
Il vostro corrispondente dal Marocco, in una foto scattata un paio di anni fa nel souk di Fez insieme a un collega (quello col cappello) docente dell'università locale.
I mercati sono cosa antica come l'umanità. Sicuramente i nostri antenati Cro-Magnon si incontravano da qualche parte ogni tanto per contrattare e scambiarsi selce, pellicce e donne. Era un modo molto più sicuro e più pratico dell'altro modo classico di ottenere selce, pellicce e donne, ovvero la guerra.
Oggi, trovate i mercatini nella loro forma più tradizionale nei paesi cosiddetti del "terzo mondo" dove sembra che la gente abbia ancora tempo e voglia di divertirsi a contrattare e chiaccherare per ore al mercato. Girellare per un mercato nei paesi arabi, il classico "souk", è ancora un'esperienza interessantissima. Ma i mercatini locali si trovano un po' dappertutto. Mi ricordo del mercato delle pulci di Marsiglia, dove andavo quasi tutte le domeniche quando abitavo laggiù. Ultimamente sono stato al mercato di Mosca che si chiama "Vernissage" che ha molte delle caratteristiche del souk arabo.
In questi mercati, la contrattazione è un arte raffinata. Venditore e compratore eseguono una danza verbale intorno all'oggetto contrattato. Entrambi si scambiano informazioni - quel tanto che basta per cercare di far scoprire l'altro e non far scoprire se stessi. La domanda alla quale il venditore deve trovare una risposta è "
quanto è disposto a pagare questo cliente?" La domanda alla quale il cliente deve trovare una risposta è "
quanto è disposto ad accettare questo venditore?" Se si trova una risposta comune, allora l'oggetto si vende con reciproca soddisfazione.
Il souk è una rappresentazione approssimata ma reale di quell'entità astratta che gli economisti chiamano "il mercato". In quanto tale, ci potete vedere tutti gli elementi di cui leggete sui libri di economia: la domanda e l'offerta, la fluttuazione dei prezzi, la libera concorrenza, e tanti altri. Venditore e compratore nel souk approssimano quella condizione di "operatore perfetto" che serve per i teoremi della scienza economica.
E' curioso, però, che da noi il termine "souk" è diventato quasi dispregiativo. Il fatto di contrattare una merce è considerato una cosa un po' primitiva, da gente, appunto, del terzo mondo. Fa particolarmente orrore il fatto che il venditore nel souk spesso tende a cambiare il prezzo a seconda di come percepisce il cliente; ovvero il turista occidentale si trova a pagare di più del cliente locale. Ci sembra un terribile imbroglio che i prezzi di un bene siano differenti a seconda di chi compra. I prezzi fissi che troviamo ai supermercati e ai centri commerciali ci sembrano cosa molto più moderna e razionale. in un certo senso "democratica".
Può anche darsi ma, nella pratica, come si dice qui da noi in Toscana "
quello che non vuoi, ti nasce nell'orto". I prezzi differenziati a seconda del cliente, cacciati dalla porta, rientrano di prepotenza dalla finestra. Non ci credete? Vi faccio un esempio.
Andate in pizzeria e guardate il listino prezzi. Noterete che, per esempio, la pizza al prosciutto costa, tipicamente, un paio di euro in più della margherita. Ora, ragioniamoci sopra un attimo. Il prosciutto comprato al supermercato costa sui 20 euro al chilo. Immagino che la pizzeria lo compri a meno di così, anche perché il prosciutto che deve passare nel forno della pizza non deve certamente essere quello della migliore qualità. Ma, ammettiamo che costi 20 euro al chilo. A un conto approssimato, sulla vostra pizza non ci sono più di 10-20 grammi di prosciutto. Questo vuol dire che, al meglio, in pizzeria lo pagate 100 euro al chilo, ovvero almeno 5 volte di più del suo prezzo di mercato.
Se ci pensate un attimo, in effetti, tutta la faccenda della "lista dei prezzi" ai ristoranti non ha molto senso, a meno che non ordiniate qualcosa di veramente molto particolare e costoso, tipo caviale del Caspio o Champagne d'annata. Per tutte le altre cose che normalmente si mangiano ai ristoranti, la differenza di costo per il ristorante è molto piccola rispetto alla differenza di prezzo che il cliente paga. Tanto varrebbe risparmiarsi la fatica di stampare una lista.
E non solo loro questione dei ristoranti: fate caso alla lista prezzo dei fast food, dei bar, e di tantissime altre cose, incluso le automobili. Il prezzo delle cose più costose sulla lista spesso è enormemente gonfiato rispetto al valore intrinseco della cosa. Una macchina di lusso può costare dieci o venti volte di più di un'utilitaria, ma il costo di produrla non è in proporzione al prezzo di vendita. E' noto, infatti, che i profitti dell'industria automobilistica vengono principalmente dalle vendite nei segmenti più "alti".
Perché ristoranti, bar, e concessionari fanno queste cose? Beh, ritornate un attimo al discorso del souk che facevamo prima: il compito del venditore nella contrattazione è
capire quanto il cliente è disposto a pagare. Con una lista differenziata, la vostra pizzeria sta cercando di trovare una risposta alla stessa domanda:
quanto siete disposti a pagare per una pizza? Per questo, nel menu ci saranno spesso anche opzioni stravaganti e relativamente costose, tipo la pizza atomica. Servono per verificare se siete disposti a pagare il loro prezzo - anche se alla pizzeria non costano che marginalmente di più della normale pizza margherita. In questo modo, la pizzeria fa esattamente quello che fa il venditore del souk. Adatta i prezzi a seconda della volontà di spendere del cliente.
