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domenica, gennaio 24, 2010

Il picco degli alberghi

Il numero di presenze negli alberghi italian. La tendenza non è ancora chiarissima, ma sembrerebbe che ci sia stato un picco nel 2007 (immagine da "Hotel-Lab").

Col mestiere che faccio, mi capita abbastanza spesso di girellare per il mondo e di alberghi ne ho provati un po' di tutti i tipi. Gli alberghi sono un po' come gli esseri umani: buoni o cattivi, belli o brutti, grandi o piccoli; Ce n'è una varietà quasi infinita. Il peggiore è stato forse uno a Zurigo che avevo trovato su internet e che si è rivelato un albergo a ore nel mezzo del quartiere a luci rosse. Il migliore è stato forse uno a Helsinki, che aveva anche la sauna privata annessa alla camera!

Questo post mi è stato suggerito, in effetti, da un'esperienza non proprio piacevole che ho avuto a Torino. Albergo splendido, visto dal di fuori. Camera molto pretenziosa, quando ci entri. E poi invece ti accorgi che la doccia e vecchia e rugginosa. Non solo non viene acqua calda, ma ti casca in testa anche il "telefonino" della doccia perché la giunzione che lo regge è decrepita. Non è leggero e neanche morbido.

Già al tempo di Gallia Placidia e del suo mausoleo a Ravenna era ben noto agli antichi che non è l'aspetto esteriore che conta: è quello interiore. Gli alberghi ne sono un'illustrazione perfetta. Ormai ho verificato abbastanza bene che quanto più l'ingresso è illuminato e pretenzioso, tanto meno buono è il servizio. Mi spiego: non che io sia uno con la puzza sotto il naso; per carità. Per tanti anni, quando avevo dei contratti di ricerca con l'IVECO andavo a Torino abbastanza spesso. Stavo di solito in un albergo che aveva il problema di un mobilio che sembrava roba rimasta a un asta di beneficienza dopo che i Rom si erano comprati la roba migliore. A parte questo, però, era un posto tranquillo, costava poco e ci si stava proprio bene. Non è questione di quante stelle abbia un albergo: è questione di come è tenuto.

Credo che non ci siano regole precise su come trovare un albergo che sia decente e a un costo ragionevole. Una è di non fidarsi delle foto che si vedono su internet, ma questo credo che sia ovvio. Un'altra è - quando possibile - scegliere posti abbastanza piccoli, se possibile a gestione familiare. Questo vuol dire che quando hai un problema puoi parlare con la persona che l'ha creato e che - probabilmente - può risolverlo. Viceversa, se sei in un albergo grande e non ti funziona la doccia (e ti è anche cascato il telefonino sulla testa) ti trovi ad avere a che fare con una banda di ragazzi giovani che hanno l'aspetto più che altro di uligani appena arrivati per il match del Liverpool e cortesia paragonabile (questo è, appunto, quello che mi è successo a Torino). Non che sia colpa loro, poveracci, sono semplicemente stra-sfruttati con stipendi da fame da qualche disgraziato che crede di essere un super-manager perchè gestisce un albergo e - per ora - nessuno dei clienti si buttato dalla finestra dalla disperazione.

Ma la linea che separa fra un albergo buono e uno pessimo può essere molto sottile. Dopo l'esperienza con quel pessimo albergo di Torino, mi sono spostato in un altro, sempre a Torino. Era delle stesse dimensioni e numero di stelle; nemmeno tanto lontano dal primo. Ma era un abisso di differenza. Me ne sono accorto subito quando ho visto che alla reception, dietro il banco, c'erano due bambini a giocare. Forse figli della ragazza al lavoro, forse glie li aveva parcheggiati un cliente per mezz'ora; non lo so, ma comunque il risultato è tutta un'altra atmosfera. Appunto, un abisso di differenza.

Un altra cosa degli Hotel è la loro infinita proliferazione. Non so com'è da voi, ma a Firenze, in centro, ci sono ormai più hotel che appartamenti - o almeno questa è l'impressione che se ne ricava. Chiunque avesse una cantina, un appartamento, una soffitta o un vecchio garage, lo ha riadattato per farci un bed and breakfast. Ma continuano anche ad esistere gli alberghi grandi, rutilanti di luce e di moquettes. Secondo wikipedia, in Italia nel 2005 c'era una capacità ricettiva totale di oltre quattro milioni di posti letto (4.350.000 per l'esattezza). Per la sola Firenze, ho trovato qualche dato che risale al 2003 e che dice che a quell'epoca a Firenze c'erano circa 450.000 posti letto. Oggi devono essere più di mezzo milione. Ovvero, non è solo un'impressioone che ci sono più posti per i turisti di quanti abitanti abbia Firenze.

Quanto potrà durare? Difficile dire. Dai dati che riporto in cima a questo post, sembrerebbe possibile che abbiamo passato un picco del turismo in Italia nel 2007. La tendenza non è ancora ben definita, ma darei per probabile che il 2009, anno dopo la grande crisi economica del settembre del 2008, sia stato un anno orribile per gli albergatori. Quindi, il 2007 potrebbe essere stato veramente il picco storico.

Non sembra però che, per il momento, la cosa sia stata capita. In effetti, non si vedono inversioni di tendenza: mi sembra che stiano continuando a costruire e programmare nuovi alberghi (è un po' la stessa cosa del ponte sullo Stretto: non hanno capito ancora come stanno le cose). Prima o poi, comunque, dovranno cominciare a rendersi conto della situazione e cominciare a chiudere. Nel frattempo, è probabile che cominceranno a risparmiare sulla manutenzione e sugli stipendi dei dipendenti. In effetti, quello che mi è capitato a Torino potrebbe essere proprio questo: il primo sintomo del picco degli alberghi.

martedì, ottobre 20, 2009

E' come le onde che si portano via la spiaggia

di John Kinhart, da sorrycomics.blogspot.com


- Devo dire che sono sorpreso che non c'è stato ancora il crollo.

- Si, sto cominciando a pensare che hai ragione a dire che è un crollo lento invece che un crollo rapido.

- Si.

- Sai cosa credo che succederà?

- A luglio, il balzo del prezzo del petrolio ha causato il crollo economico di Ottobre.

- Allora la domanda di petrolio è crollata facendo diminuire i prezzi. L'economia si riprende un po', ma non completamente.

- Fra un po', il prezzo del petrolio salirà di nuovo, indebolendo ancora di più un'economia già debole.


- Di nuovo, la domanda cade, i prezzi diminuiscono, poi ripresa e poi ancora balzo in alto.

