lunedì, giugno 16, 2008

Il picco dell'Uranio francese

La storia dell'estrazione dell'Uranio francese è di considerevole interesse per tutti i "picchisti". Il grafico qui sopra mostra la produzione annua nazionale dal 1956 al 2006 (dati ONU dal 1990 al 2006, The Oil Drum per il periodo precedente). Dopo un primo picco negli anni '60 la produzione ha avuto il suo picco principale nel 1988, con una produzione annua di 3300 t. Oggi, dopo aver estratto oltre 75000 t, la produzione è inferiore alle 10 tonnellate annue. Il fit logistico con due curve descrive abbastanza bene l'andamento della produzione, cosa degna di nota se si tiene conto che si tratta di un mercato piccolo (la produzione cumulativa francese rappresenta circa il 4% di quella mondiale) e sostanzialmente monopolistico.

In questo secondo grafico è invece rappresentata l'estrazione complessiva di Uranio; i punti blu rappresentano la stima di URR (Ultimately Recoverable Resource) determinata in base i valori delle riserve pubblicate dalle autorità francesi nel corso degli anni (per i dati ho fatto riferimento a quelli indicati da Hydraulics nel suo commento a questo post di Ecoalfabeta; i valori del 1985 e 2002 sono di questa fonte, quello del 1999 di quest'altra). La stima ufficiale dell'URR è variata in modo considerevole negli anni, aumentando da 120 kt a quasi 200, per poi diminuire fino a 80, che è poco più della quantità estratta fino ad oggi. Si tratta quindi di numeri del tutto inaffidabili.
Se un picchista hubbertiano avesse invece analizzato i dati nel 1988, al momento del massimo fulgore estrattivo, avrebbe potuto prevedere il picco più o meno per quell'anno, stimando una URR di 84 kt, un valore molto, molto più realistico delle 200 kt ufficiali.
Un ringraziamento a Francesco Aliprandi per i dati sulle riserve.
Vedi anche La curiosa storia delle riserve di Uranio francese.

sabato, giugno 14, 2008

Space Warp to Capannori



Il rettilineo che porta a Capannori, provincia di Lucca. Non vi sembra che manchi qualcosa?


Arrivando a Capannori, comune in provincia di Lucca, l'impressione è che sia cambiato qualcosa; che uno sia stato catapultato dall'universo normale a un altro universo da uno space-warp da fantascienza.

Ci vuole un attimo per rendersi conto di cosa manca, ma poi te ne accorgi. Mancano i cassonetti. Eh, si. Quei bei cassonetti blu, verdi, gialli che sono tanto comuni che non ci facciamo più caso. Ovvero, ci facciamo caso quando mancano. E questo è il caso di Capannori. Evidentemente un pianeta diverso dal nostro.

Se vi capita di girellare per la città, vi accorgerete di altre caratteristiche di questo mondo alieno. Per esempio, sul tetto del comune si vedono chiaramente delle file di pannelli fotovoltaici. Ohibò, il sindaco deve essere veramente un alieno. In Toscana (il pianeta in cui vivo normalmente) è già tanto se il comune non ti mette i bastoni fra le ruote; figuriamoci se li fa mettere proprio sul tetto del palazzo comunale.

In realtà il sindaco di Capannori non ha un aspetto particolarmente alieno. Mi è capitato di incontrarlo in questo viaggio. L'incontro è avvenuto al convegno "Capannori rifiuti zero" che si è tenuto il 27 Aprile su quello strano pianeta alieno di cui vi stavo parlando.

In effetti, il convegno mi è parso popolato da alieni. Non avviene spesso sul nostro pianeta di vedere un convegno sui rifiuti dove non ci sono i soliti tizi che ti dicono che non si può fare altro che incenerire. Qui, c'erano quattro esperti di rifiuti americani, tutti passati probabilmente attraverso lo stesso space warp, che hanno raccontato delle loro esperienze con i rifiuti negli Stati Uniti. Apparentemente, su questi pianeti lontani, si possono trattare i rifiuti senza bisogno di incenerirli e ci si guadagna sopra, anche. Parlano addirittura di "rifiuti zero". Alieni.

Curioso: il sindaco di questo pianeta-Capannori dice bene dei comitati dei cittadini e non li accusa di "non volere le cose nel loro cortile" ("nimby"). Anzi, il sindaco loda i comitati per le loro proposte e i comitati lodano il sindaco per averle messe in pratica. Siamo veramente su un pianeta alieno - perlomeno a diversi anni luce di distanza.

La cosa aliena che hanno fatto sul pianeta Capannori è la raccolta differenziata porta-a-porta. Si, proprio quella cosa che sul nostro pianeta non si riesce a fare perché, come sanno tutti, i terrestri non sono capaci di farla, non la vogliono e poi costa troppo, ed è comunque una fesseria: non è tanto meglio bruciare tutto? Si vede che qui sono veramente degli alieni, perché pare che i cittadini del pianeta siano entusiasti del nuovo metodo che li fa rispiarmiare e anche di essersi tolti dalle scatole quei cassonetti ingombranti e puzzolenti.

Viene a parlare al microfono il presidente dell'azienda locale che gestisce la raccolta porta a porta. Dice che non è costata più cara della raccolta tradizionale e che funziona benissimo. Strano che non è tutto verde e non ha nemmeno le antenne; sembrerebbe proprio un terrestre. Ma deve essere per forza un alieno se dice queste cose.

L'ultima cosa che viene detta al convegno è preoccupante: la raccolta porta-a-porta funziona talmente bene che la stanno espandendo anche oltre il pianeta Capannori; verso i pianeti vicini. Questi alieni ci invadono!! Chissà che non ci tocchi fare la raccolta porta a porta anche a noi terrestri!

Per saperne di più, leggete il Resoconto del convegno

Fino ad ora abbiamo scherzato; ovvero: quando i duri cominciano a giocare.

Frazione del PIL mondiale corrispondente alle spese petrolifere. Da "The Oil Drum" che riproduce una figura da un articolo di R.F. Wescott dell'aprile del 2006.



La questione di come correggere i prezzi petroliferi per l'inflazione è complicata. Eppure è molto importante perché ci serve per comparare i prezzi odierni con quelli della grande crisi petrolifera degli anni 1970. C'è un generale accordo che i prezzi degli ultimi tempi sono comparabili a quelli del periodo più difficile della crisi di quel tempo. Ma l'inflazione viene misurata attraverso i beni del cosiddetto "paniere" che sono cose opinabili e poco rigorose.

Vedo invece su "The Oil Drum" un grafico che mi sembra illuminante. Rapporta le spese petrolifere globali con quelle del PIL globale. E' una misura molto più rigorosa in quantoè un rapporto di due grandezze entrambi nella stessa unità di misura: il dollaro. Ci dice, in sostanza, quanto il petrolio incide sull'economia.

Teniamo conto che questi dati di Wescott sono del 2006; quando lui si era messo a descrivere uno scenario ipotetico (per allora) in cui il petrolio sarebbe salito a 120 dollari al barile nel 2007. Oggi siamo nel 2008, il dollaro vale un po' meno di quanto non valesse nel 2006 ma, nel complesso, i dati della figura non possono essere troppo distanti da quelli attuali. Ovvero, siamo al massimo storico delle spese petrolifere.

In effetti, si comincia soltanto oggi a vedere gli effetti della crisi; prima, avevamo scherzato. Ora, è il momento in cui i duri "cominciano a giocare"; ovvero la faccenda si sta facendo dura. Negli anni '70 l'effetto di prezzi leggermente inferiori agli attuali aveva avuto effetti più spettacolari di quelli che vediamo oggi. A quell'epoca c'erano razionamenti, code ai distributori, domeniche senz'auto e cose del genere. Oggi, ufficialmente siamo ancora in una condizione di "non-crisi"; crisi temporanea, crisi risolvibile semplicemente riducendo le accise sui carburanti. Evidentemente, negli anni '70 avevamo avuto meno remore a renderci conto di una condizione che, oggi, per qualche ragione, rimane politicamente scorretto menzionare.

Ma da ora in poi si comincia a fare sul serio. Fino ad ora, in effetti, non avevamo visto ancora niente!


