giovedì, novembre 20, 2008

Il picco del Boro in Italia?

Vapordotti a Larderello [da www.enel.it]

In questo articolo, gentilmente inviatoci dall'autore prof. Giorgio Nebbia, si racconta la storia dell'acido borico prodotto in Italia. Importantissimo intermedio chimico, viene utilizzato soprattutto nell'industria farmaceutica, dei chemicals per l'agricoltura, del vetro/smalti e altre ancora. Il professore esamina l'andamento delle serie storiche di produzione e si interroga sulle ragioni del declino del'output italiano; dovendo tener conto dell'entrata in competizione di produttori esteri (USA, Turchia, ...) risulta difficile separare i fattori geologici da quelli delle dinamiche economiche.

Un approccio "infinitista" tenderebbe a non preoccuparsi e a dichiarare che ci saranno sempre minerali di boro da qualche parte, e si acquisteranno da chi li venderà a meno; l'approccio cosciente dei limiti dello sviluppo, invece, dichiara: "Attenzione, oltre certe condizioni di bordo il minerale risulterà così diluito o sarà così in profondità nel giacimento, da rendere insufficienti le nostre capacità energetiche e tecnologiche per l’ulteriore approvvigionamento dello stesso" (FG)


Produzione di composti borici
nell’industria chimica
della Società Larderello

created by Giorgio Nebbia

Professore emerito di Merceologia, Università di Bari
nebbia@quipo.it

La storia dell’acido borico ricavato dai soffioni di vapore geotermico toscani presenta interesse sotto vari aspetti. Innanzitutto è una importante pagina della storia della innovazione e dell’imprenditoria toscana e italiana; in secondo luogo ha visto l’Italia in una posizione importante nei commerci internazionali di acido borico. Infine offre un esempio di storia del sorgere e del declino di una merce, un episodio di come variano le “popolazioni di merci” in un mercato.

La storia della produzione di acido borico a Larderello è ben nota ed è stata molto studiata e descritta recentemente, anche in occasione delle celebrazioni del centenario dell’avvio della produzione geotermoelettrica con l’accensione delle ormai famose “cinque lampadine” del principe Ginori Conti.

La produzione industriale italiana dell’acido borico, scoperto negli ultimi decenni del Settecento, proprio nei prodotti di condensazione del vapore geotermico, è andata crescendo nel corso di tutto l’Ottocento, anche grazie a continui perfezionamenti tecnici, fra cui si può ricordare l’uso dello stesso calore geotermico per la concentrazione delle soluzioni o sospensioni di acido borico, a partire dagli anni trenta dell’Ottocento.

L’acido borico è stato una delle importanti merci italiane di esportazione; l’iniziativa industriale è talmente entrata nell’immaginario collettivo che, ancora quando studiavo io, mezzo secolo fa, venivano citati i “soffioni boraciferi di Larderello” quando ormai il recupero dell’acido borico era in declino.

La produzione italiana di acido borico aveva peraltro già cominciato a subire la concorrenza dell’acido borico ricavato dai giacimenti di borati californiani scoperti negli anni ottanta dell’Ottocento a Death Valley e a Boron. Nonostante questa concorrenza la produzione toscana di acido borico aveva raggiunto le circa 2.000 tonnellate all’anno alla fine dell’Ottocento ed era salita fra 3.500 e 6.500 tonnellate all’anno negli anni fra il 1910 e il 1940. Dopo la Liberazione la produzione di acido borico aveva raggiunto di nuovo le 4.500 tonnellate all’anno per declinare a meno di 2000 t/anno nel 1961 fino a cessare nel 1965-1967

Dal 1956-58 è cominciata, sempre a Larderello, la produzione di acido borico dai borati di importazione.(oltre 80.000 t/anno nel 1969). Sono debitore dei precedenti dati alla prof. Ottilia De Marco, autore dell’importante saggio: “Andamento del mercato nazionale di acido borico e derivati”, sfortunatamente pubblicato nella rivista quasi sconosciuta e ormai introvabile Quaderni di Merceologia, vol. 9, n. 1, pagine 17-27 (1970), e al dott. Pier Domenico Burgassi che mi ha permesso di integrare, con numerosi dati, la serie storica della produzione dell’acido borico dall’Ottocento in avanti.

Calcolando una media di 1.000 t/anno nei venti anni 1840-1860, di 2.000 t/anno nei 40 anni dal 1860 al 1900, di 2.500 t/anno nei 20 anni dal 1900 al 1920, di 3.000 t/anno nei 20 anni dal 1920 al 1930, di 5.000 t/anno nei 15 anni dal 1930 al 1945 e di 3.000 t/anno dal 1945 al 1960, si può stimare, in modo molto grossolano, che dai campi geotermici di Larderello siano stati prodotti poco meno di mezzo milione di tonnellate di acido borico.

La presente ricerca è partita da più generali considerazioni sulle cause per cui la produzione di una merce aumenta e poi declina e dall’osservazione che una merce si comporta, in un mercato (di dimensioni inevitabilmente limitate) come si comporta una popolazione in un territorio pure di dimensioni limitate. Una popolazione dapprima aumenta rapidamente, poi il numero dei suoi individui aumenta con un tasso rallentato, poi si stabilizza, o più spesso declina.

Anche una merce viene assorbita da un mercato dapprima lentamente, perché nessuno ancora la conosce, poi, a mano a mano che viene conosciuta, aumentano i suoi usi e quindi la sua richiesta, fino a quando la capacità di assorbimento da parte di un mercato si stabilizza e la produzione della merce pure si stabilizza.

Peraltro una produzione stazionaria di una merce non dura molto per varie ragioni di cui esistono numerosi esempi.

Se la merce è estratta da una risorsa non rinnovabile di dimensioni limitate (per esempio il petrolio), e se non vengono scoperti nuovi rilevanti giacimenti, da un certo anno in avanti la sua produzione complessiva declina Il fenomeno è stato osservato per i giacimenti di petrolio negli Stati uniti: il massimo della loro produzione si è verificato intorno al 1975-80 e la produzione annua di petrolio degli Stati uniti, dall’inizio in avanti, può essere rappresentata in funzione del tempo con una curva “a campana”, più o meno di forma gaussiana, descritta dal geologo americano Hubbert e che prende il nome di ”curva di Hubbert”.

Produzioni che possono essere descritte con “curve di Hubbert” sono quelle dello zolfo nei giacimenti siciliani e romagnoli, di metano nella valle padana, di salnitro nell’altopiano cileno, e molti altri.

Talvolta il declino della produzione (o dell’estrazione) di una merce dipende dalla comparsa
sul mercato di una merce concorrente; anche in questo caso le “curve” di crescita e declino sono molto simili a quelle, ben note agli ecologi, di concorrenza fra popolazioni che si contendono un comune spazio e cibo.

La popolazione che invade un territorio occupato da un’altra popolazione può essere respinta e scomparire; oppure può essere così aggressiva da eliminare, dopo qualche tempo, la popolazione iniziale, Oppure le due popolazioni, quella degli invasori e quella invasa, convivono in qualche modo.

L’analogia merceologica è molto forte; il declino dell’estrazione dello zolfo siciliano fu determinata dall’impoverimento dei giacimenti, ma fu accelerato dalla invenzione di processi che consentivano di utilizzare lo zolfo dalle piriti, poi di estrarre zolfo nativo col sistema
Frasch; infine la produzione di zolfo Frasch è, a sua volta, scomparsa per esaurimento dei giacimenti americani e polacchi e per l’afflusso sul mercato di grandi quantità di zolfo recuperato dagli idrocarburi attraverso i processi imposti dalle norme antinquinamento.

Lo studio di questi fenomeni non è banale, né ha carattere di curiosità; il declino della presenza di una merce in un mercato è anticipato da “segni” che appaiono comuni in molti casi: la comprensione dei caratteri del fenomeno di declino di una produzione (o estrazione) di una merce potrebbe aiutare governi e imprenditori a pianificare, incentivare o disincentivare la produzione industriale in modo da evitare fenomeni di superproduzione invenduta e quindi di crisi.

Davanti alla serie statistica dei dati di produzione dell’acido borico toscano --- che, dal 1925 al 1965 presentano il carattere della tipica curva a campana “di Hubbert” --- ho cercato di capire quali potevano essere le cause del declino che pure è avvenuto in un periodo in cui sono aumentati gli usi industriali dei composti del boro.

Si trattava di un esaurimento del giacimento sotterraneo toscano di acido borico ? O di un cambiamento nella condizioni tecniche di estrazione del vapore geotermico, che “portava con se” meno acido borico ? O si trattava della comparsa sul mercato di grandi quantità di acido borico ricavato a basso costo da borati naturali ?

Devo confessare che, pur avendo dedicato una certa attenzione, nel corso di alcuni anni al problema, non sono riuscito a dare una risposta. Molte cortesi persone --- fra cui voglio ricordare i dottori Burgassi e Cataldi --- mi hanno fornito vari dati sulla concentrazione di acido borico del vapore estratto nel corso di ormai quasi due secoli e sull’evoluzione delle tecniche di estrazione del vapore geotermico, ma ugualmente sono finora fallito nel mio compito.

Forse una più attenta e profonda indagine su quanto è disponibile, negli archivi della società Larderello, delle analisi condotte sul vapore geotermico, nel corso dei decenni, potrebbe dare al problema una soluzione che però, pur con rammarico, devo lasciare a qualche studioso che vorrà continuare questo lavoro, se vi sarà mai uno studioso che troverà non ozioso dedicarci un po’ di tempo.

mercoledì, novembre 19, 2008

La fine del riciclo delle materie prime?

Prezzi aggiornati delle materie prime di recupero, da Garwer s.r.l.


Negli ultimi tempi la crisi delle borse ha messo in crisi tutto il sistema di riciclaggio causando il crollo dei prezzi delle materie prime. Il rame era arrivato a costare 5.5 euro al kg in Luglio, oggi (come vedete sopra) è crollato a meno di 3 Euro al Kg. Praticamente si è dimezzato. Un andamento simile si vede per tutte le altre materie prime.

