giovedì, settembre 11, 2008

Picco del petrolio: il punto sulla situazione

Gli ultimi dati sulla produzione mondiale di petrolio convenzionale secondo "The Oil Drum". La produzione è sostanzialmente statica dal 2005, ma negli ultimi tempi ha mostrato qualche segno di ripresa, forse come risultato degli aumenti vertiginosi dei prezzi. Da notare che, in ogni caso, il consumo di petrolio nei paesi OECD è in diminuzione a causa della riduzione delle esportazioni.


A distanza di qualche mese dalla grande fiammata che ha portato i prezzi del petrolio a toccare i 150 dollari al barile, è arrivato il momento di rivedere la situazone e cercare di capire a che punto siamo.

Ugo Bardi riesamina i punti fondamentali della teoria del picco e discute la situazione in un articolo disponibile sul sito www.aspoitalia.net a questo link.

mercoledì, settembre 10, 2008

Quattro dollari al gallone

Le grandi masse americane sono state gettate nello sconforto e in qualche caso nella disperazione dal prezzo della benzina che, negli Stati Uniti, ha ormai raggiunto i fatidici 4 dollari al gallone. Qualcuno ha reagito con ironia, guardate questo filmato, ma molti devono essere proprio in difficoltà se si raccontano episodi davvero raccapriccianti, come quello dell’uomo che ha scambiato il proprio sangue per buoni di benzina e della ragazza che ha fatto altrettanto in cambio di sesso, diciamo così, non convenzionale.


Eppure, se si effettuano le opportune conversioni, tenendo conto dell’attuale cambio euro – dollaro, si scopre non senza un certo stupore, che il prezzo della benzina che ha messo al tappeto gli americani corrisponde a circa 0,74 €/l, praticamente la metà di quanto spendono oggi gli italiani. Come si spiega tutto ciò? Quali sono i motivi di una situazione per noi incomprensibile? Sono diversi e concomitanti. Innanzitutto, il parco mezzi americano, caratterizzato da elevati consumi specifici, poi la struttura urbanistica delle città molto disseminata sul territorio, costruita a misura di automobile, che costringe a grandi spostamenti per raggiungere i luoghi di lavoro e le altre destinazioni, l’assenza quasi totale di un sistema di trasporti pubblici efficiente, ma anche l’American way of life che ha fatto dell’automobile l’essenza stessa del sogno di libertà americano e del mito pionieristico fondato sul continuo movimento “on the road”, come ragione stessa di vita.


Entrambi i candidati alla Casa Bianca sanno che quello dei prezzi dei carburanti sarà uno dei temi principali, forse il più sentito nella campagna elettorale, ed entrambi continuano a prefigurare soluzioni basate sulla mobilità individuale. Mc Cain ha scelto per Vice Presidente Sarah Palin, autodefinitasi “bulldog col rossetto”, che proponendo la ripresa delle trivellazioni petrolifere nel suo Stato, l’Alaska, ha consentito al candidato Presidente repubblicano di superare nei sondaggi il rivale Obama. E quest’ultimo, in evidente difficoltà, continua a puntare sulle sovvenzioni all’agricoltura per la produzione di biocombustibili, una delle cause della crisi dei prezzi alimentari e della ripresa della deforestazione. Ambedue probabilmente sanno che entrambe le soluzioni saranno dei pannicelli caldi di fronte alla sete di benzina dei propri elettori e alla crescita esponenziale dei prezzi determinata dal picco del petrolio, ma non possono fare diversamente.

La democrazia ha reso grande gli Stati Uniti d’America, la democrazia ne determinerà inevitabilmente il declino.

martedì, settembre 09, 2008

La dipendenza dal petrolio come problema culturale




created by Carlo Zintu





Perché di più non è mai abbastanza?

La maggior parte degli studi e degli interventi pubblicati sui siti e sui blog che trattano del petrolio e dell’energia sono focalizzati sull’individuazione della quantità totale delle risorse disponibili, sulla più probabile data del picco di produzione dei combustibili fossili, sui possibili sostituti, oppure sui problemi ambientali relativi all’inquinamento.
Si discute poco o nulla in merito ai comportamenti umani che sono alla base dello sfruttamento sempre crescente delle risorse naturali.

Alla luce della storia dell’evoluzione umana e delle più recenti scoperte nel campo delle neuroscienze, è possibile affermare che i meccanismi neurochimici innati del nostro cervello, evolutisi nel corso di milioni di anni in un ambiente completamente diverso da quello delle moderne società industriali avanzate, vengono spesso dirottati da numerosi stimoli della società attuale, prodotti artificialmente, e attivano comportamenti impulsivi non più funzionali alla nostra sopravvivenza.

La ricerca delle novità e delle ricompense, nonché la cultura, che seleziona gli obiettivi da perseguire e i simboli di status sociale da sfoggiare, sono gli elementi alla base della crescita economica. Inoltre il cervello umano ha difficoltà sia a limitare consciamente i propri desideri che a rendersi conto dell'esistenza di tale difficoltà.

I modelli di comportamento e i simboli di status attualmente in voga (redditi milionari, auto e barche di lusso, ville e case signorili, ecc.), sono impossibili da realizzare per la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta Terra, ma ciononostante stimolano negli esseri umani desideri e voglie da inseguire con tutte le proprie forze. Tali desideri, insieme a quelli prodotti da innumerevoli altri stimoli moderni (pubblicità, moda, ecc.), attivano i percorsi cerebrali della dopamina (un neurotrasmettitore che regola le sensazione di piacere e di ‘carenza’) e danno origine a brame sempre crescenti di nuovi prodotti e servizi a prescindere dalla loro reale necessità/utilità. Si genera così negli esseri umani un’escalation di comportamenti impulsivi inconsci e incontrollabili, che sempre più spesso risultano dannosi sia per le singole persone che per la società, l’economia e l’ambiente.

La conclusione è che siamo dipendenti dalle sensazioni e dai servizi creati dall’uso sempre crescente dell’energia (per ora fornita dai combustibili fossili) a causa dell’interazione tra la dotazione genetica degli esseri umani e la nostra cultura: sempre più persone competono per una quantità crescente di oggetti materiali, ma non possono mai raggiungere uno stato di soddisfazione stabile a causa del funzionamento dei meccanismi mentali che guidano i loro comportamenti, selezionati dall’evoluzione precedente. Perfetti nell’ambiente naturale preistorico per assicurare la conservazione e la propagazione degli individui e della specie, adatti a provocare la spettacolare crescita economica dell’era dei combustibili fossili, ma controproducenti nello stato attuale delle cose.
Quindi la competizione umana andrebbe indirizzata verso ambiti energeticamente ed ecologicamente sostenibili, per evitare che l’umanità si scontri violentemente con i limiti imposti dalla natura oppure diventi dipendente da qualcos’altro, proseguendo inconsciamente con i comportamenti che l’hanno guidata, nel bene e nel male, nell’era del consumismo e del mercato globale.

Il saggio che trovate qui, scritto da Nate Hagens del Gund Institute dell’Università del Vermont, che approfondisce i cenni su riportati, è stato pubblicato sul sito TheOilDrum il 7 luglio 2008 ed è stato da me tradotto in italiano.

lunedì, settembre 08, 2008

Il grande souk del petrolio


Il vostro corrispondente dal Marocco, in una foto scattata un paio di anni fa nel souk di Fez insieme a un collega (quello col cappello) docente dell'università locale.


I mercati sono cosa antica come l'umanità. Sicuramente i nostri antenati Cro-Magnon si incontravano da qualche parte ogni tanto per contrattare e scambiarsi selce, pellicce e donne. Era un modo molto più sicuro e più pratico dell'altro modo classico di ottenere selce, pellicce e donne, ovvero la guerra.

Oggi, trovate i mercatini nella loro forma più tradizionale nei paesi cosiddetti del "terzo mondo" dove sembra che la gente abbia ancora tempo e voglia di divertirsi a contrattare e chiaccherare per ore al mercato. Girellare per un mercato nei paesi arabi, il classico "souk", è ancora un'esperienza interessantissima. Ma i mercatini locali si trovano un po' dappertutto. Mi ricordo del mercato delle pulci di Marsiglia, dove andavo quasi tutte le domeniche quando abitavo laggiù. Ultimamente sono stato al mercato di Mosca che si chiama "Vernissage" che ha molte delle caratteristiche del souk arabo.

In questi mercati, la contrattazione è un arte raffinata. Venditore e compratore eseguono una danza verbale intorno all'oggetto contrattato. Entrambi si scambiano informazioni - quel tanto che basta per cercare di far scoprire l'altro e non far scoprire se stessi. La domanda alla quale il venditore deve trovare una risposta è "quanto è disposto a pagare questo cliente?" La domanda alla quale il cliente deve trovare una risposta è "quanto è disposto ad accettare questo venditore?" Se si trova una risposta comune, allora l'oggetto si vende con reciproca soddisfazione.

Il souk è una rappresentazione approssimata ma reale di quell'entità astratta che gli economisti chiamano "il mercato". In quanto tale, ci potete vedere tutti gli elementi di cui leggete sui libri di economia: la domanda e l'offerta, la fluttuazione dei prezzi, la libera concorrenza, e tanti altri. Venditore e compratore nel souk approssimano quella condizione di "operatore perfetto" che serve per i teoremi della scienza economica.

E' curioso, però, che da noi il termine "souk" è diventato quasi dispregiativo. Il fatto di contrattare una merce è considerato una cosa un po' primitiva, da gente, appunto, del terzo mondo. Fa particolarmente orrore il fatto che il venditore nel souk spesso tende a cambiare il prezzo a seconda di come percepisce il cliente; ovvero il turista occidentale si trova a pagare di più del cliente locale. Ci sembra un terribile imbroglio che i prezzi di un bene siano differenti a seconda di chi compra. I prezzi fissi che troviamo ai supermercati e ai centri commerciali ci sembrano cosa molto più moderna e razionale. in un certo senso "democratica".

Può anche darsi ma, nella pratica, come si dice qui da noi in Toscana "quello che non vuoi, ti nasce nell'orto". I prezzi differenziati a seconda del cliente, cacciati dalla porta, rientrano di prepotenza dalla finestra. Non ci credete? Vi faccio un esempio.