- Il ciclo si ripete, portandoci un po' più a fondo ogni volta.

- E' come le onde che si portano via la spiaggia.


- E questa è la seconda metà del picco di Hubbert

- Credo che ci sei arrivato.

- Questo fumo è veramente buono.

- Si.

domenica, ottobre 11, 2009

Il picco della supponenza




Qualcuno ha lasciato in questi giorni questo curioso commento a proposito del mio post sulla battaglia di Teutoburgo





Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Bimillenario della battaglia di Teutoburgo":

" A Fabio chiedo: quali e quante auto e telefonini ha?

A Bardi, da come scrive mi sembra il solito radical chic: non gli viene in mente che Teutoburgo, per cui sotto sotto parteggia, è l'inizio di almeno un millennio di "nulla"?
I Germani, meglio i tedeschi, hanno realizzato qualcosa, ANCHE ECCESSIVA, negli ultimi 300 anni. Per costruire le Autobahnen han dovuto aspettare 1950 anni....

Un po' come Arabi e musulmani: hanno inventato i numeri, poi ancora si stanno a chiedere: mo' che ci facciamo?

P.S.: son capitato qui per caso, quindi direi impossibile che torni; se uno, forse due interessati, volesse replicare, può scrivere a xxxxx@libero.it "


Ora, se ho capito bene il senso di questo commento, sembrerebbe che sostenga che se i Romani non fossero stati sconfitti a Teutoburgo avrebbero costruito le autobahn già nel terzo secolo a.d. Ma, a parte questo, è notevole la supponenza di questo signore che lascia un paio di insulti e poi se ne va dicendo che non tornerà più.

Mettiamo che uno entra in casa vostra mentre non ci siete: vi spacca un paio di vetri, vi fa pipì sul divano del salotto, poi vi lascia un bigliettino dicendo che l'arredamento gli fa schifo, che non tornerà mai più, ma che se volete contattarlo scrivetegli a questo indirizzo. Cosa pensereste?

Ci sarà mai un picco della supponenza? Speriamo di si.

martedì, settembre 22, 2009

Che cos'è la curva di Hubbert


Su "The Oil Drum", Alessandro Lavacchi e Ugo Bardi presentano un riassunto del lavoro che hanno pubblicato recentemente sulla rivista "Energies".

L'idea del lavoro è di cercare di spiegare in modo semplice il meccanismo che produce la curva di Hubbert. Molto spesso, infatti, la curva viene vista come qualcosa di arbitrario, una specie di atto di fede. In realtà, la curva si può riprodurre adattando il famoso modello "predatori/prede" sviluppato già negli anni 1920 da Lotka e Volterra.

Ne viene fuori un modello molto generale che spiega molte cose del nostro mondo. Gli esseri umani si comportano spesso come predatori nei riguardi delle risorse disponibili. Sono dei predatori non troppo intelligenti, perché tendono a sovrasfruttare le risorse; ovvero a usarle più rapidamente di quanto non si possano riformare. Il risultato che si ottiene modellizzando questo comportamento è proprio la curva di Hubbert.

Più informazioni su "The Oil Drum"

martedì, giugno 30, 2009

Alcatraz: il raduno di ASPO e TOD

Nate Hagens nella sua presentazione al "Peak Summit" di Alcatraz, Perugia: Con 114 diapositive è stato probabilmente il record mondiale di concentrazione nell'informazione

Si è concluso il "Peak Summit" alla "Libera Università di Alcatraz", tenuto il 27-28 Giugno del 2009. Più di cinquanta persone hanno partecipato; in maggioranza dall'Europa, ma anche dagli Stati Uniti e persino dall'Australia.

L'idea del meeting era di fare qualcosa di più informale e più amichevole delle tipiche conferenze ASPO. La cosa sembra aver funzionato. Abbiamo parlato di tutto e di più, sia in modo formale che informale. Di petrolio, di risorse minerali, di economia, di complessità, del crollo dell'Impero Romano e di come catturare le scimmie (l'ultima cosa, cortesia di Nate Hagens).

Quando possibile, metteremo on line le presentazioni. Per il momento ringrazio tutti i partecipanti e soprattutto Rembrandt Koppelaar con cui è stato un piacere lavorare insieme a organizzare questo incontro. Ringrazio anche Andrea Fanelli, senza il cui contributo non ci saremmo riusciti e anche tutti i partecipanti di ASPO-Italia: oltre a Fanelli e al sottoscritto c'erano Giovanni Marocchi, Antonio Zecca, Luca Chiari, Gianluca Ruggieri e Toufic El Asmar (se non mi sono dimenticato di nessuno). Ringrazio anche Cristiano Bottone che mi ha dato l'idea di fare il convegno ad Alcatraz, come pure Jacopo Fo e tutto lo staff del luogo per la loro accoglienza molto amichevole.-

Si dice di certe cose "esperienze indimenticabili"; direi che questo termine si può applicare al convegno di Alcatraz. Più di uno mi ha detto che dovremmo rifarlo di nuovo - vedremo.

giovedì, giugno 25, 2009

Nate Hagens a Firenze: il picco delle conferenze

Nate Hagens alla conferenza ASPO-6 a Cork, in Irlanda


Nate Hagens, uno dei fondatori e editori di "The Oil Drum" è venuto oggi (25 Giugno 2009) all'Università di Firenze, dove ha tenuto una conferenza sul tema "L'esaurimento delle risorse in un pianeta affollato"

Nate è un oratore avvincente, uno studioso di vaste vedute, una persona capace di un livello di approfondimento raro a trovarsi. Quelli che hanno sentito la sua conferenza ne sono stati affascinati.

Il problema? A sentirlo erano in tutto in 16 persone - un panorama abbastanza desolante dell'aula magna del polo scientifico di Sesto Fiorentino. Eppure, la conferenza era stata annunciata con tutti i mezzi informatici del caso, con buon anticipo.

Da notare che, qualche anno fa, avevo invitato Colin Campbell a parlare sempre nello stesso ateneo. Bene, la sala era strapiena con gente che lo ha sentito stando in piedi. A quel tempo, Colin Campbell non era più famoso di quanto non sia Nate Hagens oggi. Che cosa è cambiato da allora a oggi? Perchè non interessa più niente a nessuno del picco del petrolio, del problema delle risorse, della sovrappopolazione, dell'economia, eccetera?

