giovedì, novembre 13, 2008

Non soluzioni, ma azioni



Le prime volte che provavo a condividere con la mia cerchia di conoscenze le enormi problematiche legate al picco del petrolio (quasi 2 anni fa), la reazione più comune era di fuga psicologica, quando non di vera paura. Le domande conclusive erano accompagnate a volte da una sincera preoccupazione, altre volte da una reazione di sfida rabbiosa e impotente a cambiare la situazione: "Va bè, abbiamo capito, finora abbiamo parlato di problemi, problemi ... perchè non cominciamo a parlare di soluzioni"?

Come immaginerete, il concetto di "soluzione" in questo campo è un po' lasco. Qualunque idea e proposta è destinata a scatenare un qualche controeffetto, non propriamente desiderato. Esempio: "se smettiamo di sfornare automobili al ritmo attuale, i dipendenti diventeranno disoccupati". O anche: "Per vedere ridotto il volume dei rifiuti, dovremmo essere disposti a rinunciare ai confort attuali". Ce ne sarebbero a decine.

Allora? Benvenuti nel regno della complessità. I sistemi reali non hanno LA soluzione perchè le numerosissime dinamiche in gioco non sono rappresentabili da sistemi di equazioni risolubili in "modo esatto" (nel gergo dell'analisi matematica, non sono ricavabili "funzioni analitiche" che soddisfino il sistema).

Se ipotizziamo una sfera perfetta che rotola senza strisciare su un piano inclinato di 32° esatti, potremmo calcolare in modo deterministico il tempo di arrivo alla fine dell'asse. Se nella realtà abbiamo un pallone, magari un po' sgonfio, che rotola su un pendio irregolare, in certi punti farà dei microrimbalzi, in altri con la sabbia striscerà un po', e via discorrendo. Con il modellino della sfera, si potrebbe comunque stimare un intervallo di tempo ragionevolmente impiegato dal pallone per giungere alla fine della discesa.

Però: più si allarga il campo e si considerano nuove variabili e interazioni, più il sistema diventa complesso. Si va a finire nella dinamica dei fluidi, nella meteorologia, nella termodinamica statistica, nelle dinamiche di popolazioni. Qui non si parla (banalizzo) della "soluzione" di aX=b, noto "a" e noto "b". Applicando il calcolo numerico si arrivano a definire delle curve di tendenza (della forma di quelle de "I Limiti dello sviluppo", per intenderci), in modo da studiare la probabile evoluzione temporale delle variabili considerate, dati certi parametri di base.

Una situazione triviale è quella in cui c'è una comunità di predatori che può riprodursi, che si alimenta unicamente di una preda che viene forzata a non riprodursi (ad esempio, immettendo un numero n di soli individui maschi). Dopo un certo tempo, i predatori avvertono la scarsità delle prede, per cui inizieranno a tirare la cinghia o a fare altre cose inusuali.
Nella realtà, le cose per fortuna non sono così semplicistiche e ci sono interrelazioni a gogò. Ciò non toglie che stiamo arrivando a livelli di "overshooting" su alcuni capitali del pianeta, sia minerali che biologici, di un'intensità tale da destare non poche preoccupazioni.

Ora, cambiare la rotta su problemi di questa portata sarà tutto fuorchè banale. E molto difficilmente arriveremo alla soluzione "magica"; più realisticamente, occorrerà mettere in piedi azioni fisiche (non più puramente finanziarie) per guidare le dinamiche dei sistemi verso orbite cosidette stabili. Esempio: inutile ostinarsi a produrre SUV in perdita, e che nessuno vorrà, molto meglio diversificarsi su piccole auto elettriche e biciclette che avranno un minimo di futuro. Inutile perseverare nel vortice dell'ipercompetitività energivora della grande industria: meglio impianti di taglia più piccola, sparpagliati sul territorio, basati su tecnologie rinnovabili e reimpiego dei materiali prima considerati "rifiuti buoni per le fosse".

D'altronde, i cambiamenti non si fanno dall'oggi al domani, tutti insieme appassionatamente. Ancora meno si potrà fare una transizione energetica mai affrontata prima in una notte. Ma se sappiamo DOVE vogliamo andare, e COME ci vogliamo riuscire, allora qualche punto fisso c'è e la partita è ancora tutta da giocare.

mercoledì, novembre 12, 2008

Potrebbe un Giorno l'Agricoltura Biologica Sfamare Miliardi di Persone?

Fonte: Web - Grafico che rappresenta una proiezione della crescita demografica


Jacques Diouf, direttore generale della FAO, a seguito della presentazione di un documento (FAO non precisa la fonte) che sostiene la tesi che "l'agricoltura biologica potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della popolazione mondiale attuale, ribatte che secondo la FAO, "l'Agricoltura Biologica produce alimenti salutari e nutrienti ... Ma non è possibile dare da mangiare a 6 miliardi di persone oggi - e più di 9 miliardi nel 2050 - facendo a meno di un impiego prudente di input chimici". Diouf avanti in questo modo giustificando il tutto sotto il punto di vista economico "... i prodotti coltivati organicamente in genere hanno prezzi più alti di quelli coltivati con metodi convenzionali ...". La mia domanda a fronte di un costo del barile del Petrolio potenzialmente in crescita anche se oggi presenta delle fluttuazioni di mercato al ribasso, sarà sempre vera questa affermazione? Quali sono i costi dei fertilizzanti, ammendanti, sostenuti dai contadini dei Paesi in Via di Sviluppo?

Nel suo rapporto annuale sullo Sviluppo Mondiale (2007), la Banca Mondiale dichiara che "lo scarso impiego di fertilizzanti è uno degli ostacoli principali all'aumento della produttività agricola nell'Africa sub-sahariana". Tuttavia la mia esperienza Africana come Consulente per la "World Meteorological Organization" mi ha fatto capire (come lo hanno capito tanti altri) che il fattore principale della bassa produttività agricola in Africa sono le precipitazioni, la mancanza dell'acqua e la siccità oppure le inondazioni che appaiono nei momenti più delicati della crescita vegetativa e produttiva dei cereali e delle leguminose.

Secondo un indagine condotta da un gruppo di ricerca della University of MichiganAnn Arbor, "l'agricoltura biologica ha tutte le potenzialità per raggiungere un livello di produzione simile, in qualità e quantità, a quello attuale, portando nuovi benefici soprattutto per i paesi in via di sviluppo". Infatti, comparando i risultati ottenuti in 293 differenti campi, parte coltivati secondo pratiche di agricoltura biologica, altri secondo pratiche convenzionali, e facendo delle simulazioni, i ricercatori hanno sviluppato delle previsioni secondo le quali l'agricoltura biologica sarebbe in grado di produrre sufficient cibo per sfamare il mondo intero, senza dovere necessariamente incrementare la quantità di terre dedicate alle coltivazioni. Inoltre, la ricerca indica che l'agricoltura biologica potrebbe essere molto più proficua per i Paesi in Via di Sviluppo piuttosto che per quelli già industrializzati. In base alle loro proiezioni la produzione agricola da bio potrebbe triplicarsi.

Due posizioni quasi opposte, allora ci si può chiedere chi ha ragione? il politico e manager o il ricercatore e modellista?

In base alle previsioni più recenti, la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere entro il 2050 quota 10 miliardi, una parte cospicua dei prodotti cerealicoli sono deviati per lla produzione di carne nei grandi allevamenti, mentre un altra fetta altrettanto importante sono richiesti per la produzione di biocombustibili. Inoltre la pressione dell’agricoltura convenzionale e intensiva sulla produzione alimentare e sull’ambiente è ormai arrivata, a livelli tali da far temere un disastroso scenario (diminuzione al 5-20% della produzione) se i prodotti chimici usati in agricoltura improvvisamente dovessero scomparire oppure il loro costo dovesse diventare esorbitante. Un vero e proprio crollo alimentare che metterebbe in crisi l’intero Pianeta.

Volendo rimanere prudenti o cauti, se da una parte, il ritorno alle tecniche agricole tradizionali (che comunque in molti Paesi ad esempio Africani, ...) e ancora di più a quelle biologiche, non è un passaggio semplice (su vasta scala) tuttavia i condizionamenti dei mercato e la necessità di sfamare una popolazione mondiale continuano ad avere un forte peso nelle scelte dei politici e delle grandi categorie agricole.

Secondo il World Watch Institute (WWI), nel 2006 ha affermato che l’agricoltura biologica nei Paesi più poveri tende a far incrementare i raccolti, soprattutto in quelle aree dove la gente non ha i soldi necessari per comprarsi i prodotti necessari alle pratiche agricole convenzionali e intensive. Il gap nei raccolti tra agricoltura chimica e convenzionale si verifica invece nei paesi sviluppati e più ricchi, dove gli agricoltori usano massicce quantità di fertilizzanti chimici e pesticidi con lo scopo di massimizzare le rese.

"Nelle nazioni più povere - scrive Halweil, del W.W.I. - le tecniche di agricoltura biologica come il compostaggio, la concimazione organica e il controllo biologico degli insetti nocivi rappresentano la migliore speranza degli agricoltori per aumentare la produzione e ridurre la fame.

Tuttavia, rimane alla domanda posta in alto non esiste una risposta certa, perché il tutto alla fine dipenderà dalle decisioni politiche dei singoli Paesi, delle Comunità di Stati; dai comportamenti e atteggiamenti culturali delle popolazioni; dalla realizzazione che le pressioni delle scelte del genere umano sul Pianeta sono arrivate ad un punto di rottura.

Dice giustamente Jacques Diouf "Non esiste una soluzione unica al problema dell'approvvigionamento alimentare dei poveri e dei sottonutriti" ... io aggiungere, "di tutto il genere umano nel prossimo futuro".

