mercoledì, ottobre 31, 2007
Tanto di cappello!

In un articolo su "Science" del 1998, Colin Campbell e Jean Laherrere portavano all'attenzione del mondo scientifico la questione del picco globale del petrolio. Nel loro articolo avevano ripreso e aggiornato il lavoro fatto qualche decennio prima da Marion King Hubbert e che era sparito dalla memoria collettiva con l'ondata di ottimismo degli anni '90. C'era voluto molto lavoro e molto coraggio per pubblicare quell'articolo che, fra le altre cose, arrivava proprio nel momento in cui i prezzi del petrolio erano in discesa da qualche anno. Poco dopo, nel Marzo 1999, l' "Economist" avrebbe sparato la fesseria del secolo prevedendo che il petrolio a 10 dollari al barile poteva essere "dietro l'angolo".
Vedete nella figura la predizione di Campbell e Laherrere. Il picco globale era dato, all'incirca, per il 2004. Non è stata una predizione perfetta, come le predizioni non possono mai essere; in particolare Campbell e Laherrere non avevano previsto la ripresa della produzione dei paesi dell'ex-Unione Sovietica che ha spostato il picco di un paio di anni in avanti. Comunque, tanto di cappello ai predittori: secondo gli ultimi dati, il picco globale è stato nel 2006. Vorrebbero farle tutti delle predizioni così!
Trovate qui l'articolo originale su Science. Su www.aspoitalia.net, trovate alcuni degli articoli originali di Hubbert tradotti in Italiano da Dante Lucco, Giovanni Pancani e Claudio Della Volpe
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Etichette: picco del petrolio
martedì, ottobre 30, 2007
L’agricoltura intensiva ed il picco del petrolio.
L’agricoltura intensiva ed il picco del petrolio.
Di Giovanni Pancani
altamareagio@yahoo.it

Uno dei più gravi, ed apparentemente irrisolti, problemi per chi si trova di fronte alle questioni relative al picco del petrolio è sicuramente quello del mantenimento di una produzione agricola che sia sufficientemente estesa e produttiva da consentire il sostentamento del maggior numero possibile di persone.
Fino ad oggi questo è avvenuto essenzialmente grazie ad un uso massiccio di fertilizzanti, diserbanti ed antiparassitari, che sono in più o meno diretta dipendenza da processi industriali che vedono come elementi primi il metano ed il petrolio, mentre la cosiddetta agricoltura biologica è apparentemente ancora incapace di creare un volume di produzione paragonabile a quello dell’industria tradizionale.
Il problema è stato posto anche dall’UE, sebbene in termini diversi: il rapporto Millennium Ecosystem Assestment 2005” ha infatti denunciato il fatto che l’agricoltura intensiva rappresenta “la più grave minaccia per la biodiversità e l’ecosistema rispetto a qualunque altra attività umana”.
Attualmente l’80% dei suoli coltivati è occupata da cereali, legumi, e semi oleosi: questi danno naturalmente anche come sottoprodotto un’ingente quantità di mangime per animali d’allevamento. Di questo 80% di suoli coltivati, la metà è impiegato nella coltivazione di soli tre cereali: frumento (17,8%), riso (12,5%), e mais (12,2%). Seguono in ordine decrescente di importanza soia, orzo, sorgo, cotone, fagioli, miglio e colza.
La “rivoluzione verde”, combinata ad un uso sempre più intenso di fertilizzanti, ha creato colture cerealicole estremamente produttive, arrivando a superare il raddoppio di produzione rispetto a colture biologiche. La coltivazione di piante annuali richiede però un alto dispendio energetico: devono essere riseminate dopo ogni trebbiatura e necessitano di cure costanti: inoltre la scarsa profondità delle radici e l’uso di diserbanti creano erosione del suolo, impoverimento e inquinamento delle acque.
E’ però dagli anni ’70 che esiste il tentativo di rendere l’agricoltura assai meno dipendente dalle fonti fossili: Wes Jackson, un genetista vegetale, cominciò a ipotizzare allora la possibilità di incrociare le principali colture annuali con i parenti perenni più prossimi. Questo processo, possibile attraverso le biotecnologie vegetali, dovrebbe permettere di selezionare i tratti delle specie selvatiche ritenuti più interessanti e adattarli alle coltivazioni di cereali su larga scala: questo permetterebbe di avere piante più resistenti alle malattie, minore necessità di macchinari agricoli e di fertilizzanti, quindi un minore dispendio energetico. Anche più importante è il fatto che le piante perenni sembrano essere molto più adatte allo sfruttamento di terreni marginali, che si impoverirebbero in poco tempo con la coltivazione intensiva.
Attualmente ci sono vari progetti che cercano di rendere il potenziale genetico di molte coltivazioni cerealicole comuni il più vicino possibile a certe caratteristiche delle piante perenni; lo stesso Wes Jackson ha fondato il Land Institute, un’associazione senza fine di lucro che si propone di promuovere un’agricoltura sostenibile. Ci sono essenzialmente due tecniche, potenzialmente complementari, per ottenere lo sviluppo delle colture perenni: la domesticazione diretta delle piante selvatiche e l’ibridazione di piante annuali comuni con i loro parenti selvatici.
La domesticazione è il metodo più diretto e consiste nella selezione degli individui sulla base di determinate caratteristiche quali semi di grande formato, resa abbondante, facile separabilità del seme dalla pianta ecc. Si tratta di accentuare o meno dei caratteri grazie ad incroci mirati, ripercorrendo quindi il percorso già compiuto da moltissimi popoli nello sfruttamento delle piante, rendendo il più breve possibile tale percorso e stabili i risultati.
I progetti attualmente in corso coinvolgono il girasole di Maximilian (Helianthus maximiliani), il Desmanthus illinoensis, e l’erba della pampa (Thinopyrum Intermedium), un parente perenne del frumento; quest’ultimo progetto sembra essere quello in fase più avanzata. L’ibridazione consiste invece nel mescolare le caratteristiche di due specie diverse di piante, una perenne ed una già domesticata, attraverso un accoppiamento forzato: naturalmente le piante domesticate hanno già raggiunto risultati soddisfacenti, ma l’incrocio può produrre nuove piante con caratteristiche particolarmente soddisfacenti, ad esempio piante aventi la sola nuova particolarità di essere perenni. L’ibridazione può essere di due tipi diversi: tra specie (ibridazione interspecifica) e tra generi (ibridazione intergenerica).
Il Land Institute attualmente lavora sia alla domesticazione diretta che all’ibridazione e sono allo studio circa 1500 ibridi con migliaia di derivati; l’intero processo è molto complesso, sia per la quantità di incroci da compiere che per i potenziali problemi di infertilità parziale o totale dovuta alle incompatibilità genetiche delle piante madri. Questi problemi come altri (ad esempio il diverso numero di cromosomi presenti nel DNA delle piante madri blocca la meiosi e quindi lo sviluppo di piante) vengono superati con l’uso di varie tecniche come il backcrossing e l’uso di sostanze come la colchicina. Le varie tecniche utilizzate per produrre piante perenni non sono però tali da compromettere l’uso dei cereali nell’agricoltura biologica: non si tratta infatti di piante geneticamente modificate, ma di piante che hanno subito un processo accelerato di sviluppo e selezione genetica.
La perennialità dei cereali è però un risultato complesso e per ora non è stato individuato nessun tratto specifico per il miglioramento di piante perenni: è stato però individuato dalla Washington State University un cromosoma, il 4E, in Th. Elongatum, che è necessario alla ricrescita della pianta dopo un ciclo di riproduzione sessuata. La complessità stessa del tipo di operazione necessaria alla creazione di ibridi perenni esclude per il momento l’utilità di modifiche transgeniche, ovvero l’inserimento di DNA estraneo nel patrimonio genetico della pianta; nel futuro saranno forse utili inserimenti mirati di singoli tratti, ad esempio relativi alla codifica di proteine come il glutine, qualora la miglior versione domesticata disponibile di erba della pampa si dimostrasse incapace di produrlo.
La strada per la creazione di cereali perenni è ancora lunga: i ricercatori del Land Institute calcolano un tempo variabile tra i 25 ed i 50 anni per un inserimento produttivo su larga scala dei cereali perenni. Questo orizzonte di tempo è evidentemente molto più ampio di quello prospettatoci da un’emergenza immediata come quella del picco del petrolio; nondimeno, lo sviluppo di colture perenni per l’alimentazione umana può essere la via migliore per un’agricoltura realmente sostenibile di massa.
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Utopia di un sognatore naif

Non ho badato più di tanto alla ricerca della risposta o delle risposte, però mi sono detto "chi ha una bicicletta dovrebbe conservarla; chi ne ha più di una non la deve ne cedere ne vendere". Tra non molti anni (o forse molto meno?) questo mezzo così primitivo sarà oppure diventerà un prodotto molto ricercato.
Continuando a ragionare, mi sono tornati in mente tutte le soluzioni e le tecnologie proposte in questi ultimi anni. Mi sono reso conto che da queste una soluzione è fattibile anche da subito a condizione che nessuna venga considerata "La Soluzione" ma che vengano tutte integrate in un unico progetto. Queste soluzioni potrebbero rendere la vita di Firenze, più semplice, pulita, quasi senza rumori molesti, senza smog ed inquinamento (senza quindi blocchi del traffico e domeniche ecologiche). Firenze potrebbe diventare la vera Città dove quotidianità, turismo, arte e MODERNITA' (parola molto cara agli amministratori progressisti) possono convivere insieme.
Ho pensato all'integrazione di queste tecnologie/soluzioni:
- Biciclette convenzionali ed elettriche (l'investimento dell'Amministrazione si concentrerebbe sullo sviluppo di una vera rete di piste ciclabili rispetto a quella quasi non esistente in Città)
- Motorini elettrici
- Macchine elettriche (mono, biposti, quadriposti)
- Bus elettrici (come quello messo a disposizione di ASPO-5 a San Rossore)
In questi ultimi tre casi l'investimento sta nel diffondere le pensiline fotovoltaiche, e comunque i caricatori alimentati con pannelli fotovoltaici)
- Palazzi coperti dai tradizionali pannelli solari termici
- O in alternativa (e prima o poi saranno convenienti) i palazzi condominiali, gli ospedali, gli edifici pubblici, coperti di collettori parabolici solari (o con nuove tecnologie di solar cooling) per raffreddare d'estate e riscaldare d'inverno.
- Consentire la diffusione del retrofit delle auto come quella di Pietro Cambi (quanto si riparmierebbe in termini economici ed ambientali sulla non rottamazione, ecc... ecc...)
- e cosi via ....
Dato che questi pensieri mi venivano durante l'ora di punta, quando mamme, babbi, nonni accompagnavano i loro figli(e) a scuola e poi se ne tornavano a casa o al lavoro, congestionando e rimanendo congestionati dal traffico cittadino, mi sono chiesto perché la maggior parte degli studenti non vanno a scuola usando un servizio di autobus? Anzi quanto costerebbe all'amministrazione comunale, provincile e/o regionale acquistare un numero di pullman elettrici pari o un meno del numero delle scuole di Firenze e bloccare o impedire del tutto ai genitori di muoversi con le loro auto? quanto risparmierebbero questi genitori di benzina, stress, e investirebbero nella salute loro e dei loro piccoli (e di quella degli altri) ...
Insomma la mia riflessione base era: se l'amministratore è un politico e di norma capisce ben poco di tecnologie oppure è poco informato (tutti eufemismi) ma a tutti questi ingegneri, architetti, geometri, ecc.... che hanno progettato o progettano soluzioni per il trasporto cittadino .... cosa hanno insegnato durante il periodo universitario???
Comunque poi mi sono ripreso dai miei pensieri e mi sono reso conto: E' soltanto un utopia....
La nostra piccola battaglia quotidiana
Non basta, purtroppo, fare la buona azione quotidiana: a volte, nolenti o volenti ci sono battaglie da combattere.Una battaglia MOLTO importante è quella per l'installazione degli impianti fotovoltaici sul tetto condominiale nel caso ( altamente probabile) di non avere la maggioranza dei condomini favorevoli all'iniziativa.
Premesso che sarebbe importante che se ne occupassero direttamente le associazioni di consumatori o, meglio ancora, il legislatore con un'articolo di legge apposito, mi sembra importante ricordare qui un paio di riferimenti di legge e di esempi passati in giudicato ( si riferiscono a pannelli solari termici, essendo vecchi di quasi vent'anni ma il principio giuridico applicato è ovviamente lo stesso).
Alla prossima riunione condominiale fate la voce grossa.
Installare il fotovoltaico sul tetto E' UN VOSTRO DIRITTO e, servendo da esempio, è nell'interesse ANCHE dei vostri vicini, non importa se ancora non l'hanno capito.
Buona lettura!!
Giurisprudenza sull’installazione dei pannelli solari sulla cosa comune
La giurisprudenza sostiene che per l’installazione di pannelli solari sul tetto comune non occorre l’autorizzazione dell’assemblea. “L’installazione da parte di un condomino di pannelli solari su parte comune dell’edificio condominiale (nella specie sul lastrico di copertura del vano scale), che non alteri la cosa comune e non impedisca agli altri comproprietari di farne parimenti uso secondo il loro diritto, non costituisce innovazione, né a norma dell’articolo 1120 c. c., né a norma del successivo art. 1121, ma legittimo uso della cosa comune”. Così ha stabilito la sentenza del tribunale civile di Salerno 16 marzo 1982 (in Arch. Loc e cond 1982, 269).
Il principio è stato poi ribadito dalla Corte d’Appello di Salerno (13 maggio 1983): è possibile installare pannelli solari sul tetto o sul lastrico solare comune di un edificio, se le loro dimensioni non sono ingombranti rispetto alla copertura dell’edificio e quindi non alterano il rapporto di equilibrio tra le facoltà di utilizzazione attuali e potenziali degli altri condomini. Anche in caso di dimensioni normali, però, si tratta di verificare se i pannelli possono alterare il decoro architettonico dell’edificio.
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La decisione di un singolo condomino di installare sul tetto dei pannelli solari potrebbe essere contestata da parte degli altri condomini?
[risponde l’avvocato Claudio Linzola]
L’installazione di pannelli solari ingombranti sulla copertura di un edificio condominiale, da parte del singolo condomino, riduce la possibilità di utilizzo della cosa comune, alterandone la possibilità di uso da parte degli altri condomini, oltre ad alterarne l’estetica.
Ne consegue che tale installazione può essere contestata, ma soltanto nel caso in cui venga modificata la sostanza dell’edificio, arrecando pregiudizio allo stesso o mutandone la destinazione.
Nell’ipotesi in cui i pannelli solari di proprietà di in singolo condomino rechino danni a terzi, la responsabilità, sia in ordine alla mancata eliminazione delle cause del danno, sia al risarcimento, è a carico esclusivamente del proprietario del pannello solare, non anche degli altri condomini.
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L'installazione da parte di un condomino di pannelli solari su parte comune dell'edificio condominiale (nella specie, sul lastrico di copertura del vano scale), che non alteri la cosa comune e non impedisca agli altri comproprietari di farne parimenti uso secondo il loro diritto, non costituisce innovazione, né a norma dell'art. 1120 cod. civ., né a norma del successivo art. 1121, ma legittimo uso della cosa comune.
* Trib. civ. Salerno, sez. II, 16 marzo 1982, D'Aniello c. Condominio di via A. Capone 9, Salerno, in Arch. loc. e cond. 1982, 269.
Art. 1102(Uso della cosa comune)
Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa. Il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso.
lunedì, ottobre 29, 2007
Il picco è stato nel 1999 in Italia
Dati da http://www.swivel.com/data_sets/show/1003357, per il 2006 da http://www.eia.doe.gov/emeu/cabs/Italy/Oil.htmlTutti si preoccupano del picco globale del petrolio ma, se guardiamo la situazione Italiana, il picco è stato nel 1999. Dopo la grande abbuffata di petrolio degli anni 1960 e 1970, il consumo era calato per poi ripartire verso la fine degli anni 1980, in corrispondenza con le riduzioni dei prezzi del petrolio di quegli anni.
Dal 1999, i consumi hanno ricominciato a calare, iniziando una discesa in picchiata negli ultimi tre-quattro anni, in corrispondenza degli aumenti di prezzo recenti. Questo dovrebbe bastare a contentare quelli che si domandano "ma come mai i prezzi sono così alti e non succede niente?" Ne succedono di cose, eccome!
Aggiungo qualche nota che tiene conto dei vari commenti ricevuti. In primo luogo, ovviamente c'è stato più di un picco nel consumo Italiano. Nel dire che "il picco è stato nel 1999" intendevo riferirmi all'ultimo, quello che ha preceduto l'attuale fase di discesa.
Più che altro, tuttavia, la curva mostrata li' sopra fa vedere come il consumo di Petrolio in Italia sia fortemente sensibile ai prezzi. La discesa che vedete dal 1980 al 1985 corrisponde alla fase in cui i prezzi erano saliti a oltre 100 dollari al barile in moneta attuale, al tempo della seconda crisi del petrolio. Verso il 1985, i prezzi però si erano abbassati intorno ai 20-30 dollari al barile (sempre moneta attuale) e il consumo in Italia ha ricominciato a tirare, salvo poi ripiombare verso il basso con la fase di aumenti degli ultimi anni. E' non è ancora finita!
Ecco qui i dati del consumo italiano, plottati insieme con l'andamento dei prezzi. Quando i prezzi salgono; il consumo diminuisce. Per la prima crisi del petrolio c'è stato uno sfasamento nel tempo; il consumo ha continuato ad aumentare per un po' anche con i prezzi molto alti. Ora, sembrerebbe che lo shock sia stato iù graduale e che i consumi stiano già risentendo dei prezzi. Comunque, qualcuno aveva detto che il petrolio era un esempio perfetto di prezzi anelastici......??
(Prezzi da www.bp.com)...
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domenica, ottobre 28, 2007
La Eolo: un caso di marketing virale?