Andate in pizzeria e guardate il listino prezzi. Noterete che, per esempio, la pizza al prosciutto costa, tipicamente, un paio di euro in più della margherita. Ora, ragioniamoci sopra un attimo. Il prosciutto comprato al supermercato costa sui 20 euro al chilo. Immagino che la pizzeria lo compri a meno di così, anche perché il prosciutto che deve passare nel forno della pizza non deve certamente essere quello della migliore qualità. Ma, ammettiamo che costi 20 euro al chilo. A un conto approssimato, sulla vostra pizza non ci sono più di 10-20 grammi di prosciutto. Questo vuol dire che, al meglio, in pizzeria lo pagate 100 euro al chilo, ovvero almeno 5 volte di più del suo prezzo di mercato.

Se ci pensate un attimo, in effetti, tutta la faccenda della "lista dei prezzi" ai ristoranti non ha molto senso, a meno che non ordiniate qualcosa di veramente molto particolare e costoso, tipo caviale del Caspio o Champagne d'annata. Per tutte le altre cose che normalmente si mangiano ai ristoranti, la differenza di costo per il ristorante è molto piccola rispetto alla differenza di prezzo che il cliente paga. Tanto varrebbe risparmiarsi la fatica di stampare una lista.

E non solo loro questione dei ristoranti: fate caso alla lista prezzo dei fast food, dei bar, e di tantissime altre cose, incluso le automobili. Il prezzo delle cose più costose sulla lista spesso è enormemente gonfiato rispetto al valore intrinseco della cosa. Una macchina di lusso può costare dieci o venti volte di più di un'utilitaria, ma il costo di produrla non è in proporzione al prezzo di vendita. E' noto, infatti, che i profitti dell'industria automobilistica vengono principalmente dalle vendite nei segmenti più "alti".

Perché ristoranti, bar, e concessionari fanno queste cose? Beh, ritornate un attimo al discorso del souk che facevamo prima: il compito del venditore nella contrattazione è capire quanto il cliente è disposto a pagare. Con una lista differenziata, la vostra pizzeria sta cercando di trovare una risposta alla stessa domanda: quanto siete disposti a pagare per una pizza? Per questo, nel menu ci saranno spesso anche opzioni stravaganti e relativamente costose, tipo la pizza atomica. Servono per verificare se siete disposti a pagare il loro prezzo - anche se alla pizzeria non costano che marginalmente di più della normale pizza margherita. In questo modo, la pizzeria fa esattamente quello che fa il venditore del souk. Adatta i prezzi a seconda della volontà di spendere del cliente.

In un mercato "perfetto," tipo quello di cui si legge nei libri di economia, compratore e venditore si accordano sempre sul prezzo ideale del bene. In questo tipo di mercato, direste al cameriere della pizzeria "non ci penso nemmeno a pagare il prosciutto 100 euro al chilo". Il cameriere contratterebbe e poi vi mettereste daccordo sul valore dei 10 grammi di prosciutto che ci sono sulla pizza e arrivereste al prezzo giusto, diciamo, di 30 centesimi più della margherita. Ma mettersi a contrattare il prezzo della pizza al ristorante non è cosa che si fa di solito. In pratica, se non volete pagare il prosciutto una cifra esosa, non vi resta che ordinare una margherita.

Portata all'estremo, l'idea che tutto debba essere etichettato con un prezzo fisso conduce ad aberrazioni che fanno anche dei grossi danni. Un esempio particolarmente disastroso è stato quello dell'Unione Sovietica, dove tutti i prezzi erano determinati dal governo centrale, dal "gosplan", il comitato statale per la pianificazione. Non c'era modo di contrattare niente; nè da parte del venditore nè da parte del compratore. Il risultato era che non c'era interesse a fare dei buoni prodotti da parte dei produttori e per i consumatori non c'era possibilità di scelta. La sola possibilità era quella di fare la coda per accaparrarsi qualsiasi cosa ci fosse di disponibile nei negozi. Il gosplan andava a decidere anche i menu dei ristoranti russi. Ma nei ristoranti non c'era mai quasi niente di quello che c'era scritto nel menu. Meno male che c'era il mercato nero dove si trovava qualsiasi cosa e dove l'arte della contrattazione era coltivata. Ancora oggi, i Russi sono dei grandi contrattatori e i loro mercatini rivaleggiano i souk arabi.

La tendenza a regolare il mercato continua da noi anche parecchi anni dopo il crollo dell'Unione Sovietica e si è incarnata, per esempio, in un recente provvedimento della regione Emilia Romagna che impone ai mercatini dell'usato, oltre ad altre assurde vessazioni e balzelli, di mettere etichette e prezzi fissi sugli oggetti in vendita. Attegiamento ben degno del vecchio gosplan dei tempi dei piani quinquennali. Come è successo allora, il provvedimento avrà il solo effetto di soffocare e far sparire il mercato legale, generando un fiorente mercato nero.

Sembra che da noi, in effetti, molta gente abbia perso il gusto della contrattazione e si sia addirittura dimenticato che cosa sia. Questo non si vede dal fatto che la gente non contratta il prezzo della pizza in pizzeria, ma - fra tante cose - anche da come viene considerato il mercato del petrolio.

Negli ultimi tempi, con i rapidi aumenti di prezzi, è venuto di moda accusare gli "speculatori" di varie e gravi nefandezze. Le fesserie che sono state dette sono molte e sarebbero anche divertenti se non fossero tragiche (per una discussione sull'argomento vedi, per esempio, questo post di Carlo Stagnaro). Ma, in realtà, il mercato del petrolio è proprio quello che il nome dice: un grande mercato, pochissimo regolato, che funziona veramente in modo abbastanza simile al mercato ideale dei testi di economia. In altre, parole, è il grande souk del petrolio.

In questo grande souk planetario, ci sono veramente gli speculatori di mestiere, in inglese i "traders", che fanno il loro mestiere esattamente come i venditori del mercato di Fez, in Marocco. Ovvero cercano di capire quanto i venditori sono disposti ad accettare e quanto i compratori sono disposti a pagare. C'è un passo in più: quelli che operano nel mercato dei "futures" cercano di capire le stesse cose, ovvero il prezzo del petrolio, a un certo momento nel futuro. Se prevedono bene, guadagnano, altrimenti ci rimettono. Questo è, più o meno, quello che fa un venditore del souk quando compra qualcosa che poi progetta di rivendere dopo un certo tempo.

Ma il mercato dei futures è solo un aspetto del grande mercato del petrolio. I futures possono dare l'impressione che il prezzo del barile sia fisso ed etichettato da quelle curiose entità che sono le borse dei futures che - tuttavia - non sono per niente simili al gosplan sovietico di una volta. Le petroliere non attraccano davanti alle borse dei futures. Il mercato dei barili veri è un altra cosa.

Chi vende petrolio sono le compagnie petrolifere, chi lo compra sono le raffinerie. Le due cose possono essere in mano alla stessa società: molte grandi compagnie petrolifere hanno anche raffinerie. In questo caso, il prezzo del barile conta poco, conta quello dei prodotti raffinati, dalla benzina al bitume per le strade. Anche questo, comunque è un libero mercato.

Ci sono poi raffinerie indipendenti i cui proprietari (o i loro negoziatori) vanno in giro a comprare petrolio dove lo trovano. Anche qui, i prezzi sono il risultato di una contrattazione che, immagino, non è molto diversa da quella del souk; ovvero compratore e venditore si guardano in faccia, chiaccherano, ragionano, fanno offerte e contro-offerte e, alla fine, trovano un accordo.

Tutto questo assicura che in un libero mercato il prezzo del petrolio sia quello "giusto"? Beh, no, questo sarebbe idealizzare troppo la perfezione del libero mercato, che non è mai del tutto libero e non è certamente perfetto. Viene in mente, però, quello che diceva Churchill a proposito della democrazia, "il peggior sistema di governo, a parte tutti gli altri che sono stati provati". Probabilmente, qualcosa del genere vale anche per il libero mercato.

Nel caso del petrolio, il libero mercato ha il problema che l'informazione disponibile è limitata sia per i compratori come per i venditori. Entrambi vedono bene cosa esce dalla pompa, ma non altrettanto bene cosa c'è in fondo al pozzo. Sulle reali disponibilità delle riserve, chi commercia petrolio deve normalmente fidarsi delle stime - notoriamente gonfiate - dei produttori. Così, finisce che il libero mercato reagisce agli stimoli a breve termine e gli operatori non agiscono sulla base del concetto che il petrolio deve finire, prima o poi. Il libero mercato non vede neanche i "costi esterni" dovuti agli effetti dell'inquinamento e dell'effetto serra. Non li vede, ma qualcuno li deve pagare e il conto del riscaldamento globale, potrebbe essere molto salato.

Ma qui entriamo in un altro discorso, molto più complesso. Quello che volevo dire che in un libero mercato, i prezzi sono una reale indicazione della scarsità di un bene rispetto alla domanda, perlomeno a breve termine. Ovvero, gli alti prezzi che abbiamo visto ultimamente sono un'indicazione di una reale difficoltà dell'offerta a tener dietro alla domanda. Quindi, non diamo tutte le colpe agli speculatori e sarebbe sbagliatissimo intervenire con provvedimenti statali per creare il prezzo che a noi potrebbe sembrare "giusto". Per certe cose, lasciamo che il libero mercato faccia il suo mestiere.

Nota: questo post è stato ispirato dall'interessante libro di Tim Harford "The Undercover Economist", Abacus, 2007

domenica, settembre 07, 2008

Leggende eoliche





Questo video (di bassa qualità, purtroppo) l'ho realizzato a metà agosto nei dintorni di Béziers, nella provincia occitana francese del Languedoc. Si tratta di una zona piuttosto ventosa, in cui si è avuta una discreta diffusione di parchi di generatori eolici; a forza di scorgerli a distanza io e il mio co-vacanziero Andrea abbiamo deciso di avvicinarci in modo da poterli esaminare meglio.

Probabilmente molti lettori hanno già fatto una simile esperienza; noi siamo rimasti affascinati da questi "giganti benevoli" che, giro dopo giro, fornivano il loro contributo rinnovabile alla rete elettrica.

Ora, quello che vorrei riprendere qui è il concetto di leggenda, applicato al caso specifico degli aerogeneratori. Sono tutt'altro che un esperto nel settore, pertanto invito chi ne sa di più a sostenermi, e anche a confutarmi. Le argomentazioni procedono per confronto con casi in cui l'entità del fenomeno è ben più intensa, tuttavia esso è comunemente accettato o anche ignorato.