Un Pianeta Urbanizzato


Negli ultimi 30 anni, la Popolazione Urbana Mondiale è cresciuta da 1,6 Miliardi di persone a 3,3 Miliardi, (pari a circa 50% del totale) mentre nei prossimi 30 anni la crescita tendenziale delle popolazioni delle città dei Paesi in Via di Sviluppo aumenterà di altri 2 Miliardi di Unità. In Arabia Saudita, il governo sta spendendo miliardi di dollari per costruzione di nuove super-città tale da facilitare la crescita di Gedda e Riyadh. Il governo Egiziano invece, ha in progetto (e sta attuando) la costruzione di 20 nuove città in modo da deviare l’esodo dalle campagne lontano dal Cairo, inoltre ne sta pianificando altre 45. Due esempi tra decine di altri che dimostrano quanto la tendenza all’espansione urbanistica sia in crescendo. Secondo molti governi queste politiche di occupazione del territorio servono per attenuare la pressione dell’esodo delle persone dalle campagne verso le Città principali. Situazioni simili si erano verificate nel passato, tra gli anni 50 e 60, in Europa (Gran Bretagna, Francia, Italia, ecc…). Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, durante la biennale del Forum Mondiale sulla Urbanizzazione che si era tenuto verso gli inizio di Novembre 2008, aveva avvertito i governi partecipanti che da oggi al 2030, servirebbero almeno due miliardi di Euro per sfamare le milioni di persone che vivono nelle città - baraccopoli e che “le aree urbane consumano la maggior parte delle risorse energetiche mondiali oltre alla generazione della maggior parte dei rifiuti” (1) .
Secondo la FAO, dal 2007 e per la prima volta nella storia, la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale, della quale un terzo, vale a dire un miliardo di persone, vive nelle baraccopoli. Questa percentuale cresce ulteriormente nell’Africa sub-sahariana, dove oltre tre quarti degli abitanti delle città è residente in quartieri degradati (2). Secondo proiezioni fatte dall’ONU, entro il 2030 due terzi della popolazione mondiale vivrà nelle città, mentre si stima che la popolazione mondiale totale raggiungerà entro il 2050, i nove miliardi di abitanti. "Vi sarà un grosso aumento della popolazione urbana", dice Alexander Müller, responsabile ad interim del Dipartimento Agricoltura e difesa del consumatore della FAO. "Assicurare che abbiano cibo a sufficienza rappresenterà una sfida senza precedenti".
Per rispondere a questa crescente espansione delle città in particolare nei paesi in via di sviluppo ed in quelli ad espansione economica (Cina, India), e al rapido espandersi delle bidonville, favelas e baraccopoli (come vengono ormai chiamati i fatiscenti quartieri poveri delle grandi metropoli), la FAO sta sostenendo e portando avanti il concetto di “Agricoltura Urbana” con l’obiettivo di migliorare i sistemi di approvvigionamento alimentare di enormi aree urbane come Calcutta, Nairobi, ecc …. . Attraverso il progetto “Cibo per le città”, la FAO ha l’obiettivo di aiutare le popolazioni in diverse città dei paesi del sud del mondo sviluppare sistemi di agricoltura urbana e peri-urbana (goi orti famigliari), affinché possano in futuro raggiungere l’autosufficienza alimentare. Il cibo è prodotto conformemente ai principi di un’agricoltura sostenibile (biologica o integrata) e secondo strette norme di qualità, per far sì che i prodotti siano freschi e genuini.
In America Latina, e causa del limitato accesso alla terra gli esperti locali, con l’appoggio della FAO, hanno insegnato a centinaia di famiglie che vivono nei “Barrios” a produrre verdure per l’autoconsumo in mini-orti, coltivati all’interno delle loro abitazioni, usando una serie inconsueta di contenitori: bottiglie riciclate, vecchi copertoni e vaschette di varia natura. Viene applicata la tecnica di coltivazione per substrato o idroponica (dove l’acqua sostituisce la terra), in contenitori che vengono sistemati dovunque vi è spazio e luce a sufficienza. Ogni mese ciascun orto familiare riesce a produrre sino a 25 chili di verdure come lattuga, fagioli, pomodori e cipolle. Qualsiasi eccedenza viene venduta ai vicini o tramite la cooperativa che è stata formata nell’ambito del progetto .
A prima vista Accra (Ghana), Beijing (Cina) e Vancouver (Canada) sembrano avere poco in comune. Nell’area metropolitana di Vancouver vivono quasi 2 milioni di persone, a Beijing oltre 14,5 milioni. Ancora più evidenti sono le differenze di reddito: in quasi tutto il Ghana, il reddito pro capite è di 700 dollari l’anno, contro i 2.200 di Beijing e gli oltre 32.000 di Vancouver. Però se si osservano i cortili e i tetti, si nota come ovunque gli abitanti siano impegnati a risolvere un problema antico come le città in cui vivono: produrre cibo.
Tuttavia esiste un altro problema non meno importante da affrontare, quello dell’acqua. Laddove i sistemi di depurazione dell’acqua non sono adottati come nelle bidonville di Mumbai o Nairobi, l’acqua fresca e pulita non è affatto facile da trovare e nemmeno tanto economica da acquistare. Questi “contadini urbani” in genere usano le acque grigie degli scarichi che possono portare malattie, o comunque pregiudicare la salute. Eppure in Città come Accra (Ghana) e molte altre del mondo queste acque (contenenti soprattutto le deiezioni umane) presentano delle proprietà fertilizzanti di non poco conto.
Le città puntano all’autosufficienza alimentare ma le difficoltà non sono certo poche. A livello immediatamente pratico, l’altezza degli edifici oscura la luce del sole (e qui coltivare sui tetti è una soluzione efficace), mentre il terreno può essere inquinato da preesistenti residui industriali (anche se spesso i terreni agricoli, intrisi di pesticidi, non sono affatto più puliti). L’allevamento di bestiame o pesci nei pressi di aree densamente abitate e l’impatto dell’agricoltura urbana su risorse idriche spesso appena sufficienti per la città rappresentano una sfida senza precedenti in termini di salute e ambiente. Eppure, oculatamente gestita, l’agricoltura urbana può essere lo strumento migliore non solo per affrontare tempestivamente i problemi sanitari della popolazione ma anche per migliorare la qualità delle acque .
L’acqua potabile nei centri urbani è un bene sempre più prezioso; in molti centri abitati dei paesi più poveri o meno moderni, gli agricoltori urbani usano acque piovane o attinte da fiumi e torrenti per irrigare, ma sempre più spesso ricorrono a una risorsa idrica ampiamente disponibile in qualsiasi città: le acque di scolo. L’IWMI (International Water Management Institute) ritiene che molte città asiatiche e africane vi ricorrano per irrigare oltre il 50% delle coltivazioni.
Nonostante tutti questi problemi, l’agricoltura urbana può portare un soffio di natura nella giungla di cemento, con benefici superiori a quelli del singolo che ricava un po’ di guadagno lavorando la terra o del residente che può contare su generi alimentari.
Ampliando il discorso, l’agricoltura urbana può costituire un esempio d’uso molto
I contadini urbani, tra l’altro, sanno trasformare i problemi in soluzioni. “Usare le acque di scarico comporta sicuramente rischi sanitari e ambientali”, dice Gayathri Devi dell’Iwmi, “ma il loro utilizzo nell’agricoltura urbana e periurbana è un dato di fatto. Qualsiasi limitazione all’agricoltura urbana sarebbe non solo inutile ma provocherebbe danni socioeconomici ai coltivatori e alle loro famiglie.” Prendiamo Hyderabad, settima città dell’India, e luogo d’incontro tra nord e sud del paese, dove internet e biotecnologie sono in continua espansione esistono 300.000 famiglie contadine, che in città coltivano ben 15.000 ettari, e che continuano a basarsi, per mangiare e lavorare, su un sistema irriguo certamente antico: le acque del vicino fiume Musi, per gran parte dell’anno poco più di una fogna a cielo aperto (3).

Referenze:
1- The Economist; Nov. 6th 2008
2- Alison Hodder, esperta di orticoltura - Servizio colture e pascoli; FAO, Febbraio 2007
3- State of the world 2007; “Il nostro futuro urbanizzato” di Worldwatch Institute a cura di Gianfranco Bologna

martedì, novembre 11, 2008

In Europa tira una brutta aria

Di recente, il Consiglio e il Parlamento Europeo hanno adottato una nuova direttiva sulla qualità dell’aria che, a dispetto della frase contenuta nel titolo “per un’aria più pulita in Europa” peggiora la precedente normativa per quanto riguarda la tutela contro un’inquinante molto pericoloso per la salute, le polveri sottili.

Le istituzioni mediche e scientifiche internazionali hanno denunciato da anni la stretta correlazione esistente tra livelli elevati di polveri sottili e aumento di mortalità e morbosità nelle popolazioni urbane di qualsiasi classe d’età. In Italia, questo danno sanitario è stato approfondito in uno studio dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal titolo “Impatto sanitario di PM10 e ozono in 13 grandi città italiane. Una sintesi delle impressionanti conclusioni sono contenute in questa presentazione di Roberto Bertollini.
Per le polveri sottili, prendendo a riferimento le conclusioni di questi studi allarmanti, l’Unione Europea aveva adottato una normativa molto rigorosa che poi era stata recepita dagli Stati nazionali, compreso quello italiano.
Partendo da un limite al 2005 di 40 microgrammi / metrocubo per la media annuale e di 50 microgrammi / metrocubo per la media giornaliera da non superare per più di 35 giorni all’anno, gradualmente si sarebbe dovuti arrivare al 2010 a valori più restrittivi, secondo quanto contenuto in queste due tabelle.

VALORE LIMITE MEDIA ANNUALE PM10
2006
28 microgrammi / metrocubo
2007
26 microgrammi / metrocubo
2008
24 microgrammi / metrocubo
2009
22 microgrammi / metrocubo
2010
20 microgrammi / metrocubo

VALORE LIMITE MEDIA GIORNALIERA PM10
2006
50 microgrammi / metrocubo per non più di 35 giorni
2010
50 microgrammi / metrocubo per non più di 7 giorni

Evidentemente ci si è resi conto però, man mano che passavano gli anni, che quasi nessuna città era in grado non solo di rispettare ma nemmeno di avvicinarsi ai limiti rigorosi previsti per il 2010. O, per meglio dire, ciò sarebbe stato possibile solo con un drastico abbattimento dei flussi di traffico, riducendo di molti ordini di grandezza il parco autoveicolare circolante. Ma in una società interamente costruita a misura di automobile l’Unione Europea non ha avuto il coraggio di portare avanti fino in fondo questa strategia ed è tornata indietro rispetto alle precedenti decisioni approvando una nuova direttiva che “ferma” i limiti da rispettare a quelli già in vigore per il 2005. Fermo restando che molte città italiane non sono in grado di rispettare nemmeno questi limiti più elevati, vediamo ora l’effetto sanitario della nuova direttiva europea.
Lo studio citato stima che nelle 13 città italiane esaminate, i morti per tutte le cause generati da un valore della media annua di PM10 superiore a 40, 30, 20, microgrammi / metrocubo sono rispettivamente, 2270, 5196, 8220 per quanto riguarda gli effetti cronici, e 361, 844, 1372 per quanto riguarda gli effetti acuti.
Quindi, è come se con l’ultima direttiva, l’Unione Europea, ritenendoli inevitabili, avesse autorizzato i morti in più generati da concentrazioni tra i 40 e 20 microgrammi / metrocubo prodotti prevalentemente dal traffico privato (e soprattutto dai motori diesel). Analoghe considerazioni si possono fare per i rilevanti esiti sanitari diversi dalla morte, come ricoveri ospedalieri per malattie cardiache e respiratorie, bronchiti acute e croniche, asma ecc. in tutte le classi di età.
La nuova direttiva europea affronta anche il problema delle PM2,5, cioè quella frazione di PM10 di diametro inferiore ai 2,5 micron che procura i danni maggiori all’apparato respiratorio. Anche in questo caso il limite stabilito per la media annuale di 20 microgrammi / metrocubo non recepisce le indicazioni delle autorità sanitarie, in particolare dell’OMS, le cui linee guida consigliano un valore di 10 microgrammi / metrocubo.
In quest’ultima tabella sintetica si possono confrontare i valori limite della precedente e attuale normativa con le linee guida dell’OMS. Le motivazioni di quest’ultime sono illustrate in questa intervista (n.177).
Di fronte a questa Waterloo sanitaria dell’Unione Europea sarebbe necessario una mobilitazione dell’opinione pubblica a tutela della propria salute, ma state certi che questo non avverrà, perché non si è mai visto un inquinatore che protesta contro se stesso. L’automobile è l’idolo laico delle società contemporanee, che hanno deciso inconsciamente di immolare quotidianamente ad esso un’abbondante razione di sacrifici umani.