Io credo che la spiegazione ce l'abbia data Dimitri Orlov già anni fa nel suo libro "re-inventare il collasso". Quello che succede oggi da noi è già successo in Unione Sovietica qualche decennio fa. Prima dell'inizio del collasso, c'è tempo e ci sono risorse per discuterne e cercare di capire che cosa ci aspetta. Quando il collasso è già iniziato, tutti sono ormai impegnati nella lotta per la sopravvivenza - non hanno più tempo per cercare di capire che cosa sta succedendo.

Una conferenza, come quella di Nate Hagens, che non aiuta nessuno a sopravvivere un altra settimana. Infatti, molta gente che mi aveva promesso di venire, si è scusata dicendo che aveva troppo da fare. Non è una scusa: è vero. Siamo ridotti tutti allo stremo è chi ha più il tempo di discutere a partire dai primi principi?

Credo che, anche questo, sia un sintomo evidente che il picco del petrolio è già arrivato.

martedì, giugno 02, 2009

Il Quinto Problema: il Picco del Capitale

I cinque elementi fondamentali del "modello del mondo" secondo lo studio noto in Italia come "I limiti dello sviluppo". Immagine di Magne Myrtveit.

Ho pubblicato ieri su "The Oil Drum" una riflessione sulla recente notizia sullo stato del sistema di posizionamento GPS (global positioning system): Secondo l'agenzia GAO, il sistema non è stato oggetto di sufficiente manutenzione negli ultimi anni e potrebbe degradarsi o, addirittura, collassare.

L'interpretazione che ne do è che siamo di fronte a un fenomeno atteso secondo gli scenari dei "Limiti dello Sviluppo". Dei cinque elementi che sono alla base del modello, uno è quello degli investimenti nelle infrastrutture. Il "capitale" si forma con l'uso delle risorse naturali ma anche si degrada spontaneamente. Via via che le risorse naturali diminuscono, vediamo il decadimento delle infrastrutture. Il caso del GPS è solo uno dei molti casi in cui l'economia di oggi non è in grado di tenere in piedi le infrastrutture costruite decenni fa.

Abbiamo quattro problemi ben noti: sovrappopolazione, esaurimento delle risorse, declino dell'agricoltura, inquinamento. Il quinto è meno noto, ma importante allo stesso modo: è il picco del capitale.

Ecco il link all'articolo completo.

venerdì, febbraio 06, 2009

Il messaggio travisato: ASPO come "I Limiti dello Sviluppo" e come l'IPCC


E' probabile che un grafico di questo genere sia incomprensibile per una frazione importante della popolazione.
(Predizioni per la produzione di gas e petrolio, da ASPO Newsletter, Dicembre 2008)


Tempo fa, Dennis Meadows, uno degli autori dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972, mi ha raccontato delle tante difficoltà che hanno avuto con il loro studio. Mi diceva che uno dei problemi è stato che hanno scoperto che la maggior parte della gente non è in grado di leggere i grafici cartesiani. Infatti, i detrattori dello studio hanno basato le loro critiche non sui grafici pubblicati nel libro, ma su dati numerici estratti da una delle tabelle. Se la gente fosse stata in grado di capire i grafici, si sarebbe resa conto immediatamente che le critiche erano infondate; invece la demolizione delle tesi del libro ha avuto successo.

Un grafico cartesiano è una forma di linguaggio. Non è un linguaggio difficile, ma comunque deve essere appreso - altrimenti uno si ritrova perduto come di fronte a una lingua straniera della quale non conosce una parola. Il linguaggio dei grafici si può imparare a scuola o nella pratica, ma la maggior parte della gente non lo conosce, nessuno glie lo ha spiegato. Fateci caso: sulla stampa i grafici cartesiani dove si vede una linea continua che connette i dati sono molto rari. Quasi sempre, troverete piuttosto dei "diagrammi a barre". Sembra che per la maggior parte dei lettori sia difficile capire che le barre sono connesse fra di loro da una tendenza storica. E' un po' come una patologia nota della corteccia cerebrale: certe persone sono in grado di vedere gli oggetti che si spostano da un punto all'altro, ma non sono in grado di vederli "in movimento".

Non ho trovato dati su quale frazione della popolazione sia affetta da questa forma di cecità ai grafici cartesiani. Ho il dubbio, però, che Dennis Meadows avesse perfettamente ragione e che questa frazione non sia per niente piccola. Questo lo sto vedendo con la questione del picco del petrolio che, dopo tutto, è comprensibile più che altro in termini di un grafico cartesiano. Negli ultimi tempi, con la caduta dei prezzi del petrolio, mi sono trovato in discussioni accese sulla questione con gente che mi sono accorto, con orrore, non aveva la minima idea di cosa si stesse parlando. Non so se avete avuto anche voi la stessa esperienza ma, per esempio, Mario Tozzi scriveva qualche tempo fa su "La Stampa": "si sta per raggiungere il cosid­detto picco del petrolio, cioè il mo­mento in cui costerà troppo." Anche lui, evidentemente, non ha capito niente del picco.

Molta gente non ha capito che il picco è un picco di produzione e lo ha inteso invece come correlato ai prezzi, più o meno come ha detto Tozzi. Dal fatto che i prezzi si sono abbassati, sono saltati alla conclusione che ASPO ha "sbagliato le previsioni". E' una cosa molto simile a quello che è successo con "I Limiti dello Sviluppo", dove alcuni numeri estratti da una singola tabella sono stati presi come prova che, anche qui, lo studio aveva "sbagliato le previsioni".

Gli autori dei "Limiti dello Sviluppo" hanno passato almeno vent'anni a cercare di spiegare che non avevano mai detto le cose che erano accusati di aver detto, senza riuscirci. Sfortunatamente, sembra che non sia un esempio isolato. Verso la fine del 2008, 2 settimane di neve e l'abbassamento dei prezzi del petrolio sono stati sufficienti per convincere moltissima gente che sia il concetto di "picco del petrolio" come di "riscaldamento globale causato dall'uomo" sono delle pure e semplici fesserie. Non è un buon sintomo della nostra capacità di reagire a questi problemi.


(ringrazio mia figlia Donata per avermi segnalato la patologia della corteccia cerebrale di cui parlo in questo articolo)

giovedì, gennaio 08, 2009

Il primo anno dopo il picco: previsioni per il 2009


Produzione mondiale di petrolio convenzionale secondo i dati di Rembrandt Koppelaar. Negli ultimi quattro anni, la produzione ha oscillato intorno a una media sostanzialmente costante. Le tendenze per il petrolio "non convenzionale" sono qualitativamente simili. E' molto probabile che il 2008 sia stato l'anno del "Peak Oil", il picco globale di produzione. Dal 2009, potrebbe cominciare il declino. Benvenuti nella nuova era!