L'altro giorno mi è capitato di essere ospite della trasmissione radiofonica "Caterpillar" per il "premio Eolo" . E' un programma dove si passa un'ora e mezzo a parlare di invenzioni strampalate con l'idea di premiare la migliore. Come intrattenimento, sicuramente funziona bene; ma quello di cui volevo parlarvi oggi è il titolo della trasmissione; il "Premio Eolo", appunto.
Se ci pensate bene, è curioso che il grande pubblico di una trasmissione radiofonica riesca a riconoscere subito che il termine "Eolo" si riferisce a un prototipo di vettura ad aria compressa e non, per esempio, al nanetto di Walt Disney. Non solo, ma è curioso che il fatto di chiamare la competizione "premio Eolo" implica che si parli di invenzioni geniali, almeno in principio. E' curioso perché la Eolo esiste quasi esclusivamente come una serie di siti internet in cui se ne decantano le virtù; pochissimi ne hanno veramente visto un prototipo. A me, incidentalmente, è capitato di diventare quasi famoso per aver criticato la Eolo ed è per questo che ero a Caterpillar l'altro giorno. Non sai mai per quale ragione raggiungerai la fama e l'immortalità......
Allora, come è possibile che la Eolo, oggetto di per se non particolarmente rivoluzionario e del quale non è nemmeno certo il funzionamento in pratica, si sia guadagnata tutta questa fama di invenzione del secolo? Credo che la risposta si trovi nella tecnica di "marketing virale"
Il marketing virale va molto di moda negli ultimi tempi, anche se non è certamente una cosa nuova. Secondo Wikipedia,
Il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere il messaggio ad un numero esponenziale di utenti finali. È un'evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un'intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna.
Ovvero, il marketing virale sfrutta scientemente quei fenomeni di propagazione di leggende e storie che è tipica di internet ma che già esisteva al tempo delle lettere (cartacee) di Sant'Antonio. Lo possiamo chiamare anche "marketing (o comunicazione) non lineare" nel senso che nel marketing classico si vende più o meno in proporzione (ovvero linearmente) a quanto si spende di pubblicità. Nel marketing virale, una piccola pressione al punto giusto può scatenare una reazione a catena (non lineare) che moltiplica enormemente il risultato. Se vogliamo usare una similitudine militare, il marketing classico corrisponde al bombardamento a tappeto, quello virale alla guerra di guerriglia dove i guerriglieri si muovono come "pesci nell'acqua".Nella pratica, il marketing virale, sebbene di moda, non è per niente comune nel commercio (Paolo Attivissimo ha trovato solo qualche raro caso). Lo è molto di più in politica dove, tuttavia, in fondo si fa la stessa cosa che nel commercio, ovvero si vende un candidato o un'idea. Se vogliamo farci un'idea di come funziona, possiamo vederlo all'opera proprio adesso con i messaggi che accusano uno dei candidati democratici alla nomination per le prossime presidenziali, Barak Obama, di essere musulmano. Questi messaggi girano su internet e si propagano secondo il classico meccanismo delle leggende. Chi ha messo in giro queste false storie? E' impossibile dirlo con certezza; però possiamo perlomeno sospettare che gli avversari politici di Obama abbiano qualcosa a che vedere con la faccenda.
Ci sono molti altri esempi di leggende politiche che, molto probabilmente, sono nate da qualcuno che le ha messe in giro con l'obbiettivo specifico di screditare qualcosa o qualcuno e che ha usato tecniche di comunicazione non lineari, o virali. C'è perlomeno un caso in cui possiamo risalire con certezza all'autore: quello della campagna di bugie che ha demolito il lavoro degli autori dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972. In questo caso, possiamo trovare l'origine della campagna denigratoria in un articolo che Ronald Bailey ha scritto su un numero di Forbes del 1986. In quell'articolo, Bailey aveva accusato gli autori dei "Limiti" di aver clamorosamente sbagliato i loro calcoli avendo previsto l'esaurimento di alcune materie prime già prima di quell'anno. Era tutto falso, ma l'accusa si è propagata esponenzialmente al punto che ancora oggi si trovano centinaia di siti che riportano parola per parola le frasi dell'articolo di Bailey. Da questo articolo, è nata l'idea - oggi diffusissima - che gli autori dei "Limiti" "avevano sbagliato tutto".
Da questi e altri esempi, possiamo capire che, per diffondersi, un messaggio virale deve, tipicamente, avere due caratteristiche: 1) deve smascherare un furfante e 2) il furfante smascherato deve essere in grado, potenzialmente, di danneggiare chi diffonde il messaggio. In questo caso, il danneggiato viene coinvolto emotivamente nella storia e si vendica come può, ovvero diffondendo il messaggio che smaschera il furfante. Questo non è l'unico tipo possible di marketing o di comunicazione virale, ma è di gran lunga il più efficace.
La regola si applica agli esempi che abbiamo visto qui. Nel caso di Barak Obama, il furfante è lui in persona e il danno potenziale è nei riguardi di tutti gli elettori degli Stati Uniti per molti dei quali l'idea di eleggere un musulmano alla Casa Bianca sembrerebbe una specie di tradimento. Nel caso dei "Limiti dello Sviluppo", i furfanti sono gli autori che hanno cercato di spaventarci con le loro predizioni catastrofiste e che invece sono stati smascherati come degli imbroglioni. Ci sono molti altri esempi; fra gli altri, Beppe Grillo e Antonio di Pietro sono stati accusati di fare marketing virale con i loro blog. C'è qualcosa di vero in questa accusa, dato che entrambi cavalcano la leggenda dei politici che sarebbero tutti dei furfanti.
Tornando alla leggenda della Eolo, in questo caso i furfanti sono le compagnie petrolifere o quelle automobilistiche che hanno cercato di imbrogliarci raccontandoci che il petrolio è l'unico modo per far viaggiare un'automobile, e invece no. Ecco dunque che chi riceve il messaggio, tartassato dagli alti prezzi dei carburanti, si vendica diffondendolo ad altri. Che il messaggio della Eolo abbia delle caratteristiche virali non ci sono dubbi; come potete vedere dal testo riportato in fondo a questo post.
Allora, possiamo dire che il messaggio che dice "L'auto ad aria è volata via" sia stato pianificato e costruito a tavolino da qualcuno che voleva promuovere il veicolo "Eolo"? Non lo possiamo sapere con certezza, è certo però che chiunque lo ha messo in rete ha fatto un bel favore alla ditta che vende l'idea della Eolo. Non c'è dubbio che la fama ottenuta mediante questo messaggio è stato utilissimo alla ditta per promuovere l'idea con gli investitori.
Lascio a voi di giudicare su questo punto. Per parte mia, vi posso dire che conosco almeno un caso di un messaggio virale simile a quello della Eolo e del quale conosco l'origine. Tempo fa, è comparso in rete il messaggo di un fantomatico comitato che lamentava un complotto che aveva affossato il tentativo di costruire un certo impianto innovativo di energia rinnovabile. Bene, il presidente, vicepresidente, segretario, tesoriere e unico socio di quel comitato mi risulta essere - indovinate - il titolare della ditta che aveva cercato di costruire l'impianto che si era alla fine rivelato impossibile da costruire perché troppo costoso e mal progettato. In questo caso, per fortuna, il messaggio virale non ha mai veramente decollato. Non sempre queste tecniche hanno successo; per esempio recentemente Roberto Vacca ha cercato di diffondere la leggenda dell ' "origine non biologica" del petrolio, ma il risultato, per ora, è stato un flop.
Che il marketing virale abbia successo o no, la morale della storia è che bisogna diffidare dei messaggi che girano in rete quando sono anonimi o con firme improbabili (quello della Eolo, per esempio, è firmato "La Gazzetta del Sud Africa"). La fuori, c'è pieno di gente che lavora a tempo pieno per trovare nuovi modi di imbrogliarci. Spesso ci riescono, ma siamo noi che gli permettiamo di riuscirci. Basta stare un po' attenti e non ti fai fregare.
A questo punto, ci potremmo anche domandare se non sarebbe possibile usare questi metodi di viral marketing per degli scopi buoni. Se sono così efficaci, non potremmo utilizzarli per diffondere cose come il problema del picco del petrolio o del cambiamento climatico? Personalmente, sono dell'opinione che non è possibile e nemmeno auspicabile; perlomeno per messaggi nella forma che abbiamo visto qui ("smascheramento del furfante"). Queste cose sono affini alla magia nera e, come sanno bene tutti gli apprendisti stregoni, la magia nera ha una sua tendenza a rivoltarsi contro chi la usa. Se cercate di usare questo tipo di metodi virali ricordatevi che state usando una spada a doppio taglio. Alla fine dei conti, state imbrogliando la gente, sia pure - magari - a fin di bene. Quelli che state cercando di imbrogliare potrebbero accorgersene e, in questo caso, non ne saranno affatto contenti. Il risultato finale potrebbe essere controproducente, anche parecchio controproducente, per gli scopi prefissi.
Quindi, è bene evitare i trucchi. A lungo andare, comunque, la verità viene sempre fuori.
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L'articolo "L'auto ad aria è volata via" in una versione comune.
L'auto ad aria e'... volata via
Guy Negre, ingegnere progettista di motori per Formula 1, che ha lavorato alla Williams per diversi anni, nel 2001 presentava al Motorshow di Bologna una macchina rivoluzionaria: la “Eolo” (questo il nome originario dato al modello), era una vettura con motore ad aria compressa, costruita interamente in alluminio tubolare,fibra di canapa e resina, leggerissima ed ultraresistente.
Capace di fare 100 Km con 0,77 euro, poteva raggiungere una velocità di110 Km/h e funzionare per più di 10 ore consecutive nell'uso urbano. Dallo scarico usciva solo aria, ad una temperatura di circa -20°, che veniva utilizzata d'estate per l'impianto di condizionamento. Collegando Eolo ad una normale presa di corrente, nel giro di circa 6 ore il compressore presente all'interno dell'auto riempiva le bombole di aria compressa, che veniva utilizzata poi per il suo funzionamento.
Non essendoci camera di scoppio né sollecitazioni termiche o meccaniche la manutenzione era praticamente nulla, paragonabile a quella di una bicicletta. Il prezzo al pubblico doveva essere di circa 18 milioni delle vecchie lire, nel suo allestimento più semplice.
Qualcuno l'ha mai vista in Tv ? Al Motorshow fece un grande scalpore, tanto che il sito www.eoloauto.it venne subissato di richieste di prenotazione: chi vi scrive fu uno dei tanti a mettersi in lista d'attesa, lo stabilimento era in costruzione, la produzione doveva partire all'inizio del 2002: si trattava di pazientare ancora pochi mesi per essere finalmente liberi dalla schiavitù della benzina, dai rincari continui, dalla puzza insopportabile, dalla sporcizia, dai costi di manutenzione, da tutto un sistema interamente basato sull'autodistruzione di tutti per il profitto di pochi.
Insomma l'attesa era grande, tutto sembrava essere pronto, eppure stranamente da un certo momento in poi non si hanno più notizie. Il sito scompare, tanto che ancora oggi l'indirizzo www.eoloauto.it risulta essere in vendita. Questa vettura rivoluzionaria, che, senza aspettare 20 anni per l'idrogeno (che costerà alla fine quanto la benzina e ce lo venderanno sempre le stesse compagnie) avrebbe risolto OGGI un sacco di problemi, scompare senza lasciare traccia. A dire il vero una traccia la lascia, e nemmeno tanto piccola: la traccia è nella testa di tutte le persone che hanno visto, hanno passato parola,hanno usato Internet per far circolare informazioni. Tant'è che anche oggi, se scrivete su Google la parola “Eolo”, nella prima pagina dei risultati trovate diversi riferimenti a questa strana storia.
Come stanno oggi le cose, previsioni ed approfondimenti. Il progettista di questo motore rivoluzionario ha stranamente la bocca cucita, quando gli si chiede il perché di questi ritardi continui. I 90 dipendenti assunti in Italia dallo stabilimento produttivo sono attualmente in cassa integrazione senza aver mai costruito neanche un'auto. I dirigenti di Eolo Auto Italia rimandano l'inizio della produzione a data da destinarsi, di anno in anno.
Oggi si parla, forse della prima metà del 2006...
Quali considerazioni si possono fare su questa deprimente vicenda? Certamente viene da pensare che le gigantesche corporazioni del petrolio non vogliano un mezzo che renda gli uomini indipendenti. La benzina oggi, l'idrogeno domani, sono comunque entrambi guinzagli molto ben progettati.
Una macchina che non abbia quasi bisogno di tagliandi né di cambi olio, che sia semplice e fatta per durare e che consumi soltanto energia elettrica, non fa guadagnare abbastanza. Quindi deve essere eliminata, nascosta insieme a chissà cos'altro in quei cassetti di cui parlava Beppe Grillo tanti anni fa, nelle scrivanie di qualche ragioniere della Fiat o della Esso, dove non possa far danno ed intaccare la grossa torta che fa grufolare di gioia le grandi compagnie del petrolio e le case costruttrici, senza che “l'informazione” ufficiale dica mai nulla, presa com'è a scodinzolare mentre divora le briciole sotto al tavolo....
Fonte: La Gazzetta del Sud Africa
Ripreso da: La Pravda
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Etichette: aria compressa, Eolo, marketing virale
sabato, ottobre 27, 2007
Politica Moderna e Durevolezza dell'Ecosistema Terra
Il programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (PNUA) afferma nel suo rapporto sullo Stato del Pianeta “GEO4”, pubblicato l’altro ieri, che “la privatizzazione generalizzata delle risorse e dei servizi, costituiranno il peggiore scenario dal punto di vista ambientale”. Il rapporto “GEO4” presenta 4 futuri scenari comportamentali dei Governi:
· Primo Scenario: Lo Stato si annulla a favore del settore privato, il commercio si svilupperebbe senza controllo ed i beni naturali saranno privatizzati
· Secondo Scenario: si basa su un intervento centralizzato dello Stato che ha come obiettivo di equilibrare la forte crescita economica mediante uno sforzo necessario per limitare gli impatti ambientali e sociali
· Terzo Scenario: privileggiare la sicurezza per rispondere ai disordini civili e alle minacce esterne;
· Quarto Scenario: si tratta di una società che scegli la duraevolezza mediante la sostenibilità ambientale e l’equità, mediante la quale i cittadini svolgono un ruolo attivo.
La modellizzazione usata, permette di misurare l’influenza sull’ambiente di ciascuno di questi 4 scenari, considerando i consumi energetici, le emissioni di inquinanti, il tipo di attività agricola, l’uso delle risorse idriche, la crescita demografica, e tanti alti parametri. L’ultimo scenario (durevolezza) appare quello preferibile dal punto di vista sociale ed ecologico, mentre il primo (privatizzazioni), malgrado che assicuri una crescita più forte, appare avere un impatto ambientale insopportabile e capace di generare le più grandi inequità.
Gli scenari meno negativi dal punto di vista ambientale non sono tuttavia esenti da difetti: il secondo scenario, che privileggia un forte intervento politico, può generare una burocrazia ancora più pesante dell’attuale mentre il quarto che punta sulla durevolezza (sostenibilità), richiede molto tempo necessario per la cooperazione tra i vari attori. Et, non garantisce un futuro senza preoccupazioni. In tutti i casi, secondo il rapporto “il cambiamento climatico e la perdita della biodiversità rimarranno una sfida significativa”.
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Il più grave è che il loro atteggiamento viene copiato dai politicanti dei Paesi emergenti e quelli in Via di Sviluppo.
A quando i funerali?
Toufic
Il cinquino elettrico al Festival della Creatività
Successo a dir poco strepitoso del cinquino elettrico esposto questo fine settimana al "Festival della Creatività" di Firenze. Mediamente ci sono venti persone intorno; tutte interessatissime; il grande entusiasmo generale è attenuato soltanto dalla notizia che il nostro governo, che ha a tanto a cuore il nostro benessere, non ci permette di far circolare queste macchine.
Dietro il cinquino, nella foto, intravvedete Pietro Cambi (che parla a quello con la maglietta arancione). E' stessatissimo dopo aver spiegato le stesse cose svariate centinaia di volte e comincia un po' a soccombere alla fatica. Se c'è qualche volontario che si sente di dare una mano a diffondere il verbo del retrofit elettrico, è benvenuto al Padiglione Spadolini della Fortezza da Basso, a Firenze. L'esposizione continua anche Domenica
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Etichette: cinquino elettrico
venerdì, ottobre 26, 2007
Nessuno ci fa più caso....

Passata di brutto la barriera dei 90 dollari al barile, sembra che nessuno ormai ci faccia più caso. La Repubblica del 25 Ottobre pubblica un articoletto di pochi paragrafi che dice, fra le altre cose:
Spinti dalle turbolenze sulle piazze petrolifere internazionali, continuano intanto a muoversi anche i listini delle principali compagnie petrolifere con i prezzi della benzina e del gasolio in rialzo e ormai nuovamente sopra quota 1,33 euro al litro in quasi tutti i distributori della Penisola. Nell'ultima settimana i prezzi hanno messo a segno un rialzo tra gli 0,3 e gli 0,5 centesimi al litro per la verde mentre per il gasolio il rincaro si è attestato - mediamente - sul mezzo centesimo.
Se è tutto qui, mezzo centesimo in più al litro, sembra che non ci sia nessun problema. Diamine, aspettiamo che arrivi a 100 dollari al barile, e poi forse succederà qualcosa! Magari un altro mezzo centesimo in più al litro.
Eppure, nel marasma generale, si percepisce anche che c'è qualcosa che non va. E' come uno di quei dolorini insistenti a un dente che cerchi di ignorare il più possibile ma che sai che a lungo andare non potrai ignorare. Siamo di fronte solo a un dente cariato della civiltà, o a qualcosa di molto peggiore? A lungo andare, ce ne accorgeremo.
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mercoledì, ottobre 24, 2007
Saggezza Hopi
Ricevo da Tucson, dalla mia carissima amica Lindianne Sarno, questo riassunto di saggezza Hopi che mi sembra rilevante per la situazione attuale. Gli Hopi, se vi ricordate bene, erano (e sono) quelli della parola Koyaanisqatsi, del film omonimo del 1983. Un film visionario che già a quell'epoca prefigurava molte cose.Lindianne è musicista e scrittrice, autrice di "Greensleeves", un romanzo che si svolge in Irlanda nel sedicesimo secolo. Ha anche fondato "Tucson Sostenibile", un'associazione per molti versi non dissimile da ASPO-Italia
Ecco qua il messaggio di Lindianne, tradotto dall'inglese; non è una traduzione facile, posso solo sperare che sia rimasto qualcosa dei concetti originali espressi nel linguaggio degli Hopi.
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GLI ANZIANI HOPI PARLANO
NOI SIAMO COLORO CHE STAVAMO ASPETTANDO
Avete detto alla gente che questa è l'undicesima ora.
Adesso dovete tornare indietro e dir loro che questa è l'Ora
E che ci sono cose che dovete considerare
Dove vivete?
Che cosa fate
Quali sono le vostre relazioni? Sono giuste le vostre relazioni?
Dov'è la vostra acqua? Conoscete il vostro giardino?
E' tempo di dire la vostra Verità
Create la vostra comunità. Siate buoni l'uno con l'altro
E non guardate fuori di voi per chi vi possa guidare
Questo potrebbe essere un buon momento!
C'è un fiume ora che scorre molto veloce
E' così grande e rapido che ci sono quelli che ne avranno paura
Cercheranno di aggrapparsi alla riva. Penseranno di essere strappati via e soffriranno grandemente
Gli anziani dicono che che dobbiamo lasciare la riva e spingerci nel mezzo del fiume, tenere gli occhi aperti e la testa fuori dall'acqua
Vedete chi c'è lì con voi e celebrate.
In questo momento della storia, non dobbiamo prendere niente in termini personali
Meno di tutti, noi stessi
Perchè al momento in cui lo facciamo, il nostro viaggio spirituale si arresta
E' passato il tempo del lupo solitario. Riunitevi!
Eliminate la parola "lotta" dalla vostra attitudine e dal vostro vocabolario
Tutto quello che facciamo adesso lo dobbiamo fare in modo sacro e in celebrazione
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WE ARE THE ONES WE'VE BEEN WAITING FOR
Lindianne Sarno and Gary Kuitert
lunedì, ottobre 22, 2007
ESPLODE IL PICCO! L'ABBIAMO PASSATO NEL 2006

Arriva la notizia-bomba dal gruppo "Energywatch", ripresa stamattina da ANSA e diffusa nella blogosfera per prima dalla mitica Debora Billi. Abbiamo passato il picco l'anno scorso; inizia la discesa verso non sappiamo dove.
Già parecchia gente si era accorta che la produzione del petrolio detto "convenzionale" era in discesa già dal 2006. Ma ASPO e altri osservatori ritenevano che l'aggiunta dei petroli cosiddetti "non-convenzionali" avrebbe potuto prolungare la crescita della produzione fino al 2010 circa, che era la data prevista per il picco di "tutti i liquidi". Invece, l'analisi di EnergyWatch indica che i liquidi non convenzionali non sono stati sufficienti.
L'analisi di EnergyWatch si basa non solo sulle stime geologiche, ma più che altro sull'analisi della produzione passata, un parametro molto più sicuro di quanto non siano le stime delle riserve, notoriamente gonfiate per ragioni politiche. In questo, la metodologia di EnergyWatch è molto più robusta di quella di alcune recenti analisi, per esempio di CERA, che si basano quasi esclusivamente sulle stime delle riserve e che, storicamente, si sono dimostrate del tutto inaffidabili. Tutte le analisi vanno prese come possibilità e non come certezze, ma va anche detto che il lavoro di EnergyWatch da pienamente ragione all'analisi che Ali Morteza Samsam Bakthiari aveva illustrato al primo convegno di ASPO-Italia a Firenze a Marzo di quest'anno.
Sta entrando in funzione, apparentemente, uno dei meccanismi di fondo del modello di Hubbert, ovvero che il prezzo non è l'unico fattore che guida l'estrazione, ma c'è da considerare il costo energetico che aumenta esponenzialmente via via che si esauriscono le risorse facili. Questo fattore è correlato all "ritorno energetico" (EROEI) che è basso per i petroli non convenzionali e sta ora rallentando la produzione di tutti i tipi di risorse minerali; non solo quelle energetiche, come recentemente mostrato da Bardi e Pagani su TOD.
Per inquadrare meglio la notizia, l'Energy Watch Group è un gruppo di scienziati indipendenti di cui fanno parte gli autori di questo rapporto, Werner Zittel e Jorg Schindler. Entrambi sono anche membri di ASPO internazionale e rinomati studiosi di risorse energetiche. Fra le altre cose, sono autori di un recente articolo sulle riserve di carbone, nel quale illustrano come la conclamata abbondanza è soltanto apparente.
Ha commentato Franco Galvagno di ASPO-Italia "Siamo in un mare di guai, però AVEVAMO RAGIONE. Mi sento come un PEDONE INVESTITO SULLE STRISCE"
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domenica, ottobre 21, 2007
La casa energetica di Archimede Pitagorico (ovvero di Ugo Bardi)