lunedì, novembre 10, 2008

ASPO-Italia sul nucleare





Un recente articolo del "Sole-24 Ore cita ampiamente il lavoro di ASPO sul nucleare.
Peccato che non citi il nome dell'autore, Eugenio Saraceno, il cui testo comunque potete trovare a questo link

(ringraziamo Massimo Ippolito per la segnalazione di questo articolo e per le evidenziazioni in grassetto)


Il Sole-24 Ore
sezione: ECONOMIA E IMPRESE
data: 2008-09-28 - pag: 23

L'analisi critica dell'economista Bernard Laponche

In Francia l'atomo diventa insufficiente

Federico Rendina
ROMA

Francesi baciati, si dice, dalla fortuna energetica. Grazie all'energia nucleare. Meno schiavi del petrolio. Liberi dalla sudditanza dal metano che opprime invece l'Italia. Più protetti e indipendenti. Ma è davvero così? Forse il nucleare serve davvero. Forse traccerà l'inevitabile futuro dell'energia. Ma oggi come oggi il modello francese dell'indipendenza energetica si rivela, a guardar bene, un'illusione ottica.

Il quasi 80% di produzione elettrica da nucleare consente ai francesi di pagare la corrente un po' meno che nel resto d'Europa, e molto meno di quel che pagano i cittadini italiani. Ma se si considerano i consumi energetici globali e l'apporto delle fonti fossili al fabbisogno complessivo del paese ecco che la Francia, in termini di dipendenza, è messa addirittura peggio di noi.

Il motivo? Il Paese d'oltralpe si è adagiato sull'energia nucleare, non ha considerato il problema energetico nella sua globalità (fabbisogno dell'industria, riscaldamenti domestici, trasporti) e si è impegnato meno di noi, e meno dell'Europa, sugli altri fattori decisivi per il futuro energetico ma anche ambientale del pianeta: l'efficienza nell'uso dell'energia,il risparmio,ilricorso alle fonti rinnovabili sulle quali ha investito risorse gigantesche un Paese pur nucleare come la Germania.

A disegnare lo scenario è un analista autorevole: il francese Bernard Laponche, ingegnere ed economista dell'energia, per molti anni consulente energetico del governo di Parigi. E la sua nonè una voce isolata, tant'è che anche gli analisti italiani dell'Aspo erano arrivati, in uno studio pubblicato alla fine dello scorso anno, a conclusioni analoghe.

Laponche fa parte della nutrita schiera degli scettici, se non dei nemici, del nucleare. Ma i suoi studi hanno un'indubbia autorevolezza. E portano comunque acqua al mulino di chi (e sono tanti) ci esorta a vedere la soluzione dei problemi dell'energia come una necessaria combinazione di interventi su tutti i fronti, a cominciare da quello dell'efficienza.

Sta di fatto che il consumo di petrolio procapite della nuclearissima Francia è maggiore di quello degli altri principali Paesi europei: 1.46 Tep (tonnellate equivalenti di petrolio) della Francia, contro 1.36 della Germania, 1.33 della Gran Bretagna e 1.31 dell'Italia, che non è messa poi così male. Questo perché – insiste Laponche con il conforto dei nostri esperti dell'Aspo – il ricorso anche massiccio al nucleare non risolve affatto la dipendenza dal petrolio. Aggiungendo peraltro – rimarca Laponche – la dipendenza dall'uranio, totalmente importato.

Ed ecco che il contributo dell'atomo elettrico al consumo totale di energia in Francia è solo il 14%, a fronte del 49% del petrolio. Un 14% più che compensato in negativo, in termini di dipendenza, dalla maggiore ingordigia di idrocarburi dei francesi nella mobilità e nei riscaldamenti domestici, che funzionano ancora in larga parte a gasolio. E poi va considerato l'uso più intenso del riscaldamento in Francia rispetto all'Italia che si spiega solo in parte – rilevano gli esperti dell'Aspo –con le temperature medie un po' più basse. Molto si deve alla minore efficienza degli impianti. A cui si aggiunge – spiega sempre l'Aspo – la minore efficienza della rete elettrica francese, con il 6,2% di perdite nei servizi di distribuzione (5,8% in Italia) e il 5% di perdite nei servizi di centrale (contro il 3% del nostro paese).

Grandi vantaggi dal contributo del nucleare per lo meno nelle emissioni di gas serra e quindi nella corsa al rispetto dei parametri ambientali di Kyoto? Bando alle facili illusioni anche su questo versante, ammonisce Laponche. Il nucleare taglia le emissioni di anidride carbonica e dunque aiuta i francesi, ma non così tanto.
Nel 2005 (ultimi dati aggregati disponibili) la Francia era a 9.1 Mteq (milioni di tonnellate equivalenti) di CO2 procapite, contro 12.1 Mteq della Germania, 10.2 dell'Inghilterra e 9,9 dell'Italia, anche qui in una posizione teoricamente consolante, se non fosse che la nostra maggiore efficienza relativa ci ha paradossalmente penalizzato, come ben sappiamo, nelle trattative sulle quote di riferimento per i tagli ai gas serra imposti dal patto di Kyoto.

domenica, novembre 09, 2008

Abitudini, inerzie e altre patologie / 3 : il paradosso del frigorifero


Nella foto possiamo ammirare la Sacra di S. Michele, monumento simbolo della regione Piemonte.
Qualche mese fa l'ho visitata e, tra le altre cose di enorme interesse storico e architettonico, mi ha colpito la "ghiacciaia". Si tratta di una piccola cantinetta seminterrata, esposta a nord e caratterizzata da muri molto spessi, nella quale i monaci conservavano i cibi. Dall'autunno in poi si introduceva della neve compattata, in modo da avere un effetto frigorifero. La posizione e l'isolamento della ghiacciaia permettevano il mantenimento del ghiaccio (dunque, delle temperature idonee alla conservazione) fino ai mesi di maggio-giugno.

Costo energetico di gestione: ZERO (a meno dell'energia & tempo impiegati per l'approvigionamento della neve).

Su Ecoblog, tempo fa si era parlato di "FRIA, il frigo che prendeva il fresco da fuori". A me sembra un'idea tanto intelligente quanto semplice, il tutto al punto che commercialmente non ho trovato nulla, almeno in italiano.

Cosa di meglio di una cella che utilizzi le frigorie dell'ambiente esterno nei mesi freddi, e che sfrutti energia rinnovabile per la produzione del freddo nei mesi più caldi? Sarebbe l'unione dei metodi dei monaci con le nuove tecnologie.

Ma forse chiedo troppo: l'abitudine ad avere il frigorifero sempre "plugged", la comodità di non dover uscire fuori per movimentare i viveri è un muro psicologico che lascia intentate le idee più ovvie.


Due anni fa ho rottamato un frigorifero di 20 anni, acquistandone uno più piccolino, in classe A+. Energia media annua assorbita 227 kWh. E' qualcosa, ma possiamo fare di più.

Un'idea forte

created by Armando Boccone


In questi ultimi giorni c’è stato uno scambio di e-mail fra gli amici della lista a proposito del modo in cui procedere affinché si possano risolvere i gravi problemi che si intravedono all’orizzonte.
Alcuni hanno detto che è importante costruire macchine più efficienti mentre altri sostengono che sia sbagliato consumare enormi risorse in una corsa all’efficienza se poi non si chiude con certi modelli di produzione e di vita (cioè, se non si chiudono i cicli).

Si è parlato del paradosso di Jevons e della necessità di ridurre il peso del mercato, perché questo si basa sulla crescita infinita mentre il mondo è finito. Si è parlato del rapporto con i giovani e di come passare i messaggi sulla futura situazione in campo energetico e non solo. Si è prospettato la riduzione della giornata di lavoro e si sono fatte altre analisi e proposte.
Le varie proposte e analisi, anche se a prima vista sembravano escludersi, in realtà si completavano e arricchivano a vicenda.

Cosa porterà ad uno sblocco della situazione, per far si che si sviluppino le fonti energetiche rinnovabili, che si prendano a cuore le dinamiche demografiche, che si eliminano i consumi che servono solamente ad incrementare il PIL, ecc. ?
E’ necessaria un'idea forte e condivisa che “agiti” le persone e dia un senso alle tante piccole e grandi azioni.

A tale riguardo ho pensato a quello che è successo negli Stati Uniti dopo la crisi del 1929. Crollò la produzione e si creò una disoccupazione spaventosa. Con la Tennessee Valley Authority act e con altri provvedimenti messi in atto dall’amministrazione Roosevelt non si riuscì a superare la crisi. Verso la fine degli anni trenta la produzione era ancora circa il 75% di quella di prima della crisi.
Per superare la crisi era necessaria una idea forte che però non si vedeva all’orizzonte.
L’amministrazione Roosevelt la ottenne su un piatto d’argento dal Giappone il 7 dicembre 1941 con l’attacco alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawai.
Ho letto infatti da più parti che a Roosevelt tutto ciò non dispiacque.
Solamente con l’entrata nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti superarono la crisi iniziata col 1929.
Ma quale fu l’idea forte che rese possibile tutto ciò? Erano le idee della guerra, della difesa dei confini nazionali, della difesa del proprio spazio vitale, ecc. Bisognava produrre più acciaio per fare navi, aerei e carri armati per difendere la nazione dall’attacco giapponese; bisognava produrre più grano, più carne, più scarpe, più vestiti, ecc. con cui alimentare ed equipaggiare le truppe. Queste idee sono forti perché avevano alle spalle 4.500 anni di storia e quindi facevano stabilmente parte del bagaglio culturale umano. Vennero infatti a maturazione circa 4.500 anni fa nella bassa Mesopotamia, quando le città-stato della civiltà sumera cominciarono a risolvere con la guerra i problemi di espansione e/o difesa del proprio spazio vitale.