L'anno scorso ero riuscito a fare delle buone predizioni per il 2008 prevedendo con molto anticipo sia il crollo del prezzo del petrolio sia il crash dei mercati finanziari. Quest'anno, ci riprovo ma, prima di parlare di previsioni, vediamo su che cosa si basano.

La visione ASPO del futuro del petrolio (e in generale di tutte le risorse) è basata sul concetto di EROEI (rapporto fra l'energia prodotta e l'energia investita nell'estrazione). Come è ovvio, si tende a sfruttare prima le risorse energetiche più facili da estrarre, ovvero quelle ad alto EROEI. Col tempo, la resa energetica diminuisce, cosa che costringe la società a impegnare risprse sempre maggiori per mantenere la produzione. A lungo andare questo causa il picco e il declino della produzione. Ancora prima del picco, l'effetto è un impoverimento generalizzato della società che si accentua con il diminuire dell'EROEI.

Il sistema economico reagisce alla diminuzione dell'EROEI con il meccanismo dei prezzi. Prezzi alti del petrolio enfatizzano la necessità di trovare nuove fonti energetiche; prezzi bassi (e la recessione annessa) enfatizzano la necessità di una contrazione generalizzata del sistema economico. I meccanismi del mercato finanziario (chiamateli pure "speculazione" se volete) causano oscillazioni spettacolari fra questi due estremi. Tuttavia, il fatto che in un momento particolare i prezzi del petrolio siano bassi o alti ha poco a che vedere con la realtà della disponibilità di risorse per la produzione che sono il risultato di scelte e investimenti fatti su scala decennale.

Ora, a che punto siamo all'inizio del 2009? Per quanto riguarda il petrolio, abbiamo ancora capacità produttive sufficienti a compensare il declino già iniziato di molte regioni importanti, come la Russia e il Messico. Perciò, nel 2009 non ci sarà un crollo della produzione. Tuttavia, è probabile un calo significativo: siamo in una fase in cui il sistema economico non è in grado di impegnare risorse sufficienti per forzare il mantenimento della produzione al livello degli anni passati.

La questione dei prezzi del petrolio è complessa e molto più difficile da prevedere. Nella situazione attuale, i produttori possono cercare di ridurre la produzione per fare aumentare i prezzi. In particolare, l'Arabia Saudita potrebbe riprendere temporaneamente il suo vecchio ruolo di "swing producer". Mancano però oggi le risorse finanziarie per far ripartire un'altra corsa agli aumenti che riporti il petrolio ai livelli di ben oltre i 100 dollari al barile che aveva raggiunto nel 2008.

Quello che possiamo dire è che il prezzo "giusto" del petrolio dovrebbe corrispondere approssimativamente al costo del "barile marginale"; ovvero a quello dei giacimenti più costosi in produzione. Secondo i dati dell'EIA nel 2006 questo barile marginale valeva circa 70 dollari. Oggi vale sicuramente di più per cui, per mantenere i profitti, i produttori non dovrebbero vendere a meno di circa 80 dollari al barile.

Tuttavia, le cose non sono così semplici, in primo luogo perché la produzione è destinata a diminuire e questo eliminerà dal mercato i giacimenti troppo costosi. In secondo luogo, i costi di produzione sono la somma dei costi di esplorazione e sviluppo e di quelli di "estrazione" ("lifting") veri e propri. Questi ultimi sono una piccola frazione del costo totale, dell'ordine dei 10-20 dollari al barile (sempre dati EIA). Per cui, chi ha un giacimento in produzione trova comunque conveniente produrre anche se sa che non sta recuperando i costi di investimento. Per costringere i produttori a chiudere i pozzi e dedicarsi all'allevamento delle capre bisognerebbe che i prezzi scendessero intorno ai 20 dollari al barile. Questo è anche possibile, ma è difficile che duri a lungo.

Quindi, l'abbassamento dei prezzi del petrolio che abbiamo visto ultimamente non è destinato ad avere effetti immediati sulla produzione. Dove l'effetto è importantissimo, invece, è nel distogliere risorse dagli investimenti in nuove esplorazioni e nuovi giacimenti, soprattutto in risorse "non convenzionali"; tipo le sabbie bituminose. L'effetto finale sarà il crollo irreversibile della produzione, ma lo vedremo solo fra qualche anno.

Per quanto riguarda le altre risorse fossili, gas naturale e carbone, la situazione è più complessa che nel caso di quella del petrolio e si presta meno bene a previsioni dettagliate. Per il gas naturale, nel 2009 ci potranno essere problemi regionali di approvvigionamento. Il caso della crisi Russo-Ukraina è superficialmente preoccupante ma, nonostante gli annunci bellicosi della Russia, l'Ukraina ha ereditato l'infrastruttura dei gasdotti dall'Unione Sovietica. La Russia non può interrompere le forniture di gas all'Ukraina senza bloccare gran parte delle proprie esportazioni.

Nel complesso le capacità produttive di gas naturale dalla Russia sono costanti o in leggero declino - molto difficilmente la Russia potrà incrementare la produzione nel prossimo futuro ma, al contrario, si prospetta una probabile riduduzione delle esportazioni. La fornitura per l'Europa pertanto dipenderà fortemente dal Nord-Africa, che dovrebbe ancora avere qualche capacità di incremento produttivo nei prossimi anni. Pertanto, per il 2009 non ci si aspetta carenza di gas naturale. in Europa. Il crollo finanziario, però, potrebbe bloccare la crescita dei sistemi di trasporto per liquefazione-rigassificazione e trasformare in un sogno irrealizzabile l'idea di un "OPEC del gas".

Il carbone rimane un mondo a parte, influenzato più dai problemi di trasporto che dalle capacità produttive. Molti dei produttori principali, la Cina, per esempio, non esportano e utilizzano il carbone soltanto per la produzione locale di energia elettrica. In Italia, è probabile che la crisi in atto nei trasporti marittimi metterà fine all'illusione di poter tornare al carbone come fonte di energia.

