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lunedì, settembre 13, 2010

Esperienze solari in Aspoitalia


In Aspoitalia la riflessione teorica sulle prospettive energetiche planetarie conseguenti alla incombente carenza di combustibili fossili, si affianca alla ricerca di applicazioni concrete delle possibili soluzioni alla crisi energetica su scala individuale. Così, alcuni di noi hanno dato conto sul blog delle proprie esperienze personali. Ricordo ad esempio quella del sottoscritto, di Ugo Bardi, di Franco Galvagno. Continuiamo perciò questa originale e seguita linea editoriale con l'intervento di Luca Mercalli, che ci illustra con la consueta efficacia divulgativa, la sua esperienza domestica di uso delle fonti rinnovabili. L'articolo è molto interessante, non solo per l'illustrazione replicabile di una buona pratica, ma anche per l'approfondimento di alcuni aspetti applicativi del sistema incentivante italiano dell'energia solare.
Scritto da Luca Mercalli


Il mio primo pannello solare lo realizzai nel 1981, a 14 anni. Avevo a disposizione un’officina meccanica di famiglia per divertirmi nei week-end (non mi interessavano le partite di calcio seguite dai miei coetanei), e un giorno tra i materiali da rottamare c’era un bel vetro doppio di circa 2 m2. L’eco della crisi petrolifera del 1973 era ancora vivo e quindi la sfida di raccogliere energia dal sole m’incuriosiva. Aiutato da mio padre, costruii un telaio di acciao inox, applicai al vetro una lastra di rame verniciata di nero sulla quale saldai a stagno una lunga serpentina sempre di rame, poi un materasso di lana di roccia e un laminato sul retro. Ecco fatto: dopo pochi minuti, applicato il tubo dell’acqua a un’estremità, dall’altra usciva l’acqua calda per fare la doccia in giardino. Per molti anni il pannello rimase appoggiato a un muro assolato e lavorò più che altro come una curiosità estiva. Eppure non era molto diverso da quelli attuali. Mancava però tutta l’ingegnerizzazione dei dettagli, la raccorderia, l’accumulo dell’acqua calda, l’isolamento termico delle tubazioni, gli ancoraggi da tetto, tutte cose che si potevano anche realizzare con il fai da te, ma trasformavano il pannello in un catafalco sempre precario e difficile da adattare a una casa: gli orribili trespoli che qua e là altri pionieri dell’energia solare collocavano in quegli anni sui tetti, mi scoraggiarono dall’andar oltre.

Dovevo attendere più di vent’anni per veder comparire sul mercato tutto quello che già allora avrebbe potuto svilupparsi ma invece, per vari motivi certo non tecnici, non sbocciò.
Così nel 2004, dopo che già da un anno avevo contribuito ad animare con Ugo Bardi la lista Aspo (e ciò ebbe un ruolo importante nelle mie scelte successive), installai nella casa dove ora abito, all’imbocco della Valle di Susa, il mio primo impianto di solare termico a servizio della produzione di acqua calda sanitaria e integrazione riscaldamento con caldaia a metano a condensazione.
Fu facile, avevo la fortuna di disporre di un tetto esposto a sud e di un piccolo vano tecnico dove tenevo gli attrezzi da giardino: lì collocai il bollitore da 500 litri, mentre per collegare i pannelli, sei metri più in alto, il problema del passaggio dei tubi in facciata, esteticamente poco gradevole, lo risolsi con una seconda discesa in rame parallela al pluviale esistente, metodo pratico e poco costoso, oggi adottato da molti. Appoggiati complanari al tetto di coppi piemontesi, ecco dunque comparire tre magnifici collettori piani per un totale di circa 7 m2, collegati a un pratico impianto a svuotamento ad acqua, che mi evita i problemi di additivazione antigelo invernale. Si era di dicembre, ma nelle giornate soleggiate l’acqua raggiungeva comunque i 45 °C e la prima doccia solare fu una vera gioia. D’estate il bollitore accumula invece a 80 °C una riserva sufficiente per circa 2-3 giorni in caso di cielo nuvoloso. Ormai da aprile a novembre chiudiamo il rubinetto del gas del bruciatore e ci dimentichiamo da dove arrivi l’acqua calda: ce n’è sempre a volontà, non costa ed è a emissioni zero (salvo la quota di ammortamento dell’energia grigia di costruzione, valutata in circa un paio d’anni). Non era ancora attivo lo sgravio fiscale del 55% sulla riqualificazione energetica, ma ottenni un piccolo contributo da un programma di promozione delle energie rinnovabili della Provincia di Torino. Quando d’estate ho ospiti a casa devo ricordare loro di stare attenti alle ustioni: dai miei rubinetti sgorga acqua calda veramente calda!