LEGGENDA N° 1: "Le torri eoliche fanno rumore". L'impianto del filmato è di taglia medio-grande, sarà stato alto una sessantina di metri; il rotore impiegava circa 3-4 secondi a fare un giro completo, e trattandosi si una zona molto ventosa possiamo dire che era piuttosto "veloce". Ora, il rumore legato alla rotazione era quasi impercettibile rispetto al vento; quando si riusciva a sentire qualcosa, confrontandolo rispetto al traffico di una città di medie dimensioni, veniva da ridere. Non so se esistono altre generazioni o taglie di impianti eolici che possono causare questo problema.

LEGGENDA N° 2: "Le torri eoliche uccidono i volatili". Ravanando sul web ho trovato su Ecoblog questo articolo (cfr. anche i link annidati) in cui emergono "cause di spiaccicamento" ben più importanti: aeromobili, grattacieli, cavi elettrici surclassano le torri eoliche, che risultano pesare per uno 0,003 %. Di nuovo, generazioni di torri possono essere migliori di altre, tuttavia mi fa sorridere immaginare i discorsi da bar in cui si narra di pale che girano vorticosamente, risucchiando stormi interi di volatili che vengono così "piallati" :-)

LEGGENDA N° 3: "Le torri eoliche sono brutte ". Qui entriamo nell'emisfero destro "de gustibus". Di nuovo passiamo a raffronti: sono forse più belle le torri di raffreddamento delle centrali nucleari? E la "tubisteria" di quelle a idrocarburi? Oltre all'aspetto visivo, è così psicologicamente rassicurante pensare che stiamo bruciando in continuo materiale prezioso destinato a diventare scarso, e che si stanno producendo gas serra o rifiuti radioattivi?

Chi maledice (cioè, "dice male di") le torri eoliche riesce solitamente a non citare un piccolo particolare: questi impianti sono tra quelli che potrebbero garantire nei prossimi decenni qualcosa come la salvezza da fenomeni piuttosto duri, nonchè minori disuguaglianze tra i popoli.


PS Grazie ad Andrea che ha autorizzato la diffusione del filmato in cui lui appare in veste di "riferimento dimensionale"

sabato, settembre 06, 2008

E ora, Ugo, come la mettiamo con la tua teoria?

Questo dialogo si è svolto qualche giorno fa fra me e un collega, docente di fisica. E' riferito a memoria e la fine è un tantino romanzata, ma sostanzialmente è una cronaca fedele del tono e del contenuto del dialogo. Rappresenta bene la reazione aggressiva di un certo numero di persone che hanno visto il prezzo del petrolio crollare in pochi mesi da 150 dollari al barile a poco più di 100, senza ricordarsi che solo pochi mesi prima era eresia pensare che salisse oltre i 100. Le mie previsioni per l'anno in corso, le trovate su un post del Gennaio di quest'anno: avevo detto che mi aspettavo aumenti, ma anche un probabile crollo dei prezzi che avrebbe illuso molta gente che non c'era nessun problema. Previsione, per il momento, completamente confermata.




Lui: E ora, Ugo,come la mettiamo con la tua teoria?
Io: Quale teoria?
L: Avevi detto che i prezzi sarebbero saliti a 150 dollari al barile!
I: Mah, veramente non avevo detto proprio così. Avevo detto che mi aspettavo che sarebbero saliti. E infatti sono saliti.
L: E invece sono scesi.
I: Si, ma prima sono saliti. E avevo anche detto che mi aspettavo che poi sarebbero scesi.
L: Però avevi detto che sarebbero saliti.
I: Si, infatti sono saliti. E' quello che è successo.
L: E allora, come la mettiamo?
I: Come la mettiamo cosa?
L: Con il fatto che i prezzi sono scesi.
I: Ma sono saliti! Sono ai massimi storici.........
L: Però ora sono scesi!
I: (sospiro) Hai visto le olimpiadi ieri sera?
L: Certo! Hai visto la medaglia di Castragatti nel Tetrathlon subacqueo?

venerdì, settembre 05, 2008

La rivoluzione francese

Qui accanto vedete l’ultimo arrivato dei tram francesi, quello di Marsiglia, che prosegue quella che ormai si può definire una vera e propria rivoluzione nel campo del trasporto collettivo in Francia. Anche in Francia come in Italia, i sistemi tranviari esistenti furono completamente smantellati per fare posto al trasporto privato e alle esigenze dell’industria automobilistica nazionale. Ma il crescere della congestione urbana conseguente a un modello di trasporto tutto fondato sull’auto, indusse alcune città come Grenoble e Nantes a realizzare nuove e innovative linee tranviarie. Sulla loro scia, anche Strasburgo predispose un progetto estremamente innovativo di tranvia urbana i cui lavori, superata una fase di scetticismo dei politici e diffidenza della popolazione locale, iniziarono nel 1991 e si conclusero nel 1994. Oggi, in Francia, diciassette città hanno già in esercizio reti di tram moderni, con vetture articolate a pavimento ribassato e sono in previsione nuovi ampliamenti: Lilla, St.Etienne, Marsiglia, Nantes, Grenoble, Parigi, Strasburgo, Rouen, Montpellier, Orleans, Lione, Bordeaux (in questa città si sta sperimentando per la prima volta un tipo di alimentazione elettrica non aerea ma dal pavimento stradale), Tolone, Valenciennes, Mulhouse, Nizza, Le Mans. Su questo sito potete trovare un’ampia documentazione fotografica dei sistemi tranviari francesi ed europei.
All’ orizzonte 2010 saranno in funzione in Francia 25 reti di tramvie moderne, per oltre 400 km. di linee ex-novo; a fronte delle tre linee che esistevano in tutto venti anni prima e che complessivamente non raggiungevano allora la lunghezza di 30 km.
Le ragioni energetiche ed economiche di questo successo sono descritte in un mio precedente articolo.
In tutti i paesi europei sono in corso progetti di sviluppo dei sistemi tranviari. Questi sistemi di trasporto erano stati invece conservati e ammodernati nella maggior parte delle città della Germania, Svizzera ed Austria, ed anche nei principali centri dell’ Olanda e del Belgio.
Negli anni ’90 alla ripresa del sistema di trasporto tranviario urbano in tutto il mondo ha fatto seguito un’evoluzione importante nel trasporto locale su ferro che oggi rilancia il sistema tranviario anche nel territorio extraurbano.
L’ esempio è partito dalla città tedesca di Karlsruhe, che ha sperimentato e sviluppato concretamente una nuova tecnologia per l’ inserimento di veicoli tranviari moderni sulla rete ferroviaria regionale e nazionale, in modo da svolgere con questi la maggior parte dei servizi di ambito suburbano ed extraurbano.
Questa innovazione consente al mezzo tranviario di percorrere sia linee urbane che binari ferroviari, e quindi di mettere in comunicazione diretta, senza rotture di carico, con un solo mezzo veloce e frequente, le zone nevralgiche dei centri abitati di aree vaste e consente di risanare e rilanciare linee ferroviarie regionali o locali, oggi deficitarie e minacciate di chiusura.
In Italia, la Legge n.211/92 finanziò in maniera consistente, con contributi a fondo perduto in conto capitale del 60%, i sistemi di trasporto a guida vincolata, tranvie e metropolitane. Ad oggi, il bilancio non è molto positivo, ma si registrano i primi risultati. Messina, prima città italiana tornata al tram, ha inaugurato la sua prima linea tranviaria. Una nuova linea tranviaria è stata costruita a Sassari e a Cagliari, Firenze e Bergamo hanno in fase avanzata di attuazione importanti progetti tranviari mentre Verona ha aggiudicato la gare e consegnato i lavori. Palermo ha avviato la costruzione di un’ambiziosa rete tranviaria.
A Torino è stata completato il prolungamento della linea 4 e Milano, ha introdotto su linee esistenti materiale rotabile moderno, e ha costruito due nuove linee tranviarie. Napoli ha importanti programmi di riqualificazione tranviaria. Ma ancora molto deve e può essere fatto, cercando di superare i ritardi e le arretratezze culturali ancora presenti.
In questa scheda, tratta dalla mia Relazione “L'automobile: un'emergenza sanitaria, ambientale, energetica ed economica. Proposte per una mobilità sostenibile” svolta nel 2007 durante il Primo convegno Aspoitalia di Firenze è sintetizzata una proposta per il nostro paese volta a suerare questi ritardi.
Il costo del programma di infrastrutture tranviarie, 20 miliardi di euro può sembrare elevato, ma se si ricorre per una parte alla finanza di progetto e si spalma il resto su un piano finanziario decennale di 1,5 miliardi all'anno, lo Stato spenderebbe appena il 50% di quanto paga ogni anno per ripianare i deficit fallimentari delle aziende di trasporto pubblico su gomma. E appena una briciola dei faraonici quanto inutili progetti infrastrutturali stradali, tra cui il solo Ponte sullo Stretto vale circa 4 miliardi.

giovedì, settembre 04, 2008

L'ignoranza crea ottimismo


Alzi la mano chi non si è mai chiesto, di fronte a sconcertanti dichiarazioni di un politico o di un manager, se "lo fa" o "lo è".
Ebbene, mi sto sempre più convincendo che "esserlo" sia uno stato termodinamico molto più stabile (dunque più probabile) che "farlo".

In campo legislativo, ignorare decreti, leggi, commi e postille è colposo: la legge "non ammette l'ignoranza" [a cosa serva poi conoscere asserti che violano il principio di non contraddizione solo Dio lo sa, anzi no, lui non ne può niente] .

Ignorare l'essenza profonda di problemi complessi e delle loro implicazioni, invece, non solo è ammesso ma è praticato diffusamente. Come dare torto, d'altronde occorre solo esercitare la nostra sensibilità, il nostro altruismo e studiare qualche oretta al giorno. Forse non è molto conveniente praticare questo "hobby"...

Dunque, siamo nel campo della non punibilità. Al massimo si può mettere in discussione l'intelligenza e l'etica di questa classe di ignoranti. Personalmente, mi ritengo ignorante ma di appartenere ad altre classi di ignoranza.