Negli ultimi anni, casa mia è diventata piena di aggeggi strani: dai pannelli fotovoltaici, al motorino elettrico, con aggiunta di acqua sostenibile e pipistrelliere. Insomma, una specie di casa di Archimede Pitagorico, dove manca solo il fedele assistente "Lampadina".
Questa casa un po' particolare ha a che vedere con il modo in cui vedo il mondo. Da buon lettore di fantascienza, il futuro mi ha sempre interessato. Certo, il futuro è molto cambiato negli ultimi tempi; non è più come ce lo immaginavamo negli anni '60, quando mi divoravo i fascicoli di "Urania" comprati usati sulle bancarelle. Non si parla più di astronavi e picnic sulla Luna; diciamo che il futuro è diventato molto più quieto e respirabile.
Ma, nonostante tutto, il futuro rimane importantissimo: potrebbe essere un futuro molto difficile se non ci muoveremo in tempo per rimediare all'esaurimento del petrolio e al riscaldamento globale. Entrambe le cose sembrano viaggiare molto più in fretta di quanto vorremmo per poter stare tranquilli. E' bene cominciare a pensarci già da ora e prendere provvedimenti.
Allora, ho pensato di esplorare un po' il futuro così come lo vedo io, sperimentando a casa mia alcuni accorgimenti che ci potrebbero aiutare ad affrontare il futuro. Molti già montano doppi vetri, pannelli termici, isolamento e cose del genere. Io ho provato ad andare un po' più in là; verso un mondo dove il consumo di idrocarburi fossili potrebbe essere veramente zero. In particolare, io credo che nel futuro vedremo cose sporche e puzzolenti come il petrolio con la stessa sensazione di stupore con la quale pensiamo agli esquimesi che si riscaldavano bruciando grasso di foca. Il futuro sarà tutto elettrico; bruceremo sempre di meno, arriverà un giorno in cui non bruceremo più niente o quasi
Di mestiere, faccio il ricercatore; questo mi porta come atteggiamento a fare esperimenti. Si sa, però, che gli esperimenti non riescono sempre; d'altra parte è per questo che sono esperimenti. Per cui, in questa impresa ho cercato di fare in modo che questi esperimenti non fossero "campati in aria", ovvero fossero cose possibili e realizzabili a costi ragionevoli. In altre parole, non volevo andare in rovina per divertirmi a fare esperimenti a casa mia, considerando che già ne faccio a sufficienza all'università. Per questo, mi sono posto delle regole che sono che quello che sperimentavo doveva avere alcune caratteristiche, ovvero essere:
1. Acquistabile sul mercato, o perlomeno molto vicina ad essere acquistabile e che esista una possibilità concreta di manutenzione da parte del costruttore.
2. A prezzi che possono essere affrontati da una persona che vive dello stipendio di un impiegato statale, come me.
3. Tale da poter garantire un ritorno economico delle somme investite.
4. Tale da poter essere montato su un edificio esistente, senza bisogno di modifiche radicali.
5. Pensabile anche come sistema in grado di sopperire a un'emergenza, per esempio un black-out.
Queste regole escludono cose avveniristiche ma orribilmente costose, come per esempio l'idrogeno. Escludono sacrifici personali fatti in nome dell'ambiente; nessuno di noi è un santo! Escludono anche cose poco pratiche, anche se magari spettacolari, come montare un'aerogeneratore sul tetto. Invece, sono mirate a ottenere dei vantaggi reali; magari non immediati ma comunque concreti. Ciò detto, ecco come funziona casa mia.
- L'impianto fotovoltaico. E' il cuore del sistema, montato sul tetto ha una potenza di 2,6 kW di picco. Funziona dal Settembre del 2007 e alimenta direttamente l'impianto elettrico della casa, scambiando energia con la rete. Ovvero, l'eccesso di energia prodotta viene mandato sulla rete oppure, in caso contrario, l'impianto elettrico si alimenta dalla rete. Un impianto del genere costa intorno ai 15.000 euro ed è più che sufficiente a sopperire ai consumi di una famiglia di quattro persone, posto che stiano appena un po' attenti a non sprecare energia. Ovvero, è in grado di azzerare la bolletta elettrica per tutto il periodo della sua vita operativa, almeno 25 anni. A questo si aggiunge l'incentivo "conto energia" che da il governo. Avrei voluto un impianto in grado di dare anche una sicurezza anti-black out, ma è impossibile con le norme vigenti.
L'acqua fotovoltaica. (qui dimostrata dalla mia gentile signora, Grazia). L'arnese che vedete produce acqua potabile condensandola dall'aria. Ovvero, ripete il processo naturale della pioggia, ma alimentandosi con energia fotovoltaica. In estate può produrre anche 20 litri al giorno di acqua purissima a costo zero dato che l'energia fotovoltaica è gratis. E' ancora un oggetto un po' prototipale, questo è fabbricato a Singapore da una ditta Americana. Consuma circa 800 Watt quando è in funzione e mi dicono che potrebbe essere venduto a circa 500 euro quando sarà sul mercato. E' una cosa molto interessante in caso di emergenza idrica e, come si dice, "sai cosa bevi".
La pipistrelliera. Questo arnese non ha a che vedere con l'energia ma è un esempio della strategia che sto cercando di applicare. Dentro questa casetta attaccata al muro (mostrata dal mio amico Andrea Prosperi) vivono cinque pipistrelli che riducono considerevolmente le zanzare in estate. Ce ne sono due di queste casette a casa mia (l'altra la intravedete in alto nella foto), sono autocostruite con legno di recupero, non costano niente e riducono di molto la necessità di insetticidi e robacce del genere.
- Altri accorgimenti. La casa ha anche doppi vetri, isolamento termico, lampade a basso consumo, un caminetto, un compostatore da giardino con il cui terriccio coltiviamo pomodori e qualche altro ortaggio. Fotovoltaico o no, io e mia moglie non disdegnamo qualche cenetta romantica a casa a lume di candela, cosa sicuramente a basso consumo di energia.
Tutte queste cose sono in continua evoluzione. Non tutti gli esperimenti che faccio danno risultati positivi. Per esempio, qualche anno fa avevo provato a mettere un impianto a metano sulla macchina, ma il risultato è stato che l'arnese non è pratico per via della mancanza di distributori e la necessità di una manutenzione piuttosto complessa. Poi, il riscaldamento della casa dipende ancora dal metano. come pure l'acqua calda del bagno e la cucina. Qualcosa si può fare scaldandosi a legna e ho ancora posto sul tetto per un impianto termico. Ma scaldare tutta la casa con l'energia solare ai livelli che si ottengono con il riscaldamento centrale sarebbe praticamente impossibile. Ovvero, a meno di buttarla giù e rifarla nuova tipo "casa passiva" tedesca, ma questo costerebbe un pochino caro. Credo che nel futuro in inverno non mi resterà che abbassare il termostato e mettere due piumoni uno sull'altro sul letto. Comunque, tutto evolve e ho vari progetti per ulteriori test, per esempio un secondo impianto fotovoltaico "anti-blackout,"un veicolo elettrico a quattro ruote (tipo il mitico cinquino elettrico) e altre cose.
Ora, qualche parola di commento. Per prima cosa, vorrei dire che tutte queste cose NON hanno lo scopo di rendere la casa "autosufficiente". Non sarebbe possibile ma, soprattutto, non sarebbe nemmeno auspicabile. Nessuno vuole (e nemmeno può) avere l'unica casa con le luci elettriche accese mentre tutti gli altri sono al buio. Nemmeno potresti essere il solo che va in giro tranquillo col tuo mezzo elettrico mentre tutti gli altri sono fermi. Il concetto che sta alla base della produzione di energia fotovoltaica (o dell'acqua fotovoltaica) è quello dello scambio, ovvero la strategia "vinci-vinci". Quello che non mi serve dell'energia che produco lo mando sulla rete e così faccio un favore ai miei vicini oltre che a me stesso, non lo potrei fare se producessi invece acqua calda per la mia doccia. E' lo stesso concetto di tenere i pipistrelli: mangiano le zanzare e fanno un favore non soltanto a me ma anche ai miei vicini di casa.
La base della strategia "vinci-vinci" è che conviene a tutti e a tutti conviene che tutti gli altri la adottino. Spero e auspico che i miei vicini facciano le stesse cose che sto facendo io. Sarà un caso, ma nel borgo dove abito c'è un altro impianto fotovoltaico, a poca distanza da casa mia; sono gli unici due di tutto il mio comune! Parecchia gente in paese ha montato delle pipistrelliere, e il proprietario del mitico cinquino elettrico (Pietro Cambi) è, guarda caso, un mio vicino di casa (e ha montato una pipistrelliera anche lui!). E' l'esempio reciproco che incoraggia a fare certe cose.
Mi rendo conto che molta gente non ha la possibilità di imbarcarsi nelle stesse strategie che sto sperimentando io. Per il momento, tutta l'opera, essenzialmente fotovoltaico + veicolo elettrico, è costato circa 18,000 euro. Non è molto di più di una macchina di media cilindrata e - a differenza di una macchina di media cilindrata - è un investimento che ritorna. Ma non tutti se lo possono permettere. Su questo punto, esistono molte possibilità di finanziamenti da parte di banche o altri enti. La cosa è ancora embrionale, ma conviene senz'altro investigare. Indebitarsi di solito non è buona strategia, ma farlo per qualcosa che da un reddito sicuro, come la produzione di l'energia elettrica, è un investimento nel futuro.
Il problema più serio, purtroppo, è per quelli che abitano in un condominio o sono in affitto. Purtroppo, attualmente basta che un solo condomino non sia daccordo, e l'impianto fotovoltaico condominiale non si fa. Lo stesso vale per chi è in affitto se il proprietario non è daccordo E' successo e succede in continuazione. Casa mia, per inciso, è una villetta bifamiliare dove al piano di sotto vivono i miei genitori. Non so se siano del tutto convinti di quello che ho fatto sul tetto, ma comunque non mi avrebbero messo in minoranza all'assemblea condominiale! I problemi non ci sono solo per il fotovoltaico ma anche per i veicoli elettrici. Per caricare un veicolo elettrico ci vuole una rimessa o un cortile dove si possa accedere a una presa di corrente e questo non è sempre possibile. Insomma certe cose richiedono un minimo di spazio e di autonomia. Putroppo, ci si scontra con l'inerzia mentale della gente, non aiutano le leggi e la burocrazia che sembrano fatte apposta per scoraggiare i volonterosi.
Per risolvere questo problema, non c'è che sviluppare delle forme finanziarie di investimento specifiche per l'energia rinnovabile. Se sopra casa mia il fotovoltaico non lo posso mettere (per colpa di quello s****** del mio co-inquilino), posso finanziare i pannelli sopra la casa di un altro. Oppure, posso partecipare a un'azionariato popolare che gestisce un impianto più grande, magari eolico. Sono tutte cose ancora da sviluppare, ma che devono venir fuori prima o poi.
In sostanza, quello che sto facendo ha una logica in una visione post-picco che ritiene che andremo incontro a tempi duri ben presto e che sia necessario prepararsi a un mondo dove l'energia sarà molto costosa e, a volte, introvabile nelle forme alle quali siamo abituati. A quel punto, sarà necessario generare energia localmente e non basterà limitarsi a risparmiarla. Bisognerà anche cominciare a pensare in termini di aiuto reciproco all'interno di comunità locali secondo, per esempio, la concezione di "transition town" di Bob Hopkins. Se in paese è attrezzato con un certo numero di sistemi che possono produrre energia elettrica e acqua potabile, come casa mia, allora è ben attrezzato verso le emergenze e le penurie. Per ora non esiste un paese del genere, credo, in nessun posto in Italia, ma bisogna pure che qualcuno cominci!
Non credete a un futuro come quello per il quale mi sto preparando? Liberi di pensarla come volete, ma fateci sopra anche un pensierino....
La casa energetica di Archimede Pitagorico (ovvero di Ugo Bardi) si trova nella frazione di Pian del Mugnone del comune di Fiesole. Le coordinate sono 43° 49' 10.27" N e 11° 17' 49.44" (se guardate su google earth, i pannelli FV non si vedono perché la foto è di qualche anno fa)
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sabato, ottobre 20, 2007
Ma quanto costa veramente il petrolio?
Guest post di Antonio Tozzi
Ma quanto costa veramente il petrolio?
Di Antonio Tozzi
20 Ottobre 2007
www.aspoitalia.blogspot.com
Molti grafici di serie storiche dei prezzi reali del petrolio comparsi, nel corso di questo decennio, sulla rete, per lo più in articoli e lavori non tecnici o blog, sono accomunati da un paio di caratteristiche. In primo luogo hanno lo scopo di tranquillizzare il lettore a proposito degli effetti dei costanti aumenti di prezzo verificatisi negli ultimi anni. In secondo luogo i prezzi reali sono ottenuti dai prezzi correnti applicando, come deflattore, non il consueto indice dei prezzi al consumo, ma un fattore capace di correggere anche per il potere d'acquisto.
Questi due tratti comuni si ritrovano, solo per fare qualche esempio, in un
a pubblicazione della FED del 2000, nella quale ci si riferisce ai primi rialzi, occorsi immediatamente dopo la fine dell'epoca "dei 5 dollari al barile dietro l'angolo"; in una nota del governo di Hong Kong del 2005, che analizza gli effetti degli shock petroliferi passati e recenti; in un blog, nel maggio di quest'anno, dove si parla del prezzo della benzina negli USA. Nel documento della FED si corregge il prezzo per l'indice dei prezzi al consumo e, successivamente, per il relative share of oil expenditures in GDP. Di fatto si tratta di una correzione per il potere d'acquisto, anche se ciò non viene esplicitamente menzionato. Si conclude affermando che ci si attendono effetti "minimi" sull'economia. Alla stessa conclusione giunge il documento di Hong Kong. Non è chiaro come ottengono il loro prezzo reale 2004, ma dalla pendenza del grafico deduco che non si limitano a correggere per il CPI. Riporto un tratto delle loro conclusioni:
Moreover, with globalisation and the substantial improvement in production technology, inflation worldwide has also come down significantly over the past decade, and central banks of the advanced economies are determined to keep inflation in check. Già, l'inflazione, secondo loro, è tenuta a bada. Solo che l'indice che la quantifica non sembra sufficiente a calcolare, da solo, i prezzi reali a partire da quelli correnti. Infine, nel recente post su un blog, si corregge il prezzo corrente della benzina (non del greggio, stavolta) con il solito sistema CPI + potere d'acquisto. L'efficacia di questa operazione nel fornire il prezzo reale si può valutare facilmente se si tiene conto dell'impennata che ha subito il GDP americano in risposta alla svalutazione del dollaro.
Non so quanto sia giustificato o giustificabile l'utilizzo di deflattori, per così dire, non ortodossi. Tuttavia i primi due articoli presi ad esempio (ce n'è un'infinità sulla rete), scritti da economisti professionisti, fanno uso di questa tecnica, benché nel primo si dichiari esplicitamente: views expressed do not necessarily reflect official positions of the Federal Reserve System, e nel secondo non si entri affatto nel merito della questione. Quello che mi preme osservare è che, utilizzando le stesse "armi" che gli economisti impiegano per "tranquillizzare" è possibile mettere in luce certe caratteristiche dell'andamento del prezzo del petrolio, passato e recente, che dovrebbero quanto meno far riflettere.
Il grafico che segue è ottenuto dividendo il prezzo spot del greggio per il reddito disponibile pro capite (USA) e normalizzando al prezzo corrente nel settembre 2007:
Le bande grigie rappresentano i periodi di recessione negli USA. In genere le recessioni sono correlate a forti e improvvisi aumenti del prezzo del petrolio. In effetti, fino alla crisi del 1973-74, il prezzo reale del petrolio è andato calando costantemente, con un trend quasi-deterministico e bassissima volatilità, saltuariamente interrotto da rapidi e improvvisi, quanto modesti aumenti. Poi ha subito un forte, improvviso, shock nel '74 (che ha provocato una recessione), si è mantenuto sostanzialmente costante, nell'area 60$-80$ attuali, fino al 1979-80, quando ha subito un nuovo aumento molto rapido, seguito da due fasi di recessione, complessivamente piuttosto lunghe (tre anni, dall'inizio del 1980 alla fine del 1982). Dopo di che ha ripreso il suo trend discendente che si è interrotto, durante tutto il 1985, al raggiungimento della stessa area di prezzo 60$-80$ tipica della seconda metà degli anni '70. Dopo un rimbalzo fino a sfiorare 80$, è sceso nel 1986, riprendendo sostanzialmente la lenta discesa del periodo 1959-1974, solo con una volatilità enormemente più grande. La discesa è interrotta solo alla vigilia della prima guerra del Golfo, da un nuovo shock che ha brevemente riportato il prezzo nella solita area 60$-80$, accompagnandosi ad una fase recessiva. Infine abbiamo visto la lenta discesa degli anni '90, fino a che i 5$ al barile erano ormai dietro l'angolo.
A questo punto accade un fatto nuovo. Il rialzo del 2000, nonostante il tranquillizzante articolo della FED, non si interrompe, come di consueto. Al contrario, accompagna l'ennesima recessione nel 2001 e, a parte una pausa di riflessione nella classica area 60$-80$, prosegue indisturbato fino ad oggi.
Dunque, ricapitolando, per lo meno dal 1959 all'inizio di questo decennio, il trend di lungo periodo dei prezzi reali del greggio è stato costantemente discendente, interrotto unicamente da rapidi, quanto improvvisi, aumenti intervenuti a seguito di vicende politiche tutte quante invariabilmente legate all'area mediorientale. Se quello che osserviamo attualmente dovesse essere un trend crescente di lungo periodo, questa sarebbe una novità assoluta in tutto l'arco di tempo considerato. Ovviamente, a rigore, non esiste alcun modo per dimostrare o confutare la presenza di un trend nei dati, dal momento che tutto quello che abbiamo è un campione finito di un processo stocast+ico dalla dinamica sconosciuta. Tuttavia intuitivamente il grafico suggerisce la presenza di tale trend, rappresentato dall'area in giallo nel grafico (NB questa ipotesi è supportata anche da un test ADF, all'incirca al 95% di confidenza).

Si nota che nel periodo 1959-1980 si aveva una modesta volatilità, con sporadici grandi picchi, quasi tutti verso l'alto, mentre la media degli incrementi mensili era negativa (trend decrescente). Dopo il 1980 la volatilità è notevolmente aumentata. Dalla prima guerra del Golfo in poi non ci sono più stati incrementi di grande ampiezza, ma ultimamente la volatilità sembrerebbe ulterioremente aumentata.
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Bush contro la pastasciutta

Da segnalare la frase lapidaria di Guido Barilla "Quando vedo gli spot con gli agricoltori che dicono di essere fieri di coltivare energia mi vengono i brividi: non si possono usare materie prime sacre per sfamare i Suv."
Ecco alcuni stralci (selezionati da Terenzio Longobardi) dell'intervista fatta da Mario Calabresi a Guido Barilla. Ringrazio Giacomo Besio per la scansione dell'articolo.
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D. Partiamo da un dato non discutibile: i vostri listini sono cresciuti del 15% da dicembre scorso.
D. Una parte degli analisti dice che è conseguenza della scelta di utilizzare i prodotti agricoli per produrre carburanti.
D. Teme sia un dato irreversibile?
D. La seconda ragione?
D. Lo sa che la sua posizione somiglia molto a quella di Fidel Castro?
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Il problema delle infrastrutture
La questione delle infrastrutture è vitale per il futuro del paese, ma sembra che i nostri amministratori abbiano gravemente invertito le priorità delle scelte. Si concentrano tutte le risorse rimanenti sul trasporto, in particolare su gomma. Si trascura l'infrastruttura fondamentale, che è quella della produzione di energia, senza la quale nessuna attività economica è possibile; tantomeno il trasporto. Su questo argomento, riceviamo e pubblichiamo questo commento di Nicola dall'Olio a proposito della proposta dell'autostrada Tirreno-BrenneroA chi serve l’autostrada Tirreno-Brennero?
di Nicola dall'Olio
20 Ottobre 2007
www.aspoitalia.blogspot.com
In Italia tutte le prospettive di sviluppo e di futuro benessere paiono poggiarsi su un assioma che viene ormai ripetuto con la frequenza e l’insistenza di un mantra: le infrastrutture sono necessarie.
Le infrastrutture a cui si riferisce implicitamente l’assioma sono di natura trasportistica e concernono quasi esclusivamente la costruzione di grandi opere quali nuove autostrade, nuove linee ferroviarie ad alta velocità, nuove strade a scorrimento veloce. In quanto assioma, esso viene presentato come un principio indiscutibile ed autoevidente, valido per tutte le opere classificate come infrastruttura a prescindere da qualsiasi considerazione di merito sui costi e i benefici, sugli impatti ambientali, sull’esistenza di alternative più efficaci e meno dispendiose, perfino sulla loro reale utilità. In Provincia di Parma, tra le infrastrutture necessarie si distingue il raccordo autostradale Tirreno Brennero per il quale il governo ha dato recentemente il via libera, rinnovando la concessione alla società Autocisa per i prossimi 30 anni.
A detta dei suoi nutriti e influenti sostenitori locali tale opera risulta indispensabile per lo “sviluppo” e la competitività del territorio. I benefici sono talmente autoevidenti che non vale nemmeno la pena elencarli. Nessuno parla però dei costi. La realizzazione dell’autostrada, per quanto in project financing, ovvero finanziata dai futuri pedaggi degli utenti, comporta costi collettivi di natura territoriale, ambientale ed economica che, se correttamente valutati e sommati, fanno sorgere seri dubbi sui suoi reali benefici per lo “sviluppo” della comunità locale e sulla sua supposta indispensabilità.
L’impatto più evidente è quello legato al paesaggio e al consumo di suolo. L’opera, con la sede stradale, le stazioni di servizio, la prevista uscita del casello di San Quirico, le aree di cantiere, le cave necessarie per la fornitura di inerti consumerà centinaia di ettari di ottimo terreno agricolo. Ciò che è più grave, essa andrà a tagliare e frammentare la maglia poderale e la rete scolante intaccando uno degli ultimi lembi della pianura parmense che conservano una continuità di paesaggio rurale ancora spendibile, sul piano dell’immagine, da una Food Valley sempre più grigia e periurbana.
L’autostrada sarà inoltre veicolo di ulteriore inquinamento atmosferico in un contesto tra i più inquinati d’Europa con concentrazioni che superano per diversi mesi all’anno i limiti di legge e, quel che più importa, le soglie di sicurezza per la salute. Uno studio condotto dal CNR e da Euromobility proprio su Parma (Il Sole24ore del 14/03/2006) ha dimostrato che l’apporto di inquinanti della A1 Milano-Bologna è pari a quello prodotto dal traffico cittadino. Gli stessi sindaci dei Comuni contermini, quando si vedono costretti per legge a limitare la circolazione veicolare, accusano l’autostrada esistente di essere il principale vettore di inquinamento, salvo poi dimenticarsene quando si tratta di farne una nuova che porterà decine di milioni di euro in opere cosiddette compensative, opere cioè che dovrebbero compensare il danno ambientale e che invece lo aggravano traducendosi sistematicamente in nuove indispensabili strade in mezzo alla campagna.
La realizzazione dell’infrastruttura non sembra nemmeno coerente con gli obiettivi comunitari di efficienza energetica e di riduzione delle emissioni che l’Italia ha fatto propri e che prevedono, tra l’altro, di ridurre la quota del traffico su gomma a vantaggio del trasporto su ferro, riequilibrando un rapporto tra i più sbilanciati d’Europa. Il raccordo autostradale, al contrario, depotenzierà fin da subito il previsto raddoppio del parallelo asse ferroviario in un momento in cui l’Austria, naturale sbocco di entrambi i collegamenti, si sta attrezzando, sull’esempio della Svizzera, per trasferire tutto il traffico pesante sui treni e vietare il transito dei camion. A completare il quadro andrebbero infine aggiunte le previsioni di scarsità e di incremento del prezzo del petrolio che fanno dubitare della lungimiranza e della sostenibilità, anche economica, di scelte trasportistiche basate sul mezzo più dipendente dal petrolio, più inefficiente e più inquinante.
Da queste scarne considerazioni, l’opera, più che necessaria, pare piuttosto anacronistica, oltre che controproducente per il territorio e per chi ci abita. Non solo. Se lo scopo dichiarato dell’autostrada è quello di garantire un transito veloce di automezzi tra la Brennero e l’AutoCisa, essa rappresenta di fatto un inutile doppione a pagamento di un collegamento stradale veloce, la Cispadana, che già in parte esiste e che dovrà essere presto ultimato. L’assioma della necessità, in questo come in altri casi, pare quindi del tutto infondato. A meno che la necessità non discenda dalle esigenze di benessere della collettività, bensì da quelle più circoscritte di altri soggetti.
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Per chi suona la campana