Grazie ai fecondi dibattiti su Aspo, quando Leonardo Libero annuncia nel 2005 l’apertura anche in Italia del conto energia, mi precipito a progettare un impianto fotovoltaico sulla restante area di tetto esposto a 15°SE, poco più di una quindicina di m2. Ci staranno così 1,86 kWp di policristallino che verranno collegati in scambio sul posto il 3 maggio 2006. I costi di investimento sono attorno ai 7000 euro/kWp. A oltre 4 anni dal primo parallelo, l’impianto presenta una produzione media annua di 2233 kWh, circa 6,1 kWh al giorno, pari a 1200 kWh/kWp. Una produzione perfino un po’ superiore ai miei consumi domestici annui che sono attorno ai 1900 kWh. Anche qui dopo circa 1-2 anni i costi energetici di fabbricazione sono ammortati, quindi ormai l’energia prodotta è a emissioni zero, e la mancata emissione annuale di CO2 è di circa 1,1 tonnellate. Una parte rilevante del consumo energetico di casa – elettricità e acqua calda sanitaria - è dunque abbattuto.

Nel 2007 è la volta dell’impianto fotovoltaico in ufficio, 5 kWp di silicio amorfo, che continua a mantenere ottime prestazioni a ormai 3 anni dall’installazione, con una produzione media annua di 5781 kWh, pari a 15,8 kWh/giorno e 1156 kWh/anno per kWp, una buona prestazione considerando che la zona – sul versante destro della Val di Susa – è soggetta a ombre orografiche invernali. Anche in questo caso la produzione compensa ampiamente i consumi interni degli uffici della Società Meteorologica Italiana e permette di evitare l’emissione annua di circa 3,35 t di CO2. Decidiamo, ad uso didattico e dimostrativo, di mettere in rete i dati di produzione in tempo reale dell’impianto, qui, sempre un bel passatempo dare un’occhiata:
http://www.nimbus.it/fotovoltaico/FotovoltaicoCastelloBorello.asp

Infine, nel novembre 2009 mi lancio in un nuovo impianto, su un tetto adiacente alla mia abitazione: 3,8 kWp di moduli Kyocera KD210GH-2PU (www.kyocerasolar.eu/) in silicio policristallino, i costi intanto sono scesi a poco più di 4500 euro kWp. Sono destinati ad alimentare soprattutto il riscaldamento/raffrescamento a pompa di calore aria/acqua, integrato da altri tre collettori termici piani a svuotamento e bollitore da 500 litri. Ora il tetto è una vera centrale termoelettrica, ferma e silenziosa, non si muove, non mangia, non beve, non fuma. Che piacere dormirci sotto!