Questo mette in crisi l'industria del riciclaggio? Si, certo, ma non di più di quanto non siano in crisi tutte le altre industrie. La crisi generalizzata riduce la domanda di materie prime di tutti i tipi. Però va detto anche mette anche in gioco forze economiche nuove: chi ha perso il lavoro e non riesce più ad arrivare a fine mese si trova molto di più necessità di trovare nuove fonti di guadagno. Incassando qualcosa dai propri rifiuti, per esempio con il "porta e incassa" un metodo di riciclaggio dei rifiuti in cui la gente porta direttamente i propri rifiuti separati a un punto di raccolta e incassa il corrispettivo in danaro.

Anche a livello di società in generale, diventa importantissimo rivitalizzare il sistema industriale fornendogli materie prime. Ricordiamoci che i prezzi ci sembrano bassi perché sono diminuiti, ma non sono "bassi" in termini assoluti. Guardate questi dati storici sul rame (da infomine.com)


Qui, i valori sono in dollari per libbra, convertendo il valore attuale del rame a 2.8 Euro/kg corrisponde a 3.6 dollari/kg, ovvero circa 1.8 dollari/libbra. Siamo scesi rispetto ai massimi storici della metà del 2008, ma siamo ancora su livelli molto superiori rispetto a quella che era stata la media negli ultimi anni. E non aspettatevi che rimangano così "bassi" per sempre. In sostanza, non è finita l'era del riciclaggio delle materie prime. E' finita l'era delle materie prime a buon mercato.

________________________________

Nota: parlando del "porta e incassa", quanto si può incassare oggi da una bottiglia di PET? Beh, diciamo che pesa intorno ai 30 grammi. Per fare un kg, ce ne vogliono almeno 30. Ammesso che uno sia pagato al prezzo del mercato internazionale per il polietilene (non dovrebbe essere molto diverso da quello del PET), da 1 kg si ricavano circa 0.67 Eur. Per fare un euro ci vogliono circa un kg e mezzo di bottiglie. Come ho detto più volte, nessuno diventa ricco con i rifiuti quando sono pagati a prezzo di mercato.

martedì, novembre 18, 2008

Come si propaga una crisi


Mentre cercavo in rete del materiale storico, mi sono imbattuto in alcune pagine, su cui mi sono soffermato. L'argomento era relativo ai comportamenti sociali di popolazioni che si sono trovate a dover sbarcare il lunario in condizione di forte sottocapacità negli approvigionamenti di base (soprattutto alimentari).

Prima e durante ultime guerre del secolo scorso, milioni di persone hanno sofferto la fame, in particolare in Russia, Cina e Corea. Il comportamento ricorrente che mi ha colpito è stato quello della cannibalizzazione tra simili: fenomeno piuttosto diffuso in natura (branchi di leoni; mantide religiosa etc) in quanto caratterizzato da forti motivazioni energo-biologiche, ma così ripugnante e grottesco nel caso di un essere "evoluto" come l'Uomo.

Fatta questa premessa, la lascio un attimo da parte e mi chiedo: cosa succederà quando la crisi mostrerà il suo vero volto?
Nessuno può permettersi di dare risposte sbrigative a problemi complessi. Nemmeno possiamo presentare un supermodello che preveda esattamente quello che succederà... un tale modello non esiste! L'unica "superintelligenza" che possediamo è l'immenso bagaglio storico e scientifico dell'umanità: questa esperienza cognitiva, una volta condivisa nella rete globale, può essere un ottimo precursore del supermodello immaginario.

Se riusciamo a mettere in pista un piano massiccio di risparmio energetico, di diffusione di Rinnovabili e di recupero materiali, abbiamo buone possibilità di farcela. Sicuramente si passerà attraverso momenti di difficoltà, ammortizzatori sociali, crisi localizzate a raffica e cose simili; tuttavia si riuscirebbe a evitare una crisi sistemica e irreversibile, riuscendo nel lungo termine ad agganciarsi ad un' "orbita" rinnovabile.

Se invece crediamo di continuare con l'attuale modello e di fare correzioni qua e là su basi puramente finanziarie, la Termodinamica trasferirà i suoi debiti energetici sulle masse dei più poveri. Per questi lo scenario presentato al secondo paragrafo potrebbe diventare molto più reale di una manciata di pixel sullo schermo. Dopodichè, l'effetto domino su scala sociale e geopolitica (migrazioni di massa, repressione, disordini sociali, disoccupazione, povertà diffusa) attuerebbe il contagio globale.

lunedì, novembre 17, 2008

Le civiltà muoiono di burocrazia


Nel suo monumentale studio del 1988, "Il collasso delle società complesse," Joseph Tainter sostiene che le civiltà umane tendono a crollare per eccesso di complessita, schiacciate dal peso delle strutture amministrative che esse stesse creano. In altre parole, muoiono di burocrazia.


Chi si occupa di risorse e di materie prime tende spesso a vedere la decadenza e il collasso delle società nella storia come dovuto al graduale esaurimento delle loro fonti di sostentamento. Questa è l'opinione, per esempio, di Jared Diamond che la espone nel suo libro "Collapse". Tuttavia, esiste un'altra linea di pensiero che vuole che la decadenza delle società sia dovuto a fattori interni, ovvero a una degenerazione delle loro strutture di controllo e di gestione. Questa è l'opinione, per esempio, di Joseph Tainter che l'ha analizzata nel suo libro "Il collasso delle società complesse". Secondo Tainter, quelle strutture di controllo che chiamiamo "burocrazia" sono utili fino a che non superano un certo limite di complessità. A quel punto, cominciano a essere un peso che, a lungo andare schiaccia inesorabilemente la società che lo ha prodotto.

Personalmente, sono sempre stato piuttosto restio ad accettare l'ipotesi di Tainter. Di recente, tuttavia, ho cominciato a pensare che non sia incompatibile con l'altra ipotesi, quella del collasso da carenza di risorse. Questa mia impressione è stata rinforzata da alcune esperienze personali, per esempio quella dell'installazione dell
'impianto fotovoltaico sopra il tetto di casa mia. Ultimamente mi è capitata un'altra disavventura burocratica che ha rinforzato la mia impressione e che penso di potervi raccontare qui di seguito.

Quando se n'è andata, in Aprile di quest'anno, mia madre non ha lasciato grandi beni al sole. Solo la comproprietà della casa dove viveva con mio padre e qualche soldo risparmiato dalla sua pensione di insegnante. Mi ci è voluto poco per capire che il tutto non richiedeva avvocati e cose del genere. Restava comunque una dichiarazione da fare all'Agenzia delle Entrate. Mi sono incaricato io stesso di farlo, ignorando quelli che mi avevano suggerito di affidare tutto a un commercialista. E' solo un modulo, mi sono detto, cosa sarà mai riempirlo?

Ahimé, la cosa si è rivelata una piccola odissea. Non sto a raccontarvi tutti i dettagli, mi limito ad accennarvi di come sia necessario recarsi fisicamente all'Agenzia delle Entrate e sorbirsi ore di attesa per ricevere un set di moduli e istruzioni quasi illeggibili, in quanto fotocopie di fotocopie di fotocopie. L'altra agenzia che bisogna consultare per queste cose, il catasto, ti fornisce invece dei moduli leggibili, ma stampati su una carta giallastra che sembra venire dall'800 e dove leggiamo, fra le altre cose, un'avvertenza corredata di un improbabile avverbio: "si prega di compilare dattilograficamente". Chissà, forse da qualche parte, nel mezzo di una oscura foresta, esiste un cimitero delle macchine da scrivere dove si può ancora trovare qualche rugginosa Olivetti lettera 22 in grado di scrivere "dattilograficamente".

Raccolti questi fogli, uno se ne torna a casa e si deve arrangiare. Piano piano, ti accorgi che su internet si possono trovare molti dei dati mancanti. Ti accorgi anche che i moduli si potrebbero, teoricamente, riempire on line, anche se gli impiegati agli sportelli delle varie agenzie sembrano essere del tutto ignari di questa possibilità. Nella pratica, ti accorgi anche che via internet si possono fare certe cose, ma non tutte; oppure che fare certe cose via i siti internet delle varie agenzie è reso così complicato da regole assurde che ti prende lo sgomento. Va a finire che non hai scelta se non riempire laboriosamente a mano i moduli cartacei.

Internet o no, comunque, nulla si può fare contro l'astruseria di certe cose se non armarsi di pazienza a livello di Giobbe e studiarsi con calma le istruzioni fornite. Da ovunque arrivino sono poco chiare, incomplete e alle volte (scusate la paranoia) danno l'idea di essere intenzionalmente fuorvianti.

La mancanza di istruzioni chiare ti costringe a un certo numero di pellegrinaggi all'agenzia delle entrate e al catasto per chiedere delucidazioni. Questo implica ore di attesa e discussioni con impiegati a volte gentilissimi, ma a volte anche assai maleducati. Non so se questi stessi impiegati che di giorno ti trattano male, di notte ti aiutano a pagamento a riempire i moduli. Ma li direi più che altro vittime anche loro di un assurdo meccanismo che ricorda la vecchia idea di rivitalizzare l'economia mettendo metà della gente a scavare buche e l'altra metà a riempirle. Questa impressione non si può evitare quando li si vedono laboriosamente ricopiare dai moduli cartacei ai loro computer i dati che tu avevi in precedenza laboriosamente trasferito dal computer ai moduli cartacei. E' curioso vederli tribolare così nell'era di internet, come pure è curioso vederli solennemente timbrare i moduli con una procedura che, immagino, già si faceva all'epoca di Napoleone. Non li invidio, anche se immagino che sia meglio che lavorare, che so, in una fabbrica di mine antiuomo.