[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

giovedì, giugno 12, 2008

Come affrontare la crescita esponenziale dei prezzi petroliferi

Continua la crescita esponenziale dei prezzi del petrolio. Alla fine dello scorso anno, avevo interpolato graficamente la curva dei prezzi ricavando un’esponenziale, con tempi di raddoppio di circa tre anni. Utilizzando l’ultimo aggiornamento fornito dal Sole 24 Ore è ora possibile affinare ulteriormente la simulazione, ottenendo questo grafico che conferma l’andamento esponenziale dei prezzi del barile innescatosi a partire dalla fine del 2001, con un tempo di raddoppio di poco superiore ai 30 mesi. Nella costruzione della curva esponenziale ho cercato di tenere conto dell’effetto inflazione, che comunque è trascurabile, considerata la sostanziale stabilità dei prezzi nel periodo considerato. Rispetto alla precedente ipotesi, il prossimo raddoppio, a 160 dollari al barile, dovrebbe così essere anticipato di alcuni mesi, a fine 2009.
Come sappiamo, è possibile interpretare questa evoluzione dei prezzi con le difficoltà del sistema produttivo mondiale di aumentare l’offerta a fronte di una domanda in continua crescita trascinata dai paesi emergenti, situazione caratteristica delle condizioni di picco nello sfruttamento di una risorsa naturale. L’equilibrio dinamico tra domanda e offerta, teorizzato dall’economia classica a partire dal postulato dell’inesauribilità delle risorse o della continua possibilità della tecnologia di rendere succedanee le risorse presenti sul pianeta, non è più possibile nella terra di nessuno del dopo picco, perché al calo della domanda che la crescita continua dei prezzi inevitabilmente determinerà, si assocerà anche una costante e graduale diminuzione della produzione di petrolio. Inoltre, il petrolio è praticamente insostituibile in alcuni settori dell’economia, come il trasporto aereo e di problematica sostituzione a breve termine come nel trasporto delle merci, per cui temo che dovremo attenderci per i prossimi anni una conferma della tendenza esponenziale nella crescita dei prezzi, insieme all’accentuazione della crisi di alcuni comparti produttivi fortemente dipendenti dal petrolio che stanno già in questi giorni dando segnali di grave difficoltà. E’ facile prevedere una moria di compagnie aeree minori, mentre le maggiori e più solide economicamente si specializzeranno, concentrandosi sui voli intercontinentali. L’autotrasporto delle merci, la pesca, l’agricoltura industriale, sopravviveranno nelle forme attuali ancora qualche anno, soltanto con sussidi e aiuti di Stato. Gradualmente entrerà in crisi anche il sistema di trasporto individuale fondato sull’automobile.
La possibilità di attenuare questa situazione esplosiva dipenderà dalla lungimiranza delle scelte politiche nell'affrontare una radicale riconversione del sistema dei trasporti. A mio parere l’unica soluzione realmente praticabile è l’orientamento della domanda globale di trasporto verso l’elettrico collettivo. Lo sviluppo delle reti di Alta Velocità ferroviaria avrà il duplice risultato di trasferire la domanda di trasporto aereo continentale dall’aereo alla rotaia e di liberare le reti preesistenti per il trasporto delle merci. Attraverso l’utilizzo esteso delle moderne tecnologie tranviarie in grado di consentire la percorrenza sia di linee urbane che ferroviarie, sarà possibile creare un capillare ed efficiente servizio di trasporto passeggeri nelle aree urbane. Per quanto riguarda gli altri settori produttivi colpiti dalla crisi petrolifera permanente, essi potranno resistere solo attraverso un drastico cambiamento dei modi di trasporto. Nel settore della pesca e dell’agricoltura potrebbero trovare un’interessante applicazione di nicchia i biocarburanti, la cui estensione al trasporto privato appare impraticabile a causa della bassa densità d’energia e della competizione con le risorse alimentari. Più in generale, l’agricoltura dovrà evolvere verso un modello di produzione maggiormente orientato ai mercati locali.
A medio-lungo termine rimane per ora irrisolto il problema della sostituzione dei combustibili fossili per la produzione di energia elettrica e calore. Fin quando sarà possibile passare da un picco all’altro, il sistema resterà in piedi nell’attuale configurazione, dopo solo un nuovo modello socio-economico fondato su un economia di tipo stazionario e sull’utilizzo delle fonti rinnovabili potrebbe evitare il collasso preconizzato ne "I limiti della crescita".

martedì, giugno 10, 2008

Il Libro della Chimera

Il Libro della Chimera, di Ugo Bardi, edito da Polistampa, 2008


I lettori di questo blog saranno probabilmente sorpresi dall'apparizione questo mio libro che non parla di petrolio. Parla proprio di quello che il titolo dice: uno studio della storia, del significato e dell'evoluzione del mito della Chimera. D'altra parte, ho detto più di una volta che non si vive di solo petrolio!

A parte questo, tuttavia, se leggerete questo libro ci troverete molti elementi che non sono così lontani dalle tematiche dell'attività di ASPO-Italia. La Chimera è un mito antichissimo che ha origine con la divinità della tempesta, la bestia del tuono sacra alla dea Inanna dei tempi dei Sumeri. E' un mito che ha molto a che fare con il rapporto che abbiamo con l'ambiente in cui viviamo. Un ambiente che ci illudiamo di dominare e di poter pavimentare a nostro piacimento come se fossimo per sempre impegnati a trasformarlo in un unico, immenso, parcheggio di supermercato. Ma è un ambiente che non si fa dominare tanto facilmente e la triste fine di Bellerofonte, l'uccisore della Chimera, ci fa capire come già i nostri remoti antenati avevano capito che distruggere la natura non porta bene a chi lo fa.

Più che altro, quello che mi ha spinto a scrivere questo libro è il fascino con il concetto di mito. I miti sono narrazioni fantastiche, ma nascono dall'esigenza che tutti abbiamo di capire quello che ci succede intorno. Quando questa comprensione ci sfugge su basi razionali, tendiamo a trasformarla in termini mitologici. Così, per i nostri remoti antenati, lo spettacolo della tempesta, con associati tuoni e fulmini, non era comprensibile su basi razionali. Perciò usavano la loro immaginazione trasformando la tempesta nell'opera di una bestia leonina, alata e fiammeggiante. La Chimera.

Oggi, non abbiamo bisogno di mostri mitologici per spiegarci i temporali. Ma il nostro mondo è diventato molto più complesso e incomprensibile di quello dei nostri antenati. Di fronte a questa complessità, reagiamo creando continuamente miti non diverse da quelli antichi. La storia, per esempio, delle "scie chimiche" somiglia a quella dei portenti che gli auguri e gli aruspici vedevano nel cielo. Quella della "società basata sull'idrogeno" ricorda i miti del paradiso terrestre, allo stesso modo di come il mito del petrolio "abiotico" che sgorgherebbe all'infinito dalle viscere della terra ci ricorda la fontana di Zamzam descritta nel Corano. Le varie cospirazioni che alcuni vedono nel problema del riscaldamento globale ci ricordano i tanti miti di creature malvage, demoni o angeli del male, che cercano di farci del male. La nostra epoca è forse la più mitopoietica della storia umana.

Rispetto al metodo scientifico, mitologizzare è un modo inferiore per capire il mondo che ci circonda. Ma, allo stesso tempo, studiare l'origine e la struttura dei miti è un modo molto efficace per capire come funziona la mente umana, come aveva scoperto Jung per primo. I problemi che fronteggiamo non sono gravi perché ci mancano risorse o perché l'ambiente, di per se, non sia sano. I problemi sono tutti nella nostra incapacità di gestire ambiente e risorse in modo corretto. Sono problemi che stanno nella nostra mente.

Quindi, le nostre azioni sono guidate date dai miti moderni, questo nonostante che la nostra epoca si inorgoglisca di essere razionale e basata sul metodo scientifico. Come ci diceva Joseph Campbell nel suo "Le maschere di Dio", i miti non sono cose da sottovalutare, sono le cose più pericolose che esistono.

E il mito più pericoloso di tutti è quello che vuole che il nostro pianeta sia in nostro potere e che lo possiamo sfruttare all'infinito a nostro piacimento. Questa è una vera Chimera.


Il libro della Chimera sarà presentato al pubblico Giovedi' 12 Giugno alle 18:30 presso la Galleria Frilli, Via dei Fossi 28 r, Firenze. Sarà presente l'autore, la sovrintendente per il patrimonio artistico di Firenze, Dott.sa Cristina Acidini e il Prof. Olimpio Musso del dipartimento di scienze dell'antichità dell'università di Firenze.


Link alla pagina della Chimera di Ugo Bardi
La pagina della Chimera di Ugo Bardi in Inglese (più estesa di quella in Italiano)
Il Libro della Chimera sul sito di Polistampa


(ringrazio Francesco Meneguzzo per il suo aiuto e supporto nella difficile impresa della pubblicazione di questo libro)

lunedì, giugno 09, 2008

Ma non avrà per caso ragione Maugeri?


Non molto tempo fa, un mio intervento a un convegno sull'energia a Firenze coincideva quasi esattamente con un'iniziativa parallela dove Leonardo Maugeri, direttore della ricerca e sviluppo di ENI, parlava della stessa cosa: il petrolio.

L'intervento di Maugeri, devo dire, sembrava avere una ben maggiore risonanza del mio. Maugeri parlava nel prestigioso salone dei 500 a Palazzo Vecchio di fronte ai giornalisti e alle telecamere di tutte le reti nazionali. Io parlavo in una sala poco nota dell'ex carcere delle Murate, senza televisioni.

Lungi da me da lamentarmi di questo; per carità! Anzi, fatemi dire subito che considero Leonardo Maugeri una persona seria e preparata; tutt'altra cosa dei tanti pseudo-esperti che concionano sul petrolio senza saperne niente (e non mi fate fare esempi.... beh, ne faccio soltanto uno). Quindi, è cosa buona che la preparazione e la serietà di Maugeri siano premiate dall'attenzione dei media.

La ragione per la quale vi racconto questa storia è che mi era balenato per la testa che, all'incontro in cui intervenivo, qualcuno del pubblico avrebbe potuto alzarsi e domandarmi qualcosa tipo "Caro professore, nel momento stesso in cui lei ci racconta queste cose, il vicepresidente dell'ENI, il dr. Leonardo Maugeri, sta raccontando cose completamente diverse a Palazzo Vecchio. Perché dovremmo dar ragione a lei e non a lui?"

