso ai non contadini come ridicolo, patetico, o esasperante.

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Nessuna meraviglia, allora, che il comportamento dei contadini è caratterizzato da un estremo individualismo e dall'assenza di cooperazione. Per cooperare, i contadini dovrebbero delegare l'autorità - ma nessuno vuole assumere questa autorità dato che i vicini pettegoli si lamenterebbero che la loro parte di autorità viene loro portata via. Così, nello scansare le responsabilità comuni che potrebbero portarli a una posizione preminente, i contadini privano la loro stessa comunità dell'attitudine al comando che sarebbe essenziale per interrompere il ciclo della povertà

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La famiglia contadina se la può cavare molto bene senza bisogno di cooperazione perché è un'unità quasi auto-sufficiente. Produce quasi tutto il cibo di cui ha bisogno, usa soltanto membri della famiglia come forza lavoro, si cuce i propri vestiti, costruisce la maggior parte degli utensili di casa e porta i propri prodotti al mercato. La maggioranza delle famiglie ritengono che, piuttosto che perdere tempo per cooperare, devono piuttosto vigilare sul fatto di avere esattamente la loro parte di cose buone. La famiglia non deve restare indietro, ma non deve nemmeno dare l'impressione di stare migliorando la propria posizione, pena il sollevare dei sospetti e gelosie. Gli estranei che visitano un villaggio di contadini sono di solito colpiti dall'aspetto uniforme delle case e dei vestiti.

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Le famiglie contadine fanno uno sforzo disperato per garantirsi una frazione proprozionata delle limitate risorse disponibili per mezzo del puro numero di bambini che mettono al mondo. Dal punto di vista del contadino, è perfettamente sensato avere molti bambini. Infatti, quasi tutto nell'esperienza dei contadini va contro l'idea che famiglie non numerose sono vantaggiose. Dato che la mortalità dei figli dei contadini è stata tradizionalmente alta, avere un gran numero di figli è una forma di assicurazione che qualcuno almeno sopravviverà. <..> La coppia contadina capisce che più figli maschi producono, migliore la possibilità che qualcuno di loro sopravviverà per sostenerli nella loro vecchiaia. <..> La logica dei contadini è impeccabile comunque la si voglia vedere: l'agricoltore ricco può investire in macchinari agricoli, ma il contadino povero può investire soltanto in figli.

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martedì, maggio 12, 2009

Un piano Marshall per l'energia: il caso della Svizzera


Sul sito di Aspoitalia, alla sezione "Documenti", qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo, gentilmente inviato dal climatologo Luca Mercalli e scritto da due suoi colleghi, Angelo e Giovanni Bernasconi, che svolgono attività di ricerca in Svizzera.
Il Consiglio Federale Svizzero ha fatto proprio l'ambizioso obiettivo "Società a 2000 Watt", che è stato proposto non da politici, ma da ricercatori del Politecnico di Zurigo: dividere per 3 la potenza assorbita dallo svizzero medio.

Per la zona studiata, il Canton Ticino, sono stati estratti i dati di consumo energetico globale dell'anno 2000; successivamente, sono state fatte delle previsioni sul potenziale di risparmio, specialmente nel settore del riscaldamento domestico, che assorbe un terzo dell'energia complessiva, e immette circa il 50% dell'anidride carbonica prodotta da combustibili fossili.
La dinamica si basa sulla costruzione di nuovi edifici e sulla riqualificazione di quelli esistenti, in ottica elevazione della classe energetica, ipotizzando una crescita della popolazione intorno al 10% dal 2005 al 2030.

E' interessante notare come con l'applicazione dei severi standard Minergie-P (l'equivalente del nostro CasaClima) solo alle nuove costruzioni, si ottiene soltanto un rallentamento nella crescita dei consumi; per avere un'inversione di tendenza è fondamentale il contributo della riqualificazione energetica degli edifici esistenti. Essenzialmente, si tratta di agire sulla coibentazione e sull'apporto dell'energia rinnovabile, per rendere vivibili i periodi di "estremismo climatico" con modesto bisogno di energia; tutto questo, tenendo conto della maggiore sensibilità climatica della crescente popolazione "anziana".

Combinando sapientemente il risparmio energetico con l'uso di solare termico, fotovoltaico, pompe di calore e biomassa (legno), si potrà realisticamente arrivare al 2050 con un apporto di rinnovabile pari a circa il 65% del fabbisogno abitativo.

I ricercatori reputano infausto l'effetto del "decreto anticrisi" in Italia, perchè ritarda degli strumenti di incentivazione e di diffusione che non potranno essere evitati, anzi si faranno più urgenti negli anni a venire.

Un "piano Marshall" per l'energia è quanto mai auspicabile, anche tenendo conto della tendenza del riscaldamento globale, che avrà effetti non solo sulla vivibilità, ma anche sul tessuto industriale. Si pensi alle crisi che potrebbero avvenire su impianti di produzione di energia idro e termoelettrica in caso di prolungata siccità.

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lunedì, maggio 11, 2009

Come si finanzia ASPO-Italia



Non siamo arrivati veramente a considerare l'idea di rapinare le banche per mettere qualcosa nelle casse di ASPO-Italia, ma alle volte ci siamo andati vicini. Il finanziamento delle attività dell'associazione si è rivelato molto, molto difficile.


In un post precedente vi ho raccontato qualcosa dell'attività di ASPO-Italia nei sei anni della sua esistenza. Penso che ora vi possa interessare qualche noticina sulla nostra situazione finanziaria - per vostra curiosità. Come facciamo a tener su siti e blog, fare convegni e tutto il resto?