Con 14 pagine di modulo principale e i molteplici moduli e volture allegati, considerando che ogni riga è una dura lotta per capire cosa vogliono da te, ci vuole un certo tempo. Per me è stato un lavoro che mi ha preso i dopocena di un buon mesetto. Bene o male, questa faccenda sono riuscito a concluderla ma, fra le altre cose, vi posso dire che il tutto non costa poco: fra bolli, imposte e balzelli vari sono svariate centinaia di euro che si devono pagare indipendentemente da quello che il defunto ha lasciato. Una vera e propria "tassa sulla morte" che può anche essere un bel peso in questo periodo in cui tanta gente ha difficoltà ad arrivare a fine mese.

Da un'esperienza del genere, si rischia di uscire inneggiando al ministro Brunetta. Che ci pensi lui a prendere a calci nel posteriore questa banda di incompetenti sfruttatori! Si capisce perché è così popolare. Ma, ovviamente, Brunetta sta soltanto peggiorando la situazione. Punendo gli impiegati statali otterrà soltanto che questi poi se la rifacciano con i poveracci che si presentano ai loro uffici. Non abbiamo bisogno di punire gli impiegati statali, ma di ridurre la burocrazia. Dobbiamo semplificare le regole e renderle più agevoli da seguire per il cittadino che oggi è costretto a subirsi un trattamento che non posso che definire altro che umiliante.

Ma, per qualche ragione, quando si presenta un problema da risolvere, è raro che qualcuno proponga di risolverlo abolendo qualche inutile regola. Ultimamente, si comincia a parlare di "semplificazione" ma, nel complesso, sembra che questa non sia considerata una gran priorità da nessuno. Così, leggi, decreti, regole, moduli e marche da bollo si accumulano in massa sempre maggiore, addirittura esponenziale (vedi per esempio un commento di Carlo Stagnaro sul continuo incremento della burocrazia ambientale dell'UE).

Ha ragione Joseph Tainter a dire che è questo continuo incremento di burocrazia che alla fine distrugge le società? Forse non è la sola causa, ma in effetti sembra che la massa di regolamenti e leggi che ci affligge è allo stesso tempo un peso economico insopportabile e un modo di impedire che la società si adatti alle condizioni di un mondo che cambia sempre più rapidamente. L'esempio che ho portato, la dichiarazione di successione, fa il solo danno di far perdere tempo alla gente, ma ci sono leggi e regole che sono positivamente dannose. Per esempio, quelle sulle energie rinnovabili che si dimostrano nella pratica molto efficaci per impedirne l'installazione. Ci sono poi le regole che ti impediscono di retrofittare un veicolo trasformandolo in elettrico. Altre regole ti impediscono di recuperare materie seconde e di rimetterle in circolo nel sistema industriale. Tutti questi sono danni reali fatti alla società dalla burocrazia.

Quale demonio misterioso fa si che cadiamo preda di mostri che noi stessi creiamo? Perché non riusciamo a ridurre la burocrazia? Non c'è una risposta chiara, ma io credo che alla fine dei conti l'interpretazione di Tainter non sia incompatibile con quella che vede nella disponibilità di risorse la ragione del crollo della civiltà.

Vista in termini di dinamica dei sistemi, la burocrazia si comporta come un predatore di risorse. Cresce in funzione della loro disponibilità, ma mostra anche una sfasatura temporale. Mentre il flusso delle risorse (la preda) comincia a diminuire, quello del predatore (la burocrazia) continua ad aumentare, almeno per un certo periodo. Questo è il risultato dell'inerzia delle strutture. E' in questo periodo di sfasamento che la burocrazia fa i maggiori danni, assorbendo risorse preziose e bloccando i tentativi della società di trovare nuove strade per sopravvivere.

In sostanza, è vero: le civiltà possono morire di burocrazia. Riusciremo ad evitarlo? Chi lo sa? Visto come stanno andando le cose, sembrerebbe di no.

___________________________________________________


Questa odissea burocratica che vi ho raccontato l'ho vista, in un certo senso, come un insulto fatto a mia madre che di certo non poteva immaginare che mi avrebbe lasciato questa bega. Mi piacerebbe però ricordarla su questo blog con qualcosa di meglio di un post polemico. Così, vorrei ricordare di lei una cosa che mi ha raccontato tante volte. Era nata in un paesino della Calabria e da piccola il rumore del mare era l'ultima cosa che sentiva prima di addormentarsi e la prima quando si svegliava. In Toscana, questo rumore le mancava e mi diceva sempre "sono nata al mare, vorrei morire al mare". Spero però che riposi bene lo stesso anche nella quiete delle colline fiesolane.

domenica, novembre 16, 2008

Gli attrezzi di domani si costruiscono con quelli che abbiamo oggi



Il titolo del post può sembrare un tantino ingenuo, tuttavia credo che in realtà sia fecondo di numerosi spunti meditativi.

Più di una volta ho sentito citare da sedicenti "anti-catastrofisti" l'aneddoto secondo cui "l'età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre, non dobbiamo preoccuparci inutilmente, il petrolio non finirà prima che qualcuno trovi qualcos'altro".

Trovo questo asserto un po' vago e anche inconcludente. E' molto pericoloso perchè, oltre a catturare la simpatia di superficialoni & consumisti irriducibili, può stuzzicare anche chi, come economisti e politici, fa spesso (e a volte solo) ragionamenti basati su prezzi, domanda&offerta, "convenienza" etc.

Cominciamo con le pietre. Nella Preistoria la roccia era la materia prima d'elezione per realizzare utensili, in virtù della sua disponibilità e facilità di reperimento, delle sue proprietà di durezza e resistenza, della possibilità di lavorazione per sfregamento (la famosa "pietra levigata").
Poi, qualche artigiano un po' più riflessivo osservò che, con un certo sforzo, era in effetti possibile realizzare utensili fondendo minerali del rame, dello stagno e del ferro. La Metallurgia costava una certa "fatica", ma superata questa forniva utensili di qualità e lavorabilità superiore.

Dunque, le pietre sono state abbandonate in ragione di minerali/metalli pure "abbondanti" e a maggiore valore aggiunto. Per realizzare i nuovi utensili sono state utilizzate risorse consolidate e ad alta disponibilità: oltre alle pietre, mettiamoci pure la legna e il carbone necessari alla riduzione dei minerali e alla fusione dei metalli. Un bel salto.
La tumultuosa crescita dell'ultimo secolo (salto alcuni millenni, che seppur importantissimi e necessari, hanno visto un impatto sulle risorse molto contenuto) ci ha portati in una situazione in cui le risorse su cui siamo basati (idrocarburi, metalli, altri minerali e biomasse) danno segni di "scarsità", naturalmente rispetto agli enormi bisogni di oggi.
Il Petrolio e il Gas, su cui non mi dilungo, sono il fulcro di guerre e tensioni geopolitiche; Acciaio, Rame e altri metalli ad alto consumo vedono schizzare le loro quotazioni; un metallo raro non molto noto, il Tantalio, è fondamentale per l'odierna industria microelettronica, ed è una delle poste in gioco dell'attualissima guerra in Congo.

Ora, passare dal Petrolio e dall'industria estrattiva a un nuovo paradigma non sarà banale. Mentre il passaggio dalle pietre ai metalli era notevolmente migliorativo, quello a nuove fonti e a tecnologie basate sul riciclo non lo sarà per niente, per lo meno nel medio termine. La causa essenziale è la fortissima dipendenza che qualunque attività umana ha dal petrolio, dal gas e dalle materie prime fossili in genere.

La transizione passerà attraverso riduzione di posti di lavoro, crisi economiche e anche socio-politiche. Naturalmente, se riusciamo a entrare in un' "orbita rinnovabile", arriveremo a una qualità di vita superiore, ripulendoci di bisogni superflui, e senza rinunciare alle possibilità dell'Era della Conoscenza. Ma sarà un percorso lungo.

Il flusso energetico e dei materiali è ora a un massimo già declinante; se destiniamo la maggior parte delle risorse a fare quello cui siamo abituati da 40 anni (iperprodurre, mettere in discarica, incenerire, congestionarci di traffico, creare professioni-fantoccio ...), finiremo col ritardare ulteriormente il passaggio alla rinnovabilità. Oltre un certo tempo, tale passaggio potrebbe risultare estremamente difficile o addirittura compromesso.

Per realizzare pannelli termici e fotovoltaici, wind-farms, impianti geotermici eccetera abbiamo bisogno di energia di start-up, che non potrà derivare che da idrocarburi (o centrali nucleari). Nel frattempo, dobbiamo riuscire a pilotare una riduzione industriale, dei trasporti e dei servizi che la termodinamica sta richiedendo a gran voce, il tutto contenendo al massimo i rischi o le entità di tracolli sistemici.

Ipotizzando di realizzare una robusta rete rinnovabile, sfida già di per sè enorme, dovremo arrivare anche ad essere capaci di generare impianti rinnovabili per mezzo di energie/materiali rinnovabili. E' un'impresa titanica ma non impossibile; tuttavia, se ci tiriamo indietro e ci scoraggiamo non avremo speranza. Non abbiamo molto tempo per decidere.

sabato, novembre 15, 2008

Viaggio in un'Italia diversa

La storia si occupa dei fatti, così come li vediamo e li analizziamo a distanza di un certo tempo. Ma esiste anche una storia della percezione dei fatti; ovvero di come gli eventi venivano percepiti e vissuti al tempo in cui accadevano.

La storia della percezione può non essere meno interessante della storia dei fatti. Se leggiamo i giornali del tempo della Grande Guerra, ci accorgiamo che la disfatta di Caporetto non c'era. Da quello che si poteva leggere a quel tempo, si poteva capire che qualcosa non andava bene sul fronte solo sulla base dell'improvviso incremento di accuse e insulti contro i nemici Austro-Ungarici. La seconda guerra mondiale non dava una percezione più accurata della realtà a chi leggeva i giornali dell'epoca: la sconfitta era visibile più che altro dall'andamento degli improperi lanciati contro i "disfattisti". Nel futuro, probabilmente ci sarà chi si domanderà come fosse possibile che eventi importantissimi dei primi anni del ventunesimo secolo, per esempio il picco del petrolio, siano stati completamente ignorati. Quello che sta succedendo veramente, lo si può capire dalla stampa solo indirettamente dagli improperi lanciati contro i catastrofisti e gli speculatori.

