venerdì, ottobre 31, 2008
ENEL, ENI, Scaroni, Conti e il sequestro dell’anidride carbonica: un bidone annunciato.
[Dipartimento di Fisica, Università di Trento]
Io non sono molto intelligente, ma quando mi trattano da super-idiota mi irrito.
Contromisure è un termine che in italiano si traduce "nascondere l' immondizia sotto il tappeto". Si tratta cioè di trovare un modo per continuare a bruciare i fossili come scemi scaldando di meno il pianeta, è sottinteso: così accontentiamo sia quelli preoccupati per i danni del clima che quelli che vendono combustibili fossili. In verità ai primi si darebbe solo un contentino miserevole e lo dimostreremo più avanti. La CCS è una contromisura.
Occhio!! le contromisure non contentano neanche un poco i "picchisti"; anzi, chi parla di contromisure se ne frega allegramente se tuo nipote non avrà di che scaldarsi. Il picco non esiste per Scaroni e co. E' bene dare una idea sulle contromisure citandone un' altra a caso (non la più fantasiosa!).
E' stato proposto di coprire un decimo delle superfici oceaniche con lastre di polistirolo che, essendo bianche, rifletterebbero i raggi del sole. Se vi state chiedendo che cosa succederebbe a onde, correnti marine, supercorrente oceanica, siete dei retrogradi che non vedono il luminoso sole della crescita economica infinita. Se vi domandate cosa succederebbe dopo dieci anni quando il polistirolo si sbriciola, siete retrogradi. Se poi vi domandate quali pesci mangeremmo........
1° non è possibile sequestrare la CO2 emessa dalle auto
2° non è possibile sequestrare la CO2 dalla piccola -media industria
3° non è possibile sequestrare CO2 dagli impianti di riscaldamento
RIMANE la CO2 emessa dai grandi impianti tipo centrali elettriche (diciamo meno del 15% del totale)
4° è stato proposto di immagazzinare la CO2 sequestrata
4a) nei fondali oceanici: se andate sotto i 3000 metri la pressione è così alta e la temperatura così bassa da trattenere la CO2 come liquido sul fondo. Non si conosce a sufficienza la termodinamica del processo, per cui non si sa dire se a tempi lunghissimi (vogliamo immagazzinare per almeno 2000 anni, altrimenti sarebbe un regalo mortale per i posteri) la CO2 non ritornerebbe lentamente in atmosfera.
4b) non ci sono fondali così profondi nel Mediterraneo, salvo tre (relativamente piccole) zone nel Tirreno, tra Sicilia e Grecia e sotto Creta.
4c) oppure in pozzi di petrolio/gas ormai svuotati. Anche qui bisognerebbe essere sicuri che poi la CO2 rimane imprigionata per almeno 2000 anni e questo non è garantito da nessuno.
5° si può immagazzinare solo se avete a portata di mano pozzi esauriti o oceani.
6° quindi la CCS è adatta solo in poche regioni del mondo a meno di prevedere lunghi trasporti dal sito di produzione a quello di immagazzinamento.
7° conclusione quantitativa: se mettiamo in conto perdite termodinamiche e altre forse si potrebbe sequestrare il 2 o 3 % della CO2 emessa. Se si tiene conto dell’ aumento delle emissioni necessario per le operazioni di cattura, trasporto e immagazzinamento, si scende a 1 o 2%. onfronto: in Italia un serio programma di efficienza energetica ci porterebbe entro pochi anni a ridurre le emissioni di un 20%; ridurre le importazioni di petrolio del 20%; ridurre la nostra dipendenza dall' estero di quasi il 20%.
8° Il trasporto si può fare con gasdotti ad alta pressione; ma esiste anche la soluzione demenziale: liquefare la CO2, caricarla su autobotti e poi comprimerla nel pozzo. ENI e ENEL hanno scelto la soluzione demenziale.
9° è demenziale perchè il trasporto con gasdotti è costoso e aumenta il prezzo del kWh, ma quello con autobotti è costosissimo. Le autobotti dovrebbero essere ad alto isolamento termico come quelle utilizzate per l'azoto liquido - non è la stessa cosa che trasportare vino. Una stima conservativa dice che il costo (non so il prezzo all'utente) del kWh prodotto a Brindisi e immagazzinato a Cortemaggiore-Piacenza sarebbe tra due e quattro volte maggiore del costo attuale .
10° se state pensando all' inquinamento prodotto dai camion siete degli sporchi ambientalisti.
11° anche con la soluzione del gasdotto bisogna calcolare il costo della cattura di CO2, della compressione, del trasporto (cresce con la distanza) della ulteriore compressione per iniettare nel pozzo di deposito. Facile arrivare a un costo doppio di quello attuale. In qualsiasi futuro la CCS è una tecnica che aumenta i costi e aumenta i consumi di fossili e riduce solo in maniera marginale le emissioni. Le incognite sul comportamento della CO2 immagazzinata per 2000 anni sono enormi.
Conclusione: non si capisce perchè vogliono rifilare quest' altra bidonata agli Italiani.
Commento: ritengo che i tecnici ENI + ENEL sappiano fare questi conti e che li abbiano fatti.
Allora esistono due sole spiegazioni: La prima é che Scaroni e Conti vogliano rifilare il bidone all'Europa, cuccare un consistente finanziamento per fare sperimentazione pur avendo la consapevolezza che il risultato sarà negativo al 90%. La seconda è che l'annuncio dell'operazione CCS sia stato principalmente funzionale al tentativo irresponsabile e trogloditico di boicottaggio del piano Europeo 20/20/20 di riduzione delle emissioni fatto dal sig. Berlusconi.
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mercoledì, ottobre 29, 2008
La piramide delle responsabilità
Crollo delle borse, crisi finanziaria, recessione economica. Un terremoto sta scuotendo il sistema economico mondiale. Quando le violente scosse telluriche si saranno assestate, e saranno sgombrate le macerie capiremo le conseguenze della crisi in atto. Se l’umanità sapesse trarre lezione dai propri errori e prendesse atto che al vertice della piramide delle responsabilità dell’attuale crisi economica e delle future crisi ambientali c’è l’idea della crescita economica illimitata, potrebbe cercare di porre rimedio a un modello di sviluppo insensato. L’amara medicina contro questa epidemia planetaria causata dal superamento dei limiti, consisterebbe nell’arrestare la crescita, nel fermare i sostegni artificiali all’economia, nell’impedire l’ulteriore indebitamento degli Stati e delle famiglie, nello scoraggiare il consumismo. Favorendo invece gli investimenti nei settori dei servizi che garantiscano la qualità della vita e il risparmio di risorse.
Ma il pessimismo della ragione e le prime reazioni allo sconquasso economico che stiamo vivendo mi fanno pensare che ciò non avverrà. Agli “uomini di buona volontà” non resta che operare per attutire il più possibile gli effetti delle crisi che si susseguiranno per il progressivo superamento dei limiti.
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lunedì, ottobre 27, 2008
Cucinare con il sole

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domenica, ottobre 26, 2008
Cambiamenti
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sabato, ottobre 25, 2008
Il grande secchio bucato della finanza mondiale
Avrete certamente sentito parlare del "Secchio Bucato" che Maurizio Pallante usa come una metafora per descrivere come usiamo male l'energia che generiamo. E' un concetto che ha avuto un grandissimo successo fra gli ambientalisti.
Bene, sicuramente la situazione del nostro sistema energetico non è così grave in termini di sprechi come lo è quella del sistema finanziario. Ultimamente, i governi ci hanno buttato dentro quantità immense di denaro ma le borse continuano a crollare. Non potrebbe essere che stiano sbagliando tutto e peggiorando le cose? Alla fine, viene proprio in mente il secchio di Pallante: un secchio che non si può riempire non importa quanta acqua ci si butti dentro.
Howard Kunstler ha espresso un concetto simile ma usando un linguaggio più immaginoso (traduzione mia):
Tutte le nazioni che hanno raggiunto il livello di civilizzazione della forchetta e del cucchiaio stanno ora creando una vasta rete di cyber-cavi che connettono direttamente i computer delle loro banche centrali alla Death Star che è sospesa sopra il mondo degli affari finanziari come un gigantesco aspirapolvere cosmico che risucchia dollari, euro, zloty, fiorini, corone e che altro. Altrettanto rapidamente di come le tastiere creano pixel-denaro, le piccole unità di scambio elettroniche sono risucchiate via dall'economia terrestre verso il buco nero della morte elettronica.
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venerdì, ottobre 24, 2008
Ma non avranno mica avuto ragione quei catastrofisti del club di Roma?