Beh, su questo punto vi posso dire che la situazione finanziaria di ASPO viaggia sul tragico, anche se non ci ha ancora portato al suicidio collettivo. Non è soltanto ASPO-Italia ad essere in questa situazione; tutte le varie ASPO-Nazionali, da ASPO-Australia a ASPO-Kuwait, sono più o meno sulla stessa linea di grandi difficoltà ad ottenere risorse finanziarie. In pratica, tutti ci basiamo molto sulle quote associative, ma queste sono una risorsa assai limitata. Tutti i "capitoli" nazionali ASPO sono formati da un gruppetto di fondatori che sono tecnici o scienziati e poi qualche decina, al massimo intorno al centinaio, di soci più o meno impegnati nelle attività dell'associazione. Non mi dilungo troppo sulle ragioni del fatto che ASPO non è un'associazione di massa: i motivi mi sembrano ovvi. Questo comunque non ci permette di avere i tipi di introiti che arrivano ad associazioni ben più grandi come il WWF o Legambiente.

Quindi, ci dobbiamo basare principalmente sul lavoro volontario, ma anche qui ci sono dei problemi. Non so come va da voi, ma dalle mie parti il "volontariato" è in grave difficoltà, specialmente con i giovani. Probabilmente è un'evoluzione inevitabile. I volontari sono persone che hanno uno stipendio e un po' di tempo libero. Entrambe le condizioni si stanno facendo sempre più rare. Chi ha ancora un lavoro al call center o cose del genere fa straordinari, lavora come una bestia e quando torna a casa si stravacca davanti alla TV senza più il fiato di fare qualcosa. Chi il lavoro non ce l'ha più, non ha voglia di mettersi a lavorare gratis e - in più - gli pesano tutte quelle piccole cose che sono comunque necessarie, per esempio una connessione internet e un computer decente. Non so se avete notato che il numero di connessioni internet in Italia è in calo da quest'anno - mi sembra significativo anche se bisogna vedere se il trend si manterrà.

Quindi, il lavoro dei volontari è per sua natura piuttosto inefficiente anche se sorretto da tanta buona volontà. Questo ve lo posso dire per esperienza in altri gruppi volontari; nel passato sono stato anche presidente di uno che si occupava di orchidee spontanee. E' sempre la stessa cosa: ci sono dei momenti di grande entusiasmo ma se si guarda la continuità del lavoro, il volontariato non è decisamente il massimo. Qualche tipo di finanziamento, se non altro in forma di rimborso spese è necessario. Ma, ora, se invitate un membro di ASPO-Italia farvi una presentazione da qualche parte, lo fa quasi sempre viaggiando a proprie spese.

Quindi come finanziare ASPO-Italia? Beh, abbiamo provato un po' tutti i canali possibili e i risultati sono stati miserandi. Qualcosa ci arriva dall' ASPO-shop che vende gadget e pubblicazioni, ma pochi spiccioli. Poi, ovviamente, abbiamo pensato che noi siamo in gran parte ricercatori e che la ricerca, in teoria, viene finanziata dagli appropriati organi governativi. ASPO (sia in Italia sia in altri paesi) comprende dei buoni gruppetti di ricercatori impegnati in vari campi, non solo sul petrolio e i combustibili fossili, ma anche sulla sostenibilità e sull'innovazione "strategica" in generale. Abbiamo provato diverse volte con dei team comprendenti ricercatori ASPO di vari paesi a chiedere contratti nazionali e internazionali per fare ricerche sulle risorse petrolifere, per modellizzare il consumo delle stesse e cose del genere. Risultato: sempre no. Il motivo principale è probabilmente che l'atteggiamento della società "occidentale" nei riguardi dell'innovazione è probabilmente lo stesso di quello che aveva l'Unione Sovietica nei riguardi della dittatura del proletariato.

Così, è abbastanza facile ottenere risorse per far ricerca su cose alla moda, come l'idrogeno o il sequestro geologico del biossido di carbonio, che hanno il vantaggio che si sa benissimo che a) sono troppo costose per essere messe in pratica e b) anche se le si mettessero in pratica per davvero, non produrrebbero cambiamenti importanti nelle rendite di posizione delle lobby che governano il pianeta. La ricerca veramente innovativa è normalmente penalizzata da un sistema che privilegia le mode del momento e l'ossessiva ricerca di risultati quantificabili in tempi brevi.

Siamo riusciti comunque a far finanziare qualche progetto dalla commissione europea, per esempio il progetto RAMSES (quello sul trattore elettrico). E' un progetto che abbiamo concepito io e Toufic el Asmar sulla base del lavoro fatto in ASPO e che ha beneficiato della consulenza di vari soci ASPO (per esempio, il gruppo di EUROZEV, Massimo de Carlo, Pietro Cambi, Corrado Petri e altri). Un'altro esempio è il progetto AQUASOLIS sull'acqua rinnovabile; anche quello risultato della collaborazione fra me e Toufic. Ma in tutte le proposte per questi progetti siamo stati molto attenti a evitare di apparire catastrofisti. Nessuno ti finanzia per trovare problemi, solo per trovare soluzioni, anche se non si sa esattamente per quale problema.

A proposito dello spreco di risorse per la ricerca pubblica, vi segnalo una cosa che ho saputo di recente. L'IIASA, un prestigioso think tank che sta a Vienna, ha messo insieme oltre 20 milioni di Euro per studiare la consistenza delle ricerche petrolifere mondiali in un progetto che partirà a breve. Come hanno fatto? Beh, il coordinatore del progetto è un signore che si chiama Rogner che è un notorio abbondantista. Poi, ovviamente, quelli che fanno capo ad ASPO non sono stati nemmeno consultati. Magari non stanno simpatici a tutti ma, insomma, qualche espertuccio internazionale da non buttare via ASPO ce lo avrebbe anche. Ma si sarebbe rischiato che i risultati finali fossero venati da un inopportuno catastrofismo poco. He, he......

Allora, rimangono i finanziamenti istituzionali e privati. Per quanto riguarda le istitutuzioni, siamo riusciti diverse volte ad avere dei finanziamenti mirati ad organizzare dei congressi. Solo così siamo riusciti a realizzare i due convegni nazionali e quello internazionale che abbiamo organizzato. Anche qui, i contributi sono sempre arrivati col contagocce e organizzare convegni del genere con budget di poche migliaia di euro è un'acrobazia finanziaria da non dirsi.