A proposito invece della crisi provocata dagli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del Pleistocene, circa 12-15 mila anni fa: i radi gruppi umani, in conseguenza degli sconvolgimenti climatico-ambientali di cui si è detto, correvano il rischio di estinguersi. Quale fu l’idea forte che portò alla soluzione di questa crisi?
Era necessario un incremento demografico per risolvere la crisi e questo si ottenne sostituendo la caccia e raccolta con la coltivazione delle piante e l’allevamento degli animali. Il passaggio dalla caccia e raccolta all’agricoltura e alla pastorizia non avvenne contemporaneamente su tutta la terra ma prima in certi luoghi e successivamente in altri, avvenne con gradualità, con situazioni intermedie, alle volte con forti progressi e alle volte con arretramenti, con aspetti diversi in relazione al diverso contesto ecologico e culturale in cui avveniva.
Con la coltivazione delle piante e con l’allevamento degli animali il territorio era in grado di sostenere un numero maggiore di individui. Le condizioni di vita però peggiorarono con queste nuove forme di sostentamento ma fu superato il rischio di estinzione dei radi gruppi umani. I gruppi umani che vivevano di caccia e raccolta erano formati da circa trenta persone fra uomini donne e bambini ma l’ambiente venuto fuori dopo gli sconvolgimenti di cui si è parlato avrebbero potuto sostenere gruppi ancora più piccoli se si fosse praticata ancora la caccia e la raccolta. Infatti si ritirarono enormemente le savane e le praterie e la caccia sarebbe avvenuta nelle foreste, avrebbe riguardato animali singoli e di stazza inferiore. Ciò avrebbe richiesto gruppi umani di consistenza numerica inferiore ed avrebbe nello stesso tempo potuto sostenere gruppi umani di consistenza numerica inferiore. Il rischio di estinzione era incombente. Con la coltivazione delle piante e la pastorizia i gruppi umani non condussero più un modo di vita nomade o semi-nomade ma iniziarono a vivere in villaggi stabili ed erano formati da circa 250-500 individui.

Quale é l’idea forte capace di superare la crisi attuale? E' quella che ha distinto il genere Homo dagli altri animali e che è la stessa che ha operato alla fine del Pleistocene: è la coscienza del desiderio della vita eterna o, detto diversamente e in modo più concreto, del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei propri bisogni.

Deve essere questa idea l’orizzonte di riferimento, il criterio con cui valutare le varie soluzioni di cui si dibatte. L’adozione delle lampadine a basso consumo, la rottamazione delle autovetture o degli elettrodomestici portano ad un miglioramento nel soddisfacimento dei bisogni umani e ad un allungamento del tempo di vita dell’umanità?
Lo stesso criterio deve adottarsi a proposito della maggiore efficienza delle macchine oppure della coibentazione degli edifici.
E’ necessario però che tutti i provvedimenti si muovano nella stessa direzione altrimenti se per esempio si coibentano le abitazioni e poi si costruiscono sempre più case (per speculazione oppure per incremento demografico) si fa un buco nell’acqua. Il criterio da seguire, come dicevo, è il miglioramento delle condizioni di vita e un allungamento delle prospettive dell’umanità.

sabato, novembre 08, 2008

Come va la crisi?

(Dow Jones Industriale, dati da www.quotemedia.com)


Continua l'altalena di notizie sulla stampa: "La borsa crolla", oppure "La borsa riprende". Ma guardiamo i dati nell'arco di un anno, per farci un'idea delle tendenze (cliccate per ingrandire). Dopo la brusca caduta dei primi di Ottobre, sembra che la situazione delle borse si sia attestata su un livello medio costante, anche se con forti oscillazioni. Perlomeno, così appare dall'andamento del Dow Jones Industrial che viene preso abbastanza spesso come indice dell'andamento generale delle borse.

E' difficile dire se questa fase di stasi sia dovuta all'immissione di grandi quantità di denaro nelle borse da parte dei governi, oppure ad altri fattori. Una visione più chiara dell'andamento si può ottenere dall'andamento quinquennale.


Dow Jones Industriale, dati da www.quotemedia.com


Vediamo che la brusca caduta di Ottobre è effettivamente un'anomalia e potrebbe essere la diretta conseguenza del crollo di Lehman Brothers. A parte questo, evidentemente, la fase di discesa è iniziata ormai da più di un anno e non mostra segni di rallentamento. Somiglia molto alla crisi del 1929, ma in quel caso la curva fu abbastanza simmetrica, mentre qui la caduta sembra più rapida della salita.

Si riprenderà l'economia? Difficile dirlo - molti contano sulla cosiddetta "economia reale", ma questa non va meglio dell'economia finanziaria. Su questo punto, è da meditare il post di Debora Billi sul crollo dei trasporti internazionali. Se poi rimaniamo alla sola Italia, leggendo i post che appaiono su "Italian Economy watch" l'impressione è che l'economia reale stia implodendo altrettanto velocemente di quella finanziaria, Edward Hugh parla di "agonia". Non vi aspettate che la crisi si risolva tanto presto. Inserisci link


venerdì, novembre 07, 2008

La via italiana contro i cambiamenti climatici - parte II

Pochi giorni dopo il mio precedente articolo, la Commissione Europea ha pubblicato la Relazione annuale relativa ai dati emissivi del 2006 “Progressi verso il conseguimento degli obiettivi di Kyoto”, che disegna un quadro ancora più ottimistico di quello dell’anno precedente e conferma le mie valutazioni positive dell’impegno europeo contro i cambiamenti climatici.
Infatti, nell’introduzione della relazione leggiamo che: “Nell’ambito del protocollo di Kyoto, L’UE-15 si è impegnata a ridurre le sue emissioni di gas serra dell’8% rispetto ai livelli dell’anno di riferimento entro il 2008-2012. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’inventario (2006), le emissioni totali di gas serra nell’UE-15 sono state inferiori del 2,7% rispetto alle emissioni dell’anno di riferimento, se non si tiene conto delle attività legate alla destinazione d’uso del terreno, ai cambiamenti di tale destinazione e alla silvicoltura (attività LULUCF). Dal 1990, l’economia dell’UE-15 (espressa come PIL) è aumentata del 40% circa. Nel 2006 le emissioni di gas serra dell’UE-15 sono diminuite dello 0,8% rispetto al 2005 a fronte di una crescita economica del 2,8%. Le proiezioni della Figura 1 indicano che la Comunità sarà in grado di realizzare il proprio obiettivo di Kyoto. Inoltre, anche i settori che rientrano nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissione (ETS) dovrebbero contribuire alle riduzioni con un 3,3%, cifra che attualmente non figura nelle stime previste.
In base alle proiezioni disponibili, entro il 2010 otto Stati membri sui 15 dell’UE-15 – Belgio, Germania, Grecia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Svezia – dovrebbero conseguire i rispettivi obiettivi ricorrendo alle politiche e alle misure esistenti, ai pozzi di assorbimento del carbonio e ai meccanismi di Kyoto. Altri quattro Stati membri (Austria, Finlandia, Francia e Lussemburgo) dovrebbero ottenere lo stesso risultato con le politiche e misure supplementari previste. Per adesso, invece, tre Stati membri (Danimarca, Italia e Spagna) non dovrebbero riuscire a realizzare l’obiettivo di Kyoto. Tuttavia, il divario tra le proiezioni riguardanti questi paesi e i rispettivi obiettivi si è notevolmente ridotto rispetto allo scorso anno, soprattutto nel caso di Spagna e Italia. Inoltre, il sistema ETS comunitario e i suoi effetti sulle emissioni nazionali di Danimarca e Spagna, elementi che non sono stati calcolati nelle proiezioni di quest’anno, dovrebbero dare un contributo importante per il raggiungimento degli obiettivi dei due paesi in questione".

giovedì, novembre 06, 2008

La sfera dell'agricoltura

Fonte immagine: Web

Come tutti i processi o le situazioni che sono legati all’esistenza degli esseri umani, la nascita e l’evoluzione dell’agricoltura dipende dalla combinazione di diversi fattori, il primo di quali è quello dell’esistenza umana (esperienza accumulata nel tempo), delle sue esigenze di sopravvivenza (cibo, vestiti) e le scoperte “tecnologiche” (dalla semplice zappa in legno e pietra al trattore).

L’agricoltura intensiva e monocolturale, che si basa sulla intensa e diffusa fertilizzazione con prodotti chimici di sintesi, richiede enormi input energetici, dipendenti solo ed esclusivamente dal Petrolio:
- Meccanizzazione: In agricoltura intensiva tutte le pratiche di preparazione del suolo principali e secondarie, di cura delle piante, di raccolta, di trasporto e conservazione sono possibili grazie alla meccanizzazione (es. trattori, mietitrebbiatrici, rotoimballatrici, irroratrici, seminatrici, aerei per la fertilizzazione o lotta alle infestanti ed ai patogeni, trasporto dal campo all’azienda, ecc…)
- Fertilizzanti, ammendanti, prodotti fito-patogeni, ecc. sono tutti derivati del Petrolio
- Conservazione e trasformazione: sono processi che richiedono, calore, freddo, disinfestazione, ecc… tutte possibili grazie a macchinari che necessitano di combustibili come fonte primaria di energia
- L’irrigazione è possibile grazie alle pompe azionate a combustibili fossili
- Il condizionamento delle serre è possibile grazie ai generatori diesel
- Ecc….
Inoltre, questo tipo di agricoltura è responsabile del degrado dei suoli, infatti l'eccessiva fertilizzazione azotata e fosfatica ha portato all’uccisione di molti microrganismi e specie (nematodi) che vivevano in moltissimi suoli agricoli. Pratiche agricole erronee o troppo spinte, irrigazioni a pioggia e per scorrimento sono responsabili dell’erosione del suolo sempre con perdita della parte più ricca del terreno in elementi nutritivi e composti colloidali.