Per quanto riguarda l'uranio, la produzione mineraria è stata in leggero calo nel 2007; mancano ancora i dati per il 2008, ma sembra che la tendenza continui. La carenza di uranio minerale viene tuttora rimediata con uranio proveniente da testate nucleari smantellate. La produzione di energia elettrica nucleare mondiale è stata in calo per la prima volta nel 2007. Non ci sono ancora i dati per il 2008, ma può darsi che l'energia nucleare abbia piccato con un anno di anticipo rispetto al petrolio. I

L'abbassamento graduale dell'EROEI di produzione di tutte le fonti di energia minerali si riflette su tutta l'economia che sta per entrare in una fase di contrazione generalizzata. Questa contrazione ha effetto un po' su tutti i settori; non c'è bisogno di essere grandi predittori per capire che il 2009 si prospetta come un anno molto difficile. Per esempio, è difficile pensare che le rinnovabili (fotovoltaico e eolico) potranno mantenere i ritmi di crescita vertiginosi che hanno visto negli anni passati. Tuttavia, ci sono buone speranze di poter mantenere un certo livello crescita, perlomeno in quei paesi dove si è capito che la scommessa sulle rinnovabili è la sola speranza che abbiamo per il futuro. Un settore dove la situazione potrebbe già farsi drammatica nel 2009 è quello dell'agricoltura, dove ci stiamo trovando in difficoltà crescenti a mantenere la produzione a livelli tali da assicurare cibo per tutti. I problemi del 2009 potrebbero essere ben più gravi che semplicemente riempire i serbatoi delle automobili.

domenica, dicembre 14, 2008

Terrorismo e scarsità delle risorse


Dopo aver letto il post di Ugo Bardi sulla grande carestia d'Irlanda (www.theoildrum.com/) mi è venuto in mente un possibile collegamento: la scarsità di una risorsa vitale (cioè, dalla quale un certo gruppo sociale è sostanzialmente dipendente) potrebbe essere la causa profonda di fenomeni come rivolte, scontri civili, attacchi ai centri di potere, "terrorismo"?

L'Irish Republican Army (IRA) si costituisce formalmente nel secondo e terzo decennio del '900; tuttavia, Il Repubblicanesimo irlandese militante, come ideologia, ha una lunga storia, dagli United Irishmen (Irlandesi Uniti) del protestante Theobald Wolfe Tone, responsabili delle ribellioni del 1798 e del 1803 alla rivolta della Giovane Irlanda 1848, scoppiata in seguito alla Grande Carestia Irlandese, causata da un'epidemia di peste delle patate gestita in maniera equivoca dal governo britannico [ref. 1, ref. 2].

La parola terrorismo è a mio avviso fortemente abusata dai media; nell'immaginario collettivo si tratta di azioni e dimostrazioni esecrabili, ai danni dei centri di potere o anche della popolazione civile.
Qualunque azione violenta è condannabile; quello che stupisce è che ad ergersi a paladino che combatte il terrorismo sia la nazione che ha sganciato due bombe atomiche su due città, e ha falcidiato 18 milioni di nativi in nome dell'accaparramento di ingenti risorse minerali (sotto la confezione del mitico "far west").

Possiamo interpretare gli eventi da una miriade di punti di vista; resta il fatto che dietro ogni fenomeno di "terrorismo" c'è un folto gruppo sociale che non ha assolutamente niente da perdere (in pratica, si muore di fame e di malattie) e qualche leader che tira le fila, a volte anche in modo disonesto e per puro tornaconto, magari contrattando con l'opposizione [per l'età contemporanea, possiamo prendere come esempio-tipo la Rivoluzione Francese].
L'ordine costituito è per sua natura immobilistico e chi lo detiene non ha alcuna intenzione di calarsi nei panni di chi ha seri problemi di sopravvivenza. Da qui, basta un piccola variazione di stato (scintilla) per determinare grandi disordini (detonazione): dimostrazione-repressione, e parte la spirale caotica.
Il rischio è quello di ritornare alle condizioni di "stabilità" nel modo più primitivo che esiste: l'eliminazione veloce delle persone, sia in modo diretto (militare) che indiretto (fame e malattie).
L'Uomo perderebbe, in questo caso, la sua ultima possibilità di cambiare veramente l'approccio con la Storia.

PS Gli ultimi fatti in Grecia sembrano più assimilabili a quelli dell'Irlanda, ma voglio essere ottimista

lunedì, settembre 29, 2008

Un picco al giorno: il picco della pesca nel Mediterraneo


Il picco della pesca nel Mediterraneo è avvenuto nel 1995, circa. Dati da www.seaaroundus.org


Quest'anno, i resoconti dalle vacanze al mare suonano un po' come le cronache dal fronte. Siamo stati duramente messi alla prova da un nemico viscido e traditore: le meduse. Non si contano le bruciature da medusa e mi risulta che più d'uno sia finito all'ospedale per essersi trovato per caso nel mezzo di un branco.

Cosa sta succedendo? Come al solito più di una cosa; ma il nocciolo della faccenda è sempre quello: il sovrasfruttamento di un sistema qualsiasi - che sia petrolio o la pesca delle acciughe, porta alla famosa curva di Hubbert, al declino della produzione e a ogni sorta di disastri.

Il Mediterraneo è un classico caso di "overfishing", sovrapesca, come si vede dal grafico. Pescando troppo in fretta, i pesci non ce la fanno a riprodudursi e scendono in numero. I pescatori reagiscono cercando di pescare di più, con attrezzature sempre più sofisticate, il che fa peggio. I pesci diminuiscono sempre di più, e le meduse regnano sovrane. A questo si aggiunge il riscaldamento globale che fa ulteriori danni all'ecosistema.

Insomma, un altro disastro da sovrasfruttamento. A chi cerca un picco al giorno non mancano gli esempi.

mercoledì, agosto 13, 2008

Un picco al giorno: la produzione di energia negli Stati Uniti

Immagine: dati da varie sorgenti elaborati dall'autore


Tutti i picchisti conoscono il "picco del petrolio" degli Stati Uniti; quello del 1971 che Marion King Hubbert riuscì così bene a prevedere nel 1962.

Tuttavia, se il petrolio negli USA ha seguito una bella curva a campana, non è così per le altre risorse energetiche. Hubbert aveva provato a prevedere anche il picco per la produzione di gas, ma qui non ci era riuscito. La produzione di gas USA ha avuto un picco più o meno quando Hubbert aveva predetto, ma poi ha seguito un andamento irregolare, niente curva a campana.

Bene, è interessante notare che se si sommano insieme tutte le sorgenti di energia nazionali negli USA si ottiene una bella curva a campana che ha piccato verso la fine degli anni '90. E' il "picco totale" della produzione di energia negli Stati Uniti.

