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sabato, giugno 11, 2011

Energia e Futuro

Recensione di
ENERGIA E FUTURO – le opportunità del declino
di Mirco Rossi

EMI-Bologna
Prefazione di Claudio Della Volpe
1^ edizione: ottobre 2009 – 2^ edizione: maggio 2011

I combustibili fossili e l’uranio sono presenti in quantità limitata sulla terra. Le riserve, pur ancora abbondanti e in parte sconosciute, si stanno assotigliando e risultano sempre più difficili da individuare ed estrarre.
Le fonti rinnovabili sono praticamente inesauribili ma è improbabile possano eguagliare le capacità prestazionali offerte dai combustibili, energeticamente molto densi, che preleviamo dalla crosta terrestre.
I crescenti livelli di consumo perseguiti dalle società (ricche e non ricche) non sono quindi compatibili con la limitatezza delle risorse disponibili, considerato in particolare che qualsiasi oggetto artificiale è la definitiva “tomba” di una certa quantità di petrolio, di gas, di carbone o di elettricità.
Si evidenzia quindi l’estrema criticità della diponibilità di energia primaria per noi ma soprattutto per i nostri figli e le generazioni future.
Sviluppare quanto più possibile le fonti rinnovabili e ridurre il consumo di energia presuppone il superamento della civiltà dei consumi e rappresenta l’avvio della più difficile delle transizioni alla ricerca di un benessere individuale e sociale slegato dalla crescita materiale.

Il libro, dopo alcuni cenni storici, affronta con linguaggio semplice ma scientificamente rigoroso, la situazione e le prospettive di tutte le fonti di energia primaria, rinnovabili o non rinnovabili, illustra le diverse tecnologie esistenti per la produzione di elettricità e le varie “speranze” e/o utopie energetiche.
Propone alcune considerazioni che sottolineano la necessità di giungere a concepire un pensiero nuovo, in grado di sostenere un radicale cambio di paradigma nei comportamenti giornalieri e nelle scelte politiche.

Dopo l’esaurimento della prima edizione uscita a fine 2009, entra ora nelle librerie la seconda edizione arricchita da un nuovo capitolo dedicato al disastro di Fukushima e alla crisi in Libia, che ripercorre gli eventi sino a fine aprile 2011. Sono stati inoltre ampliati ed approfonditi alcuni contenuti del testo originario e aggiornati molti dati e buona parte delle 31 figure a colori.

lunedì, febbraio 21, 2011

Gli scenari dell'Agenzia Internazionale per l'Energia

Di recente è stato presentato l’ultimo World Energy Outlook (WEO 2010), il documento elaborato annualmente dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), contenente le previsioni energetiche dell’autorevole organismo internazionale. A questo indirizzo è possibile consultare una sintesi del documento.

Il WEO 2010 contiene tre scenari energetici proiettati al 2035: lo Scenario Politiche Attuali, in cui si assume l’assenza di modifiche rispetto alle politiche in vigore nel 2010, lo Scenario Nuove Politiche, che considera un’implementazione moderata degli impegni assunti a vario titolo dai diversi paesi per il contenimento delle emissioni di gas serra, lo Scenario 450, coerente con l’obiettivo non vincolante assunto al vertice di Copenaghen di limitare l’innalzamento della temperatura atmosferica mondiale entro i due gradi Celsius grazie al contenimento della concentrazione di gas serra a circa 450 parti per milione.

Nello Scenario Nuove Politiche, la domanda mondiale di energia primaria aumenta del 36% al 2035, da 12300 Mtep a 16700 Mtep. Ciò corrisponde a un tasso di crescita medio annuo dell’1,2%, mentre nello Scenario Politiche attuali tale tasso è dell’1,4% e nello Scenario 450 scende allo 0,7%.

Analizziamo alcuni elementi del rapporto che ritengo più significativi.
Innanzitutto, guardiamo nel primo grafico allegato la previsione della produzione petrolifera nello Scenario Nuove Politiche (quello considerato più probabile). Scopriamo diverse cose interessanti: il petrolio convenzionale prodotto dai giacimenti esistenti ha piccato nel 2008 ed è in declino irreversibile, quello ancora sviluppabile dai giacimenti esistenti o in nuovi giacimenti da trovare consentirebbe di mantenere un plateau di picco fino al 2035. La domanda mondiale in espansione, sarebbe assicurata solo grazie alla crescita produttiva di gas naturale liquefatto e di petrolio non convenzionale (sabbie bituminose, greggio extra pesante, ecc.).

Cosa dire? Finalmente AIE ammette apertamente l’esistenza e l’ineluttabilità del picco petrolifero, dando indirettamente ragione ad ASPO, fa assegnamento sulla scoperta molto improbabile di grandi giacimenti di nuovo petrolio nei prossimi anni e sull’incremento produttivo del non convenzionale, (per loro stessa ammissione ostacolato dai costi di estrazione molto elevati), per fare fronte alla sete energetica crescente del pianeta.

Il paragrafo condivisibile del WEO 2010 è però quello intitolato: “Peak oil, scelta o destino?, in cui si prospetta una gestione attiva del picco produttivo attraverso politiche di riduzione delle emissioni di gas serra contenute nello Scenario 450 incentrate sullo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica (vedi secondo grafico allegato). In questo modo, si potrebbe pianificare una riduzione controllata della produzione petrolifera mondiale, evitando gli shock economici e sociali inevitabilmente connessi allo Scenario Politiche Attuali (Business AS Usual).

Ma siccome la maggior parte degli usi petroliferi riguarda il settore dei trasporti, lo Scenario 450 individua nella parziale riconversione del parco autoveicolare mondiale al motore elettrico, totale e ibrido plug-in, il principale strumento di attuazione degli obiettivi di riduzione delle emissioni (obiettivo sintetizzato nell’ultimo grafico allegato).
Beati loro che ci credono. Come ho avuto modo di evidenziare più volte su questo blog, anche se il mercato mondiale dell’auto si orientasse decisamente verso i modelli elettrici, ed è tutto da dimostrare, il modello di mobilità individuale di massa a cui siamo abituati è incompatibile con l’uso razionale delle risorse e con le esigenze di una società ecologicamente sostenibile fondata su un’economia stazionaria.