Bilancio solare? Interamente positivo.
Tecnologicamente parlando nessun problema, né con i pannelli termici né con i fotovoltaici. Temo solo le grandinate epocali, per adesso un bombardamento di chicchi del diametro di circa una noce non ha fatto danni.
Gestionalmente parlando, il tetto solare fa cambiare qualche abitudine se si vuole ottimizzare l’uso dell’energia autoprodotta: l’attingimento dell’acqua sanitaria si programma, soprattutto d’inverno, nelle ore di massima disponibilità dell’acqua calda, quindi nel pomeriggio, in modo da evitare l’accensione del bruciatore a gas; tutti gli usi elettrici programmabili (lavatrice, lavastoviglie, aspirapolvere, ferro da stiro, forno) vengono invece preferibilmente concentrati nelle ore di sole, in modo da assorbire dalla rete la minor quantità possibile di energia, privilegiando il consumo di quella proveniente dal proprio impianto. Qualora le previsioni meteo annuncino giornate nuvolose, l’utenza viene se possibile anticipata o ritardata. Ma sia chiaro, nessun sacrificio! Non mi sono mai privato di una doccia o di un bucato quando non era possibile ottimizzare l’uso. Diventa semmai una piacevole abitudine che richiede l’accensione del cervello prima di azionare l’interruttore elettrico…
Ed economicamente? Sono certo che sia un successo, ma non chiedetemelo ora. So che è solo questione di tempo, tra conto energia del FV e detrazione 55% del termico, al massimo tra dieci anni sarò rientrato della spesa e il resto sarà guadagno. Ma c’è qualcosa di più che passare le proprie giornate dal ragioniere a fare i calcoli con il bilancino come spesso mi capita di sentire: “Rientro in 8 o in nove anni? Certo sono un po’ cari. Ma se poi inventano qualcosa di meglio e i prezzi scenderanno? E l’investimento, sarà garantito? Ma…, se…, però…, devo ancora pensarci, non sono convinto.”
Tutti conticini, dubbi e remore che stranamente non si sentono mai quando è in gioco l’acquisto di una nuova auto, magari un energivoro Suv, o un nuovo televisore, una nuova lavatrice o un nuovo forno in cucina. Queste cose tra l’altro non sono investimenti. Si spende e basta, non rientra nulla. L’unica soddisfazione è intrinseca al loro utilizzo.

Ecco, la soddisfazione intrinseca, è questo secondo me l’approccio psicologico che deve ancora emergere anche e soprattutto con le energie rinnovabili autoprodotte. I pannelli solari convengono? Sì certo, convengono e fanno perfino guadagnare a lungo termine, e ciò mi basta. Ma quello che conta fin da subito è l’intima soddisfazione di far la doccia con l’acqua calda del sole, e di usare energia elettrica prodotta sul proprio tetto. Quando il tiepido fiotto mi scorre addosso penso alla bellezza di partecipare a un grande disegno umano e universale: grazie all’intelligenza collettiva e alla scienza ho intercettato un po’ di energia del sole altrimenti dispersa, non ho bruciato combustibili fossili, non ho prodotto gas climalteranti, non ho pagato bollette rendendomi schiavo della borsa energetica e degli equilibri geopolitici. Un senso di rettitudine, di giustizia, di autonomia, di indipendenza, mi pervade positivamente, e visto che molto probabilmente ci avviamo verso tempi di minor abbondanza, tutto ciò avrà anche un significativo valore strategico per il mantenimento di livelli dignitosi di benessere. Che prezzo ha tutto ciò? Rientra forse nella tabella del Valore attuale netto?

Non tornerei mai indietro a un antiquato e inefficiente boiler elettrico, tantomeno a gas.
Quando mi capita, fuori casa, la doccia è più triste e mesta.
Tra chi invece ha un pannello solare sul tetto, si stringe subito una sorta di comunanza di vedute, di complicità costruttiva, talora di amicizia. E qui in val Susa, dove il sole alpino non manca, il gruppo di amici solari è in aumento!