Guardate questo grafico. E' quello originale dell'edizione del 1972 dei "Limiti dello Sviluppo" di Meadows e altri che era stato sponsorizzato dal Club di Roma. Si, proprio quello studio tanto vituperato e insultato per aver clamorosamente "sbagliato le previsioni"
Guardatelo bene. Vedete il collasso della produzione industriale e della produzione agricola? Interpolate un po' la scala dei tempi e calcolate per quando era atteso. Più o meno, era previsto che saremmo stati in pieno collasso verso il 2020. Ma, ben prima, la crescita economica avrebbe dovuto cominciare ad arrestarsi, diciamo, verso il 2010 o un po' prima.
Ora, come vi aspettate che potrebbe avere inizio la fase di arresto della crescita economica, preludio al successivo declino? Beh, nei termini che usiamo oggi, si parlerebbe di "recessione". Ma per avere una bella recessione bisogna che il meccanismo che finanzia la crescita si inceppi. Ovvero, ci aspetteremmo che l'inizio del collasso fosse una bella crisi finanziaria che rimuova dalla circolazione i capitali necessari per finanziare la crescita. Questa crisi dovrebbe arrivare un po' prima del 2010.
Bene. Siamo nel 2008 e...............
(nota: l'edizione del 2005 de "I limiti alla crescita" continuava a prevedere l'inizio del collasso per il 2010-2020)
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La via italiana contro i cambiamenti climatici
«Le stime italiane dei costi del pacchetto U.E. su clima ed energia non sono affatto corrette», afferma in una recente intervista Stavros Dimas, il commissario europeo per l'Ambiente. Nella sua riflessione il commissario europeo prende posizione anche sul rispetto del Protocollo di Kyoto, che l'Esecutivo italiano ha annunciato di voler ridiscutere per rinviarne le scadenze. Anche su questo fronte, le parole di Dimas non sembrano aprire nessuno spiraglio: «Il Protocollo non è un optional, ma un preciso obbligo giuridico il cui mancato rispetto verrebbe sanzionato. Con prezzi pesanti per le imprese».Alla fine, potrebbe essere proprio questo il vero motivo dell’indegna gazzarra inscenata dal Governo Berlusconi contro i programmi di riduzione dei gas serra dell’Unione Europea: contestare l’obiettivo 20-20-20 per tentare di strappare, con un accordo al ribasso, una proroga degli obiettivi di Kyoto previsti per il 2012, senza la quale lo Stato Italiano si troverà a sborsare un bel po’ di soldi che aggiunti agli aiuti al sistema finanziario e a provvedimenti populistici e demagogici come l’abolizione dell’Ici e il federalismo fiscale, rischiano di far letteralmente saltare gli equilibri di bilancio.
Sia chiaro, la responsabilità di questa situazione non è solo dei governi di centro destra. Anche i governi di centro sinistra non hanno contribuito a ridurre i livelli emissivi di gas serra. Basti pensare alla recente bocciatura da parte dell’Unione Europea del Piano dell’Emission Trading italiano presentato dall’ultimo governo Prodi.
Purtroppo gli italiani sono così, prendono impegni e non li rispettano con la massima disinvoltura e indifferenza.
Quindi, la lotta contro la burocrazia europea che preoccupa tanto Carlo Stagnaro non c’entra proprio nulla con i no di Berlusconi, che invece degli untuosi salamelecchi a George Bush farebbe bene a consolidare il ruolo dell'Italia nell'integrazione europea.
Se poi andiamo ad analizzare i risultati concreti del Protocollo di Kyoto ci accorgiamo che la burocrazia europea qualche risultato lo ha ottenuto. Nella sintesi dell’ultima comunicazione (2007) della Commissione “Progressi verso il conseguimento degli obiettivi di Kyoto” (a norma della decisione n. 280/2004/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ad un meccanismo per monitorare le emissioni di gas a effetto serra nella Comunità e per attuare il protocollo di Kyoto), leggiamo che, “ai sensi del protocollo di Kyoto, la Comunità europea (CE) si è impegnata a ridurre le sue emissioni di gas serra dell'8% rispetto ai livelli dell'anno di riferimento (1990) entro il 2008-2012. Sulla base dei più recenti dati disponibili ricavati dagli inventari, che risalgono al 2005, le emissioni complessive di gas serra nell’UE-15 erano inferiori del 2% rispetto all’anno di riferimento escluse le attività LULUCF (utilizzo del territorio, variazioni della destinazione d’uso del territorio e silvicoltura). Nel 2005, le emissioni di gas serra dell’UE-15 sono diminuite dello 0,8% rispetto al 2004 a fronte di una crescita economica dell’1,6%. Le proiezioni indicano che la Comunità raggiungerà l’obiettivo di Kyoto a condizione che gli Stati membri istituiscano e attuino al più presto le rispettive politiche e misure supplementari. In questo senso è stato registrato un importante passo avanti con le recenti decisioni sui piani nazionali di assegnazione (PNA) previsti dal sistema UE di scambio delle quote di emissione (sistema ETS) relativi al peri
Quindi, come si vede efficacemente in quest’altro grafico, solo grazie alla palla al piede dell’Italia e di pochi altri paesi, l’U.E. rischia di non conseguire l’obiettivo di Kyoto, ma sono state ottenute innegabili riduzioni complessive delle emissioni.
Ma, dicono i bastian contrari per vocazione, che senso ha fare i primi della classe quando gli Stati Uniti, la Cina e l’India non aderiscono al trattato? oppure, cosa vale impegnarsi per degli obiettivi che sono insufficienti a invertire la tendenza in atto ai cambiamenti climatici?
Secondo me ne vale la pena, non solo perché l’impegno europeo inevitabilmente condiziona le decisioni degli altri Stati e rende strategicamente più competitive le imprese, ma perché consente di adottare misure economiche e interventi tecnologici che indirettamente saranno utili anche in uno scenario futuro di minore disponibilità delle risorse energetiche conseguente al raggiungimento dei limiti fisici di estrazione dei combustibili fossili.
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giovedì, ottobre 23, 2008
Prudentemente, attentamente, cautamente esaminando, beh, forse siamo al picco!
Produzione di "tutti i liquidi" escluso i biocombustibili; da Rembrandt Koppelaar su "The Oil Drum" Nettissima la caduta di produzione petrolifera negli ultimi due mesi, con la curva di produzione che è tornata ai livelli del 2005. Sono ormai 4 anni che non aumenta. Nelle piccole oscillazioni sopra e sotto gli 85 milioni di barili al giorno, alcuni hanno visto il picco globale, altri hanno sostenuto che era l'inizio della ripresa. Nessuna delle due cose sembra vera.
In ogni caso, una stasi così lunga della produzione era inusitata nella storia recente del petrolio. Quindi, prudentemente, attentamente e ccautamente, possiamo anche pensare che la caduta che vediamo in questi ultimi mesi sia, in effetti, l'inizio della discesa del dopo picco. Da verificare, ma ci sta.
In sostanza, si avvera quello che è il meccanismo di base che produce la curva di Hubbert. All'aumentare dei costi di produzione, il mercato reagisce allocando risorse sempre maggiori per l'esplorazione e lo sviluppo dei pozzi. Questo meccanismo si esplicita attraverso l'aumento dei prezzi che attirano gli investimenti. A un certo punto, tuttavia, il sistema economico non ce la fa più a reggere il peso dell'aumento continuo degli investimenti. Le risorse dell'economia mondiale sono quelle che sono: per allocarle alla produzione del petrolio bisogna toglierle da qualche altro settore. Questo è stato fatto, ma il risultato è stato di deprimere e mandare in crisi certi settori, come il trasporto privato. A questo punto, la domanda è diminuita, con essa i prezzi. Questo influisce sugli investimenti e - bang! - la produzione scende.
Le cose sono più complicate di così; il mondo della produzione petrolifera è un groviglio di ditte, governi, investitori, borse, e entità varie. Nella pratica, però, penso che sia una buona approssimazione. Quindi, i prossimi mesi saranno cruciali per capire cosa succede; nel futuro vedremo se "il picco" è stato veramente questa lunga stasi produttiva degli ultimi anni.
Ulteriori note
1. Ho messo i dati per la produzione di "tutti i liquidi escluso i biocombustibili" perché mi sembra il dato più significativo; comunque aggiungendoli al grafico non cambia quasi niente. Da notare, tuttavia, che si producono quasi due milioni di barili al giorno di biofuels, principalmente etanolo. Questo vuol dire che si sprecano altrettanti (o quasi) barili di petrolio "buono" per trasformarli in fertilizzanti, macchinari e combustibili che servono per la coltivazione dei biocombustibili. In più, come danno collaterale, si affamano un bel po' di persone, ma forse è proprio quella la ragione.
2. E' interessante notare che il calo della produzione degli ultimi due mesi è dovuto quasi tutto al crollo dei paesi non-OPEC. L'OPEC, invece, è in netta ascesa. Se riescono a fare cartello e a abbassare la produzione, allora la discesa nei prossimi mesi potrebbe essere molto rapida. (Ma non ci sono quasi mai riusciti)
3. Itemizzando i dati per paese, si vede che alcuni vanno su, per esempio il Qatar, e il Canada, quest'ultimo pestando sulle tar sands. Benino l'Africa. L'Iraq mantiene un certo livello, ma non è più tornato ai livelli di prima della prima guerra del golfo. Il Mare del Nord è al crollo, ma questo si sapeva. La Russia mostra qualche segno di ripresa, ma molto debole. Insomma, una situazione molto difficile ovunque.
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mercoledì, ottobre 22, 2008
ASPO-VII a Barcellona - 3
Alla mia presentazione a Barcellona, ho fatto vedere questa foto presa nella Placa de Catalunya il giorno prima. Questo signore, evidentemente, ha trovato un modo creativo per riciclare l'alluminio. Pochi mesi prima, faceva il banchiere da Lehman Brothers.Qualche nota sparsa da ASPO-VII. Un po' come si fa per le olimpiadi, possiamo parlare della presenza italiana al convegno; che è stata abbastanza massiva. Vi ho già raccontato delle presentazioni di Luca Barillaro e di Mario Giampietro. La mia è stata Lunedi' pomeriggio ed è stata sulle riserve minerali mondiali, il lavoro che ho fatto in collaborazione con Marco Pagani e che è pubblicato in gran parte su The Oil Drum. Non è stato facile condensare tutta la questione del futuro delle risorse minerali in venti minuti, ma mi sembra di esserci riuscito. Mi sembra anche che la gente abbia capito cosa ho detto a giudicare dal numero di richieste di contatti e di biglietti da visita che ho avuto dopo aver parlato. Ma, ancora, se per caso organizzate una conferenza nel futuro, ricordatevi che gli speakers hanno bisogno di almeno mezz'ora, possibilmente 45 minuti, per sviluppare un tema seriamente. Con venti minuti, non si fa un favore ne a loro ne all'udienza.
Altre note sparse. di ASPO-Italia erano presenti, oltre a me, Giovanni Marocchi, uno dei fondatori di ASPO-Italia, e Flavia Petrimpol, il nostro membro più nordico (sta a Lugano). Notevole anche la presenza dei ragazzi di "The Oil Drum" che rappresentavano anche ASPO-UK e ASPO-Netherlands.
L'anno prossimo il convegno ASPO si farà molto probabilmente a Denver, USA, insieme al convegno di ASPO-USA. La cosa non mi trova molto daccordo in linea di principio; in un certo senso è una sconfitta per l'anima "Europea" di ASPO. Ma, visto come è andata quest'anno, non c'erano molte alternative.
Credo comunque che dobbiamo cominciare a pensare a nuovi metodi di comunicazione. Io uno l'ho pensato e l'ho proposto: un "joint meeting" informale di ASPO e TOD da farsi a casa di Jean Laherrere nella Francia centrale. Il formato potrebbe essere tipo "bar camp". L'idea è ancora embrionale, ma tutti quelli a cui l'ho detto mi sono parsi entusiasti. Ne riparleremo
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martedì, ottobre 21, 2008
ASPO-VII a Barcellona - 2

Si è conclusa oggi pomeriggio ASPO-VII, organizzata da ASPO-Spagna a Barcellona. Dispiace dire che questa conferenza non è stata un successo. Nonostante la qualità delle presentazioni e l'impegno degli organizzatori, l'attenzione del mondo non era in questo momento puntata sul petrolio.
Per la maggior parte della gente, il fatto che i prezzi del petrolio siano crollati da 147 dollari al barile a circa 70 è stata presa come l'indicazione che il petrolio non è più - e forse non era mai stato - un problema. Quasi nessuno si rende conto di come l'abbassamento dei prezzi è proprio l'indice del raggiungimento del picco. Finché i prezzi erano in crescita esponenziale, gli investimenti arrivavano a pioggia e si poteva pensare di mettere in produzione qualsiasi prospettiva, anche le meno probabili. Ma ora, le cose sono cambiate radicalmente. Già l'anno scorso l'IEA riportava che estrarre petrolio offshore in Alaska costava più di 80 dollari al barile. Adesso, chi si va a mettere in imprese difficili e costosissime come le tar sands o il petrolio artico senza essere sicuro che quando arriverà a produrre ne avrà un profitto?
Come ho detto più di una volta, il prezzo più alto è quello che non ti puoi permettere di pagare. Ma la gente già una volta si è dimenticata di quanto siano importanti i picchi di produzione: questo è successo con il picco degli Stati Uniti nel 1970, un evento epocale che ha cambiato il mondo, ma che nessuno conosce, a parte chi si interessa di queste cose.
Così, ASPO-VII non ha lasciato praticamente traccia nei media internazionali. Un vero peccato, che va direttamente in contrasto con il successo di ASPO-USA 2 in Settembre che aveva beneficiato degli aumenti dei prezzi, ancora recenti nella testa della gente. Ma in questo momento, si è visto chiaramente che non c'è interesse sui media sulle nostre tematiche.
In se, il fallimento di ASPO-VII non è cosa grave: le conferenze vanno e vengono ma non cambiano il mondo. Può anche darsi, comunque, che ASPO-VII sia da vedere come un'indicazione che ASPO ha raggiunto il suo picco. La nostra "mission" era di allertare il mondo sull'arrivo del picco del petrolio. Ora che è arrivato (o quasi, cambia poco se arriva l'anno prossimo o fra due anni) non c'è più molto da allertare. Questo è quello che ha sempre detto Colin Campbell, e io sono abbastanza daccordo.
Credo che abbiamo fatto bene il nostro mestiere e abbiamo molto mosso le acque portando la questione del "picco" all'attenzione di molta gente. A questo punto, sarà difficile ignorare la caduta della produzione quando sarà evidente dai dati; cosa che credo avverrà in tempi dell'ordine di qualche anno. Più che altro, tuttavia, abbiamo accumulato una serie di strumenti di analisi e di interpretazione che saranno preziosissimi nell'era del post-picco. Non è più tempo di accapigliarsi sulle riserve; è tempo di pensare a costruire cose nuove. Cosa che, del resto, tutti stiamo facendo.
Quindi, direi che il ruolo di ASPO non solo rimane, ma anche diventa più importante. Però dobbiamo continuare a rinnovarci e a pensare a cose nuove. Lavorare sugli argomenti sui quali abbiamo lavorato vuol dire rendersi conto di come sia importante il cambiamento e come ci prenda sempre di sorpresa. ASPO ha avuto fino ad oggi questa capacità quasi incredibile di prevedere i cambiamenti che si stanno verificando in questo mondo. L'ha avuta per l'originalità del pensiero dei suoi membri fondatori che sono stati capaci di pensare oltre gli schemi. Per continuare con questa capacità, bisogna continuare a pensare oltre gli schemi. Come minimo, per l'anno prossimo dobbiamo pensare a formati di comunicazione diversi. Il formato attuale delle conferenze ASPO è chiaramente obsoleto. D'altra parte, non saremmo ASPO se ci facesse paura cambiare!
Qui, vi passo ora i messaggi che ho mandato alla mailing list dei soci ASPO a caldo, durante la conferenza. Gradualmente, le presentazioni saranno disponibili sul sito di ASPO-VII
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In diretta dal convegno
Ancora qualche nota volante dal congresso ASPO-VII. Oggi ha parlato Colin Campbell. Come sempre, Campbell è a un livello irraggiungibile da noi comuni mortali. Ha il dono sia della semplicità come della profondità e allo stesso tempo riesce a parlarti degli eventi del Giurassico di 100 milioni di anni fa come di quelli ai vertici dell'IEA il mese scorso. Per una mezz'ora, la platea è rimasta affascinata ad ascoltarlo. Secondo Colin, il picco del petrolio totale si sta verificando in questi anni, 2007, 2008 o 2009, poco importa. Quello che importa è che l'attuale produzione corrisponde al lavoro di 22 miliardi di schiavi. Nel prossimo futuro, vedremo un declino che lui stima al 2.7% all'anno. Nel 2030, la produzione di energia mondiale non sarà in grado di supportare molto più di 2 miliardi di persone e questo ci pone qualche piccolo problema dato che siamo 6.6 miliardi. Campbell conclude il suo talk con le parole "buona fortuna".
L'altro talk interessante della mattinata è stato quello di Luca Barillaro; il nostro amico trader di Modena. Luca è un oratore affascinante che racconta le cose come stanno senza peli sulla lingua. Ha detto chiaramente che essere degli esperti di petrolio non aiuta chi fa il trader nei mercati. Anzi, chi fa il trader non legge i giornali, non studia le riserve, è uno "spirito animale" che "sente" l'aumento o la caduta dei prezzi. Non è un mestiere per gente che ragiona sui fondamentali. Ha ragione - se io dovessi fare il trader avrei già mandato in fumo qualche milione di dollari. Nella situazione attuale, se ho capito bene, l'effetto dei mercati finanziari è di aumentare l'incertezza dei mercati - chi specula lo fa sulla volatilità dei prezzi e questo rende molto difficile gestire la situazione per chi usa veramente petrolio; come le compagnie aeree. il "greed" degli speculatori fa si che i mercati raggiungano dei tipping points; crollano periodicamente. Ora c'è la pausa caffé. Passo e chiudo.
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Seconda sessione della mattinata. Il convegno è un po' organizzato "alla
spagnola" (inteso come "all'italiana") ovvero siamo indietro sul
programma di almeno un'ora.
Cronaca in tempo reale: in questo momento sta parlando Charles Hall, che
conosciamo come economista-ecologista della scuola di Odum, Forrester e
Hubbert, forse il proponente principale del concetto e dell'importanza
del ritorno energetico "EROI".
Charlie ha la caratteristica di una voce tonante che rimbomba nella sala
anche senza microfono. Ci fa vedere una cosa che avevo pensato già io:
le predizioni dei "limiti alla crescita" del 1972 si stanno avverando
alla perfezione!! Tutto si sta avverando, siamo dei profeti! Invece, gli
economisti hanno sbagliato tutto in modo veramente spettacolare. Però,
Charles, come economista fuori dal coro si trova in difficoltà a trovare
fondi per la sua ricerca mentre viene sostanzialmente ingnorato dal
mainstream di quello che si fa in economia. Il concetto fondamentale che
Charles Hall propone, e che mi trova completamente daccordo, è che
quello che chiamiamo "progresso" viene spesso attribuito alle virtu'
della tecnologia, ma in realtà è principalmente dovuto all'incremento
della produzione di energia. Cominciate a ridurre l'energia, e addio
progresso.
Charles anche lui parla un po' "all'italiana," ovvero ha preparato
troppe figure, sta andando fuori tempo, sta facendo vedere una figura
dopo l'altra e nessuno sta capendo più niente. Peccato, perché il talk
era molto interessante - aveva bisogno di almeno 45 minuti, invece glie
ne hanno dati 20. Queste cose non succedono solo in Italia; ma sembrano
tipiche dei paesi latini. Va a finire che non andiamo più a pranzo....
Finisce alle 12:20; 55 minuti di ritardo sul programma. Ora vediamo che
succede...
Continua.....
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Sempre cronaca in tempo reale. Parla ora Jerome Guillet, noto anche come
"Jerome a Paris", economista catastrofista noto in vari blog e liste,
soprattuto su "The Oil Drum". Jerome è un peak-oiler, micidialmente
catastrofista. Ma oggi ha fatto un talk veramente da economista
illustrando le opportunità di investimento in Europa nell'energia
eolica. Ottimo approccio: è inutile parlare di catastrofi ai
catastrofisti (come sembra che si stia facendo parecchio oggi). Ci vuole
una visione positiva: cosa si può fare? Che cosa è entro le nostre
possibilità pratiche? Jerome ha l'approccio giusto; è la cosa che cerco
di fare anch'io; non focalizziamoci troppo sui problemi, ma piuttosto
sulle soluzioni.
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Ore 12:50; sempre intempo reale da Barcellona. Parla ora Mario
Giampietro, ricercatore della scuola di Odum e Ulgiati; attualmente
lavora all'università autonoma, qui di Barcellona. Hot topics: biofuels
Giampietro lo conoscevo da un convegno a Porto Venere di un paio di anni
fa. Che fosse bravo, lo sapevo, questo suo talk di oggi me lo conferma
in pieno. L'inizio è "Cosa è successo del buonesenso?" Stupendo!!
Comincia dicendo che, idiozia per idiozia, nel complesso è meglio
bruciare il mais direttamente nella stufa che trasformarlo in
biocarburante. Ma, idiozia per idiozia, ce ne sono di molto peggiori;
come quella di mandare le automobili con il grasso umano ottenuto per
liposuzione. Cita anche l'idiozia attribuita a Maria Antonietta, quella
delle Brioches. Che i biocombustibili siano una pessima idea è noto già
dal 1945, e Giampietro continuano a chiedersi perché la gente sia tanto
entusiasta del concetto.
Giampietro ci ha dato una belllissima sintesi del sistema economico
visto in termini biofisici, incluso il ruolo dei biocombustibili coma
una delle cause dell'attuale crisi alimentare. Non ve la posso
riassumere in poche righe, anche lui alla fine è caduto nella trappola
di voler dire troppe cose in poco tempo e di far vedere decine di
diapositive troppo alla svelta, senza che nessuno in platea capisca più
un bastone. Però vi posso dire che se organizzate un convegno,
invitatelo! Ma dategli almeno mezz'ora - 45 minuti se possibile perché
queste cose sono fondamentali e qualcuno bisogna che le dica.
Purtroppo, uno dei problemi dei nostri tempi è che nessuno da retta a
chi dice le cose di buonsenso e che continuamente ci lanciamo alla
ricerca di soluzioni che peggiorano il problema. In altre occasioni,
avevo fatto l'esempio della balena spiaggiata che usa le sue ultime
forze per trascinarsi penosamente nella direzione opposta a quella
dell'acqua
Continua. Sono le 13:10. Non so se ora andiamo a pranzo (e mi stanno
finendo le batterie.....)
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La sessione pomeridiana comincia con 45 minuti di ritardo. Poteva essere
peggio considerando l'esempio che avevo fatto del treno regionale.
Continuo con la mia cronaca in tempo reale, anche se le batterie stanno
dando segni di sofferenza. Sta parlando Bob Loyd che è venuto dalla
Nuova Zelanda apposta. Mi ha detto ieri sera che ha calcolato di aver
consumato circa 15 barili di petrolio per venire a Barcellona. Lloyd ci
ha fatto una presentazione piuttosto filosica, cercando di correlare
quello che sta succedendo al mondo con la struttura del cervello umano.
Interessante, ma non mi è parsa portare elementi particolarmente nuovi.
Batterie vicine all'ultimo respiro.....
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A questo punto, sono finite le batterie del computer e non solo quelle. Quando il conferenziere che è venuto dopo ha cominciato a classificare l'energia nucleare fra le "rinnovabili", anche le mie batterie son finite e sono dovuto andare a prendere un po' d'aria. Sono ritornato più tardi a sentire qualche spezzone della conferenza, ma non mi sembra che ci siano state altre presentazioni veramente degne di nota
Passo e chiudo!!
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lunedì, ottobre 20, 2008
ASPO-VII a Barcellona