giovedì, luglio 29, 2010

L'eolico e i certificati verdi


Uno degli argomenti usati da alcuni ambientalisti ad oltranza contro l’eolico è la presunta marginalità di questa fonte rispetto al fabbisogno energetico italiano. Si tratta di un argomento molto capzioso, perché la marginalità è un concetto alquanto relativo. Come ho scritto in questo mio articolo, una potenzialità eolica del 7%-8% del consumo interno lordo di energia elettrica è sicuramente marginale in valore assoluto, ma lo è molto meno nel quadro degli scenari energetici futuri del nostro paese, considerando che la piena utilizzazione di tale potenzialità permetterebbe di sostituire interamente il petrolio usato per la produzione di energia elettrica, senza costruire nuove centrali a carbone o nucleari. Se poi, come ho scritto in quest’altro articolo, si assumesse il dato di Terna pari a 15.000 MW di potenzialità eolica in Italia compatibile con i limiti di immissione in rete dovuti all’intermittenza della fonte e un dato medio di ore equivalente di produzione di 2000 ore, addirittura la produzione di energia eolica sviluppabile sarebbe di poco inferiore a quella prevista nel programma nucleare del governo per i 4 impianti nucleari da 1600 MW, ma con il vantaggio di tempi di esecuzione notevolmente più rapidi e certi.
Quindi la domanda a cui dovrebbero decidere di rispondere gli ambientalisti ad oltranza e tutti gli oppositori dell’eolico è: “Siete favorevoli al nucleare o al carbone, inconsapevolmente o in cattiva fede?”
Un altro argomento capzioso usato dagli ambientalisti ad oltranza è quello di un presunto eccesso di incentivazione a favore dell’eolico. Questo argomento è diventato di recente anche un deciso cavallo di battaglia di alcune autorevoli personalità nazionali come il giornalista di Repubblica Mario Pirani e la radicale Emma Bonino, che hanno osannato il Ministro Tremonti per aver eliminato, con l’art. 45 della manovra economica, l’obbligo da parte del GSE di ritirare a un prezzo fisso i certificati verdi in eccesso rispetto alla domanda di mercato.
In particolare, in un recente articolo, il giornalista ha scritto che i certificati verdi “li acquistavano le industrie inquinanti, a cominciare da alcuni petrolieri, che in tal modo «ripagavano» le multe che altrimenti avrebbero dovuto sborsare per non aver ancora ottemperato all' obbligo di risanare le produzioni, figurando virtualmente come produttori di energia verde senza in realtà procedere alla svolta ecologica reale. Gli accordi internazionali obbligano infatti l'Italia a raggiungere la quota del 25% di produzione energetica da fonti rinnovabili, salvo pagamento di salate sanzioni. In definitiva i «palazzinari del vento» avevano convenienza a costruire torri eoliche anche dove non spira un alito di brezza e gli inquinatori trovavano una facile scappatoia per continuare ad avvelenare l' ambiente. Il tutto scaricato sulle bollette.”
Si tratta di una ricostruzione del meccanismo di incentivazione inesatta e demagogica.
In effetti, l’art. 11 del D.Lgs. 79/1999 ha introdotto l’obbligo, a carico dei produttori e degli importatori di energia elettrica prodotta da fonti non rinnovabili, di immettere nel sistema elettrico nazionale, a decorrere dal 2002, una quota minima di energia elettrica, gradualmente sempre più elevata, prodotta da impianti alimentati a fonti rinnovabili, e non si capisce perché Pirani si opponga a un giusto meccanismo orientato a far pagare ai produttori da fonti convenzionali lo sviluppo delle rinnovabili. Che poi questo obbligo venga assolto direttamente o acquistando certificati verdi dai produttori di energia eolica o altra rinnovabile, non mi pare che cambi sostanzialmente il perseguimento di un giusto obiettivo. Quanto alla affermazione sulla convenienza a costruire impianti eolici in assenza di vento, mi pare denoti una scarsa conoscenza del meccanismo incentivante. Il kWh eolico è attualmente remunerato da due componenti: il valore dei certificati verdi venduti e la valorizzazione dell’energia immessa in rete, entrambi dipendenti dall’energia effettivamente prodotta, per cui non si capisce come un imprenditore possa trovare conveniente investire in impianti che non producano energia.
Il fatto che le obiezioni siano in larga parte infondate, non deve però evitarci di individuare i punti deboli del sistema dei certificati verdi per cercare di correggerli, invece di smantellare l’intero meccanismo incentivante, come vorrebbero gli oppositori dell’eolico.
Attualmente il prezzo di base per la contrattazione nel mercato dei certificati verdi è dato da 180 €/ MWh meno il valore medio annuo del prezzo di cessione dell’energia elettrica nell’anno precedente, il risultato della differenza è circa 100 – 110 €/MWh. Ma siccome in poco tempo l’offerta ha superato abbondantemente la domanda di certificati verdi, questi prezzi sono diminuiti, costringendo il legislatore a introdurre il meccanismo di ritiro dei certificati invenduti da parte del GSE. Il problema si può in parte superare, senza l’eliminazione di questa ciambella di salvataggio che deprimerebbe sensibilmente gli investimenti del settore, aumentando la quota d’obbligo di rinnovabili dei produttori di energia.
Se al valore dei certificati verdi, si aggiunge poi il corrispettivo per la vendita dell’energia eolica prodotta, il kWh eolico ha oggi una remunerazione comunque oscillante tra i 15 – 20 cent.€, più del doppio del costo di produzione. Questo spiega la vivacità del settore, ma anche il fatto che si rendono in questo modo convenienti siti con ventosità relativamente basse e ciò impedisce in prospettiva di massimizzare il contributo dell’energia eolica alla produzione nazionale. Come ho già detto in altre occasioni, la soluzione a questo problema potrebbe essere la graduazione del valore dei certificati in funzione delle ore equivalenti di produzione, privilegiando i siti più ventosi.

martedì, giugno 15, 2010

Perchè sono contrario al programma nucleare del governo italiano

Il governo italiano ha avviato le procedure per rilanciare sul territorio nazionale l’uso dell’energia nucleare, con la costruzione di alcune nuove centrali. La mia convinta contrarietà al programma è legata solo marginalmente ai timori sull’impatto ambientale e sanitario, che lascio volentieri all’irrazionalismo scientifico e alle sindromi Nimby molto diffusi nel nostro paese.
In confronto alle decine di migliaia di morti causati ad esempio ogni anno in Italia dall’inquinamento e dal traffico automobilistico, i rischi del nucleare mi sembrano francamente risibili. Eppure non mi pare che essi determinino un allarme sociale lontanamente paragonabile a quello che agita le masse quando si parla dell’energia nucleare. Ma essendo certo che, quando la disponibilità di energia comincerà a scarseggiare a causa del declino dei combustibili fossili, queste paure antinucleari svaniranno come neve al sole, penso che il modo più giusto di affrontare il problema sia quello di una rigorosa analisi della convenienza industriale dell’investimento nella tecnologia nucleare.

Da questo punto di vista, quella del governo italiano mi appare in effetti una scelta molto rischiosa sul piano industriale per tre motivi: la ridotta disponibilità del combustibile nucleare che dovrà essere usato nelle centrali previste, che potrebbe lasciarle all’asciutto durante il loro ciclo di vita, trasformandole in inutili cattedrali nel deserto, l’elevato valore del costo di produzione energetica rispetto alle fonti convenzionali che rende l’investimento poco conveniente se non con generose elargizioni pubbliche, il reale fabbisogno energetico del nostro paese dei prossimi decenni che non necessita di nuova potenza elettrica aggiuntiva.

Il limite principale è la disponibilità di uranio minerale. In questo articolo ho già affrontato più diffusamente questa problematica, che di seguito sintetizzo.

Anche prendendo a riferimento i dati sulle risorse globali di uranio certificati dal NEA (Agenzia per l’Energia Nucleare), molto discutibili per le modalità di rendicontazione e verifica piuttosto approssimative, le prospettive di durata del combustibile fissile destinato ad alimentare le centrali attualmente attive nonchè quelle di terza generazione in costruzione, appaiono molto limitate.
Come si può leggere nel grafico allegato, prodotto da EWG (Energy Watch Group), elaborato a partire proprio dai dati NEA, che prevede un “picco” della produzione seguito da un declino graduale dell’uranio, è possibile giungere alle seguenti conclusioni:

1) Attualmente, la domanda mondiale di uranio di 67.000 tonnellate all’anno, viene soddisfatta solo per 42.000 tonnellate (circa il 63%) da nuova produzione mineraria, le altre 25.000 tonnellate (circa il 37%), sono ricavate dagli stoccaggi accumulati prima del 1980 resisi disponibili in parte con il processo di disarmo nucleare. Questi stoccaggi, secondo EWG, dureranno ancora appena dieci anni. Periodo che potrà allungarsi solo di qualche anno per merito delle nuove disponibilità derivanti dallo smantellamento di ulteriori 7.500 testate nucleari previsto dal recente accordo Salt 2, firmato tra USA e Russia. Tuttavia se nel frattempo la produzione mineraria non verrà sensibilmente incrementata, ci saranno seri problemi ad alimentare per poco più di un decennio le centrali nucleari esistenti. Figurarsi quelle non ancora costruite.
2) Mettendo a confronto poi gli scenari estrattivi del NEA e quelli energetici dell’ Agenzia Energetica Internazionale, si individua un picco della produzione intorno al 2015 per le Risorse ragionevolmente accertate con costi di estrazione sotto i 40 $/kg, intorno al 2025 per quelle sotto i 130 $/kg, intorno al 2035 per l’ipotesi ultra ottimistica di Risorse ragionevolmente accertate più le Risorse stimate con basso grado di attendibilità (con costi di estrazione sotto i 130 $/kg). In questo quadro, lo scenario di espansione produttiva di energia nucleare “minimo” prospettato dall’IEA nel suo WEO 2006 interseca la curva della produzione di uranio quasi in corrispondenza del picco dell’ipotesi estrattiva più ottimistica, mai nello scenario “massimo” che corrisponde alle prospettive di crescita ipotizzate nei programmi nucleari dei vari governi.
In altre parole, lo sviluppo massimo previsto della fonte nucleare sarebbe in ogni caso incompatibile con la disponibilità di uranio, la crescita minima verrebbe irrimediabilmente bloccata in prossimità del picco della risorsa e lo stesso funzionamento dei soli impianti oggi esistenti sarebbe messo in crisi ben prima della metà del secolo.