lunedì, aprile 26, 2010

Crisi, fragilità del "posto di lavoro" e autosufficienza


Leggendo questo post di Eugenio Saraceno, mi è saltata all'occhio in particolare una frase: "Come membro di ASPO Italia sono convinto che la crisi economica sia, in buona sostanza, figlia della crisi energetica e pertanto non vedo vie di uscita alla crisi economica se non si risolve il problema energetico. Tendo a pensare che se dovessi rimanere senza lavoro la soluzione potrebbe non essere semplicemente quella di trovare un altro lavoro."
Non si può che condividere questo pensiero così denso di autocritica. Chi legge questo blog spesso e volentieri ha un diploma e/o una laurea, per mezzo dei quali ha trovato e mantiene un "posto di lavoro"; ma il fatto di poter svolgere con continuità un'attività non è affatto ovvio, e soprattutto è garantito dal flusso energetico medio erogato per la società nella sua interezza. Diminuendo le forniture fossili, diminuisce quella che in energetica si chiama "velocità di produzione dell'entropia". Pozzi che pompano meno, meno intermedi chimici, meno semilavorati e manufatti, meno disponibilità di energia elettrica. Meno "lavoro".  Meno servizi. Anche, meno rifiuti ed emissioni.
 La cosa è tutt'altro che scontata; molti pensano che se dovessero perdere il lavoro, ne cercheranno un altro e prima o poi lo troveranno.
Secondo me non sarà esattamente così. La via sarà quella che ha tracciato Eugenio in questo post, seppur con i limiti del caso: uno su tutti, non sarà possibile matematicamente disporre di terre sufficienti per attuare l'optione agricola per ogni nucleo, ma con politiche attente e una corretta suddivisione del lavoro si potrà evitare il collasso  (FG)


created by Eugenio Saraceno

In ASPO Italia non ci facciamo mancare nulla, C'è chi installa pale eoliche e impianti fotovoltaici, chi progetta le innovative farm eoliche troposferiche KiteGen, chi si occupa di veicoli elettrici, chi svolge opera di divulgazione in merito ai cambiamenti climatici e le risorse, chi sui rifiuti; non poteva mancare una sperimentazione sulla coltivazione senza utilizzo di prodotti derivati da idrocarburi (ovvero solo zappa e concime organico, di zappa nemmeno troppa perchè non vogliamo rovinare il suolo).

Poco più di un anno fa, in piena tempesta finanziaria, temendo per i risparmi, ho acquistato un terreno agricolo con un rustico a qualche km da casa mia, 4000 mq, una sorgente naturale, olivi ed alcuni alberi da frutta. Il prezzo? Diciamo che in alternativa avrei potuto acquistare un'auto di media cilindrata.

Da allora dedico una mattina quasi tutti i fine settimana agli esperimenti. Scopo principale sperimentare se un professionista che passa tutta la settimana a lavorare con un computer, inesperto di agricoltura (va bene ho letto qualche libro..) possa essere in grado, in caso di bisogno, di produrre derrate alimentari e legna da ardere per la sussistenza di una famiglia. Considerando tutto ciò che accade ogni giorno intorno a noi ed il numero di persone che hanno iniziato a giocare quotidianamente a win for life non credo di essermi posto un problema tanto assurdo; moltissimi si stanno chiedendo cosa farebbero se perdessero il lavoro, molti stanno cercando di arrangiarsi perchè lo hanno già perso. Come membro di ASPO Italia sono convinto che la crisi economica sia, in buona sostanza, figlia della crisi energetica e pertanto non vedo vie di uscita alla crisi economica se non si risolve il problema energetico. Tendo a pensare che se dovessi rimanere senza lavoro la soluzione potrebbe non essere semplicemente quella di trovare un altro lavoro.

Ed allora via con la sperimentazione sull'agricoltura di sussistenza. Devo dire che il primo beneficio è psicologico, Qualche giorno fa, quando è caduta la neve a bassa quota nel centro Italia vi ho portato mia figlia che voleva fare un pupazzo di neve ma come tutti i papà con tanti pensieri per la testa ho dimenticato di portarle una merendina da casa, e quando si è messa a brontolare che aveva fame è stata decisamente una soddisfazione dirle "aspettami qui" e tornare dopo tre minuti con qualche arancia appena colta da mangiare con gusto.