Si sa che il picco porta a grandi sconvolgimenti politici. L'Unione Sovietica è svanita dopo aver raggiunto il proprio picco di produzione petrolifera. Gli Stati Uniti non si sono dissolti nel 2000, ma non c'è dubbio che qualcosa è cambiato nella loro politica e nel loro atteggiamento nei riguardi del resto del mondo. Sono diventati molto più aggressivi, in un modo non troppo differente da come aveva fatto l'Unione Sovietica nei suoi ultimi anni, con l'attacco all'Afghanistan e i suoi missili puntati contro l'Europa.

Aggiungendo le fonti importate al diagramma, vedremo che gli USA non hanno ancora raggiunto il loro picco di consumo totale. Ma ci si stanno avvicinando pericolosamente. Vedremo gli USA fare la fine dell'USSR? Beh, diciamo che non è probabile, come minimo. L'America è una federazione ben più antica e solida di quanto non fosse l'URSS, che era un mosaico di stati che parlavano lingue diverse e che sono andati ognuno per conto proprio alla prima crisi. Però, anche per l'America si prospettano tempi duri.

martedì, agosto 12, 2008

Un picco al giorno: la storia d'Europa in tre curve di Hubbert

La produzione di carbone dei principali produttori Europei. Dati da BGR (Germania) the Coal Authority (GB), e Charbonnages de France (Fr).


L'Europa ha dominato il mondo per un paio di secoli, all'incirca dal '700 alla prima metà del '900. C'è chi ha detto che era perché gli Europei sono più intelligenti e meglio organizzati degli altri e, all'epoca, si diceva comunemente che erano una razza superiore - era il "fardello dell'uomo bianco" ("the white man's burden") come lo chiamava Kipling.

Può anche essere che gli europei fossero meglio organizzati di altri, ma le curve della produzione del carbone ci suggeriscono altrimenti. Il dominio Europeo del mondo va di pari passo con la curva di produzione del carbone. Sale con il carbone che sale, scende con il carbone che scende. Con il carbone si faceva l'acciaio, con l'acciaio si facevano le armi. Con il carbone si faceano anche treni e navi a vapore che trasportavano gli eserciti. E' con armi e con eserciti che si domina il mondo. Certo, gli europei hanno cominciato prima degli a sfruttare il carbone sul loro territorio. Americani e Cinesi sono arrivati molto dopo - ma oggi producono molto più carbone degli europei e sono loro a dominare il mondo.

Anche i singoli paesi hanno la loro parabola in dipendenza del carbone. La Francia è stato il primo paese Europeo a usare il carbone: Napoleone e le sue armate non sarebbero potute esistere senza il carbone. Ma la Francia non ha potuto reggere il passo con l'Inghilterra e la Germania, paesi che potevano produrre ben di più e che hanno dominato l'Europa durante l'era del carbone. Paesi che non avevano carbone (o quasi) come l'Italia, sono rimasti potenze di second'ordine.

Se vi ci volete divertire, in quelle tre curve ci leggete tutti gli eventi della storia moderna di Europa: la prima guerra mondiale e la seconda, il declino della Gran Bretagna, l'ascesa della Germania, il cambio di alleanza dell'Italia negli anni '30, quando l'inghilterra non poteva più esportare abbastanza carbone in Italia. Insomma, le ragioni storiche che hanno creato il mondo come è adesso.

Oggi, la produzione del carbone è alla fine ovunque in Europa. In Francia, non si produce più carbone dal 2005 - è veramente la fine di un'era che ci ha dato la rivoluzione francese, Napoleone, la Belle Epoque e la Tour Eiffel. In Inghilterra e in Germania se ne produce ancora - ma siamo agli sgoccioli. La legge di Hubbert non perdona.


lunedì, agosto 11, 2008

Un picco al giorno: Il picco delle foreste in Irlanda.

Un picco al giorno, leva l'abbondantismo di torno.

Siamo nel periodo estivo; molti lettori sono in ferie e comunque scollegati da Internet, incluso il nostro coordinatore, Franco Galvagno. Pertanto, non è il caso di impegnare il blog con post complessi e lunghi. Fino al prossimo week-end dopo ferragosto, mi limiterò a passarvi un picco al giorno, dai miei archivi, con brevi commenti. Molti di questi picchi non si riferiscono al solo petrolio; il fatto che ne esistano così tanti fa vedere come l'andamento "dinamico" dello sfruttamento delle risorse sia comune.


Il picco delle foreste in Irlanda. Dal libro di Eilleen McCracken "The Irish woods since Tudor times" (1972). Questi dati si riferiscono soltanto alla zona vicino a Dublino, ma è probabile che rappresentino il trend generale su tutta l'isola. All'inizio della dominazione inglese, nel '600, si riporta che l'Irlanda manteneva circa il 12% del territorio coperto da foreste spontanee. Per l'inizio dell'800, queste foreste erano completamente scomparse.

Secondo la mia interpretazione, la deforestazione dell'Irlanda ha scatenato una serie di fenomeni in cascata che vanno in questa sequenza:

  1. Lo spazio liberato dalle foreste ha consentito un aumento della produzione agricola.
  2. L'aumento della produzione agricola ha generato un'aumento della popolazione.
  3. L'aumento della popolazione ha generato il sovrasfruttamento del suolo con erosione dell'humus fertile.
  4. L'erosione ha generato una diminuzione delle rese agricole.
  5. La diminuzione delle rese ha generato la necessità di affidarsi a una monocultura ad alta resa, quella della patata.
  6. La dipendenza da una monocultura ha reso il sistema vulnerabile ai parassiti della moncultura stessa.
  7. La vulnerabilità del sistema ai parassiti si è manifestata con effetti devastanti sulla popolazione.
Risultato? L"An Gorta Mor", la grande fame, la grande carestia che, a partire dalla metà dell'800 ha dimezzato la popolazione Irlandese che è passata da un massimo storico di 8 milioni di persone a circa 4 milioni. A sua volta, anche la popolazione presenta un picco a campana che vedete qui nel seguito (immagine da Wikipedia)


domenica, agosto 10, 2008

Il picco della mafia?



Immagine dal ministero degli interni. La linea rossa mostra gli omicidi di tipo mafioso, quella nera tutti gli altri omicidi legati ad atti di criminalità.


Guardate che cosa si trova spigolando su internet. Il picco della Mafia, sembrerebbe, è stato nel 1991. Può essere che la Mafia sia diventata più gentile? O forse che anche la Mafia abbia avuto il suo picco di Hubbert? Perché no? In fondo, anche la Mafia è un'organizzazione economica e forse risente delle difficoltà economiche di tutto il paese.

venerdì, giugno 27, 2008

L'amaro sapore del postpicco: cala il traffico negli USA


La riduzione del traffico negli Stati Uniti in termini di miglia totali percorse. Un cambiamento epocale; niente del genere si era visto a partire dall'ultima grande crisi petrolifera degli anni settanta.
Grafico da US department of transportation


Comincia a colpire il post-picco. Ancora sono tendenze, ma sono chiare. Dall'America arriva la notizia che, per la prima volta negli ultimi 25 anni, il numero totale di miglia percorse dai veicoli stradali è sceso. E' un cambiamento veramente epocale per un paese che era stato, ed è tuttora, la civiltà dell'automobile.