Per quanto riguarda i privati, abbiamo ottenuto qualcosa per il convegno internazionale ASPO-5, che era piuttosto prestigioso e arrivava in un momento in cui l'industria non era nella crisi profonda in cui è adesso. Oggi, ottenere finanziamenti dalle industrie è come andare a chiedere l'elemosina ai Rom (che probabilmente te la darebbero più facilmente). Ci sono eccezioni, però. L'industria petrolifera è andata molto bene fino ad ora, ma sono poco interessati a finanziare ASPO, per ovvie ragioni. Ci sono poi delle industrie impegnate nel campo dell'energia rinnovabile che sono ancora in espansione e che potrebbero trovare utile il nostro aiuto. Anche loro, tuttavia, di solito ci trovano un po' troppo catastrofisti per i loro gusti.

Si tratta allora di esporre quella faccia più ottimista di ASPO che si occupa di energie rinnovabili e che, per il momento, si esprime nel blog "nuove tecnologie rinnovabili" (NTE). Su questo punto, ho buone speranze di coinvolgere ASPO nella "rivoluzione delle rinnovabili" che è già iniziata in Germania e che sta per iniziare in Italia, alla faccia di tutti i gufi che non hanno niente di meglio da fare che passare il tempo a parlar male delle rinnovabili. Per il momento, rimaniamo su quello che gli americani chiamano "shoestring budget". Ma, del resto, anche Apple ha cominciato in un garage.

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venerdì, maggio 08, 2009

L’EROI e i pasticcini




created by Mirco Rossi


Nota: questo post riporta le impressioni di alcuni Aspisti che hanno seguito il convegno "Il Futuro dell’ Energia", con relatore Leonardo Maugeri, tenutosi il 24 aprile scorso, presso l'Università degli Studi di Padova.



L’idea che uno sparuto gruppo di aspisti possa confrontarsi, magari solo su qualche punto s’intende, con il portabandiera delle felici sorti e progressive del petrolio (Leonardo Maugeri, due lauree – non meglio precisate -, un dottorato di ricerca, specializzazione in economia internazionale e dell'energia, scrittore, amministratore o membro di numerose agenzie internazionali, attuale Direttore Strategie e Sviluppo dell'Eni) è sempre molto accattivante. In particolare quando l’intento rifugge dalla polemica e il luogo è uno dei gotha della tecnicality italiana, la facoltà d’ingegneria di Padova.
L’occasione diventa ancor più ghiotta perché realizza il felice concreto incontro di alcune persone, in qualche misura sature di leggere i reciproci pensieri su un display a cristalli liquidi sotto le sigle RG o NTE. Anche il titolo dell’iniziativa “Il futuro dell’energia” promette ampie praterie da esplorare.

Avevo (da aspista solitario) ascoltato un mese fa Maugeri a Venezia quando presentò alla Fondazione Querini-Stampalia il suo libro “Con tutta l’energia possibile”. Ero uno dei pochi che tra il pubblico (molto paludato) ascoltava le sue parole dopo aver già letto il libro trovandole di analogo tenore: testimonianze di un approccio al tema piuttosto serio, ben più problematico di quanto risultasse negli scritti precedenti.
Pur non avendo ovviamente condiviso alcune conclusioni avevo apprezzato, oltre all’accentuazione di una strategia rivolta a promuovere l’efficienza e la ricerca, la novità di una forte sottolineatura sulla necessità di sviluppare, quanto più velocemente possibile, il solare per far fronte, nella misura del possibile, all’inevitabile – indefinito ed indefinibile, ma certo – declino del petrolio. Un declino lontano, lontano, ma che non era possibile negare in termini di principio.

Seduto dietro le file di cattedratici e attorniato da una folta schiera di quasi ingegneri, a Padova, con gli altri tre seguaci di “bardi & pardi”, mi aspetto una prolusione dalle caratteristiche spiccatamente tecno-scientifiche o perlomeno all’altezza di un pubblico abituato a cercare risposte coerenti a interrogativi di una certa consistenza.
L’inizio sembra non iniziare mai, tanto a lungo si protrae una premessa che punta a mettere (giustamente) sotto accusa la disinformazione che vari personaggi (a parte Rifkin, rimasti innominati), quali inesauribili cornucopie, propagano a ogni “talk-show sospinto”.
Con un argomentare molto discorsivo, colloquiale, poco strutturato, questa doverosa distinzione tra il grano e il loglio crea però (volutamente?) un effetto “rasoio di Occam” definendo un confine oltre il quale chiunque la pensi diversamente dall’oratore-attore è un “personaggio” di credibilità nulla.
Un espediente dialettico che, se voluto, non potrebbe aver avuto miglior effetto.
Il piatto forte arriva al momento in cui l’oratore, forte dell’autorevolezza riconosciutasi, conferma l’idea di un pianeta ancora ricchissimo di olio nascosto, la cui eventuale scarsità dipende da mancate ricerche, da stime sbagliate o è pura fantasia immaginativa.
Alla sala viene offerto l’esempio di un giacimento che, non so se unico nel suo genere, ha saputo smentire tutte le cassandre che più volte nel corso di un secolo lo davano per esaurito, facendo riaffiorare dalla mia memoria l’antico racconto di una festa di nozze in Palestina, allietata da botti di vino che non finivano mai offrire il loro nettare.
Probabilmente l’oratore ritiene che tra il pubblico molti siano convinti che nel giro di qualche anno si resterà senza petrolio e che non esistano più ampi e consistenti giacimenti in attesa di essere individuati. Tuttavia, piuttosto che dedicarsi a orizzonti di prospettiva, sceglie di muoversi nelle sabbie delle negatività, dei falsi miti, dell’insipienza e dell’ignoranza della classe politica, dei venditori di fumo, delle credenze, delle bugie che misconoscono quella che a suo giudizio è una parlante verità: l’umanità non ha nulla di che preoccuparsi, il petrolio è ancor abbondantissimo e basta decidere di tirarlo fuori.
Abbiamo le tecnologie, anche se poi ogni tanto mancano i soldi e scarseggia la volontà degli investitori a fare il loro mestiere. Certo, il prezzo è tanto decisivo quanto sostanzialmente indipendente dalla volontà dei petrolieri, dei politici, degli economisti e dei futurologi. Dipende dal mercato … che dipende dalla produzione … che dipende dalla ricerca … che dipende dal prezzo …
Come quelli per trovare nuovo olio anche gli investimenti sul solare e sulle rinnovabili dipendono dal prezzo del petrolio. Ma l’ENI ha deciso di mantenere il livello di investimenti invariato su entrambi i fronti, anche in questa fase in cui il prezzo del barile è sceso tra quaranta e cinquanta dollari (in apparenza molto basso ma in effetti molto alto, spiegherà successivamente!). Questo sarebbe l’atteggiamento virtuoso che permetterebbe di risolvere gli storici sfasamenti che si determinano tra i picchi di domanda e la bassa capacità produttiva di petrolio. Peccato che ENI sia solo uno tra i vari componenti del gruppo di imprese private che oggi al mondo dispone in complesso di un misero qualche percento delle riserve petrolifere. E sia l’unica, a quanto sembra, a remare sia a favore che contro vento.
In questa direzione l’Eni si farà portatrice di una proposta al prossimo G8 sull’energia affinché si realizzi un fondo mondiale, d’intesa tra aziende produttrici e paesi produttori (quelli che hanno la quasi completa disponibilità delle riserve di petrolio), finanziato con una frazione delle accise sui carburanti, avente l’obiettivo di garantire la costante ricerca di nuovi pozzi. Si creerebbe così una riserva “cuscinetto” di capacità produttiva in grado di mantenere stabile e sotto controllo la produzione mondiale e il prezzo del barile.
Quindi fiducia cieca sul petrolio, con un deferente pensiero al solare (l’eolico non ha molte prospettive: è buono ma lo si può fare solo dove c’è vento!) ma non a quello silicio-dipendente (oggi troppo largamente pubblicizzato) che non offre alcuna seria prospettiva e che è inutile voler produrre in occidente o in Italia: quello cinese, prodotto con l’impiego di bambini e spargendo tetracloruro di silicio per i campi, soppianterà tutte le altre produzioni. Bisogna attendere quello che prima o poi le ricerche dell’Eni riusciranno realizzare e che farà fare al processo uno o due salti di scala. Allora sì che varrà la pena mettere i pannelli sui tetti … e i costruttori di pannelli cinesi chiuderanno bottega.