Ma non è tutto così semplice, il terreno è in pendenza, umido per via della sorgente e quindi infestato di ortiche, equiseti e canne palustri (e zanzare in estate). I rovi avevano avuto la meglio perchè i precedenti proprietari, che l'avevano ereditato, l'avevano trascurato.

Il faticoso (ma non ho più bisogno della palestra) programma di bonifica ha previsto:

- canalizzazione dell'acqua e realizzazione di un invaso in cui sono presenti dei pesci rossi mangia-zanzare e qualche carpa per eliminare le alghe (magari ci scappa una grigliata)

- eliminazione dei rovi (qui ho dovuto impiegare qualche litro di benzina per il decespugliatore, con la falce a mano è troppo faticoso)

- realizzazione di un orto terrazzato con una tecnica derivata dall'agricoltura sinergica, in pratica si forma uno strato con i rovi e le infestanti essiccate e sminuzzate e vi si rivolta sopra la terra dal terrazzo superiore riducendo la pendenza e creando uno strato organico ammendante

- in una piccola serra sul balcone di casa semino periodicamente in vasetti un assortimento di ortaggi da tutte le famiglie (cucurbitacee, ombrellifere, solanacee, crucifere, leguminose, composite) cercando poi di trapiantarle nell'orto rispettando le consociazioni (indicate sulle bustine di sementi)

- sempre sul balcone e con disappunto di mia moglie c'è un secchietto dell'organico in cui mettiamo gli avanzi di cucina in bustine di carta o mater-b. Questa è una fonte di concime che settimanalmente verso in una compostiera e poi, a maturazione avvenuta, distribuisco nell'orto. Così facendo riduciamo anche i nostri rifiuti del 30% e non devo comprare concimi.

- realizzazione di un sistema di irrigazione automatica a gravità: l'acqua della sorgente a monte dell'orto confluisce nell'invaso e da questo un canaletto di troppo-pieno la convoglia in tubi muniti di gocciolatoi (a pochi metri funziona, da verificare se su distanze maggiori la pressione sarà sufficiente)

- da sperimentare: la coltura di cereali nel frutteto, per ora ho messo qualche mq di grano ed orzo, vediamo a Giugno cosa esce, su questo sono pessimista, credo che anche seminando i 2000 mq di frutteto a frumento non sarebbe possibile produrre abbastanza sfarinati per panificare regolarmente, credo che per gli amidi mi affiderò alle ben più produttive patate, sperando di non fare poi la fine degli irlandesi (vedi articoli di Ugo Bardi)

Qualche risultato parziale: da Giugno ad Ottobre abbiamo prodotto alcuni kg di verdure a settimana su una superficie di 50-100 mq. la foto qui sotto mostra il raccolto tipico settimanale a metà estate, una cassetta di zucchine, bieda, pomodori fagiolini e lattuga.


Quest'anno la superficie bonificata è più che raddoppiata e contiamo di aumentare la produzione e, spero distribuirla un pò meglio durante l'anno. Ci sono ortaggi che crescono bena anche d'inverno come ravanelli, insalate e finocchi, ma è fondamentale migliorarne l'esposizione al sole e le tempistiche di trapianto.

Le raccolte di frutta dal frutteto preesistente sono state abbondanti, fichi, cigliege, arance, nespole, uva, qualche pera, pesca e melegrane. Come sopra la mia preoccupazione è distribuire meglio le raccolte nel corso dell'anno altrimenti si rischia di avere abbondanza in alcuni periodi e doversi accontentare della frutta del supermercato nel resto dell'anno. Quindi ho piantato alberelli che fruttificano in periodi autunnali o invernali (kaki, kiwi, melo). Le olive sono andate malissimo con pochi kg benchè ci siano oltre 30 alberi. Gli ortolani vicini mi dicono che l'annata non era buona, boh vedremo l'anno prossimo, intanto mi sono risparmiato qualche giornata che avrei passato al gelo se le piante avessero prodotto di più.