Dallo status di ignoranza, il passaggio all'ottimismo "sempre e comunque" è automatico. Questo spiega le facce sorridenti/ebeti di alcuni governatori e manager (non tutti fortunatamente!)
Chi non soffre di questo tipo di ignoranza, può benissimo avere un atteggiamento fiducioso, mantenendo un certo realismo e la "guardia alta" sui rischi che stiamo correndo.
Il termine "catastrofista" sta acquisendo un'accezione troppo riduttiva e viene sempre più utilizzato impropriamente dagli ignoranti di cui sopra, con il risultato di creare confusione e divisione.
Continuo a sperare che chi minimizza, sminuisce o deride gli avvertimenti di scienziati e studiosi viva (per scelta o per natura) nella sua orbita di ignoranza colposa. Sarebbe molto scoraggiante se esistessero persone in grado di cogliere la realtà profonda dei sistemi, e nel contempo di negarla pubblicamente.



PS Chiedo scusa agli asini per aver utilizzato uno stereotipo di cui essi sono vittima; non è escluso di questo passo che cedano lo scettro a razze più evolute :-)

mercoledì, settembre 03, 2008

Giove si scalda: dunque il riscaldamento globale è una bufala (0vvero: climatologia del geghegé)

Il sole non è la causa del riscaldamento globale.
Lo si vede, fra i tanti dati disponibili, da questa figura (da "encyclopedia of earth"):
La linea blu scura, in alto, è la temperatura media dell'atmosfera; quella verde subito in basso è la concentrazione di CO2. Si vede bene come le due cose sono correlate. Invece, le tre curve in basso sono tutti parametri dell'irradiazione solare. La curva grigia è relativa ai raggi cosmici galattici (modulati dall'attività solare). Quella azzurra più in basso è la "total solar irradiance", ovvero l'energia che il Sole emette. Quella rossa in basso è il numero delle macchie solari. Si vede bene la ciclicità undecennale di tutti questi parametri, ma non c'è nessuna correlazione con l'aumento della temperatura dell'atmosfera.
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Certe volte mi sembra di vivere in uno sketch televisivo. In una realtà dove non è vero quello che rispetta le leggi della fisica ma ciò che l'udienza trova divertente. In questi giorni, mi è ritornato in mente un vecchissimo sketch che, non so come, mi è rimasto in testa dagli anni '60. Era quando Walter Chiari si era messo a commentare una canzone di Rita Pavone il cui testo consisteva principalmente delle parole "geghe geghe geghegè". Era una tiritera di suoni senza senso che, ciononostante, Walter Chiari si impegnava a commentare come se ne avesse; da questo la comicità della scena.

Ora, nel dibattito sul riscaldamento globale sembra a volte di trovarsi a fare la parte di Walter Chiari che cerca di estrarre un senso logico dal geghegè. E' un trovarsi in continuazione a dover smontare idee bislacche e senza senso che, tuttavia, continuano a girare e a essere ripetute su internet. Una di queste è la storia che "i pianeti si scaldano" e che, dunque, sarebbe il sole e non l'attività umana a generare il riscaldamento.

Ho già parlato in post precedenti del caso di Marte e di quello di Nettuno. In nessuno dei due casi ci sono dati che ci possano portare a concludere che il riscaldamento terrestre è influenzato dal sole più di quanto non lo sia dalla CO2 di origine umana. Recentemente, sembra che sia venuto di moda parlare di Giove; come è apparso in un articolo del 27 Agosto 2008 sul Resto del Carlino a firma di Massimo Pandolfi.

Trovate il testo di Pandolfi e la mia critica in un recente post su questo blog intitolato "teologia del riscaldamento globale". Nel mio post, ho anche detto che non valeva la pena di andare a demolire le affermazioni che Pandolfi appone a suggello del suo testo come critica ai concetti correnti di riscaldamento globale. Le ho definite troppo campate in aria per valerne la pena. Poi, tuttavia, mi è venuto in mente che potremmo anche esaminare, come esercizio, quella che ha a che fare con Giove. Così, eccola qua:

La Terra rischia di diventare una palla di fuoco? Beh, è vero che
negli ultimi cento anni la temperatura è aumentata di circa 0,8
gradi; ma lo sapete che su Giove, negli ultimi quindici anni, il
termometro è invece salito di 7 gradi, da -200° a -193° ? Che ci
siano anche lì dei marziani inquinatori?


Facciamo allora un'analisi di queste affermazioni. Lasciamo perdere l'infelice battuta sui Marziani. Veniamo piuttosto al dunque.

Prima domanda: è vero che Giove si è scaldato di ben 7 gradi? La risposta, in breve, è NO. Su internet troviamo vari articoli scientifici che parlano delle stagioni di Giove e dei vari cicli pluridecennali che le caratterizzano. Come conseguenza di questi cicli, certe zone del pianeta si stanno scaldando e certe altre raffreddando. I "7 gradi" di cui parla Pandolfi non li ho trovati in nessun posto, ma come ordine di grandezza non sono fuori misura se riferiti a qualche zona particolare della vasta atmosfera di Giove. Ma in nessun posto troviamo scritto che l'atmosfera di Giove tutta intera "si è scaldata" a qualunque temperatura misurabile. Su questo punto, vedi per esempio questo link (segnalazione di Paolo).

Ma, anche senza andare a vedere i dati, è comunque una sciocchzza sostenere che questo ipotetico riscaldamento Giove sarebbe prova che il sole è la causa principale del riscaldamento terrestre. Tenete conto che Giove è oltre trecento volte più massiccio della Terra e che si scalda principalmente dall'interno. Vi immaginate che fiammata dovrebbe emettere il sole per scaldare di 7 gradi un bestione del genere? Ma i satelliti non hanno visto assolutamente niente del genere (vedi la figura all'inizio).

Ma, soprattutto, se il sole (o qualunque altra cosa, magari anche i marziani con le loro SUVi) avesse veramente scaldato Giove di 7 gradi, mi dite che razza di effetto avrebbe dovuto avere sulla Terra? Giove è tutto atmosfera e, in confronto, l'atmosfera terrestre è spessa come una buccia di cipolla. Come minimo, ci saremmo dovuti scaldare altrettanto anche noi, ovvero di almeno 7 gradi. Ma, probabilmente, saremmo dovuti essere da tempo tutti bolliti. Eppure, nessuno si è accorto di niente.

Quindi, non c'è niente di rilevante rispetto al clima terrestre in questa faccenda di Giove che si scalda. Piuttosto, vi rendete conto che io sono arrivato fin qui a scrivere e voi fin qui a leggere e abbiamo fatto poco più che l'analisi climatologica del geghegè? Questo non vuol dire prendersela in particolare con Pandolfi che ha solo riportato qualcosa che ha sentito dire a un convegno. Ma Pandolfi non è il solo; l'internet è pieno di gente che scrive tranquillamente che la storia del riscaldamento globale è tutta una bufala dato che "Giove si scalda".

Quello che colpisce è l'estrema leggerezza con la quale vengono lanciate queste affermazioni, senza nessuna verifica, nessun tentativo di capire, nemmeno vagamente, se sono valide o no. Posso capire che qualcuno voglia mantenere un atteggiamento cauto rispetto a una questione complessa come lo è il clima terrestre. Ma lanciarsi a dire "non è vero niente perché Giove si scalda", non è cautela - è irresponsabilità totale.

Eppure, il cambiamento climatico è una cosa seria. Non è solo questione di qualche orso polare che annega: si rischia siccità, desertificazione e fame per miliardi di persone. Ricordiamoci che viviamo su un pianeta reale, non in uno sketch televisivo.

martedì, settembre 02, 2008

Questa è una bottiglia di plastica: cosa ne dobbiamo fare?



Questa che vedete qui è una normale bottiglia di plastica usata, di quelle che fanno parte di quella cosa che chiamiamo "rifiuti" e che ci da tanti grattacapi ultimamente. Cosa ne dobbiamo fare? Bruciarla? Riutilizzarla? Riciclarla, o seppelirla in una di quelle grandi buche che chiamiamo "discariche"? Sembra che non riusciamo a deciderci, quindi proviamo a farci sopra un po' di conti. Faremo dei conti molto approssimati, non prendeteli per essere esatti. Ma ci serviranno per avere un'idea di quello che possiamo fare.

Per prima cosa, consideriamo quanto costa fabbricare una di queste bottiglie. Come sapete (o dovreste sapere) la plastica si fa dal petrolio, o comunque da combustibili fossili come il gas naturale. Qui, per semplicità, supporremo che sia fatta tutta dal petrolio. La bottiglia è fatta di PET (poli-etilene tereftalato) mentre il tappo è di polietilene, ma cambia poco in quanto alla necessità della materia prima di partenza.

Allora, considerando che la resa di reazione non è mai il 100%, per fare una tonnellata di plastica ci vuole perlomeno una tonnellata e mezzo di petrolio. Ai prezzi attuali (diciamo 100 dollari al barile, che è meno del valore di oggi), una tonnellata di petrolio costa circa 500 euro. Una tonnellata e mezzo deve costare almeno 800 Euro. Possiamo anche misurare il costo di quella tonnellata in unità di energia dicendo che ci si potrebbe fare energia elettrica con una resa di circa il 30%. Sappiamo che una tonnellata di petrolio contiene energia per circa 11 MWh, quindi ci potremmo fare circa 3MWh.

Questi sono i dati. Allora, cosa fare di questa bottiglia di plastica? Abbiamo detto che ci sono quattro possibilità 1) riutilizzarla, 2) riciclarla, 3) bruciarla, 4) buttarla in discarica. Vediamo di esaminare questi metodi uno per uno.

1. Prima ipotesi, supponiamo di riutilizzare la bottiglia. Ci diamo un'occhiata per vedere se è ancora buona, una lavata e via di nuovo in ciclo. Lo si fa comunemente in Germania. Costo totale? Praticamente solo quello del trasporto. E' difficile valutarlo esattamente, ma se ci rifacciamo ai dati per gli inceneritori, vediamo che l'energia necessaria per trasportare la bottiglia in su e in giù è piccolo rispetto all'energia contenuta nel materiale. Per quello che ci serve qui, lo possiamo trascurare, anche perchè qualunque cosa si faccia, le bottiglie dovranno essere comunque trasportate da qualche parte. Semmai, dobbiamo tener conto del fatto che non tutte le bottiglie saranno riutilizzabili. Una certa frazione la dobbiamo buttar via perchè è bucata, deformata o troppo sciupata. Ammettiamo che sia il 10%. Questo vuol dire che dovremo ri-sintetizzare dal petrolio 100 Kg di PET o polietilene per ogni tonnellata di bottiglie o tappi in ogni ciclo di riutilizzo. Questo ci costerà circa 50 euro e 0.1 MWh.