Nell'ultimo libro di Bruno Vespa, "Viaggio in un'Italia diversa" vediamo bene come la percezione del mondo nella cronaca si sia staccata dalla realtà della situazione. In quasi 500 pagine di testo, vediamo susseguirsi una serie di notizie e di storie che ci dicono tantissime cose e che non ne approfondiscono nessuna. E' una telenovela di decreti e dichiarazioni dove gli eroi positivi sono i membri del governo Berlusconi, negativi quelli dell'opposizione. Dove non si riescono a tirar fuori eroi positivi, ovvero nella vicenda Alitalia, il risultato è particolarmente deprimente. La Caporetto della compagnia di bandiera italiana, così come descritta nel libro di Vespa, non risulta più comprensibile al lettore di oggi di quanto la vera Caporetto non risultasse chiara al lettore del 1917.

Eppure, il libro di Vespa ha del buono. Merita di essere letto per i primi quattro capitoli; quelli che hanno a che fare con un'Italia veramente diversa; quella degli immigrati, dei Rom, dei disoccupati, dei pensionati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese e sono costretti a rovistare nei cassonetti per rimediare qualcosa da mangiare. Vespa, qui ha fatto il suo mestiere di giornalista andando di persona a visitare i campi Rom, i campi di accoglienza degli immigrati e i quartieri poveri di Napoli. Il risultato è un quadro molto frammentato ma che si fa leggere e che ti da delle notizie che altrimenti sarebbe difficile recuperare. Pur nella sua impostazione non certo di grande simpatia verso immigrati e Rom, Vespa si mantiene abbastanza neutrale e non cade nell'insulto gratuito. Per esempio non riporta mai l'accusa, comunissima nei quotidiani e in tv, dei Rom che "rapiscono i bambini".

Ma Vespa si chiede mai qual'è la ragione di tutta la miseria e sofferenza che lui ha descritto in quattro capitoli (totale 140 pagine)? Io ho trovato solo una frase a questo proposito, a pagina 117: "effetti dell'euro e delle speculazioni che ne sono derivate". Tutto qui.


__________________________________________________

Ma com'è che mi è venuto in mente di comprare il libro di Vespa? Beh, il carrello del supermercato accoglie tante cose.

venerdì, novembre 14, 2008

Con o senza limiti? Efficienza, compatibilità e sufficienza



created by Gianluca Ruggieri

[Dipartimento Ambiente-Salute-Sicurezza
Facoltà di Scienze MM.FF.NN.
Università degli Studi dell'Insubriavia VARESE]


Le sfide che attendono le prossime generazioni sono ormai riconosciute a tutti livelli. In particolare l’esaurimento delle risorse fossili e il cambiamento climatico sono fenomeni ormai acclarati. Sono sempre meno numerosi gli studiosi che li negano, anche se continuano ad avere un ampia risonanza sugli organi di informazione (si veda per esempio Stefano Caserini “A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia”, Edizioni Ambiente, 2008).

Altri gravi fenomeni come la sovrappopolazione, il depauperamento dei suoli, l’esaurimento delle risorse d’acqua potabile, sono meno dibattuti ma altrettanto critici.
Le possibili strategie per affrontare queste sfide sono numerose, ma tutte in qualche modo si confrontano con i limiti della "capacità di carico" del pianeta. Spesso questo confronto rimane tra le premesse implicite che caratterizzano i singoli approcci: possiamo identificare in linea di massima due possibili atteggiamenti.
Il primo è quello di negare de facto che l’umanità si debba confrontare con dei limiti. È il tipico atteggiamento delle grandi agenzie internazionali, dei governi e degli enti sovranazionali. Sulla base di questa premessa si individuano gli scenari tendenziali (Business as Usual, BaU), e le possibili politiche di intervento vengono definite in base alla linea tendenziale.
Se per esempio consideriamo i consumi energetici globali, questo approccio sottintende che sia possibile continuare ad aumentarli indefinitamente. In particolare questo aumento potrà essere lineare (ogni anno si aumenta della stessa quantità) o addirittura esponenziale (ogni anno si aumenta della stessa percentuale). Tuttavia, se vengono messi in atto degli interventi volontari di riduzione, possiamo in qualche modo controbilanciare il possibile aumento previsto. In questo modo ad esempio è possibile considerare positivo un intervento che mantiene costanti i consumi nel tempo, perchè senza l’intervento sarebbero invece aumentati.
Questo approccio è adottato dall’Unione Europea, per esempio nella Direttiva 32 del 2006 concernente l'efficienza degli usi finali dell'energia e i servizi energetici, oppure nel piano 20-20-20. Gli obiettivi di efficienza energetica sono definiti rispetto allo scenario BaU, quindi ad esempio uno Stato Membro potrebbe raggiungere i propri obiettivi di 20% di incremento di efficienza, e contemporaneamente aumentare i propri consumi.
Mi è capitato personalmente di adottare questo approccio durante lo studio per Greenpeace cui ho partecipato lo scorso anno. In quel caso era il modello di calcolo utilizzato che considerava la domanda di energia elettrica come un dato esogeno e in costante aumento.
Un atteggiamento invece opposto è quello che deriva dall’avere adottato interamente il concetto di limite, nel dipanarsi degli scenari. Il concetto di limite fu portato al centro del dibattito scientifico mondiale tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Fondamentale fu l’iniziativa del Club di Roma, che diede origine al rapporto “The Limits to Growth” realizzato da un gruppo di ricercatori del MIT di Boston (Donella H. Meadows, Dennis l. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III) e pubblicato nel 1972. Negli stessi anni venivano sviluppati tra gli altri i lavori di Nicholas Georgescu-Roegen (per esempio “The Entropy Law and the Economic Process” del 1971 e “Energy and economic myths” del 1976) e quelli di Ernst Friedrich Schumacher (“Small Is Beautiful: A Study of Economics As If People Mattered” del 1973). Di poco successivo il lavoro di Herman Daly che a partire dal 1977 ha lavorato al concetto di economia dello stato stazionario. Curiosamente questi percorsi che derivano da discipline e approcci diversi giungono a conclusioni analoghe.


L’opera di questi pionieri non tardò ad affermarsi e fece strada a diverse azioni concordate a livello internazionale. In particolare il lavoro della Commissione Bruntland portò nel 1987 a definire lo Sviluppo sostenibile (Sustainable Development) come “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Il concetto di Sviluppo sostenibile però rimane inadeguato: intanto perchè troppo generico poi perchè tende a rivitalizzare il concetto di sviluppo, criticato profondamente da molti autori. Si veda ad esempio “Dizionario dello sviluppo” a cura di Wolfgang Sachs, EGA, 1998 che raccoglie gli interventi di Marianne Gronemeyer, Ivan Illich, Gérald Berthoud, Majid Rahnema, Arturo Escobar, Barbara Duden, Majid Rahnema, Jean Robert, José María Sbert, Vandana Shiva, Claude Alvares, Serge Latouche, Ashis Nandy, Gustavo Esteva, Otto Ullrich, C. Douglas Lummis, oltre che dello stesso Sachs.

Negli ultimi anni sono però diverse le iniziative che derivano dal tentativo di rispondere alle esigenze di benessere globale, mantenendoci all’interno dei limiti fissati dalla nostra biosfera. Tutti in qualche modo tendono ad applicare l’approccio “Contraction and Convergence” tradotto in italiano come contrazione e convergenza. L’approccio C&C prevede che i paesi che oggi sono i maggiori emettitori di gas serra vadano a diminuire le loro emissioni fino a convergere ai livelli del resto del mondo. Il concetto sviluppato riguardo alle emissioni di gas serra, è poi applicabile anche in altri campi.

Come ricorda il Wuppertal Institut in “Per un futuro equo. Conflitti sulle risorse e giustizia globale”, Feltrinelli 2007 il modello C&C “contraddice due presupposti alla base dell’economia della crescita: in primo luogo la credenza diffusa che lo sviluppo economico sia subordinato a un grande consumo di risorse (...) e in secondo luogo, l’opinione che il benessere delle persone aumenti di pari passo con i consumi”.
Tra una iniziativa e l’altra vi sono molte differenze, una delle più importanti è la determinazione del limite di sostenibilità che risulta diversa per diversi autori. Tra gli altri è possibile citare:
- La società a 2000 W (2000-Watt-Gesellschaft) proposta da alcuni ricercatori dell’ETZ il Politecnico di Zurigo;
- “Cento watt per il prossimo miliardo di anni” volume di Erika Renda e Luigi Sertorio;
- L’approccio Factor Four del Wuppertal Institut ovvero come raddoppiare il benessere e dimezzare l'impatto ambientale moltiplicando per quattro l'efficienza della produzione, proposto anche in “Fattore 4. Come ridurre l'impatto ambientale moltiplicando per quattro l'efficienza della produzione” L. Hunter Lovins, Amory B. Lovins, Ernst U. von Weizsacker, Edizioni Ambiente 1998;
- Il Piano B di Lester Brown dell’Earth Policy Institute liberamente scaricabile dal web nella sua traduzione italiana, “Piano B 3.0 - Mobilitarsi per salvare la Civiltà” Edizioni Ambiente 2008;
- Il concetto di impronta ecologica applicabile alle economie di intere nazioni, ma anche agli stili di vita personali di ciascuno di noi, presentato nella nuova edizione di “L'Impronta Ecologica - Come ridurre l'impatto dell'uomo sulla Terra” di Mathis Wackernagel, William E. Rees, Edizioni Ambiente 2008;
- Il modello dell’autonomia energetica di Hermann Scheer che tende ad accorciare le filiere dell’approvvigionamento energetico, così che ogni territorio possa fare i conti solamente con le risorse energetiche effettivamente disponibili: anche in questo caso Edizioni Ambiente ha pubblicato i lavori di Scheer, “Autonomia energetica Ecologia, tecnologia e sociologia delle risorse rinnovabili” del 2006 ma soprattutto “Il solare e l'economia globale - Energia rinnovabile per un futuro sostenibile” del 2004.
A questi si può aggiungere l’approccio del movimento della Decrescita, a partire dai lavori di Georgescu-Roegen fino a quelli di Serge Latouche, Mauro Bonaiuti e Maurizio Pallante, che però non determina degli obiettivi quantitativi globali ma piuttosto delle pratiche concrete.
Ovviamente ognuno di questi approcci meriterebbe un’analisi approfondita che non è possibile limitare a questo post.