La rivoluzione verde nata grazie al Premio Nobel per la Pace (1970) e Ricercatore Statunitense Norman Borlaug (che riuscì ad innovare le tecniche agronomiche mediante l’accoppiamento di varietà di frumento ad alto potenziale genetico con sufficiente somministrazioni di fertilizzanti, acqua ed altri prodotti con un conseguente incremento importante delle rese) ha consentito delle rese di frumento (e poi altre specie erbacee) molto significativi consentendo, per esempio, al Messico nel 1964 di esportare fino a 500mila tonnellate di frumento. Grazie alla Rivoluzione Verde sono stati raggiunti risultati importantissimi dal punto di vista della sicurezza alimentare in termini quantitativi ed economici:
- Il miglioramento genetico con la produzione delle razze ibride capaci di incrementare i rendimenti produttivi. Inoltre i prodotti sono più facilmente conservabili e trasportabili.
- specializzazione delle tecniche agricole: l’incremento delle rese è stato dovuto alla nascita delle razze ibride, la disponibilità di energia a basso prezzo (carburanti) e la diffusione della meccanizzazione hanno portato alla diffusione delle Monocoltura Intensiva, la diffusione dei prodotti di origine chimica per la fertilizzazione, il controllo delle specie infestanti e delle patologie (batteriche, virali e funginee). I cereali hanno occupato enormi estensioni di suolo, sono usciti dalla pratica della rotazione e la produzione è stata tale che i mercati erano sommersi di Cereali.
- L’Irrigazione: Specie cerealicole come il Mais, coltivate in modo intensivo, richiedono grandi quantità di acqua. La ricerca e la specializzazione tecnologica hanno portato allo sviluppo di sistemi di irrigazione rivoluzionari, che hanno consentito anche esse ad incrementare la produzione cerealicola mondiale.

L’affinamento delle tecniche della ibridazione delle razze (miglioramento genetico) con la produzione di specie agricole ad alta resa, il miglioramento delle pratiche agronomiche grazie all’introduzione della meccanizzazione, l’incremento degli elementi nutritivi (fertilizzanti), il miglioramento delle caratteristiche del suolo (fertilizzanti e ammendanti), la lotta alle infestanti ed ai Patogeni hanno incrementato in maniera incredibile la produzione agricola, in Messico, negli USA, in Europa, ecc…

Comunque sia, la rivoluzione verde non si è rivelata esente da problematiche prevalentemente ambientali: Infatti essa è responsabile della distruzione della biodiversità nelle aree dove si è praticato e si pratica la monocoltura intensiva, dell'inquinamento del suolo e delle falde acquifere dovuto agli eccessi di azoto, l’impoverimento del suolo, la dispersione delle risorse idriche e l’utilizzo di sistemi irrigui non adeguati, l’uso eccessivo dei fitosanitari che ha portato allo sviluppo di Patogeni sempre più resistenti, ecc…. e soprattutto la Dipendenza Totale dal petrolio. Tuttavia, l’incremento su vasta scala della produzione alimentare e della produttività alimentare è stata resa in parte vana dall’incremento demografico, dalla riduzione delle terre agricole disponibili, dall’incremento dei fenomeni siccitosi in molte aree del globo e dalle alluvioni o inondazioni in altre parti del Mondo.

La situazione non è per niente ottimistica, la concomitanza di fattori negativi come quelli indicati prima fanno pensare ad un drammatico peggioramento delle crisi alimentare per scarsità di cibo, in particolare nei Paesi con economie e tecnologie al limite della sussistenza. La FAO sostiene che le popolazioni dei Paesi in Via di Sviluppo non sono in grado né di produrre in quantità sufficiente né di comprare da altri produttori, perché il loro potere d’acquisto è scarso. Nei periodi di dissesto (siccità, inondazioni) i viveri possono non essere semplicemente disponibili, a qualsiasi prezzo. Le preoccupazioni di preservare l’integrità degli habitat naturali, che freneranno sensibilmente l’espansione delle terre riservate all’agricoltura, renderà necessario trovare altri modi per nutrire la popolazione mondiale.
La fame è causata dall'intensificazione dell'insicurezza alimentare dovuta a vari fattori concomitanti come povertà, siccità o inondazioni, desertificazione (o perdita della forza del suolo in elementi nutritivi e strutturale e di conseguenza non più coltivabili), incremento demografico, scelte politiche errate (come la diffusione dei biocombustibili per i veicoli), ecc…

L'agricoltura Integrata (pratica diversa dall'agricoltura biologica) consiste nell'intervenire sugli organismi patogeni con prodotti chimici soltanto alla comparsa dei primi sintomi di "malattia. L'agricoltura biologica non è una novità dei nostri tempi, i nostri nonni e bisnonni ecc... soprattutto prima della seconda guerra mondiale praticavano proprio quell'agricoltura che oggi chiamiamo "biologica" ed i prodotti venivano venduti in azienda oppure nei mercati più vicini (quello che oggi molti riciclano per scoperta e che chiamano agricoltura a Km zero). Comunque, sia l'agricoltura integrata che biologica non comporta un incremento della produzione agricola ma serve solo per produrre alimenti "più sani" applicando metodi agronomici equilibrati e rispettosi della natura e del benessere delle persone.

Con l'agricoltura biologica, invece, (come nel passato) si tende a coltivare le specie autoctone (con alta variabilità genetica) quelle che si chiamano specie “native”. Sono specie che nascono e crescono in equilibrio con il loro ambiente:
- apparato radicale adatto al suolo dove la specie si è specializzata
- apparato fogliare adatto al microclima circostante
- piante in perfetta armonia con altre specie vegetali (che in altri casi vengono considerate infestanti)
- piante in perfetto equilibrio con i microbi del suolo e dell’aria circostanti (che in altri casi vengono chiamati patogeni)
Le varietà autoctone si riproducono e si incrociano migliorando la popolazione e rendendola più forte e più ricca in elementi nutritivi per persone ed animali, conservano il suolo dall’erosione, non hanno bisogno di apporti irrigui superiori alle loro esigenze innate.
L’allargarsi dei mercati dei biocarburanti è un altro problema che potrebbe aggiungersi a quelli responsabili dell'insicurezza alimentare (potrebbe diventarlo prestissimo). Le scelte politiche di Paesi come Brasile, Stati Uniti, dell’Unione Europea (in particolare modo della Commissione Europea), e di altre Nazioni mi fanno pensare al peggio. Il rischio sta nel fatto che i Politici fautori di biocarburanti siano convinti che l’indipendenza dal petrolio Mediorientale passi obbligatoriamente dalla diffusione dei biocarburanti in particolare Biodiesel ed etanolo.

Qualche parola sugli OGM: l’incremento del costo del greggio e quindi la diminuzione del rifornimento sui mercati di derivati del Petrolio potrebbe influenzare in qualche modo la loro diffusione. Comunque essendo delle specie vegetali sono lo stesso soggetti agli stessi fattori delle piante “naturali”. Quindi sono soggette agli effetti negativi della presenza di meno suolo per la coltivazione, dell’incremento della domanda a seguito della crescita continua della popolazione mondiale, agli effetti dovuti al riscaldamento globale. Oggi nel mondo non esistono più varietà naturli di Soia, sono soltanto OGM; sembra che il Mais che era rappresentato da centinaia di razze locali oggi ne esistono soltanto due o tre, ecc... tale estinzione di razze naturali di cereali sarà pagata molto cara dalle generazioni attuali e future, per tutte le ragioni che ho esposto sopra.

Non esistono soluzioni miracolose ai mali dell’umanità salvo un cambiamento culturale profondo sia nel modo di pensare dei Paesi cosiddetti Sviluppati che in quello dei Paesi cosiddetti Sotto sviluppati o in Via di Sviluppo. Il problema principale da capire è che “Tutte le risorse sono finite” salvo il sole ed il vento. Si può fare a meno delle risorse fossili ma in modo graduale integrando ed introducendo nuove tecnologie (ad esempio: le fonti di Energia Rinnovabili nelle aziende agricole), applicando tecniche agricole meno invadenti, razionalizzando l’uso dell’acqua per l’irrigazione (oggi la scienza ci insegna che bastano quantità di acqua molto limitate per produrre di più è quello che si chiama Water Use Efficiency o uso ottimale dell’acqua in agricoltura). Non si potrà mai fare a meno dell'agricoltura, e qui abbiamo bisogno di un ritorno al passato dal punto di vista del comportamento (pratiche agricole, rotazione, diversificazione, consociazioni, ecc...) senza snobbare o rifiutare completamente le nuove tecnologie necessarie per mantenere un certo standard quantitativo e qualitativo della sicurezza alimentare delle popolazioni.

La morte di Michael Crichton



Michael Crichton, l'autore di "Jurassic Park" è scomparso a causa di un tumore oggi, a 66 anni. Me lo ricordo come il romanziere brillante del suo primo libro "The Andromeda Strain", dove aveva coniugato in modo rigoroso la sua preparazione di medico con un tema classico della fantascienza: il morbo che sfugge al controllo. Progressivamente, aveva ceduto alle esigenze commerciali e i suoi romanzi (un totale di 25) si erano fatti sempre più spettacolari, ma sempre più vuoti di contenuti. "Jurassic Park" è stato quello di maggior successo e quello che mi ha deluso di più. Si capiscono le esigenze di Hollywood, ma non si capisce la ragione di una trama di un romanzo (e un film) in cui il quoziente di intelligenza degli umani è descritto come inferiore a quello dei dinosauri.

Di Crichton ci ricordiamo anche la polemica contro il concetto dell'effetto umano sul riscaldamento globale. E' usanza lodare gli scomparsi, ma in questo caso bisogna dire che Crichton ha fatto dei danni usando la sua notorietà per lanciarsi in un campo in cui non aveva competenza. Il suo romanzo del 2004, "state of fear" (stato di paura) dipinge gli ambientalisti come degli imbroglioni che non esitano a creare paure immaginarie per i loro fini di ecoterrorismo. (vedi una critica su "realclimate"). Crichton era andato così fuori delle righe nel suo romanzo che è andata a finire che non è stato mai trasformato in un film (ma non si può mai dire che cosa Hollywood è capace di tirar fuori).

Ma c'è una cosa che va detta a favore di Crichton: i dinosauri di Jurassic Park non sarebbero esistiti senza di lui. Pur con una trama assurda e dei personaggi di età mentale di circa 6 anni in media, i film della serie "Jurassic Park" sono una celebrazione dell'eleganza, della forza, e della bellezza dei dinosauri. Per quelli di noi che hanno vissuto da bambini sognando sui dinosauri dei libri illustrati, è un merito di valore inestimabile.

mercoledì, novembre 05, 2008

Com'era verde la mia vallata

Spesso si trova, in giro su articoli di giornale, blog, anche libri, la leggenda per cui attorno all'anno mille la Groenlandia era una verde e ridente isola. Difatti il nome, in norvegese, significa "terra verde", ed Eric il Rosso parla di una terra di verdi vallate. Quindi allora faceva molto più caldo di ora, e la storia che stiamo vivendo un riscaldamento climatico senza precedenti è una balla messa in giro da ambientalisti fanatici.