Ho deciso di mettere nella mia home page di lavoro un link dinamico ad un sito che riporta il prezzo attuale del petrolio. Il link contiene un'applet, un piccolo programma che mostra in un'immagine un grafico dell'andamento dei prezzi negli ultimi giorni, settimane, mesi o anni. In questo modo, ogni mattina quando apro il computer so in tempo reale quel che succede al petrolio. Qui a fianco la situazione di oggi. Siamo un po' scesi rispetto ai 90$/barile di ieri, ma nell'ultimo trimestre siamo cresciuti, con qualche ondulazione, di circa 15$, un aumento del 20%.
Sono un astronomo, e giustamente vi chiederete che cavolo c'entra il petrolio con l'astronomia. In realtà moltissimo, del resto credo che solo le tribù di boscimani della Namibia ormai non c'entrino.
Ma in particolare il mio lavoro riguarda telescopi che vengono costruiti in cima a montagne,
se va bene a una cinquantina di km dal più vicino centro abitato, o addirittura in posti come Dome C, un gigantesco altopiano in Antartide. In ogni caso a decine di migliaia di km da qui. Il telescopio più vicino su cui lavoro è in Sardegna, poi si passa alle Canarie, ed infine la piana di Atacama, a 5000 metri di quota. Quest'ultimo è un complesso di 64 radiotelescopi, la cui costruzione sta iniziando ora e che verrà completato nel 2015. Nella figura si vede una rappresentazione di come sarà.I telescopi sono dei piccoli complessi industriali, con macchinari, centri di calcolo discretamente grossi, e nel mio caso (sono un radioastronomo) aggeggi elettronici che succhiano centinaia di kW per produrre quelle belle immagini colorate che poi si vedono in riviste come "L'Astronomia" o "Focus". Naturalmente è difficile portare lì un elettrodotto, per cui spesso il tutto va con generatori Diesel. Gli astronomi lavorano in gruppi, spesso sparsi per il mondo. Il mio gruppo comprende astronmi olandesi, francesi, statunitensi e cileni. Certo, nell'era di Internet ci si può mandare progetti in rete, fare teleconferenze, ecc. ma gli astronomi spesso sono "frequent flyer" di qualche compagnia arerea. Oggi, con i tagli alla ricerca, spesso sono abituee di qualche compagnia low cost.
Morale: che ne sarà dell'astronomia post picco? E soprattutto tra quanto questo succederà? Vedrò il mio telescopio realizzato? Se lo sarà, ci saranno ancora aerei a costi ragionevoli per arrivarci? Se no, come faranno gli astronomi ad utilizzarlo? E il generatore che lo alimenta avrà combustibile per funzionare? Forse sì, se si dota di un generatore fotovoltaico (da qualche MWp, in fondo un costo non spaventoso per un progetto di questo tipo) ed opera in modo rigorosamente di "remote observing" (usare i telescopi da casa, tramite Internet).
In altre parole, il mio lavoro esisterà ancora da qui a 10 anni? E' una domanda che non riguarda solo il mio, di lavoro. Chiunque dipenda da trasporti su lunga distanza, su grosse quantità di energia, vedrà il proprio lavoro cambiare radicalmente, o sparire.
Per questo, ogni mattina, quando accendo il computer, guardo con una certa apprensione il grafico dei prezzi del petrolio...
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venerdì, ottobre 19, 2007
Il sapore amaro del post-picco

Questa che vedete qui sopra è una foto da live.com della stazione ferroviaria di Pian del Mugnone, nel comune di Fiesole; a qualche centinaio di metri da casa mia.
Non è una stazione imponente, ma serve una zona urbanizzata di circa 1200 abitanti mettendola in comunicazione con Firenze. C'è tutto: vedete nella foto i sottopassaggi, la tettoia che copre le panchine; ci sono cartelli e orari. Si vedono i parcheggi, ce ne sono altri più a destra. C'è anche una fermata dell'autobus che connette la stazione a Fiesole capoluogo. Insomma, una tipica stazioncina urbana come ce ne sono tante al mondo. Purtroppo, è possibile che non ci sarà ancora per lungo tempo.
La stazione di Pian del Mugnone era stata inaugurata nel 1999 insieme a una serie di femate lungo la ferrovia Faentina. La Faentina è una ferrovia storica, costruita nell'800, distrutta durante la seconda guerra mondiale e che era rimasta fuori uso fino agli anni '90. La ricostruzione era stata fatta con l'idea che la ferrovia dovesse servire come "metropolitana" per la Valle del Mugnone. La valle è abitata da pendolari che vanno a lavorare a Firenze e che si accalcano ogni mattina lungo una statale talmente stretta che in un punto è a senso unico alternato. Una metropolitana sembrava la cosa più ovvia e più naturale come parte dello sviluppo urbano della zona.
Non è andata così. Pochi anni dopo l'inaugurazione, le ferrovie dello Stato (oggi Trenitalia), hanno dato chiara evidenza di averci ripensato. Alcune delle stazioncine le hanno dismesse senza fare troppo clamore. Altre, come quella di Pian del Mugnone, le hanno sabotate con orari impossibili. Per dirne una, il primo treno che va da questa stazione alla stazione centrale a Firenze parte alle 6:30, il secondo alle 19:20 (!!).
Qualche settimana fa, ha cominciato a spargersi la voce che Trenitalia era intenzionata a chiudere anche la stazione di Pian del Mugnone. Una telefonata agli appropriati uffici ha confermato la diceria. "Ottimizzazione" ci hanno detto; "è tutto parte di un pacchetto per migliorare il servizio." (sicuro!). Non vi sto a dire come gli abitanti della zona hanno raccolto firme, mandato lettere e cose del genere, fino ad ottenere che, perlomeno, la stazione di Pian del Mugnone non sia completamente dismessa, almeno per ora. Meglio di niente; ma non è questo il punto.
La cosa che mi ha colpito di tutta la vicenda è l'inversione di tendenza rispetto a quello che si diceva, si pensava e si credeva solo pochi anni fa. Sembrava ovvio, pochi anni fa, che,se c'era una periferia urbana a pochi chilometri da una grande città, le amministrazioni si sarebbero impegnate per attrezzarla con un servizio di trasporto efficiente. Sembrava ovvio che lo si potesse fare e che fosse un continuo progresso della società civile quello di fornire sempre più servizi.
Non so cosa ne pensate voi, ma tutto questo sembra ormai lontanissimo. Non solo non si parla più di metropolitana della Valle del Mugnone, ma si parla addirittura di chiudere una ferrovia che era stata costruita nell'800 e che all'epoca, evidentemente serviva a qualcosa. E la Valle del Mugnone non è un'eccezione. Dovunque, si stanno chiudendo le piccole stazioni; si sta distruggendo un tessuto ferroviario storico che aveva servito l'intera nazione per più di un secolo. Il bello della faccenda è che lo si sta facendo proprio nel momento in cui ci stiamo accorgendo che affidarsi all'automobile ci ha portato in un vicolo cieco; fra inquinamento, riscaldamento globale e esaurimento del petrolio.
Le ferrovie non sono il solo servizio in difficoltà: scuole, ospedali, ospizi, sanità, niente più è ovvio come lo era una volta. Stiamo ottimizzando tutto; tante cose stanno diventando talmente ottimizzate che alla fine non ne rimane proprio più niente. Mi fa venire immente l'immagine di una persona malata che sta ancora cercando di comportarsi come se fosse sana: ma te ne accorgi che è vuota dentro, che è scavata dall'interno dalla malattia. Ho il dubbio che siamo già al post-picco e che tutto questo ne sia una conseguenza.
Alle volte i "picchisti", sono accusati di essere dei rural-catastrofisti che aspettano il picco come un messia che porterà alla sparizione dell'odiato mezzo privato e a un mondo idillico dove tutti andranno soltanto in treno e in bicicletta. C'è, in effetti, una componente nel movimento picchista che sembra essere abbastanza tentata di vedere le cose in questo modo. Ma, dalla vicenda della stazione di Pian del Mugnone, ricavo qualche dubbio sul prossimo trionfo del mezzo pubblico. Anzi, ho l'impressione che il mezzo pubblico potrebbe soccombere per primo; chi se la potrà permettere continuerà a viaggiare in macchina e chi non potrà si dovrà arrangiare. Nessuno, meno che mai i picchisti, dovrebbe dire che il picco sarà una cosa bella.
(Nota: qualcuno potrebbe dichiararsi in disaccordo con questa mia interpretazione facendomi notare che, proprio a Firenze, si sta facendo un grosso sforzo per migliorare il trasporto pubblico con la tramvia Firenze - Scandicci. Vero. Però è anche vero che tutti i soldi che erano rimasti a Firenze per il trasporto pubblico sono andati nella costosa tramvia, mentre il resto è stato trascurato e sta andando, letteralmente, a pezzi. )
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giovedì, ottobre 18, 2007
Il pensiero magico e la CO2

Vi ricordate il tempo delle barzellette sull'Unione Sovietica? Ce n'erano di veramente spassose e con le loro battute riuscivano perfettamente a inquadrare la gerontocrazia ingessata che era diventata l'Ital... er, scusate, l'Unione Sovietica.
Ce n'è una che trovo significativa ed è quella del treno fermo in mezzo alle steppe siberiane. C'è a bordo Leonid Breznev, il quale risolve il problema rivolgendosi agli altri passeggeri e dicendo: "adesso gridiamo tutti in coro:
La barzelletta mette a nudo l'atteggiamento di molti politici (non solo geriatrici esempi dal vecchio PCUS) che sembrano credere se una cosa viene definita in un certo modo allora diventa quella cosa che è chiamata. L'Unione Sovietica non era il "paradiso del proletariato" e nemmeno, assai più modestamente, una vera "democrazia popolare." Ma, tant'è, a furia usare quei termini in continuazione, sembra che i dirigenti dell'epoca credessero veramente che la vecchia Unione lo fosse.
Questo tipo di pensiero viene detto "pensiero magico" e mira a trasformare le cose cambiandogli nome. Se tutti dicono che il treno funziona, allora, in un certo modo, il treno funziona anche se è fermo. Fateci caso, e vedrete che ci sono molti esempi in proposito un po' in tutto il mondo. Ne vengono in mente anche alcuni piuttosto tristi, come il caso di Saddam Hussein che faceva celebrare tutti gli anni la "vittoria irachena" nella guerra del golfo del 1991. Avendola chiamata "vittoria" in un certo senso lo era diventata: potenza del pensiero magico.
Ora, vi farò un esempio specifico di pensiero magico in campo energetico in Italia. Avrete tutti sentito parlare di "carbone pulito" che è una comune formula magica che molti usano a proposito di una cosa che di pulito ha ben poco. Qui, vi parlerò di una formula magica simile che riguarda il carbone del Sulcis, in Sardegna. Premetto che riaprire le miniere nella zona potrebbe essere considerato un sussidio economico giustificato per la Sardegna, ma bisogna anche tener conto dell'inevitabile inquinamento che ne deriverà. Ne vale la pena? La risposta andrebbe trovata mediante un esame quantitativo dei costi e dei benefici. Ma il dibattito si basa invece sul puro pensiero magico.
Come esempio, vi passo un documento qui di seguito, tratto dal sito dell' On. Di Pietro. Dateci un occhiata. Se riuscite ad arrivare in fondo nononstante la grande confusione, potrebbe darsi che abbiate capito che descrive un nuovo sistema di gestione della combustione del carbone senza immettere CO2 nell'atmosfera. Almeno, è quello che si evincerebbe sia dal titolo del progetto "Fine CO2", sia dalla frase all'inizio produrre energia elettrica con l’uso pulito del carbone senza immettere in atmosfera i gas serra.
Ma, leggendo di nuovo, qualche dubbio vi può venire. Notate la frase del Dr. Porcu che dice "La ricerca ha individuato la possibilità di immagazzinare il gas responsabile dell’effetto serra nei giacimenti di carbone non estraibile, nei giacimenti petroliferi esausti e commercialmente inutilizzabili. Ovvero, fare sparire il CO2 è una possibilità, sicuro, ma è anche qualcosa di concreto? Ovvero, in questo progetto sequestreranno qualcosa oppure no? Dal documento in questione, non si riesce a capirlo.
Ma possiamo avere qualche dato in più andando a vedere la scheda tecnica del progetto
Per quello che se ne può dire, è un progetto serio che originariamente si chiamava ISOTHERM e al quale qualcuno ha appiccicato la sigla di "Flameless Italian No Emission CO2" "FINE CO2", appunto.
Se leggete la scheda tecnica del progetto, vedrete che in nessun posto si dice che sarà fatto qualcosa di concreto per far "finire il CO2". Il progetto è dedicato a una combustione più efficiente del carbone e alla riduzione dei fumi di combustione, non al sequestro o all'eliminazione della CO2. La maggiore efficienza permette indubbiamente di ridurre un po' le emissioni a parità di energia prodotta, ma da qui a parlare di "Fine CO2" ce ne passa! I proponenti fanno anche notare che questa maggiore efficienza permette, in teoria, di sequestrare il CO2 da qualche parte con una minor perdita complessiva di efficienza rispetto agli impianti tradizionali. Ma non si legge in nessun posto che si il CO2 prodotto da questo impianto sarà effettivamente sequestrato sotto terra.
Quindi, puro pensiero magico che permette di chiamare questo progetto "Fine CO2" e intitolare l'articoletto che vi passo "dal carbone energia pulita rispettanto l'ambiente".
Che ci volete fare? Sembra sempre di più in questo paese di vivere in una barzelletta Sovietica.
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http://www.sardegna.italiadeivalori.it/home/content/view/585/78/
Dal carbone energia pulita rispettando l’ambiente
Carbonia, iniziativa a quattro per mettere a punto e realizzare il progetto «Fine CO2»
CARBONIA. Cordata a quattro (Ansaldo Energia, Sotacarbo, Enea e Itea) per realizzare il progetto “Fine CO2 “ - Flameless Italian No Emission- di anidride carbonica. L’impegno dei ricercatori mira a produrre energia elettrica con l’uso pulito del carbone senza immettere in atmosfera i gas serra.
Il protocollo di Kyoto impone ai paesi, compresa l’Italia, che hanno sottoscritto l’accordo di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’aria e la soluzione sembra a portata di mano.
Con la nuova tecnologia «Near Zero Emission» che sfrutta sistemi di produzione di energia caratterizzati da emissioni di prodotti che non inquinano l’ambiente e non alterano il clima.
Ed è la CO2 a tenere alto l’interesse dei paesi industriali del pianeta per le alterazioni climatiche mentre le polveri sottili, le ceneri, e gli ossido e le anidridi di solfo e di azoto sono l’incubo degli abitanti che abitano nei centri che gravitano nei centri dove sono istallate termocentrali alimentate a carbone. La ricerca ha messo a punto il progetto Isotherm, presentato ieri pomeriggio, a Carbonia, nella miniera di Serbariu alla presenza dell’assessore regionale all’industria Concetta Rau dal pool tecnico delle quattro società coinvolte nell’iniziativa. «Questo processo - ha chiarito ad un pubblico attento, Alvise Bassignano, amministratore delegato di Sofinter (Ansaldo-Energia) - consente di utilizzare carboni di basso rango (Carbone Sulcis o carboni di qualità anche inferiori rispetto a quelli usati nelle centrali Enel) senza immettere in atmosfera i gas della combustione. Brevemente, in un combustore ad alta pressione è possibile catturare l’anidride carbonica e produrre contemporaneamente residui solidi inerti. Scomparsa totale dei metalli pesanti perché, alle alte temperature di processo, si ottiene una sostanza amorfa (vetro) che può essere allocata in discarica». Conti alla mano, oltre alla separazione e allo sconfinamento dell’anidride carbonica i costi di produzione dell’energia elettrica sarebbero inferiori a quelli correnti di oltre il 30 per cento. «Nel combustore - ha spiegato Giuseppe Girardi dell’Enea - viene prodotta una combustione senza fiamma (flameless) ma è un processo perfetto perché all’interno dell’impianto la temperatura, altissima 1500-1800 gradi, è uniforme in tutta la camera di reazione. Quindi si ottiene il massimo rendimento termico e il composto organico totale è 1000 volte inferiore alle tecnologie tradizionali. Insomma si ottengono scorie vetrificate alla base del reattore». I vantaggi di questa tecnologia sono molteplici e i tecnici presenti hanno voluto segnalare anche la possibilità di utilizzo del carbone con una granulometria decisamente superiore a quella che attualmente viene sfornata dai frantoi delle centrali Enel. L’impianto Isotherm, per marciare ha necessità di disporre di maggiori quantità di ossigeno rispetto ai bruciatori tradizionali. «Ebbene i prezzi di questo comburente - ha aggiunto Giuseppe Girardi - sono compatibili con i costi d’esercizio dell’impianto ma i vantaggi sono decisamente importanti».. L’unico inconveniente è dove stoccare l’anidride carbonica sequestrata agli impianti. «La ricerca - ha sostenuto Mario Porcu, presidente della Sotacarbo - ha individuato la possibilità di immagazzinare il gas responsabile dell’effetto serra nei giacimenti di carbone non estraibile, nei giacimenti petroliferi esausti e commercialmente inutilizzabili Si ottiene in questo modo la risalita di metano». Per realizzare il progetto occorrono 60 milioni di euro e 60 mesi di tempo per la realizzazione- A disposizione, per la prima fase sono disponibili 1.5 milioni di euro mentre per le due fasi successive si richiedono fondi regionali e Cerse a sostegno della ricerca nel settore elettrico.
17 aprile ’07 – La Nuova Sardegna
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mercoledì, ottobre 17, 2007
E' colpa nostra!