In definitiva, una risposta alla domanda che mi sono posto in partenza, ovvero se è possibile sostentare a livello di sussistenza una famiglia con un acro di terra non è ancora possibile darla ma è certo che se questo risultato fosse raggiungibile necessita comunque di una grande fatica e lunga preparazione.

Tuttavia sono ottimista sul fatto che sia possibile produrre frutta e ortaggi per tutto l'anno distribuendo meglio ed aumentando la produzione (del resto ho sfruttato solo un 10% della superficie che reputo di poter irrigare). Inoltre c'è la possibilità di conservare patate, pomodori, frutta e legumi con varie tecniche.

Per la produzione di proteine devo sperimentare l'allevamento di pesci erbivori, che sono gli organismi più efficienti nel trasformare la biomassa vegetale in proteine (1,5 kg di vegetali per 1 kg di pesce, biomassa ricavata dall'eliminazione delle infestanti, le carpe erbivore sono ghiotte di alghe e germogli di canna palustre)

Non mi è possibile allevare dei polli perchè dovrei andare lì tutti i giorni, però se dovessi perdere il lavoro si potrebbe utilizzare la liquidazione per rendere abitabile il rustico, trasferirsi lì e tenere galline ed una capra per latte carne ed uova completando la dieta. Per scaldarsi con una cucina a legna ci sono le potature del frutteto, gli alberi che si seccano, quelli che possono essere periodicamente abbattuti perchè ricrescono. Non sono confidente sul fatto che le quantità di potature siano sufficienti per scaldarsi tutto l'inverno, penso che sia necessario installare un impianto fotovoltaico per chiudere il quadro della sussistenza. Tra qualche mese spero di dare qualche aggiornamento sulla prosecuzione dell'esperimento.