2. Proviamo ora a pensare a riciclare la bottiglia e il tappo. Questo vuol dire separarli, sminuzzarli, e rifonderli per ottenere nuovo PET e nuovo polietilene. Se cerchiamo dei valori monetari, vediamo che, al momento, i tappi separati si possono vendere ai riciclatori per circa 180 euro alla tonnellata. Ma il valore di mercato del polietilene di recupero è maggiore: almeno 300-400 Euro alla tonnellata. E' comunque un buon affare per chi fa tappi usare politilene di recupero dato che, come abbiamo visto, costa sempre meno del petrolio. In effetti, si sa che le ditte che fanno manufatti di plastica sono affamate di plastica di recupero e non riescono a trovarne a sufficienza sul mercato.

In termini energetici, i costi del riciclaggio sono la somma del costo di trasporto e quello di processo. Per il trasporto, abbiamo detto che non sono molto grandi. Per il processo non ho trovato dati completi. Si sa che la fusione di una tonnellata di polietilene richiede circa 150 MJ, ovvero circa 50 kWh. Ammettiamo di raddoppiarlo per tener conto degli altri costi (sminuzzamento, eccetera). Raddoppiamolo ancora per tener conto del fatto che la resa non potrà essere il 100%. Il risultato è 200 kWh (0.2 MWh) per tonnellata. E' comunque molto poco rispetto a quello che costa risintetizzare. Riciclare è un ottimo affare.

3. Vediamo ora l'ipotesi di bruciare bottiglia e tappo. In un inceneritore con recupero energetico, possiamo ottenere energia elettrica con una resa di circa il 15% (questo è il dato che si evince dal sito del CEWEP). Questo vuol dire che da una tonnellata di plastica possiamo ottenere circa 1.5 MWh, il che vale circa 150 euro ai prezzi di mercato. Ma, attenzione, nel fare questa operazione abbiamo distrutto la bottiglia e il suo tappo. Questo vuol dire che da qualche parte qualcuno dovrà risintetizzare tappo e bottiglia con i costi energetici e monetari che abbiamo visto prima, ovvero circa 3 MWh e 800 eur per ton. Il bilancio finale è il costo meno i ricavi, ovvero dobbiamo spendere circa 1.5 MWh e 650 Eur per tonnellata nel totale del processo.

4. Per finire, pensiamo di buttare semplicemente la bottiglia in discarica. Questo costa molto poco, solo le spese di portarcela ma, come per gli inceneritori, bisogna che qualcuno sintetizzi una bottiglia nuova, e questo costa in termini di energia e di petrolio circa 3 MWh e 800 Euro per tonnellata. Questo trascura il guadagno energetico che può arrivare da bruciare i gas di discarica, ma questo recupero è piccolo per cui lo possiamo sostanzialmente trascurare.

Ora, siamo in grado di concludere e fare una graduatoria.


Metodo - costo energetico/ton(MWh) - costo monetario/ton (Eur)

Riusare - 0.1 - 50

Riciclare - 0.2 - 300-400
Incenerire - 1.5 - 650
Seppellire - 3 - 800

Ripeto che sono conti fatti in soldoni, solo per dare un ordine di grandezza. Se volete dei conti completi, bisogna fare degli studi completi. C'è chi li ha fatti, cercate per esempio il nome del prof Ulgiati su internet e troverete i suoi interessantissimi lavori fatti sulla base della metodologia detta LCA (life cycle analysis). Sono cose un po' toste da digerire; ma le conclusioni di Ulgiati e degli altri che hanno lavorato in dettaglio su queste cose sono le stesse alle quali siamo arrivati qui lavorando di accetta.

Ovvero, la cosa migliore è riusare, la peggiore è buttare in discarica. Fra riciclare e incenerire (anche con il recupero energetico), il riciclo la vince alla grande.

Allora, perché si ricicla così poco e non si recupera quasi niente? Beh, ci sono due motivi: il primo è dovuto alle sovvenzioni statali che alzano artificialmente le rese economiche dell'energia ottenuta dall'incenerimento. Un altro, più sostanziale ha a che vedere con i costi di separazione. I rifiuti sono una massa indistinta che contiene un po' di tutto e va a finire che se si considerano i costi di separarli per bene, può convenire in termini monetari di buttarli in discarica o di incenerirli.

Però questo non cambia il fatto che se potessimo separare i rifiuti a basso costo, riusare e riciclare sarebbero cose estremamente convenienti per tutta la società, che così risparmierebbe energia e soldi. E' per questo che ci chiedono di separare i rifiuti all'origine: al cittadino costa poco mettere le bottiglie dentro la campana apposita; molto meno di quanto non costerebbe separarli con delle apposite macchine a partire dalla massa dei rifiuti indifferenziati e puzzolenti.

Purtroppo, nella pratica, alla maggior parte della gente fa fatica separare i rifiuti. Nella media, solo il 30% circa di quello che si potrebbe differenziare viene differenziato. In più, c'è il fenomeno del "conferimento improprio" che fa si che se qualche imbecille butta - che so - un barattolo di vernice aperto dentro la campana della plastica, rovina tutto.

Oggi, si sta facendo strada l'idea che per ottenere la separazione all'origine, bisogna incentivare monetariamente chi la fa. I vecchi cassonetti pubblici per la raccolta differenziata non sono in grado di fare una cosa del genere e dovranno essere eliminati. La raccolta porta a porta è un sistema molto migliore, soprattutto se si usa il sistema cosiddetto "puntuale", ovvero più il cittadino separa, meno paga, o - addirittura - incassa qualcosa.

L'altro modo è di incoraggiare il recupero delle materie seconde preziose (per esempio tappi di polietilene e bottiglie di PET) da parte delle fascie sociali più deboli e al momento in gravi difficoltà economiche. Qui, si paga direttamente e in moneta sonante chi conferisce rifiuto già differenziato ad appositi centri di raccolta. Con questa attività, nessuno può diventare ricco, ma può aiutare chi non riesce più a mettere insieme pranzo e cena dalla pensione o dal cococo.

Queste cose si fanno comunemente in Germania. In Italia, purtroppo, sembra che siano delle eresie. Da noi, chi propone riciclaggio e riuso viene spesso preso in giro come se fosse un povero folle. Evidentemente, chi si fa queste crasse risate non è mai stato in Germania e non ha mai fatto un conto LCA. Sono dei begli ignoranti, eppure la gestione dei rifiuti in Italia è in mano anche a gente del genere. Non scherzo, me ne è capitato uno a un convegno che era convinto che l'incenerimento produce energia "rinnovabile". Parlandoci, è venuto fuori che non sapeva nemmeno che la plastica si fa dal petrolio. Non sono tutti così, per fortuna, anzi, ci sono tantissimi operatori che sono intelligenti, preparati e fanno del loro meglio per andare nella giusta direzione. Purtroppo, però, ci vorrà molto tempo per far capire capire a tutti come stanno le cose e raddrizzare un sistema di gestione dei rifiuti che sembra studiato apposta per massimizzare i costi e di annullare i benefici.

lunedì, settembre 01, 2008

Senza fine

“Senza fine, tu sei un attimo senza fine…”, cantava languidamente Ornella Vanoni interpretando un bellissimo brano di Gino Paoli degli anni 60’. Se nel linguaggio musicale sono possibili licenze poetiche che trasfigurano la realtà, nel mondo concreto è possibile immaginare qualcosa che non abbia fine? In Italia ci prova il Ministero dello Sviluppo Economico nello studio “Scenario tendenziale dei consumi e del fabbisogno (energetici) al 2020”. Qui accanto, trovate il grafico tratto dallo studio in questione che, a partire dai dati storici, prefigura una crescita continua e apparentemente senza fine dei consumi energetici italiani.
Ma analizziamo più da vicino la tendenza attuale con quest’altro grafico che ho ricavato dagli stessi dati del Ministero. Considerando l’evoluzione del Consumo Interno Lordo di Energia in Italia a partire dal 1991 fino al 2006, osserviamo la prosecuzione di una tendenza alla crescita con alcuni picchi parziali seguiti da nuove fasi di crescita. Siamo quindi in presenza del picco globale dei consumi energetici, come ipotizza Ugo Bardi in un suo recente articolo o riprenderà la corsa della crescita senza fine ipotizzata dal Ministero? La teoria di Hubbert, oltre al buon senso, farebbe propendere per la prima ipotesi. Comunque, “Ai posteri l’ardua sentenza”.
Per quanto riguarda l’analisi dei dati relativi al Consumo Interno Lordo di Energia 2006 pubblicati dal Ministero dello Sviluppo Economico, si nota la sostanziale stabilità dei consumi descritta in precedenza, ma anche una ripartizione dei consumi per fonte analoga a quella del 2005, con petrolio e gas naturale che insieme raggiungono quasi l’80% del totale. Per quanto riguarda gli Usi Finali di Energia, che corrispondono al Consumo Interno Lordo decurtato dei Consumi e perdite del settore energetico, abbiamo una ripartizione abbastanza consolidata di circa il 30% tra i principali settori, cioè Industria, Civile e Trasporti, ma negli ultimi anni quest’ultimo settore presenta una leggera tendenza alla crescita a scapito degli altri due. La dipendenza dal petrolio dei trasporti italiani è arrivata al 96,7% e i consumi finali di petrolio sono assorbiti per il 61,8% dai trasporti, con una tendenza alla crescita determinata dalla progressiva riduzione di questo combustibile fossile nelle centrali termoelettriche. I Consumi e perdite del settore energetico sono circa il 25% del Consumo Interno Lordo e sono localizzati prevalentemente, per circa l’85%, nel settore elettrico. Il peso di quest’ultimo nel sistema energetico italiano ha superato nel 2006 il 35% del consumo totale di energia. Rimando a un precedente articolo per un’analisi specifica della produzione di energia elettrica.

domenica, agosto 31, 2008

Teologia del riscaldamento globale

Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre, Masaccio.

Molta dell'opposizione al concetto che il riscaldamento globale sia causato dall'uomo è di origine politica e fa capo a quei gruppi economici che sarebbero danneggiati dai provvedimenti per ridurre il problema. In generale, questo tipo di opposizione si esprime attraverso considerazioni apparentemente scientifiche che cercano in qualche modo di smontare il quadro della situazione così come è sostenuto dalla stragrande maggioranza dei climatologi. Molte di queste considerazioni "scientifiche" non si rivelano tali a un esame approfondito, ma piuttosto combinazioni di bugie, verità parziali e offuscamento dei dati. Ma, comunque sia, vengono presentate come se lo fossero.