Se n'è accorta Debora Billi per prima nel suo blog: la colpa per i prezzi alti del petrolio è di ASPO! Debora ha trovato un articolo in un sito finanziario, "Energy Tech Stock" in cui si sostiene che la conferenza ASPO-USA di Houston che si tiene fra poco attirerà l'attenzione sulle teorie di ASPO di carenza petrolifera e quindi farà salire i prezzi.
Si dice "ambasciator non porta pena" ma si sa che è una massima che non vale nella pratica. Pronti a essere impeciati e impiumati? Forse abbiamo qualche speranza che non lo facciano, dato che anche la pece viene dal petrolio: finisce che costa troppo cara :-)
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Il gioco di Achille e della tartaruga

A volte, i picchisti sono accusati di giocare al gioco di Achille e della tartaruga con le loro predizioni sulla data del picco. Vi ricordate il paradosso di Zenone? Per quanto Achille corra veloce, non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga perché nel tempo che impiega per coprire la distanza che li separa, la tartaruga avrà comunque fatto un passetto in avanti. Così, c'è chi dice che i picchisti spostano continuamente in avanti la data del picco che, in realtà, non arriva mai.
Uno dei principali sostenitori di questa idea è Mychael Lynch, autore americano che si è fatto una discreta fama di critico della teoria del picco del petrolio. In effetti, si è costruito un'intera carriera criticando una sola persona: Colin Campbell, fondatore e presidente onorario dell'Associazione per lo Studio del Picco del petrolio (ASPO). Secondo Lynch, Campbell sposterebbe la data del picco via via che il picco si avvicina, in modo da non raggiungerlo mai - proprio come nella storia di Achille e della tartaruga.
Ma è vero questo? In realtà, le accuse di Lynch non stanno in piedi se andiamo a esaminarle nei dettagli. Le possiamo trovare condensate in un articolo del 1998 di Lynch intitolato "Gridare al Lupo". Già il titolo è scelto male se Lynch vuol dire che Campbell ha torto; si è dimenticato che, nella storia, alla fine il lupo arriva davvero! Ma, a parte questo su cosa si reggono le accuse di Lynch?
Lynch comincia subito male presentando una predizione del 1986 fatta dalla ditta Petroconsultants della quale dice "sia Campbell che Laherrere erano associati" (Laherrere è un collaboratore di Campbell, anche lui fra i fondatori di ASPO). Ammesso che la predizione di Petroconsultants del 1986 fosse sbagliata, come fa Lynch ad attribuirla a Campbell e Laherrere quando lui stesso ammette che "non è chiaro" che questi due ne fossero responsabili, o anche solo al corrente? Questo già ci da un'idea di come Lynch giochi sporco.
Lynch prosegue poi esaminando un libro di Campbell del 1991 che conteneva predizioni per la produzione di petrolio in un gran numero di regioni del mondo. Qui, Lynch sostiene che Campbell è stato troppo pessimistico nella maggior parte dei casi. Può darsi, ma ci sono dei dati sospetti nell'analisi di Lynch, che fa vedere questa figura:
I quadratini neri sono le predizioni di Campbell, le losanghe grige, i dati "reali" secondo Lynch. Secondo questa figura, per il 1998 Campbell prevedeva fra 4 e 5 Mbd (milioni di barili al giorno) mentre il dato riportato da Lynch è di oltre 7 Mbd.Ma c'è qualcosa che non torna. Secondo Lynch, l'errore che fa Campbell sui dati degli Stati Uniti è enorme, il più grande di tutti quelli che riporta nel suo testo. Strano, perché la produzione degli Stati Uniti è uno dei casi meglio studiati del pianeta e si sa bene che ha seguito con ottima approssimazione la teoria di Hubbert per tutto il ciclo, fino ad oggi. E' possibile che Campbell abbia sbagliato così clamorosamente proprio sul caso dove si potevano prevedere le cose più che in tutti gli altri?
E' più probabile che sia stato Lynch a sbagliare o a imbrogliare e, infatti, se andiamo a controllare i suoi dati vediamo che sono tutti sbagliati. Secondo l'USGS, gli Stati Uniti non hanno prodotto oltre 7 Mbd nel 1998, ne hanno prodotti solo 6.2. Non solo, ma questi 6.2 mbd includono l'Alaska, mentre l'estrapolazione di Campbell era per i soli 48 stati meridionali. Se andiamo a vedere il valore della produzione per questi stati nel 1998, vediamo che è stato di 4.7 Mbd (dati ASPO 2007), ovvero in buon accordo con la predizione di Campbell. Se vogliamo essere caritatevoli, possiamo dire che Lynch si è sbagliato e non si è accorto che stava confrontando due aree diverse. Se poi qualcuno vuol pensare che lo ha fatto apposta.......... , come si usa su internet: faccina sorridente! :-)
Dovrebbe bastare questo per capire i trucchetti che Lynch usa per accusare Campbell. Il resto delle accuse che leggiamo nell'articolo non valgono una cicca e non vale la pena entrare nei dettagli. Basti dire che fu solo nel 1998 che Campbell pubblicò insieme a Laherrere una predizione generalizzata della data del picco globale planetario. A quell'epoca, il picco era previsto approssimativamente per il 2005. La data è rimasta costante fino all'anno scorso, quando l'inclusione del petrolio prodotto dalle sabbie bituminose l'ha spostata leggermente in avanti, al 2010. Cambia poco, il picco è molto largo e quindi piccole variazioni possono spostarlo di qualche anno in avanti o indietro. Fra le altre cose, comunque, sembra che il picco del petrolio convenzionale sia stato nel 2006, il che fa giustizia alle predizioni iniziali di Campbell.
In sostanza, qui nessuno sta giocando al gioco di Achille e la tartaruga. Non c'è un effetto "catch 22" con una data che si sposta sempre di più nel futuro via via che uno cerca di raggiungerla. Ci sono soltanto incertezze nei dati, come sempre, ma una certezza sempre maggiore che il picco sarà entro il primo decennio del 2000.
Campbell non ha mai risposto per le rime a Lynch; ha sempre preferito ignorarlo. E si che di critiche Lynch se ne meriterebbe. A parte il non aver mai avuto un idea sua, ovvero aver passato la sua carriera a criticare quelle degli altri, basta per dirne una che, in Agosto del 2006, Lynch aveva detto in un intervista su CNBC che si aspettava che il petrolio sarebbe sceso presto a 30 dollari al barile (!!).
(post generato da una domanda di Sandro Kensan)
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La cintura di sicurezza del mondo

Vi ricordate di solo pochi anni fa, quando arrivò la legge che obbligava a mettersi le cinture di sicurezza in macchina? Fu accolta malissimo, addirittura si diffuse la leggenda che a Napoli (o giù di li) si vendevano magliette con sopra disegnata una cintura di sicurezza; per ingannare i vigili.
Quella delle magliette con la cintura disegnata sopra sembra essere una leggenda inventata dallo psicologo Claudio Ciaravolo che sostiene di averla diffusa appositamente per studiare i meccanismi della diffusione delle leggende. Può darsi, anche se non è impossibile che ci siano stati altri che hanno avuto la stessa idea a quel tempo. C'è comunque una logica nella leggenda delle magliette con la cintura finta. Per anni, la gente ha continuato a non mettersi le cinture. Al momento sembra che, a furia di multe, più o meno se la mettono tutti. Ma, insomma è stata e rimane una cosa difficile da mandare giù.
E' curioso che le cinture di sicurezza siano state, e rimangano, tanto impopolari. I benefici delle cinture sono noti a tutti; probabilemente non c'è una tecnologia che dia risultati tanto utili a così basso costo. Eppure, la gente non se le mette se non è obbligata a farlo. Se ci pensate un attimo, è buffo che ci sia una legge che ti costringe a metterti le cinture di sicurezza mentre non ce n'è nessuna che ti proibisca di buttarti dalla finestra del quarto piano.
Il rifiuto della cintura di sicurezza è un esempio della nostra reazione verso la possibilità di eventi negativi, o addirittura catastrofici. Succede non solo per le cinture, ma anche la si vede quando si parla alla gente di picco del petrolio. E' una reazione normale; a certe cose non ci vogliamo pensare; preferiamo non pensarci; forse crediamo anche che se non ci pensiamo, non avverranno. Si pone il problema, tuttavia, di come convincere la gente a prendere delle precauzioni contro i disastri. Incidenti stradali, terremoti, incendi, picco del petrolio; sono tutte cose negative e catastrofiche, eppure bisogna convincere la gente a pensarci.
Lo stesso Claudio Ciaravolo discute questo argomento nel suo sito. Qual'è la strategia migliore per preparare la gente a possibili eventi catastrofici? Vale la pena di leggere il testo di Ciaravolo in proposito:
... negli U.S.A. sono stati spesi milioni di dollari per realizzare campagne centrate sulla paura. In televisione, al cinema, sui tabelloni stradali gli americani hanno visto immagini di macchine accartocciate, precedute (negli spot) da stridore di freni ed urti di lamiere, con l'accompagnamento di messaggi minacciosi. All'automobilista non sono state risparmiate le tragiche visioni del dopo-incidente: dalle corsie di ospedale alla sedia a rotelle. Parola d'ordine: provocargli uno shock. Purtroppo la "strategia del terrore" non dà i risultati sperati: è, infatti, efficace solo con un piccolo numero di soggetti particolarmente sensibili, e per poco tempo. Scioccati da queste immagini, all'inizio la cintura se la mettono: ma a distanza di qualche ora, o - al massimo - di qualche giorno dall'esposizione allo spot (o al manifesto) spaventevole, la paura se ne va, e loro tornano quasi tutti al vecchio comportamento.
In sostanza, spaventare la gente non serve, cosa di cui vi sarete tutti già accorti se avete cercato di esporre il concetto dell'esaurimento delle risorse a persone non preparate. Lo shock che arriva da eventi spettacolari, come il petrolio che in questi giorni supera gli 80 dollari al barile, provoca un picco di interesse nella gente, ma bastano poche settimane perché l'interesse cali.
Ma allora, qual'è allora la strategia giusta perché la gente si renda conto dei pericoli che corre? Secondo Ciaravolo, il modo più corretto per diffondere la cintura di sicurezza o il casco per i motociclisti consisterebbe in usare messaggi più allegri; ovvero usare quella che si chiama la "comunicazione spiritosa" che è alla fine dei conti la tendenza di tutta la pubblicità di oggi. Sembra che qualcuno gli abbia dato retta e la regione Piemonte ha fatto una campagna pubblicitaria dove si vedono persone più o meno maciullate, ma sempre sorridenti. Questo qui, per esempio, si è rotto la testa, ma guardate com'è allegro. Contento lui.....

Può darsi che questo tipo di approccio sia più efficace di quello in cui si cerca di spaventare la gente. Ma è probabile che non basti. Solo una legge rigorosa e multe robuste sono riuscite a convincere tutti (o quasi) a mettersi il casco o le cinture di sicurezza. Se è così difficile convincere la gente a fare cose ovviamente vantaggiose per loro come le cinture di sicurezza, figuriamoci quando si comincia a parlare di cose come l'esaurimento delle risorse e il riscaldamento globale.
Magari un giorno riusciremo anche ad arrivare a un accordo sul fatto che sia l'esaurimento come il riscaldamento sono problemi seri, e che fare qualcosa in proposito e utile per tutti. Ma anche quando ci arriveremo, non sarà ovvio convincere la gente. In fondo, già da ora doppi vetri, lampade a basso consumo e altri accorgimenti sono cose dimostrabilmente utili per tutti; ma l'entusiasmo sull'argomento non è che proprio ribolle.
Allora, cosa fare? Vi posso solo raccontare che una volta mi è capitato di parlare con una ragazza a cui era capitato di dare la forma della propria faccia al lunotto anteriore della macchina, poveraccia. Mi ha detto che per l'appunto, proprio quel giorno le cinture si era dimenticata di metterle (sicuro..!). Comunque, dopo questa "occasionale dimenticanza" è certo che da allora non se ne è dimenticata più.
Può darsi che battere il naso su un problema sia il solo modo di prenderlo seriamente. A proposito del picco del petrolio e del riscaldamento globale, può darsi che solo battendoci il naso contro ci renderemo conto che sono cose serie. Speriamo solo di non farci troppo male
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martedì, ottobre 16, 2007
Anderà anche bene, disse il rospo....
Vi ricordate l'immagine della rana bollita, quella che Al Gore usa spesso per indicare che tendiamo a reagire poco e male ai cambiamenti graduali? La rana schizza fuori dall'acqua bollente se uno ce la butta dentro di botto, ma si lascia cuocere senza reagire se sta dentro una pentola d'acqua che si scalda gradualmente.O almeno così si racconta, personalmente non ho mai bollito rane, ne' di brutto ne' gradualmente. Ma, effettivamente, negli ultimi anni ho visto chiaramente l "effetto rana bollita" con gli aumenti del prezzo del petrolio aumentare da circa 20 dollari al barile (quando abbiamo fondato ASPO-Italia, nel 2003) fino ad arrivare - mentre sto scrivendo - a 87.65 dollari al barile.
E' notevole come cambi la percezione di quello che è caro e di quello che non è caro. La prima volta che mi hanno invitato in televisione a parlare di petrolio è stato quando il prezzo era salito a 37 dollari al barile, e a quel tempo sembrava un'enormità. Più tardi, c'è stato un periodo in cui la gente diceva "il petrolio è basso, è sotto i 60 dollari al barile". Ora che è a 87 e più, immagino che se per caso scenderà sotto i 70, la gente dirà che costa poco.
In effetti, sembra che la nostra capacità di reazione a queste cose stia addirittura diminuendo; sembra che siamo veramente bolliti come la rana di Al Gore. Sembra che l'atteggiamento generale sia che, si, è vero che il petrolio è salito a oltre 80 dollari al barile, ma in fondo non sta succedendo niente di grave. Magari dovremo pagare la benzina 1 euro e mezzo al litro invece che 1.3; ma, dopotutto, cosa cambia?
Eh, si; atteggiamento da rana bollita. Ma, in realtà, gli eventi si stanno muovendo così rapidamente che questa povera rana sembra più a friggere in padella che a bollire in una pentola. Il petrolio a ruota libera e il ghiaccio polare che si scioglie a velocità folli, che gli scenari dell'IPCC non erano riusciti neanche a immaginare. In più, in un recente articolo che ho scritto insieme a Marco Pagani, facciamo vedere che tutte le risorse minerali sono in difficoltà; alcune hanno già piccato, altre stanno piccando. Insomma, verrebbe voglia di dire "siamo fritti".
A Firenze c'è un vecchio detto a proposito di aspettarsi qualche cosa di brutto che ti sta arrivando addosso, e non ci puoi fare niente. Vedi caso, è a proposito di un batrace, non proprio una rana, ma un rospo. In fiorentino, dice "Anderà anche bene, diss'i' rospo, ma il contadin gl'affila i'ppalo" Non so se vi è perfettamente chiaro il significato di ogni parola, ma il concetto credo che lo sia certamente.
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Etichette: petrolio, riscaldamento globale
Zio Paperone, Hulk La vecchia guardia e Kronos
Quando leggo i lanci di agenzia o, peggio ancora gli articoli sull'energia degli """esperti""" ( triple virgolette d'obbligo) generalmente divento verde e straccio la mia ultima camicia decente.
Io sono incavolato ed invidioso. Invidioso di come si guadagnano bene la michetta 'sta gente qua.
Fanno un bel copia incolla come viene viene et voilà l'articoletto !!
Ad esempio sul sole 24 ore si legge:"A determinare il rialzo dei prezzi sono state le dichiarazioni degli esperti dell'Opec secondo i quali, mentre la domanda globale di greggio è in rialzo, la produzione dei paesi non appartenenti all'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio potrebbe diminuire.
A fare crescere i prezzi del greggio sono fenomeni speculativi legati alle nuove tensioni in Medio Oriente. In particolare si teme che le forze turche possano mettere in atto un'operazione di oltre confine nel nord dell'Iraq contro i ribelli curdi, mettendo a rischio le
forniture di petrolio."
Bella spiegazione, convincente, vero?
Manco hanno fatto la fatica di fare un occhiello, un inciso, una elisione, un ossimoro, un commento, insomma che diamine, due righe in croce per legare due affermazioni opposte.
Troppa fatica e poi tanto il popolo bue.....
Ed ora giu' al baretto per il caffeino, che il pil cresce.
Sono incavolato, dicevo, perché vedo profilarsi una strage e nessuno fa nulla.
Una strage di agenti di borsa, consigliori e promotori mobiliari/immobiliari Non sarà la strage degli innocenti, certo ma una personcina sensibile come il sottoscritto ha il cuore che sanguina per tali inette, implumi, inermi creature, pronte ad essere fagocitate dal grande orco della storia.
Vorrei aiutarli, salvarli.....chiarirgli le idee...che dite una sonora randellata con una borsa piena delle baggianate declamate nelle ultime settimane potrebbe aiutare?
8o))
Ah, manco a farlo apposta, ieri, avevo accennato ad un amico che secondo me i segni della rogna immobiliare incombente sarebbero stati la realizzazione di un fondo di prestiti di ultima istanza per le banche ed i fondi esposti al rischio subprime...che quello sarebbe stato come l'attacco alla baionetta della vecchia guardia su lungo il pendio della collina di Plancenoit...
Beh, notizia di oggi: stanno istituendo il fondo di cui.
http://www.finanzaonline.com/notizie/news.php?id=%7BD5A6C3F1-EB28-4DAC-AA0A-586AD662FFFC%7D
Inoltre, studiando le crisi precedenti, ho trovato un parallelo evidente con quella del 1907 (compitino a casa: fate una bella ricerchina su wikipedia e prendete appunti).
La cosa curiosa, l'ironia che sempre aleggia sulla storia (quasi tutte le situazioni gravi sono anche ridicole) e' che allora l'economia americana se ne usci con il Mr. Morgan in persona (se non sapete chi è Mr. Morgan vi basti sapere che la figura di Zio Paperone era ricalcata ESATTAMENTE su di lui) che staccava assegni per le banche in crisi mettendo il SUO patrimonio a garanzia dei prestiti.
Ed ecco che ESATTAMENTE 100 anni dopo la Jp Morgan ci riprova.
Solo che, Napoleone lo sapeva bene, non si può vincere due volte con la stessa tattica.
Ed il "nemico" ora è molto piu' forte, troppo, anche per le banche centrali, figuriamoci.
La globalizzazione, come Kronos, mangia i suoi figli prediletti.
Burp.
Vediamo che succede.
Scommettiamo che l'inflazione risalirà uno zinzinello, prossimamente e che faranno delle arrampicate sugli specchi disumane per spiegarci perche' in questo contesto abbassano i tassi?
E' uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo.
Sapete com'e': al bue non piace molto conoscere il suo destino.
E le bistecche sono buone.
Gnam.
lunedì, ottobre 15, 2007
Il grande Superpicco

Esce oggi su "The Oil Drum" un articolo di Marco Pagani e del sottoscritto intitolato "il picco dei minerali".
E' successo poche settimane fa, di ritorno da ASPO-6 a Cork, che ho trovato nella mia casella postale un messaggio di Marco Pagani nel quale mi mostrava alcuni suoi calcoli che andavano a esaminare l'andamento della produzione di alcuni minerali. Coincidenza curiosa, dato che avevo passato tutto Agosto a esaminare lo stesso database dell'USGS per cercare quali minerali avevano piccato. Insomma, ci siamo messi a lavorare insieme e il risultato è questo articolo.
I risultati sono interessantissimi. Non solo il petrolio sta piccando, ma ci sono almeno 11 minerali importanti che hanno già piccato e molti altri che sono sulla via del picco. Tutta la società industriale è basata sull'estrazione dei minerali e sembra che stiamo arrivando a un "superpicco" di tutte le risorse che sta avvenendo proprio in questi anni.
Qualche altro commento in Italiano su questo articolo, potete leggerlo sul blog di Marco Pagani, "Ecoalfabeta"
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Etichette: picco dei minerali
domenica, ottobre 14, 2007
Il sole di Colonia

I due che vedete nella foto qui sopra sono Toufic el Asmar e il modesto sottoscritto, Ugo Bardi (Toufic è quello più alto). La foto è presa a Colonia ieri l'altro, al centro di ricerca sull'energia solare dell'Agenzia Spaziale Tedesca, dove eravamo andati per un progetto che si chiama REACt e di cui Toufic è il coordinatore scientifico.
Dietro di noi, vedete i concentratori solari parabolici. Quello proprio dietro Toufic è stato costruito apposta per il progetto REACt dalla ditta turca Solitem; poi è stato trasportato a Colonia per essere sperimentato.
L
'idea del progetto REACt è di utilizzare l'energia solare per fare acqua calda e, allo stesso tempo, aria condizionata. E' parte di una serie di idee che hanno a che fare con il trasformare la luce solare in forme di energia che hanno un valore economico. La commissione Europea h
a finanziato questo progetto nell'ambito della collaborazione con i paesi dell'area Mediterranea. Due sistemi sperimentali di questo tipo dovrebbero essere costruiti, uno andrà a funzionare per un ospedale di Casablanca, in Marocco, un altro per un Hotel di Petra, in Giordania.Vedete qui a lato gli elementi del sistema montato a Colonia. A destra, gli specchi parabolici che concentrano l'energia solare riscaldando l'acqua che passa in un tubo. A sinistra, il cuore del sistema, il "chiller" della Robur che trasforma il calore raccolto dagli specchi in raffreddamento per mezzo di un ciclo termodinamico che fa evaporare e ricondensare una miscela di acqua e ammoniaca.
L'attrezzatura è piuttosto complessa e richiede gran quantità di tubi, valvole, pompe, ventole e cose del genere, nonché un sistema di controllo computerizzato. Vi potreste anche domandare se vale la pena di mettere insieme un arnese del genere. La risposta è che, in teoria, un concentratore accoppiato con un chiller può produrre aria condizionata completamente rinnovabile a costi notevolmente inferiori a quelli che si otterrebbero utilizzando un condizionatore convenzionale alimentato da dei pannelli fotovoltaici. Ovviamente, la cosa ha senso solo per impianti relativamente grandi, appunto in grado di condizionare un albergo o un ospedale; non se ne parla per piccoli impianti domestici. Ma, sulle scale appropriate, la tecnologia è interessante e vale la pena di lavorarci sopra
Il sistema di REACt è anche imparentato con il "progetto Archimede" di Rubbia, che è basato sulla stessa tecnologia di base, concentratori parabolici, ma prevede di utilizzare il calore per far funzionare una turbina a vapore e generare energia elettrica.
Quello di Rubbia è un progetto enormemente ambizioso. Ci pensavo mentre vedevo in funzione il sistema REACt, che è già sufficientemente complicato a temperature intorno ai 200 gradi e usando vapore come fluido. Rubbia vuole arrivare a 550 gradi usando un sale inorganico fuso come fluido. Queste temperature sono necessarie se si vuole produrre energia elettrica con un efficienza accettabile, ma gestire un impianto del genere evitando che il sale "congeli" nei tubi deve essere veramente un problema da non dormirci la notte. L'idea è degna di studio, ma notate anche che c'è chi ha espresso seri dubbi sulla validità generale del progetto Archimede (vedi questo commento su Aspo-Italia)
Quindi, non c'è che continuare con i test. Ricordiamoci sempre che tutto quello che ci circonda ha goduto del commento "non funzionerà mai!" ma anche che il cimitero delle tecnologie è pieno di lapidi con sopra scritto "in laboratorio funzionava".
Per saperne di più sul progetto REACt
ringrazio "Weissbach" per un commento che ho incorporato nel testo
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Etichette: archimede, energia solare, react, rubbia
sabato, ottobre 13, 2007
Bravo!