Nella pratica, nessuno mi ha domandato una cosa del genere. Ma siccome mi ero preparato una risposta; penso che potrei passarvela qui nel caso che la domanda sia passata per la testa a qualcuno di voi.

Allora, spero di non far torto a Maugeri se riassumo in una sola frase il concetto di fondo della sua posizione, così come appare, per esempio, nel suo libro intitolato "Petrolio" e nei suoi interventi sulla stampa. In sostanza, Maugeri dice "Il petrolio è ancora abbondante, dunque non ci sono problemi" Questa posizione è abbastanza comune in molti ambienti dell'industria petrolifera e me la ritrovo spesso presentata formalmente o informalmente in varie situazioni e da molteplici figure più o meno ufficiali.

Ora, confrontiamo con la posizione di ASPO, che credo di poter riassumere anche quella in una sola frase senza far torto a nessuno: "il petrolio è ancora abbondante, però ci sono problemi"

Messe così le cose, vedete che quello che poteva sembrare all'inizio un titanico scontro fra abbondantisti e catastrofisti si riduce a una questione molto più limitata. ASPO non ha mai detto che il petrolio sta per finire e ENI o Maugeri non hanno mai detto che il petrolio è infinitamente abbondante. Le risorse petrolifere sono entità reali e chi di questo argomento ha un minimo di conoscenza e di senso critico difficilmente si allontana troppo da certi valori che sono comunemente accettati. Le stime delle riserve fatte dall'ENI, dalla BP, o dalla Shell non sono enormemente diverse da quelle di ASPO.

Certo, non bisogna nemmeno sottovalutare le differenze. Fra i dati di ASPO e, per esempio, quelli del "Cambridge Energy Research Agency" (CERA) c'è una differenza notevole; di un buon 50% in più nelle stime di CERA. Ma anche CERA è un'agenzia nel complesso seria (anche se, a mio parere, parecchio ottimistica in questo caso) che non riesce a stiracchiare la realtà oltre un certo limite. Siamo ben lontani dalla follia di quelli che parlano di petrolio "infinito" e di altri, come Lynch e Adelman, che sparano numeri più o meno a caso.

Alla fine dei conti, in ogni caso, il problema non è contare il numero di barili che, teoricamente, stanno sottoterra e che si potrebbero estrarre, perlomeno in linea di principio. Il punto è un altro: quanti di questi barili ci possiamo permettere di estrarre? Quest'ultima domanda è, ovviamente, correlata a quanto ci costa l'estrazione.

Come ho fatto notare in un post precedente, i dati disponibili indicano che il progressivo esaurimento del petrolio ci sta portando a dover estrarre risorse sempre più costose. Si parla di estrazione da giacimenti che hanno costi anche dell'ordine degli 80 dollari al barile. Allora, non c'è troppo da stupirsi se il petrolio costa oltre cento dollari al barile. Certo, una componente speculativa esiste, ma il prezzo che paghiamo riflette i costi reali di estrazione. Il petrolio che ci rimane da estrarre - pur abbondante - costa molto caro e costerà sempre di più via via che ci muoviamo verso risorse sempre più difficili.

Quindi, il problema che abbiamo di fronte è un problema di costo, non di disponibilità fisica. Non c'è problema a trovare petrolio da aquistare sul mercato mondiale; il problema è che per aquistarlo oggi bisogna pagarlo circa 10 volte di più di quanto non costasse 10 anni fa.

A Maugeri si attribuisce la frase, dal suo libro "L'era del petrolio", "Il petrolio c'è; basta scavare". Sono perfettamente daccordo; il problema è quanto in fondo e con quanta fatica. E, soprattutto, se non si rischia di spezzarsi la schiena!


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domenica, giugno 08, 2008

I bilanci economici non ci salveranno


Non passa giorno in cui tg & giornali non parlino della cosidetta "crisi" serpeggiante: petrolio a 140 $ / barile, proteste di pescatori e trasportatori, aumento medio del costo della vita di 1.200 € / anno... I tentativi di spiegazione, maldestri secondo me, si rifanno ai termini speculazione, scarsità di investimenti, "fondamentali dell'economia" mal applicati eccetera.

Ogni tanto qualcuno osa di più, e parla di crisi strutturale piuttosto che di depressione temporanea (caso degli amministratori delegati di alcune multinazionali) e di grossi problemi legati agli approvvigionamenti energetici (Giorgio Napolitano 04 giugno 2008, La Stampa).

La tentazione generale di risolvere con strumenti economico-finanziari problemi che hanno in realtà radici e strutture nella chimica-fisica delle risorse fossili è però molto forte. Si dice che per tamponare (tamponare !) l'acuirsi della fame nel mondo la FAO cerchi di stanziare cifre come 10 miliardi di $, dichiarando che ne servirebbero comunque 30.
Ora, pensare di risolvere queste cose spostando "cifre" equivale a sentirsi appagati contemplando la stanza da letto in ordine, evitando accuratamente di aprire armadi e cassettiere che, ahiloro, stanno sopportando pressioni da autoclave e rischiano di proiettare ogni sorta di oggetti da un momento all'altro.

Le disponibilità finanziarie altro non sono se non riserve matematiche, "potenziali aritmetici" virtuali, crediti di accesso all'uso delle risorse. Più hai soldi, più puoi (puoi, non devi) vivere il 2° principio della termodinamica ad alta velocità. Punto. [faccio qui astrazione del concetto di indebitamento, che consente di procedere con il consumismo ad ampio raggio, differendo nel tempo i pagamenti]

Le soluzioni, seppur con i loro limiti, non mancano, ma implicano paradigmi per lo più riservati agli addetti ai lavori o semplicemente troppo distanti dalla cultura dominante: rinnovabilità, abolizione del concetto di "rifiuto", ripensamento delle infrastrutture e dei trasporti, equilibri demografico-migratori.

Oggettivamente, i sistemi mondiali stanno inviando ora più che mai dei feedback, "fortunatamente" negativi (cioè, tendenti a stabilizzare il sistema, paradossalmente): contrazione industriale, riduzione dei consumi, abbandono progressivo dell'usa e getta.

La speranza che voglio avere e condividere con chi legge è che non si tratti di sintomi tardivi.


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sabato, giugno 07, 2008

Calabria: il clima al tempo della “Regia Sila”




created by Silvano Molfese







Sila Piccola, loc. Pantano, 26 gennaio 2008 a circa 1.250 m di altitudine.




Forse nessuno guardando questa foto della Sila direbbe che siamo in pieno inverno, poco prima dei “giorni della merla”, eppure l’immagine risale al 26 gennaio di quest’anno. (Ci troviamo a circa 1.250 m sul livello del mare verso le undici nella Sila Piccola in loc. Pantano, comune di Taverna, Catanzaro).

Una testimonianza sul clima della Sila, risalente alla fine del 18° secolo, si trova nella relazione che Zurlo fece per i Borboni (“Dello Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo Giudice della Gran Corte della Vicaria” Napoli – dalla Stamperia Nazionale, 1862).

Nel primo volume, comincia con la “Descrizione geografica della Regia Sila”
“ …La stagione de’ bei giorni vi ha cortissima durata, perché comincia dopo il mese di giugno, ed a guisa della terra situata sotto i tropici quella delle nevi succede dopo la metà di settembre. Da quella parte dell’anno in poi le nubi tirate dal sole dal grembo de’ due mari Jonio verso Levante, e Tirreno verso Ponente, e spinte con violenza da venti contro le montagne medesime, si aprono e si sciolgono in piogge accompagnate da frequenti tempeste, in guisa, che dopo le prime acque si veggono subito per la rigidezza del clima ricoperte di neve.”


(Il libro mi è stato segnalato da A. Scalise, agronomo.)

Lo scrittore Corrado Alvaro ne “La Calabria – Libro sussidiario di cultura regionale” scritto nel 1925, (Carabba Editore) riporta tra i proverbi del mese di novembre due detti che fanno riferimento al clima locale: “Per San Clemente (23 novembre) il verno mette un dente” “Per Santa Caterina (25 novembre) la neve alla collina”. Più avanti, quando Alvaro descrive il paesaggio di dicembre si legge: “ Il tempo è divenuto rigido; sui monti ha già nevicato. Arrivano nella pianura folate di neve.”

Ed infine per fugare ogni dubbio dovrebbe bastare quello che scrisse Norman Douglas, reduce da viaggi effettuati in Calabria tra il 1907 ed il 1911.
Nel libro “Vecchia Calabria”, nella descrizione della Grande Sila, Douglas scrive: “L’aria di queste alture è vibrata e pungente: qualche anno fa, in cima al Monte Nero nell’ultima settimana di agosto, non riuscimmo a far sciogliere al sole un blocco di neve offertoci da un pastore quale contributo al nostro pasto.”
(Questi ultimi due testi me li ha indicati il perito agrario M. Rizzo).