Il convegno ASPO-VII si sta rivelando un impegno notevole, fra comitati, discussioni e il convegno vero e proprio. Speravo di potervi fare una cronaca in diretta, come ho fatto per il convegno sui rifiuti di Granada, ma non ce la faccio. Qui di seguito, vi passo una lettera che sono riuscito a spedire di straforo alla mailing list dei soci ASPO. Spero di potervi raccontare qualcosa di più domani.
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Cari amici,
vi scrivo qualche nota "a caldo" dal convegno ASPO VII di Barcellona. Sto scrivendo dalla platea del convegno dove, ome vi dicevo, si respira una certa nettissima aria di post-picco il che sembra rendere certe disquisizioni teoriche piuttosto poco interessanti. Qualche anno fa, accapigliarsi su un picco lontano parecchi anni nel futuro era divertente; oggi sembra un po' fuori luogo. Così, le presentazioni più interessanti sono quelle che hanno esaminato i dati storici e ci hanno detto esattamente dove stiamo. Queste sono state quelle di Jean Laherrere e quella di Louis de Souza.
Jean, come al solito, ha a disposizione tonnellate di dati. L'analisi che ha fatto quest'anno è stata in collaborazione con Jean-Luc Wingert; più elaborata e dettagliata di quelle precedenti. In sostanza, via via che ci avviciniamo al picco, curiosamente la predizione diventa più difficile perché ci troviamo a seguire qualcosa che oscilla e cambia tutto il tempo. Sembra chiaro che da Settembre del 2008 siamo in discesa; ma è questo veramente il picco globale? Secondo i due Jean, ci potrebbero essere delle oscillazioni produttive su un arco di parecchi anni non molto diverse da quelle che ci furono al tempo della grande crisi degli anni '70. Se la crisi finanziaria fa crollare la produzione, non è impossibile vederla rimbalzare in alto, perlomeno parzialmente, qualche anno dopo. Se ci saranno oscillazioni del genere, ci sarà chi grida "picco, picco!!" e chi grida "non era il picco! Non era il picco!" L'incertezza ci farà sicuramente prendere degli abbagli clamorosi, sia in temini di eccessivo ottimismo come di pessimismo.
D'altra parte, l'analisi più interessante di oggi è stata senz'altro quella di Louis de Souza. Non è tanto la produzione globale che conta, ma sono le esportazioni. Come avevo notato anch'io in alcuni post, Louis ha fatto vedere che gli alti prezzi ingenerano un circolo vizioso di stimolo delle economie dei paesi produttori che consumano sempre più petrolio a spese dei consumi degli importatori. In pratica, i dati fanno vedere come il picco delle esportazioni sia stato nel 2005. Da allora, siamo in chiaro declino. Come paesi importatori, stiamo già facendo i conti con il post-picco e questo spiega molte cose di quello che ci sta succedendo. Louis non ha fatto vedere dati sul gas, ma sembra che lì non siamo ancora al declino, ma come minimo siamo piatti, con probabile declino delle esportazioni imminente. Qui, ovviamente, non si può parlare di dati globali perché il gas è una risorsa sostanzialmente locale.
Ha detto anche Louis che probabilmente l'UE otterrà il 202020 senza colpo ferire per via del declino già in atto. Può anche darsi che abbia ragione.
Questo è tutto per ora da Barcellona. Fra mezz'ora c'è la mia presentazione. Passo e chiudo.
UB
Biologia e economia
Riportiamo in questo post un articolo del prof. Giorgio Nebbia, pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di giovedì 16 ottobre 2008, e che ha gentilmente messo a disposizione per il blog di ASPO. In esso emergono in modo molto chiaro gli insegnamenti che la natura può dare all'economia sul tema della limitatezza delle risorse, non solo in termini di scarsità di combustibili fossili e di qualunque risorsa "esauribile", ma anche di "capacità recettiva" degli ecosistemi, persino di spazio fisico disponibile. Per paragone, allora, perchè sovvenzionare l'iperproduzione di autoveicoli se già ora non sappiamo dove parcheggiarli, e ben sapendo che per "piazzarli" bisognerà guidare forzosamente i mercati per obbligare la loro sostituzione (anche se la generazione (n+1) sarà sostanzialmente identica in termini di efficienza)?
Nel grafico è rappresentato il tipico andamento oscillante di un sistema preda-predatore supposto perfettamente rinnovabile. Dapprima le lepri (in blu) si riproducono, ed essendo sempre più numerose, creano le condizioni per la proliferazione delle volpi (in violetto), che proprio delle lepri si nutrono. Quindi, le volpi arrivano ad essere "molte" e costringono la popolazione di lepri a diminuire (a "piccare"), e tuttavia continuano ad aumentare in numero. Poi, l'esubero delle volpi determina una scarsità di cibo e anche queste sono costrette a piccare e a subire la riduzione della loro popolazione. Quando arriveranno di nuovo le condizioni iniziali, le lepri torneranno a proliferare, riaprendo un nuovo ciclo (FG)
Biologia e economia
Propongo una parabola. Uno studente universitario del primo o secondo anno di biologia impara che le popolazioni animali seguono dei cicli di crescita e declino non molto diversi da quelli dell’economia. Immaginiamo una popolazione di animali che vive in un territorio grande e ricco di alimenti e di acqua, ma non infinito: un pascolo, un bosco, un lago. Dapprima gli animali sono pochi e crescono di numero perché hanno spazio disponibile e cibo abbondante e si riproducono facilmente. A poco a poco lo spazio comincia d essere affollato da molti animali e il cibo comincia a scarseggiare e il numero di figli diminuisce e, ad un certo punto, il numero dei nati uguaglia il numero dei morti e la popolazione non aumenta e diventa stazionaria. Le cose sembrerebbero in equilibrio, ma non è così perché la vita di questa popolazione altera le condizioni dell’ecosistema e il cibo e l’acqua che sembravano sufficienti per una popolazione stazionaria, cominciano a diminuire.
Pensate ad un pascolo in cui l’erba è pestata dagli animali presenti e il terreno si indurisce e si inaridisce; inoltre il metabolismo, cioè il processo di trasformazione del cibo, degli animali presenti genera degli escrementi che si fermano nel terreno e lo rendono ancora meno fertile, e finiscono nell’acqua che diventa meno bevibile e anzi dannosa. La popolazione animale allora diminuisce perché, con la propria stessa vita, ha impoverito le fonti di cibo e di acqua. I biologi dicono che la diminuzione è dovuta alla intossicazione del mezzo ambiente; il fenomeno è stato osservato in molte popolazioni animali e la trattazione matematica della crescita e del declino delle popolazioni è stata fatta da una multinazionale di illustri matematici e biologi negli anni trenta del Novecento: l’italiano Vito Volterra (1860-1940), l’americano Alfred Lotka (1880-1949), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin. (1886-1963). Poiché peraltro la vita vince sempre, quando la popolazione di animali che occupano il nostro immaginario pascolo è diminuita, diminuisce anche il disturbo dell’ecosistema, l’erba ricomincia a crescere e l’acqua ritorna abbastanza pulita e il numero di animali del pascolo ricomincia ad aumentare, almeno fino ad un certo punto, almeno finché il loro numero non diventa eccessivo rispetto alla capacità ricettiva del pascolo, dell’ecosistema.
Nella vita reale le cose sono più complicate perché spesso arrivano nello stesso territorio animali che fanno concorrenza ai primi e si verificano conflitti; gli animali di una popolazione si nutrono (li chiamano predatori) di quelli di un’altra specie; talvolta una specie collabora con l’altra. I fenomeni economici si svolgono, più o meno nella stessa maniera e non c’è da meravigliarsi perché l’economia si basa sulla occupazione, mediante merci --- i frigoriferi, le automobili, i mobili, i vestiti --- di un territorio, quello degli acquirenti umani che rappresentano il “mercato”, non illimitato perché gli acquirenti sono in numero limitato ed è limitata la loro disponibilità di spesa; in un certo senso le merci sono gli animali della parabola e i consumatori sono la fonte del loro nutrimento.
Prendiamo il caso dei frigoriferi: una famiglia possiede un frigorifero, magari ne ha due, ma i venditori di frigoriferi hanno bisogno di vendere altri frigoriferi; per dar retta all’invito dei venditori una famiglia può comprare un altro frigorifero, forse altri due, ma se continua a comprare frigoriferi finirà per doverli mettere nella camera da letto. In altre parole la “popolazione” di frigoriferi in una economia, in un mercato, non può aumentare al di là della capacità ricettiva delle case. I venditori possono convincere i consumatori a gettare via, a “rottamare” (magari con incentivi statali) i vecchi frigoriferi, ma la massa dei rottami e il loro smaltimento finiscono per provocare danni e costi che inducono il mercato a “non” comprare nuovi frigoriferi. Per farla breve, se i fabbricanti producono frigoriferi illudendosi di venderli, devono fare i conti con un mercato limitato, che non ha soldi (il cibo della parabola) o che non sa dove metterli, finiscono per fallire e devono licenziare i lavoratori, il che restringe ulteriormente il mercato.
Un discorso simile vale per la “merce” automobile; in questo caso la crescita della popolazione di automobili che può entrare e occupare il mercato, il “pascolo” della parabola, è frenata sia dalla dimensione limitata del mercato (arriva un punto in cui una nuova automobile può essere messa soltanto nella camera da letto), sia dall’intossicazione dell’ambiente dovuta alla mancanza di parcheggi, di strade in cui circolare liberamente, dall’inquinamento. Col curioso paradosso che lo stesso “Stato” che da una parte incoraggia l’acquisto di nuove automobili, per far lavorare i fabbricanti, dall’altra parte deve limitarne la diffusione e circolazione per motivi ambientali. La parabola suggerisce che una economia “reale” può sopravvivere soltanto se i fabbricanti producono tenendo conto che la capacità ricettiva del mercato è limitata e che, al di là di un limite, devono smettere di produrre una certa merce, che ha saturato e inquina un mercato, e devono cercare di produrne un’altra. La parabola contiene perciò anche un messaggio di speranza: la produzione e l’acquisto delle merci possono ricominciare ad aumentare se saranno identificati i reali bisogni dei consumatori e i mezzi per soddisfarli con merci opportune, se si eviterà che la produzione e il metabolismo delle merci sovraffollino e avvelenino l’ambiente in cui si svolge la vita umana, l’unica cosa che conta.
Etichette: biologia, economia, sistemi dinamici
sabato, ottobre 18, 2008
Il picco della burocrazia
Credo che la maggior parte dei lettori di questo blog non sarà molto daccordo con il titolo ("Bravo Cav.") di questo post di Carlo Stagnaro pubblicato su "realismo energetico" e che riproduciamo più in basso.
Non vedo, francamente, le ragioni di tutto questo entusiasmo da parte di Stagnaro nei riguardi di Berlusconi ma, a parte questo, Stagnaro ha centrato un punto fondamentale. Nonostante le buone intenzioni, l'Unione Europea sta sbagliando tutto sul clima (e non solo su questo) costruendo un immenso castello burocratico che - alla fine dei conti - non combina niente di buono.
Ne so qualcosa a livello personale quando ho installato il mio impianto fotovoltaico. Con la serie di regole e fogliacci vari che mi è toccato fare, è andata a finire che l'impianto è nato con almeno tre anni di ritardo - e tutto per via delle buone intenzioni (o forse no, forse fanno apposta.....). Questo, ovviamente, è stato dovuto alla iperburocrazia dello stato italiano, e non a quella dell'Unione Europea. Ma le burocrazie, alla fine dei conti, sono tutte uguali e quella europea comincia a rivaleggiare per pesantezza e involuzione con quella, già pessima, del nostro paese.
Cosa dovrebbe fare, allora, la commissione europea per mettere in piedi una politica realistica? Beh, se ci fosse un minimo di logica, invece di blaterare su obbiettivi tipo "20-20-20" che sono, alla fine dei conti, pura propaganda, se mettesse una bella carbon tax otterrebbe di più di quello che ottiene ora. Favorirebbe le rinnovabili, ridurrebbe le importazioni di fossili e le emissioni e basterebbe mezza pagina per scrivere la legge. Ma la probabilità che facciano una cosa del genere è praticamente zero.
Comunque, leggetevi il post di Stagnaro e vedete voi cosa ne pensate.
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Bravo Cav.
Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ha minacciato il veto italiano sulla politica climatica europea. La Polonia sarebbe sulle stesse posizioni, e almeno altri otto Stati membri sarebbero pronti a sostenere il siluro contro Bruxelles. Non posso che essere felice di questo impeto realistico da parte del premier. La politica europea sul clima è, semplicemente, sbagliata. Sbagliata perché inattuabile, anzitutto; e poi sbagliata perché estremamente costosa (rispetto ai benefici) e incoerente con altre politiche comunitarie, a partire dalla promozione delle liberalizzazioni. Che senso ha tentare, faticosamente, di creare un mercato, per poi tornare a colonizzarlo con sussidi e regole?Detto questo, vedo un problema, che avevo evidenziato un paio di giorni fa. In che modo il 20-20-20 verrà emendato? Infatti, a questo punto l'Italia è andata troppo avanti per fare marcia indietro senza perdere la faccia, e l'Europa non può non tenerne conto. Al di là delle parole dure che i leader europei si scambiano sui giornali, sotto traccia gli sherpa si stanno già muovendo per trovare un accomodamento. Dove sarà il punto di caduta di questo processo? Il mio timore, se non certezza, è che alla fine non verranno messi in discussione gli obiettivi, ma il modo di raggiungerli. Nella pratica, questo vuol dire due cose: le burocrazie, nazionali o europea, potranno distribuire esenzioni e aiuti, e gli obiettivi stessi diverranno "flessibili", cioè incerti. Questo sarebbe (quasi) peggio del sistema attuale, perché a tutti i suoi difetti ne aggiungerebbe due: una spinta lobbistica enormemente potenziata e una incertezza di fondo che è il peggior nemico degli investimenti (se gli investimenti hanno payoff lontani nel tempo). Tra l'altro, rendere "flessibile" il piano Ue significa necessariamente anche renderlo ancor più complesso. C'è un grafico che mi piace sempre mostrare. Eccolo:

Questo grafico, realizzato da Federchimica alcuni anni fa, mostra la crescita di norme ambientali nell'Unione europea tra il 1990 e la metà 2003. Non conosco versioni aggiornate del grafico - se qualcuno le ha, le segnali per favore. Esso dimostra più e meglio di ogni discorso quale sia uno dei difetti della politica ambientale europea (non solo sul clima, beninteso): la moltiplicazione, e quindi instabilità, e quindi imprevedibilità, delle regole. Questo è un grosso problema non solo sotto il profilo economico o finanziario, ma anche sotto quello ambientale, perché l'incertezza disincentiva gli investimenti (compresi quelli "politically correct": vi siete mai chiesti perché in Italia, che ha i sussidi più alti d'Europa, si investa relativamente poco in rinnovabili?). Ora, il mio timore è che la "flessibilità" della politica climatica voglia dire un'intensificazione del flusso regolatorio, uno spostamento del corpo delle regole ancor più lontano dalla natura generale e astratta e sempre più verso un ordinamento "feudale", dove ciascuna azienda deve negoziare le sue regole con n burocrazie. Questo sarebbe un esito beffardo, per un processo che doveva cominciare - ed è scandaloso che sia iniziato solo ora. In ogni caso, ora non è il momento delle pedanterie. Silvio Berlusconi ha il merito di aver messo, per primo, seriamente in discussione la politica climatica europea, e per oggi ci accontentiamo e gliene siamo grati. Chi mi conosce sa che non ho particolare simpatia per il presidente del consiglio, ma questa volta, in tutta sincerità, se lo merita: Bravo Cav.
Etichette: cambiamento climatico
giovedì, ottobre 16, 2008
L’Eolico dove non c’è il vento: il picco del carbone in Polonia
Questo settembre, come quasi ogni anno, mi sono recato in Polonia a trovare i miei suoceri. Questa volta ho avuto occasione di visitare il parco eolico di Kamieńsk, tra Łódź e Częstochowa.
Sorprende il fatto che un parco eolico di dimensioni importanti (sul sito della Wind Energy Polish Association dicono 30 MW ma io ho contato solo 14 Enercon E70) si trovi in un area, quella del centro-sud della Polonia, dove non sussistono generalmente condizioni di vento particolarmente favorevoli. Per la verità bisogna dire che il parco eolico è situato in sulla cima di una vasta e boscosa collina alta non più di 300 metri, il che naturalmente crea condizioni più favorevoli, ma non per questo scontate.
Insieme al parco eolico è stata costruita un’area di divertimenti; una moderna seggiovia quadriposto con tanto di illuminazione e cannoni spara neve per sciate notturne nel periodo 1 gennaio-31 marzo oltre ad una divertentissima rotaia (non ho resistito, ho dovuto provarla…) dove durante tutto l’anno è possibile lanciarsi in discesa a folle velocità con macchinine monoposto (dotate anche di cintura e freno, assolutamente necessari) in un percorso tutt’altro che monotono.
(perdonate le calze ma ero senza fantasmini….)
Le reazioni della gente credo siano significative, perché relative ad un qualcosa di nuovo, ad una cultura assolutamente non diffusa in quell’area; ovviamente queste non potevano che essere positive: gli impianti sono oggetto di esodo da parte di famiglie e turisti, sembrano veramente apprezzate. A pochi metri da una delle torri ho iniziato a discutere (con il mio polacco mixato italiano) a riguardo dei problemi relativi all’approvazione di questo tipo d’impianti in Italia: appena ho provato ad accennare “all’inquinamento visivo” sono stato ridicolizzato e deriso, e non a caso.
Ricordo un titolo di repubblica di qualche tempo fa: “Allarme inquinamento (con riferimento alle PM10): a parte alcune zone del sud della Polonia, Milano e Torino città più inquinate d’Europa”.
La regione al confine con Kamiensk è la ricca regione mineraria della Silesia che industrialmente parlando sta alla Polonia come il Veneto + la Lombardia stanno all’Italia. Lì si prendono i contributi ecologici per la caldaia a carbone; e il carbone che finisce in caldaia non è quello di legna che noi usiamo per i barbecue ma carbone fossile della qualità più pregiata (antracite-litantrace). Credo che pochi italiani abbiano avuto l’esperienza di prenderne un pezzo in mano: beh credetemi ha la consistenza del marmo!!
Nella stessa regione tra l’altro oltre ad una lunga serie di centrali minori è presente a Rybnik, non distante dal confine con la Repubblica Ceca E.R. (Elektrownia Rybnik), un mostro a carbone di proprietà EDF con una potenza di 1,8 GWe, che moltiplicata per le dovute ore di funzionamento corrisponde a circa il 7% del fabbisogno di tutta la Polonia.
Parlando sempre con i miei parenti (che in quanto a miniere sono parecchio navigati) mi spiegavano che non è più come un tempo.
Alcune miniere hanno chiuso, altre vengono tenute in piedi solo grazie ad incentivi statali. Inoltre per aprire nuove vie di tanto in tanto vengono minate sottoterra alcune zone. Uno dei risultati più spiacevoli è che qualche abitazione finisce per creparsi di brutta maniera, a volte irreversibilmente. E mentre in passato le compagnie minerarie erano parecchio solerte nei pagamenti, ora la faccenda inizia a farsi più complessa.
Dal grafico è desumibile il picco negli anni 87-89. E’ sicuramente un picco che ha una forte connotazione politica (coincidendo con il crollo del muro). E’ probabile che l’economia di mercato abbia tagliato alcuni siti di produzione non proprio convenienti. Certo è che se successivamente ne fossero sussistite le condizioni la produzione avrebbe subito un rimbalzo tecnico, cosa che non è avvenuta: a quasi 20 anni dal picco, la produzione di carbone in Polonia si è praticamente dimezzata.
Sempre più in basso, sempre più giù: il carbone a elio che sale da solo in superficie non è ancora stato trovato: insomma anche qui l’EROI la fa da protagonista.
Sull’eolico la Polonia sta marciando abbastanza velocemente rispetto agli altri paesi Est-Europa, soprattutto al nord tra Danzica e Stettino dove sussistono condizioni anemometriche davvero interessanti. La marcia è diversa se paragonata anche solo al bel Paese, ma le premesse sono tutt’altro che negative.
Certo è che raccogliendo tante opinioni tra amici e conoscenti (che sapendo del mio lavoro mi tartassano di domande) “10-100 mila gigantesche ventole infilate ovunque saranno sempre meglio di tutto quel carbone, anzi sono pure belle a vedersi”: per ora tanti degli assurdi ostacoli sollevati da alcuni improbabili enti/associazioni della nostra cara penisola, lì ancora non sussistono e forse (speriamo) non sussisteranno mai.
Etichette: carbone, cultura, eolico
mercoledì, ottobre 15, 2008
Guidiamo come cani?
Etichette: mobilità, paradigmi
martedì, ottobre 14, 2008
Ridurre o differenziare i rifiuti?
Nei dibattiti sullo smaltimento dei rifiuti capita spesso di ascoltare animate discussioni tra “riduzionisti”, cioè coloro che ritengono più importante prevenire la produzione dei rifiuti, diminuendo e riusando gli imballaggi, e “differenziatori” che invece considerano prioritaria la raccolta differenziata dei rifiuti presso gli utenti finali. A un certo punto, immancabilmente, interviene il ragionevole di turno che mette d’accordo tutti, affermando che le due strategie non sono in contraddizione, ma che bisogna operare per integrarle in un’ottica di minimizzazione dello smaltimento finale. Per evitare però una diatriba “ideologica” tra princìpi, a cui gli italiani sono particolarmente inclini, e dare una risposta razionale al problema, non resta che affidarsi alla forza incontrovertibile dei numeri. Le fonti di dati sulla produzione e smaltimento dei rifiuti in Italia sono due, l’Osservatorio Nazionale dei Rifiuti e l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA ex APAT). Due enti che fanno la stessa cosa, peraltro con leggere differenze numeriche sui dati è un’anomalia tipicamente italiana, ma questo esula dagli scopi di questo articolo. Dal sito dell’Osservatorio Nazionale dei Rifiuti ho ricavato i dati sui consumi di imballaggi dal 1998 al 2005. Osserviamo innanzitutto che siamo in presenza di un picco, parziale o totale lo vedremo nei prossimi anni (nel 2005 c’è stato un immesso al consumo di circa 11,9 milioni di tonnellate, inferiore dello 0,8% rispetto al 2004). Una parte degli imballaggi, secondo quanto risulta dal sito dell’APAT, circa 3,4 milioni di tonnellate, viene attualmente riusata. Quindi, nel 2005 gli imballaggi che hanno determinato una produzione di rifiuti sono stati circa 8,5 milioni di tonnellate. Supponiamo ora cautelativamente che questi rifiuti confluiscano in un anno interamente nel circuito dei rifiuti solidi urbani e confrontiamo questa quantità con la produzione totale di rifiuti solidi urbani, nel 2005 di 31,6 milioni di tonnellate. Quindi, approssimativamente per eccesso, si può affermare che gli imballaggi contribuiscono per circa il 27% alla produzione dei rifiuti. Il restante 73% è costituito da organico e carta, che insieme rappresentano le componenti principali degli RSU, per circa il 55%, e da altre tipologie di rifiuti.
Immaginiamo ora di riuscire a diminuire del 70% il consumo di imballaggi con opportune e auspicabili politiche di riduzione e riuso, come l’uso del vuoto a rendere, la vendita di prodotti sfusi, la riduzione delle confezioni ecc. Avremmo determinato una minore produzione di rifiuti di circa il 20%. Per il restante 80% ipotizziamo ora di ottenere con l’adozione dei moderni sistemi integrati di raccolta domiciliare una differenziazione e riciclaggio pari al 70%. Il risultato sarebbe quello di evitare lo smaltimento di circa il 55% dei rifiuti prodotti. Conclusione, la raccolta differenziata è in grado di incidere quantitativamente molto di più (quasi tre volte) della riduzione degli imballaggi alla soluzione del problema. Questa considerazione è inoltre rafforzata dal fatto che nelle realtà dove si effettuano politiche di raccolta differenziata porta a porta con l’applicazione della tariffa al posto della tassa, si determina anche una riduzione della produzione procapite dei rifiuti, dovuta anche alla maggiore attenzione dell’utente all'uso di prodotti che generino minori scarti.
Tornando quindi alla discussione animata dell’inizio articolo, io potrei definirmi un ragionevole differenziatore, cioè darei priorità alla gestione della raccolta differenziata, ma con un’attenzione non marginale agli interventi di prevenzione volti a ridurre gli sprechi determinati da un uso eccessivo degli imballaggi.
Etichette: organizzazione, rifiuti
lunedì, ottobre 13, 2008
L'oro di carta