In ogni caso, qualunque sia l’approccio adottato, si giunge alla conclusione che le strategie ricorrenti di fatto sono tre: efficienza, compatibilità e sufficienza. Come perfettamente sintetizzato ancora una volta dal Wuppertal Institut in “Per un futuro equo”:
“Efficienza significa ridurre l’uso di materiale ed energia in ogni merce o prestazione grazie a una tecnologia e un’organizzazione ottimizzate, grazie al riciclaggio e alla limitata produzione di rifiuti. (...) la strategia di efficienza rappresenta un ottimo battistrada sulla via della sostenibilità, ma mostra i propri limiti appena l’aumento del volume delle merci e dell’impiego di energia supera quello che si risparmia.
La compatibilità invece rappresenta il connubio tra natura e tecnologia. Il principio cardine è che i metabolismi industriali non devono danneggiare quelli della natura (...) Inoltre vale la regola per cui in un sistema intelligente non esistono rifiuti, solo prodotti. (...)
Ma anche la strategia della compatibilità non è una panacea. (...) Le tecnologie informatiche finora non hanno portato a un minore ma a un maggiore consumo di materia ed energia. (...)
La sufficienza a sua volta ci interroga su quanto sia abbastanza, su cosa possano tollerare realmente l’economia e gli esseri viventi. (...) mentre efficienza significa fare le cose nel modo giusto, sufficienza equivale a fare le cose giuste.”
Efficienza, compatibilità e sufficienza. Le tre strade per la sostenibilità sono tutte necessarie: nessuna è sufficiente. Tutte condividono qualche limite, e solo ragionando in maniera integrata e cercando di applicarne i principi contemporaneamente possiamo pensare di affrontare le crisi all’orizzonte tramutando i problemi in opportunità.

----------------
Grazie a Terenzio Longobardi e Marco Pagani per i preziosi suggerimenti




[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno@gmail.com. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

giovedì, novembre 13, 2008

Non soluzioni, ma azioni



Le prime volte che provavo a condividere con la mia cerchia di conoscenze le enormi problematiche legate al picco del petrolio (quasi 2 anni fa), la reazione più comune era di fuga psicologica, quando non di vera paura. Le domande conclusive erano accompagnate a volte da una sincera preoccupazione, altre volte da una reazione di sfida rabbiosa e impotente a cambiare la situazione: "Va bè, abbiamo capito, finora abbiamo parlato di problemi, problemi ... perchè non cominciamo a parlare di soluzioni"?

Come immaginerete, il concetto di "soluzione" in questo campo è un po' lasco. Qualunque idea e proposta è destinata a scatenare un qualche controeffetto, non propriamente desiderato. Esempio: "se smettiamo di sfornare automobili al ritmo attuale, i dipendenti diventeranno disoccupati". O anche: "Per vedere ridotto il volume dei rifiuti, dovremmo essere disposti a rinunciare ai confort attuali". Ce ne sarebbero a decine.

Allora? Benvenuti nel regno della complessità. I sistemi reali non hanno LA soluzione perchè le numerosissime dinamiche in gioco non sono rappresentabili da sistemi di equazioni risolubili in "modo esatto" (nel gergo dell'analisi matematica, non sono ricavabili "funzioni analitiche" che soddisfino il sistema).

Se ipotizziamo una sfera perfetta che rotola senza strisciare su un piano inclinato di 32° esatti, potremmo calcolare in modo deterministico il tempo di arrivo alla fine dell'asse. Se nella realtà abbiamo un pallone, magari un po' sgonfio, che rotola su un pendio irregolare, in certi punti farà dei microrimbalzi, in altri con la sabbia striscerà un po', e via discorrendo. Con il modellino della sfera, si potrebbe comunque stimare un intervallo di tempo ragionevolmente impiegato dal pallone per giungere alla fine della discesa.

Però: più si allarga il campo e si considerano nuove variabili e interazioni, più il sistema diventa complesso. Si va a finire nella dinamica dei fluidi, nella meteorologia, nella termodinamica statistica, nelle dinamiche di popolazioni. Qui non si parla (banalizzo) della "soluzione" di aX=b, noto "a" e noto "b". Applicando il calcolo numerico si arrivano a definire delle curve di tendenza (della forma di quelle de "I Limiti dello sviluppo", per intenderci), in modo da studiare la probabile evoluzione temporale delle variabili considerate, dati certi parametri di base.

Una situazione triviale è quella in cui c'è una comunità di predatori che può riprodursi, che si alimenta unicamente di una preda che viene forzata a non riprodursi (ad esempio, immettendo un numero n di soli individui maschi). Dopo un certo tempo, i predatori avvertono la scarsità delle prede, per cui inizieranno a tirare la cinghia o a fare altre cose inusuali.
Nella realtà, le cose per fortuna non sono così semplicistiche e ci sono interrelazioni a gogò. Ciò non toglie che stiamo arrivando a livelli di "overshooting" su alcuni capitali del pianeta, sia minerali che biologici, di un'intensità tale da destare non poche preoccupazioni.

Ora, cambiare la rotta su problemi di questa portata sarà tutto fuorchè banale. E molto difficilmente arriveremo alla soluzione "magica"; più realisticamente, occorrerà mettere in piedi azioni fisiche (non più puramente finanziarie) per guidare le dinamiche dei sistemi verso orbite cosidette stabili. Esempio: inutile ostinarsi a produrre SUV in perdita, e che nessuno vorrà, molto meglio diversificarsi su piccole auto elettriche e biciclette che avranno un minimo di futuro. Inutile perseverare nel vortice dell'ipercompetitività energivora della grande industria: meglio impianti di taglia più piccola, sparpagliati sul territorio, basati su tecnologie rinnovabili e reimpiego dei materiali prima considerati "rifiuti buoni per le fosse".

D'altronde, i cambiamenti non si fanno dall'oggi al domani, tutti insieme appassionatamente. Ancora meno si potrà fare una transizione energetica mai affrontata prima in una notte. Ma se sappiamo DOVE vogliamo andare, e COME ci vogliamo riuscire, allora qualche punto fisso c'è e la partita è ancora tutta da giocare.

mercoledì, novembre 12, 2008

Potrebbe un Giorno l'Agricoltura Biologica Sfamare Miliardi di Persone?

Fonte: Web - Grafico che rappresenta una proiezione della crescita demografica


Jacques Diouf, direttore generale della FAO, a seguito della presentazione di un documento (FAO non precisa la fonte) che sostiene la tesi che "l'agricoltura biologica potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della popolazione mondiale attuale, ribatte che secondo la FAO, "l'Agricoltura Biologica produce alimenti salutari e nutrienti ... Ma non è possibile dare da mangiare a 6 miliardi di persone oggi - e più di 9 miliardi nel 2050 - facendo a meno di un impiego prudente di input chimici". Diouf avanti in questo modo giustificando il tutto sotto il punto di vista economico "... i prodotti coltivati organicamente in genere hanno prezzi più alti di quelli coltivati con metodi convenzionali ...". La mia domanda a fronte di un costo del barile del Petrolio potenzialmente in crescita anche se oggi presenta delle fluttuazioni di mercato al ribasso, sarà sempre vera questa affermazione? Quali sono i costi dei fertilizzanti, ammendanti, sostenuti dai contadini dei Paesi in Via di Sviluppo?

Nel suo rapporto annuale sullo Sviluppo Mondiale (2007), la Banca Mondiale dichiara che "lo scarso impiego di fertilizzanti è uno degli ostacoli principali all'aumento della produttività agricola nell'Africa sub-sahariana". Tuttavia la mia esperienza Africana come Consulente per la "World Meteorological Organization" mi ha fatto capire (come lo hanno capito tanti altri) che il fattore principale della bassa produttività agricola in Africa sono le precipitazioni, la mancanza dell'acqua e la siccità oppure le inondazioni che appaiono nei momenti più delicati della crescita vegetativa e produttiva dei cereali e delle leguminose.

Secondo un indagine condotta da un gruppo di ricerca della University of MichiganAnn Arbor, "l'agricoltura biologica ha tutte le potenzialità per raggiungere un livello di produzione simile, in qualità e quantità, a quello attuale, portando nuovi benefici soprattutto per i paesi in via di sviluppo". Infatti, comparando i risultati ottenuti in 293 differenti campi, parte coltivati secondo pratiche di agricoltura biologica, altri secondo pratiche convenzionali, e facendo delle simulazioni, i ricercatori hanno sviluppato delle previsioni secondo le quali l'agricoltura biologica sarebbe in grado di produrre sufficient cibo per sfamare il mondo intero, senza dovere necessariamente incrementare la quantità di terre dedicate alle coltivazioni. Inoltre, la ricerca indica che l'agricoltura biologica potrebbe essere molto più proficua per i Paesi in Via di Sviluppo piuttosto che per quelli già industrializzati. In base alle loro proiezioni la produzione agricola da bio potrebbe triplicarsi.

Due posizioni quasi opposte, allora ci si può chiedere chi ha ragione? il politico e manager o il ricercatore e modellista?

In base alle previsioni più recenti, la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere entro il 2050 quota 10 miliardi, una parte cospicua dei prodotti cerealicoli sono deviati per lla produzione di carne nei grandi allevamenti, mentre un altra fetta altrettanto importante sono richiesti per la produzione di biocombustibili. Inoltre la pressione dell’agricoltura convenzionale e intensiva sulla produzione alimentare e sull’ambiente è ormai arrivata, a livelli tali da far temere un disastroso scenario (diminuzione al 5-20% della produzione) se i prodotti chimici usati in agricoltura improvvisamente dovessero scomparire oppure il loro costo dovesse diventare esorbitante. Un vero e proprio crollo alimentare che metterebbe in crisi l’intero Pianeta.