Tra aspisti ci si guarda ogni tanto, scambiando espressioni di inevitabile delusione. Io soprattutto appaio più abbacchiato degli altri per le aspettative che mi ero portato dall’esperienza precedente. Ero venuto per ascoltare le parole di un esperto, di uno studioso disposto a misurarsi anche con idee diverse: ho trovato un petroliere illuminato, un dirigente attento all’azienda, all’informazione, con molte più certezze che dubbi “scientificamente fondati” sul futuro e che mi ha dato la sensazione di aver scelto in questa fase la strategia dell’arrocco.

Arriva però il momento del dibattito. Parte qualche richiesta di chiarimento (vengono definitivamente affossati Rifking, il progetto della centrale a idrogeno di Enel e dell’impianto ad alghe di Bordon e Costa a Porto Marghera) sino a che il microfono arriva a Emilio che pone il problema della teoria di Hubbert. Si scatena una risposta di imprevista violenza che non fa prigionieri: Campbell è sostanzialmente un cialtrone che sfrutta la credibilità che gli deriva dall’essere un geologo che ha lavorato a lungo alla ricerca di petrolio e che più volte ha dovuto rettificare a posteriori quelle che aveva spacciato come date precise di “peak oil”; i suoi seguaci sono degni di lui e non posseggono, come la teoria, la minima dignità scientifica. Eppure Emilio aveva usato guanti bianchi e profumati nel porgere le proprie argomentazioni.
Rilancio subito dopo chiedendo se cortesemente può illustrare alcuni dati relativi al ritorno energetico ed economico degli investimenti tesi alla ricerca di nuovi pozzi, mettendo in relazione quelli riscontrati nei periodi iniziali dell’epoca del petrolio a quelli attuali.
Ho così imparato che ci sono varie modalità per finanziare questi investimenti e che esse sono oggetto di contrattazione tra paesi proprietari del terreno (e di ciò che c’è sotto) e le imprese che possiedono il know how e le tecnologie estrattive. In questo contesto ci è stato chiarito che talvolta Eni guadagna poco. Nulla ho potuto ascoltare in merito a quanto richiesto, cioè all’EROI e ai tempi di ritorno degli investimenti; ho invece appreso che il miglior paese dove buttare soldi per la ricerca petrolifera sono gli USA, perché qui il cercatore diventa proprietario del giacimento individuato.

Al termine, nell’alzarci al momento del corale applauso della platea, qualcuno di noi ipotizza di riproporgli le due domande in privato. E mal gliene incoglie: uno sguardo d’intesa basta e senza più incertezze ci dirigiamo a passi veloci a sollevare l’EROI della nostra esperienza con i pasticcini del buffet.

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giovedì, maggio 07, 2009

Il picco del fitness





Come abbiamo scritto in altri post, il concetto del picco del petrolio non è una cosa come un'altra.

Un amico, circa un anno fa mi ha stupito con effetti speciali dicendomi la sua sulla questione peakoil. A sconvolgermi è stata la tranquillità con cui mi ha detto: "Sì, effettivamente il petrolio dovrà finire, ma non capisco tutta questa preoccupazione. Dopo il petrolio, semplicemente ci sarà qualcos'altro". A lasciarmi basito è stato, oltre al concetto in sè, il fatto che a parlare sia stato un padre di famiglia, con una laurea in ingegneria nucleare e una carriera nella ricerca negli USA.

Il picco del petrolio non passerà inosservato. Le varie mode nei vestiti, per esempio, sono delle "minirealtà" con un profilo a picco, che si estendono su un intervallo di circa un anno. Queste, in effetti, passano per lo più inosservate, tranne che per gli stilisti, le modelle e gli appassionati.