Come vedete bene dalla figura, il cambiamento di tendenza è cominciato già da qualche anno, in coincidenza con gli aumenti dei prezzi del petrolio. Il mercato reagisce agli aumenti riducendo i consumi; un comportamento da manuale di economia. E questo con buona pace di quelli che dicevano che il consumo di carburante era "perfettamente anelastico" e che non saremmo mai arrivati a una riduzione dei consumi.

Di per se, la riduzione del numero di miglia percorse negli Stati Uniti non è una catastrofe, anzi, sotto molti aspetti e una cosa buona per l'aria, per la salute, e per tante altre cose. Il problema è che cosa succede se la tendenza si accentua rapidamente in un mondo in cui quasi tutti dipendono dall'automobile anche per le necessità più elementari. Ci sarà tempo di riconvertire la società a uno stile di vita che possa fare a meno dell'automobile? Forse; ma la cosa potrebbe essere molto difficile e comportare dei disagi tali che potremo realmente parlare di una catastrofe.

Molte volte mi hanno dato di catastrofista per aver detto che andavamo incontro a questo tipo di cose. Sembrerebbe che i catastrofisti dovrebbero essere contenti di vedere le loro predizioni avverarsi. Bene, vi dirò che, personalmente, non ne sono affatto contento. Sarò un catastrofista, ma le catastrofi non mi piacciono per niente.

In fondo, mi sembra di aver sempre sperato che queste nostre predizioni di sventura fossero per un futuro un po' più lontano di quanto ci sembrasse. Avevo sempre pensato che il messaggio sarebbe passato prima di arrivare al picco, che avremmo fatto qualcosa, che non saremmo arrivati a questo punto così completamente impreparati. E, invece, ci siamo arrivati; e che siamo impreparati non c'è nessun dubbio.

In un certo senso, chi - come noi di ASPO - aveva previsto quello che sta succedendo ne è più duramente colpito di chi, invece, non ci credeva o non ne sapeva niente. Per queste ultime categorie, c'è sempre il conforto di pensare che quello che vediamo sia solo un'oscillazione, una crisi di quelle periodiche; l'opera dei vari cattivi di turno: gli speculatori, Al Qaeda, gli Sceicchi, i Rom, o chi altro.

Invece, quello che vediamo non è un'oscillazione momentanea. E' il primo sintomo della china che ci apprestiamo a scendere. Da qui in poi, ne vedremo di cose. Un giorno, risaliremo grazie all'energia rinnovabile, ma non sarà tanto presto.


Nota aggiunta posteriormente: non sono riuscito (per ora) a trovare un grafico equivalente per l'Italia, comunque qui le cose vanno probabilmente anche peggio che negli Stati Uniti. Mi limito a fare copia e incolla di un comunicato del sindacato dei consumatori (ADOC) apparso il 13 Giugno (e poi danno a me del catastrofista!).

Confermata la stima preliminare dell’Istat sull’inflazione di maggio, salita dal 3,3% di aprile al 3,6%, trainata dal rincaro dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto e dei carburanti. Per l’Adoc grave la ripercussione sui consumi e sull’utilizzo dell’automobile. “I continui rialzi dell’inflazione hanno spinto un automobilista su dieci, circa 2 milioni di persone, a non utilizzare più l’auto – dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc – mentre 6 milioni, circa uno su cinque, la utilizzano solo una volta alla settimana. In totale, 8 milioni di automobilisti che hanno modificato radicalmente le loro abitudini. E prevediamo che entro fine anno circa la metà degli automobilisti italiani userà la macchina sporadicamente. E’ un dato da tenere in conto per modificare il regime assicurativo, favorendo la stipula di polizze sul reale utilizzo del mezzo. In questo modo si dimezzerebbero i costi dell’Rca”. La riduzione dell’utilizzo dell’automobile è confermato, per l’Adoc, dai cali del consumo di benzina e gasolio. “Il consumo di carburanti è diminuito del 28% rispetto ad un anno fa – continua Pileri – in un anno il costo del gasolio è aumentato del 38%, quello della benzina del 26,2%. L’incremento delle assicurazioni Rca è stato mediamente del 7%. La crisi economica delle famiglie si sta così acutizzando che sta prendendo piede un nuovo fenomeno: sempre più anziani pensionati, solo a Roma se ne stimano oltre 2mila, rovistano tra i banchi dei mercati dopo la loro chiusura, in cerca di frutta e verdura. Una fotografia di un grave disagio sociale”.


sabato, febbraio 23, 2008

Il picco dell'apocalisse



Darken the lamp, then, and bury the bowl,
Ye Faithfullest-hearted!

And, as your swift years hasten on to the goal
Whither worlds have departed,
Spend strength, sinew, soul, on your toil to atone

For past idleness and errors;
So best shall ye bear to encounter alone
The Event and its terrors.

Clarence Mangan, Dublino, 1844


Spegni la lampada, poi, e seppellisci la ciotola
Tu, che hai più fede nel cuore

E con i tuoi anni che volano verso la meta

Dove ogni parola se n'è andata

Usa la tua forza, tendini, anima sul tuo lavoro per fare ammenda

Dell'ozio e degli errori del passato
Così, incontrerai al meglio, da solo,

L'Evento e i suoi terrori.


(figura a destra: Bridget O' Donnel e le sue due figlie in Irlanda al tempo della grande carestia - da Wikipedia)


Con queste parole si esprimeva nel 1844 il poeta irlandese Clarence Mangan. Era un anno prima che la peste delle patate colpisse l'Irlanda. Non sappiamo esattamente come, ma in qualche modo Mangan aveva visto in anticipo quello che stava arrivando: la grande carestia che sarebbe esplosa l'anno dopo. Lui stesso morì di stenti all'ospedale di Dublino nel 1849. Insieme a lui, morirono di fame circa due milioni di irlandesi nell'arco di pochi anni. Altre due milioni emigrarono o perirono nei decenni successivi. Su una popolazione di otto milioni di persone, come era prima della carestia in Irlanda, era l'apocalisse sotto ogni punto di vista.