(Se per caso fosse necessario specificarlo, il "bravo" non è da intendersi come ironia. Al Gore è un grande e il suo film "Una scomoda verità" è un capolavoro!)
Etichette: Al gore, cambiamento climatico
mercoledì, ottobre 10, 2007
Leggende, leggende, leggende.....
Qualche giorno fa, Luca Mercalli ha parlato del suo impianto fovoltaico nella sua trasmissione "Che tempo fa". Fra le lettere che ha ricevuto a commento, vi segnalo questa; qui riportata in forma anonima, ma ricevuta con nome e cognome, nonché numeri di telefono, del mittente.
Egregio Dottor Luca Mercalli,
nella trasmissione di ieri sera lei ha presentato la realizzazione del nuovo impianto fotovoltaico da 5 kW come un contributo al risparmio energetico ed alla riduzione delle emissioni globali di gas serra. Purtroppo le cose non vanno così. Sono ingegnere elettronico, ma non mi sono mai occupato di problemi energetici: non sono quindi un esperto nel settore; però ho preparazione sufficiente a distinguere le argomentazioni corrette da quelle sbagliate in proposito. Alcuni fisici di mia conoscenza e vasta esperienza (ricercatori dell’INFN: se necessario posso fornire dei contatti, ma certo ne avete già) mi fanno infatti notare che la produzione di un pannello fotovoltaico (normalmente da silicati, molto abbondanti in natura) richiede un dispendio di energia che supera molte volte la quantità di energia catturata dal sole che lo stesso pannello produrrà nel corso della sua pur lunga vita (10-15 anni). Il loro uso è quindi certamente consigliabile in situazioni particolari, quando la connessione ad una centrale elettrica tradizionale sia impossibile (ad esempio: barche a vela) od altamente antieconomica (ad esempio: abitazioni od impianti in luoghi molto isolati); non può però essere presentato come un contributo all’ambiente: al contrario. Si può obbiettare che tale dispendio avviene in paesi asiatici, lontani da noi: ma globalmente… Quanto sopra ovviamente è in aperto contrasto con quanto sostenuto dal nostro governo ed in particolare dal ministro dell’ambiente: certamente in buona fede ma evidentemente molto mal consigliato.
Una lettera così ti fa veramente cascare le braccia. Questo signore, ingegnere elettronico, persona indubbiamente cortese e articolata, cita "ricercatori dell'INFN" , fisici di "vasta esperienza" che ci rivogano senza batter ciglio l'antica leggenda che il fotovoltaico richiederebbe molta più energia di quella che produrrà nella sua "pur lunga" vita. E' la leggenda del "ritorno energetico negativo" che si può far risalire agli anni '70 quando, invero, i pannelli fotovoltaici erano nella loro infanzia e, in effetti, rendevano poco. Da allora, ne è brillato di sole sui pannelli FV!
Quello che ti fa cascare le braccia è che questo signore si è preso la briga di accendere il computer e mettersi alla tastiera per una buona mezz'oretta per scrivere una lettera in cui cita a memoria quello che gli hanno detto (chissà quando) questi fisici di "vasta esperienza" senza minimamente preoccuparsi di andare a verificare se è vero oppure no. Possibile che uno che ha una laurea in ingegneria elettronica non sappia usare Google?
Fate una prova voi stessi; non importa essere ingegneri elettronici, non importa essere laureati, non importa nemmeno sapere l'inglese. Cercate su Google, per esempio, "ritorno energetico fotovoltaico". Vi arrivano un bel po di pagine, le prime sono di ASPO-Italia. Certe volte, ci vuole un po' di lavoro per interpretare quello che vi dice una ricerca su Google, ma qui, veramente, non ci vuole nessuna fatica a capire come stanno le cose.
Per quanto abbia potuto scorrere i riferimenti che mi ha dato Google, non ne ho trovato nessuno che dicesse che è vero che ci vuole più energia per fabbricare il pannello di quanta il pannello ne restituisca. Da quello che possiamo leggere, i tempi di ritorno sono oggi intorno a un anno o due, al massimo 3 o 4. Se non vi fidate, andate a vedere i riferimenti bibliografici (negli articoli di ASPO-Italia ci sono). Se non vi fidate nemmeno di quelli, andate a vedere le pagine in inglese. Se non vi basta neanche quello, notate che la leggenda non ve la rifila nemmeno Franco Battaglia, arcinemico delle rinnovabili, che se la prende con i pannelli fotovoltaici perché costano troppo, ma NON perché hanno un ritorno energetico negativo. Cosa volete di più?
Eppure, dovunque si vada a parlare di pannelli fotovoltaici, ci sarà sempre qualcuno che in tutta serietà sosterrà questa leggenda equivalente a quella che vuole la Luna essere fatta di formaggio.
(incidentalmente, oggi ho fatto il collaudo "ufficiale" dell'impianto FV di casa mia. Funziona alla grande e non vi dico la soddisfazione!!)
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Etichette: antibufala, fotovoltaico, ritorno energetico
martedì, ottobre 09, 2007
Bucherellare un pianeta: il Sulcis confrontato con la Germania

Google earth, oppure l'equivalente "live.com" vi offrono delle possibilità quasi incredibili di vedere cosa succede su questo pianeta. L'immagine qui sopra è della centrale a carbone di Frimmersdorf, in Germania, una delle più grandi del pianeta con i suoi 2.3 Gigawatt di potenza. Non vi fate impressionare dal fumo bianco, che è solo acqua di condensa delle torri di raffreddamento. Quello che fa danni è quello che non si vede, il biossido di carbonio.
Ancora più danni al pianeta li fa la miniera a cielo aperto di Garzweiler, che si trova a pochi chilometri dalla centrale e la rifornisce. Una sola immagine non riesce a dare l'idea dell'immensità di questo scavo. Se avete un momento, cercate "garzweiler" su google earth e zoomateci sopra; è una cosa immensa, lunga otto chilometri e mezzo e larga quattro. Più di 30 km2 di scavo. Ecco una foto di un pezzetto dell'arnese

Quei due strani cosi a forma di "T" che vedete sono le macchine che scavano e raccolgono il carbone. Misurati con il "ruler" di google, sono dei mostri meccanici di 120x120 metri.
Da Garzweiler si estrae lignite, il totale delle riserve è detto dell'ordine di un miliardo e trecento milioni di tonnellate. Non c'è male in termini assoluti, ma va anche detto che il totale del carbone estratto oggi in tutto il mondo è di circa 4 miliardi di tonnellate all'anno. Tutto l'immenso scasso di Garzweiler basterebbe al mondo solo per tre o quattro mesi di consumo.
A questo punto, ci potrebbe venire in mente di dare un'occhiata alle famose miniere del Sulcis, in Sardegna, di cui tanto si è parlato negli ultimi tempi. Se volete vederle con Google Earth, cercate "Carbonia", la città fondata da Mussolini nel 1938. A poca distanza dalla città, a sud ovest, troverete una piccola miniera a cielo aperto. Misurata con il ruler di google, è un affarino infinitesimale in confronto a Garzweiler, circa 500 metri per 200 metri. Come area, Garzweiler è circa 300 volte più grande! Da quello che si vede, la miniera di Carbonia sembrerebbe abbandonata e, effettivamente, le miniere della zona risultano chiuse dal 1970. Risultano altre miniere a pozzo, anche quelle abbandonate. Potete vedere le immagini di vecchie installazioni rugginose nelle foto di panoramio (a sinistra, miniera "grande" di Serbariu).Confrontate con Garzweiler, queste immagini danno l'impressione di una miniera giocattolo. E, in effetti, le dimensioni sono quelle di un giocattolo. Se cercate su internet, troverete dei numeri fantastici per le riserve del Sulcis, si parla di 600 milioni di tonnellate di carbone, ovvero non tanto di meno di Garzweiler. Ma questo numero è un tantino (parecchio) ottimistico; secondo le statistiche dell' "Energy Information Administration" (EIA) del dipartimento dell'energia degli Stati Uniti, il carbone estraibile in tutta italia, ovvero quasi escusivamente dal Sulcis, ammonta a sole 37 milioni di tonnellate in tutto.
Chi ha ragione? Non è detto che i dati della IEA siano sempre giusti, ma sono perlomeno controllati e verificati per quanto possibile mentre quelli che girano a ruota libera su internet non si sa da dove arrivino e chi li abbia inventati. Sostanzialmente, comunque, è possibile che la discrepanza sia nella definizione. Può darsi che nella zona del Sulcis si possa stimare che esistano, in qualche forma, qualche centinaio di milioni di tonnellate di carbone. Ma quello che conta è la quantità estraibile, che deve avere certe caratteristiche. Un giacimento di carbone è fatto da uno strato (un "filone carbonifero") o più strati che devono avere una certa continuità e dimensioni, altrimenti non si può estrarre niente. Se ci fossero veramente 600 milioni di tonnellate di carbone in una forma estraibile, la gente non sarebbe a discutere se riaprire la miniera o no. Sarebbero tutti a scavare. Invece, la miniera è stata chiusa negli anni '70 perché, evidentemente, non valeva più la pena estrarre quel poco che restava. A costi altissimi, può darsi che si riesca a tirarne fuori ancora qualcosa, ma è anche possibile che la stima riportata dall EIA sia ottimistica - ovvero che le riserve della miniera del sulcis siano effettivamente zero.
Comunque, dato per buono il dato dell'IEA, possiamo comparare la produzione possibile del Sulcis con i consumi in Italia. Sempre secondo l'EIA, l'Italia importa quasi 30 milioni di tonnellate di carbone all'anno. E, comunque, il carbone in Italia è soltanto una minima frazione dei combustibili usati per generare energia elettrica in italia, circa il 10%. Tutto il carbone del Sulcis basterebbe per un mesetto di consumo di energia elettrica in Italia.
Diciamo pure che "tutto fa" ma, onestamente, non è che il carbone del Sulcis sarebbe quella grande meraviglia che risolverebbe il problema energetico italiano.
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Etichette: carbone, energia elettrica, sulcis
lunedì, ottobre 08, 2007
Non è un videogioco

Al di là dell’emotività di questa disgrazia, in cui quattro giovani hanno trovato una morte assurda, mi sono venute in mente alcune cose.
E’ ormai evidente che il nostro Stato (e probabilmente non solo il nostro) è sempre meno in grado di garantire non solo l’ordine pubblico, ma anche una certa serietà/severità delle pene per chi compie reati gravi. Il rom aveva anche un precedente (rapina a mano armata); alla fine di questi episodi, l’epilogo è: niente carcere, e arresti domiciliari in un residence.
Ora, indipendentemente dall’etnia di chi compie reati come questi, in uno stato civile si vorrebbe essere garantiti, avere una gestione seria dell’immigrazione, politiche mirate di integrazione, ma anche la certezza della pena (sia per italiani che per stranieri).
L’Italia, invece, ha partorito l’indulto, i cui risultati parlano da soli.
Ma veniamo ora al Petrolio. Che cosa c’entra?
La prima ovvia conseguenza del post-Picco è una minore disponibilità energetica pro-capite. Quindi, meno Energia per tutto: usi civili, Agricoltura, Industria… e anche per le Forze dell’Ordine. Tra l’altro, proprio nel momento del maggior bisogno di sicurezza, visto che le precedenti condizioni non sono proprio il terreno ideale per una florido tasso d’occupazione e per un controllo “soft” dei flussi migratori .
La Termodinamica, d’altro canto, ci insegna che per raggiungere un certo Ordine occorre spendere una certa Energia (il famoso “Diavoletto di Maxwell”, alla fine dei conti, doveva pur vedere ed espletare le sue funzioni vitali), superiore all’Energia che il sistema rilascerà tornando alle condizioni disordinate iniziali.
Le Forze dell’Ordine sono una “macchina” il cui fabbisogno energetico non è trascurabile: personale, caserme, carceri, procure, armi, pantere etc…, tralasciando tutta la parte Esercito vero e proprio.
In una situazione post-picco, e in assenza di valide e lungimiranti alternative energetiche, sarà ben difficile continuare a mantenere schiere di condannati nei residence, anche con tutta la nostra italica capacità di autolesionismo. Sarà anche molto più complicato gestire le carceri, e questo aprirebbe la via a nuovi indulti.
Vi lascio allora immaginare quali sarebbero le ulteriori, malaugurate conseguenze. Tra le tante, me ne è venuta una di carattere economico, la nascita di una nuova (relativamente…) figura professionale: quella dello “street fighter”, combattente più o meno armato, eventualmente appartenente a una qualche banda a scopo di razzia, o anche di autodifesa, oppure ancora al servizio dei potenti della situazione. Una sorta di versione moderna degli antichi samurai, o dei bravi del Manzoni.
In ogni caso, si tratterebbe di un ritorno a periodi molto bui.
domenica, ottobre 07, 2007
Il Bidone Nucleare