Esiste, tuttavia, un'opposizione che non ha nessuna pretesa di avere un fondamento scientifico; ovvero che il riscaldamento globale causato dall'uomo semplicemente non può esistere in quanto in contraddizione con la legge divina. Fra i vari esempi, uno recente è questo rapporto sul dibattito sul riscaldamento globale al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione del 2008:


Dal Resto del Carlino, mercoledì 27 agosto (pg. 29)
A RIMINI SCIENZIATI FUORI DAL CORO

Uomo, sei troppo piccolo per distruggere il mondo
Il Meeting contro il catastrofismo ambientale

dall'inviato MASSIMO PANDOLFI

- RIMINI -

L' UOMO non è Dio. Ci si può mettere tutto l'impegno che si vuole, ma
il pianeta non l'abbiamo fatto noi. E neanche lo possiamo
distruggere. Il Meeting di Comunione e Liberazione smonta, con
numeri, mostre, testimonianze, libri e dibattiti, il catastrofismo
ambientale che va tanto di moda in questi anni
.

Queste prime righe espongono un concetto che possiamo riassumere come: "Solo Dio poteva creare il mondo, solo Dio può distruggerlo". Questa posizione non la si trova soltanto in questo rapporto di Pandolfi, ma è abbastanza tipica di un certo atteggiamento a volte politico e a volte religioso. In certi ambienti della destra fondamentalista americana, per esempio, si considera blasfemo sostenere che il petrolio è una risorsa finita; sarebbe come porre limiti all'onnipotenza divina. Portato all'estremo, il concetto dice che non ci sarà tempo per l'uomo per far danni al pianeta o esaurire le risorse: l'apocalisse (o quello che alcuni chiamano "rapture") arriverà prima.

Partendo da questa posizione preconcetta, non c'è poi troppo da stupirsi che si riescano a trovare "numeri, mostre, testimonianze, libri e dibattiti" contro il "catastrofismo ambientale", pescandoli più o meno a caso dal grande calderone che è il negazionismo. Non varrebbe la pena mettersi a smontare riga per riga il pietoso articolo di Massimo Pandolfi (lo trovate in fondo) pieno di errori, inesattezze e assurdità. Oltretutto, credo non sia nemmeno fedele a quello che è stato veramente detto al meeting e alla mostra "atmosphera" al meeting di CL che, dalla descrizione che ne viene data, poteva anche essere una cosa seria.

Piuttosto, si tratta di confrontarsi con la posizione teologica sul riscaldamento globale. Se uno è convinto che Dio non permetterà all'uomo di surriscaldare il pianeta, non c'è nessuna argomentazione scientifica che potrà convincerlo del contrario. Ma è vero questo? O non è piuttosto questa una forma di pseudo-teologia, proprio come il negazionismo è una forma di pseudo-scienza?

Non pretendo di mettermi a fare il teologo, non è il mio mestiere. Mi limito pertanto a riportare qui la visione di alcuni che ne sanno certamente più di me e, altrettanto certamente, più di quelli che hanno ispirato Massimo Pandolfi nel suo rapporto dal meeting di CL.

Cominciamo col dire che la Chiesa Cattolica non ha preso una posizione sulla questione del cambiamento climatico. Per ora, si è limitata a delle discussioni dove è stato dato spazio anche a negazionisti di basso livello, come Zichichi. Tuttavia, è chiarissimo che la Chiesa NON avalla la teoria che l'uomo non può danneggiare il pianeta per ragioni teologiche, e nemmeno potrebbe farlo perché sarebbe una totale assurdità. Vediamo, per esempio, questi stralci dal testo del Cardinale Martino al convegno sui cambiamenti climatici organizzato nel 2007 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che possiamo prendere come rappresentativi dell'atteggiamento della Chiesa cattolica.


... a conclusione di questa mia breve introduzione, permettetemi di condividere con voi la lezione, molto pertinente e istruttiva, che ci viene dai primi capitoli della Bibbia dove si parla della creazione e del rapporto che deve avere l’uomo, con le sue molteplici attività con il creato. Nel disegno del Creatore, infatti, le realtà create, buone in se stesse, esistono in funzione dell’uomo. Creandolo a sua immagine e somiglianza, Egli vuole che “domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gen 1,26). Lo stupore davanti al mistero della grandezza dell’uomo fa esclamare il salmista: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato; gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sal 8,5-7).

Il dominio dell’uomo sul creato, tuttavia, non deve essere un dominio dispotico e dissennato; al contrario, egli deve “coltivare e custodire” i beni creati da Dio. Beni che l’uomo ha ricevuti come un dono prezioso, posto dal Creatore sotto la sua responsabilità. La proibizione di mangiare “dell'albero della conoscenza del bene e del male” (Gen 2,17) ricorda all’uomo che egli ha ricevuto tutto come dono gratuito e che continua ad essere una creatura, e non sarà mai il Creatore. Il peccato dei nostri padri fu provocato proprio da questa tentazione: “diventereste come Dio” (Gen 3,5). Adamo ed Eva vollero avere il dominio assoluto su tutte le cose, senza sottomettersi alla volontà del Creatore. Da allora l’uomo dovrà trarre il cibo dal suolo con dolore e con il sudore del suo volto mangiare il pane (Gen 3,17-19). Coltivare per sviluppare l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini: questa è la grande sfida che abbiamo di fronte anche riflettendo sui cambiamenti climatici.

Quella di Martino è una posizione molto cauta e conservativa, ma in sostanza, il concetto che ci viene dalla Genesi è chiaro. Il paradiso terrestre fu dato ad Adamo ed Eva perché lo coltivassero e lo custodissero; non era una specie di Club Med dove tutto era gratis e non c'era da preoccuparsi di niente.
L'uomo ha una responsabilità nei riguardi della creazione; fallire in questa responsabilità vuol dire, come minimo, essere cacciati via con una spada fiammeggiante.

Una posizione più specifica è espressa con grande chiarezza dal Vescovo Uhl di Friburgo, sempre nello stesso meeting, del quale riporto qualche stralcio tradotto (testo completo, in fondo).

La protezione del clima mondiale è una questione di giustiza. Ogni essere umano ha il diritto di vivere e di vivere bene. Per esercitare questo diritto, gli esseri umani hanno bisogno della loro parte di aria pura, acqua pulita, un posto dove vivere, un lavoro, un giusto compenso per il loro lavoro e sufficiente energia. Senza queste risorse di base che vengono dalla Terra, che sono necessarie per la vita, nessuno può beneficiare di altri diritti umani. A che serve la dignità all'essere umano che ha fame, freddo, o sete? Che valore ha il diritto alla vita per l'essere umano che perderà la sua base per l'esistenza attraverso la minaccia del cambiamento climatico globale?

Anche se la natura, come concetto generale, non può essere un'entità con dei diritti - questo è riservato agli esseri umani - è utile applicare il classico principio della legge naturale alla natura stessa. E' chiamato „Neminem laedere“ – non nuocere. Questo concetto si oppone a ogni uso improprio e alla distruzione insensata delle risorse naturali unicamente per lo scopo di produrre a basso costo e ottenere alti profitti. E' una violazione di questo principio che si verifica quando le centrali elettriche emettono polveri non filtrate e particelle inquinanti e l'energia così prodotta non è nemmeno utilizzata correttamente. E' una violazione di questo principio quando le automobili consumano troppo e la tecnologia disponibile per aumentare l'efficienza non viene utilizzata. E' una violazione di questo principio quando si continua ad aumentare il consumo di kerosene nel traffico aereo e le linee aeree sono premiate per questo spreco attraverso sgravi fiscali. Tutte queste emissioni aumentano l'effetto serra e causano danno a lungo termine al clima considerato come una risorsa naturale.

Uhl non potrebbe essere più chiaro nello specificare che la questione del riscaldamento globale non è soltanto nel rapporto fra uomo e Dio, ma anche fra gli esseri umani: è una questione di giustizia.

Credo che questo sia sufficiente per mostrare come la posizione religiosa sulla questione del riscaldamento globale sia articolata e ricca di spunti; ben lontana dal rozzo negazionismo di certi pseudo-teologi. E' vero che la posizione cristiana è umano-centrica e in questo differisce da certe posizioni che possiamo definere come "naturo-centriche". C'è chi vede la natura al servizio dell'uomo e chi la vede come un'entità indipendente sulla quale l'uomo non può accampare nessun diritto. Ma se non portiamo all'estremo nessuna di queste due posizioni possiamo arrivare a una via di mezzo che soddisfa tutti (e anche la natura). L'uomo fa parte della natura e ha una responsabilità nei riguardi di se stesso e della natura allo stesso tempo. Come avrebbero dovuto fare Adamo ed Eva con il paradiso terrestre, il nostro pianeta deve essere "custodito e coltivato", altrimenti qualcuno ci caccerà via con una spada fiammeggiante.

In sostanza, il riscaldamento globale non se ne andrà negandolo, non importa con quali scuse. Dobbiamo lavorarci sopra e non serve invocare Dio che rimetta a posto graziosamente quello che noi abbiamo rovinato. Non c'è bisogno di essere grandi teologi per sapere che Dio aiuta chi si aiuta.


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Nel seguito, l'articolo completo di Massimo Pandolfi sul meeting di CL a Rimini. Scansione gentilmente fornita da Massimo de Carlo.


Dal Resto del Carlino, mercoledì 27 agosto (pg. 29)


A RIMINI SCIENZIATI FUORI DAL CORO

Uomo, sei troppo piccolo per distruggere il mondo
Il Meeting contro il catastrofismo ambientale


dall'inviato MASSIMO PANDOLFI

- RIMINI -

L' UOMO non è Dio. Ci si può mettere tutto l'impegno che si vuole, ma
il pianeta non l'abbiamo fatto noi. E neanche lo possiamo
distruggere. Il Meeting di Comunione e Liberazione smonta, con
numeri, mostre, testimonianze, libri e dibattiti, il catastrofismo
ambientale che va tanto di moda in questi anni: l'effetto serra che
uccide la Terra; il caldo che avanza e che ci soffocherà; i
ghiacciai che si sciolgono; l'inquinamento; le polveri sottili; i
camini che fumano porcherie. Tutto ciò insomma che ha fatto dire allo
scienziato america-no Gregory D. Poster: «I disastri ambientali
provocati dai cambiamenti cli-matici minacciano il futuro dell'umanità
in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo. Dal 1968
i gruppi eversivi hanno ucciso 24mila persone, ogni anno invece ne
muoiono 240mila per i danni del clima».