L'oro di carta
Di Ugo Bardi
20 Settembre 2008
Uscendo l'altro giorno dal ristorante, mia moglie mi ha domandato, "ma non ti è parso un po' caro?" "Direi di no," ho risposto, " ci hanno dato da mangiare e in cambio hanno voluto soltanto dei pezzetti di carta colorata". Avrei potuto aggiungere che in certi posti si contentano di avere in cambio un quadratino di plastica, e dopo te lo rendono anche.
Il fatto che si possano ottenere beni e servizi in cambio di pezzetti di carta o di plastica colorata (che poi ti rendono anche) è uno dei tanti misteri di questo pianeta. Una volta, i pezzetti di carta avevano valore in quanto - teoricamente - erano convertibili in oro. Dal 1971, tutto è cambiato quando gli Stati Uniti dichiararono ufficialmente che abbandonavano la convertibilità del dollaro in oro. Da allora, la non convertibilità si è estesa a tutte le monete mondiali anche se, fino a non molto tempo fa, sulle banconote in lire, c'era scritto "pagabili a vista al portatore". Pagabili con cosa? Presumibilmente, con altri pezzi di carta di colore diverso. Oro di carta, evidentemente.
Sembra che il valore reale di una banconota, ovvero costo di produrla, sia di circa 0.3 eurocent; decisamente l'oro di carta è un buon affare per le banche centrali che lo stampano. Ancora meno costa la moneta virtuale; quella delle carte di credito e dei conti in banca che esiste solo in forma di bit; entità magnetiche situate nella memoria di qualche computer che non si sa nemmeno dove sia. L'oro di plastica è un affare ancora migliore per le banche.
In compenso, le monete hanno un certo valore intrinseco. Le micromonetine da 1, 2 e 5 centesimi di euro sembrano di rame, ma sono di acciaio placcato e non valgono quasi niente. Più interessanti sono le monete da 10, 20 e 50 centesimi, sono fatte di "nordic gold", ovvero una lega che contiene circa il 90% di rame. La moneta da 10 centesimi contiene circa 4 grammi di rame, al prezzo attuale di circa 3 euro al kg, vale un po' più di un centesimo. Quelle più grosse, da due euro, contengono circa otto grammi e mezzo di una lega di rame-nickel. Ai prezzi attuali, il metallo vale poco più di un paio di centesimi. In tutti i casi, il valore nominale della moneta è enormemente superiore a quello del metallo.
Allora, come mai possiamo ottenere tante cose con dei pezzetti di metallo sopravvalutati, con dei pezzetti di carta colorati, o addirittura con dei bit, entità puramente virtuali che stanno dentro un computer? Forse vi sembra normale che l'oro sia di carta o di plastica.
Ma pensateci un attimo. Nella storia, la gente si scambiava merci e servizi, ma quasi sempre in cambio di qualcosa di reale, beni o servizi. Ti do un cammello in cambio di tre pecore, oppure potevi assumere dei mercenari in cambio di un sacchetto d'oro. Un tempo, in Giappone, gli Shogun coniavano moneta indicizzata in koku un'unità di misura del volume di riso. Si racconta che in certi posti si usassero conchiglie come moneta, ma ho un po' il dubbio che questa sia una storiella che gli indigeni hanno inventato per prendere in giro l'antropologo. Può anche darsi che fosse vero ma, se è vero, le conchiglie dovevano avere un valore di scambio garantito dal capoccia locale in forma di capre, pelli di pescecane, o che altro.
Certo, governi, zecche e falsari hanno sempre teso a imbrogliare "svalutando" la moneta, ovvero producendo monete che valevano meno del loro valore nominale; per esempio usando leghe che contenevano meno oro. Ma quello si sapeva che era un imbroglio. Non credo che sia mai successo nella storia che si stampasse carta dichiarando esplicitamente che non aveva nessun controvalore reale e che la gente la accettasse per moneta "buona". Certo, la propaganda moderna è potente, ma che riesca a far credere alla gente che l'oro è fatto di carta sembra veramente un po' troppo.
Io un'ideuzza ce l'avrei per spiegare l'esistenza dell'oro di carta. Ovvero che i foglietti di carta colorata, in realtà, un controvalore reale ce l'hanno, anche se non viene dichiarato esplicitamente. Pensate un attimo a cosa è successo nell'agosto del 1971, quando Richard Nixon dichiarò ufficialmente la non convertibilità del dollaro in oro. Beh, pochi mesi prima, nel Dicembre del 1970, c'era stato un evento epocale. Talmente epocale che nessuno, o quasi, se ne era accorto: il picco del petrolio degli Stati Uniti. Era epocale perché da allora gli Stati Uniti cessavano di essere energeticamente indipendenti e diventavano importatori di petrolio. Per gestire questa nuova situazione, fu necessario costruire nuove strutture economiche. Fu a quel tempo che nacque quel regime economico che noi chiamiamo "globalizzazione".
Bene, io credo che quello che Nixon non disse, ma che era sottinteso, era che da allora il dollaro era convertibile in petrolio e che questa conversione era garantita militarmente dagli Stati Uniti che assicuravano a tutti l'accesso al mercato globale del petrolio; purché lo si pagasse in dollari. E' per questo che mettiamo tanta attenzione su quanti dollari vale un barile. Sembrerebbe che sulle banconote da un dollaro ci dovrebbe essere scritto, più o meno, "pagabile a vista al portatore in petrolio". C'è una ragione per la quale si parla tanto di "oro nero".
Legare la moneta all'oro nero, al petrolio, si presta allo stesso imbroglio che tutti quelli che hanno stampato o coniato moneta hanno fatto, ovvero svalutarla. In questo caso, svalutare la moneta vuol dire aumentare la massa monetaria; cosa che si sta facendo da molti anni. Fino ad oggi, questo non ha avuto effetti particolarmente drammatici dato che l'aumento della massa monetaria in circolazione è avvenuto in corrispondenza con aumenti paralleli della produzione petrolifera. Il petrolio ci ha arricchiti, e a questo arricchimento reale ha corrisposto un arricchimento virtuale in termini di una maggior disponibilità monetaria. Ma qui sta cominciando a nascere un problema: il fatto che la base monetaria è esauribile. Negli ultimi anni abbiamo visto una la stasi produttiva mentre la massa monetaria ha continuato a crescere. Di conseguenza, stiamo vedendo una tremenda impennata dell'inflazione che neanche gli imbrogli contabili dei vari istituti di statistica riescono più a mascherare. Con l'imminente declino della produzione petrolifera, vedremo anche il declino rapido e irreversibile del nostro curioso oro di carta.
La moneta virtuale in forma di bit è destinata a scomparire senza lasciare traccia, cancellata dalla memoria dei computer. Le banconote si potranno sempre usare per accendere il camino o la stufa, come si faceva con i marchi tedeschi negli ultimi anni della repubblica di Weimar. Per le carte di credito, non vedo molti usi a parte come sottobicchieri o per pareggiare qualche tavolo traballante. Quelle più pacchiane, quelle dorate o platinate, le si potrebbero forse usare per farne paillettes per i vestiti delle signore. Per le monete, il destino potrebbe essere diverso. Le monetine in acciaio potrebbero essere ottimi bottoni, mentre quelle che contengono rame e nichel potrebbero essere fuse per recuperarne il metallo. Oppure, le monete potrebbero rinascere in una loro vita post-petrolifera circolando con il loro valore reale, in peso di metallo, ben diverso da quello nominale.
Comunque vada, non c'è troppo da prendersela. Il denaro, alla fine dei conti è fatto "della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni". E i sogni, si sa, non durano a lungo.
Etichette: moneta, picco del petrolio
domenica, ottobre 12, 2008
L'effetto combinato della crisi energetica ed economica sulla domanda petrolifera
created by Eugenio Saraceno
Da alcuni mesi sembra che il mondo sviluppato, dopo un’era di prosperità e crescita economica mai vista prima, passi da una crisi all’altra; la percezione del futuro economico non è mai stata tanto fosca. Intuitivamente si potrebbe cercare di dare una spiegazione guardando la catena degli eventi che si è succeduta dalla fine degli anni ’90 ad oggi.
L’affermazione prepotente della globalizzazione finanziaria, con l’ingresso dei nuovi giganti asiatici, dopo il crollo dell’Unione Sovietica ha provocato una notevole crescita economica che ha portato anche alla creazione di “bolle”, eccessi di investimenti in determinati settori (new economy, immobiliare, energetico e materie prime) che sono poi esplose in sequenza provocando crisi finanziarie sempre più gravi, l’ultima che stiamo vedendo in questo momento sembra essere catastrofica e sembra essere stata innescata da due bolle esplose in stretta sequenza in quanto correlate, i mutui e l’energia; alcuni analisti vedono una correlazione nel fatto che i proprietari di immobili (con mutui ipotecari) nelle immense suburbs prive di servizi di trasporto pubblico che la crescita del settore immobiliare ha disseminato per il mondo, abbiano dato default per via dei crescenti costi energetici che tali fabbricati, per la loro distanza dai centri economici o posti di lavoro e per la leggerezza con cui sono stati progettati i sistemi di riscaldamento e climatizzazione, hanno comportato. Ciò ha provocato difficoltà nel comparto del credito che si sono acuite per altri fattori dovuti alla struttura dei mercati finanziari, una crisi dei consumi, in particolare energetici e lo scoppio delle bolle di energia e materie prime legate appunto a questi consumi. Cerchiamo qualche conferma di questo ragionamento esaminando l’evoluzione dell’ultima bolla, quella energetica, che sembra aver originato (o in ogni caso ne rappresenta un evidente sintomo) la catastrofe finanziaria di questi giorni, quello che è stato definito da poco più di una settimana “il nuovo 1929” (dopo che ancora un paio di settimane fa le entità governative dichiaravano che “l’economia è solida”).
Dal sito della EIA http://www.eia.doe.gov/emeu/ipsr/t21.xls ente governativo USA per l'informazione sull'energia è possibile esaminare l’andamento della produzione e della domanda mondiale di petrolio. Dai dati disponibili è possibile effettuare una semplice analisi basata sull’elementare concetto di domanda e offerta.
Tab.2 domanda mondiale giornaliera media di greggio+NGL+altri liquidi+ guadagni di raffineria (in pratica gli All Liquids escluso biocerburanti) in milioni di barili al giorno
Si osserva, dalle due tabelle seguenti, che fino al 2005 la produzione è aumentata tenendo testa all’aumento della domanda; nel 2006 la domanda ha continuato a salire mentre la produzione è stata stagnante, in leggero calo. Nel 2006 le difficoltà di aumentare la produzione sono evidenti anche dal fatto che la domanda è stata superiore all’offerta benchè i prezzi fossero considerati già allora troppo alti da molti analisti. Tale situazione permaneva e peggiorava nel 2007 mentre gli alti prezzi già deprimevano anche la domanda che aumentò meno che negli anni precedenti. Nel 2008, primo semestre, la produzione media è risalita notevolmente (oltre 1 milione di barili al giorno) mentre la domanda è stata, per la prima volta da molti anni, distrutta; non solo la domanda non è cresciuta come negli anni precedenti, ma è diminuita in modo abbastanza sensibile riportando l’equilibrio con l’offerta intorno agli 85,5 milioni di barili al giorno.
Da questa analisi possiamo trarre alcune sommarie conclusioni; ovvio che la domanda è stata strettamente influenzata da due fattori, la crescita economica ed il livello dei prezzi. L’entrata in recessione di molte economie nel 2008 ha provocato una notevole distruzione di domanda già a metà anno, a questa possono essere in parte attribuiti i recenti cali del prezzo; nel periodo 2004-2007, quando la crisi economica non sussisteva è possibile ipotizzare che il rallentamento della velocità con cui la domanda è aumentata possa essere attribuita quasi esclusivamente alla crescita dei prezzi petroliferi, cresciuti di oltre il 300% in tale intervallo temporale.
Si potrebbe concludere con una ovvia previsione: se la domanda continuerà a calare, dato che la fase di recessione che si prospetta sarà biennale od oltre, anche l’offerta si adeguerà al ribasso; alcune qualità di greggi ad alto costo di produzione usciranno dal mercato, alcuni dei megaprojects da cui si attendevano milioni di barili giornalieri aggiuntivi rallenteranno, la progettazione e la costruzione di nuovi impianti per il trattamento di olii non convenzionali come quelli canadesi o venezuelani si arresterà. Se tutto ciò avverrà, in estrema sintesi, si tratterà di un picco di Hubbert della produzione petrolifera a tutti gli effetti. Se infatti la domanda nel 2009 e 2010 calasse ad esempio a 85 mbd e poi 84 trascinando in basso l’offerta, osservando un grafico della produzione prolungato al 2010 vedremmo un picco sul 2008. Ciò non esclude che una successiva ripresa possa far ripartire al domanda e far risalire la produzione ma possiamo essere abbastanza sicuri che in tal caso i prezzi ricominceranno a salire provocando una nuova recessione ed un nuovo picco che potrebbe essere anche a livelli di produzione più alti di quello odierno.
Certamente questo ragionamento può aiutare a capire più profondamente la natura del concetto di picco. Il picco di una risorsa non è esclusivamente una questione di prezzi (finanza), né di produzione (geologia), né di domanda (economia reale) ma un combinato disposto di questi tre fattori che si influenzano e limitano a vicenda. Non vi sarà picco perché non si riesce a produrre di più, i megaprojects avrebbero consentito di aumentare la produzione a patto che il prezzo del petrolio rimanesse alto (tutti i nuovi progetti hanno costi di estrazione alti, altrimenti sarebnbero stati sfruttati prima), ma al prezzo di 150$ al barile qualcosa nell’economia si è rotto. L’inflazione creata dall’aumento dei prezzi energetici ha costretto le banche centrali a far salire i tassi di interesse, questi hanno messo in difficoltà i consumatori che si erano indebitati, costoro hanno ridotto i consumi, molti non hanno più potuto pagare il mutuo, il settore immobiliare è entrato in crisi perché poteva reggersi solo se i prezzi fossero stati in costante aumento.
L’edilizia ha rallentato, i trasporti e tutte le attività produttive si ridimensioneranno. Il consumo di energia e materie prime è stato ridotto e la bolla speculativa si sta sgonfiando; se i consumi petroliferi medi giornalieri scendessero di alcuni milioni di barili i prezzi potrebbero tornare quelli di alcuni anni or sono; ciò nonostante, il picco del 2008 ci sarà stato e nessun barile a 80 o 60$ e nemmeno a 40$ potrà smuoverlo da dove si è manifestato finchè non sarà possibile ripartire con la ri-crescita economica dopo il disastro. Ri-crescita che potrebbe portare solamente, presto o tardi, ad un nuovo disastro. Ma è proprio in occasione di una catastrofe che è opportuno ripensare alle cause e cercare di evitarne una nuova. I governi si stanno muovendo per assicurare che lo stesso meccanismo che tanti danni economici sta provocando riparta tra due o più anni, dopo una crisi che si prospetta lunga e penosa, sulle stesse basi, magari con qualche regola in più e un maggiore controllo dello stato, ma se è il momento di riflettere, voglio terminare con una riflessione: che la crescita economica ad ogni costo non sia la soluzione ma il problema stesso?
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sabato, ottobre 11, 2008
RAMSES in Polonia