Volendo rimanere prudenti o cauti, se da una parte, il ritorno alle tecniche agricole tradizionali (che comunque in molti Paesi ad esempio Africani, ...) e ancora di più a quelle biologiche, non è un passaggio semplice (su vasta scala) tuttavia i condizionamenti dei mercato e la necessità di sfamare una popolazione mondiale continuano ad avere un forte peso nelle scelte dei politici e delle grandi categorie agricole.

Secondo il World Watch Institute (WWI), nel 2006 ha affermato che l’agricoltura biologica nei Paesi più poveri tende a far incrementare i raccolti, soprattutto in quelle aree dove la gente non ha i soldi necessari per comprarsi i prodotti necessari alle pratiche agricole convenzionali e intensive. Il gap nei raccolti tra agricoltura chimica e convenzionale si verifica invece nei paesi sviluppati e più ricchi, dove gli agricoltori usano massicce quantità di fertilizzanti chimici e pesticidi con lo scopo di massimizzare le rese.

"Nelle nazioni più povere - scrive Halweil, del W.W.I. - le tecniche di agricoltura biologica come il compostaggio, la concimazione organica e il controllo biologico degli insetti nocivi rappresentano la migliore speranza degli agricoltori per aumentare la produzione e ridurre la fame.

Tuttavia, rimane alla domanda posta in alto non esiste una risposta certa, perché il tutto alla fine dipenderà dalle decisioni politiche dei singoli Paesi, delle Comunità di Stati; dai comportamenti e atteggiamenti culturali delle popolazioni; dalla realizzazione che le pressioni delle scelte del genere umano sul Pianeta sono arrivate ad un punto di rottura.

Dice giustamente Jacques Diouf "Non esiste una soluzione unica al problema dell'approvvigionamento alimentare dei poveri e dei sottonutriti" ... io aggiungere, "di tutto il genere umano nel prossimo futuro".

Un Pianeta Urbanizzato


Negli ultimi 30 anni, la Popolazione Urbana Mondiale è cresciuta da 1,6 Miliardi di persone a 3,3 Miliardi, (pari a circa 50% del totale) mentre nei prossimi 30 anni la crescita tendenziale delle popolazioni delle città dei Paesi in Via di Sviluppo aumenterà di altri 2 Miliardi di Unità. In Arabia Saudita, il governo sta spendendo miliardi di dollari per costruzione di nuove super-città tale da facilitare la crescita di Gedda e Riyadh. Il governo Egiziano invece, ha in progetto (e sta attuando) la costruzione di 20 nuove città in modo da deviare l’esodo dalle campagne lontano dal Cairo, inoltre ne sta pianificando altre 45. Due esempi tra decine di altri che dimostrano quanto la tendenza all’espansione urbanistica sia in crescendo. Secondo molti governi queste politiche di occupazione del territorio servono per attenuare la pressione dell’esodo delle persone dalle campagne verso le Città principali. Situazioni simili si erano verificate nel passato, tra gli anni 50 e 60, in Europa (Gran Bretagna, Francia, Italia, ecc…). Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, durante la biennale del Forum Mondiale sulla Urbanizzazione che si era tenuto verso gli inizio di Novembre 2008, aveva avvertito i governi partecipanti che da oggi al 2030, servirebbero almeno due miliardi di Euro per sfamare le milioni di persone che vivono nelle città - baraccopoli e che “le aree urbane consumano la maggior parte delle risorse energetiche mondiali oltre alla generazione della maggior parte dei rifiuti” (1) .
Secondo la FAO, dal 2007 e per la prima volta nella storia, la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale, della quale un terzo, vale a dire un miliardo di persone, vive nelle baraccopoli. Questa percentuale cresce ulteriormente nell’Africa sub-sahariana, dove oltre tre quarti degli abitanti delle città è residente in quartieri degradati (2). Secondo proiezioni fatte dall’ONU, entro il 2030 due terzi della popolazione mondiale vivrà nelle città, mentre si stima che la popolazione mondiale totale raggiungerà entro il 2050, i nove miliardi di abitanti. "Vi sarà un grosso aumento della popolazione urbana", dice Alexander Müller, responsabile ad interim del Dipartimento Agricoltura e difesa del consumatore della FAO. "Assicurare che abbiano cibo a sufficienza rappresenterà una sfida senza precedenti".
Per rispondere a questa crescente espansione delle città in particolare nei paesi in via di sviluppo ed in quelli ad espansione economica (Cina, India), e al rapido espandersi delle bidonville, favelas e baraccopoli (come vengono ormai chiamati i fatiscenti quartieri poveri delle grandi metropoli), la FAO sta sostenendo e portando avanti il concetto di “Agricoltura Urbana” con l’obiettivo di migliorare i sistemi di approvvigionamento alimentare di enormi aree urbane come Calcutta, Nairobi, ecc …. . Attraverso il progetto “Cibo per le città”, la FAO ha l’obiettivo di aiutare le popolazioni in diverse città dei paesi del sud del mondo sviluppare sistemi di agricoltura urbana e peri-urbana (goi orti famigliari), affinché possano in futuro raggiungere l’autosufficienza alimentare. Il cibo è prodotto conformemente ai principi di un’agricoltura sostenibile (biologica o integrata) e secondo strette norme di qualità, per far sì che i prodotti siano freschi e genuini.
In America Latina, e causa del limitato accesso alla terra gli esperti locali, con l’appoggio della FAO, hanno insegnato a centinaia di famiglie che vivono nei “Barrios” a produrre verdure per l’autoconsumo in mini-orti, coltivati all’interno delle loro abitazioni, usando una serie inconsueta di contenitori: bottiglie riciclate, vecchi copertoni e vaschette di varia natura. Viene applicata la tecnica di coltivazione per substrato o idroponica (dove l’acqua sostituisce la terra), in contenitori che vengono sistemati dovunque vi è spazio e luce a sufficienza. Ogni mese ciascun orto familiare riesce a produrre sino a 25 chili di verdure come lattuga, fagioli, pomodori e cipolle. Qualsiasi eccedenza viene venduta ai vicini o tramite la cooperativa che è stata formata nell’ambito del progetto .
A prima vista Accra (Ghana), Beijing (Cina) e Vancouver (Canada) sembrano avere poco in comune. Nell’area metropolitana di Vancouver vivono quasi 2 milioni di persone, a Beijing oltre 14,5 milioni. Ancora più evidenti sono le differenze di reddito: in quasi tutto il Ghana, il reddito pro capite è di 700 dollari l’anno, contro i 2.200 di Beijing e gli oltre 32.000 di Vancouver. Però se si osservano i cortili e i tetti, si nota come ovunque gli abitanti siano impegnati a risolvere un problema antico come le città in cui vivono: produrre cibo.
Tuttavia esiste un altro problema non meno importante da affrontare, quello dell’acqua. Laddove i sistemi di depurazione dell’acqua non sono adottati come nelle bidonville di Mumbai o Nairobi, l’acqua fresca e pulita non è affatto facile da trovare e nemmeno tanto economica da acquistare. Questi “contadini urbani” in genere usano le acque grigie degli scarichi che possono portare malattie, o comunque pregiudicare la salute. Eppure in Città come Accra (Ghana) e molte altre del mondo queste acque (contenenti soprattutto le deiezioni umane) presentano delle proprietà fertilizzanti di non poco conto.
Le città puntano all’autosufficienza alimentare ma le difficoltà non sono certo poche. A livello immediatamente pratico, l’altezza degli edifici oscura la luce del sole (e qui coltivare sui tetti è una soluzione efficace), mentre il terreno può essere inquinato da preesistenti residui industriali (anche se spesso i terreni agricoli, intrisi di pesticidi, non sono affatto più puliti). L’allevamento di bestiame o pesci nei pressi di aree densamente abitate e l’impatto dell’agricoltura urbana su risorse idriche spesso appena sufficienti per la città rappresentano una sfida senza precedenti in termini di salute e ambiente. Eppure, oculatamente gestita, l’agricoltura urbana può essere lo strumento migliore non solo per affrontare tempestivamente i problemi sanitari della popolazione ma anche per migliorare la qualità delle acque .
L’acqua potabile nei centri urbani è un bene sempre più prezioso; in molti centri abitati dei paesi più poveri o meno moderni, gli agricoltori urbani usano acque piovane o attinte da fiumi e torrenti per irrigare, ma sempre più spesso ricorrono a una risorsa idrica ampiamente disponibile in qualsiasi città: le acque di scolo. L’IWMI (International Water Management Institute) ritiene che molte città asiatiche e africane vi ricorrano per irrigare oltre il 50% delle coltivazioni.
Nonostante tutti questi problemi, l’agricoltura urbana può portare un soffio di natura nella giungla di cemento, con benefici superiori a quelli del singolo che ricava un po’ di guadagno lavorando la terra o del residente che può contare su generi alimentari.
Ampliando il discorso, l’agricoltura urbana può costituire un esempio d’uso molto
I contadini urbani, tra l’altro, sanno trasformare i problemi in soluzioni. “Usare le acque di scarico comporta sicuramente rischi sanitari e ambientali”, dice Gayathri Devi dell’Iwmi, “ma il loro utilizzo nell’agricoltura urbana e periurbana è un dato di fatto. Qualsiasi limitazione all’agricoltura urbana sarebbe non solo inutile ma provocherebbe danni socioeconomici ai coltivatori e alle loro famiglie.” Prendiamo Hyderabad, settima città dell’India, e luogo d’incontro tra nord e sud del paese, dove internet e biotecnologie sono in continua espansione esistono 300.000 famiglie contadine, che in città coltivano ben 15.000 ettari, e che continuano a basarsi, per mangiare e lavorare, su un sistema irriguo certamente antico: le acque del vicino fiume Musi, per gran parte dell’anno poco più di una fogna a cielo aperto (3).