E' strano il fascino perverso che abbiamo nei riguardi di quello che chiamiamo "Apocalisse." Innumerevoli sono stati i profeti di sventura nel passato e, entro certi limiti, il poema di Mangan potrebbe essere applicato ai nostri tempi. Questo "Evento" che lui non specifica, tradotto come "il picco del petrolio" oppure "la catastrofe climatica". Certo, nessuno nemmeno fra i più sfegatati picchisti o ambientalisti userebbe pubblicamente termini come quelli che ha usato Mangan ma, sotto sotto, il fascino dell'apocalisse rimane. Il picco del petrolio, come il baco del millennio di qualche anno fa, si presta a questo tipo di interpretazioni apocalittiche.

L'atteggiamento apocalittico traspare nelle discussioni sui vari blog e forum. La sensazione che il picco petrolifero o climatico siano in qualche modo equivalenti alla seconda venuta descritta nel testo "L'Apocalisse". Qualche paleo-marxista si è impadronito del concetto del picco come il veicolo che porterà finalmente la classe operaia al potere. Qualche post-olocaustista ci vede il ritorno a un medioevo glorioso di dame e cavalieri. Gli orticulturalisti ci trovano un mondo di piccole e felici fattorie autosufficienti. Altri vedono il ritorno al trenino ciuf-ciuf di una volta. Sicuramente ci sarà, da qualche parte, qualche nazista che vede nel picco l'occasione di liberarsi delle razze inferiori e restaurare la supremazia degli Ariani. Il picco ricorda lo specchio di San Paolo, dove oggi vediamo "in aenigmate" ma un giorno vedremo "facie ad faciem"

Nel marasma, pochi si ricordano che il picco del petrolio è' semplicemente un punto in una curva che cambia gradualmente e che non fa sbalzi di nessun genere. Non c'è nessuna apocalisse nella curva di Hubbert. Il petrolio ha cominciato a esaurirsi con il primo pozzo scavato in Pennsylvania nell' 800 e oggi ci troviamo ad aver consumato circa la metà delle risorse estraibili. E' troppo facile borbottare profezie di sventura senza troppo specificare quando, come e cosa dovrebbe accadere, menzionando solo un "Evento" misterioso come fa Mangan. Così facendo, qualunque cosa accada, uno può sempre dire di avere avuto ragione.

Tuttavia, se l'apocalisse non è un evento inevitabile, è anche vero che i disastri esistono e ce ne sono continuamente. I disastri sono sempre la conseguenza di un errore fatto da qualcuno. La carestia irlandese dell'800 è stata la conseguenza di un errore: sovrappopolazione e dipendenza da una monocultura dovevano portare necessariamente a un disastro di qualche tipo. Probabilmente, Mangan aveva percepito questa situazione. Non sappiamo se fosse un esperto di agricoltura; probabilmente no, ma c'erano state altre carestie in Irlanda decenni prima e la "peste delle patate" che avrebbe colpito l'irlanda nel 1845 era già apparsa qualche anno prima negli Stati Uniti e in Inghilterra. Mangan ha semplicemente messo in forma poetica un concetto che derivava da una percezione perfettamente razionale.

Allora, se il picco del petrolio ci porterà a qualche bel disastro, come può anche succedere, non sarà l'apocalisse, e neanche colpa di Hubbert, ma soltanto la conseguenza della nostra imprevidenza.


McLean, Stuart. Event and Its Terrors : Ireland, Famine, Modernity.
Palo Alto, CA, USA: Stanford University Press, 2004. p 13.
http://site.ebrary.com/lib/firenze/Doc?id=10070389&ppg=25

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[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

lunedì, gennaio 28, 2008

Il picco del tonno Atlantico


Il grafico qui sopra (punti in giallo) mostra i dati relativi alla pesca delle principali 5 specie di tonno nell'Oceano Atlantico (Albacore, Big Eye, Bluefin, Yellowfin,Skipjack). I punti in verde mostrano invece la cattura da parte degli europei. I valori provengono dal database Figis della FAO.
Il picco, piuttosto evidente, è avvenuto nel 1994. Da allora la quantità di pesce pescato si è ridotta quasi alla metà.

Le curve colorate rappresentano due fit fatti con una curva logistica (per la precisione, si tratta della sua derivata). E' possibile vedere che la teoria di Hubbert si adatta abbastanza bene anche a delle risorse rinnovabili, quando il prelievo antropico eccede nettamente il tasso di rinnovo.

Secondo la FAO, cioè è dovuto "in parte alle misure di gestione dell'ICCAT". Ho così scoperto che esiste una Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico. Come si dice di solito, quando non si riesce a risolvere un problema, sin indice una riunione...

L'ICCAT non fissa delle quote di pesca annue, ma valuta con una periodicità quinquennale lo stock delle varie specie di tonni e definisce la resa massina sostenibile (Maximum Sustainable Yeld). Non sono entrato nei dettagli, ma sembra che tale resa venga definita con modelli matematici che tengono conto della dinamica della popolazione dei tonni (vedi qui a pag. 449-450).

Ora, non essendo un esperto di pesca, mi limito a fare due domande da "lettore operaio" (come avrebbe detto Brecht):

  • come si spiega il fatto che nel 2003 la valutazione della MSY per il tonno Yellowfin era di 154000-161000 tonnellate (link precedente, p.450) , mentre nel 2007 essa è scesa a 148000 tonnellate?


  • come si spiega che la pesca del tonno Yellowfin sia in costante decrescita negli ultimi anni e si sia assestata nel 2006 intorno a 100000 tonnellate? Per quale motivo l'industria della pesca è rimasta sotto alla resa massima sostenibile, tra l'altro in un periodo in cui i prezzi del tonno stanno andando alle stelle? (Eurofish market report del luglio 2007).


A volere essere maligni viene da pensare che le quote dell'ICCAT siano definite più in funzione dell'industria della pesca che della effettiva popolazione dei tonni.

Inoltre, per favore, sarebbe possibile smetterla di riferirsi ai tonni con l'appellativo poco gentile di "tonnellate" e riferirsi ad essi come esseri viventi?


Vedi anche: Il picco della pesca planetaria, La catastrofe del merluzzo nel nord Atlantico.




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lunedì, gennaio 07, 2008

Il picco parla arabo


Anche nei paesi arabi, cominciano ad accorgersi del picco. Eccolo preso da http://www.oilpeakinarabic.org/un sito tenuto in Egitto da Hatem Elsayed Hany Elrefaai.


Lo trovate a:


http://www.oilpeakinarabic.org/