venerdì, agosto 21, 2009

Viva l'Italia

Umberto Bossi ama il turpiloquio e le canottiere. Difficilmente eviterebbe la bocciatura in storia anche in una scuola permissiva come la nostra. Ma forse finge di non conoscere la storia, in perfetto stile machiavellico, tipica prerogativa dei politici italiani.
Il Risorgimento italiano fu fatto in gran parte da uomini del nord, intrisi di ideali di libertà, indipendenza ed eguaglianza che gli italiani moderni educati solo a valori materiali forse stentano a comprendere. Camillo Benso, Conte di Cavour, era un piemontese che faticava a parlare l’italiano, Giuseppe Mazzini era un ligure integerrimo e Giuseppe Garibaldi proveniva addirittura dalla non più italiana Nizza, quando iniziò l’entusiasmante spedizione dei Mille, composta in gran parte da lombardi e piemontesi, per liberare il meridione dal giogo straniero dei Borbone e consegnarlo all’Unità d’Italia.
Il tricolore nacque con la Repubblica Cispadana durante le guerre d’Indipendenza e divenne poi la bandiera della Repubblica Cisalpina e infine quella dello Stato unitario, sventolando in tutta Italia su ogni barricata innalzata contro l’invasore. L’inno musicato dal genovese Michele Novaro, fu scritto nel 1847 da un altro genovese, Goffredo Mameli, nobile figura di patriota morto alla giovane età di 23 anni nella strenua difesa della gloriosa Repubblica Romana. Le sue note risuonarono immediatamente in ogni luogo dove si combatteva per l’Italia, fu cantato poi nelle trincee della prima guerra mondiale dove l’ “inutile strage” annientò un’intera generazione di italiani e distrusse una futura classe dirigente di brillanti giovani ufficiali, echeggiò tra le truppe della Resistenza e delle Brigate Garibaldi che contribuirono a riscattare il paese dalle vergogne e dagli errori del fascismo, fu intonato durante i lavori della Costituente e infine divenne inno ufficiale “definitivamente provvisorio” con la nuova Costituzione repubblicana. Del resto, lo stesso “Va pensiero” verdiano di cui si fregia il “senatur” fu creato per incarnare il sogno patriottico di una sola Italia dalle Alpi alla Sicilia.
E ora, tutte queste speranze, sacrifici e sofferenze dovrebbero essere cancellate per soddisfare il sogno antistorico secessionista di una forza politica miope ed egoistica? Confesso che mi verrebbe di rispondere con un improperio in stile bossiano, ma preferisco una parola tipicamente risorgimentale: “Giammai!”
Purtroppo, una destra e una sinistra senza più radici e valori, invece di condannare incondizionatamente l’ideologia leghista, mostrano invece subalternità culturale e contiguità politica, in nome del potere e di una chimera (anche qui evito a fatica il gergo bossiano) chiamata federalismo e, moderni apprendisti stregoni, già hanno iniziato a pasticciare con la Costituzione. Un’organizzazione federale dello Stato poteva avere un senso nella versione seria di Carlo Cattaneo, al momento dell’Unità d’Italia, in un paese arretrato, con profonde differenze economiche e sociali, con solo il 5% della popolazione che parlava italiano e con strutture amministrative diverse nelle zone degli Stati pre-unitari.
Ma ora, per fortuna, usando un’espressione celebre attribuita a Massimo D’Azeglio, “gli italiani sono stati fatti”. La scuola e la televisione hanno quasi completamente unificato il linguaggio nazionale, profonde dinamiche economiche e sociali hanno integrato socialmente e culturalmente la popolazione italiana, basti pensare ai milioni di emigranti meridionali che con il proprio lavoro hanno contribuito alla crescita economica del nord e del paese, l’articolazione amministrativa dello Stato è ormai collaudata.
Certo, permane negli italiani uno scarso senso dello Stato e un’identità nazionale “debole”, conseguenze di un processo unitario, e non poteva storicamente essere diversamente, portato avanti solo da un’elite, senza l’apporto delle masse contadine indifferenti che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione italiana dell’epoca. Un’analisi delle responsabilità “esterne” di questa situazione richiederebbe troppo spazio. Ma, anche per questo, sarebbe necessario potenziare e non indebolire l’assetto centrale dello Stato, il suo ruolo di programmazione nazionale in un’ottica di collaborazione con il governo locale che garantisca l’unitarietà degli indirizzi generali.
Anche una riflessione critica sulla configurazione amministrativa degli stati dal punto di vista della sostenibilità dello sviluppo, dovrebbe condurre a una rivalutazione dell’importanza dello Stato italiano unitario. Herman Daly, il noto economista ecologista, teorico della stazionarietà dello sviluppo, individua proprio nello Stato nazionale il livello ottimale per una gestione sostenibile delle risorse. Ad esempio, è stato calcolato che l’Italia potrebbe garantirsi solo sull’intero territorio nazionale la quasi completa autosufficienza alimentare. Ed è evidente che proprio la mancanza di un ruolo deciso dello Stato rappresenti uno dei motivi dell’inefficacia attuale delle politiche ambientali.
Concluderei con un suggerimento, la lettura di questo bellissimo articolo di Vittorio Messori sulla “democraticità” della lingua italiana e con un ammonimento, contenuto in alcune parole ancora straordinariamente attuali della seconda strofa dell’inno nazionale: “Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

giovedì, marzo 12, 2009

Case passive e comportamenti attivi



Negli anni a seguire sentiremo sempre più parlare di efficienza energetica delle abitazioni. In funzione della sensibilità che gli Stati dimostreranno verso questo problema, ci si avvicinerà più o meno allo standard passivehouse europeo dei paesi continentali centro-settentrionali. Si tratta di case a elevato isolamento e autosufficienti: ponti termici tendenti a zero, ampie vetrate esposte a sud, spiovente del tetto calibrato sulla latitudine, doppi-tripli vetri e infissi a tenuta, ricambio d'aria con recupero di calore, pannelli fotovoltaici e solari con integrazione al riscaldamento a bassa temperatura, integrazione con pompe di calore, illuminazione a led, domotica, ...