La Polonia vista dall'aereo in atterraggio a Varsavia. Il paesaggio è molto verde, con estese zone forestate. Non si vede quasi traccia degli shopping center e dei capannoni industriali che invece sono comuni dalle nostre parti.
Le vicissitudini della vita mi hanno portato in questi giorni in Polonia per via del progetto RAMSES, il veicolo agricolo a energia rinnovabile. Scusandomi per aver personalmente sprecato un buon mezzo barile di petrolio in forma di carburante per aerei in questo viaggio, vi passo qualche immagine e qualche commento. La prima parte riguarda il viaggio che abbiamo fatto a Kujawski, a visitare la ditta di macchine agricole Krukowiak, che completerà il prototipo. Poi vi faccio vedere anche qualche immagine di Varsavia.

Visto da terra, il paesaggio polacco conferma l'impressione che uno si può fare dall'aereo. Questa è una zona rurale a ovest di Varsavia, fotografata dall'autobus in viaggio per Kujawsky. Una volta, la Polonia era l'"impero della Patata" e le patate si esportavano più che altro in Unione Sovietica. Oggi, ho visto che si coltivano più che altro ortaggi per il mercato globale. L'agricoltura polacca, sembrerebbe, è quasi pronta per la de-globalizzazione.

Come molti paesi dell'area ex-Sovietica, la Polonia ha ereditato una buona rete ferroviaria che funziona ancora molto bene. In un viaggio precedente, sono andato da Varsavia a Poznan in treno e vi posso confermare la buona qualità dei treni polacchi.

Il paesaggio rurale in Polonia ricorda molto la Pianura Padana, ma senza le autostrade e i centri commerciali.

Di energia rinnovabile, si vede molto poco nella campagna polacca. Non è un'area molto adatta per il fotovoltaico, ma qualche generatore eolico c'è.

Eccoci alla Krukowiak, fabbrica di trattori e macchinario agricolo in un luogo sperduto chiamato Kujawski. I trattori sono un elemento tipico del concetto di agricoltura ereditato dai tempi sovietici.

La Krukoviak è specializzata più che altro in macchine per l'irrigazione; alcune gigantesche, come quella che vedete.
Anche se molto più piccolo dei giganti fatti da Krukowiak, il nostro trattorino elettrico RAMSES, (eccolo appena arrivato dall'Italia), ha suscitato grande interesse.
Qui vediamo Ayman Ghamoh, uno dei nostri partner dalla Giordania, alla guidadel prototipo RAMSES. In paesi soleggiati come lo sono quelli del Medio Oriente, c'è un enorme interesse in un sistema di trasporto agricolo completamente solare. A proposito di questa foto, va detto che una delle schede elettroniche del trattorino è stata danneggiata durante il trasporto, per cui l'arnese non si è potuto muovere in questa occasione. Succede; presumo del resto che anche quando la bicicletta fu presentata in pubblico per la prima volta, è probabile che qualcosa non abbia funzionato.

Il RAMSES ha avuto grande successo in Polonia, alla presentazione c'erano molti giornalisti. Qui, Toufic el Asmar, coordinatore del progetto RAMSES, mentre viene intervistato dalla TV nazionale polacca alla Krukowiak. In Polonia, il RAMSES avrebbe qualche problema a essere alimentato da pannelli fotovoltaici, ma potrebbe usare energia eolica.

Qui siamo a Varsavia, alla IBMER (istituto di ricerca per la meccanizzazione e l'elettrificazione agricola). Anche la IBMER è un retaggio dell'enfasi che si dava alla meccanizzazione agricola in tempi sovietici. Oggi sono più interessati alla sostenibilità in agricoltura e, da quello che ho potuto vedere, stanno facendo un ottimo lavoro. Qui vediamo il prof. Myzcko, direttore dell'istituto, che fa un discorso di benvenuto ai partners del progetto RAMSES. Notate l'atmosfera un po' formale, tipica dei centri di ricerca dell'est-Europa. Ci sono le bandierine, e il prof Myzcko ci ha parlato in polacco, con un suo collaboratore che traduceva in inglese. Myzcko l'avevo incontrato in precedenza e mi era parso un po' scettico sull'idea di un trattore elettrico. Mi era parso molto più interessato ai biocombustibili. Ma stavolta, visti i risultati del RAMSES, mi è parso molto impressionato e forse ha cambiato idea.

Tanto per far vedere che alla riunione c'era anche il modesto sottoscritto: ecco Ugo Bardi impegnato a scrivere le minute. L'impegno si vede anche dalle molteplici lenti inforcate nell'occasione

Varsavia è una città che da un'impressione molto positiva. Sembra un posto vivibile, con i suoi tram che la percorrono un po' ovunque.

Una scena del quartiere vicino all'IBMER.

Questa è presa vicino alla stazione centrale. Gente che aspetta di attraversare la strada.

Qui, due signore vendono abbigliamento su una bancarella all'aperto. L'impressione generale, anche dalle due foto precedenti, è che la gente non sia certamente ricca, ma si arrangiano come possono; in generale in modo dignitoso.

Varsavia ha anche un distretto finanziario; con gli adeguati grattaceli tipici di ogni distretto finanziario in ogni grande città. Mi diceva un mio amico polacco, un economista che vive negli Stati Uniti, che il crollo dell'economia sovietica si è ripercosso sulla Polonia con la creazione di una nuova classe di super-ricchi e l'incremento generalizzato delle distanze sociali. Il mio amico dice anche che non sopporta più gli Stati Uniti e che vuole tornare in Polonia e mettere su una fattoria. Non gli posso dare tutti i torti.

In effetti, tutte queste superbanche sembrano un po' delle astronavi aliene atterrate per caso a Varsavia. Qui, la pubblicità di una di queste superbanche contrasta con la realtà della vita di tutti i giorni. Il mondo della finanza si rivela il "mondo di rugiada" di cui parlavano i poeti giapponesi.

Per finire, una foto che vi fa vedere com'è strana (dal nostro punto di vista) la lingua polacca. E' anche un po' di cronaca da quei "non luoghi" che sono gli alberghi, dove i viaggiatori si aggirano con aria spettrale. Qui, un'illustrazione di un meme che si è diffuso un po' ovunque negli alberghi e che vuole che maneggiando gli asciugamani della camera uno possa, in qualche modo, "prendersi cura della terra". Un classico esempio di quel "pensiero debole" tipico di un ambientalismo antiquato e inefficace che vuole che basti qualche doppio vetro e qualche lampadina a basso consumo per risolvere i problemi che abbiamo. Se vogliamo, questo pensiero debole è l'esatto opposto del "pensiero RAMSES" che è una soluzione radicale a un problema grave. Chissà che il RAMSES non generi qualche meme equivalente?
Etichette: Polonia, RAMSES, veicoli elettrici
Zeroemission 2008

Sono di ritorno dal convegno "Zeroemissions 2008" a Roma, l'impressione è stata molto favorevole. Tre immensi saloni completamente occupati da stand di ditte che espongono i loro prodotti nell'energia rinnovabile. Uno sul sole, l'altro sul vento, il terzo un po' su tutto, comprese cose spacciate per rinnovabili ma che non lo sono, tipo le SUV a gas naturale e i veicoli a bioetanolo. A parte questi imbrogli, l'impressione è che l'industria sia partita alla grande sulle rinnovabili e che abbiamo ormai un movimento di capitali e di idee che non è più arrestabile. Il futuro è questo, chiaramente.
Purtroppo, in Italia siamo partiti molto tardi. Queste cose in Germania si facevano dieci anni fa. Adesso si tratta di recuperare il tempo perduto, ma non ce la faremo comunque a sostituire i combustibili fossili con la stessa velocità con la quale si esauriscono. Ma tutto quello che riusciamo a fare è una mitigazione del problema. Meglio tardi che mai.
Etichette: energia rinnovabile
giovedì, ottobre 09, 2008
Il Veneto fa la differenza
In un mio articolo pubblicato sul sito di Aspoitalia “Rifiuti solidi urbani. Oltre la sindrome Nimby”, mettevo in evidenza gli elementi economico – gestionali che rendono i sistemi di raccolta differenziata domiciliare nettamente competitivi con i sistemi convenzionali di raccolta e smaltimento dei rifiuti.Consiglio ora vivamente la lettura del documento “Produzione e gestione dei rifiuti nella regione Veneto – anni 2005-2006” dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Veneto, che dimostra l’elevata efficienza in termini economici, energetici ed ambientali del sistema di raccolta differenziata (49% nel 2006) domiciliare e riciclaggio in una regione che è certamente all’avanguardia in Europa per la gestione dei rifiuti. All’interno della Regione Veneto ci sono poi delle province che raggiungono livelli di assoluta eccellenza, come ad esempio Treviso che, come si vede in questo filmato, applicano da anni il sistema tariffario commisurato all’effettiva produzione dei rifiuti.
Queste esperienze positive si stanno gradualmente estendendo in tutto il Nord Italia, ad esempio il Piemonte sta raggiungendo risultati confrontabili con quelli del Veneto.
E’ uno dei soliti paradossi italiani. In alcune parti del paese abbiamo modelli di gestione dei rifiuti oggetto di studio all’estero e in altre una cronica emergenza.
Come esportare queste esperienze virtuose in tutto il paese? Basterebbe istituire un “gruppo di assistenza” nazionale composto da amministratori delle aziende più all’avanguardia del settore con il compito di pianificare e supportare la gestione dei servizi di raccolta differenziata domiciliare nelle realtà più arretrate, in modo da unificare e ottimizzare questi metodi su tutto il territorio nazionale. Invece, il governo, da una parte fa una sterile propaganda con fantomatici programmi di sensibilizzazione scolastica delle pratiche di raccolta differenziata, dall’altra accentua l’aspetto impiantistico del problema rifiuti, trascurando l’approccio integrato che è la chiave del successo dell’esperienza veneta.
Etichette: rifiuti
mercoledì, ottobre 08, 2008
Il picco dei furtarelli (non abbiamo ancora visto niente)
Etichette: fenomeni sociali, picco energetico
Mi fa il pieno di mais?
Sul sito dell’Unione Petrolifera sono disponibili alcuni documenti relativi a uno studio sui biocarburanti eseguito da Nomisma Energia, dal titolo “I biocarburanti in Italia”, che contiene dati e analisi interessanti sulla situazione e sulle prospettive di questo settore.I biocarburanti nel mondo contano attualmente per il 2,3% dei consumi mondiali di carburanti, dopo 30 anni di sostegno. Lo studio prende in esame le esperienze dei due principali produttori mondiali, gli USA e il Brasile, rilevando che lo sviluppo relativo della produzione di bioetanolo dipende da condizioni locali difficilmente riproducibili in altri paesi. Nel 2008 un terzo della produzione di mais degli USA sarà destinato ad essere impiegato per la produzione di bioetanolo, oltre 100 Mtonn. Il doppio rispetto al 2006. Questa è la singola causa più importante del rialzo dei prezzi alimentari. Nonostante questo sforzo, negli USA solo il 4% dell’energia consumata nei trasporti proviene dai biocarburanti.
L’obiettivo dell’U.E. del 5,75% di biocarburanti rispetto al consumo di benzina e gasolio al 2010, non sarà raggiunto, verrà spostato al 2015, ma non è certo il suo conseguimento. In Italia, per raggiungere l’obiettivo, servirebbero al 2010, 2,1 milioni di ettari di superficie agricola, ma il potenziale teorico è oltre tre volte più basso. (Per inciso, questa superficie rappresenta quasi il 20% di quella agricola totale).
Lo studio ha un’appendice dedicata al LCA (Life Cycle Assessment) della produzione di biocarburanti in Italia. Per il bioetanolo, il rapporto tra energia ottenuta e quella impiegata è 1,2, per il biodiesel è 2,5. Numeri certamente non entusiasmanti.
Queste le conclusioni sintetiche dello studio:
I biocarburanti sono destinati a crescere.
Le politiche sono complesse e i tempi lunghi, in particolare in Italia.
Non sono la principale causa dell’aumento dei prezzi degli alimenti.
Gli obiettivi ambiziosi sono già stati aggiustati.
I biocarburanti sono giustificati per aiutare l’agricoltura.
I potenziali impatti sui prezzi sono dell’ordine di 1-2 € cent/litro alla pompa.
Il bilancio energetico e della CO2 in Italia danno valori inferiori alle soglie della commissione.
Non esiste sufficiente terreno in Italia e in Europa.
Minori difficoltà oggi per il biodiesel.
Grandi innovazioni tecnologiche necessarie in futuro per materia prima non alimentare.
In sostanza questo studio mi sembra confermi quanto già sapevamo: la bassa densità di energia, da cui deriva la necessità di grandi estensioni di superficie agricola da riconvertire, e la conseguente competizione con la produzione alimentare, rendono assolutamente impraticabile la strada dei biocarburanti per il trasporto individuale di massa. A mio parere, i biocarburanti potrebbero invece svolgere un utile ruolo di nicchia in alcuni settori economici come quello dell’agricoltura, sostituendo i carburanti convenzionali nelle macchine agricole utilizzate per la produzione.
Etichette: biocombustibili
martedì, ottobre 07, 2008
Il magro pasto del viaggiatore internazionale
Coca cola e panino denominato "Mozzarella Ciabatta". Il pranzo in classe economica per il malcapitato che vola da Zurigo a Varsavia. Io e Toufic el Asmar abbiamo deciso di investire un barile di petrolio (più o meno) per andare a Varsavia per la riunione del progetto RAMSES (di cui vi ho parlato in un altro post) dove il veicolo che abbiamo costruito sarà valutato e certificato dall'Istituto di Ricerca sulla meccanizzazione agricola (IBMER).
Nell'ipotesi che tutti questi voli che ci tocca fare vi sembrino una cosa da invidiare, vi passo una foto di quello che ci è toccato in sorte come pranzo. (per scelta e per magro budget, viaggiamo quasi sempre in classe economica). A proposito di questo oggetto di assai dubbia commestibilità, vi posso dire che a) il sapore è del tutto comparabile all'aspetto esteriore (ovvero schifoso) b) il ripieno era in forma di fette di formaggio bianchiccio immerso in una salsa verdastra indefinibile e c) non era Alitalia e nemmeno una low-cost polacca, ma una compagnia aerea che, in altri tempi, passava per essere una delle migliori. Il prossimo volo, mi aspetto una manciata di croccantini per il gatto in una ciotola
Vi racconto questa storia non per lamentarmi. Dopotutto, nella situazione attuale, c'è tanta gente al mondo che con un panino MozzarellaCiabatta ci farebbe festa; se lo avesse. E' solo per notare come la crisi delle compagnie aree sia ormai generalizzate se si sono ridotte a dover risparmiare su tutto a questo livello. Insomma, il prezzo del barile si riflette sulla qualità del panino.
Come finale considerazione sulla qualità dell'oggetto "MozzarellaCiabatta", vi passo una foto dell'etichetta con gli ingredienti.