Da un punto di vista "vital", indossare un vestito pittosto che un altro è l'ultimo dei problemi.

Il picco del petrolio e del gas, invece, impatterà su tutto, generando una moltitudine di "picchi" in differita. Sugli approvigionamenti alimentari (fertilizzanti, trasporti), sul riscaldamento domestico, sui trasporti in genere, sulla sintesi dei chemicals e degli intermedi di base, sulla produzione energetica "tradizionale", sull'occupazione, sulla stabilità sociale, sulla sicurezza internazionale. Persino sulla frequenza delle vocazioni religiose.

In un'ipotetica austerity energetica generale, anche la produzione di infrastrutture per l'energia rinnovabile ne risentirebbe pesantemente; le minicommunities che si insediano nei boschi di periferia potrebbero divorare le risorse boschive in tempi molto brevi.

Per non entrare in un universo troppo ampio e per forza di cose dispersivo, focalizziamoci ad esempio su un aspetto apparentemente marginale: il tempo libero, e in particolare l'attività fisica.

Il fitness è un'attività relativamente recente, nata per compensare una vita e un lavoro troppo sedentari. Con sport e palestra si può compensare l'eccesso di calorie ingerite dall'uomo medio occidentale, ben superiore alle 2.500 cal/giorno medie per condurre una vita dignitosa ma sobria; ci si tiene in forma, si riduce il rischio cardiovascolare e si possono ridurre piccoli inestetismi adiposi.

Ma cosa succederà quando una frazione "sufficiente" di persone perderà il posto di lavoro? Se non ci si accontenterà di tirare avanti per inerzia con qualche sussidio (come mi auguro), ci si dedicherà all'agricoltura, o all'artigianato, o a poche altre cose utili, prime tra tutte la produzione da rinnovabili e la spigolatura dei rifiuti. Il dispendio di energie, il tempo impiegato e il diminuito reddito potrebbero generare un mix di condizioni, tale per cui l'ultimo dei pensieri sarà proprio quello di iscriversi a una palestra, in cui si paga per dissipare calorie, che sarebbero molto utili per il surviving ...



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mercoledì, maggio 06, 2009

I dinosauri di cemento



L' Unité d'Habitation di Marsiglia, nota anche come "La Cité Radieuse", progettata e costruita da Le Corbusier a partire dal 1945. Questo dinosauro di cemento armato è stato il prototipo di molta dell'architettura popolare moderna.


Anni fa, mi è capitato di vivere in Francia, a Marsiglia. L'edificio dove abitavo, come molti altri nella zona, aveva un sistema di raccolta dei rifiuti che si chiamava "vide-ordure" (svuota immondizia). In cucina, c'era uno sportellino che, aperto, mostrava un vano in cui si poteva mettere il sacchetto dei rifiuti. Richiuso lo sportellino, si sentiva il sacchetto precipitare giù per una conduttura verso profondità plutoniche dove veniva fatto sparire, non era dato di sapere come.

Il vide-ordure era abbastanza comune negli edifici di Marsiglia. Mi risulta che sia stato l'eredità dell'opera di Le Corbusier, che aveva costruito, a poca distanza da casa mia, la sua "Unité d'habitation", nota in città più che altro come la "cité radieuse". Non so se sia stato Le Corbusier a inventare il vide-ordure, ma era stato sicuramente uno dei primi architetti ad adottarlo.

La Citè Radieuse non era notevole soltanto per il suo sistema interno di trasporto dei rifiuti. Era un concetto completamente nuovo dell'archiettura abitativa. Per molto tempo, nessuno, o quasi, aveva veramente pensato a fare delle abitazioni "per il popolo". L'architettura era qualcosa per i ricchi, i poveri si dovevano arrangiare in baracche malsane. Ma, in un epoca di grandissima espansione demografica e di inurbamento della popolazione come era l'Europa nella prima metà del ventesimo secolo, Le Corbusier si era posto il problema di come gestire in modo razionale gli agglomerati urbani che stavano nascendo un po' ovunque. A questo problema, gli americani nel dopoguerra rispondevano con infinite distese di casettine, l'automobile privata e i grandi centri commerciali: era la "suburbanizzazione" spinta della società. Le Corbusier aveva pensato a una soluzione diversa, più adatta per un'Europa che, a quel tempo, era ancora povera e poco motorizzata. L'Unité d'habitation era una vera "città verticale." Conteneva al suo interno negozi, scuole e altri servizi che dovevano ricreare un villaggio interno che gli abitanti potevano raggiungere con gli ascensori, senza bisogno di altri mezzi di trasporto.

Senza dubbio, Le Corbusier vedeva l'edificio come un qualcosa di organico, non soltanto un villaggio verticale, ma addirittura una vera e propria creatura vivente. Aveva un senso, in questa visione, che l'edificio avesse una specie di tratto intestinale: il vide-ordure che depositava i rifiuti in una buia cantina come se fossero escrementi del grande dinosauro. Era il massimo del concetto di rifiuto inteso come "immondizia", una cosa che non si poteva portare in giro per le scale in qualche bidone puzzolente. La si doveva vedere e toccare il meno possibile, per questo la si faceva scomparire in una tana buia, attraverso dei condotti invisibili.

Ma il vide-ordure non era il solo tratto quasi biologico del dinosauro di cemento di Le Corbusier, che era avanzatissimo per i suoi tempi. Per esempio, aveva un sistema di ventilazione interno - cosa inusitata per quell'epoca. Lo possiamo considerare l'equivalente archiettonico dei polmoni biologici. Ci potremmo divertire con le analogie fra architettura e biologia, non solo nell'opera di Le Corbusier. Il sistema idrico e l'acqua sanitaria, per esempio, sono equivalente al sistema urinario; il gas naturale e l'elettricità che portano energia in tutti gli appartamenti sono l'equivalente dei globuli rossi che portano energia all'organismo, eccetera.