Non ho mai avuto modo di approfondire la cosa, a parte qualche lettura sull' "optimum climatico medioevale", un periodi relativamente caldo tra il 900 e il 1200. Secondo le ricostruzioni "standard", la temperatura media era allora simile a quella della metà del secolo scorso, quasi un grado più di quella della "piccola era glaciale" che seguì. Forse un po' di più di oggi, nell'area del nord atlantico. In ogni caso, la calotta di ghiaccio che copre l'isola è vecchia circa un milione di anni, ben prima che Eric il Rosso dovesse scappare per mare.

Leggendo "Collasso", di Jared Diamond, bellissimo libro su come una civiltà o una comunità possa sparire, mi ha colpito tra gli altri il dettagliatissimo racconto sulla comunità norvegese in Groenlandia. Non voglio sostituirmi al lungo e accurato lavoro di ricerca di Diamond, ma provo a metter giù i punti essenziali.

Il sito dove poco prima del 1000 sbarcò Eric si può vedere su Google Maps, e in effetti è proprio verde brillante. E lo era anche negli anni '30, quando alcuni allevatori decisero di impiantarvisi. Ho trovato un sito di un abitante del posto, e anche se il ghiaccio abbonda, ci sono paesaggi come quello della foto qui accanto. Nelle mappe da satellite si possono vedere anche rade fattorie.

Un secondo insediamento si trova nella costa occidentale, di fronte al Labrador, vicino all'attuale Nuuk. Si tratta in entrambi i casi di situazioni molto particolari, con vallate relativamente pianeggianti, all'interno di profondi fiordi che proteggono dalle fredde correnti oceaniche. Nel sito orientale è possibile coltivare qualcosa, e in entrambi i pascoli consentono di allevare diverse centinaia di capi di bestiame.

Anche oggi la situazione non è rosea, ogni famiglia di allevatori riceve dal governo una decina di migliaio di euro l'anno per coprire le perdite. Ma per i coloni vichinghi la vita nei due insediamenti era durissima. D'estate si portava il bestiame al pascolo, nel frattempo raccogliendo il foraggio per i lunghi mesi invernali. Il latte veniva usato per preparare formaggi e yogurt. Si cacciavano i pochi animali locali, e le foche. Si cacciava anche i trichechi, le cui zanne erano una preziosa fonte di avorio da scambiare con la madrepatria in cambio del ferro e legno, che mancava (gli arbusti locali e le betulle nane superano di rado 1-2 metri). In autunno si contavano le scorte di fieno, e gli animali in più di quelli che potevano essere nutriti nel lungo inverno venivano macellati. La sopravvivenza era marginale, ed era essenziale un forte tessuto sociale (sia pure con la rissosità vichinga, e una rigida struttura gerarchica). Non ci si poteva permettere che i "deboli" (o sfortunati) morissero, anche se poi ci si scannava nelle faide e saghe familiari.

Anche l'ambiente era messo a dura prova. I pascoli erano sovrasfruttati, il fabbisogno energetico veniva soddisfatto, oltre che con il legname di importazione, con la poca legna locale o con la torba, ma in entrambi i casi si trattava di risorse che si rinnovano lentamente. I sedimenti lacustri raccontano di un ambiente sempre più povero di vegetazione, soprattutto arborea (dai pollini), e sempre più esposto all'erosione (dall'accumulo di sabbia), fino al 1500 circa. Poi le risorse si sono lentamente ricostituite, anche se ora, dopo la ripresa della pastorizia, i segni di sovrasfruttamento stan tornando.

L'insediamento occidentale, che nella massima espansione manteneva 1000 abitanti, scomparve intorno alla metà del 14^ secolo, quello orientale, circa 4 volte più grande, sopravvisse un altro secolo circa.

I motivi del collasso sono molti. L'ambiente sovrasfruttato rendeva sempre meno. Il clima stava raffreddandosi. I contatti con la madrepatria, essenziali per ottenere legna (energia) e ferro (utensili) si erano molto ridotti, per cessare del tutto all'inizio del 1400. Probabilmente per motivi culturali, i vichinghi norvegesi non mangiavano pesce (!) (lo so, ha sorpreso pure me, e altri autori sostengono che dal 1300 il pesce veniva usato).

Gli Inuit, popolazione molto ben adattata a quell'ambiente, stava espandendosi, e tra le due popolazioni non vi fu mai una relazione amichevole . Oltretutto il grosso vantaggio tattico degli europei (l'uso del ferro) non era più disponibile ai nostri vichinghi. Se avessero imparato dagli Inuit a cacciare foche e balene, forse sarebbe andato diversamente, ma il primo resoconto di un contatto racconta di come gli skraeling (miserabili) sanguino diversamente dagli europei. Probabilmente i sentimenti erano corrisposti.

Non sappiamo cosa alla fine fece scomparire l'ultima colonia vichinga. I resti parlano di storie tremende, vennero mangiati, fino agli zoccoli, gli ultimi vitellini e capretti, persino i cani da caccia. Ma non abbiamo racconti scritti, possiamo solo immaginare. Pochi anni prima le scarne cronache sembravano indicare una vita normale, matrimoni, processi, qualche faida. Quindi il collasso, ance se covava da tempo, avvenne in modo relativamente rapido, in pochi decenni.

Cosa ci dice tutto questo? Innanzitutto che citare la "terra verde" come prova che nell'anno 1000 il clima era molto più caldo di ora non ha senso. La situazione che incontrò Eric era analoga all'attuale, semmai gli studi sul clima aiutano gli archeologi, ma l'archeologia non ci dice niente (in questo caso) sul clima.

Poi come questa comunità, che riuscì per 450 anni ad abitare in una terra difficilissima, finì per collassare anche per il sovrasfruttamento del loro ambiente.

Infine la dipendenza dall'energia. Senza un apporto dall'esterno di energia la comunità sopravvisse 50 anni circa. Questo vale anche per il ferro. Minerali ferrosi sono abbondanti sul posto, ma non si poteva ridurli a ferro metallico per mancanza di legna.

martedì, novembre 04, 2008

I picchisti sono in crisi?



Continua a girare per internet e sulla stampa l'opinione che l'abbassamento dei prezzi del petrolio avrebbe in qualche modo confutato la teoria del picco e che i picchisti sarebbero in crisi. A un messaggio su questo tono ricevuto sulla lista NTE, ha risposto brillantemente Massimo Ippolito con questo testo che vi proponiamo



Da un Peak Oiler impenitente
di Massimo Ippolito

Il peak oil è stato nel 2005, ripeto nel 2005, Il recente “overshoot” di prezzo ha confermato la data del picco sostanziale che ha drasticamente modificato il funzionamento del sistema mondo.

Cito Tremonti che dal suo osservatorio se né accorto benché egli non faccia collegamenti forti con il petrolio e l'energia come noi di ASPO: "la crisi economica internazionale non è solo recessione ma è una rottura nella linea di sviluppo".

Ma l’ASPO usando una lente di lettura principalmente energetica sulla evoluzione economica aveva previsto tempestivamente e correttamente il problema mentre gli economisti sono rimasti generalmente sorpresi e spiazzati dagli eventi.

Ora si vede un breve plateau di produzione del petrolio, sostenuto artificialmente dai prezzi stellari, ma anche questo era stato previsto da ASPO, poiché si è entrati nella zona di feedback prezzi/domanda che si manterrà in dinamica senza più raggiungere delle saturazioni (come i limiti imposti dall'OPEC) e questo fino alla fine. Quindi non saremo mai più in grado di capire se l'ammanco di produzione dipenderà, in prima istanza, dalla diminuzione di domanda o dalla produzione declinante.

Finora lo scenario di ASPO è ampiamente confermato e se cè qualcosa che mette in crisi i peak oilers è di non essere riusciti a comunicare sufficientemente la gravità della situazione, da parecchi anni c'è una diapositiva nella presentazione del sito ASPO Italia che mostra le vacche grasse e poi, dopo il picco, le vacche magre....

Il prezzo del petrolio oltre i 60$ (2005) al barile è insostenibile dalle economie dello sviluppo e della crescita, potrà esserci nuovamente sviluppo o crescita solo se il prezzo scendesse circa sotto i 40$ (2005) al barile.

L'unico interesse nello stabilire una data esatta per il peak oil, lo è per i modellisti, in modo da poter agganciare temporalmente i modelli matematici di previsione che altrimenti si potevano muovere avanti o indietro nel tempo di decadi.

Dai modelli comunque si ricava che 3 o 4 anni dopo il picco inizia la recessione, che dopo circa 8 anni avviene quello che chiamo il picco della sofferenza e che dopo 10 - 12 anni abbiamo il picco della popolazione, il tutto è inevitabile come la morte, poiché sono modelli spietatamente robusti che coinvolgono funzioni di grado 1+n che non lasciano scampo anche al variare lineare di qualche improbabile riserva energetica aggiuntiva. Il lavoro del Club di Roma ha essenzialmente fatto capire questo meccanismo.

Molti di noi hanno drammaticamente capito il reale significato dei dati, delle cifre e delle variabili coinvolte nei modelli, Luca Pardi ci ha descritto molto bene la sensazione, come un pugno nello stomaco, provocatogli da un semplice numero ovvero la percentuale globale di massa animale selvatica rispetto a quella umana e domestica, io sono stato particolarmente sconvolto dal grafico della popolazione che mi dice che gli olocausti del passato sembreranno delle innocenti goliardie rispetto a ciò a cui stiamo andando incontro a breve.

Ora sono in molti ad eccepire ad ASPO che il picco di tutti i combustibili liquidi non sembra ancora conclamato, come se fossero già in preda al panico e alla ricerca di una speranza.

La storia degli "all liquids" la conosciamo bene infatti i ragionamenti a cui ho aderito sono sempre stati basati sul concetto ancora più olistico di peak energy che include oltre che il petrolio anche il carbone, il gas naturale, il nucleare e le rinnovabili tradizionali, ciò nonostante, il drammatico risultato delle analisi non ha nessuna intenzione di dilazionarsi nel tempo.
Ma lasciatemi dire che a questo punto, la data e l'entità del "peak all liquids", può interessare solo agli astrologi o ai notai del guinness dei primati.

Nel mio lavoro quotidiano di capo tecnologo e progettista, mi sento spesso chiamato a difendere le cose che veramente contano dai costosi o mangia-tempo dettagli di secondaria importanza.

Se si normalizza la curva della disponibilità di energia:

o con le esportazioni effettive dei paesi produttori *
o con la popolazione (la famosa energia pro-capite)
o con l'autoconsumo della produzione energetica
o con il costo energetico della chimera del risparmio energetico **
o con il prezzo (produzione /prezzo) ***
o con gli effetti dei danni al clima (v. rapporto Stern)
o la si integra con il vero effetto e significato del debito, pubblico e non ***;

si può vedere che in ciascuna curva risultante, il picco dell'energia disponibile ce già stato ed è chiaro, lampante ed incolmabile. Gli inevitabili scontri sociali o i conflitti per le risorse sono come un'altra ipoteca di energia che peggiorano le cose, ovvero prima la distruzione di tessuti sociali o infrastrutturali poi il grande disagio delle popolazioni e forse alla fine un faticoso e costoso ripristino.