Il Bidone Nucleare
Di Ugo Bardi 6 Ottobre 2007
www.aspoitalia.blogspot.com
Guardate la mappa qui sopra: mostra dove sono piazzate le centrali nucleari francesi. Notate che ce ne sono sei una dopo l'altra in un arco che va lungo le Alpi, a ridosso del confine con l'Italia. Perché mai saranno tutte quante proprio li'?
C'è chi ha parlato di questioni di sicurezza, chi dell'acqua del Rodano da usare per il raffreddamento. Può darsi, ma la sicurezza varia poco da un posto a un altro e la Francia è un paese generalmente ricco di acqua. La spiegazione sembrerebbe un'altra; una che ha a che fare con l'uso che si fa delle centrali nucleari, ovvero la produzione di energia elettrica. Usando linee ad alta tensione, l'energia elettrica si può trasportare anche a parecchie centinaia di chilometri di distanza ma, comunque, a costo di una certa perdita. Per questo, conviene che le centrali siano costruite vicino agli utenti. Ora, se i Francesi hanno costruito le loro centrali il più vicino possibile all'Italia è probabile che fin dall'inizio progettassero di vendere l'energia all'Italia, come stanno facendo da almeno vent'anni.
Ora, vorrei provare a fare un'ipotesi complottista. Più di una volta ho detto male di chi vede complotti dappertutto ma è vero anche che i complotti esistono e certe volte è proprio difficile ignorarli. Non vi viene in mente l'idea che il referendum antinucleare del 1987 sia stato un complotto, ovvero il modo per rifilarci un bel "bidone nucleare" da parte dei nostri vicini di casa francesi?
A seconda della parte da cui uno sta, il referendum del 1987 si può vedere come una grande vittoria degli ambientalisti in favore della sicurezza e della sanità pubblica, oppure come un vile colpo alla schiena contro un'industria alla quale l'ideologia degli ecofanatici ha impedito di svilupparsi sfruttando ignobilmente l'onda emotiva del disastro di Chernobyl del 1986. L'una o l'altra di queste versioni degli eventi fanno comodo, rispettivamente, agli ambientalisti, che possono vantarsi di una grande vittoria, e ai nuclearisti, che possono dare la colpa agli ambientalisti per il mancato sviluppo delle centrali nucleari italiane.
Ma siamo proprio sicuri che le cose siano andate veramente così?
Per prima cosa, consideriamo che il movimento ambientalista italiano non è mai riuscito a ottenere una vittoria importante nella sua storia, nemmeno contro la caccia ai fringuelli. E' strano che sia riuscito a impallinare così facilmente un'industria importante come quella nucleare. E' curioso poi che l'Italia sia l'unico paese al mondo che abbia smantellato centrali funzionanti o in corso avanzato di costruzione. Ci sono diversi paesi in Europa che non hanno centrali nucleari (per esempio Grecia e Austria) e altri che si sono impegnati nel non costruirne di nuove oltre a quelle esistenti (come la Germania). Ma nessuno ha smantellato le proprie centrali prima della fine della loro vita operativa. L'Italia è una vera anomalia energetica.
Dall'altra parte, come sapete, la Francia ha puntato tutto o quasi sulla fissione nucleare per la propria energia elettrica. La Francia è il solo paese al mondo che ha fatto una cosa del genere e anche questa è un'anomalia, diametralmente opposta a quella italiana. Non potrebbe darsi che le due confinanti anomalie si spieghino l'una con l'altra?
Mettiamoci dal punto di vista dei francesi negli anni '60 e '70. Avevano deciso di potenziare al massimo la produzione di energia nucleare. Avevano la tecnologia e le risorse, la Francia aveva addirittura delle miniere di uranio sul territorio nazionale. Però avevano un problema: l'energia nucleare si adatta male alla caratteristica di domanda variabile di energia elettrica.
La potenza immessa nella rete elettrica varia continuamente a seconda della domanda. Di giorno c'è un picco di richiesta mentre di notte se ne richiede molta meno. La richiesta varia anche stagionalmente, con dei picchi in inverno e anche in estate per i condizionatori d'aria. In una rete tipica ci sono degli impianti, di solito turbine a gas, che funzionano in modo intermittente per seguire la variazione. La notte, quando la richiesta è bassa, molti impianti a combustibile fossile vengono semplicemente spenti.
Seguire la richiesta variabile della rete è una cosa difficile con le centrali nucleari. Sono di solito impianti molto grandi; con potenze intorno al gigawatt (GW) o di più, che non sono agevoli da accendere o spegnere. Questo non vuol dire che non si potrebbero progettare delle centrali nucleari in grado di seguire la domanda, ma il problema è un altro. Nelle centrali nucleari, il combustibile (uranio) che genera il calore costa abbastanza poco rispetto al costo totale dell'impianto e quindi il costo dell'energia prodotta dipende principalmente dai costi di ammortamento. Per ridurre questi costi al massimo, bisogna che l'impianto funzioni 24 ore su 24 a tutta potenza. E' così che la maggior parte delle centrali nucleari sono progettate. Spegnere la centrale ogni tanto vorrebbe dire ridurre la produzione lasciando invariati i costi; ovvero aumentare i costi del kWh prodotto. Il contrario vale per le centrali a combustibili fossili dove il costo principale è dovuto al combustibile stesso. A centrale spenta, non si consuma combustibile, per cui conviene tenerla spenta, se possibile.
Quindi, i Francesi si trovavano davanti a un problema con la loro idea di usare quasi esclusivamente il nucleare per la loro energia elettrica. Per coprire la richiesta di picco avrebbero dovuto sovradimensionare gli impianti rispetto ai momenti di bassa domanda, ma questo li avrebbe costretti a buttar via un sacco di energia. Oppure potrebbero aver limitato le centrali al numero che avrebbe permesso di tenerle sempre al massimo della potenza; ma allora non avrebbero potuto coprire tutta la richiesta.
Arriviamo ora al complotto: i Francesi devono aver pensato a questo punto "Beh, l'energia che produciamo in eccesso con le nostre centrali la possiamo vendere ai nostri vicini!". Si sono guardati intorno e hanno visto che la Germania e la Svizzera avevano già le loro centrali; la Spagna a quei tempi non assorbiva tanta energia. L'Italia era invece affamata di energia: proprio dirimpetto c'era la pianura Padana, una delle più grandi zone industriali d'Europa, a una distanza sufficientemente breve da poter essere raggiunta con elettrodotti ad alta tensione. Il cliente perfetto del nucleare francese.
Il problema era che a quei tempi l'Italia aveva un programma nucleare assai evoluto e all'avanguardia. Era forse più indietro di quello francese, ma se si fossero costruite le centrali nucleari italiane previste, non ci sarebbe stata più la necessità di importare energia dalla Francia.
Da qui in poi, non possiamo fare altro che delle ipotesi. Come sempre, quando si parla di queste cose, non possiamo portare prove di nessun genere. Cerchiamo di evitare il complottismo di bassa lega, ma non possiamo fare a meno di notare che c'era una convergenza di ragioni per le quali era conveniente per qualcuno che l'Italia uscisse dal nucleare. A livello strategico, l'Italia è stata considerata per molti anni un alleato inaffidabile. Fino al crollo dell'Unione Sovietica, c'era ancora la preoccupazione che i comunisti avrebbero potuto prendere il potere e trascinare l'Italia nel patto di Varsavia che, a quel punto, avrebbe avuto accesso fra le altre cose anche alla tecnologia nucleare occidentale. Oppure, si temeva che l'Italia avrebbe potuto fare una politica nucleare indipendente e non tutti sanno che, come ci racconta Paolo Cacace nel suo Libro "L’atomica europea".l'Italia progettava di costruire armi nucleari insieme a Germania e Francia negli anni 1950. Di certo, un'Italia senza energia nucleare era un buon cliente per il nucleare francese e non avrebbe fatto concorrenza a nessuno in quello che si vedeva allora come un mercato in espansione: quello dell'energia nucleare in tutto il mondo.
E' impossibile dire come tutte queste pressioni si siano coalizzate fino a produrre il referendum del 1987; ma sicuramente c'erano delle forze imponenti che non volevano un'Italia nucleare e che hanno colto l'occasione dell'ondata emotiva del disastro di Chernobyl per distruggere l'industria nucleare italiana.
In effetti, la storia dell'industria nucleare italiana somiglia per diversi aspetti a quella dell'industria petrolifera al tempo di Enrico Mattei. In tutti e due casi, il tentativo di fare una politica energetica indipendente da parte dell'Italia fallì per l'opposizione di forze molto più potenti di quelle che l'Italia poteva mettere in campo. Nel 1962, Mattei pagò con la vita il suo tentativo. Andò meglio, in un certo senso, a Felice Ippolito, presidente del CNEN (comitato nazionale per l'energia nucleare) che fu processato nel 1964 per illeciti amministrativi e condannato a 11 anni di carcere. I reati che gli furono contestati erano ridicoli ma, ai fini pratici, anche lui fu messo in condizioni di non poter più agire.
E così Francia e Italia si sono trovate a braccetto per vent'anni. L'Italia cliente del nucleare francese, la Francia cliente della capacità del sistema energetico italiano di assorbire parte dell'energia in eccesso prodotta dalle centrali francesi. La situazione si è evoluta negli anni e il grande black-out del 2003 ha fatto si che la dipendenza italiana dalle centrali Francesi sia stata nettamente ridotta per evitare ripetizioni. Ma rimane il fatto che l'Italia è un cliente dell'energia nucleare francese. In un certo senso, è stato un buon affare per tutti e due i paesi. Si potrebbe arguire, addirittura, che l'affare migliore l'ha fatto l'Italia che non ha avuto la necessità di doversi impegnare negli investimenti necessari per costruire centrali nucleari sul proprio territorio.
Ma, ahimé, come si suol dire "i nodi vengono al pettine". L'iperspecializzazione a lungo andare non paga. Se la Francia si è iperspecializzata nel nucleare, l'Italia si è iperspecializzata nei combustibili fossili. Entrambi si trovano oggi in difficoltà.
Da una parte, la Francia ha esaurito da un pezzo le proprie miniere di uranio ed è costretta a rifornirsi sul mercato internazionale. Ma la situazione delle forniture di uranio è estremamente difficile con la produzione mineraria mondiale che copre solo circa il 60% della domanda e con poche prospettive di grandi espansioni nel futuro. Per ora, i francesi si riforniscono con uranio ricavato da vecchie testate nucleari sovietiche smantellate. Questo potrà durare ancora qualche anno, ma dopo? A che prezzi l'uranio? Ci sarà uranio da comprare, anche a qualsiasi prezzo? In aggiunta, le centrali nucleari francesi hanno funzionato ormai per molti anni e si pone il problema dello smantellamento e della bonifica dei siti. Già questo è destinato a costare cifre immense, ma il problema è un altro: vale la pena di impegnare le enormi risorse necessarie a ricostruire le centrali senza la sicurezza di poterle rifornire di uranio?
Il fallimento della politica nucleare Francese, in effetti, è cominciato molto tempo fa, con il costoso fallimento del reattore a neutroni veloci "Superphénix" che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi di scarsità di uranio fissile producendo combustibile a partire da una forma di uranio non fissile e abbondante. Certamente, la centrale incontrò dei grossi problemi tecnici, ma non tutto è chiaro sulle ragioni della sua chiusura. Superphénix fu sabotata più volte e addirittura attaccata a colpi di bazooka nel 1982. Più tardi, esponenti dell'ambientalismo svizzero si addossarono la responsabilità dell'attacco anche se, va detto, l'arma usata non era tanto comune fra gli eco-pacifisti.
Da parte sua, l'Italia si trova in guai forse peggiori. La crisi del petrolio e dei fossili sta colpendo molto duramente un paese che aveva fatto della raffinazione una delle sue industrie portanti. Tutto il sistema industriale italiano si basa su energia che viene dai fossili: l'aumento dei prezzi di mercato lo sta mettendo in una crisi che potrebbe essere terminale.
Né la Francia né l'Italia hanno investito seriamente nell'energia rinnovabile e ora si trovano terribilmente indietro rispetto ad altri paesi, come la Germania, la Cina, e il Giappone che lo hanno fatto e lo stanno facendo. C'è ancora tempo per rimediare, forse, ma in entrambi i paesi, la virata verso l'unica direzione possibile si sta ancora facendo attendere.
In Francia, si cerca di insistere con il nucleare, sognando di un difficilissimo ritorno ai reattori veloci. Non è impossibile, ma dopo il fallimento del Superphénix bisognerebbe ricominciare da zero e non c'è più tempo con la crisi del petrolio non più alle porte ma ormai arrivata.
Anche in Italia, c'è chi sogna un ritorno al nucleare. Non sarebbe forse impossibile: in fondo l'opposizione internazionale al nucleare Italiano dovrebbe essersi molto ridotta dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Ma le difficoltà sono immense. Dopo la distruzione delle competenze e degli investimenti italiani nel nucleare si tratterebbe oggi di ricominciare da zero. E l'Italia si trova di fronte allo stesso problema della Francia: chi può garantire che ci sarà uranio sufficiente per garantire il ritorno degli enormi investimenti per nuove centrali?
In Italia, la virata verso le rinnovabili sarebbe molto più facile che in Francia dato che non c'è un parco di centrali nucleari da smantellare a costi immensi. Per cui, è strana tanta lentezza e tanta resistenza in Italia. Lacci burocratici di ogni sorta, leggi che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi vuole installare le rinnovabili; "leggi truffa" con le quali si dice che si vogliono finanziare le rinnovabili e invece si finanzia l'incenerimento. Come ciliegina sulla torta, l'Italia è probabilmente l'unico paese al mondo dove c'è gente che scrive libri interi per dimostrare che le rinnovabili non servono a niente e trova anche chi li compra.
E' possibile che ci sia un complotto contro le rinnovabili, così come potrebbe essercene stato uno ai suoi tempi contro il nucleare? Sembrerebbe di no. A differenza del caso dell'industria nucleare, l'industria delle rinnovabili non ha particolari risvolti strategici. Se l'Italia si lanciasse in quella direzione, nessuno ha particolare interesse a impedircelo. Se ci sta arrivando sulla testa un nuovo bidone, quello di non fare l'energia rinnovabile, è un bidone che ci stiamo tirando addosso da noi stessi per ignoranza e stupidità.
(ringrazio "Felis" e Eugenio Saraceno per suggerimenti e commenti riguardo al testo di questo articolo)
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sabato, ottobre 06, 2007
Il picco dei funghi
il FORNAIO, IO e un altro CLIENTE
FORNAIO: quest'anno è stato veramente un disastro. E' piovuto questa settimana, ma niente funghi. Sono andati a cercarli, ma non ne hanno trovati.
CLIENTE: Io li ho trovati
F: Beh, voi sapete dove trovarli, per forza.....
C: Non è quello. E' un'altra cosa. Bisogna sapere come cercarli
F: Si? E come?
C: Bisogna andarci con il piccone e la vanga. Scavare bene, la sotto si trovano, eccome!
F: ....
IO: Ma dopo che uno ha vangato il bosco in quel modo, l'anno dopo, i funghi ritornano?
C: Un filone da mezzo chilo, per favore
F: Come lo vuole, ben cotto?
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giovedì, ottobre 04, 2007
Cosa c'entra Caravaggio?

Si è svolto in questi giorni a Pistoia il convegno "Bioarchitettura e Ingegneria Ambientale" organizzato dalla provincia di Pistoia in collaborazione con altri enti. Nel primo giorno del convegno, Marco Bresci ha presentato il suo libro "Idee Senza Frontiere" di cui gentilmente mi ha regalato una copia.
E' un libro sull'energia, ma qualcosa di anomalo fra i tanti libri che si pubblicano sull'argomento. E' un libro pirotecnico, vasto, curioso, esplorativo, forse anche un po' folle. E' soprattutto, un libro "visionario", nel senso che si da al termine in inglese, dove "visionario" si dice di qualcuno che ha una visione. Un libro che parla del ruolo dell'etica nella crisi che stiamo affrontando e - senza paura di usare questa parola - del ruolo di Dio.
E' un libro che, sicuramente, non piacerà a tutti ma, personalmente, credo che ci sia bisogno di libri del genere per opporsi all'orribile schiera di quelli che vivono e agiscono sulla base di un comandamento che dice, più o meno, "Stermina il prossimo tuo così avrai tutto il petrolio per te stesso".
Come per tutti i libri intelligenti e fuori dell'ordinario, "Idee senza Frontiere" sarà probabilmente difficile da trovare nelle librerie, semmai potete scrivere direttamente a Marco Bresci a marbresci@tin.it
Cosa c'entra Caravaggio? Beh, ovviamente con l'energia non c'entra niente. E' solo per ricordarsi che ci sono altre cose oltre al petrolio, al gas e al carbone. Caravaggio, ai suoi tempi, queste cose non le aveva nemmeno sentite nominare. Eppure, guardate che cosa riusciva a fare.
Se vi capita di essere a Roma, potete passare vedere "La Madonna dei Pellegrini" nella chiesa di Sant'Agostino, in centro, non lontano da Piazza Navona. Un buon antidoto contro il troppo petrolio nella testa e nel serbatoio.
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(Ringrazio il collega Antonio Cavaliere per avermi portato a vedere per la prima volta la "madonna dei pellegrini" nella chiesa di Sant'Agostino in una pausa dei lavori della commissione interministeriale rifiuti)
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mercoledì, ottobre 03, 2007
Petrolio "abiotico": scienza o politica?

Mi sono arrivate molte richieste di chiarimenti sulla faccenda del petrolio abiotico (o "non biologico") dopo il recente articolo di Roberto Vacca sul Sole 24 ore. Nell'articolo, Vacca riprende le idee della rumorosa tribù degli abioticisti americani che sostengono che il petrolio è abbondantissimo nelle viscere della terra e che i problemi che abbiamo sono il risultato di un complotto delle compagnie petrolifere che ci vogliono nascondere questa abbondanza.
Fino a ora, avevo rimandato molte domande al mio articolo in inglese del 2004 che era stato pubblicato in Inglese, su "from the wilderness", adesso Francesco Aliprandi ne ha fatto gentilmente una traduzione in Italiano che trovate sul sito di aspoitalia.
In quell'articolo di qualche anno fa, esponevo considerazioni molto simili a quelle del recente post che ho fatto sul blog di aspoitalia. Ovvero, l'idea che potrebbero esistere immense risorse di petrolio abiotico a grandi profondità è in contrasto con tutto quello che sappiamo dei meccanismi dei cicli biologici e geologici della crosta terrestre. Insomma, una "teoria Babbo Natale" che ci da una falsa promessa di abbondanza basata solo su grandi e vaghi ragionamenti.
Purtroppo, a un certo punto della nostra vita, tutti ci siamo dovuti rendere conto che Babbo Natale non esiste. Così, dobbiamo renderci conto che prima o poi dovremo imparare a fare a meno del petrolio
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martedì, ottobre 02, 2007
Irlanda; cronache di un'antica catastrofe
Queste note sono il risultato di un giro per l'Irlanda del Sud che ho fatto dopo il convegno ASPO-6 tenuto a Cork nel Settembre del 2007. Dopo il convegno, una cinquantina di partecipanti hanno viaggiato tutti insieme in un bus fino a Killarney, nella contea del Kerry, per discutere ulteriormente di petrolio e di picchi, e anche per socializzare un po' fra loro.
Cork a Killarney, nel sud dell'Irlanda
Dialogo fra me e una ragazza con macchina fotografica sul bus dei congressisti ASPO in viaggio da Cork a Killarney.
RAGAZZA - Non le sembra bello?
IO - Bello?
- Si, certo, tutti questi colori, il verde, la natura.....
- Mah.... a me non sembrava tanto bello.
- No? Perché
- Vede, non mi sembra naturale questo paesaggio; con tutte queste rocce....
- Come?
- Siamo in collina, c'è molta umidità e il clima in questa zona non è molto freddo. Queste colline dovrebbero essere coperte di alberi. Vede, tutta quella roccia nuda.....
- ...
- Non è una cosa naturale; è opera dell'uomo. Qualcuno deve aver tagliato gli alberi qui, e non sono più ricresciuti.
- Lei dice che non ci dovrebbero essere tutti questi sassi?
- Si, è quello che si chiama erosione, è la perdita dell'humus.
- Ma è sicuro?
- Beh, in questa zona non c'ero mai stato prima, ma mi pare proprio che sia così.
La ragazza ha continuato a fare fotografie. Più tardi, mi ha detto che veniva dal Minnesota. Mi è parso che sia rimasta molto perplessa a proposito della questione dell'erosione. Non che non avesse capito quello che le avevo detto, ma riusciva veramente a vedere il problema, nonostante che ce l'avesse davanti agli occhi.
Sembra che se una catastrofe si verifica abbastanza lentamente, quello che vediamo ci sembra del tutto normale. Anzi, ci può sembrare una cosa bella. Mi è successo in Libano di leggere su non so più quale guida turistica una lode del paesaggio "drammatico" del monte Libano. Drammatico? Certamente, sul monte Libano ci sono dei crepacci paurosi che ricordano il Gran Canyon, ma sono il risultato del disboscamento. Una volta la montagna era tutta forestata, i famosi cedri del Libano. Poi, a furia di tagliarli, tutta la costa del Libano è ridotta a una pietraia desolata. Paesaggo drammatico, davvero.
Più tardi, viaggiando per la contea del Kerry, abbiamo visto altre zone profondamente erose.
Negli anni, gli irlandesi hanno cercato di recuperare un po' di verde raccogliendo i sassi a formare quei caratteristici muretti che fanno somigliare il paesaggio a una scacchiera. E' un metodo un po' disperato, ma che comunque ha probabilmente il vantaggio di trattenere un po' il terreno. Ma rimane un terreno fragile che è continuamente danneggiato dalle moltissime pecore al pascolo. In molte zone che abbiamo visto, non rimaneva più nemmeno l'erba.Certo, essere sul posto ti da un'idea molto chiara della situazione di un certo territorio, ma non c'è veramente bisogno di andare fisicamente in Irlanda per rendersi conto della situazione. Aprite "Google Earth" e andate a vedere la parte sud/sud ovest dell'Irlanda. Certe zone sembrano la faccia della Luna, ricordano moltissimo le pietraie che ci sono in Libano e addirittura il deserto che ho visto in Giordania. La risoluzione delle mappe di Google dell'Irlanda non è molto alta, ma se andate a vedere le foto di panoramio, vedete benissimo l'erosione dovunque. Curiosamente, su internet si parla abbastanza poco del problema dell'erosione in Irlanda, ma se cercate bene lo troverete menzionato.
La questione dell'erosione in Irlanda è correlata alla grande carestia del 1845 e degli anni successivi, che fu l'ultima importante carestia storica in un paese europeo. La correlazione non è diretta; ma ci possiamo fare un quadro abbastanza chiaro degli eventi dai dati che abbiamo. Deforestazione e sviluppo economico andavano insieme in Irlanda nella prima metà dell'800. Deforestando, si otteneva combustibile per le ferriere e, allo stesso tempo, si liberava spazio per l'allevamento delle pecore e per l'industria della lana. Sia lana che ferro portavano ricchezza che veniva investita in nuove ferriere e allevamenti. Ma questi richiedevano manodopera e per questo si incoraggiava l'aumento della popolazione. Per nutrire la popolazione in rapida crescita l'unico modo che fu trovato era la monocultura delle patate, una cultura ad alta resa, specialmente adatta ai paesi poco soleggiati.
Ma le monoculture, come si sa, sono culture fragili. Con il "potato blight", il morbo delle patate, del 1845 cominciò il disastro. Gli Irlandesi avevano, usando la terminologia moderna, consumato il loro capitale naturale. Esaurite le foreste e distrutta una buona frazione della terra fertile, in qualche modo la popolazione doveva "rientrare" a livelli compatibili con quello che restava. La malattia delle patate fu la causa scatenante e la carestia fu peggiorata anche dal fatto che l'Irlanda nell'800 era un paese colonizzato dove l'economia era in mano a un'aristocrazia di proprietari terrieri inglesi. Questa aristocrazia non aveva particolare interesse ad alleviare le sofferenze degli irlandesi e le cronache del tempo riportano che, mentre la gente moriva di fame, l'Irlanda continuava a esportare cibo verso l'estero in convogli scortati dall'esercito. Questo peggiorava una situazione già gravissima, ma il rientro era comunque inevitabile.
Nel 1845 la popolazione dell'Irlanda aveva raggiunto gli 8 milioni di persone. Ne morirono di fame immediatamente circa un milione e nei decenni successivi la popolazione si dimezzò, in gran parte a causa della denutrizione e delle malattie che ne derivavano, in parte a causa dell'emigrazione. Guardate la figura seguente: la popolazione Irlandese ha seguito una curva a campana che somiglia a quella di Hubbert per petrolio (Da Wikipedia)
Secondo Jared Diamond, nel suo libro "Collasso", le isole sono spesso dei microcosmi che seguono le stesse tendenze del mondo intero, ma più rapidamente e più drammaticamente. L'Irlanda, sembrerebbe, è un microcosmo che ha seguito la sua traiettoria di crescita e collasso nel secolo scorso; una traiettoria che potrebbe prefigurare quella - più lenta e più spostata nel futuro - del mondo intero.
L'Irlanda non è un'eccezione in termini di erosione. Il problema è molto grave nei paesi del Nord Europa; in certi casi quasi altrettanto grave di quello dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Mentre in Africa e in Oriente il problema è l'aridità, nel Nord Europa in compenso c'è una bassa insolazione per cui le piante crescono lentamente e ci vuole più tempo a rimediare ai danni. Il problema è ancora più grave in Islanda, che è ancora più a nord dell'Irlanda. Lo stesso vale per la Groenlandia, un altra isola che ha subito una grave fase di erosione al tempo della colonizzazione europea, come ci racconta, ancora, Jared Diamond in "Collasso." Nel caso della Groenlandia, il crollo della popolazione è stato veramente radicale: non è rimasto nessuno.
Erosione e crollo della popolazione sono eventi drammatici che non sono certamente privi di effetti sulla mente di chi riesce a sopravvivere. Forse c'è un altro punto in comune fra Irlanda e Libano: la preoccupante propensità dei libanesi e degli irlandesi alla guerra civile e al massacro dei propri concittadini. Non sarà per caso anche questa propensità il risultato finale dell'erosione del terreno? Non è una cosa che si possa provare, ovviamente, ma fa impressione notare che quando Jared Diamond ci descrive la tragedia del Ruanda, sempre nel suo libro "Collasso", correla all'erosione del territorio la ventata di follia che ha spinto i ruandesi a massacrarsi l'uno con l'altro qualche anno fa. Forse rovinare il territorio ha degli effetti deleteri anche sulle menti umane. Comunque sia, meglio piantare alberi.
Immagini: a sinistra paesaggio del Monte Libano, a destra contea del Kerry, in Irlanda

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lunedì, ottobre 01, 2007
Famiglia Cristiana, Battaglia e il Teologo saggio