Come i dinosauri avevano scoperto al loro tempo, ci sono dei vantaggi a essere grossi e massicci. Le grandi dimensioni favoriscono il mantenimento di temperature interne costanti senza pesare troppo sul metabolismo. Ma essere grossi e massicci significa anche essere specializzati avere delle forti esigenze. I dinosauri dell'epoca mesozoica non si adattarono bene ai cambiamenti climatici che si verificarono alla fine del Cretaceo e si estinsero. I dinosauri di cemento del ventesimo secolo potrebbero fare la stessa fine a breve termine.

Se un vantaggio dei grandi edifici di cemento armato è quello di aver bisogno di relativamente poca energia per essere scaldati, hanno anche degli enormi problemi. Il principale è la dipendenza totale da flussi di energia e di materia dall'esterno. Un appartamento senza acqua per due giorni diventa già invivibile. Senza elettricità, e quindi senza aria condizionata, gli appartamenti ai piani alti diventano forni crematori in estate e comunque sono impraticabili in mancanza di ascensori. Nonostante il lavoro pionieristico di Le Corbusier, la qualità dell'aria interna degli edifici moderni lascia spesso a desiderare. Negli edifici commerciali e pubblici ci sono sistemi di ventilazione conformi a delle norme internazionali, ma nella maggior parte degli edifici abitativi queste norme non sono richieste e - comunque - sono del tutto ignorate. Si sa molto poco degli effetti sulla salute umana di questo inquinamento interno, ma è sicuramente un problema altrettanto grave quanto trascurato. Il tentativo occasionale di rendere "più efficienti" queste abitazioni dal punto di vista del riscaldamento si risolve spesso nel sigillarle, peggiorando ulteriormente la qualità dell'aria interna. E, ancora, in mancanza di energia elettrica, la ventilazione si ferma e l'edificio diventa invivibile.

I problemi si fanno più gravi se consideriamo tempi lunghi e la probabile futura carenza di risorse. Se un edificio in cemento armato manca di manutenzione per qualche anno, si trasforma in una entità cavernosa, buia, fredda, umida e puzzolente. L'intonaco, se c'è, va a pezzi (e, non per nulla, Le Corbusier non lo aveva previsto). Lo stesso cemento armato tende a degradarsi se non è stato costruito correttamente: miscelando ferro e cemento della giusta qualità e nelle giuste proporzioni. Il cemento di Le Corbusier ha retto bene a cinquant'anni di vita, ma chi può dire come siano stati costruiti tantissimi edifici più moderni che - per ora - stanno in piedi; ma per quanto tempo? Il giorno in cui crolleranno sapremo se dentro il cemento c'era tondino di ferro oppure rete da pollaio, oppure proprio niente. Nel recente terremoto in Abruzzo, si è visto come le norme anti-sismiche, teoricamente esistenti, tendono ad essere ignorate.

Persino il vide-ordure, meraviglia tecnologica degli anni '50, si è rivelato un disastro. Già negli anni '70, quando abitavo a Marsiglia, c'erano delle grosse difficoltà con questi sistemi per via del grande aumento nella quantità di rifiuti prodotti. A casa mia, il vide ordure funzionava, ma quelli della cité radieuse, più vecchi e con delle condotte troppo strette, erano ostruiti e inservibili. Mi è parso di capire che molti anni dopo i condotti sono stati ripristinati, utilizzando probabilmente delle tubazioni più capienti. Ma, anche se oggi funziona di nuovo, l'idea del vide-ordure rimane un concetto che fa a botte con i concetti moderni di differenziazione del rifiuto. Il grande dinosauro soffre di stitichezza.

Si possono salvare i dinosauri di cemento? Probabilmente no. Corrispondono a un concetto abitativo che ormai si sta facendo obsoleto: grandi concentrazioni urbane abitate da quelli che Le Corbusier chiamava gli hommes en serie, gli uomini in serie. Operai tutti uguali che tutte le mattine andavano a lavorare in fabbrica, tutti insieme, per poi tornare la sera nella loro unité d'habitation, sempre tutti insieme e tutti uguali. Un mondo che era ottimizzato per lo sfruttamento efficiente di risorse naturali che, allora, erano abbondanti. Ma già oggi questo modello comincia a diventare obsoleto.

Con il "rientro" demografico e previsto per i prossimi anni, e già in atto per l'Italia e molte società cosiddette "ricche", ci troveremo rapidamente in grave difficoltà a mantenere in efficienza i grandi dinosauri di cemento. E' probabile che ben presto decideremo di abbandonarne una gran parte che saranno lasciati a marcire; inabitati e inabitabili, finché non crolleranno.

In fondo, i nostri antenati sono vissuti in capanne e tende per almeno centomila anni e solo per un paio di secoli in edifici multipiano. Le casette - tanto aborrite da una certa scuola di architettura - sono meno efficienti in termini di riscaldamento, ma sono più resilienti, richiedono meno risorse e meno manutenzione, sono più facilmente riparabili e il giardino si può trasformare in un orto dove si possono coltivare ortaggi e patate. E non c'è bisogno del vide-ordure, così sei sicuro che non si intaserà mai!












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martedì, maggio 05, 2009

Il picco buono





created by Giorgio Nebbia


Professore emerito di Merceologia

- Università di Bari -
nebbia@quipo.it



Il “picco”, cioè il punto di massimo di una curva che descrive, in funzione del tempo, la quantità di una “cosa” --- di un minerale, di una merce, di una popolazione --- ha in generale un carattere negativo: indica l’esaurimento di una riserva di minerali o di materie prime, la diminuzione della produzione di una merce agricola o industriale, l’abbandono di un processo produttivo, l’esaurimento della fertilità del suolo, l’aumento della mortalità rispetto alla natalità, e fatti simili. Ci sono alcuni picchi “buoni”, quelli della produzione di una merce inquinante (il DDT, alcuni CFC, del piombo tetraetile, eccetera), ma il più buono di tutti è quello delle bombe atomiche che hanno raggiunto il picco di poco più di 69.000 unità nel 1986 per scendere a circa 31.000 unità nel 2000.

Anche la potenza distruttiva dei missili intercontinentali americani e sovietici/russi ha avuto un picco nei primi anni settanta, con un secondo picco minore intorno al 1990.