Quindi, le ipotesi di durata centennale delle risorse minerarie uranifere prospettate da NEA e riprese in Italia da ENEA, sono da ritenersi illusorie e prive di fondamento per i seguenti motivi:

1) Il metodo di calcolo semplificato adottato per definire tale ipotesi, cioè dividendo la quantità di uranio ancora complessivamente disponibile per il consumo annuo non è assolutamente affidabile perché avulso dalla reale dinamica di esaurimento delle risorse minerarie e fossili descritta dal modello di Hubbert (picco e successivo declino), oggi considerato a livello scientifico internazionale il più accreditato a descrivere tali dinamiche.
2) Anche adoperando lo stesso metodo semplificato di NEA per calcolare la durata delle risorse minerarie, si ricavano circa 80 anni. Cioè, NEA ha approssimato di 20 anni la durata delle risorse da essa stesse definite.
3) Il calcolo di NEA ipotizza per i prossimi anni una produzione energetica da nucleare costante pari all'attuale, senza considerare quindi le ipotesi di espansione produttiva da essa auspicate.
4) Nel calcolo eseguito da NEA per determinare la durata delle risorse di uranio vengono inserite non solo quelle ragionevolmente provate, ma anche interamente quelle che essa stessa definisce scarsamente attendibili.
5) In conclusione, anche adottando il loro modello errato di esaurimento della risorsa e correggendo i banali errori precedentemente descritti, in realtà si ottiene una durata probabile delle risorse di circa 30 - 40 anni.

E’ utile infine precisare che le conclusioni relative alla durata delle risorse di uranio mondiali precedentemente sintetizzate, non verrebbero sostanzialmente modificate anche qualora si assumesse interamente la potenzialità produttiva di uranio arricchito ricavabile con la tecnologia in uso di recupero spinto di uranio fissile, estraibile tramite una difficile e costosa operazione dall’uranio “impoverito” disponibile.

Quindi, sarebbe opportuno che il governo spiegasse agli italiani quali garanzie è in grado di fornire in merito alla fornitura certa e duratura di combustibile nucleare per le centrali in programma.
Passiamo alla questione dei costi di produzione. In questo mio precedente articolo ho elencato i fattori economici e finanziari che a mio parere rendono attualmente scarsamente conveniente la tecnologia nucleare. Gli elevati costi di produzione di questa fonte energetica hanno negli ultimi decenni scoraggiato gli investimenti industriali privati, mentre le poche centrali in corso di realizzazione vedono in particolare lievitare notevolmente i costi di costruzione rispetto ai valori preventivati.
Di fatto, sul piano della convenienza economica, gli investimenti nel settore nucleare stanno oggi in piedi solo grazie a generose sovvenzioni pubbliche che inevitabilmente finirebbero per pesare su bilanci statali sempre più esangui o sulle bollette dei consumatori, generando una pesante distorsione della libera concorrenza rispetto alle altre fonti energetiche. Non a caso, l’Enel ha già ammesso la necessità di trasferire sulle bollette degli italiani una parte del rischio finanziario connesso alla costruzione delle nuove centrali.

Quindi, in un quadro europeo di contenimento della spesa pubblica, il governo italiano dovrebbe impegnarsi ufficialmente a “non mettere le mani in tasca agli italiani” per la costruzione e il funzionamento delle centrali programmate.

Infine, come dimostrato da questo studio molto conservativo di ISSI, la potenza delle centrali elettriche italiane esistenti, e di quelle in costruzione o già autorizzate in Italia, è abbondantemente in grado di soddisfare nei prossimi decenni il fabbisogno di energia elettrica italiana, considerando che è molto improbabile che si determini in prospettiva una decisa inversione di tendenza rispetto al forte calo dei consumi elettrici causato dalla crisi economica (- 6,8% nel 2009). Infatti, la minore disponibilità di petrolio che si verificherà nei prossimi anni a seguito del superamento del picco di produzione (di recente ammesso anche dal Pentagono e dall’Agenzia Energetica americana), avrà sicuramente effetti recessivi sull’economia e conseguenze depressive sui consumi energetici.

Quindi, solo un forte impulso all’uso delle fonti rinnovabili, accoppiato alla scelta strategica del metano come fonte di transizione, in un quadro di diversificazione degli approvvigionamenti, consentirà a mio parere di assicurare nel prossimo futuro risposte industrialmente praticabili al fabbisogno energetico nazionale, in uno scenario di consumi stazionari o moderatamente in crescita.
Sarebbe pertanto auspicabile che il Governo riflettesse attentamente sui limiti oggettivi di carattere industriale che ostacolano il programma di costruzione di nuove centrali nucleari nel nostro paese, destinando invece investimenti e risorse nella ricerca e diffusione delle fonti rinnovabili, le uniche in grado di garantire un approvvigionamento energetico sicuro e per tempi indefiniti.

domenica, dicembre 13, 2009

Arroganza di autodidatta ?

created by Mirco Rossi

 


Non sforzatevi di cercare. In rete, digitando il mio nome, oltre il recentissimo libro troverete ben poco altro: un semplice lavoro a carattere divulgativo-scolastico e poche carabattole. Nessun titolo accademico. Nessuna ricerca. Nessuna pubblicazione. Nessun articolo su riviste quotate. Tantomeno referenze o citazioni importanti.

Quello che so sui temi ambientali ed energetici l’ho appreso con un lavoro certosino di decenni, cercando in molte direzioni, leggendo tutto ciò che riuscivo a capire e facendomi spiegare, quando era possibile, ciò la mia ignoranza mi impediva di comprendere.

L’unica qualità attribuibile al risultato complessivo deriva dall’aver, costantemente e pervicacemente, incrociato dati, informazioni e concetti sottoponendoli a una strettissima verifica logica e razionale e averne tradotto il significato ultimo in un linguaggio comprensibile a quasi tutti.

Potei così, ben prima di far parte di Aspo e consolidare le mie convinzioni con gli amici delle liste, individuare - per esempio - la debolezza delle indicazioni con cui Al Gore concludeva il suo (dal solo punto di vista dall’analisi) pregevole “An Inconvenient Truth”, l’inaccettabile esagerazione operata da Rifkin con il suo “Economia all’Idrogeno”, l’inconsistenza delle prospettive petrolifere disegnate nei suoi libri da Maugeri, l’impercorribilità delle strategie nucleari care a Battaglia.

Tuttavia non è affatto escluso che in quanto scrivo di seguito sia possibile individuare qualche elemento di arroganza. Francamente mi auguro che sia così, perché sarebbe la dimostrazione del mio errore.



Sono i giorni di Copenaghen e approfitto per leggere sulla stampa quotidiana sopratutto interviste e interventi di ricercatori, scienziati, esperti, nella continua ricerca di informazioni nuove, dati freschi, analisi aggiornate. Sperando di trovare elementi sempre più forti, in grado di spingere i responsabili politici a accordi più “alti”, a percorsi più impegnativi, a decisioni più cogenti.

A volte però lo sconforto mi assale e mi deprime.

Non tanto per le furbate di chi, come la Cina s’impegna a ridurre la quantità di CO2 per unità di PIL, ma per le idee che uomini autorevoli come Paul Krugman, nobel per l’economia nel 2008, o Bjorn Lomborg, economista che Time ha inserito tra le cento personalità più influenti del mondo, diffondono a piene mani con grande tranquillità.

A partire da considerazioni diverse i pensieri di entrambe queste personalità, prese ad esempio, puntano a un costante aumento della produzione, degli investimenti, degli utili delle imprese. Chiedono maggiore efficienza e risparmio in campo energetico, incentivi alla produzione delle energie rinnovabili e alla ricerca ma il loro approccio sottende inevitabilmente la crescita dell’economia. Krugman scrive esplicitamente “… i limiti alle emissioni rallenterebbero la crescita annuale dell’economia per i prossimi 40 anni di circa un ventesimo di punto percentuale: dal 2,37% passerebbe al 2,32%” e più avanti “… l’efficienza energetica … potrebbe applicarsi a molti settori dell’economia, col risultato che la legge a favore del cambiamento del clima potrebbe verosimilmente comportare un maggiore volume degli investimenti complessivi”.

Sono impostazioni che trascurano del tutto i limiti delle risorse, la crescente indisponibilità di combustibili, di energia, di minerali, di metalli, di acqua, di terreno.