Referenze:
1- The Economist; Nov. 6th 2008
2- Alison Hodder, esperta di orticoltura - Servizio colture e pascoli; FAO, Febbraio 2007
3- State of the world 2007; “Il nostro futuro urbanizzato” di Worldwatch Institute a cura di Gianfranco Bologna

martedì, novembre 11, 2008

In Europa tira una brutta aria

Di recente, il Consiglio e il Parlamento Europeo hanno adottato una nuova direttiva sulla qualità dell’aria che, a dispetto della frase contenuta nel titolo “per un’aria più pulita in Europa” peggiora la precedente normativa per quanto riguarda la tutela contro un’inquinante molto pericoloso per la salute, le polveri sottili.

Le istituzioni mediche e scientifiche internazionali hanno denunciato da anni la stretta correlazione esistente tra livelli elevati di polveri sottili e aumento di mortalità e morbosità nelle popolazioni urbane di qualsiasi classe d’età. In Italia, questo danno sanitario è stato approfondito in uno studio dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal titolo “Impatto sanitario di PM10 e ozono in 13 grandi città italiane. Una sintesi delle impressionanti conclusioni sono contenute in questa presentazione di Roberto Bertollini.
Per le polveri sottili, prendendo a riferimento le conclusioni di questi studi allarmanti, l’Unione Europea aveva adottato una normativa molto rigorosa che poi era stata recepita dagli Stati nazionali, compreso quello italiano.
Partendo da un limite al 2005 di 40 microgrammi / metrocubo per la media annuale e di 50 microgrammi / metrocubo per la media giornaliera da non superare per più di 35 giorni all’anno, gradualmente si sarebbe dovuti arrivare al 2010 a valori più restrittivi, secondo quanto contenuto in queste due tabelle.

VALORE LIMITE MEDIA ANNUALE PM10
2006
28 microgrammi / metrocubo
2007
26 microgrammi / metrocubo
2008
24 microgrammi / metrocubo
2009
22 microgrammi / metrocubo
2010
20 microgrammi / metrocubo

VALORE LIMITE MEDIA GIORNALIERA PM10
2006
50 microgrammi / metrocubo per non più di 35 giorni
2010
50 microgrammi / metrocubo per non più di 7 giorni

Evidentemente ci si è resi conto però, man mano che passavano gli anni, che quasi nessuna città era in grado non solo di rispettare ma nemmeno di avvicinarsi ai limiti rigorosi previsti per il 2010. O, per meglio dire, ciò sarebbe stato possibile solo con un drastico abbattimento dei flussi di traffico, riducendo di molti ordini di grandezza il parco autoveicolare circolante. Ma in una società interamente costruita a misura di automobile l’Unione Europea non ha avuto il coraggio di portare avanti fino in fondo questa strategia ed è tornata indietro rispetto alle precedenti decisioni approvando una nuova direttiva che “ferma” i limiti da rispettare a quelli già in vigore per il 2005. Fermo restando che molte città italiane non sono in grado di rispettare nemmeno questi limiti più elevati, vediamo ora l’effetto sanitario della nuova direttiva europea.
Lo studio citato stima che nelle 13 città italiane esaminate, i morti per tutte le cause generati da un valore della media annua di PM10 superiore a 40, 30, 20, microgrammi / metrocubo sono rispettivamente, 2270, 5196, 8220 per quanto riguarda gli effetti cronici, e 361, 844, 1372 per quanto riguarda gli effetti acuti.
Quindi, è come se con l’ultima direttiva, l’Unione Europea, ritenendoli inevitabili, avesse autorizzato i morti in più generati da concentrazioni tra i 40 e 20 microgrammi / metrocubo prodotti prevalentemente dal traffico privato (e soprattutto dai motori diesel). Analoghe considerazioni si possono fare per i rilevanti esiti sanitari diversi dalla morte, come ricoveri ospedalieri per malattie cardiache e respiratorie, bronchiti acute e croniche, asma ecc. in tutte le classi di età.
La nuova direttiva europea affronta anche il problema delle PM2,5, cioè quella frazione di PM10 di diametro inferiore ai 2,5 micron che procura i danni maggiori all’apparato respiratorio. Anche in questo caso il limite stabilito per la media annuale di 20 microgrammi / metrocubo non recepisce le indicazioni delle autorità sanitarie, in particolare dell’OMS, le cui linee guida consigliano un valore di 10 microgrammi / metrocubo.
In quest’ultima tabella sintetica si possono confrontare i valori limite della precedente e attuale normativa con le linee guida dell’OMS. Le motivazioni di quest’ultime sono illustrate in questa intervista (n.177).
Di fronte a questa Waterloo sanitaria dell’Unione Europea sarebbe necessario una mobilitazione dell’opinione pubblica a tutela della propria salute, ma state certi che questo non avverrà, perché non si è mai visto un inquinatore che protesta contro se stesso. L’automobile è l’idolo laico delle società contemporanee, che hanno deciso inconsciamente di immolare quotidianamente ad esso un’abbondante razione di sacrifici umani.

lunedì, novembre 10, 2008

ASPO-Italia sul nucleare





Un recente articolo del "Sole-24 Ore cita ampiamente il lavoro di ASPO sul nucleare.
Peccato che non citi il nome dell'autore, Eugenio Saraceno, il cui testo comunque potete trovare a questo link

(ringraziamo Massimo Ippolito per la segnalazione di questo articolo e per le evidenziazioni in grassetto)


Il Sole-24 Ore
sezione: ECONOMIA E IMPRESE
data: 2008-09-28 - pag: 23

L'analisi critica dell'economista Bernard Laponche

In Francia l'atomo diventa insufficiente

Federico Rendina
ROMA

Francesi baciati, si dice, dalla fortuna energetica. Grazie all'energia nucleare. Meno schiavi del petrolio. Liberi dalla sudditanza dal metano che opprime invece l'Italia. Più protetti e indipendenti. Ma è davvero così? Forse il nucleare serve davvero. Forse traccerà l'inevitabile futuro dell'energia. Ma oggi come oggi il modello francese dell'indipendenza energetica si rivela, a guardar bene, un'illusione ottica.

Il quasi 80% di produzione elettrica da nucleare consente ai francesi di pagare la corrente un po' meno che nel resto d'Europa, e molto meno di quel che pagano i cittadini italiani. Ma se si considerano i consumi energetici globali e l'apporto delle fonti fossili al fabbisogno complessivo del paese ecco che la Francia, in termini di dipendenza, è messa addirittura peggio di noi.

Il motivo? Il Paese d'oltralpe si è adagiato sull'energia nucleare, non ha considerato il problema energetico nella sua globalità (fabbisogno dell'industria, riscaldamenti domestici, trasporti) e si è impegnato meno di noi, e meno dell'Europa, sugli altri fattori decisivi per il futuro energetico ma anche ambientale del pianeta: l'efficienza nell'uso dell'energia,il risparmio,ilricorso alle fonti rinnovabili sulle quali ha investito risorse gigantesche un Paese pur nucleare come la Germania.

A disegnare lo scenario è un analista autorevole: il francese Bernard Laponche, ingegnere ed economista dell'energia, per molti anni consulente energetico del governo di Parigi. E la sua nonè una voce isolata, tant'è che anche gli analisti italiani dell'Aspo erano arrivati, in uno studio pubblicato alla fine dello scorso anno, a conclusioni analoghe.

Laponche fa parte della nutrita schiera degli scettici, se non dei nemici, del nucleare. Ma i suoi studi hanno un'indubbia autorevolezza. E portano comunque acqua al mulino di chi (e sono tanti) ci esorta a vedere la soluzione dei problemi dell'energia come una necessaria combinazione di interventi su tutti i fronti, a cominciare da quello dell'efficienza.

Sta di fatto che il consumo di petrolio procapite della nuclearissima Francia è maggiore di quello degli altri principali Paesi europei: 1.46 Tep (tonnellate equivalenti di petrolio) della Francia, contro 1.36 della Germania, 1.33 della Gran Bretagna e 1.31 dell'Italia, che non è messa poi così male. Questo perché – insiste Laponche con il conforto dei nostri esperti dell'Aspo – il ricorso anche massiccio al nucleare non risolve affatto la dipendenza dal petrolio. Aggiungendo peraltro – rimarca Laponche – la dipendenza dall'uranio, totalmente importato.

Ed ecco che il contributo dell'atomo elettrico al consumo totale di energia in Francia è solo il 14%, a fronte del 49% del petrolio. Un 14% più che compensato in negativo, in termini di dipendenza, dalla maggiore ingordigia di idrocarburi dei francesi nella mobilità e nei riscaldamenti domestici, che funzionano ancora in larga parte a gasolio. E poi va considerato l'uso più intenso del riscaldamento in Francia rispetto all'Italia che si spiega solo in parte – rilevano gli esperti dell'Aspo –con le temperature medie un po' più basse. Molto si deve alla minore efficienza degli impianti. A cui si aggiunge – spiega sempre l'Aspo – la minore efficienza della rete elettrica francese, con il 6,2% di perdite nei servizi di distribuzione (5,8% in Italia) e il 5% di perdite nei servizi di centrale (contro il 3% del nostro paese).