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lunedì, maggio 04, 2009

Il peggio è passato (o forse no)


Dow Jones Industrial Index, dati da Yahoo finance (cliccare per ingrandire)

La crisi è finita. L'avete sentito dire tutti da quelli che sanno. Il ministro Tremonti, per esempio ha dichiarato il 29 Aprile che "Il peggio è passato". Emma Marcegaglia, presidente di confindustria, è stata leggermente più cauta il 20 Aprile, dichiarando che "la crisi è quasi finita".

Se guardate il Dow Jones degli ultimi due mesi, in effetti, sembra che le cose vadano bene. E' stata una continua crescita; forse ora si sta appiattendo un po', ma continua a crescere. Insomma, questi catastrofisti veramente sono stati smentiti. Le solite cassandre. Il peggio è passato e la crisi è (quasi) finita.

Ovvero, forse no...... (Dati del Dow Jones dal 2005, sempre da Yahoo Finance)



Incidentalmente, questa differenza di percezione che deriva dall'esaminare i dati del Dow Jones a due mesi e quelli a cinque anni somiglia molto a quando i negazionisti cercano di convincerti che il riscaldamento globale non esiste più facendoti vedere soltanto i dati di qualche anno.

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domenica, maggio 03, 2009

Nutrirsi o riscaldarsi?




created by Andrea De Cesco


Il dato è ormai inequivocabile e al momento la tendenza è diventata irreversibile, già da diversi anni l'agricoltura nei paesi sviluppati ha perso quasi completamente d' importanza come attività produttiva, infatti la sua incidenza sul Pil si è ridotta a cifre molto basse, quasi insignificanti.

Lo sviluppo delle attività industriali e del terziario consentito dall'enorme disponibilità di energia da combustibili fossili, ha di fatto relegato il settore primario ad un ruolo marginale nell'ambito economico e sociale.I noltre l'introduzione della meccanizzazione agricola, la rincorsa all'abbattimento dei costi e il ribasso dei prezzi delle principali derrate agricole ha fatto si che il numero di occupati in agricoltura sia sceso a percentuali inferiori al 5 % della forza lavoro totale, con conseguente concentrazione degli operatori nelle zone più fertili ed adatte all'agricoltura moderna, cosa che ha comportato l'abbandono di ampie superfici agricole considerate marginali per il tipo di coltivazioni effettuate con le tecnologie di questi anni.

Di fatto l'agricoltura è scomparsa dall'immaginario collettivo, è un argomento che non suscita più l'interesse o di cui si discuta nei dibattiti televisivi o meno, tanto che per tutto quello che riguarda le scelte politiche da fare per il futuro della stessa tutto rimane confinato tra i pochi addetti ai lavori.

Il suo ruolo è considerato talmente insignificante da essere diventata, almeno in Italia, oggetto di un attenzione nostalgica da parte dell'opinione pubblica, la quale apprezza sempre trasmissioni televisive o manifestazioni varie che rinverdiscono il ricordo di un agricoltura dei tempi passati. L'unica eccezione a questo oblio del mondo agricolo, si ha quando casualmente l'opinione pubblica è chiamata a dibattere su temi particolari, come l'utilizzo di sementi o coltivazioni geneticamente modificate, oppure il ritorno ad un agricoltura meno legata alla chimica e più vicina a dei sistemi di produzione naturali.

In questo caso si assiste sempre e ad ogni latitudine, alla nascita di due parti contrapposte che possono essere grossolanamente identificate con: i cosiddetti “futuristi” favorevoli all'impiego di sostanze da sintesi chimica e/o ad organismi vegetali ed animali geneticamente modificati a prescindere, in quanto sostenitori di un progresso scientifico che porterà a sempre maggiori quantità e qualità delle produzioni, e persino alla sconfitta della fame nel mondo.

Ad essi normalmente si oppongono dei “passatisti” contrari a priori agli OGM e all'impiego massiccio dei prodotti chimici in agricoltura, che propongono un ritorno a tecniche e conoscenze del passato, e a un miglior equilibrio dell'attività agricola con l'ambiente, evitando fenomeni di sovrasfruttamento delle risorse e inquinamento.

Senza entrare nella contesa mi sento di affermare che ognuna delle due parti ha dalla propria ragioni e torti, ma a mio parere non sarà più questo il problema su cui in futuro dovremmo dibattere quando parleremo di agricoltura, ma di altri molto più seri e per questo probabilmente poco considerati.

A causa del cono d'ombra in cui è stata posizionata l'agricoltura, la maggior parte dei cittadini dei paesi ricchi dimenticano un particolare non proprio trascurabile, tutti gli alimenti di cui si nutrono, derivano dall'agricoltura, intesa in senso lato. Infatti nonostante i numerosi ed enormi progressi scientifici, economici e sociali della nostra civiltà avanzata, l'uomo non è riuscito in nessun modo ad emancipare la propria sopravvivenza dagli alimenti provenienti dalle pratiche agricole.


Molte persone ignorano completamente il percorso che un qualunque alimento disponibile sulla loro tavola ha fatto, direttamente o indirettamente, dando per scontato che la disponibilità dello stesso sia infinita e non legata a situazioni ambientali, climatiche, colturali e umane e di disponibilità energetica ben precise. Periodicamente la televisione ci presenta in prima serata delle trasmissioni in cui delle attempate signore si lamentano che nel bel mezzo dell'inverno, il prezzo delle zucchine è arrivato a valori intollerabili, quasi pari a quello della carne. La visione di una nonnina che si lamenta dei prezzi degli ortaggi freschi fa sempre crescere lo sdegno dello spettatore, nei confronti degli operatori dell'intera filiera agroalimentare, senza però fargli sorgere alcun dubbio riguardo al fatto che avere a disposizione delle zucchine nel pieno dell'inverno è una cosa completamente innaturale.