BALLE. O meglio: «C'è un mistero ultimo che determina le cose — dice
Alessandra Vitez, responsabile delle mostre del Meeting: una si
intitola 'Atmosphera. Realtà e miti dei cambiamenti climatici' —
l'uomo non è tutto». «La scienza, al momento, non è in grado di dare
vere risposte certe — aggiunge Marco Bersanelli, docente di
astrofisica, uno degli scienziati più in vista di CI — e quando vi
sentite dare risposte certe e sicure, non fidatevi: sono spesso
figlie di interessi e preconcetti».

INTENDIAMOCI: non è che i ciellini, fatta questa premessa, invitino
l'uomo a sgassare in auto oppure a continuare a scaricare a più non
posso rifiuti e industriali. Questo no. Però fanno capire a chiare
lettere che certe battaglie ed esasperazioni ambientaliste lasciano
il tempo che trovano. Valter Maggi è docente presso l'Università
Bicocca di Milano e responsabile del progetto che alcuni anni fa ha
perforato per 3mila metri e passa chilometri l'Antartide, per cercare
di avere informazioni da quelli che definisce gli 'archivi naturali'
del Pianeta. Dice: «II clima si muove. Già in tempi non sospetti, e
cioè quando l'uomo ancora non esisteva, la Terra ha subito mutazioni
importanti del clima». «La Groenlandia una volta era coperta da
foreste — aggiunge Elio Sindoni, direttore di Scienze e Ambiente
sempre alla Bicocca — e il Sahara era un giardino fiorito». Allora
l'uomo non viaggiava con auto inquinanti. Il Meeting di Rimini non si
limita alle chiacchiere. Prova anche a dare dei numeri e a sfatare
alcuni tabù.

I PIÙ SPASSOSI:

1)1 ghiacciai si stanno sciogliendo. Sì e no. Cioè: al polo nord sì,
ma al polo sud i ghiacciai si stanno in realtà allargando.

2) La Terra rischia di diventare una palla di fuoco? Beh, è vero che
negli ultimi cento anni la temperatu-ra è aumentata di circa 0,8
gradi; ma lo sapete che su Giove, negli ultimi quindici anni, il
termometro è invece salito di 7 gradi, da -200° a -193° ? Che ci
siano anche lì dei marziani inquinatori?

3) In quattro milioni di anni, ci sono stati momenti assai più
caldi e con una maggiore concentrazione di anidride carbonica; e
quattro milioni di anni fa noi mortali non eravamo forse neanche
nei pensieri di Dio o della cicogna.

4) Si dice che questo benedetto riscaldamento della Terra sia
causato dalle crescenti emissioni di CO2 prodotte dalle industrie,
però è stato dimostrato che l'uomo incide solo per l'l%.

5) Ogni giorno scompaiono dalla faccia della Terra 30 km di boschi,
ma in realtà le rilevazioni satellitari hanno mostrato che dal 1982
al 1999 le aree boschive sono aumentate del 6%. E allora?

____________________________________

Segue il testo completo dell'intervento del Vescovo Uhl al convegno del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace.


Auxiliary Bishop Dr. Bernd Uhl Rome, 27. April 2007 Archdiocese of Freiburg, Germany

Global Climate Change and Catholic Social Teaching

Global climate change caused by human activities is a reality for which there is a broad consensus in the global scientific community. In the meantime those entrusted with political responsibility have come to realize that only a combined effort can reduce the long-term increases in average global temperatures and subsequent destructive results for nature and humanity. Climate protection has become a pivotal topic of national and international politics. During the past months the heads of state of China, USA, and Russia and also of states in the European Union have declared their willingness to reduce CO2 emissions.


I. Sacred Teaching Authority of the Church and Climate Change

1. Gaudium et Spes, the Pastoral Constitution on the Church in the Modern World (1965)


Climate change is one of the "signs of the times" affecting the Catholic Church as a global organization. The Catholic Church must take a stand on this present-day and urgent question. According the Second Vatican Council, the Church has the duty to scrutinize the signs of the times and to interpret them in the light of the Gospel (Gaudium et Spes 4). The Church shares the hopes and fears of humanity. Interestingly enough though, in this document where the challenges and problems burdening humankind are listed, the threat to the natural resources of this planet is not mentioned.

At that time, maintaining creation and protecting the climate were at most topics of only marginal interest in public discussions. In 1965 no one gave any thought to the possibility that emissions of greenhouse gases could have dramatic consequences for the Earth's atmosphere and thereby for human beings, animals, and plants. Gaudium et Spes is marked by a generally optimistic tone. However, the pastoral constitution is absolutely important for the further development of Church teaching. It encourages the Church to take on burning issues of the day. Church teaching can't only be interested in the timeless questions of theology; it also has to answer the current and urgent questions of the present day.

2. From Populorum Progessio (1967) to the Compendium of the Social Doctrine of the Church (2004)

This year we celebrate the 40th anniversary of the Pope Paul VI.'s encyclical Populorum Progressio, on the development of peoples. It is a milestone in the history of Catholic Social Teaching. The encyclical urgently demands international solidarity with respect to the development of peoples. Pope Paul VI. makes suggestions regarding just distribution of the goods of this world. "... the earth truly was created to provide man with the necessities of life and the tools for his own progress ... God intended the earth and everything in it for the use of all human beings and peoples ..." (No. 22) The created goods of this world (bona creata) are to benefit everyone. Many such goods are mentioned by name, including material goods and education. But here also things like air, water, or climate aren't expressly listed as common goods. At that time they were considered to be unendangered goods, which naturally would always be available in unlimited amounts. Their purity and distribution, and certainly the warming of the Earth's atmosphere, weren't a subject of discussion.


It wasn't until the many encyclicals and speeches of Pope John Paul II. that topics such as environment, ecology, gene technology, environmental pollution, biodiversity, protection of forests, atmosphere and biosphere, toxic waste, energy consumption, biotechnology, and other environmental topics emerged. In January of 1987 in an address to a study group at the Pontifical Academy of the Sciences the pope expressed the central idea: "Climate is a good that has to be protected." It is encouraging that the Compendium of the Social Doctrine of the Church has gathered and organized the scattered statements from papal teachings on the topic of protection of the environment. This shows that papal teachings were always commenting on questions of bioethics in public discussions and that these teachings were up to date. The Catechism of the Catholic Church (1993) speaks in general about the responsibility of human beings for creation. The seventh commandment enjoins respect for the integrity of creation making it therefore a religious duty to maintain the integrity of nature. Mineral resources, plants, and animals are to be put to wise and moderate use. Therefore it is certainly legitimate to include climate in its entirety, consisting of air, water, ocean currents, snow, ice, and surface land, in the definition of this duty. (No. 2415).


II. Basis of Sacred Church Teaching About Climate Protection

The Church's teaching on climate protection is nourished by two sources. Its reasoning is based on Biblical knowledge on the one hand and on social and philosophical principles on the other. This teaching is supported by arguments of theology and of natural law. Sacred Church teaching reaches inward to the members of the Church, but also outward into world opinion. The most important lines of argument with respect to protection of the environment and of climate are: Creation is good because it was made by God. Human beings have the responsibility to maintain it. There is such a thing as improper use of natural goods by human beings. Natural goods like water, air, and land belong to all people, but they aren't distributed in an equitable manner. The world community, the individual countries, and every individual have the duty to preserve the environment.

God's Creation

"We believe that the Earth is a gift from God … the cosmos displays the goodness, beauty and power of God". This is how the Australian Conference of Bishops' position paper on climate change begins1. This brochure is very well designed and directed at the general public. It explains the most essential aspects in a few sentences and lets pictures do the talking. This brochure can motivate people to see God's handiwork in creation.

According to Biblical teachings about the creation of the world (Genesis 1 and 2), the earth is a gift from God to human beings, who themselves are made in the image of God. Human beings are intertwined with nature as the summit of a step-by-step development. But they also stand in opposition to creation in order to form it and to use it. God looks at everything, which He has made and finds it "very good". (Genesis 1,31). This Biblical view of the cosmos and nature as God's creation has consequences for our way of thinking and speaking. It makes a crucial difference whether we talk about "creation" or about "environment", just as it makes a difference whether we speak of an "unborn child" or an "embryo". Use of language makes for a differentiation of values. "Environment" sounds neutral, less important, secondary. The word "creation" embodies value. It reminds us of God, the Creator of all things. Today however the concept "environment" may also be merely neutral technical terminology. It is used over and over again in proclamations of Catholic teaching as a matter of course.

Still, the concept of "environment" can also conceal a view of the world that wants to do without God, resulting in nature being seen and made absolute as the only creative quantity. Without a belief in God's creation, there is a danger that nature or the earth will be made into a god. Then human beings would have no counterpart; they would be nothing more than a result of nature. Radical ecological movements like ecocentralism can then go so far as to subordinate everything to the protection of nature and the environment. They demand radical measures of population control in order to reduce the numbers of human beings on earth in order to restore a natural balance. Pope John Paul II. criticized this view of the environment severely.

The Role of Human Beings in Protecting the Climate

Christian teaching about protection of the climate is based on a certain image of human beings. "For man, created to God's image, received a mandate to subject to himself the earth and all it contains, and to govern the world with justice and holiness … to relate himself and the totality of things to Him Who was to be acknowledged as the Lord and Creator of all ...3. Global Climate Change: A Plea for Dialogue, Prudence and the Common Good (2001), A Statement of the United States Conference of Catholic Bishops, speaks of human stewardship of God's creation.

Human beings have the freedom and the responsibility, and are called upon to use the gifts they have been given to protect human life and dignity, and to exercise their care for God's creation with intelligence and justice. Human beings have the capacity to transform and in a certain sense create the world through their own work and therefore should remind themselves that all things come from God's prior and original gift of the things that are4.

It contradicts this image of human beings when they exhaust the possibilities of natural resources. Human dominion over the Earth is not absolute and must not be practiced arbitrarily. The greatness of humanity consists of being good stewards of the natural goods of this Earth.