Etichette: linee aeree
lunedì, ottobre 06, 2008
Le conseguenze del picco sull’uomo ... e sulla donna
Ci si domanda sulle conseguenze dell’esaurimento dei combustibili fossili sulla vita quotidiana dell’uomo. Ma quale saranno le conseguenze sulla vita quotidiana della donna?
Stamattina stavo andando all’ufficio-personale quando una collega (a cui non avevo chiesto niente) mi dice che il Comune ha deciso che si può già accendere il riscaldamento. Dopo un po’ torno nel mio ufficio e una collega, che stava rientrando nel suo ufficio, chiede ”Ma quando accenderanno il riscaldamento?”.
In passato quando cambiava il tempo e minacciava di piovere o di nevicare vedevo le colleghe impaurite per l’evento che si prospettava. Dicevano “Non deve nevicare altrimenti diventa difficoltoso il traffico in città. Deve nevicare solamente in montagna”. Ovviamente se avevano in programma di andare in ferie esprimevano i loro desideri sul tempo che avrebbe dovuto fare. Se la vacanza sarebbe avvenuta d’estate allora avrebbe dovuto fare bel tempo, col sole sempre splendente e senza pioggia. Nel caso invece fosse avvenuta in montagna a sciare allora avrebbe dovuto fare abbondanti nevicate perché “Non è la stessa cosa sciare sulla neve sparata dai cannoni”.
Mi chiedo quale possano essere le conseguenze della scarsità di energia su questi comportamenti delle donne! Mi chiedo quali possano essere le conseguenze sull’abbigliamento di un certo numero di donne, sempre con le pance e qualcos’altro scoperti! Mi chiedo quali possano essere le conseguenze su certi consumi soprattutto femminili quali il possesso di un cane o di un gatto!
Però non sono solamente le cose dette che mi hanno colpito del comportamento delle donne; in particolare, mi ha impressionato positivamente il fenomeno delle banche del tempo, in cui proprio le donne hanno un ruolo di primo piano.
Cosa sono le banche del tempo?
Sono delle associazioni fatte da poche decine di persone che si scambiano soprattutto servizi. Questi servizi sono misurati dal tempo che si impiega per svolgerli. Per esempio una insegnante è disposta a dare lezioni di lingue o ripetizioni in cambio della prestazione di baby sitter per i propri figli; per esempio si ottiene il servizio manutenzione del proprio giardino o di riparazione del lavandino in cambio dell’assistenza ai genitori anziani della persona da cui si è ricevuto il precedente servizio. Quando si ottiene un servizio si emette un assegno, con l’indicazione delle ore, a favore di chi ha svolto il servizio. Le ore di credito e di debito vengono contabilizzate. E’ necessario che in un certo arco di tempo si arrivi ad un certo equilibrio fra ore di cui si è usufruito e di quelle fatte. Lo scambio avviene all’interno dell’associazione ma sono previste anche scambi fra diverse banche del tempo. Non necessariamente il servizio deve essere fatto a favore di colui da cui in precedenza si è ricevuto un altro servizio, anzi è bene che i servizi siano diversificati sia nel tipo che nelle persone fra cui avvengono gli scambi. Le ore sono contabilizzate indipendentemente dal tipo di servizio svolto per cui una ora di ripetizione di inglese corrisponde ad una ora per la riparazione di un lavandino o per potare un albero in giardino o di baby sitting oppure per dare una lezione di cucina o di cucito.
Nelle banche del tempo non circola denaro, salvo il rimborso di spese vive. Per esempio se il servizio prestato corrisponde nell’accompagnare in macchina una persona allora è previsto il rimborso delle spese per il carburante; se un’associata ottiene da un’altra associata il servizio di preparazione di una cena per i suoi ospiti allora è previsto il rimborso per la spesa fatta, ecc.
Le banche del tempo non servono solamente a soddisfare bisogni materiali che in vario modo non sono soddisfatti dal mercato o dalla scuola o dai servizi pubblici ma creano anche una socialità che prima non esisteva. Si creano rapporti basati sulla fiducia, sulla stima reciproca, sull’accettazione. Inoltre i rapporti fra i membri delle banche del tempo prescindono dallo status sociale, culturale ed anagrafico dei membri stessi.
Le banche del tempo in Italia sono nate negli anni novanta del secolo scorso in Emilia Romagna. Sono sorte per iniziativa di donne per risolvere problemi che, anche se sono di donne e uomini, per come è strutturata l’attuale società, gravano soprattutto sulle donne. In seguito sono entrati anche uomini anche se l’aspetto femminile è tuttora preponderante.
L’organizzazione delle banche del tempo richiama l’organizzazione delle popolazioni del paleolitico, cioè delle popolazioni che vivevano di caccia e raccolta. Erano gruppi di circa trenta persone fra uomini, donne e bambini, in cui non c’era gerarchia sociale, con parità fra donne e uomini. Non c’erano capi se non persone a cui si faceva riferimento nei rapporti con altri villaggi. Le banche del tempo sono composte da 15-20 persone al massimo (che con i figli e qualche genitore anziano non autosufficiente fanno circa 30-40 persone). Non esiste praticamente gerarchia perché gli incarichi sono distribuiti fra un certo numero di persone che si alternano nello svolgimento di questi stessi incarichi e facendoli svolgere anche a persone che non li hanno mai svolti.. E’ essenziale che ognuno conosca il funzionamento della banca: è sbagliato che lo sappiano solamente 2-3 persone.
Penso che le banche del tempo, insieme ad altre invenzioni culturali che si dovranno fare, facciano parte di una nuova cultura che, magari iniziata in altri contesti e con altre motivazioni, diventerà, come in una sorta di bricolage, quella adeguata alle nuove situazioni che saranno determinate dalla riduzione di disponibilità dei combustibili fossili.
Un post che era iniziato in modo un po’ scherzoso e forse irriguardoso verso le donne, si è trasformato in una breve analisi delle risposte agli sconvolgimenti che la riduzione di disponibilità di risorse energetiche avrà sulla vita quotidiana. Nella nuova cultura che si delineerà le donne svolgeranno un ruolo importante.
Etichette: psicologia, società
domenica, ottobre 05, 2008
RAMseS: Primi test su strada del veicolo agricolo elettrico