Se si è interessati alle implicazioni socio-economiche del picco si deve normalizzare la curva di disponibilità pesando e sommando tutti questi elementi contemporaneamente, ed allora ci si rende conto che è ridicolo disquisire ancora di opportunità o meno di un atteggiamento allarmista o catastrofista.

Anzi gli addetti ai lavori consapevoli che oggi si atteggiano da moderati, perchè nel tempo hanno probabilmente subito troppe umiliazioni, oggi diventano più dannosi di coloro che continuano a negare il problema energetico ****.

Quando non c'è l'unanimità di vedute su una questione che dovrebbe essere per sua natura deterministica come l'energia, per capire chi ha ragione basta affrontare il problema con la propria testa e con la calcolatrice, non ci può essere spazio alle opinioni personali o alle speranze.

Per quanto riguarda le nuove fonti rinnovabili, esse venivano considerate da molti voli pindarici per anime belle, sia prima dell'overshoot del prezzo del barile, che durante ed anche dopo, quindi la situazione mediamente è cambiata poco, anche se si è ulteriormente polarizzata tra detrattori e sostenitori. Fortunatamente tra i sostenitori “polarizzati” c'è anche chi è passato decisamente all'azione, e questa è la nostra ultima speranza di poter preservare parte della civiltà della comunità umana.


note

* Noi tutti abitiamo in una sorta di pollaio sovraffollato chiamato Europa e poco ci dovrebbe importare delle maniacali disquisizioni sulla precisione quantitativa e temporale del picco, quando ormai il picco sostanziale è conclamato ed il relativo danno è già avviato.

** Stiamo chiedendo tutti a gran voce di realizzare investimenti per le case passive mentre la gente le sta perdendo a causa dei mutui insostenibili, sembra la storia del pane e le brioches, e le aziende non sono certo messe meglio per poter pensare di ammodernare e razionalizzare energeticamente le produzioni. La cassa integrazione sembra per ora il presidio energeticamente più efficace.

*** Significativa anche perchè molta industria e le società civili hanno reagito ipotecando ulteriormente il futuro con importanti e scomposti investimenti a debito = "future energy claim". Consiglio di seguire il Crash course di Chris Martenson.

**** Mi hanno segnalato il film The Age of Stupid, mi sembra un titolo molto azzeccato per descrivere la nostra era. http://www.ageofstupid.net/

lunedì, novembre 03, 2008

Antinuclearista, io?


L'astronave atomica "Orione" proposta da Freeman Dyson verso la fine degli anni '50. Era il periodo d'oro dell'energia nucleare che ci prometteva infinita abbondanza. A quell'epoca, nessuno si definiva "antinuclearista". Che cosa è successo che ha cambiato tanto la nostra percezione?


Tempo fa, parlando con un giornalista in una di quelle interviste che ormai mi fanno abbastanza spesso, mi sono sentito definire "antinuclearista".

Antinuclearista, io? E' vero che mi trovo a far parte di un comitato di scienziati che si è espresso recentemente dichiarando che il nucleare "non è la soluzione" al problema dell'energia in Italia. Ma la parola "antinuclearista" mi ha un po' spiazzato. Sa di ideologia, di partito preso, di muro contro muro, di scalmanati vestiti da zombie che fanno finta di essere vittime della radioattività.*
Come mai, oggi, quando si parla di nucleare, ci dividiamo in pro e contro come se fossimo tifosi di due squadre di calcio? Sembra una discussione fra un adoratore di Baal e un buddista zen. Ma da quand'è che ci sono gli "antinuclearisti" e a che punto si è cominciato a vedere il nucleare come il babau delle storie? Cosa è successo al nucleare? Era una tecnologia che era partita con tante speranze negli anni '50, quando si diceva che avremmo avuto energia elettrica dal nucleare in tale abbondanza che non sarebbe valso nemmeno la pena di farla pagare agli utenti. Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato.

Torniamo indietro agli anni '60. Era il periodo d'oro del nucleare. Era anche l'epoca d'oro della fantascienza. Di tutte cose che leggevo all'epoca nei romanzi di fantascienza, le astronavi, le basi spaziali, le avventure interplanetarie, niente sarebbe stato nemmeno lontanamente possibile senza l'energia nucleare. Il futuro sarebbe stato nucleare; era ovvio, era evidente, era indiscusso. E sarebbe stato un futuro brillante di abbondanza.

Eppure, già a quei tempi qualcosa cominciava ad andare storto. In Italia, i guai cominciarono nel 1964, quando finì sotto inchiesta Felice Ippolito, presidente e fondatore del CNEN (Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare). Di questi eventi, mi ricordo molto poco; nel 1964 avevo 12 anni. Però, ero già un avido lettore di fantascienza, per cui quando si parlava di energia nucleare mi si drizzavano le orecchie. Mi ricordo bene del discorso che fece Saragat quando sostenne che "impiantare una centrale nucleare per produrre energia e come costruire una segheria per produrre segatura". Lo fece nel 1963; io avevo 11 anni e non so se lo notai a quell'epoca o - probabilmente - più tardi. Comunque sia mi ricordo benissimo di aver pensato che era una bella scemenza. Il nucleare ci sarebbe dovuto servire per le astronavi; non era certamente come una segheria che produce segatura. Solo molto dopo, mi è venuto da pensare che, forse, il fatto che Saragat sia diventato presidente della repubblica nel 1964 avesse una relazione con quel suo discorso antinuclearista (quello si!).

A quell'epoca, non mi venne in mente, e probabilmente non venne in mente a nessuno, che c'erano forze potentissime che volevano far si che l'Italia abbandonasse il nucleare. Il processo a Ippolito e il discorso di Saragat (e la sua elezione a presidente) erano state delle manifestazioni di queste forze. Ma il programma nucleare italiano ne era stato solo danneggiato; non era ancora morto.

Nel 1973 scoppiava la prima grande crisi del petrolio. Allora, come oggi, alcuni di noi si domandavano se non fosse il caso di lanciarsi sull'energia nucleare per risolvere la crisi. In Francia, si ragionò esattamente in quel modo e i reattori francesi attuali risalgono quasi tutti a quell'epoca.

Ma in Italia, non mi ricordo che ci fosse un dibattito in questo senso. Mi ricordo benissimo, come studente di chimica, di aver discusso con alcuni miei compagni di corso i relativi meriti delle tecnologie nucleari disponibili all'epoca: il reattore ad acqua pesante e quello ad uranio arricchito. Dopo lunghi ragionamenti, arrivammo alla conclusione che il primo (detto CANDU, "canadian deuterium uranium") era il migliore e che avremmo dovuto installarne alcuni in Italia. Ci domandammo vagamente perché non se ne parlasse; ma non riuscimmo a capirlo.

Passava il tempo e, con il 1985, i prezzi del petrolio scendevano a picco con l'arrivo sul mercato del greggio dell'Arabia Saudita e di quello del Mare del Nord. Il carbone era tornato di prepotenza come la tecnologia meno costosa per fare energia elettrica mentre il nucleare non era riuscito ad affermarsi (a parte la Francia) come un'alternativa al petrolio al tempo della crisi. Nel 1986, l'incidente di Chernobyl dette il colpo di grazia all'immagine di un'industria che sembrava destinata al declino. Non bastò la breve fiammata della "fusione fredda" nel 1989 a risollevare le sorti del nucleare; anzi, la delusione provocata dal fallimento fece ulteriori danni all'immagine stessa della scienza nucleare. Cominciava in questo periodo la moda degli "antinuclearisti" che facevano manifestazioni contro i reattori nucleari. La lista verde veniva fondata in Italia nel 1986. Come simbolo, aveva quel "sole che ride" che portava scritto in basso "Nucleare? No grazie." Con il referendum del 1987, si affossava totalmente l'energia nucleare in Italia, completando il lavoro che Saragat e altri avevano iniziato nei primi anni '60. Le cose non andavano meglio per il nucleare negli altri paesi. Le ordinazioni di nuove centrali si erano ridotte a zero e, nel 1990, chiudeva definitvamente il reattore francese "Superphénix", capostipite di quella generazione di reattori "autofertilizzanti" che soli avrebbero potuto realizzare in pratica i sogni di abbondanza degli anni '50.

Tutte queste cose avvenivano sullo sfondo di tanti altri eventi che, allora, ci sembravano tanto più importanti. Con la fine della prima crisi del petrolio e il crollo dell'Unione Sovietica, parve a molti che fosse veramente venuta la "fine della storia", come disse Francis Fukuyama. Non ci restava adesso che godere dei frutti della prosperità che il progresso tecnologico e il liberalismo economico ci avevano regalato.

Anch'io passai attraverso questa fase. Come ricercatore, mi ero formato al tempo della crisi energetica interessandomi, già nei primi anni '80, di energie rinnovabili e pile a combustibile. Con gli anni, però, queste cose sembrarono perdere importanza. Perché preoccuparsi di nuove forme di energia quando questa era così abbondante e a buon mercato in forma di petrolio, carbone, e gas? Nel 1987, l'anno del referendum italiano contro il nucleare, io stavo in Giappone a studiare la diffrazione degli elettroni nei solidi. Avevo lasciato perdere le ricerche sulle energie rinnovabili che mi sembravano di poca importanza, proprio come l'energia nucleare. Tutta roba del passato, si schiudeva ora il tempo dell'internet; della nuova economia, delle "dot-com". Del referendum italiano non me ne interessai minimamente; mi sembrò una cosa remotissima.

Ma tutto doveva cambiare di nuovo. La mia conversione e il ritorno al problema dell'energia avvenne in un pomeriggio nebbioso a Berkeley, l'11 Settembre 2001 quando, girellando per una libreria il giorno della distruzione delle torri gemelle, mi capitò fra le mani un libro intitolato "il picco di Hubbert" di Kenneth Deffeyes. Il problema dell'energia non era sparito, ce ne eravamo soltanto dimenticati e ora ritornava dal passato per vendicarsi.

Tornato in Italia, ritirai fuori i vecchi documenti sull'energia che avevo raccolto negli anni '80. Era di nuovo il tempo di pensare all'energia rinnovabile e, perché no, al nucleare. In effetti, quando cominciai a parlare in giro di "picco del petrolio" la reazione di quelli (pochi a quell'epoca) che mi davano retta era tipica: "ma allora.... bisogna tornare al nucleare!" La frase era sempre la stessa, detta con lo stesso tono di voce e la stessa pausa drammatica fra "allora" e "bisogna".