Assumono come obiettivo la crescita, ben oltre i potenziali pericoli legati al paradosso di Jevons, pronto a dimostrare come, senza un forte controllo politico e sociale, senza il consapevole coinvolgimento dei diversi attori della produzione e del consumo, ogni margine recuperato con le “buone pratiche” individuali e industriali può semplicemente trasformarsi in un aumento della produzione complessiva.

In tal modo negano l’esistenza stessa dell’insanabile contraddizione tra la continua crescita complessiva dei consumi e la crescente scarsità delle risorse.

Purtroppo, come ho notato altre volte, l’approccio esclusivamente ambientale lascia in qualche misura aperta la porta a queste pericolose ambiguità. Si può discuterne con grande competenza, correttezza, onestà intellettuale e con le migliori intenzioni, come molti meritoriamente fanno, ma isolare così, in primo piano, il clima e il riscaldamento globale si presta, almeno in apparenza, alle fesserie dei negazionisti, ma soprattutto a escamotage e teorizzazioni che nascondono decisioni di pura facciata.

La Cina (e penso altri, forse in parte anche gli USA) contano sugli ampi spazi esistenti per migliorare i loro obsoleti e altamente energivori apparati produttivi e di trasporto, riducendo così le emissioni per unità di prodotto ma non certo quelle complessive: le uniche che contino dal punto di vista climatico. Economisti di vaglia possono fare una bellissima figura sostenendo che la ricerca, le tecnologie, l’efficienza, il risparmio e le energie rinnovabili possono portarci fuori dal tunnel di questa crisi e permettere ai sistemi economici di perseguire (almeno per un po’), come in passato, la crescita produttiva, il profitto e lo sviluppo, senza più sensi di colpa per la distruzione dell’ambiente e l’incremento del riscaldamento globale.

Se così sarà, e ci sono alcune premesse in tal senso, non solo Copenaghen sarebbe inutile ma in breve diverrebbe un evento dannoso, in grado di minare la poca residua fiducia delle popolazioni negli esperti e nei politici delegati allo scopo alto di disegnare un percorso credibile per affrontare, prima che sia troppo tardi, i tempi feroci che si stanno approssimando.

giovedì, novembre 05, 2009

UtiliTAV





created by Fulvio Senore


Il discorso della possibile utilità della linea TAV si gioca su due argomenti: l'effettiva domanda di traffico merci e la sua suddivisione tra autostrada e ferrovia.

Riguardo alla domanda di traffico i dati allegati del traffico autostradale al Frejus parlano chiaro: il traffico merci sta diminuendo da una decina di anni, in stridente contrasto con le previsioni fantasmagoriche dei progettisti che parlavano di traffico in crescita quasi esponenziale. Al riguardo sorge spontanea una constatazione: nel 2005 (e prima) hanno fatto previsioni fino a trent'anni nel futuro e nessuno di loro è riuscito a prevedere una gravissima crisi economica che sarebbe arrivata appena tre o quattro anni dopo. Se non sono nemmeno riusciti a prevedere quello che sarebbe successo dopo pochi anni che validità avranno mai le previsioni a trent'anni?
Sempre riguardo al possibile traffico futuro bisogna considerare che il traffico autostradale al Frejus è sceso parecchio in dieci anni e nel 2009 sà passato all'incirca solo il 42% del numero di mezzi pesanti passati nel 2000. E' difficile pensare che una eventuale risalita possa essere molto più veloce del calo che si è verificato, quindi è ben difficile che prima di altri dieci anni il traffico possa risalire al livello del
2000 (sempre che risalga), con buona pace delle previsioni mirabolanti.
Quindi, considerato che la domanda di traffico resterà ancora per molti anni al di sotto di quella del 2000, e che nel 2000 le merci sono riuscite a passare agevolmente, diventa veramente difficile giustificare
una nuova linea ferroviaria in termini razionali.
Rimane il problema della suddivisione del traffico tra autostrada e ferrovia. Anche se per caso miracoloso la richiesta di traffico dovesse risalire sarebbe necessario spostarlo sulla ferrovia con qualche azione
politica, altrimenti la crescita sarebbe quasi tutta sulla strada, come succede ovunque. A parole i vari governi hanno promesso politiche di questo tipo, ma i fatti sono ben diversi.
A fine giugno 2009 il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha approvato il progetto per un secondo tunnel autostradale del Frejus. Ufficialmente si tratta di un tunnel di sicurezza, ma è previsto un diametro di circa 8 metri, maggiore di molti trafori alpini attualmente in esercizio. Naturalmente nessuno scava un buco di 8 metri solo per fare scappare qualche decina di persone in caso
di incendio, quindi si tratta chiaramente di un raddoppio dell'attuale traforo.
Una decisione del genere mi sembra parte di una politica di potenziamento del traffico autostradale, non certo di una politica volta a spostare il traffico dalla strada alla ferrovia. D'altra parte i camionisti sono tanti e votano...



Dati sul traffico pesante attraverso il traforo del Frejus - 2009



Questi dati sono stati ricavati dal sito della SITAF spa, la società che gestisce il traforo.

Potete consultarli a questo link.

Sembra che si voglia riprovare a fare dei sondaggi per la linea TAV in valle di Susa, quindi credo che sia

opportuno aggiornare i dati sui passaggi dei mezzi pesanti attraverso il traforo autostradale del Frejus.
Questi dati riflettono bene la domanda di traffico merci che dovrebbe giustificare la costruzione della nuova linea ferroviaria.
Questa è la variazione percentuale del numero di mezzi pesanti (compresi gli autobus) transitati ogni anno

rispetto all'anno precedente.





Questo vuol dire, ad esempio, che nel 2003 il numero di passaggi è calato del 15,47% rispetto a quelli del 2002. L'incremento del 2000 rispetto al 1999 si spiega presumibilmente con il tragico incendio che nel marzo del 1999 ha causato la chiusura del traforo del Monte Bianco fino al 2002.
Il dato del 2005 è calcolato escludendo i mesi di giugno, luglio ed agosto quando il traforo è stato chiuso a causa di un incidente.
Il dato del 2009 è una proiezione perché al momento il sito ufficiale riporta i dati di traffico solo fino al mese di agosto. E' stato calcolato in base alla variazione dei primi otto mesi dell'anno rispetto a quelli dell'anno precedente. Naturalmente il risultato finale potrà essere diverso, sia per l'incompletezza dei dati che per l'incerto andamento della corrente crisi economica, ma il risultato non potrà cambiare più di tanto.
Questo è un grafico del numero di passaggi di veicoli pesanti attraverso il traforo del Frejus negli ultimi anni. Per l'anno 2005 ho escluso i mesi di giugno, luglio ed agosto a causa dell'incidente che ha bloccato il traffico in quel periodo. Il dato del 2005 è quindi una proiezione su 12 mesi dei dati disponibili: il dato reale risulta minore a causa della chiusura del traforo durante l'estate.
Per l'anno 2009 i dati al momento si fermano ad agosto quindi ho effettuato una estrapolazione in base ai
mesi disponibili.



In definitiva nel 2009 transiterà all'incirca solo il 42% del numero di mezzi pesanti transitati nel 2000. Se nel 2000 sono transitati circa 1.550.000 mezzi pesanti nel 2009 ne transiteranno circa 650.000. Naturalmente il dato del 2009 è una previsione ma il dato reale non potrà essere molto diverso.
Sottolineo ancora una volta che questi dati sono forniti da chi gestisce il traforo.