I tre Autori citati, osservatori attendibili e qualificati, riportano testimonianze concordanti sul clima della Sila tra la fine del ‘700 ed i primi decenni del ‘900.
Pertanto dal confronto tra il clima riscontrato fino ai primi decenni del XX secolo e quello che verifichiamo empiricamente negli ultimi anni, possiamo sicuramente affermare che c’è stato un palpabile cambiamento climatico.



Sila Piccola, loc. Roseto: la neve rimasta si trova all’ombra dei pini.


Per fortuna nevica ancora un po’ ma la poca neve caduta si scioglie molto presto.
Sono accademiche le preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici in atto?
Meno neve vuol dire meno acqua per il terreno e quindi minore disponibilità per le sorgenti, per le piante e … per noi esseri umani.


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giovedì, giugno 05, 2008

Il sughero non serve solo per i tappi di bottiglia

Nel luglio del 2007 ho eseguito dei lavori di isolamento termico della mia abitazione, consistenti nell’installazione di un tetto ventilato con pannelli di sughero sotto le tegole di copertura, come risulta dallo schema qui a fianco. In passato avevo già inserito nelle stanze più fredde infissi con doppi vetri e applicato ai termosifoni le valvole termostatiche per regolare la temperatura nei singoli locali. Oltre che per motivi ambientali, questi tipi d’intervento sull’involucro edilizio sono ora particolarmente convenienti grazie alla possibilità prevista nelle due ultime finanziarie di detrarre nella denuncia dei redditi, complessivamente, il 55% dell’investimento nei tre anni successivi ai lavori. Ma, siamo in Italia, la possibilità concreta di accedere a queste agevolazioni è stata a lungo in forse, a causa di un errore commesso nella pubblicazione della tabella relativa ai valori delle trasmittanza termica (tra l’altro molto severi in rapporto a quelli previsti dal decreto sulla certificazione energetica degli edifici) da rispettare negli interventi di riqualificazione energetica, ai fini dell’accesso ai benefici fiscali. L’Agenzia delle Entrate aveva dichiarato nulli gli effetti della norma in assenza di una correzione della citata tabella. Aspoitalia, insieme al WWF, ha anche segnalato questo problema ai Ministri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente. Per fortuna, in zona Cesarini, nell’ultima finanziaria, l’errore è stato sanato con effetti retroattivi. Con un sospiro di sollievo, ho quindi potuto effettuare la prima consistente detrazione fiscale nella denuncia dei redditi di quest’anno.
Problemi. I lavori sulla copertura dell’edificio sono di competenza condominiale e non sempre si riesce a mettere d’accordo tutti. Infatti, nel mio caso, ho dovuto accollarmi interamente la spesa in cambio del permesso degli altri condomini a realizzare i lavori.
Risultati. Nell’attestato di qualificazione energetica da inviare obbligatoriamente all’Enea, pena l’esclusione dalle agevolazioni fiscali, risulta che la trasmittanza termica del tetto è passata da un valore precedente l’intervento di 2,25 W/mq.°K a 0,348 W/mq.°K, consentendo un netto miglioramento delle prestazioni energetiche della climatizzazione invernale e delle condizioni climatiche interne all’abitazione nel periodo estivo (considerando che non utilizzo dispendiosi impianti di raffrescamento). In particolare, l’attestato prevede una riduzione di circa il 35% del fabbisogno di energia primaria per la climatizzazione invernale, che ho cominciato a verificare anche nelle bollette del gas relative alla trascorsa stagione invernale, con un conseguente notevole abbattimento dei costi del riscaldamento.
Morale della favola, l’isolamento termico dell’abitazione e soprattutto della copertura è attualmente un’operazione estremamente conveniente in termini economici e di benessere ambientale. Dal punto di vista generale, è auspicabile che le agevolazioni fiscali previste vengano confermate anche per i prossimi anni in quanto, come si può vedere in questo grafico, nel riscaldamento delle abitazioni, si possono conseguire i maggiori risparmi energetici negli usi finali del settore residenziale.

I Rifiuti di Granada VIII - Il filo per i panni da plastica riciclata


Un filo per panni fatto con plastica recuperata dalla cooperativa dei riciclatori di San Paolo del Brasile (cortesia di Jutta Gutberlen). Una piccola cosa, ma anche una dimostrazione che si possono fare delle cose concrete con un po' di buona volontà. Per ulteriori informazioni, vedete il sito del "participatory sustainable waste management project" (PSWM)


Concludo - per ora - con questa immagine la serie dei post sul convegno "Waste Management 2008" di Granada. Ho ancora dei post in preparazione, ma credo che sia il tempo di lasciare il blog anche ad altri argomenti. Spero che abbiate trovato degli spunti interessanti in questa serie; personalmente mi limito a dire che è stata forse la conferenza più interessante alla quale ho mai partecipato. Grazie a tutti per l'attenzione e torneremo poi sull'argomento

mercoledì, giugno 04, 2008

I rifiuti di Granada VII - la cucina atomica del Dr. Anilir

Serkan Anilir descrive la sua cucina autonoma al convegno "Waste Management 2008" di Granada


La prima impressione che ho avuto di Serkan Anilir si può descrivere con le classiche parole "questo è matto da legare". In effetti, a sentire il suo progetto è difficile pensarla altrimenti. E' partito con l'idea di un piccolo inceneritore sotto il lavello della cucina (!!). Poi manda la CO2 che si forma a un reattore che la fa interagire con idrogeno creato da un elettrolizzatore alimentato dal generatore connesso all'inceneritore. Poi ha trovato il modo di connettere il tutto a un sistema idroponico che produce anche insalata. Mi aspettavo da un momento all'altro che dicesse che c'era anche un piccolo reattore nucleare nel WC o da qualche parte. Non l'ha detto, ma c'è andato vicino quando ha menzionato la De Lorean del film "Ritorno al Futuro" come sua fonte di ispirazione.

Bene, chiaramente Anilir ha esagerato, però io credo che, passato il primo shock, quello che sta facendo vada valutato con attenzione; soprattutto per il suo valore innovativo.

Non tutto quello che è innovativo deve per forza essere meglio di quello che non lo è. Però, in un mondo come il nostro, che cambia a una velocità pazzesca, se non riusciamo a innovare siamo condannati. Questo è un concetto particolarmente importante per quanto riguarda la questione dei rifiuti dove sto notando sempre di più la tremenda resistenza che c'è in tutti i settori contro l'innovazione.

Vedete, per me quello dei rifiuti è un mondo piuttosto nuovo. Io sono abituato a lavorare nel campo dell'energia. Con l'energia, se hai qualcosa di appena un po' innovativo, industrie e istituzioni te lo strappano letteralmente dalle mani. Nei rifiuti, se hai l'idea del secolo, il massimo che ottieni da assessori e gestori è un'occhiata distratta e un "oh-hum". Ho sentito a un convegno il rappresentante di un azienda nazionale di gestione dire che sui rifiuti "non si deve fare ricerca" perché "poi le cose non funzionano" (lo giuro, ha detto proprio così).

Ci sono delle ragioni per questo differente comportamento e credo di averle identificate. Quello dell'energia è un mondo competitivo dove valgono, più o meno, le regole del mercato. Se hai una trappola per topi migliore di quella dei tuoi concorrenti, il mercato è tuo. Non sempre è così, ma nel complesso la regola vale. Ma, nel campo dei rifiuti, non c'è un vero è proprio mercato. Ci sono le amministrazioni locali che, in teoria, dovrebbero cercare di scegliere le soluzioni migliori per conto dei cittadini. Nella pratica, esiste sempre il rischio che i membri di dette istituzioni si mettano daccordo con le aziende che gesticono i rifiuti non in funzione del benessere dei cittadini ma del proprio benessere personale. In sostanza, il mercato non se lo piglia chi ha la trappola per topi migliore, ma chi da una mazzetta al funzionario che sceglie quali trappole comprare.

Ne consegue che la migliore gestione dei rifiuti, e anche la più innovativa, la dovremmo trovare dove c'è la miglior qualità della pubblica amministrazione. Ora, se da noi ci lamentiamo tanto dei nostri amministratori, evidentemente qualche ragione c'è e io sospetto che questo sia il motivo per il quale i rifiuti sono ammistrati così male da noi. In contrasto, dovremmo vedere la buona gestione dove le strutture amministrative sono tradizionalmente di buona qualità.

Il paese che ha probabilmente la migliore pubblica amministrazione al mondo è il Giappone, questo ve lo posso dire anche perché ci ho vissuto per un certo periodo. Laggiù, con la densità di gente che c'è, se fanno uno sbaglio nella gestione dei rifiuti è un disastro, altro che Napoli!! In effetti, però, se andate a Tokyo, di rifiuti non ne vedrete nemmeno traccia; non ci sono nemmeno i cassonetti lungo le strade. E' tutto raccolta condominiale e domiciliare; tutto viene raccolto, riciclato, compostato e incenerito localmente, tipicamente sotto il parco pubblico di quartiere. Sono evolutissimi e soltanto in Giappone potreste trovare un progetto nominato "super eco-town" riferito a Tokyo. E indovinate da dove viene lo studio del prof Serkan Anilir? Dall'università di Tokyo!

La società giapponese, in effetti, è una società fortemente favorevole all'innovazione tecnologica. Sono abbastanza sicuro che se il direttore di una società che gestisce i rifiuti dicesse pubblicamente che non bisogna fare ricerca perché poi le cose non funzionano, beh, credo che lo darebbero al cuoco del Teppan-Yaki, quello col coltellaccio, per farne un arrosto a fettine.