Prime prove su strada del veicolo "RAMseS", un nuovo paradigma per un'agricoltura non basata sui combustibili fossili. E' un veicolo elettrico progettato esplicitamente per usi agricoli; viene ricaricato da pannelli fotovoltaici stazionari ed è parte di un sistema completo di generazione, immagazzinamento e uso dell'energia elettrica in un'azienda agricola.
L'abbiamo provato su strada; vi posso dire che da un ottima impressione di robustezza e di affidabilità. Non è decisamente un giocattolo: pesa quasi due tonnellate ed è dotato di molti accorgimenti utili per un veicolo da lavoro: quattro ruote motrici, regime ad alta coppia di trazione, cassone ribaltabile, presa di potenza per accessori agricoli. Insomma, un oggetto nato per lavorare e per farlo senza bisogno di combustibili fossili.
Adesso, il RAMseS è in partenza per la Polonia, dove l'istituto di ricerca sulla meccanizzazione dell'Agricoltura (IBMER) di Varsavia farà delle prove e aggiungerà ulteriori accessori. La destinazione finale del veicolo è il Libano, dove sarà provato in un'azienda agricola e dove sono già pronti i pannelli per alimentarlo.
Di seguito il nostro comunicato stampa di ieri.
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Veicolo elettrico polifunzionale per usi agricoli
Il 30 settembre 2008 è stato finalmente provato con successo e su strada il primo veicolo elettrico polifunzionale per uso agricolo. Il veicolo è prodotto del progetto RAMseS finanziato dalla Commissione Europea (Ottobre 2006), che punta allo sviluppo di un sistema innovativo capace di escludere completamente tutti i problemi relativi alla crescita esponenziale dei costi dei carburanti derivanti dalle riserve fossili, permettendo alle aziende agrarie, in particolare quelle vivaistiche o poste in aree particolarmente svantaggiate, una indipendenza totale dalle fonti fossili (gasolio, lubrificanti, additivi, ecc) che incidono fortemente sul bilancio dell’azienda stessa.
Si tratta di un veicolo polifunzionale o multiuso di taglia media azionato da un motore elettrico (12 kW/15,6 CV), con energia fornita da batterie direttamente caricate dalla fonte solare di un tetto fotovoltaico di alta efficienza. Il veicolo RAMseS è inoltre utilizzabile per vari tipi di trasporti (vasi, sacchi, prodotti agricoli, ecc), per l'irrigazione (come pompa solare), per l’applicazione di antiparassitari, e potrebbe funzionare anche come veicolo stradale di bassa velocità per tutti gli usi necessari.
Al progetto partecipano 11 partners appartenenti a 7 paesi (4 dell’Unione Europea: Italia, Irlanda del Nord, Polonia e Spagna e 3 del sud del Mediterraneo: Libano, Marocco e Giordania).
Il veicolo RAMseS è stato ideato dal Prof. Bardi e dal Dr. Toufic El Asmar dell’Università di Firenze che hanno guidato in Italia il team che ha progettato e costruito il mezzo, ossia lo Studio Paolo Pasquini di Bologna e la ditta OELLE Costruzioni Meccaniche di Torre Orsaia. Mentre la messa a punto dell’apparato di controllo elettronico è stato eseguito dalla Elektrosistem a Cento (provincia di Ferrara).
Toufic El Asmar
Coordinatore Internazionale del Progetto RAMseS
Firenze, 03/10/2008
Etichette: agricoltura, fotovoltaico, veicoli elettrici
sabato, ottobre 04, 2008
I picchi energetici creano razzismo?
Etichette: picco del petrolio, psicologia
venerdì, ottobre 03, 2008
Confessioni di un Pubblicitario Aspista.
(Se amate leggere con un sottofondo musicale, suggerisco Mad World di Gary Jules)
Il sottoscritto, lasciata Roma da qualche anno, per "rifugiarsi" con la famiglia nella sua eco-villetta di campagna, ogni tanto vi ritorna per salutare i suoi genitori. Il primo approccio con la città è stato tramite la cara, vecchia, stazione Termini. E' stato un piacere rivederla com'era un tempo, prima della sbornia consumistica del 2000. Dove prima c'erano cartelloni pubblicitari sistemati in ogni anfratto visibile, ora rimangono solo le policromie dei bellissimi marmi che i progettisti d'epoca fascista prima, e repubblicana poi, fecero arrivare da ogni angolo del paese. Il viaggio, piacevole a prescindere, essendo stato fatto in treno è durato un paio d'ore più del previsto, vista la sosta forzata a Frosinone, quando la motrice del Minuetto a causa del black-out è stata costretta a passare all'alimentazione a gasolio. E' un segno dei tempi, credo. Più passa il tempo, più i ritardi dei treni aumentano, forse nel 22o secolo organizzeranno le cuccette dalla Campania a Roma.
Ritornando alla mia rimpatriata romana, presa la mia bici a noleggio direttamente in stazione, mi faccio prendere dalla nostalgia e opto per una deviazione verso una delle più belle piazze di Roma, una volta sede dell'agenzia pubblicitaria nella quale lavoravo fino a qualche anno fa. E' bastato un caffé pagato a farmi entrare nelle grazie del portiere che mi concede così un furtivo ingresso negli uffici deserti, in attesa di chissà quale nuovo utilizzo... sempre se ne avranno ancora uno. Tutto ciò che poteva avere un valore, è stato portato via, venduto, o rubato, fa poca differenza, in quei corridoi spogli, la mente inizia a viaggiare a ritroso, verso il 2008, quando un copywriter, fra una capatina su Petrolio e una su Energy Bulletin, con il lobo destro si alambiccava per decantare le lodi di un motore Euro4 o delle offerte irresistibili di una compagnia aerea nazionale ormai presente solo sui libri di storia, mentre con il sinistro ragionavo su permacultura e solare termico. Mi ricordo che fu proprio in quel periodo che il vento iniziò a cambiare. Ogni settimana una e-mail di un collega annunciava la sua partenza verso altri lidi lavorativi, i dirigenti ci comunicavano che per un paio di venerdì al mese l'agenzia sarebbe stata chiusa "in forma eccezionale", senza fornire ulteriori spiegazioni.
Me li ricordo ancora benissimo i miei colleghi, gli account, quelli che fungevano da raccordo fra i clienti e noi creativi, impegnati giorno dopo giorno a scrivere pagine e pagine di "brief" nelle quali si dannavano per farci capire (senza mai riuscirci veramente) cosa intendeva il cliente, cosa voleva comunicare. Me li ricordo, con quelle espressioni serie, dove riscontravo nei loro occhi un qualcosa che si avvicinava alla passione, al trasporto per un lavoro che, e questo lo sapevo solo io, era destinato a scomparire gradualmente. E mentre mi ritrovavo costretto ad annuire annoiato le loro filippiche, avrei avuto una voglia di matta di ridergli in faccia e spiegargli così tutta l'assurdità di quel teatrino. Con i miei colleghi creativi mi ci trovavo sempre bene, davvero. Era piacevole passare giornate a ridere e scherzare, parlando di ogni scibile umano, convinti che in qualsiasi momento l'idea buona per "quel" prodotto sarebbe potuta uscire. Ma questa cosa l'ho sempre vissuta con un certo disincanto, come se io fossi una comparsa, circondata da decine e decine di protagonisti assolutamente inconsapevoli della realtà che li circondava, come una sorta di Truman Show al contrario. E' pur vero che ogni tanto mi divertivo a buttar lì il discorso sul Picco prossimo venturo, parlare di crisi economica, aziende che muoiono come mosche, con le agenzie pubblicitarie come il classico canarino nella miniera. A quelli che avevano la fortuna di avere familiari nei piccoli paesi dell'entroterra, preconizzavo loro il futuro di un mesto "ritorno alla terra", lontano anni luce dalle presentazioni creative a Zurigo e dalle ore passate su Facebook. Erano ami che lanciavo nella speranza di poter portare qualcuno di loro "al lato oscuro" del Picco. Niente. La loro percezione non andava oltre quella di una crisi economica "normale", parte di un ciclo che nel bene e nel male, sarebbe comunque coinciso con un rassicurante "status-quo".
La mia ultima pubblicità risale al 2013, quella di una macchina francese che prometteva di fare "50 chilometri in un sorso". Già allora molti creativi si sono persi per strada, e magari, chissà, forse qualcuno di loro continua ancora oggi a svolgere questa professione, magari per un artigiano di scarpe, o un rivenditore di auto usate. Si può dire comunque che io sia stato uno degli ultimi "a spegnere la luce", quando nel 2014 anche il nostro ultimo cliente di un certo peso, una linea aerea disgraziata nata dalle ceneri di un'altra ancora più disgraziata chiuse i battenti con un ultimo sgangherato A320 da spolpare di parti metalliche ancora utilissime. Oggi di quel mondo non rimane più niente, ed io me ne sto lì, in mezzo a quel corridoio, pensieroso, con un magone pesantissimo addosso ed i ricordi che tornano al 2008, l'anno dell'inizio del crollo. Chiudo il portone, saluto il portiere, rimonto in sella, per non tornare mai più.
Anno 2008. Sarà il lunedì, sarà che sono appena rientrato da una piacevole settimana di ferie, ma oggi mi sentivo particolarmente malinconico, tanto da raccontare una prospettiva romanzata della visione del futuro fatta dall'unico pubblicitario Socio di ASPO. (Sfido a trovarne un altro e se ci fosse, mi piacerebbe incontrarlo personalmente). Probabilmente, in pochi altri luoghi si respira un clima di illusione come in un agenzia pubblicitaria. Un luogo dinamico, giovanile, anche divertente, dove l'ottimismo viene sparso a quattro mani come se fosse una dotazione obbligatoria, per citare come mi piace sempre fare Kunstler, dove la "psicologia dell'investimento precedente" non consente a chi ci lavora di capire quanto è veramente profondo l'abisso.
Qualcosa però sta cambiando anche da noi e si vede. Poco lavoro, gente che inizia a guardarsi intorno alla ricerca di qualche lavoro diverso, giorni di chiusura imposti e un senso di sfiducia nel futuro che inizia lentamente ad attecchire anche qui. Proprio mentre sto finendo di scrivere questo pezzo, un mio collega si appresta a fare il grande salto, in partenza per la filiale svizzera con l'obiettivo ultimo del grande salto transatlantico nell'ufficio newyorchese. In bocca al lupo Max, in bocca al lupo a tutti loro.
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giovedì, ottobre 02, 2008
Dalli all'untore!!

Lo sapete che gli untori esistevano per davvero? Si, al tempo della peste di Milano, secondo quello che ci racconta Alessandro Manzoni, c'era veramente qualcuno che ungeva i muri e le porte. Ecco la descrizione presa dai "Promessi Sposi"
In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d'accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l'attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d'alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, né il primo né l'ultimo di tal genere.
A chi poteva essere venuto in mente di ungere le porte della città in un momento del genere? Possiamo pensare a uno scherzo ma, più probabilmente, qualcuno aveva pensato di quadagnare qualcosa dalla pestilenza imminente. E' possibile che pensassero di fare qualche soldo spaventando la gente e poi facendosi pagare per togliere il malocchio o vendendo qualche cura miracolosa. Del resto, spaventare la gente per ottenere dei vantaggi finanziari o politici non è certamente cosa che oggi non succede.
Ovviamente, il fatto che gli untori esistessero non significa che la peste fosse causata dagli untori. Dal nostro punto di vista, più di quattro secoli dopo, la relazione causa-effetto è evidente. Era la peste che generava gli untori, non viceversa. Purtroppo, a quel tempo, le cose non erano così chiare e un buon numero di pretesi "untori" furono accusati, torturati e ammazzati. Quando si sbaglia la causa per l'effetto, le conseguenze sono spesso tragiche.
Gli untori moderni sono gli speculatori; quelli che sono accusati di essere i responsabili degli alti prezzi del petrolio. Molte volte ho cercato di spiegare che le cause degli aumenti sono strutturali, che la speculazione non c'entra se non marginalmente. Di ritorno, mi sono sentito rispondere "ma gli speculatori esistono davvero!" Certo che esistono, io ne conosco personalmente pià di uno. "Speculatore" è la traduzione italiana del termine "trader" in inglese. Sono operatori del mercato petrolifero il cui scopo dichiarato e di fare soldi sfruttando le variazioni dei prezzi; invero questa e la definizione di "speculazione".
Ma, anche qui, si confonde la causa con l'effetto. Gli speculatori non sono la causa della carenza di petrolio e degli alti prezzi. Ne sono la conseguenza; proprio come quelli che, qualche secolo fa, imbrattavano di robaccia i muri di Milano. Oggi come allora, confondere la causa con l'effetto rischia di avere conseguenze tragiche.
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Peccato che il liceo ci abbia fatto tanto odiare i "Promessi Sposi." Se però ci mettiamo a rileggerlo di nuovo - magari anche "La Storia della Colonna Infame" - ci troveremo dei dei flash che ci fanno vedere come il mondo di oggi non è molto cambiato rispetto a quello di allora. Pregiudizi, ignoranza, odio, grettezza, tutti insieme impedivano di fare qualcosa contro i pericoli imminenti che, pure, alcuni illuminati avevano cercato di annunciare in tempo. Rileggetevi il capitolo 31 dei "promessi sposi" sostituendo alla parola "peste" il concetto di "picco del petrolio" e vedrete che avrebbe potuto essere scritto la settimana scorsa.
Un piccolo brano per dare l'idea. Qui, Tadino e Settala erano i due medici che avevano per primi cercato di allertare i Milanesi a proposito dei rischi di contagio.
L'odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d'affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d'incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d'essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti.
Di quell'odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d'ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento.
Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all'università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d'altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s'aggiungeva quella della vita, e all'ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri. ... Eppure quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo caso, l'opinione di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico; ma non potè salvarlo dall'animosità e dagl'insulti di quella parte di esso che corre più facilmente da' giudizi alle dimostrazioni e ai fatti.
Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa d'amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone.
Etichette: speculazione
mercoledì, ottobre 01, 2008
Paura di volare. Fine
Nelle puntate precedenti della saga Paura di volare – parte I, II, III, IV, riguardanti la crisi Alitalia, ho cercato di fornire tutti gli elementi per comprendere questa ingarbugliatissima quanto italianissima vicenda. Forse ho azzeccato anche l’ultima previsione, cioè il vero oggetto del contendere: in quale grande vettore internazionale confluirà Alitalia ma, come in un film di avventura, con la nascita ufficiale della nuova Compagnia Aerea Italiana e la firma di tutti i sindacati, si può ora scrivere la parola fine e far scorrere i titoli di testa.Protagonisti in ordine di apparizione:
Silvio Berlusconi. Ha sfruttato biecamente una cosa bella, l’amore degli italiani per il proprio paese, per fare una cosa brutta, un anatroccolo senza prospettive industriali, caricando sulle spalle di una bad company (cioè su tutti noi) i costi dei debiti e degli ammortizzatori sociali che, invece, Air France si sarebbe accollati interamente. Probabilmente l’operazione gli è servita personalmente per rafforzare i rapporti della sua famiglia con il sistema bancario italiano.
Sindacati confederali. Alla fine hanno firmato un accordo contrattuale nettamente peggiore di quello proposto qualche mese fa da Air France, mandato da loro stessi a gambe all’aria. E ne menano anche vanto. Niente male per dei soggetti che dovrebbero fare l’interesse dei lavoratori. Ora dichiarano apertamente la preferenza per Lufthansa e il vero motivo si capisce finalmente dalle parole di Renata Polverini, segretaria dell’UGL: con i tedeschi pensano di continuare a comandare all’interno dell’azienda.
Sindacati autonomi. Non hanno capito che Air France era per loro l’ultima spiaggia. Ora devono accontentarsi di salari più bassi e di esuberi maggiori. Succede spesso così agli italiani. Credono di essere i più furbi del mondo, poi alla fine c’è sempre qualcuno che li frega.
I capitani coraggiosi. Gli imprenditori che hanno dato vita alla nuova CAI, ci hanno messo pochi soldi, hanno preteso un partner industriale a cui, dopo aver valorizzato la nuova compagnia probabilmente rivenderanno le proprie quote ricavandoci un po’ di profitti.
La Lega, Moratti, Formigoni. Sono tra i responsabili principali del fallimento della precedente trattativa con Air France. Vogliono sviluppare l’aeroporto di Malpensa, in accordo con Lufthansa, a scapito di Fiumicino. Forse Bossi vede nell’operazione un pezzo importante della sua strategia secessionista per portare il Nord Italia nell’orbita tedesca.
Alemanno. E’ l’anima in pena della situazione. E’ tirato da una parte e dall’altra, dal governo di cui fa parte il suo partito, e dagli interessi romani legati all’aeroporto di Fiumicino.
Air France e Lufthansa. Già citati in precedenza. Una delle due alla fine si troverà nelle mani un pezzo importante del traffico aereo a condizioni patrimoniali, contrattuali e debitorie più vantaggiose rispetto a prima della discesa in campo di Berlusconi con la bandiera dell’italianità.
L’opposizione. Mentre Veltroni era in America a presentare i suoi libri, nel partito emergevano tre linee diverse, quella di Letta – Rutelli: la firma dell’accordo con CAI e basta, quella di D’Alema forse solo apparentemente diversa: la firma dell’accordo ma garanzie sul partner industriale, la terza la metto a parte tra i protagonisti. Il problema principale del PD è stato che tra i capitani coraggiosi c’erano alcuni suoi simpatizzanti.
Bersani. E’ l’unico che ha capito da subito cosa era utile fare nell’interesse di Alitalia e della Nazione. Una bella e trasparente gara internazionale tra i soggetti che industrialmente ed economicamente fossero in grado di gestire in maniera più efficiente la nuova Compagnia aerea. Se avessero dato retta a lui, a quest’ora ci saremmo risparmiati quest’inutile telenovela.
Ogni riferimento a persone e cose è puramente voluto.
I diritti d’autore sono strettamente riservati, anche per il seguito nel prossimo film, dove i nostri eroi si troveranno ad affrontare la nuova crescita dei prezzi petroliferi, temporaneamente raffreddati dalla crisi del credito americana.