lunedì, maggio 18, 2009

Breve analisi sul calo dei consumi energetici in Italia

Oss. : l'articolo con grafici e tabelle nella loro interezza è visionabile all'archivio Aspo, a questo link . Questo dovrebbe bypassare il problema dei link non funzionanti nel post, che ho rimosso (FG)
In un mio articolo precedente dal titolo “Senza fine” analizzavo l’andamento dei consumi energetici italiani a partire dai dati forniti annualmente dal Ministero dello Sviluppo Economico, rilevando una tendenza alla stasi e alla riduzione dei consumi energetici, contrariamente alle previsioni di crescita dello stesso Ministero. I dati del 2007, recentemente pubblicati, confermano, anzi accentuano, la tendenza al calo dei consumi energetici complessivi, come si può vedere nel grafico allegato. Sembrerebbe, quindi, che le prime avvisaglie della crisi economica in Italia, probabilmente a causa della competizione internazionale dei paesi emergenti e dell’aumento dei prezzi delle materie prime, siano emerse molto prima dell’esplodere globale della crisi finanziaria in corso. Gli Stati Uniti hanno tentato di reagire alla crisi causata dal nuovo scenario economico internazionale, provocando irresponsabilmente l’indebitamento insostenibile delle famiglie, all’origine della disastrosa crisi finanziaria che ha ulteriormente alimentato la crisi economica. Quindi, considerando il crollo della domanda mondiale di energia post crisi finanziaria, che i comportamenti riproduttivi degli italiani determineranno comunque una stabilizzazione della popolazione italiana nonostante gli intensi flussi migratori degli anni scorsi (vedi scenario Istat) e che il sistema industriale ed economico mostra da alcuni anni una tendenza alla saturazione della capacità produttiva, è facile prevedere il permanere della tendenza alla decrescita anche dopo il 2007 e nei prossimi anni. Potremmo cioè aver vissuto in diretta al picco dei consumi energetici italiano, anche perché eventuali scenari di ripresa economica e della domanda energetica rischiano di essere tarpati sul nascere da una nuova impennata dei prezzi del barile.
Conseguenza diretta di questa situazione è chiaramente anche la tendenza alla riduzione delle emissioni di gas serra, come si può facilmente evincere dal grafico allegato che riporta sinteticamente i valori di tali emissioni comunicati annualmente dall’ISPRA (ex APAT) alla Commissione Europea nell’ambito dei meccanismi di applicazione del Protocollo di Kyoto. Le emissioni di CO2 equivalente sono passate da 577,94 Mton. del 2005 a 567,92 Mton. del 2006, con un calo di circa l’1,8% e, ipotizzando per i motivi citati in precedenza, cautelativamente un analogo trend per gli anni successivi, potremmo avere a fine 2009 un valore emissivo di circa 545 Mton. Questo fatto dimostra in maniera concreta il potente ruolo della decrescita economica nel limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente. Naturalmente, anche la tecnologia può dare un contributo importante alla riduzione delle emissioni. Alcune indicazioni per il settore elettrico sono contenute in un mio precedente articolo; nel settore dei trasporti, il sistema energeticamente ed economicamente più efficiente per ridurre i consumi è quello di trasferire quote rilevanti dal trasporto individuale su gomma a quello collettivo su ferro, sia in ambito urbano che extraurbano. I moderni sistemi di trasporto su ferro hanno infatti consumi specifici pari a circa 1/3 dei consumi dovuti al trasporto passeggeri e merci su gomma, quindi è facile calcolare la riduzione teorica di consumi collegata al trasferimento di quote di mobilità verso tram e treni. Ad esempio, un trasferimento del 30% genererebbe un risparmio di almeno 0,3 * 43,385 * 2/3 = 8,677 Mtep, cioè del 20% dei consumi, pari a circa 25 Mton. di emissioni evitate.

Analizzando nel dettaglio l’evoluzione dei consumi energetici degli ultimi tre anni, osserviamo che il Consumo Interno Lordo di energia è passato dai 197,776 Mtep del 2005 ai 194,2 Mtep del 2007, con un calo di ben 1,81%, ma dalla sua scomposizione ricaviamo che, mentre aumentano i consumi di carbone (+1,02%) e rinnovabili (+5,87%), diminuiscono quelli di petrolio (-3,27%) e di gas naturale (-1,58%), e cala il saldo tra importazioni ed esportazioni di energia elettrica (-5,84%).
Passando all’analisi dei consumi finali di energia, che si ottengono dal Consumo Interno Lordo sottraendo i consumi e perdite del settore energetico, osserviamo un’analoga e più accentuata tendenza alla riduzione, dai 146,591 Mtep del 2005 ai 143,211 Mtep del 2007 (-2,31%), ma i tre settori di consumo principali mostrano comportamenti diversi: i consumi dell’industria calano del 3,15% e quelli del settore civile calano del 7,91%, mentre, in controtendenza, i consumi dei trasporti crescono del 2,2%, a dimostrazione che, nel periodo considerato, la dinamica dei prezzi petroliferi ha inciso solo marginalmente nel calo dei consumi energetici complessivi. Anche la ripartizione percentuale dei consumi finali per settore registra il sorpasso dei trasporti (31,37%) rispetto a civile (30,26%) e industria (27,71%).
La dipendenza dal petrolio dei trasporti italiani è arrivata al 96,6% e i consumi finali di petrolio sono assorbiti per il 62,8% dai trasporti, con una tendenza alla crescita determinata dalla progressiva riduzione di questo combustibile fossile nelle centrali termoelettriche.
I Consumi e perdite del settore energetico sono circa il 25% del Consumo Interno Lordo e sono localizzati prevalentemente, per circa l’84%, nel settore elettrico. Il peso di quest’ultimo nel sistema energetico italiano ha superato nel 2006 il 35% del consumo totale di energia.
Nel foglio excel allegato all'articolo sono riportate le tabelle dei dati energetici italiani relativi agli ultimi tre anni e i grafici esplicativi di alcuni parametri che ho ricavato dai dati stessi. Nel primo grafico, relativo al Consumo Interno Lordo, si può osservare la quasi totale dipendenza del nostro paese dai combustibili fossili (87,39%), con una leggera tendenza alla riduzione del petrolio a favore del gas naturale. Le rinnovabili contribuiscono per “solo” il 7,37%. Nel secondo grafico, osserviamo la ripartizione per settore degli usi finali di energia già commentata in precedenza e nel terzo grafico la stessa ripartizione per fonte. Ma il grafico più interessante è a mio parere l’ultimo, quello relativo al Consumo Interno Lordo suddiviso per usi, che scompone l’uso delle fonti energetiche nella produzione di energia elettrica e negli altri usi (termici, trasporti ecc.). Osserviamo, oltre al ruolo sempre più rilevante dell’Energia elettrica citato in precedenza, anche una tendenza sensibile alla riduzione del gas naturale per usi termici (-9,01%) probabilmente conseguenza della riduzione della produzione industriale e di fattori climatici e una stabilizzazione degli altri usi petroliferi (trasporti + termici).

martedì, maggio 12, 2009

Un piano Marshall per l'energia: il caso della Svizzera

Sul sito di Aspoitalia, alla sezione "Documenti", qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo, gentilmente inviato dal climatologo Luca Mercalli e scritto da due suoi colleghi, Angelo e Giovanni Bernasconi, che svolgono attività di ricerca in Svizzera.
Il Consiglio Federale Svizzero ha fatto proprio l'ambizioso obiettivo "Società a 2000 Watt", che è stato proposto non da politici, ma da ricercatori del Politecnico di Zurigo: dividere per 3 la potenza assorbita dallo svizzero medio.

Per la zona studiata, il Canton Ticino, sono stati estratti i dati di consumo energetico globale dell'anno 2000; successivamente, sono state fatte delle previsioni sul potenziale di risparmio, specialmente nel settore del riscaldamento domestico, che assorbe un terzo dell'energia complessiva, e immette circa il 50% dell'anidride carbonica prodotta da combustibili fossili.
La dinamica si basa sulla costruzione di nuovi edifici e sulla riqualificazione di quelli esistenti, in ottica elevazione della classe energetica, ipotizzando una crescita della popolazione intorno al 10% dal 2005 al 2030.

E' interessante notare come con l'applicazione dei severi standard Minergie-P (l'equivalente del nostro CasaClima) solo alle nuove costruzioni, si ottiene soltanto un rallentamento nella crescita dei consumi; per avere un'inversione di tendenza è fondamentale il contributo della riqualificazione energetica degli edifici esistenti. Essenzialmente, si tratta di agire sulla coibentazione e sull'apporto dell'energia rinnovabile, per rendere vivibili i periodi di "estremismo climatico" con modesto bisogno di energia; tutto questo, tenendo conto della maggiore sensibilità climatica della crescente popolazione "anziana".

Combinando sapientemente il risparmio energetico con l'uso di solare termico, fotovoltaico, pompe di calore e biomassa (legno), si potrà realisticamente arrivare al 2050 con un apporto di rinnovabile pari a circa il 65% del fabbisogno abitativo.

I ricercatori reputano infausto l'effetto del "decreto anticrisi" in Italia, perchè ritarda degli strumenti di incentivazione e di diffusione che non potranno essere evitati, anzi si faranno più urgenti negli anni a venire.