Ripeto che l'innovazione non è di per se il miracolo infallibile, ma certamente, in Italia, sapere che si tolgono i soldi alla ricerca scientifica per finanziare il buco del bilancio dell'Alitalia non ci da molta fiducia nel nostro futuro. Con la crisi dei rifiuti, ci stiamo dimostrando incapaci di innovare; sembra che siamo solo capaci di imporre con la forza soluzioni obsolete.

Fatte le dovute proporzioni e correzioni, invece, la cucina atomica del Dr. Alanir potrebbe essere una buona sorgente di ispirazione anche per cose come la crisi di Napoli. Certo, non possiamo mettere un inceneritore sotto ogni lavello, ma l'idea di incoraggiare i cittadini a rendersi responsabili eautonomi nei riguardi dei loro rifiuti è quella giusta.



Potete leggere una descrizione del lavoro di Serkan Alanir in questo articolo. Tokyo me la ricordo come la città più pulita che abbia mai visto in tutta la vita. Trovate qui una descrizione delle politiche di gestione e trattamento dei rifiuti a Tokyo






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martedì, giugno 03, 2008

I rifiuti di Granada VI - l'esplosione del salgemma


Vladimir Dubinko parla dei suoi esperimenti sulla stabilità dello stoccaggio di scorie radioattive alla conferenza "Waste Management 2008" a Granada.


Le grandi conferenze scientifiche sono sempre molto dispersive e faticose. Giri da una sessione all'altra, trovi che certe cose che ti sembravano interessantissime dal titolo, in realtà non ti interessano per niente. Trovi oratori bravi e oratori che non si capisce neanche di cosa parlano. Trovi un po' di tutto e il risultato finale è una specie di sfinimento mentale che ti coglie e ti fa stravaccare su una sedia con gli occhi vitrei e puntati all'infinito.

Ma, certe volte, ti capitano sorprese piacevoli. Una di queste è stata la presentazione di Vladimir Dubinko, ricercatore ukraino. Uno dei soggetti di questa conferenza erano i rifiuti radioattivi e Dubinko ha fatto vedere i suoi risultati sullo stoccaggio delle scorie radioattive dentro quelle che in inglese si chiamano "salt dome" e che in italiano vanno sotto il nome di "formazioni saline" o semplicemente salgemma. Il sito di stoccaggio di Scansano di cui si è parlato qualche tempo fa, era di questo tipo. L'idea è che questi siti sono stabili da diverse centinaia di milioni di anni; pertanto sono un buon posto per immagazzinare le scorie radioattive

Dubinko però ha scoperto un problema. Ha visto che esponendo il salgemma (NaCl) alle radiazioni, si formano delle bolle di cloro all'interno della struttura. Queste bolle indeboliscono il solido e alla fine lo fanno letteralmente esplodere. E' un fenomeno abbastanza noto nella scienza dei materiali. A me è capitato scaldando un blocco di silice; sembrava una roccia indistruttibile e, invece, è andato in un milione di pezzi portandolo solo a 300 gradi. Dopo abbiamo scoperto che conteneva delle minuscole inclusioni di carbonato di calcio che, scaldando, rilasciavano CO2 gassoso. Dubinko l'ha visto succedere con il salgemma irradiato, ma non solo; anche su altre rocce in teoria resistenti, come il granito. Una perfetta illustrazione del principio di Lao Tsu che diceva (mi pare) "chi è duro alla fine si spezza".

Ora, non mi fate sproloquare di cose di cui so poco. Non mi intendo di scorie radioattive e ancora meno di stoccaggio geologico. Però, la presentazione di Dubinko mi ha fatto vedere problemi che non sospettavo esistessero. Se mettiamo le scorie in queste salt dome impermeabili; ci resteranno davvero per milioni di anni? Oppure la radioattività spaccherà tutto molto prima, facendo penetrare acqua e sparpagliando le scorie dappertutto?

Non è detto che il fenomeno che Dubinko ha trovato in laboratorio si verifichi anche nella pratica. Non ci sono dati affidabili su cosa potrebbe succedere in un milione di anni, o fra mille anni, o anche solo pochi secoli. Non è affatto detto che Dubinko abbia dimostrato che lo stoccaggio nel salgemma o nel granito non sia sicuro. E', comunque, un'illustrazione dell'immensa complessità di queste cose e della difficoltà di gestirle correttamente,

La cosa mi ha fatto più che altro riflettere su quelli che vorrebbero risolvere la questione del nucleare in italia a colpi di referendum. Ovvero ridurre tutta questa faccenda difficile e complessa a una scelta fra nucleare si e nucleare no; con da una parte alcuni che ti raccontano di quanto è bello e perfettamente sicuro il nucleare e dall'altra quelli che ti portano una sfilata di gente vestita da mutanti del post-olocausto. La cosa è un tantinello più sottile ma, purtroppo, i nostri metodi decisionali sono rimasti all'800 e non ammettono altre risposte che non siano "si oppure "no". Più si va avanti, più il mondo diventa complicato. Più diventa complicato, più sembra che siamo incapaci di gestirlo.


Anche queste cose si imparano a una conferenza sui rifiuti. L'articolo di Dubinko, in inglese, lo trovate a questo link.






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I rifiuti di Granada V - Il picco dei rifiuti

Il modesto sottoscritto (Ugo Bardi) fa la sua presentazione al convegno di Granada sui rifiuti


Oggi è stato il mio turno alla conferenza. Ho parlato del "picco dei rifiuti", (peak waste). E' il risultato di una ricerca che sto facendo da un po' di tempo dove cerco di applicare ai rifiuti gli stessi modelli che si usano per il petrolio. Il risultato è inequivocabile, stiamo piccando e non lo dicono solo i modelli: i dati sperimentali sono abbastanza chiari. L'Europa è già in declino in termini di produzione di rifiuti domestici, gli Stati Uniti sono sul loro picco dei rifiuti, l'Italia, come al solito in controtendenza su tutto, vede la propria produzione di rifiuti tuttora in rapido aumento, anche se con qualche tendenza a rallentare.

Non c'è gran che da stupirsi di questo risultato: in un mondo finito niente può continuare a crescere all'infinito; figuriamoci i rifiuti. L'economia mondiale è come un grande macchinario. Se ha meno carburante, comincia a girare più piano, e produce anche meno gas di scarico. Da questo, deduco che nel futuro avremo meno rifiuti e dovremo cominciare a deciderci a considerarli per quello che sono: ovvero una preziosa sorgente di materie prime che saremo sempre più in difficoltà a ottenere dalle sorgenti tradizionali. Ho detto nella mia presentazione che "we can't anymore waste our waste" che non riesco a tradurre esattamente in italiano, ma vuol dire che non possiamo più "sprecare i rifiuti".

L'accoglienza alla mia presentazione è stata abbastanza incoraggiante. Mentre parlavo, vedevo molta gente annuire, convinta. Qualcuno mi quardava come se fossi un marziano ma, dalle domande e dalle discussioni che ho avuto dopo, ho visto che il messaggio è senz'altro passato, a parte alcuni dei soliti impervi. Anche il chairman, che mi aveva fatto qualche domanda critica, è venuto fuori essere una bravissima persona, convinto della necessità di introdurre le energie rinnovabili e che era più che altro rimasto scioccato quando ha capito che il picco del petrolio - di cui ho anche parlato - rischia di causare una grave crisi alimentare nei paesi poveri.

C'erano state un altro paio di presentazioni dove facevano vedere previsioni sulla produzione dei rifiuti: poco più che estrapolazioni lineari. Brave persone questi, ma l'industria dei rifiuti è terribilmente indietro rispetto all'industria petrolifera. Quest'ultima è addirittura ossessionata dalle predizione del futuro mentre sembra che chi si occupa di rifiuti non sia particolarmente interessato a sapere che cosa si dovrà aspettare anche a soli pochi anni di distanza.

In sostanza, mi è parsa un'udienza molto ricettiva e interessata. Molto più sveglia dell'udienza media dei convegni sui rifiuti in Italia, dove anche ho presentato questi stessi risultati ma, il più delle volte, nella quasi totale indifferenza. La sessione di oggi mi conferma l'impressione che ho avuto fin dall'inizio di questa conferenza: Molta di questa gente, anche se non tutti, credono a quello che fanno e hanno una visione etica evoluta e apprezzabile. Molti ricercatori europei e nord-americani sono impegnati in collaborazioni con i paesi poveri, e ci sono molti rappresentanti anche dai paesi poveri. I problemi sono enormi dappertutto, ma forse i "poveri" sono partiti col piede giusto. Non potendo permettersi trattamenti hi-tech come i megainceneritori, riciclano al meglio possibile e nel contempo fanno ingegneria sociale cercando di aiutare le fasce più povere. Un giorno o l'altro ci troveremo a doverli rincorrere e ce lo saremo meritato.