Ci pensai sopra anch'io, rispolverando le mie conoscenze di nucleare e ricordandomi delle vecchie discussioni al tempo della prima crisi del petrolio. Non era forse davvero il tempo di ritornare al nucleare? Mi ritornavano in mente i sogni di abbondanza della fantascienza degli anni '50, ma c'era anche qualcosa che non mi suonava giusto. Dopo che avevo cominciato a occuparmi di esaurimento del petrolio, mi ero fatto molto critico riguardo a tutte le promesse di abbondanza che, pure, l'industria petrolifera continuava ancora a fare. Mi veniva da sospettare che le promesse dell'industria nucleare potessero essere altrettanto vuote e propagandistiche.

Mi ci sono voluti diversi anni per esaminare la questione. Vi dico, francamente, che non tutto mi è ancora completamente chiaro. L'energia nucleare è una cosa enormemente complicata dal punto di vista tecnologico. C'è chi suddivide le centrali in quattro "generazioni", ma questo non ci serve a molto per orizzontarci fra le - letteralmente - decine di proposte tecnologiche che ci sono in giro. Reattori veloci, a uranio arricchito o naturale, moderato a grafite o a acqua pesante o leggera; raffreddamento a sodio, acqua, elio, piombo, reattori autofertilizzanti, a ciclo singolo o multiplo, eccetera. E' una specie di cacofonia tecnologica dove, se date retta alle promesse, non ci sono problemi per avere energia a basso costo per i secoli a venire.

Ma, nella pratica, se considerate soltanto quello che è disponibile, ovvero tecnologie che potete comprare sul mercato, beh, le loro prestazioni non sono per niente entusiasmanti. Il criterio di giudizio di una tecnologia è, come sempre, il ritorno energetico, il rapporto fra l'energia che la un impianto ti da nel corso della sua vita e quella che devi investire per costruire, mantenere, e smantellare l'impianto. Questo rapporto si chiama "EROEI" (Energy Return of Energy Invested) e, con tutta la buona volontà non è alto per l'energia nucleare. Girano su internet i numeri più strani, ma se guardate gli studi seri, fatti secondo i criteri rigorosi che sono necessari, vedete che il nucleare non ha un EROEI migliore delle rinnovabili. E poi ci sono tutti i problemi che sappiamo: dove mettiamo le scorie, le risorse limitate di uranio, la complessità della tecnologia, i problemi strategici e di proliferazione. Insomma, ce n'è più che abbastanza per raffreddare alquanto l'entusiasmo di quelli che, come me, leggevano delle astronavi nucleari negli anni '50 e credevano che il futuro sarebbe stato tutto nucleare.

E' così che sono diventato "antinuclearista"? No, con tutta la buona volontà non mi vorrei definire in questo modo. Più modestamente, mi definisco come "fautore delle rinnovabili". Non ce l'ho col nucleare per partito preso. Penso che sia una tecnologia bella: riuscire a spaccare i nuclei atomici in modo controllato è un vero trionfo dell'intelligenza umana. Ma come sorgente di energia; non è una buona idea. Anche se riuscissimo a renderla più efficiente di quello che è oggi, probabilmente rimarrà sempre troppo difficile per noi umani; rissosi e inaffidabili.

Forse un giorno qualcuno tirerà fuori una tecnologia nucleare semplice, efficiente e a prova di errore. Allora, forse, torneremo a parlare di astronavi interstellari e di week-end sulla Luna per tutta la famiglia; questo mentre ci rilassiamo sul bordo della piscina dove il robot-maggiordomo ci porta il vassoio con i Martini.

Per ora, tuttavia, meglio contare su quello che abbiamo. Non sono un antinuclearista, ma un fautore delle rinnovabili, quello si!

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* Purtroppo, Iacopo Fo ha pensato bene di fare propaganda antinuclearista prima delle ultime elezioni nazionali. Per questo, ha vestito dei poveri cristi da vittime radioattive del post-holocausto e li ha fatti andare in giro come "testimonial" di quanto è malvagio il nucleare. Non so dire quanti danni questo spettacolo abbia causato all'immagine delle rinnovabili come una cosa seria e non un'ideologia per fanatici; ma certamente ne ha fatti.

domenica, novembre 02, 2008

Io e il tassista



Questo dialogo è riferito a memoria, ma è la fedele trascrizione di una conversazione che si è veramente svolta fra me e un tassista romano. Il tassista parlava con un pesante accento romanesco, che ho cercato di rendere per quanto possibile in formato testo.


Io (mi aggiusto la cravatta che ho tirato fuori dalla valigetta, come faccio sempre quando vado a qualche convegno. E' inutile che stia incravattato per tutto il viaggio). Ecco.... ora sono a posto.
Tassista: va a un convegno, lei?
I: Si, un convegno.
T: E di cosa parla?
I: Di petrolio.
T: Petrolio? Non ne so niente; ma so che aumenta sempre la benzina
I: Eh, beh....
T: Ma a noi, la benzina ce serve, come facciamo a lavora'?
I: Non c'è molto da fare. Sa, sarà sempre più difficile.
T: Ma non è giusto: agli autobus gli fanno un prezzo speciale per il gasolio, e a noi no.
I: Vero, ma qualcuno alla fine deve sempre pagare.
T: Ebbé.... ma com'è che la benzina costa tanto?
I: Beh... non è che sia niente di strano. Di petrolio ce n'è sempre di meno...
T: Lei dice; ma com'è che sentivo dire che in Italia il petrolio ce l'abbiamo?
I: E' vero, ma ne abbiamo troppo poco.
T: Ma, lei che fa di mestiere?
I: Faccio il professore all'università
T: Ah si? Sa, ce parlavo di 'ste cose con i miei amici. Stavamo all'allenamento de calcio; sa, ce vanno i nostri figli. E c'era chi diceva che dovevamo farli studiare. Ma io dicevo che è 'na fesseria. Sa com'è questo mondo. E' inutile che uno studi: tanto poi se va avanti soltanto a mazzette e favori a questo e quello.
I: beh... le devo dare ragione.
T: non è meglio che un ragazzo se mette subito a fa' qualcosa che guadagna? Se se mette a studià, so soldi, e poi non serve a niente.
I. Eh, si.....
T. Eppoi, se è tutta 'na questione di mazzette se fai carriera nella vita, allora? Non le pare, professo'?
I. Ho l'impressione che sia proprio vero.
T. E allora, che se studia a fa'?
I. Me lo domando anch'io.

.... momento di silenzio............

T. Professò... me spiega 'na cosa?
I. Si?
T. Io sto a senti' tutte 'ste cose alla TV, ma ce ne una che non capisco proprio.
I. Mi dica
T. Che centrano le pecore cor petrolio?
I. Le pecore....?
T. Si, ne parlano sempre.
I. Di pecore?
T. Si, parlano sempre de 'sto gregge.
I. Gregge? Ah.... vuol dire il greggio.... è un altro nome del petrolio.
T. Ah.......

sabato, novembre 01, 2008

Il "Porta e Incassa" ("Conferimento Rimunerato"): un nuovo paradigma nella gestione dei rifiuti


In un post di Agosto del 2008 avevo ragionato sulla questione dei rifiuti proponendo che li si dovessero gestire con strutture "leggere" principalmente basate sull'iniziativa dei singoli cittadini e delle famiglie. Ovvero, che dovessero essere gestiti più o meno come una volta si gestiva la "spigolatura" (qui sopra in un quadro di Millet). Sembra che le cose si siano muovendo nella direzione che avevo identificato.
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Grosse novità nella gestione dei rifiuti in Italia. E' apparso ieri sulla stampa l'annuncio dell'approvazione da parte del consiglio dei ministri di un nuovo pacchetto di norme sui rifiuti. Su questo argomento, "La Repubblica" riporta le dichiarazioni del sottosegretario Guido Bertolaso:

"L'articolo 1 del decreto - aggiunge Bertolaso - consente ai cittadini della Campania di sviluppare in modo autonomo il riciclo della spazzatura. Ogni cittadino può andare con la spazzatura alla mano alla più vicina piattaforma Conai (consorzio nazionale imballaggi) e ricevere un compenso economico per i rifiuti riciclabili".

Questa è una piccola rivoluzione nella gestione dei rifiuti in Italia. Mentre in altri paesi, Germania, Stati Uniti e altri, è sempre stato possibile per il singolo cittadino ricavare un piccolo reddito differenziando i propri rifiuti, in Italia questo è proibito o, comunque, reso estremamente complicato dalle leggi vigenti.

Possiamo chiamare l'idea di essere pagati per differenziare i propri rifiuti come "Porta e Incassa" oppure, tenendo conto della tendenza di usare sigle un po' più pompose di chi lavora in questo campo "Conferimento rimunerato" Questo decreto recepisce un movimento di opinione che stava in qualche modo diffondendosi a vari livelli. Ne ho parlato in un post dal titolo "La spigolatura dei rifiuti" e a proposito della "proposta ecopunto" a opera della ditta Recoplastica, ma l'idea era matura. Con il generale impoverimento della società e con fasce sempre più ampie di cittadini ridotti a dover risparmiare su tutto, è necessario pensare a degli aiuti concreti alle famiglie. Fra questi, aiutano anche piccole cose come essere in grado di ottenere qualche soldo dalle bottiglie di PET e dalle lattine riciclate.

Ciò detto, alcune precisazioni sono d'obbligo.

1. Il decreto vale solo per la Campania. E' però un passo importante, che stabilisce un principio che potrebbe rapidamente diffondersi in tutto il paese

2. I lettori campani non pensino di potersi presentare oggi al Conai con un sacchetto di bottiglie e essere pagati. Il decreto stabilisce il principio. Questo però dovrà essere reso operativo con dei provvedimenti specifici che dovranno stabilire quanto i rifiuti saranno pagati, in che quantità li si potranno conferire, come e dove lo si potrà fare.

3. Nessuno diventerà ricco con il Porta e Incassa. Ai prezzi di mercato, si parla di 1-2 centesimi a lattina o bottiglia di PET. Questo a meno che il governo non sovvenzioni pesantemente questo tipo di raccolta, come si fa in Germania dove una bottiglia di PET viene pagata 15-20 centesimi.

4. Bisogna fare attenzione che il Porta e Incassa non vada a interferire con altri sistemi di raccolta differenziata che sono già in atto. Comunque, in media la raccolta differenziata come la si fa oggi non raccoglie più del il 30% dei rifiuti solidi urbani, per cui c'è posto per miglioramenti, anzi ce n'è un'assoluta necessità.

Si tratta quindi di un'evoluzione importante che va nella direzione giusta. Vedremo come si sviluppa e che risultati darà

Per un approfondimento su questo argomento, potete dare un'occhiata al mio (lunghissimo) post sulla "Spigolatura dei Rifiuti"