Un "piano Marshall" per l'energia è quanto mai auspicabile, anche tenendo conto della tendenza del riscaldamento globale, che avrà effetti non solo sulla vivibilità, ma anche sul tessuto industriale. Si pensi alle crisi che potrebbero avvenire su impianti di produzione di energia idro e termoelettrica in caso di prolungata siccità.

mercoledì, dicembre 03, 2008

Caravan petrol

Una famosa, quanto divertente canzone di Renato Carosone degli anni ‘50 recitava “Comme ‘si curiuso mentre scav’ stu purtuso, sient a mme che nun’è cosa, cà o’ petrolio nun ce stà "(Trad. Come sei strano mentre scavi questo pozzo, qua il petrolio non c’è proprio).
Carosone anticipa di quasi sessant’anni le conclusioni del Ceo di Total, Cristophe de Margerie, che nell’intervista del Sole 24 Ore “Petrolio, prezzi troppo bassi” fa un’analisi accurata dell’attuale fase economica e delle cause che hanno determinato il crollo delle quotazioni petrolifere. A parte una valutazione un po’ azzardata sull’entità delle risorse, secondo lui disponibili ancora per cento anni (sic!), De Margerie fa affermazioni condivisibili in quanto sostiene correttamente che i prezzi troppo bassi, da una parte scoraggino gli investimenti, in quanto il costo attuale di estrazione è attualmente collocabile intorno agli 80 – 90 dollari al barile, dall’altra, rischino di innescare una nuova spirale vorticosa di aumenti dei prezzi, quando il sistema economico mondiale uscirà dalla recessione che ne ha determinato il crollo e la situazione cronica di difficoltà dell’offerta rispetto alla domanda riprenderà il sopravvento nel determinare l’evoluzione delle quotazioni.
D’altra parte, è notizia di questi giorni che l’Opec ha deciso di non ridurre la produzione di greggio per fermare il calo dei prezzi (che dopo questa decisione sono ritornati sotto i 50 dollari al barile), con l’obiettivo apparente di frenare la recessione mondiale in corso. Nell’articolo “Il greggio sarà ancora al ribasso” dell’inserto “Affari & Finanza” della Repubblica, si riferisce di un’analisi dello sceicco Zaki Yamani che prevede questo orientamento del mercato e la strategia dell’Opec.

martedì, dicembre 02, 2008

Della privatizzazione del pubblico e della statalizzazione del privato


"Persistenza della memoria" - Salvador Dalì, 1931
(New York, Museum of Modern Art )


Nel giro di pochi mesi siamo diventati spettatori (e attori) di eventi molto particolari, che segnano il passo degli importantissimi cambiamenti che stiamo vivendo e ancora vivremo.
Chi avrebbe mai immaginato che i liberissimi liberisti USA sarebbero sprofondati in una crisi economica e finanziaria, tale da rendere necessari interventi statali per soccorrere i colossi del credito? Noi peakoilers qualche sospetto ce l'avevamo, comunque la cosa è sorprendente in sè e non soltanto per l'accuratezza della previsione.

Il nostro ministro Brunetta sta facendo un grosso lavoro per stanare i cosidetti "fannulloni" statali, assenteisti e personaggi simili; qualche risultato pare che lo stia ottenendo. E' pur vero che in ogni azione coercitiva e di controllo si possono generare effetti collaterali, specie se non si pondera bene la cosa e non la si dosa in modo equilibrato: demotivazione di persone valide, "ripicche" di fannulloni nati che si sforzano di fare ancora peggio, ulteriori divisioni eccetera. Ma è altrettanto vero che ci sono situazioni completamente fuori da ogni regola di buon senso.
Queste evoluzioni possono essere lette in chiave energetica. Il peak oil sta creando notevoli difficoltà a imprese sia industriali che finanziarie, specialmente multinazionali. PIL bassissimi o negativi, riduzione di trasporti e consumi comportano necessariamente difficoltà nei bilanci, pesanti ristrutturazioni e fallimenti. Per evitare tracolli ecco che gli Stati decidono di "salvare" questi giganti dai piedi di argilla.

Ma anche le strutture statali, che fino a poco tempo fa erano il simbolo della stabilità e dell'immobilismo, cominciano a vacillare. L'ipertrofia, che nel privato si manifesta come sovraproduzione, nel pubblico è legata a una sovrabbondanza di servizi, fino al punto di arrivare all'inutilità e ai doppioni. Corsi universitari che nascono come funghi (con magari 1 solo studente iscritto...), comunità montane dai ruoli controversi, pubblico registro automobilistico con una "copia" di se stesso...

Se c'è una cosa che forse possiamo imparare da tutto questo è che non esiste una bacchetta magica, con buona pace per i tifosi del "capitalismo" e per quelli dello "statalismo". Il futuro si sta prospettando come un mix in cui le imprese dovranno sempre più essere orientate dagli Stati, e gli Stati dovranno arrivare ad essere efficienti prendendo esempio dalle aziende. Dobbiamo cercare una convergenza, non uno sterile muro contro muro.

Il tempo fluisce e ci dà la possibilità di cambiare. Se non assecondiamo questo, per lui poco conta, si occuperà personalmente dei cambiamenti, nostro malgrado.

sabato, novembre 22, 2008

Il picco del progressismo

Appena sveglio, accendo la radio, sintonizzata su Rai 3, per ascoltare la trasmissione “Prima Pagina”, una rassegna stampa letta settimanalmente da un giornalista diverso, seguita da una serie di interventi e domande degli ascoltatori. Il calore delle voci propagate dalle onde radio, diffondendosi in tutta la casa, contribuisce a sciogliere piacevolmente i residui limacciosi del sonno notturno e, insieme a una tazza fumante di caffèlatte, mi prepara ad affrontare meglio la giornata di lavoro che mi attende. Il suono della radio ha poi il potere di insinuarsi e raggiungere quel luogo appartato della mia anima dove sonnecchia il piccolo Peter Pan, ancora affezionato a un mondo di quasi cinquant’anni fa, meno tecnologico, ma abitato da un’umanità non standardizzata e banale come quella schiava dell’immagine televisiva dei giorni nostri. Ma abbandoniamo questa veloce divagazione personale, per tornare a Prima Pagina di qualche giorno fa. Il giornalista – economista Mario Deaglio termina la lettura dei giornali; “dato il tempo a disposizione non potremo dare corso a tutte le telefonate in arrivo, ce ne scusiamo in anticipo” precisa una suadente voce femminile. Un signore interviene, si presenta, fa i complimenti alla trasmissione e dice: “Caro Dottor Deaglio, non pensa che l’automobile sia ormai una vera e propria catastrofe, per gli immani sacrifici di vite umane e per i danni sanitari e ambientali che la società è costretta a subire? “Caro signore”, risponde educatamente il giornalista, “non condivido le sue posizioni estremistiche e catastrofiste, occorre essere sempre equilibrati. Quello dell’Automobile è un settore Fondamentale dell’Economia che ha consentito alla società di evolvere e migliorare. Certo, c’è qualche fastidioso effetto collaterale, ma la Tecnologia troverà certamente la soluzione. Le auto elettriche o ibride puliranno rapidamente l’aria delle nostre città e dei nostri polmoni.”
Per un attimo sono stato tentato di telefonare per solidarizzare con il povero ascoltatore, snocciolando le impressionanti cifre di morti, feriti, malati, prodotti annualmente in Italia e nel Mondo da questo concentrato di Eros – Thanatos ad uso e consumo delle masse contemporanee, e per confutare l’ottimismo tecnologico del giornalista, ma proprio in quel momento ho capito che non sarebbe servito a nulla, perché il vero nemico da combattere non è l’automobile, ma l’idea stessa di Progresso che, con l’illuminismo, si è impossessata faustianamente dell’animo umano.
La fede in un progresso illimitato, un antropocentrismo molto forte per cui l'uomo occupa un posto al di sopra della natura, che viene considerata come un semplice beneficio strumentale, il potere di dominare la natura grazie al metodo scientifico, sono ormai diventati dogmi laici a cui paradossalmente è inutile contrapporre illuministicamente la razionalità del concetto di limite. Si viene inevitabilmente bruciati sul rogo con l’infamante accusa di “nemici del Progresso”.
In questi giorni, folle planetarie adoranti pendono dalle labbra progressiste del nuovo Presidente del Paese più progressista del mondo, che annunciano come primo provvedimento gli aiuti all’agonizzante industria automobilistica, “spina dorsale dell’economia americana”.
“Sì” - ho pensato mentre aprivo la porta per uscire di casa – “è proprio tutto inutile”. Bisognerà aspettare che il Sogno si infranga contro sé stesso. Però una piccola soddisfazione dalle pagine virtuali di questo blog eretico me la voglio prendere: “Deaglio, Lei è un pericoloso progressista!”

sabato, febbraio 16, 2008

Una proposta "elettrizzante"

Questo è un grafico a “torta” che ho ricavato a partire dai dati statistici disponibili sui siti del GSE e di Terna e rappresenta la ripartizione percentuale della produzione di energia elettrica italiana, suddivisa per fonte e per modalità. Per Consumo Interno Lordo, pari nel 2006 a 359,1 Twh, si intende la produzione nazionale lorda (314,1 Twh), cioè quella misurata ai morsetti dei generatori elettrici più il saldo tra importazioni ed esportazioni (45,0 Twh). Una parte della produzione nazionale lorda viene utilizzata dai macchinari ausiliari per il funzionamento degli impianti e un’altra parte viene persa nei trasformatori necessari ad elevare la tensione al valore di rete, cioè consumi e perdite, per un totale di 21,6 Twh.