L'articolo che ho presentato alla conferenza di Granada, scritto in collaborazione con Alessandro Lavacchi, lo potete trovare iscrivendovi al forum "nuove tecnologie energetiche" (link in alto a destra) e scaricandolo dalla sezione "file"




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lunedì, giugno 02, 2008

I Rifiuti di Granada IV - la conferenza


Jutta Gutberlet dell'Università di Victoria (Canada) parla della sua esperienza con la
gestione dei rifiuti di San Paolo, in Brasile.


Come avrete notato, ho investito un bel po' di tempo e di risorse sulla conferenza sui rifiuti di Granada. Avevo l'idea che ne sarebbe valsa la pena e oggi ve lo posso confermare. Ne valeva la pena. Assolutamente. Completamente. Senza l'ombra di un filo di dubbio.

La conferenza è cominciata subito benissimo stamattina con la prima presentazione invitata di Arjan van Timmeren dell'università di Delft, Olanda. Ha parlato del concetto di "metabolismo urbano", che è una variazione sul tema generale di "ecologia industriale". Van Timmeren parla di un concetto estremamente ambizioso; il riciclo totale, non solo di quello che noi chiamiamo "RSU" (rifiuti solidi urbani) ma anche dei rifiuti organici umani. Ha realizzato dei sistemi completi a vari livelli, dalla casa singola all'intero quartiere. Sono quasi delle astronavi urbane, che mettono in pratica sulla terra quello che si fa nello space shuttle, in effetti la sua "vacuum toilet" sembra essere derivata da quella dello shuttle. Ma sulla terra si può anche ottenere energia dal biogas dei rifiuti di origine umana. A parlarci, van Timmeren è il perfetto profilo dell'aspista, si occupa anche di dirigibili (!!).

Dopo un talk come quello di van Timmeren ho pensato che me ne potevo anche tornare a casa; non avrei potuto sentire niente di meglio. Invece, oggi pomeriggio ho sentito Jutta Gutberlet , dell'università di Victoria, in Canada, parlare dell'integrazione della raccolta e il riciclo dei rifiuti nel tessuto sociale del Brasile. L'idea è di dare un lavoro e un reddito agli "outcast" brasiliani. Sembra che la cosa abbia funzionato alla grande. Una fascia sociale disprezzata e respinta ha acquisito una logica e un posto nella società. Sono diventati grandi esperti nel separare i materiali e la gente li conosce e li apprezza. Dice che li invitano anche a bere il caffé e a chiaccherare quando passano. Le ho chiesto se non si potrebbe fare la stessa cosa con in nostri Rom, e lei mi ha detto "perché no?". Già, in effetti, perché no? Persona molto interessante questa sig.ra Gutberlet; di genitori tedeschi è cresciuta in Brasile e ora vive in Canada. Parla inglese, tedesco, portoghese, spagnolo e anche un po' di Italiano.

Finito qui? No, in realtà ho avuto un ulteriore illuminazione; anche se forse non così potente come quella ricevuta dalla Gutberlet. Ho fatto una lunga chiaccherata con il chairman della conferenza, il prof. Carlos Brebbia. Anche lui è una personalità estremamente interessante. Argentino, ingegnere civile di formazione, è il direttore del Wessex Research Institute. Si occupa un po' di tutto, una classica mente poliedrica. Si occupa anche di deforestazione. Abbiamo scambiato idee; lui ha fatto uno studio specifico sulla deforestazione in Islanda, io lo sto facendo sull'Irlanda.

Brebbia mi ha illuminato in particolare su una cosa: vedete, con il fatto di andare a questa conferenza mi era rimasta una perplessità di fondo; non avrei dovuto piuttosto fare il bravo professore universitario di chimica e occuparmi solo di molecole come fanno i miei colleghi? Brebbia mi ha dato questa piccola illuminazione zen dicendomi "se vuoi fare qualcosa di utile devi diventare interdisciplinare e questo non è compatibile con quello che si fa all'università".

Eh, beh, Brebbia ha proprio ragione. L'università, in tutto il mondo, non ammette competenze interdisciplinari, premia invece la specializzazione. Questo rende estremamente difficile occuparsi di cose così profondamente interdisciplinari come l'ecologia industriale, il metabolismo urbano o anche semplicemente di rifuti visti come qualcosa di un pochino più variegato e complesso di un combustibile per gli inceneritori. Meglio detto, non è che nessuno te lo impedisca, ma non ne vieni premiato. In Italia, deve essere un problema più serio che in altri posti del mondo. Non che non ci siano italiani in questa conferenza e non fatemi dir male di loro perché mi sono parse bravissime persone. Ma indovinate in quale sessione sono concentrati? Indovinate anche qual'è l'unica sessione che ha un chairman italiano? Indovinato? Quella sugli inceneritori. Meno male che qui almeno li chiamano "incinerators" e non qualcosa tipo "thermalvaluegenerators".





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domenica, giugno 01, 2008

I rifiuti di Granada III - non c'è peggior disgrazia che esser ciechi a Granada



Dale limosina, mujer, que no hay en la vida nada como la pena de ser ciego en Granada

Fagli l'elemosina, moglie, perché non c'è peggior disgrazia in vita di esser cieco a Granada

Francisco Alarcón de Icaza



E' la geografia che determina la storia e, in qualsiasi posto ti capita di viaggiare, ci vuole abbastanza poco per cogliere i segni del passato. Granada è a metà fra le montagne della Sierra Nevada e la pianura dell'Andalusia. Le montagne innevate significano acqua; la pianura significa agricoltura. Queste pianure devono essere state fertili e ricche. Allo stesso tempo, per chi viveva in queste zone, la montagna portava ricchezza in forma di legname. Non c'è da stupirsi che l'Andalusia sia stata la sede di una raffinata civiltà, quella dell'ultimo reame arabo, fino alla reconquista nel 1492. Ma la pianura è oggi in gran parte deserto o, al massimo, sostiene l'olivicultura. Da quello che posso vedere dalle mappe di Google, le montagne a Est di Granada sono molto malridotte e spelacchiate.

Non ho trovato molti dati sulla deforestazione della Sierra Nevada, ma mi sembra probabile che sia stata completata dagli Arabi verso gli anni che hanno seguito la grande pestilenza medievale, ovvero dal 1400, circa. A quel punto, non è rimasta che la decadenza che fa seguito a tutte le deforestazioni. Una delle cause della decadenza che segue la deforestazione è che non c'è più il carbone di legna che serve a fare l'acciaio, e con quello si fanno le armi. Amin Maalouf, scrittore Libanese, ci racconta in "Leone l'Africano" di come i difensori di Granada al tempo della reconquista non solo non avessero cannoni ma non sapessero nemmeno utilizzare quelli catturati ai Castigliani. Non è necessariamente una verità storica, ma se Maalouf l'ha raccontata vuol dire che c'era qualche leggenda del genere e, si sa, le leggende hanno spesso una base storica.

In questo caso, quella di Granada è stata una decadenza lenta che ci ha lasciato una città vecchia molto elegante, con tante fontane e pareti ricoperte di azulejas colorate. Granada, come tutta la Spagna, ha ricominciato a espandersi solo in termin moderni, con l'energia che viene dal petrolio. Ora, come in tutto il mondo, intorno alla città vecchia c'è una cintura di edifici moderni, autostrade, e centri commerciali. Che sia petrolio o foreste, cambia poco, una volta che la risorsa è stata sfruttata fino in fondo non rimane che "rientrare". Agli antichi Moriscos di Granada è toccato un ritorno abbastanza dolce. Vedremo che cosa capiterà a noi.


Cosa c'entra tutto questo con la conferenza sui rifiuti? Beh, non tanto, ma in effetti i rifiuti sono una conseguenza del sovrasfruttamento delle risorse e sembra che ci sia una certa cognizione in questo ambiente che le foreste e la deforestazione sono cose importanti da tutti i punti di vista. Gli organizzatori hanno regalato a tutti i partecipanti un libro sulle foreste del Wessex, dove sta l'istituto che organizza il convegno. Oltre a quello, ci hanno dato il librone degli atti: 917 pagine. Me lo sto guardando con calma. Domani cominciano i lavori.




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sabato, maggio 31, 2008

I rifiuti di Granada II


Ulivi a perdita d'occhio fotografati dall'aereo in avvicinamento verso Granada


Ero curioso di vedere la Spagna dall'alto, e vi posso dire che non è una vista particolarmente bella. Sapevo che era malridotta dall'erosione e, in effetti, si vedono montagne brulle e desolate un po' dappertutto. Non è che manchi l'acqua, o perlomeno non sembra: ci sono dei bacini pieni e, dove si sono decisi a piantare degli alberi, si vede che crescono rigogliosi. Dicono che la Spagna abbia distrutto le proprie foreste al tempo dell "invincibile armada" nel '600. Forse è un po' troppo pensare che una sola flotta abbia distrutto le foreste spagnole, comunque è probabile che
sia stato a quel tempo che le foreste sono state tagliate e non sono più ricresciute. Adesso è quasi tutto ulivi, e dove non ci sono ulivi, è deserto.