The Disturbed Relationship Between Human Beings and Creation

Human beings live from the fruits of the earth that nourish them, use the domestic animals that serve various purposes, exploit the mineral riches in the ground, and need water, energy, and air in order to live. There is a symbiosis between human beings and nature. Particularly in the culture of gardens you can sense the original harmony of nature and human beings. Many people take pleasure in their own garden and discover peace, quiet, and relaxation there. The parks and zoos in many cities of the world are also oases of quiet and islands of peace among human beings and between nature and human beings.

However, the dominating experience in dealings of human beings with nature is quite a different one. Often there was uncontrolled exploitation of nature. Forests were destroyed, bodies of water were polluted, the air was poisoned, oceans were over-fished, and land was contaminated. The threatening climate catastrophe is a result of inconsiderate and thoughtless consumption of natural resources. The original balance between human beings and nature, which God intended, as described to us in Genesis 1 and 2, has been destroyed by the hubris of human beings. Original sin described in Genesis 3 doesn't just have an effect on the relationship between God and human beings; it also affects the relationship of human beings to nature.

Pope John Paul II.'s encyclical Centesiums annus (1991) places the blame for the ecological crisis on the behavior of human beings who set themselves up in place of God and make arbitrary use of the earth, subjecting it without restraint to their will. Nature is then more tyrannized than governed by human beings who subsequently end up provoking a rebellion on the part of nature (No. 37). In this context, Pope John Paul II. speaks of "consumerism“, by which he means that human beings, alienated from God, deplete the goods of this Earth and even their own existence in an excessive and undisciplined manner.

"All have sinned" St. Paul observes in his Letter to the Romans (3,23). In this case, of course, he is talking about how the Jews don't have any advantage over the pagans when it comes to sin or redemption. However, in very dramatic images Paul describes how human beings have broken away from God's commandments. All are infected with original sin.

In dealings with God's creation, all also have sinned. Global climate change has its causes all over the world. All countries, peoples, and human beings on the earth share the responsibility for greenhouse gas emissions, for destruction of forests which absorb such gases. In the industrialized countries energy produced in power plants, industry production itself, and, above all, automobile traffic result in massive amounts of CO2 being expelled into the atmosphere. In countries of the southern hemisphere, forests are being cleared and burned exhaustively and progressively. At the very least, each and every one of us wastes energy because we use energy carelessly without paying attention to the consequences. Therefore it's pointless to seek individual guilty parties for global climate change and the ecological crisis. Sometimes it's Christianity, Communism, the United States, oil companies, or others who are accused. All share the responsibility to a greater or lesser extent; therefore all have to make their contribution to protecting the climate.

Protection of the Climate Is a Question of Justice

Protection of the world climate is a question of justice. Every human being has a right to live and to live well. To exercise this right, human beings need a share of the common goods of the world. Human beings have a right to pure air, clean drinking water, a place to live, work, a just compensation for this work, and sufficient supplies of energy. Without this basic supply of the goods of the Earth, which are necessary for life, none can avail themselves of other human rights. What good is human dignity for the human being who is starving, freezing or thirsting? What good is freedom for the human being who can't move away? What good is a right to life for the human being who will lose his basis for existence through the threatening global climate change?

One of the great accomplishments of Catholic Social Teaching and the papal encyclicals was to have pointed out the conflict between capital and work in the 19th century and to have shown ways to overcome or to moderate these contradictions. Catholic Social Teaching played a decisive role in overcoming radical and dictatorial solutions such as those offered by communism or liberalism. In many countries Catholic Social Teaching influenced legislation, political parties, and various social movements - I will limit myself to mentioning Christian trade unions and the International Kolping Society - and contributed to improving the social situation of workers. Catholic Social Teaching always emphasized the priority of human factors over capital. "People are in the center of our comments" is the express intention of Gaudium et Spes in its summary of Church teaching regarding the relationship between the Church and the world. Justice and peace for human beings are the goals of this pastoral constitution. Justice for creation was not yet a topic. That industrial production was carried out to the detriment of nature and that this continues yet today have only recently become dramatically clear. Justice for nature is the main demand of our time. We don't just need social management of the earth's goods; we also need ecological management.

Even if nature as a general concept can't be an entity endowed with rights - that is reserved for human beings - it is helpful to apply the classic principle of natural law to nature itself. It is called „Neminem laedere“ – Do no one any harm. This concept opposes every improper use and the senseless destruction of natural resources merely for the purpose of cheap production and high profits. It is a violation of this principle when power plants give off unfiltered soot and polluting particles and the energy produced isn't even used correctly. It is a violation of this principle when automobiles consume too much gasoline and available technology for fuel efficiency is not utilized. It is a violation of this principle when kerosene consumption in air traffic continues to increase, and the airlines are rewarded for this waste through tax breaks. All these emissions aggravate the greenhouse effect and cause long-term damage to the climate as a natural resource

Naturally nature can't be injured or suffer like an actual legal entity. The air doesn't care if it is four or eight degrees warmer. The cosmos and the earth have experienced much more extreme temperatures. As far as that goes, human beings can only "hurt" nature in a figurative sense. But by abusing nature, in the final analysis human beings damage themselves, because they are also a part of the ecosystem. Human beings damage themselves and present generations because global climate change is more and more noticeable in increasing heat waves, storms, and floods. But above all human beings damage future generations who will be increasingly impacted by the effects of global climate change. Human beings damage animals and plants. Our current lack of protection of the climate is a global and inter-generational problem of justice.

The Church understands itself as an advocate for justice. It - like Jesus Christ - champions the poor in a special way. Global climate change caused by human beings affects the poor in particular. The burdens of global climate change are distributed disproportionately. In particular, the poor countries of the southern hemisphere, which only made marginal contributions to global climate change, have difficulties in adjusting to the changes. The industrialized countries on the other hand, who were chiefly responsible for the emissions of greenhouse gases which damage the climate, can protect themselves from the consequences far better 5. The poorer and weaker the people are, the fewer the means they have to avoid the consequences of global climate change or to adjust to it or to remedy the damage already done. This is also true for entire regions of the world.

In comparison to the wealthy industrialized nations, the countries of the southern hemisphere as well as the Arctic and its neighboring countries are affected to a much greater extent. The consequences of global climate change drastically take their toll on people there, although their per capita contribution towards the causes of global climate change are still rather negligible. Much the same applies to the poorer populations groups in the more affluent countries. This is why it is a question of justice that the industrial, transformational, and emerging nations as well as the elites in the developing countries impose limits on their own "fossil development" and take on the main burden of imposing necessary measures for avoiding or at least mitigating worldwide use of fossil fuels as well as adapting to and to mastering these limits.

Measures for Protection of Climate

In a talk to participants of a physics symposium on December 18, 1982, Pope John II. pointed out the crucial role of energy generation and production for the further development of humanity. Energy production also has decisive significance with respect to protection of the climate and the goal of restricting the increase of the average temperature of the earth by the year 2050 to approximately 2° C. The pope refers to the necessity of identifying new sources of energy, developing alternative sources, and increasing the security levels of nuclear energy.

Reducing CO2 emissions from conventional power plants is missing in this catalog of measures. There is also no urgent appeal to save energy. However it isn't the duty of Church teaching to make technological suggestions. In the areas of politics and science, people know what has to be done to protect the climate. What is missing is a firm determination to do what is necessary and to do it together. Only a common effort of all countries, non-government organizations (NGO's), and every individual can prevent a climate catastrophe.


The Vocation of the Church With Respect To Climate Protection

According to the teachings of the Second Vatican Council, the holy people of God and the sacred teaching authority of the Church share also in Christ's prophetic office7. It is the task of this sacred teaching authority to appeal to human beings to repent and to warn them about the harmful repercussions of their actions. After the tower in Siloam collapsed and buried so many people under it, Jesus called to the people around him and said to them "If you do not repent, you will all perish as they did!" (Luke 13,5). Generally prophets don't see more than anyone else. However, prophets recognize facts and developments that others don't want to see because they just don't want to be bothered or are deliberately blind to them. Often people let themselves be controlled by their own self-interest.

The facts and circumstantial evidence of the threatening climate development are on the table for all to see. You just have to take notice of them and draw the logical conclusions. In its prophetic function, the Church as a global organization has the duty to make its faithful and all humanity aware of the scenarios threatening the future and, trusting in God, to motivate people to take the necessary steps toward repentance. In many countries the Church has a strong position as a moral institution enjoying high public trust. Through sermons and catechesis it reaches millions of people daily in churches, universities, schools, pre-schools, youth groups, and the mass media. The Church must strengthen and further develop its role as a global player with respect to protecting the climate. The Church will have to make contributions to protecting the climate in those countries where it owns many buildings, forests, plots of land, and vehicles. The Church should invest its money in companies which truly work for protection of the climate. They who demand protection of the climate must practice it themselves.

Summary and Recommendation

"Climate is a good that must be protected". This sentence from Pope John Paul II. is the crucial message of the sacred Church teaching about the problem of global climate change, whereby the Church places itself on the side of all those who are seriously concerned about the future of creation and humanity. In the meantime, at the level of the bishops' conferences there are numerous systematic and comprehensive papers and statements about the problems facing the climate. The Papal Council for Justice and Peace has gathered and organized the many statements of Pope John Paul II. on the topic of "protection of creation" in the Compendium of the Social Doctrine of the Church.

In conclusion if I could have one wish, it would be for a papal encyclical very soon dealing with the future of creation, thereby including protection of the climate. This would clearly point the direction for the position and the interests of the Catholic Church with respect to climate protection. All those in the Catholic Church who champion the cause of preservation of creation would be energized. World public opinion would take notice. Church teachings and pronouncements on the topic of global climate change are still pretty much scattered. They need to be reinforced, to be summarized, and to be made theologically accessible by way of the highest sacred teaching of the Church. The time has come.


Annotations

1 Climate Change; Our Responsibility to Sustain God’s Earth. Australia 2005.

2 Kompendium der Soziallehre der Kirche, Freiburg 2006, deutsch Nr. 463).

Compendium of the Social Doctrine of the Church

3 vgl. Gaudium et spes Nr. 34.

4 vgl. Johannes Paul II., Centesimus annus Nr. 37.

5 vgl. Der Klimawandel: Brennpunkt globaler, intergenerationeller und ökologischer

Gerechtigkeit. Deutsche Bischofskonferenz 2006.

6 Kompendium der Soziallehre der Kirche Nr. 470.

Compendium of the Social Doctrine of the Church

7 Lumen Gentium Nr. 12.