Abbiamo quindi una richiesta in rete di 337,5 Twh. Considerando le perdite di distribuzione pari a 19,9 Twh (5,9%), otteniamo un valore dei consumi finali di 317,5 Twh.

Il sistema elettrico italiano è dunque dipendente prevalentemente dal gas naturale che sta sostituendo gradualmente l’olio combustibile nella produzione termoelettrica, ha una quota stabile da alcuni anni di produzione termoelettrica da carbone e un’analoga quota di importazione, proveniente prevalentemente dal surplus di produzione nucleare francese a basso costo. Da segnalare anche la buona quota di copertura da rinnovabili, per il 70% proveniente dalle storiche centrali idroelettriche che, per la saturazione del potenziale idroelettrico italiano, è però da qualche anno caratterizzata anch’essa da scarse dinamiche di crescita.

La priorità nel breve periodo (scenario 2012), in previsione dell’imminente picco della produzione mondiale di petrolio, oltre il quale inizierà un inesorabile declino della disponibilità di tale risorsa, è la riduzione drastica dell’uso del greggio. Inoltre, è necessario rispettare gli obiettivi europei di riduzione dei gas serra (6,5%) e di produzione da rinnovabili (20%).
Utilizzando il valore emissivo di 73,30 ton.CO2/TJ contenuto nella Decisione della Commissione 29/01/2004 attuativa della Direttiva 2003/87/EC per il monitoraggio dei GHG (Green House Gas) e un’efficienza media delle centrali ad olio combustibile del 38%, otteniamo un fattore di emissione pari a 0,694 Mton. CO2/Twh. Considerando che la realizzazione di nuove centrali termoelettriche a ciclo combinato (con efficienza di circa il 55%) alimentate con gas naturale (fattore di emissione pari a 0,374 Mton./Twh) e la crescita della produzione da rinnovabili (fattore di emissione pari a 0 Mton./Twh), possono consentire di abbattere sensibilmente le emissioni di CO2, la strategia nel breve termine non può che essere la sostituzione della produzione da olio combustibile con un’ulteriore penetrazione di gas naturale e rinnovabili.

In quest’altro grafico, sintetizzo uno scenario di questo tipo che consentirebbe contemporaneamente di rispettare gli impegni di Kyoto per il settore elettrico, conseguire gli impegni europei sulle rinnovabili e abbattere drasticamente la dipendenza dal petrolio.
I sostenitori del carbone in Italia, contestano questa strategia con l’argomento dei rischi di vulnerabilità del sistema connessi a una eccessiva dipendenza dal gas naturale. Altri paesi, come la Francia, che ha una dipendenza da un’unica fonte superiore a quella dell’Italia (70% dall’energia nucleare) non sembrano preoccuparsi troppo del problema, ma è inutile nascondere che questi rischi ci sono e sono insiti nell’esigenza strutturale di importazione di fonti fossili del nostro paese, che però non verrebbe cancellata da un maggiore ricorso all’uso del carbone. Una qualsiasi interruzione delle forniture metterebbe comunque in crisi il sistema a prescindere dal minore o maggiore grado di diversificazione delle fonti. Questi rischi si possono parzialmente ridurre attraverso la differenziazione geografica degli approvvigionamenti e con la costruzione dei rigassificatori.

venerdì, gennaio 04, 2008

Guidare o mangiare?


Guidare o mangiare?
Idee e proposte per i piccoli comuni d'Italia

created by David Conti

Gli occhi del mio interlocutore sono come saette. Li vedo muoversi velocemente, scomparire ed apparire dietro lo sbattere compiaciuto delle palpebre, l’espressione viva ed interessata di chi sembra in piena sintonia con i miei ragionamenti. Ecco un grande cenno di approvazione quando il discorso tocca la desertificazione galoppante e gli scompensi nei cicli delle piogge. I “si” che escono dalla sua bocca accompagnano ogni accenno alla necessità di rispettare il protocollo di Kyoto e di aumentare gli investimenti in energie rinnovabili.

Ma poi la fisionomia del mio interlocutore cambia improvvisamente. Gli occhi, prima vivi e attenti, sembrano spegnersi lentamente al primo pronunciare della parola petrolio. La fronte diventa corrucciata quando entra in scena un geologo di nome Hubbert e quando il discorso entra nel vivo di razionamenti di carburante, scaffali dei supermercati vuoti e disoccupazione rampante, immagino che se ci fosse un encefalogramma che misurasse il livello di comprensione e di accettazione di un concetto, questo sarebbe piatto o quasi.

Introdurre il tema del Picco del Petrolio a parenti, amici e conoscenti non è mai semplice. Spesso e volentieri ci si scontra con delle mentalità talmente soggiogate dal quel pensiero unico, che coniuga la crescita economica a tutti i costi con il benessere della persona, che diventa un gioco da ragazzi farsi bollare come pazzi visionari. Ma il “picchista” non si lascia scoraggiare da queste prime, prevedibili, difficoltà. Armato di pazienza certosina, spiega, descrive, illustra, magari partendo da 150 milioni di anni fa quando i primi depositi di alghe adagiati sul fondo di qualche oceano primordiale iniziarono la loro trasformazione in quella sostanza viscosa che girare il mondo fa.

Posso riscontrare personalmente che, lentamente, il discorso trova terreno fertile per attecchire nelle menti di chi ci è più vicino. Alla fine della “cura Hubbert” la persona vede una bottiglia in pet contenente latte e riconosce il petrolio presente nella struttura del contenitore, nel serbatoio del camion che lo ha portato fino al supermercato, nell’energia che ha fatto funzionare i macchinari che hanno munto la mucca e nei concimi, fertilizzanti e diserbanti usati per produrre i mangimi trangugiati dall’animale. Questo livello di consapevolezza è un primo risultato che, si spera, porterà ad una elaborazione indipendente delle azioni necessarie a rendersi più autonomi dalla schiavitù dell’oro nero.

Dall’ambito familiare alla comunità, la sfida diventa più impegnativa. Da quando qualche anno fa sono stato fulminato sulla via di Houston dalla curva a campana di Hubbert, ho avuto un pensiero fisso, far comprendere a quante più persone possibili le conseguenze potenzialmente devastanti che la mancanza di una fornitura abbondante ed a basso costo di petrolio potrebbe avere sulle nostre esistenze. Mano a mano che leggevo quelli che ormai sono diventati dei veri e propri maître-à-penser del pensiero “picchista” come Kunstler e Heinberg, ecco che la risposta si delineava nella forma di un piccolo comune abitato da meno di 10000 persone.

Se negli anni del boom economico c’è stato un vero e proprio esodo dalla campagna verso la città, un mondo depotenziato vedrà una sempre crescente fetta di popolazione abbandonare la giunga di asfalto per tornare “al paesello”. E a maggior ragione, se la dimensione locale avrà sempre più importanza su quella nazionale, di riflesso lo sarà anche per le istituzioni che saranno preposte a prendere decisioni importanti. Da qui, la mia idea di fare lobby su due fronti: il sociale e l’istituzionale. Gli amministratori locali, se ben consci del picco e delle sue conseguenze, grazie ad un maggiore polso del territorio avranno la capacità di sviluppare politiche adatte a mitigare gli effetti negativi, facendo presa su una popolazione che avrà una infarinatura generale sull’argomento.