Sull'aereo, ho dato un'occhiata di straforo ai giornali italiani; paginate intere a magnificare l'energia nucleare. Sui giornali spagnoli, invece, si lamentano perché l'energia nucleare costa un sacco di soldi e produce poco. Sono preoccupati anche dell'ondata di razzismo in Italia. Sul giornale che ho letto, c'erano due articoli in proposito

Di Granada e del convegno sui rifiuti, per ora vi posso dire poco. Domani, il primo contatto con i "rifiutologi", Vi racconterò.

venerdì, maggio 30, 2008

I rifiuti di Granada



Sono in partenza questo sabato per Granada, in Spagna, per partecipare alla conferenza "Gestione dei Rifiuti 2008". Si preannuncia un convegno molto interessante; tre giorni di immersione totale nei rifiuti, cosa per fortuna da non intendersi in senso letterale.

Al convegno presenterò uno studio fatto in collaborazione con Alessandro Lavacchi che è una visione "picchista" della generazione dei rifiuti. Secondo i nostri dati e la nostra interpretazione degli stessi, siamo davanti a un "picco dei rifiuti" che si è già verificato nell'Unione Europea. In Italia, come al solito in controtendenza su tutto, la produzione dei rifiuti sta ancora aumentando.

Se riesco a connettermi da Granada, vedrò di farvi una cronaca delle cose più interessanti che verranno fuori al convegno.


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giovedì, maggio 29, 2008

Umberto Veronesi e il nucleare

Qualche giorno fa ho inviato per conto di Aspoitalia a "La Repubblica", un commento sulla recente posizione a favore del nucleare da parte di Umberto Veronesi, che il quotidiano diretto da Ezio Mauro si è guardato bene dal pubblicare. Lo ripropongo qui a un pubblico molto meno vasto ma sicuramente più attento.

Gentile Direttore, sulla Repubblica di sabato 24 maggio è apparso un articolo di Umberto Veronesi sul nucleare, nel quale il celebre chirurgo ritiene inevitabile per l’Italia il ritorno all’energia nucleare, per almeno tre motivi. A mio parere, il primo motivo citato da Veronesi è totalmente infondato perché deriva da premesse errate. Egli afferma: “le fonti di energia che oggi utilizziamo sono esauribili: i combustibili fossili, petrolio in primis, e il carbone, finiranno fra qualche centinaio di anni, e non c’è spazio né discussione, né di intervento su questa scadenza.”
Intendo precisare innanzitutto che anche l’uranio, l’elemento fissile usato nelle centrali nucleari, è presente in quantità limitate sul pianeta ed è destinato ad esaurirsi, al pari dei combustibili fossili. Ed in tempi dello stesso ordine di grandezza. Si stima che le riserve note di uranio potrebbero alimentare l’attuale parco di centrali al massimo per qualche decennio. Se si dovesse aumentare il numero di centrali a coprire completamente la produzione di energia elettrica mondiale, le risorse uranifere note non potrebbero durare più di qualche anno. Al momento, la produzione minerale di uranio è di circa 40.000 tonnellate all’anno, insufficiente per coprire il consumo delle circa 430 centrali esistenti (circa 65.000 tonnellate/anno). La differenza viene coperta usando uranio previamente immagazzinato, in gran parte recuperato da vecchie testate nucleari sovietiche. E’ possibile che nel futuro si riuscirà a sfruttare risorse uranifere al momento non utilizzabili, ma comunque esistono serie preoccupazioni sul fatto che la produzione di uranio minerale riesca a soddisfare le centrali esistenti nei prossimi anni. A maggior ragione, si pone il problema di alimentare un’espansione sostanziale della produzione di energia nucleare.

In secondo luogo, come rappresentante di un’associazione che studia la dinamica di produzione e consumo dei combustibili fossili, vorrei precisare che i tempi di esaurimento delle risorse fossili indicati da Veronesi sono purtroppo molto ottimistici. La nostra previsione colloca nella seconda metà di questo secolo l’esaurimento fisico di queste risorse, ma i problemi ci saranno molto prima e li stiamo già vivendo in questi giorni. L’andamento della produzione dei combustibili fossili segue una curva a campana, con un massimo localizzato al momento dell’estrazione della prima metà della risorsa, oltre il quale la produzione inizia un declino irreversibile, impedendo all’offerta di soddisfare una domanda in crescita. ASPO colloca il picco globale del petrolio nel 2010 e quello del petrolio convenzionale dovrebbe essere già avvenuto nel 2007. La crescita esponenziale dei prezzi del greggio innescatasi da qualche anno, denuncia proprio la difficoltà dell’offerta di stare dietro alla domanda, tipica delle situazioni di picco. Infine, per quanto riguarda l’insieme dei combustibili fossili (petrolio, gas naturale, carbone) il picco dovrebbe collocarsi, secondo le nostre stime, intorno al 2025.

Per i motivi precedenti e per la altre considerazioni contenute nel nostro documento disponibile all’indirizzo http://www.aspoitalia.net/images/stories/ugo/aspoitalianucleare.pdf riteniamo perciò che l’ipotesi di un ritorno al nucleare del nostro paese sia poco più di un’illusione, che rischia di alimentare false aspettative nell’opinione pubblica. Altre sono a nostro parere le priorità per affrontare il problema dell’incombente scarsità delle risorse energetiche: la promozione e lo sviluppo della ricerca nel campo delle fonti rinnovabili, l’uso efficiente dell’energia in tutti i settori di consumo, il controllo delle nascite, la riconversione di un modello di sviluppo insostenibile fondato sulla crescita illimitata.
Quest’anno ricorre l’anniversario della nascita di un grande italiano, Aurelio Peccei. Non sarebbe male riprendere e analizzare con meno superficialità le conclusioni profetiche dello studio “I limiti della crescita” promosso agli inizi degli anni 70’ proprio dal Club di Roma.

mercoledì, maggio 28, 2008

Il futuro è tutto rinnovabile, II


Nel mio post precedente intitolato "Il futuro è tutto rinnovabile" avevo descritto come 12.000 famiglie tedesche avessero consumato per un anno soltanto energia rinnovabile che era risultata sufficiente per il 100% delle loro esigenze.

Il post ha generato una discussione e anche qualche perplessità. E' sufficiente questo esperimento fatto in Germania per provare che le rinnovabili sono sufficienti a soddisfare tutte le nostre esigenze di energia?

La risposta è si: il futuro è veramente tutto rinnovabile. Però va anche detto che ci vorranno ancora tempo e investimenti prima che le rinnovabili possano produrre il 100% di energia per tutte le esigenze della nostra società.

Quello che l'esperimento tedesco dimostra è che il problema dell'accumulo di energia prodotta dalle rinnovabili è risolvibile senza bisogno di innovazioni radicali. Ovvero, la tecnologia rinnovabile è a uno stadio di maturità ben superiore di altre tecnologie che vanno per la maggiore, per esempio il sequestro della CO2 in depositi geologici che, per il momento, è una cosa tutta da sperimentare e da verificare.

Questo non vuol dire che non sarebbe utile inventare qualcosa di nuovo e di spettacolare per rendere l'energia delle rinnovabili accumulabile e utilizzabile in qualsiasi momento. Magari una super-batteria che si carica ad agosto e si scarica per tutto l'inverno (come il Winchester del Far West, il fucile che si caricava la domenica mattina e sparava per tutta la settimana).

In pratica, non è probabile che si riesca a inventare qualcosa del genere in tempi brevi, ma l'esperimento tedesco ci mostra che ci possiamo arrangiare con le tecnologie che abbiamo. Una di queste è l'accumulo in bacini idroelettrici. In più, abbiamo almeno due tecnologie che non richiedono particolari sforzi per essere utilizzate da subito: l'accumulo con aria compressa (CAEN) e idrogeno accoppiato con motori termici.

Le rese di ciclo di queste tecnologie vanno da oltre il 70% per l'idroelettrico un po' meno buone per il CAEN e per l'idrogeno/motori termici (probabilmente intorno al 40%-50%). Sono comunque rese sufficienti per stoccare energia e recuperarla quando ci serve, anche a distanza di mesi da quando sono state accumulate. A queste tecnologie, possiamo aggiungere quelle rinnovabili che per loro natura possono produrre in continuo o su domanda: il biogas (anche questo usato dai tedeschi) e l'energia geotermica. Queste sono tecnologie disponibili subito. Infine, il tanto bistrattato nucleare può produrre "base load" ancora per decenni senza aver bisogno di combustibili fossili e emettere gas serra.

Ma notate bene che queste tecnologie non ci servono a niente se non le utilizziamo correttamente. E' questo il punto fondamentale del concetto di "rete intelligente" che gestisce le varie fonti tenendo conto sia delle variazioni della domanda sia di quelle dell'offerta. Questo concetto apre un'era in cui l'offerta di energia sarà molto articolata in termini di prezzi e questo permetterà di gestire la domanda in modo che non ci si trovi mai in una situazione di carenza imprevista. L'energia sarà sempre disponibile, ma in certi momenti costerà più cara; anche parecchio più cara.

Oggi, esiste già una differenziazione embrionale nel senso che l'energia elettrica costa meno di notte. Ma, nel futuro, dovete pensare a un mercato dell'energia sotto certi aspetti simile a come sono organizzate oggi le compagnie aeree. Non vi aspettate di presentarvi all'aeroporto senza preavviso e partire per New York entro mezz'ora; dovete programmare prima e se avete veramente molta fretta dovete rassegnarvi a pagare parecchio di più. D'altra parte, se programmate con molto anticipo, potete anche andare a New York a prezzi molto bassi. La differenza fra un posto in prima classe e un posto economico su un aereo può essere di un fattore 10 e anche di più. In questo modo, gli aerei sono sempre al 100% pieni; le compagnie aree hanno ottimizzato la produzione di quella che, come l'energia elettrica, è una risorsa difficile da stoccare: i posti in un aereo.