In ultimo, l'intervento di un teologo, il sacerdote Luigi Lorenzetti [www.luigilorenzetti.net].
Ora, io mi aspettavo (metaforicamente) una bella preghierina per il Nucleare e un Padre Nostro allo sviluppo infinito per tutti, invece ... SORPRESA!! Non riporto tutto, ma meritano i seguenti
- "non serve più Energia ma nuovi stili di vita"
- "meglio puntare sulle Rinnovabili"
- "Alti costi, scorie (non scorTe, vero Battaglia?) per migliaia di anni"
- "Crescita del divario tra ricchi e poveri"
In particolare mi colpisce l'ultimo punto. In effetti, il Nucleare andrebbe a rimpiazzare parzialmente gli Idrocarburi nella produzione di elettricità, ma le tecnologie sofisticate e l’accaparramento dei minerali (uranite etc…) sarebbero appannaggio degli Stati più forti.
La competizione per le Risorse Fossili non scomparirebbe, ma si trasferirebbe, continuando a crescere. E parallelamente, le tensioni politico-militari si intensificheranno.
Credo che questo pensiero di Lorenzetti potrebbe aprire la strada per una svolta epocale nella posizione della Chiesa Cattolica sul problema energetico. Finora sono prevalse tattiche attendiste, qualche frase ad effetto degli ultimi due Pontefici e qualche “sgridatella” al consumismo. Lorenzetti dimostra che è possibile andare alle radici profonde dei problemi!
La bufala del petrolio non biologico
Roberto Vacca ha fatto un bel disastro con il suo articolo sul petrolio sul Sole 24 ore in cui descrive la cosiddetta "teoria del petrolio non biologico" come se fosse un fatto assodato. Purtroppo la "teoria", nella forma in cui Vacca la racconta, è soltanto una delle tante bufale pseudoscientifiche che girano per internet. Si rischia ora di vedere l'esplosione anche in Italia (che finora ne era stata immune) del "virus del petrolio abiotico" che infesta l'internet statunitense da qualche anno.
Il problema è che Vacca è stato, ed è tuttora, un bravo scrittore e le sue considerazioni hanno l'aspetto esteriore della ragionevolezza. Non tutti possono avere le cognizioni di geologia che permetterebbero di fare una risata sopra il suo articolo e buttare via tutto. Più d'uno ne rimarrà disorientato. Questo sta già succedendo perchè mi arrivano lettere di gente che mi chiede che cosa c'è di vero in questa storia del petrolio "non biologico" che sarebbe abbondantissimo e che risolverebbe per sempre tutti i nostri problemi energetici.
Quindi, una risposta è necessaria e nel seguito troverete l'articolo di Vacca commentato. Se però non avete voglia di digerirvi i dettagli, vi spiego subito in poche parole che cos'è la faccenda del petrolio "non biologico" o "abiotico" e perchè è una bufala, perlomeno nella forma che vuole che esistano immense quantità di petrolio disponibili nelle viscere della terra.
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La teoria standard della formazione del petrolio e quella "abiotica" a confronto
Di Ugo Bardi - 1 Ottobre 2007
www.aspoitalia.blogspot.com
La teoria standard della formazione del petrolio (e anche del gas e del carbone) dice che questi si sono formati per la graduale degradazione di materia organica in condizioni "anossiche", ovvero in assenza di ossigeno. Questa teoria è provata e straprovata in laboratorio e sul campo; è nota da un buon secolo e rimane ben poco da investigare in proposito. Viene accettata da tutti quelli che lavorano in pratica sul petrolio.
La teoria abiotica è molto più vecchia ma è stata riproposta recentemente da un astronomo (Thomas Gold), da alcuni geochimici russi, nonché da un gruppo assai rumoroso e aggressivo di persone prive, di solito, di qualifiche in geologia o in altri campi scientifici. L'idea vuole che il petrolio si formi per reazione fra carbonio inorganico (carburi?) e acqua ad altissime pressioni nella zona profonda della Terra chiamata "mantello". Una versione leggermente diversa vuole che il petrolio (o comunque idrocarburi) esistano nel mantello fin da epoche remotissime, ovvero fin dalla formazione del pianeta. Secondo la teoria, queste enormi quantità di idrocarburi sotterranei migrano lentamente alla superficie formando i pozzi dai quali oggi estraiamo petrolio e gas
Che possano esistere reazioni inorganiche che producono petrolio e idrocarburi è cosa ben nota da molto tempo. Tuttavia, la teoria abiotica non riesce a spiegare certe caratteristiche del petrolio che invece la teoria standard spiega benissimo. Non vale la pena qui mettersi a disquisire su arcani dettagli della formazione del petrolio come l'attività ottica,"markers" biologici, rocce sorgenti e cose del genere. Ai fini pratici quello che ci interessa è la rilevanza per le nostre prospettive future. Se la teoria abiotica, per ipotesi, fosse vera, cambierebbe qualcosa in termini della disponibilità di petrolio sul mercato? Chiaramente, non cambia niente o ben poco se ammettiamo che una certa frazione del petrolio che estraiamo sia di origine inorganica. Al massimo, potrebbe spingere qualcuno a cercare petrolio in zone dove normalmente non lo si cerca, ma non vi aspettate miracoli. Si cerca il petrolio nelle strutture geologiche dove si sa che si può accumulare e questo non dipende, o dipende poco, dalla sua origine.
Le cose potrebbero cambiare se fosse vero che il petrolio si è formato in enormi quantità nelle viscere del pianeta fin dai tempi remotissimi, miliardi di anni fa. Questo è quello che sostiene la maggioranza degli abioticisti. In questo caso, esisterebbero veri e propri "oceani di petrolio" nel mantello e le nostre disponibilità sarebbero gigantesche; molto superiori a quelle stimate oggi. Ma questo è proprio impossibile e lo è per delle buone ragioni fisiche.
Immaginiamo che sia vero che esistano grandi quantità di idrocarburi sepolti nel mantello da miliardi di anni. Parte di questi idrocarburi devono per forza filtrare gradualmente in superficie attraversando rocce porose oppure per azione dei vulcani. Una volta in superficie, saranno decomposti dai batteri. In presenza di ossigeno i batteri ossidano il petrolio e il metano trasformandoli in CO2. Se esistessero le quantità di petrolio sotterraneo di cui parlano gli abioticisti, e se veramente queste filtrassero in superficie, nell'arco di qualche milione di anni (al massimo) questa reazione avrebbe consumato tutto l'ossigeno dell'atmosfera. Anzi, non sarebbe neanche stato possibile che l'ossigeno si accumulasse nell'atmosfera. L'atmosfera di oggi conterrebbe soltanto CO2 e la Terra somiglierebbe più a Venere che al pianeta che conosciamo. Il fatto che l'atmosfera terrestre sia ossidante (ovvero contenga un eccesso di ossigeno) basta da solo a provare che non possono esistere enormi quantità di petrolio sotterranee in comunicazione con la superficie.
In sostanza, la teoria del petrolio abiotico nella forma in cui la si racconta comunemente è una teoria politica, non scientifica, come si vede bene dal tipo di dibattito che si è svolto e che si sta svolgendo negli Stati Uniti. Da una parte ci sono tutti i geologi petroliferi compatti che non perdono nemmeno tempo a difendere la teoria standard; semplicemente ignorano quelli che parlano di petrolio abiotico. Dall'altra parte c'è un gruppo eterogeneo che è quasi tutto formato da giornalisti, economisti, politicanti, ragionieri, idraulici e gommisti che non hanno mai visto un pozzo di petrolio in vita loro ma che pretendono di insegnare ai geologi come si trova il petrolio.
Detto in due parole; le promesse di immensa abbondanza di petrolio che ci raccontano gli abioticisti sono una bufala come tante altre che girano su internet.
Ulteriori dati sulla questione del petrolio abiotico si trovano in vari articoli in inglese, fra i quali uno che ho pubblicato su "fromthewilderness" . Vale la pena di leggere anche l'ottimo articolo di Richard Heinberg in proposito, e quello di Dale Allen Pfeiffer, anche quello molto ben fatto. Un articolo più tecnico che demolisce le basi della teoria abiotica è quello di Jean Laherrere, esperto petrolifero di grande fama. Se volete andare più nei dettagli della faccenda, potete procurarvi un buon testo di geologia petrolifera. Per esempio, Richard Selley nel suo "Elements of Petroleum Geology", cita la teoria abiotica nella trattazione, ovviamente per dire che non è vero niente.
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Una critica dettagliata dell'articolo di Roberto Vacca sul Sole 24 Ore del 27 Settembre 2007
Di Ugo Bardi - 1 Ottobre 2007
www.aspoitalia.blogspot.com
(L'articolo originale di Roberto Vacca appare qui in corsivo, i commenti sono in caratteri normali)
L'origine del petrolio e del gas naturale non è biologica: risale alla formazione del mantello e della crosta terrestre. I giacimenti a profondità di alcuni chilometri, si formarono da petrolio e da gas che da masse profonde filtrarono in alto.
Gia qui vedete l'atteggiamento di Vacca che da per scontata una cosa che non lo è affatto. Non troverete un libro serio di geologia del petrolio che dia un grammo di credito alla teoria dell'origine non biologica del petrolio, ma Vacca non si preoccupa minimamente di menzionare questo fatto.
Ora le riforniscono dopo l'esaurimento.
Anche questo, viene dato come dato di fatto senza la minima qualificazione critica. Non c'è uno straccio di prova che queste "masse profonde" esistano e che riforniscano i giacimenti.
Le prospettive per l'avvenire sono epocali. Dovremo effettuare ricerche e indagini raggiungendo livelli profondi in molte aree per ottenere dati sicuri. Il processo per cui giacimenti esauriti sono riforniti da fonti profonde avviene a velocità diverse. Variano la pressione nei depositi profondi e l'impedenza degli strati di roccia che li coprono. Il rapporto costi/benefici si minimizzerà perforando a profondità minori per ridurre quell'impedenza, senza accedere ai profondi filoni principali.
Qui, non si capisce niente. L'unica cosa certa è che il termine "impedenza" non si usa in geologia petrolifera.
Da 50 anni si dice che petrolio e gas naturale stanno per finire.
Ah... la bellezza di essere dei grandi esperti e pertanto di sentirsi al di sopra della necessità di citare le fonti delle proprie affermazioni. Ma chi saranno mai questi che dicono "da 50 anni" che il petrolio e il gas naturale stanno per finire? Deve essere un bel gruppo di cretini se hanno continuato a ripetere la stessa scemenza per tanto tempo. Sfortunatamente, se si va a fare una ricerca, si trova che questo gruppo appartiene alla stessa categoria dei coccodrilli delle fogne di New York, ovvero non esiste. Il solo grido di allarme lanciato seriamente da un gruppo di geologi sul possibile esaurimento del petrolio è stato nel 1919 da parte dell'USGS (il servizio geologico degli Stati Uniti). Da allora, non c'è stato nessun serio allarme che "petrolio e gas naturale stanno per finire". Non c'è neanche adesso: si parla di "picco del petrolio" a breve scadenza, ma il picco non significa affatto la "fine del petrolio".
Si crede di conoscere le riserve con precisione e di poter calcolare il tasso di svuotamento concludendo che fra pochi decenni il petrolio finirà: però la teoria ha basi incerte.
Anche qui, Vacca fa una confusione incredibile e dimostra di non sapere di cosa sta parlando. Di quale "teoria" parla? I metodi di valutazione delle riserve sono noti da almeno un secolo e non hanno certamente "basi incerte". Contrariamente a quanto Vacca afferma, nessuno pretende di "conoscere le riserve con precisione". Tutte le misure hanno un'incertezza, come è ovvio che sia, e la stima delle riserve petrolifere viene continuamente aggiornata tenendo conto dell'esaurimento e delle nuove scoperte. Dire poi che si conclude che "fra pochi decenni il petrolio finirà" vuol dire che Vacca che non ha capito il concetto di "rapporto riserve/produzione" che viene utilizzato normalmente come un'indicazione di massima sull'entità delle riserve disponibili. Ma se questo rapporto è oggi di circa 40 anni, questo non vuol dire affatto che il petrolio "finirà" fra 40 anni.
Il primo a sostenere (senza prove) che petrolio e metano sono prodotti della trasformazione di materiale biologico in decomposizione in molecole di idrocarburi fu Lomonosov nel XVIII secolo, ma l'ipotesi fu già confutata nel 1877 da Mendeleev, lo scopritore della tavola periodica degli elementi. Nel 1992 il professor Thomas Gold pubblicò la teoria della profonda biosfera calda, spiegando il meccanismo dell'accumulo di idrocarburi nei giacimenti profondi.
E' veramente incredibile che Vacca salti da Mendeleev, nel 1877, a Gold, nel 1992, senza neanche accennare al lavoro di generazioni di geologi nel secolo e più che è passato fra i due! E poi tratta male il povero Lomonosov il quale l'aveva azzeccata perfettamente già al suo tempo quando per forza non poteva avere prove precise. Le prove poi le hanno trovate quei geologi che Vacca non si degna di menzionare.
La fusione della Terra è stata sempre parziale e gli idrocarburi erano presenti nella materia originaria che costituì il pianeta.
Frase alquanto misteriosa che sembra voler dire che la Terra conteneva idrocarburi fin da epoche remotissime. E' questo comunque il cavallo di battaglia degli abioticisti "duri" che sostengono che esistono immense quantità di petrolio - alcuni parlano addirittura di "oceani di petrolio" - nelle viscere del pianeta. Però non c'è la minima prova dell'esistenza di questi "oceani" e c'è il problemino non trascurabile che, essendo il petrolio meno denso della roccia, per buoni motivi di idraulica dovrebbe tendere a salire in superficie. In miliardi di anni di storia del pianeta, gli oceani di petrolio non sarebbero potuti rimanere in profondità per via di una semplice applicazione del principio di Archimede, noto da più di 2000 anni e che, evidentemente, Vacca si è dimenticato di aver studiato al liceo.
Gli idrocarburi forniscono sostanze nutrienti a forme di vita esistenti a grandi profondità nel mare. Ci sono batteri ipertermofili che vivono a 110° C negli sfiati caldi sul fondo marino. Estraggono ossigeno (con cui bruciano idrocarburi e ottengono energia) riducendo ossido ferrico a formare ossido ferroso. È probabile che la vita abbia avuto origine dalla biosfera profonda, senza sfruttare la fotosintesi.
Può anche darsi, ma questo cosa ha a che vedere con l'origine del petrolio?
Gli argomenti di Gold a favore dell'origine non biogenica di petrolio e gas sono i seguenti: 1. I giacimenti si estendono per chilometri senza relazione con depositi sedimentari minori. 2. I giacimenti sono presenti a livelli differenti corrispondenti a epoche diverse e non sono correlati a sedimenti biologici. 3. I depositi biologici non giustificano le enormi quantità di metano esistenti. 4. I depositi d'idrocarburi in vaste aree contengono le stesse firme chimiche, mentre le formazioni circostanti hanno età geologiche differenti. 5. Gli idrocarburi contengono elio: gas chimicamente inerte, non associato con alcuna forma biologica.
Non vi sto a confutare questi punti uno per uno - sarebbe troppo lungo. Lo ha fatto, fra gli altri, Jean Laherrere , uno che ha passato la vita a studiare il petrolio e state tranquilli che le ha demolite bene. In sostanza, sono punti marginali che comunque sono perfettamente spiegabili con la teoria standard. Ma notate ancora la parzialità di Vacca che riporta solo le critiche di Gold alla teoria standard e non le critiche dei geologi alla teoria di Gold.
Nel 2001 J. Kenney dimostrò che le leggi della termodinamica proibiscono la trasformazione a basse pressioni di carboidrati o altro materiale biologico in catene di idrocarburi. Infatti il potenziale chimico dei carboidrati varia da meno 380 a meno 200 kcal/mole: quello degli idrocarburi è positivo. Dunque la trasformazione citata non può avvenire. Il metano non si polimerizza a pressione bassa ad alcuna temperatura.
Non so dove Vacca abbia trovato questa cosa, anche qui manca un riferimento alle fonti. Comunque, vi posso dire che nonostante le "dimostrazioni" di Kenney, la materia di origine biologica viene continuamente trasformata in petrolio in laboratorio in un processo commerciale chiamato "rock-eval" (detto comunemente "cooking" da chi ci lavora). Il cooking dimostra che il petrolio si forma da una sostanza che si chiama "kerogene" che è sicuramente di origine biologica. Fra le altre cose, il kerogene è solido, quindi non potrebbe certamente migrare dalle profondità del mantello.
Poi, nel dire che "la trasformazione citata non può avvenire" Vacca si è dimenticato di aver studiato termodinamica in gioventù. Una reazione può avvenire benissimo da una forma stabile a una meno stabile, basta che - per esempio - uno dei prodotti sia gassoso e se ne vada dalla zona della reazione. Il meccanismo di formazione del petrolio è ben noto ed è riproducibile in laboratorio.
Finalmente, portare come argomento contro la teoria standard che "il metano non si polimerizza a nessuna temperatura" è una sciocchezza. Il petrolio NON si forma dal metano, semmai il contrario.
Accade, poi, che giacimenti di gas e petrolio esauriti si riempiano di nuovo. Questo processo può essere alimentato solo da depositi profondi ripetendo la sequenza di fenomeni che portò alla loro formazione iniziale.
Quasi tutti i giacimenti mostrano un certo "ritorno" di petrolio col tempo, cosa del tutto naturale dovuta alla migrazione attraverso le porosità della roccia. Solo in due o tre casi questo ritorno ha interesse commerciale. Nella maggioranza dei casi bisognerebbe aspettare qualche milione di anni per poter dire che il pozzo si è "riempito di nuovo".
Qui Vacca aggiunge che il riempimento può venire solo da "depositi profondi". Che debba venire dal basso è ovvio, il petrolio tende a migrare verso l'alto. Ma questo non vuol dire affatto che arrivi dal mantello che si trova a centinaia di km di profondita. Anche qui, Vacca non considera e non ammette spiegazioni diverse dalla sua.
Queste situazioni spiegano l'incremento delle riserve mondiali di petrolio del 72% tra il 1976 e il 1996.
Qui Vacca dimostra di non aver capito nulla di come funziona la rendicontazione delle riserve petrolifere. L'aumento delle riserve è dovuto alla scoperta di nuovi pozzi e a certi meccanismi contabili del conteggio delle riserve stesse. Nessuno ha mai riferito che le riserve aumentano perché i vecchi pozzi si riempiono di nuovo.
Invece non possiamo dedurre conclusioni generali dalle statistiche della produzione globale, che dipendono da considerazioni finanziarie e politiche, non da valutazioni di situazioni fisiche. La produzione mondiale di petrolio crebbe del 19% dal 1995 al 2005, e la produzione Usa nello stesso periodo calò del 18% (cioè dal 12.2 all' 8,4% della produzione mondiale).
I dati sono più o meno giusti, ma non si capisce che voglia dire Vacca. Cosa c'entra tutto questo con l'origine del petrolio? Boh?
Negli anni 80 Gold convinse il Governo Svedese a fare una trivellazione profonda nella Svezia centrale in un'area granitica di lava cristallizzata. Era priva di sedimenti e non plausibile come fonte di idrocarburi. Presentava, però, infiltrazioni di metano, catrame e petrolio attribuite a sedimenti organici sovrapposti al granito e poi spariti. Si usò per le trivelle un fluido a base di acqua onde evitare di contaminare il pozzo con oli esterni. A profondità di 5 km si trovarono idrogeno, elio, metano e altri idrocarburi. A 6 km si trovò una pasta nera maleodorante (segno di forte presenza batterica) contenente molte molecole oleose. A 6,7 km si ottennero 12 tonnellate di petrolio grezzo. Le teorie di Gold erano confermate.
Che genio questo Gold! Grande successo! Hanno speso (mi risulta) 40 milioni di dollari per trovare 80 barili di petrolio. Mi immagino come saranno stati contenti quelli che hanno pagato! Peccato però che prima che il petrolio costi 500.000 dollari al barile ne dovrà passare di tempo. E comunque secondo alcuni quello non era petrolio, ma risultato della contaminazione dei lubrificanti della trivella. Secondo Laherrere, invece, era petrolio che migrava da pozzi nelle vicinanze.
ma i vantaggi conseguibili sono enormi e giustificheranno gli investimenti necessari: nuovi tentativi sono imminenti.
Ah.... ancora la bellezza di non preoccuparsi di citare le fonti. Mi piacerebbe sapere veramente chi è che tirerà fuori altri 40 milioni di dollari per ripetere il successo del primo tentativo.
Gli equilibri internazionali cambieranno profondamente. I timori dell'esaurimento futuro saranno fugati. Certo saranno sollevati tragici allarmi ecologici: (aumento della CO2, riscaldamento globale). Però, se la naturale evoluzione ciclica della temperatura dovesse annunciare l'inizio della prossima era glaciale, si spera che l'aumento della CO2 nell'aria renda più mite il raffreddamento globale.
Arrivato in fondo alla sua promessa di abbondanza di petrolio, Vacca ci ripensa e si accorge che che tanta abbondanza potrebbe dare qualche piccolo problema con la questione del riscaldamento globale. Ma ecco l'idea geniale: forse bruciare il petrolio ci difenderà dalla prossima era glaciale!Come si fa a pensare una cosa del genere veramente mi sfugge. Non dobbiamo preoccuparci del problema immediato (il riscaldamento globale) ma piuttosto di qualcosa (un'era glaciale) che non è imminente e che potrebbe arrivare, forse, in tempi dell'ordine del millennio. Immaginatevi un dottore che si trova di fronte a un paziente con una gamba rotta e invece di ingessargliela gli prescrive di andare in bicicletta per paura che nel futuro gli venga la pressione alta....
Qui Vacca ha completamente perso il senso dei tempi e delle priorità e dimostra di non aver capito come siano complessi e delicati i cicli che controllano la temperatura terrestre.
(Ringrazio "Anacho" - che lavora tutti i giorni "sul campo" a estrarre petrolio per le correzioni e i suggerimenti su questo post. )
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