“Guidare o Mangiare? Il Picco del Petrolio: il problema mondiale e la soluzione locale” è un documento di 25 pagine, che ha la pretesa abbastanza impegnativa di spiegare alla popolazione ed alle istituzioni il mondo del Petrolio a 360 gradi. Partendo dai processi che lo formano, dalle nazioni che lo producono, per addentrarsi in dettagli tecnici come le tecniche di estrazione e le difficoltà incontrate nella ricerca di nuove fonti, per arrivare infine alle conseguenze negative sull’economia e sull’ordine sociale che la graduale scarsità porterà con se. Nelle pagine finali voglio offrire anche una ricetta su come costruire delle comunità veramente sostenibili, dai più semplici interventi di risparmio energetico, a progetti più ambiziosi di reti elettriche p2p fondate su fonti rinnovabili, dalla costituzione di gruppi di acquisto solidali alla trasformazione di grande parte della forza lavoro in braccianti agricoli.

Nel mio caso specifico, io e la mia famiglia stiamo investendo risorse ed energia nello sviluppo di una casa “a prova di picco” inserita nel contesto della provincia beneventana. Ed il prossimo passo sarà quello di iniziare un dialogo sempre più fitto con le istituzioni locali e la comunità, conscio del fatto che questo territorio, così come gran parte della “piccola” Italia ha tutte le potenzialità e le risorse autoctone per rispondere alle crisi.

Spero che il 2008 sia “l’anno della consapevolezza” e che ASPO ed i suoi soci possano essere la chiave per avviare la trasformazione della nostra società. Diamoci da fare, perché oltre al petrolio, anche il tempo scarseggia.



[I commentatori e i lettori che lo desiderano, possono inviare materiale che ritengono interessante per la discussione a franco.galvagno.3@alice.it. Esso potrà essere rielaborato oppure pubblicato tal quale (nel caso di post già pronti), sempre con il riferimento dell'autore/contributore]

mercoledì, gennaio 02, 2008

Previsioni per il 2008


Ultimamente, mi sembra di essere diventato un membro onorario della schiera di quelli che fanno le previsioni a fine anno: maghi, veggenti, profeti, astrologi e economisti. Mi capita che la gente mi guarda come se fossi Nostradamus. Un collega mi ha fermato tempo fa per dirmi "Ugo, quando l'anno scorso avevi detto che il petrolio sarebbe andato a 100 dollari al barile ho pensato che tu fossi pazzo, invece...." Per la verità, non mi ricordo di avere mai detto esplicitamente una cosa del genere. Però, avevo detto più di una volta che mi aspettavo forti aumenti.

Forse ci ho azzeccato per caso, o forse avevo i dati giusti. Comunque, ormai che mi sono fatto questa fama credo che posso provare a fare qualche predizione per il 2008. Non si sa mai che non ci azzecchi ancora. Comunque, vi posso dire che non uso foglie di te o bastoncini magici, ma dati che prendo più che altro da siti come "The Oil Drum", come pure dai resoconti e dai database di ASPO-Internazionale.

Allora, Secondo i dati disponibili, il 2008 dovrebbe essere un anno di transizione; ovvero un anno nel quale non ci aspettiamo cambiamenti drastici. Per quanto riguarda il petrolio, il declino di alcuni giacimenti dovrebbe essere compensato dalla crescita di altri. Ci sono diversi "megaprogetti" che dovrebbero entrare in produzione nel 2008 e gli Irakeni sembrano aver ragionato che con il barile a 90 dollari è una follia perdere il tempo a dinamitare gli oleodotti. I produttori si stanno godendo la situazione e le economie occidentali sembrano essere in grado di reggere a prezzi del genere, sia pure con qualche difficoltà. Tutti sono contenti (eccetto, ovviamente, il consumatore finale) e nessuno ha grande interesse nè ad aumentare la produzione ne a diminuirla. Per questo, ci aspettiamo una produzione abbastanza stabile. I prezzi potrebbero aumentare ben oltre i 100 dollari al barile, ma continueranno ad essere estremamente volatili. Non ci sarebbe nemmeno da stupirsi di un crollo temporaneo, al che tutti diranno che la crisi del petrolio era solo una bufala. Per un po'.

Nonostante che si parli sempre quasi solo di petrolio, la situazione del gas è più critica. Questo è vero soprattutto per gli Stati Uniti, dove la produzione del Nord America è ormai in netto declino e dove l'importazione via gas liquefatto non è in grado di compensare. In Europa, sembra che siamo messi meglio in termini di risorse disponibili ma, anche qui, non c'è troppo da stare allegri e siamo fortemente vulnerabili strategicamente. Tuttavia, se a nessuno saltano i nervi, non ci si aspetta che avvenga niente di grave nel 2008. Le cose potrebbero farsi parecchio difficili negli anni successivi.

Per quanto riguarde le altre materie prime minerali; metalli, carbone, uranio, eccetera, sembra essersi interrotta la tendenza alla crescita esponenziale dei prezzi che era caratteristica degli ultimi anni. Sono possibili carenze di disponibilità di un po' di tutto, ma non si vedono crisi drastiche nell'immediato orizzonte. I prezzi rimarranno alti ma, anche questi, molto volatili.

La questione della produzione alimentare rimane un grosso punto nero all'orizzonte. Le scorte di cereali stanno calando un po' ovunque, c'è il problema dell'aumento dei costi dei fertilizzanti, quello dell'erosione del suolo e, recentemente, quello della conversione a biocombustibili di aree fino ad oggi destinate alla produzione di alimentari. Questo non vuol dire che vedremo la carestia in Europa, ma che vedremo aumentare i prezzi di tutti i generi alimentari cosa per la quale, come al solito, sarà accusata la "speculazione". Ci potrebbero essere dei seri problemi nei paesi dove le disponibilità di alimentari sono tradizionalmente al limite; in Africa, America Latina e Asia.

Tutte le tendenze che ci aspettiamo per i paesi occidentali saranno più nette in Italia; paese economicamente debole e fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime. L'Italia è un vero "canarino del minatore" che risente prima di altri di tutti i problemi di esaurimento delle materie prime che stiamo fronteggiando. E' di moda prendersela con la Cina per tutto quello che sta succedendo, ma nessuno sembra far caso al fatto che la Cina è un paese ricco di materie prime, carbone in particolare, il che permette all'economia Cinese di produrre senza svenarsi per pagare le importazioni.

Quindi, in Italia per quest'anno ci possiamo aspettare tendenze non diverse da quelle dell'anno scorso. Ovvero un generale impoverimento della società che colpisce, come sempre, i più poveri. Continuerà la tendenza alla diminuizione dei consumi petroliferi, in particolare di benzina, con la progressiva emarginazione dall'uso dei veicoli privati delle fasce sociali più deboli. Il grande punto nero dell'economia italiana è lo stesso di quello degli USA, ovvero il mercato immobiliare ipertrofico e sopravvalutato. Se negli USA abbiamo visto quest'anno una riduzione di circa il 6% del valore degli immobili; in italia il nercato sembra più che altro fermo. Vedremo nel 2008 lo scoppio della "bolla immobiliare"? Può darsi, ma il crollo vero e proprio potrebbe anche essere rimandato al 2009 o forse al 2010, quando l'inizio del vero declino della produzione petrolifera mondiale potrebbe far crollare l'intero sistema produttivo del paese.

Abbiamo poco tempo per reagire; ma gli Italiani sembrano paralizzati e incapaci di reagire. La classe politica ragiona ancora in termini di "grandi opere" e di incentivi alla rottamazione; gli intellettuali oscillano fra inni al libero mercato e richieste di sovvenzioni; la gente si arrangia come può, costantemente tenuta all'oscuro della situazione da una stampa interessata solo al sensazionalismo e all'appoggio dello status quo. La speranza è in mano a pochi visionari che stanno investendo nel futuro. Qualcosa di buono si sta facendo; troppo poco, ma è una speranza.

Ah..... notate che tutto quello che ho detto vale solo se nessuno si mette a lanciare missili qua e la nel 2008; cosa che potrebbe benissimo succedere. In questo caso, tutte le predizioni di "transizione" vanno a quel paese. Una bella guerra accelererà tutte le tendenze e ci potrebbe mettere in grossi guai da subito. Su questo, non possiamo dire niente; solo sperare che non succeda.