E' possibile che nel futuro vedremo qualcosa di simile in campo energetico. Oggi siamo abituati male col fatto di attaccare la spina e avere tutta la potenza necessaria quando ci sembra di averne bisogno. Ma potrebbe succedere che accendere o no la lavatrice sarà una cosa da decidere in termini dei costi dell'energia elettrica. Già oggi, in Germania, ci sono sistemi di gestione che suggeriscono agli utenti quando è il momento migliore (ovvero a costo più basso) per utilizzare gli elettrodomestici. Se l'energia costerà molto più cara di oggi, come è probabile che avvenga, può darsi che in certi momenti della giornata sarà bene tenere la lavatrice ferma.

L'epoca dell'energia facile e a buon mercato sta passando rapidamente e non tornerà mai più. L'esperimento tedesco ci dimostra che c'è una strada che ci può portare a un mondo in cui avremo comunque l'energia che ci serve, anche se dovremo fare più attenzione a evitare gli sprechi.

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martedì, maggio 27, 2008

I record eolici della Spagna e della Danimarca: un modello per l'Europa?



created by Eugenio Saraceno

Negli ultimi tempi gli impianti eolici spagnoli hanno guadagnato un certo spazio sui giornali specializzati per aver collezionato record sempre migliori in fatto di percentuale di energia prodotta sul totale nazionale in alcune particolari giornate molto ventose. "Qualenergia" riportava quanto segue:
<< Record eolici spagnoli ed europei.
Lo scorso 22 marzo alle ore 18 l’eolico spagnolo ha stabilito un nuovo record di copertura della domanda di elettricità: 40,8% con 9.862 MW in funzione. >>

E' noto che l'eolico e il solare sono fonti energetiche intermittenti e che le reti elettriche, per come sono realizzate attualmente, rischiano l'instabilità se la quota di potenza prodotta da fonte intermittente supera un 10-20% della potenza totale. La ragione di ciò è che se la fonte intermittente varia drasticamente la potenza erogata (ad esempio bonaccia improvvisa o tempesta di vento che provoca il fermo delle pale in un impianto eolico) si crea un repentino squilibrio tra domanda e offerta di energia elettrica (che devono sempre bilanciarsi) e se il gestore della rete non fosse in grado di far partire rapidamente sufficiente potenza di soccorso da particolari impianti detti di punta (idroelettrico, turbogas, rotativo), il rischio di black out è molto elevato. Maggiore è la quota di potenza intermittente in un dato istante, maggiore è il rischio per il gestore di non avere potenza di riserva sufficiente da qui il limite di sicurezza sopra citato.

E’ necessario considerare anche altre condizioni al contorno quali l'interconnessione di una rete elettrica al proprio interno (tra subregioni elettriche) e con le reti estere che possono fornire istantaneamente un certo margine di potenza di soccorso diluendo l'ammanco su aree e potenze erogate molto grandi. In generale i paesi centro europei sono ben interconnessi con ciascun paese confinante, le isole e le penisole sono ben interconnesse solo nelle regioni più vicine ai confini
Ma allora, nel caso del record spagnolo, si è trattato di un colpo di fortuna o queste precauzioni sono troppo stringenti? E cosa dire dei Danesi che hanno una potenza eolica installata pari a circa il 25% del totale? L'esempio di Spagna e Danimarca può essere seguito dagli altri paesi europei?
Per rispondere a questi dubbi possiamo esaminare questo report delle capacità di generazione nel 2006 in 5 grandi paesi europei + Danimarca estratto da Eurostat.


Il punto forte della Spagna più che l'interconnessione con l'estero più problematica rispetto all'Italia (possibile solo da Francia verso Catalogna e paesi Baschi) è la buona capacità installata di generatori di punta sul totale installato (18 GW di idroelettrico, 1,8 di turbine a gas e ben 3500 di generatori rotativi - grandi motori a combustione interna da pochi MW installabili in modo diffuso con poco spazio ed anche senza acqua di raffreddamento). Al momento del record del 40% la rete richiedeva 25GW di cui una decina erano eolici variabili ed una quindicina carbone e nucleare costanti. Al gestore spagnolo bastava tenere in standby l'idroelettrico e i generatori rotativi al minimo per contrastare qualsiasi variazione drastica, anche del 50%, della potenza che ammontava al 2006 a circa 12 GW.

Ciò fa ben sperare per noi in quanto abbiamo una struttura simile, con molto idroelettrico, ma rispetto alla Spagna noi, oltre ai problemi di interconnessione con l'estero, abbiamo anche problemi di interconnessione tra le nostre subregioni elettriche, ad esempio tra i due lati dell'Appennino. Ciò implica che le due fonti che potrebbero controbilanciarsi, eolico ed idroelettrico, essendo concentrate geograficamente agli antipodi, a sud l'eolico, a nord il grosso dell'idroelettrico possono interagire con difficoltà. Se, per dire, sull'Appennino Apulo-Campano stessimo producendo 1 GW di potenza eolica e vi dovessero essere variazioni importanti, ad es. +/-300MW la potenza idroelettrica che potrebbe bilanciare non si trova nelle vicinanze, bensì sulle Alpi e se in quel momento l'interconnessione fosse satura non potrebbe veicolare la potenza necessaria a soccorrere. Un problema comune ad altre zone ricche di vento, le isole, dove anzi è anche più acuto. Per il nostro paese la soluzione per l'aumento dell'eolico è potenziare le interconnessioni (elettrodotti) , distribuire meglio i generatori (più impianti nel centro che importa da nord e sud intasando le linee) e potenziare gli invasi presenti nel centrosud e nelle isole (sempre che vi sia sufficiente acqua).

Altra importante differenza tra il potenziale eolico spagnolo e quello italiano è il fatto che i venti che spazzano la penisola iberica sono più costanti e prevedibili, quelli che investono la nostra penisola meno intensi e più caratterizzati da turbolenza (meno prevedibili). In ogni caso la potenza intermittente attualmente installata in Italia è ancora inferiore al 10% ed il gestore Terna ha gia provveduto a far partire i lavori di potenziamento degli elettrodotti, anche con lo scopo dichiarato di prevenire i rischi descritti. Un nuovo collegamento con l'estero (Tunisia) è in fase di realizzazione e può contribuire a sfruttare meglio le potenzialità eoliche e solari della Sicilia. Per cui l'apporto dell'eolico e del solare potrebbe crescere ancora in modo rilevante raggiungendo il 4% dei consumi odierni di energia anche senza superare il limite del 20% della potenza installata.

La Francia sembra non possa permettersi di mettere l'idroelettrico al servizio dell'eolico perchè ha già problemi con la flessibilità di bilanciamento della rete pressocchè nulla del nucleare, ciò si riflette nella poca potenza eolica installata. I Francesi potrebbero potenziare il loro parco turbogas ma sarebbe un beffardo destino per un paese che ha un surplus tanto rilevante di energia nucleare trovarsi costretto ad aumentare la dipendenza dal costoso gas proprio ora che è sempre più in dubbio il futuro approvigionamento di questo combustibile. Recentemente sulla stampa francese si è parlato di un grande progetto eolico del governo:. mulini eolici di grande taglia in tutte le regioni ventose (Nord e Provenza) per un totale di alcuni GW. Se la rete francese potrà tollerare questa nuova potenza, sarà grazie al fatto che è ben interconnessa al resto d'Europa. Un possibile rischio è che se contano sull'Italia per bilanciare una variazione improvvisa di vento in Provenza potrebbero avere qualche spiacevole sorpresa. Esiste un precedente ben documentato di black out con effetto domino dovuto al mancato apporto di potenza dall'estero (settembre 2003)

Il caso della Danimarca non è significativo, è realmente troppo piccola la potenza installata e troppo più grandi le inerzie delle reti tedesche e scandinave con cui è fittamente interconnessa che potrebbero produrre anche tutto con l'eolico vendendo e comprando energia dai vicini secondo necessità per bilanciare.

La Germania ha tanto eolico e poco idroelettrico ma ha una rete molto più sviluppata ed interconnessa con Francia, Europa centrale/orientale e Scandinavia. Per variare l'inerzia di quella rete ci vorrebbe un disastro, es. bonaccia completa e inattesa sul Baltico, cosa che è già successa e può succedere ancora, se non si prendono particolari provvedimenti il prezzo da pagare può essere qualche ora di blackout all'anno

Il Regno Unito ha una situazione peggiore della nostra, ha tanto vento ma in teoria non può permettersi di aumentare molto la potenza intermittente perchè ha troppo poco idroelettrico ed è mal interconnessa con il resto d'Europa, infatti hanno meno eolico di noi. Chi ha il pane non ha i denti verrebbe da dire. Per contro i venti sulle isole britanniche sono molto forti e persistenti e sono certo che i gestori della rete britannica sarebbero in grado di trovare soluzioni adeguate se indirizzati da una chiara politica governativa.



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