Naturalmente, questo standard risulta fattibile sulle nuove costruzioni, per cui ci si potrebbe aspettare un fenomeno imitativo del mercato dell'auto da parte del settore cementi-costruzioni, che pure sta piccando, anche qui per la causa combinata "plateau di ricoprimento quasi raggiunto" e "picco del petrolio e del gas".

Chi ha una casa non vecchissima e non vuole abbatterla per ricostruirne una nuova può benissimo fare degli investimenti medio-piccoli su tecnologie che fanno la differenza.

Ad esempio, ecco come immagino una casa risparmiosa, senza necessariamente stravolgerne la struttura. La filosofia è quella di partire dall'alimentazione solare, quando c'è; quando non c'è, passare alle pompe di calore e altri sistemi basati sull'energa elettrica; quando non bastano, agganciarsi alle biomasse; solo come ultima scelta, agganciarsi a fonti fossili quali il gas.

Innanzitutto occorre avere un buon isolamento, cominciando dal sottotetto, poi con infissi-doppi vetri; se si riesce è buona cosa realizzare un cappotto sui muri esterni (io non ce l'ho fatta, sigh).

Poi, con pannelli fotovoltaici si punta a raggiungere l'autosufficienza elettrica, dimensionandoli in base all'assorbimento annuo (ad esempio, io consumo circa 1.500 kWh/anno, per cui un'area di circa 10-12 m2 esposti a sud è sufficiente).
Con i pannelli termici si ottiene l'acqua sanitaria e l'integrazione al riscaldamento; quando il sole non c'è (mattino presto, sera, meteo), una pompa di calore può intervenire a supporto. Se non si dispone di riscaldamento radiante a bassa temperatura (ad esempio quello a pavimento), è possibile continuare a utilizzare i "vecchi" termosifoni, facendo circolare acqua fino a un max di 45-50 °C (supponendo di integrare con tecnologie a condensazione); per i giorni più freddi dell'anno si può fare l'ultima integrazione con una stufa a legna [per questo aspetto del riscaldamento avevo chiesto un parere a Luca Mercalli e a Maurizio Tron, che ringrazio per le dritte]

Aggiungo alcune ultime considerazioni "risparmiose", che sfociano più nel settore dell'autosufficienza e della brico-ottimizzazione.

Per cucinare, quando il cielo è limpido, si possono utilizzare cucine e forni solari; quando il sole non è disponibile si può passare a stufe-forni a legna, opportunamente "piazzati" nella zona più frequentata dell'abitazione, in modo da sfruttare il calore sia per cucinare-cuocere che per riscaldare. Il forno elettrico, che "preleva" dal fotovoltaico, può essere usato preferibilmente nella stagione calda, in modo da mixare opportunamente con la biomassa, evitando di riscaldare eccessivamente gli ambienti, ma anche di "stressare" troppo un reservoir vitale a ciclo più inefficiente (fotosintesi).
Il frigorifero: sarebbe buona cosa piazzarlo a nord, "interfacciandolo" con l'edificio, in modo che lo scambiatore lavori con l'esterno.
Lavatrice e lavastoviglie: se possibile, inserirle nel circuito dell'acqua calda sanitaria citato sopra.
Infine: può essere buona cosa avere uno stock dell'acqua piovana a qualche decina di metri quadrati da adibire ad orto.


PS Si tratta di una miscellanea di idee, non necessariamente esaustive, e nemmeno fattibili contemporaneamente per tutti (ad esempio io non posso fare il cappotto, modificare il frigo, costruire il forno per il pane...). Se chi legge vuole integrare in brainstorming, ringraziamo in anticipo.