Grandi vantaggi dal contributo del nucleare per lo meno nelle emissioni di gas serra e quindi nella corsa al rispetto dei parametri ambientali di Kyoto? Bando alle facili illusioni anche su questo versante, ammonisce Laponche. Il nucleare taglia le emissioni di anidride carbonica e dunque aiuta i francesi, ma non così tanto.
Nel 2005 (ultimi dati aggregati disponibili) la Francia era a 9.1 Mteq (milioni di tonnellate equivalenti) di CO2 procapite, contro 12.1 Mteq della Germania, 10.2 dell'Inghilterra e 9,9 dell'Italia, anche qui in una posizione teoricamente consolante, se non fosse che la nostra maggiore efficienza relativa ci ha paradossalmente penalizzato, come ben sappiamo, nelle trattative sulle quote di riferimento per i tagli ai gas serra imposti dal patto di Kyoto.

domenica, novembre 09, 2008

Abitudini, inerzie e altre patologie / 3 : il paradosso del frigorifero


Nella foto possiamo ammirare la Sacra di S. Michele, monumento simbolo della regione Piemonte.
Qualche mese fa l'ho visitata e, tra le altre cose di enorme interesse storico e architettonico, mi ha colpito la "ghiacciaia". Si tratta di una piccola cantinetta seminterrata, esposta a nord e caratterizzata da muri molto spessi, nella quale i monaci conservavano i cibi. Dall'autunno in poi si introduceva della neve compattata, in modo da avere un effetto frigorifero. La posizione e l'isolamento della ghiacciaia permettevano il mantenimento del ghiaccio (dunque, delle temperature idonee alla conservazione) fino ai mesi di maggio-giugno.

Costo energetico di gestione: ZERO (a meno dell'energia & tempo impiegati per l'approvigionamento della neve).

Su Ecoblog, tempo fa si era parlato di "FRIA, il frigo che prendeva il fresco da fuori". A me sembra un'idea tanto intelligente quanto semplice, il tutto al punto che commercialmente non ho trovato nulla, almeno in italiano.

Cosa di meglio di una cella che utilizzi le frigorie dell'ambiente esterno nei mesi freddi, e che sfrutti energia rinnovabile per la produzione del freddo nei mesi più caldi? Sarebbe l'unione dei metodi dei monaci con le nuove tecnologie.

Ma forse chiedo troppo: l'abitudine ad avere il frigorifero sempre "plugged", la comodità di non dover uscire fuori per movimentare i viveri è un muro psicologico che lascia intentate le idee più ovvie.


Due anni fa ho rottamato un frigorifero di 20 anni, acquistandone uno più piccolino, in classe A+. Energia media annua assorbita 227 kWh. E' qualcosa, ma possiamo fare di più.

Un'idea forte

created by Armando Boccone


In questi ultimi giorni c’è stato uno scambio di e-mail fra gli amici della lista a proposito del modo in cui procedere affinché si possano risolvere i gravi problemi che si intravedono all’orizzonte.
Alcuni hanno detto che è importante costruire macchine più efficienti mentre altri sostengono che sia sbagliato consumare enormi risorse in una corsa all’efficienza se poi non si chiude con certi modelli di produzione e di vita (cioè, se non si chiudono i cicli).

Si è parlato del paradosso di Jevons e della necessità di ridurre il peso del mercato, perché questo si basa sulla crescita infinita mentre il mondo è finito. Si è parlato del rapporto con i giovani e di come passare i messaggi sulla futura situazione in campo energetico e non solo. Si è prospettato la riduzione della giornata di lavoro e si sono fatte altre analisi e proposte.
Le varie proposte e analisi, anche se a prima vista sembravano escludersi, in realtà si completavano e arricchivano a vicenda.

Cosa porterà ad uno sblocco della situazione, per far si che si sviluppino le fonti energetiche rinnovabili, che si prendano a cuore le dinamiche demografiche, che si eliminano i consumi che servono solamente ad incrementare il PIL, ecc. ?
E’ necessaria un'idea forte e condivisa che “agiti” le persone e dia un senso alle tante piccole e grandi azioni.

A tale riguardo ho pensato a quello che è successo negli Stati Uniti dopo la crisi del 1929. Crollò la produzione e si creò una disoccupazione spaventosa. Con la Tennessee Valley Authority act e con altri provvedimenti messi in atto dall’amministrazione Roosevelt non si riuscì a superare la crisi. Verso la fine degli anni trenta la produzione era ancora circa il 75% di quella di prima della crisi.
Per superare la crisi era necessaria una idea forte che però non si vedeva all’orizzonte.
L’amministrazione Roosevelt la ottenne su un piatto d’argento dal Giappone il 7 dicembre 1941 con l’attacco alla base navale di Pearl Harbor nelle Hawai.
Ho letto infatti da più parti che a Roosevelt tutto ciò non dispiacque.
Solamente con l’entrata nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti superarono la crisi iniziata col 1929.
Ma quale fu l’idea forte che rese possibile tutto ciò? Erano le idee della guerra, della difesa dei confini nazionali, della difesa del proprio spazio vitale, ecc. Bisognava produrre più acciaio per fare navi, aerei e carri armati per difendere la nazione dall’attacco giapponese; bisognava produrre più grano, più carne, più scarpe, più vestiti, ecc. con cui alimentare ed equipaggiare le truppe. Queste idee sono forti perché avevano alle spalle 4.500 anni di storia e quindi facevano stabilmente parte del bagaglio culturale umano. Vennero infatti a maturazione circa 4.500 anni fa nella bassa Mesopotamia, quando le città-stato della civiltà sumera cominciarono a risolvere con la guerra i problemi di espansione e/o difesa del proprio spazio vitale.

A proposito invece della crisi provocata dagli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del Pleistocene, circa 12-15 mila anni fa: i radi gruppi umani, in conseguenza degli sconvolgimenti climatico-ambientali di cui si è detto, correvano il rischio di estinguersi. Quale fu l’idea forte che portò alla soluzione di questa crisi?
Era necessario un incremento demografico per risolvere la crisi e questo si ottenne sostituendo la caccia e raccolta con la coltivazione delle piante e l’allevamento degli animali. Il passaggio dalla caccia e raccolta all’agricoltura e alla pastorizia non avvenne contemporaneamente su tutta la terra ma prima in certi luoghi e successivamente in altri, avvenne con gradualità, con situazioni intermedie, alle volte con forti progressi e alle volte con arretramenti, con aspetti diversi in relazione al diverso contesto ecologico e culturale in cui avveniva.
Con la coltivazione delle piante e con l’allevamento degli animali il territorio era in grado di sostenere un numero maggiore di individui. Le condizioni di vita però peggiorarono con queste nuove forme di sostentamento ma fu superato il rischio di estinzione dei radi gruppi umani. I gruppi umani che vivevano di caccia e raccolta erano formati da circa trenta persone fra uomini donne e bambini ma l’ambiente venuto fuori dopo gli sconvolgimenti di cui si è parlato avrebbero potuto sostenere gruppi ancora più piccoli se si fosse praticata ancora la caccia e la raccolta. Infatti si ritirarono enormemente le savane e le praterie e la caccia sarebbe avvenuta nelle foreste, avrebbe riguardato animali singoli e di stazza inferiore. Ciò avrebbe richiesto gruppi umani di consistenza numerica inferiore ed avrebbe nello stesso tempo potuto sostenere gruppi umani di consistenza numerica inferiore. Il rischio di estinzione era incombente. Con la coltivazione delle piante e la pastorizia i gruppi umani non condussero più un modo di vita nomade o semi-nomade ma iniziarono a vivere in villaggi stabili ed erano formati da circa 250-500 individui.

Quale é l’idea forte capace di superare la crisi attuale? E' quella che ha distinto il genere Homo dagli altri animali e che è la stessa che ha operato alla fine del Pleistocene: è la coscienza del desiderio della vita eterna o, detto diversamente e in modo più concreto, del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei propri bisogni.

Deve essere questa idea l’orizzonte di riferimento, il criterio con cui valutare le varie soluzioni di cui si dibatte. L’adozione delle lampadine a basso consumo, la rottamazione delle autovetture o degli elettrodomestici portano ad un miglioramento nel soddisfacimento dei bisogni umani e ad un allungamento del tempo di vita dell’umanità?
Lo stesso criterio deve adottarsi a proposito della maggiore efficienza delle macchine oppure della coibentazione degli edifici.
E’ necessario però che tutti i provvedimenti si muovano nella stessa direzione altrimenti se per esempio si coibentano le abitazioni e poi si costruiscono sempre più case (per speculazione oppure per incremento demografico) si fa un buco nell’acqua. Il criterio da seguire, come dicevo, è il miglioramento delle condizioni di vita e un allungamento delle prospettive dell’umanità.

sabato, novembre 08, 2008

Come va la crisi?

(Dow Jones Industriale, dati da www.quotemedia.com)


Continua l'altalena di notizie sulla stampa: "La borsa crolla", oppure "La borsa riprende". Ma guardiamo i dati nell'arco di un anno, per farci un'idea delle tendenze (cliccate per ingrandire). Dopo la brusca caduta dei primi di Ottobre, sembra che la situazione delle borse si sia attestata su un livello medio costante, anche se con forti oscillazioni. Perlomeno, così appare dall'andamento del Dow Jones Industrial che viene preso abbastanza spesso come indice dell'andamento generale delle borse.

E' difficile dire se questa fase di stasi sia dovuta all'immissione di grandi quantità di denaro nelle borse da parte dei governi, oppure ad altri fattori. Una visione più chiara dell'andamento si può ottenere dall'andamento quinquennale.


Dow Jones Industriale, dati da www.quotemedia.com


Vediamo che la brusca caduta di Ottobre è effettivamente un'anomalia e potrebbe essere la diretta conseguenza del crollo di Lehman Brothers. A parte questo, evidentemente, la fase di discesa è iniziata ormai da più di un anno e non mostra segni di rallentamento. Somiglia molto alla crisi del 1929, ma in quel caso la curva fu abbastanza simmetrica, mentre qui la caduta sembra più rapida della salita.

Si riprenderà l'economia? Difficile dirlo - molti contano sulla cosiddetta "economia reale", ma questa non va meglio dell'economia finanziaria. Su questo punto, è da meditare il post di Debora Billi sul crollo dei trasporti internazionali. Se poi rimaniamo alla sola Italia, leggendo i post che appaiono su "Italian Economy watch" l'impressione è che l'economia reale stia implodendo altrettanto velocemente di quella finanziaria, Edward Hugh parla di "agonia". Non vi aspettate che la crisi si risolva tanto presto. Inserisci link