Oggi la percezione di quanto costi alimentarsi almeno dal punto di vista del bilancio energetico è completamente slegata dalla realtà. Tutti pensano di avere a disposizione tutto e che la scelta sia solo in funzione delle disponibilità economiche contingenti. La realtà, basta ragionarci un attimo sopra, è completamente diversa, le produzioni agricole hanno un costo energetico molto elevato, sia in termini di coltivazione vera e propria, sia in termini di logistica e spostamenti di prodotto o mezzi di produzione. Fatto fino ad oggi trascurato ma che diventa fondamentale in tempi di crisi energetiche e di tendenza all'esaurimento delle riserve di combustibili fossili.

Il fatto che la nutrizione dell'intera popolazione umana derivi dall'agricoltura, dovrebbe destare più di qualche campanello d'allarme anche ai “piani alti”, cosa che fino ad ora però non si avvertita. In particolare a fronte di una popolazione mondiale in continua ascesa, non si può dire lo stesso delle produzioni agricole mondiali, che dopo la rivoluzione verde del secondo dopoguerra, hanno raggiunto si un livello impensabile in precedenza, ma da ciò che si evince dagli ultimi dati FAO, non sembrano più in grado di fornire incrementi tali da pareggiare la crescita demografica mondiale.

Se a questo si aggiunge che l'esplosione delle attività manifatturiere nei paesi in via di sviluppo e non solo, ha sottratto superfici enormi all'agricoltura, trasformando spesso le zone più fertili e vocate in zone industriali, centri urbani, bacini idroelettrici e cosi via, si intuisce che il problema diventa sempre più stringente. Inoltre un aspetto spesso ignorato è quello della produzione dei fertilizzanti, la rivoluzione verde prima citata non sarebbe stata possibile senza l'introduzione di quantità massicce di fertilizzanti, in particolare azotati, che sono l'elemento indispensabile per raggiungere le attuali elevate produzioni per unità di superficie e senza i quali è impensabile pensare di mantenere e men che meno incrementare la quantità di derrate alimentari disponibili su scala mondiale.

La particolarità che nessuno considera, sta nel fatto che i fertilizzanti azotati derivano direttamente dai combustibili fossili in particolare dal metano. Nonostante l'aria atmosferica sia una fonte inesauribile di azoto, questo per essere “fissato” in forme assimilabili dai vegetali, richiede una notevole quantità di energia. Infatti tutti i concimi azotati derivano dall'ammoniaca che si forma a partire dall'azoto atmosferico mediante il processo Haber-Bosch, che mediante opportune condizioni di pressione e temperatura è in grado di far reagire azoto ed idrogeno secondo la formula N2 + 3H2 ----> 2NH3 , dove la fonte di idrogeno è sempre un combustibile fossile, generalmente il metano (CH4).

Uno scenario futuro che prevede la diminuzione dell'estrazione di petrolio su scala mondiale ed il conseguente incremento nei consumi di gas naturale, per le attività e le comodità umane, come il riscaldamento, la produzione di energia elettrica e l'autotrazione, se non accompagnata da un incremento della produzione mondiale di gas, significa automaticamente una diminuzione della disponibilità di fertilizzanti azotati.
Tale diminuzione comporterebbe un aumento del costo degli stessi, e una conseguente riduzione dell'impiego nelle produzioni vegetali, con diminuzione delle stesse sia nelle superfici coltivate (si eviterebbe di coltivare terreni poco fertili in cui la produzione è garantita esclusivamente dall'apporto di questi fertilizzanti), sia nelle rese unitarie per superficie.
Pertanto è molto probabile che in futuro l'umanità sarà costretta ad una scelta dicotomica, quella tra l'impiego dei combustibili fossili per la produzione di energia, calore o per la locomozione, o in alternativa per la produzione di fertilizzanti, vi sarà quindi una scelta “politica”, tra il nutrirsi ed il riscaldarsi.

Anche se per come è strutturata l'economia mondiale sarà molto più probabile che il mondo si dividerà ancora di più fra chi non è obbligato a scegliere, ed avrà a disposizione cibo e combustibile e chi non potrà nemmeno scegliere fra le due opzioni visto che non avrà a disposizione ne l'uno ne l'altro.


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venerdì, maggio 01, 2009

Ricordo di Montanelli


Una delle caratteristiche dei tempi poco entusiasmanti che stiamo vivendo è la mediocrità delle classi dirigenti e la scomparsa di figure guida nel campo politico ed intellettuale, capaci di guardare con lungimiranza al futuro della società e di precorrere nei giudizi i tempi. In un articolo precedente, avevo riproposto la figura e il pensiero innovativo di un grande politico di sinistra, Enrico Berlinguer. Ora, in occasione del centenario della sua nascita, avvenuta il 22 aprile 1909, voglio ricordare un altro grande italiano di cultura diametralmente opposta a quella di Berlinguer, quella liberale, capace come pochi di analizzare e stigmatizzare (purtroppo con scarso successo) i vizi di noi italiani. Si tratta di Indro Montanelli. Lo voglio fare rubando una citazione di un suo scritto che non conoscevo, da una lettera del Sig. Mauro Luglio al giornale Il Sole 24 Ore:

“La crisi è generale. Ne soffrono la Germania, l’Inghilterra, la Francia. Ne soffrono gli Stati Uniti. Ma mentre in questi paesi, da quando la crisi è cominciata, tutti ne hanno preso coscienza e vi si sono sentiti coinvolti, noi italiani abbiamo considerato la crisi come un problema altrui e abbiamo seguitato a vivere e a consumare come se la crisi non ci fosse. Diceva il grande Einaudi che la “scienza” economica non esiste: esiste solo il buon senso applicato all’economia. E il buon senso ci dice in questo caso due cose. Primo: che nel tunnel della crisi ci siamo cacciati perché da almeno un paio di decenni viviamo tutti al di sopra dei nostri mezzi. Secondo: che per venirne fuori bisogna fare esattamente il contrario, cioè lavorare di più e guadagnare e spendere di meno. Questa corsa pazza dietro il superfluo conduce non soltanto alla rovina, ma anche all’insoddisfazione perpetua”.
Queste parole di Montanelli di straordinaria attualità risalgono a ben 25 anni fa e ci fanno riflettere su come l’intelligenza non abbia colore politico.

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