In un mercato "perfetto," tipo quello di cui si legge nei libri di economia, compratore e venditore si accordano sempre sul prezzo ideale del bene. In questo tipo di mercato, direste al cameriere della pizzeria "non ci penso nemmeno a pagare il prosciutto 100 euro al chilo". Il cameriere contratterebbe e poi vi mettereste daccordo sul valore dei 10 grammi di prosciutto che ci sono sulla pizza e arrivereste al prezzo giusto, diciamo, di 30 centesimi più della margherita. Ma mettersi a contrattare il prezzo della pizza al ristorante non è cosa che si fa di solito. In pratica, se non volete pagare il prosciutto una cifra esosa, non vi resta che ordinare una margherita.
Portata all'estremo, l'idea che tutto debba essere etichettato con un prezzo fisso conduce ad aberrazioni che fanno anche dei grossi danni. Un esempio particolarmente disastroso è stato quello dell'Unione Sovietica, dove tutti i prezzi erano determinati dal governo centrale, dal
"gosplan", il comitato statale per la pianificazione. Non c'era modo di contrattare niente; nè da parte del venditore nè da parte del compratore. Il risultato era che non c'era interesse a fare dei buoni prodotti da parte dei produttori e per i consumatori non c'era possibilità di scelta. La sola possibilità era quella di fare la coda per accaparrarsi qualsiasi cosa ci fosse di disponibile nei negozi. Il gosplan andava a decidere anche i menu dei ristoranti russi. Ma nei ristoranti non c'era mai quasi niente di quello che c'era scritto nel menu. Meno male che c'era il mercato nero dove si trovava qualsiasi cosa e dove l'arte della contrattazione era coltivata. Ancora oggi, i Russi sono dei grandi contrattatori e i loro mercatini rivaleggiano i souk arabi.
La tendenza a regolare il mercato continua da noi anche parecchi anni dopo il crollo dell'Unione Sovietica e si è incarnata, per esempio, in
un recente provvedimento della regione Emilia Romagna che impone ai mercatini dell'usato, oltre ad altre assurde vessazioni e balzelli, di mettere etichette e prezzi fissi sugli oggetti in vendita. Attegiamento ben degno del vecchio gosplan dei tempi dei piani quinquennali. Come è successo allora, il provvedimento avrà il solo effetto di soffocare e far sparire il mercato legale, generando un fiorente mercato nero.
Sembra che da noi, in effetti, molta gente abbia perso il gusto della contrattazione e si sia addirittura dimenticato che cosa sia. Questo non si vede dal fatto che la gente non contratta il prezzo della pizza in pizzeria, ma - fra tante cose - anche da come viene considerato il mercato del petrolio.
Negli ultimi tempi, con i rapidi aumenti di prezzi, è venuto di moda accusare gli "speculatori" di varie e gravi nefandezze. Le fesserie che sono state dette sono molte e sarebbero anche divertenti se non fossero tragiche (per una discussione sull'argomento vedi, per esempio,
questo post di Carlo Stagnaro). Ma, in realtà, il mercato del petrolio è proprio quello che il nome dice: un grande mercato, pochissimo regolato, che funziona veramente in modo abbastanza simile al mercato ideale dei testi di economia. In altre, parole,
è il grande souk del petrolio.
In questo grande souk planetario, ci sono veramente gli speculatori di mestiere, in inglese i "traders", che fanno il loro mestiere esattamente come i venditori del mercato di Fez, in Marocco. Ovvero cercano di capire quanto i venditori sono disposti ad accettare e quanto i compratori sono disposti a pagare. C'è un passo in più: quelli che operano nel mercato dei "futures" cercano di capire le stesse cose, ovvero il prezzo del petrolio, a un certo momento nel futuro. Se prevedono bene, guadagnano, altrimenti ci rimettono. Questo è, più o meno, quello che fa un venditore del souk quando compra qualcosa che poi progetta di rivendere dopo un certo tempo.
Ma il mercato dei futures è solo un aspetto del grande mercato del petrolio. I futures possono dare l'impressione che il prezzo del barile sia fisso ed etichettato da quelle curiose entità che sono le borse dei futures che - tuttavia - non sono per niente simili al gosplan sovietico di una volta. Le petroliere non attraccano davanti alle borse dei futures. Il mercato dei barili veri è un altra cosa.
Chi vende petrolio sono le compagnie petrolifere, chi lo compra sono le raffinerie. Le due cose possono essere in mano alla stessa società: molte grandi compagnie petrolifere hanno anche raffinerie. In questo caso, il prezzo del barile conta poco, conta quello dei prodotti raffinati, dalla benzina al bitume per le strade. Anche questo, comunque è un libero mercato.
Ci sono poi raffinerie indipendenti i cui proprietari (o i loro negoziatori) vanno in giro a comprare petrolio dove lo trovano. Anche qui, i prezzi sono il risultato di una contrattazione che, immagino, non è molto diversa da quella del souk; ovvero compratore e venditore si guardano in faccia, chiaccherano, ragionano, fanno offerte e contro-offerte e, alla fine, trovano un accordo.
Tutto questo assicura che in un libero mercato il prezzo del petrolio sia quello "giusto"? Beh, no, questo sarebbe idealizzare troppo la perfezione del libero mercato, che non è mai del tutto libero e non è certamente perfetto. Viene in mente, però, quello che diceva Churchill a proposito della democrazia, "il peggior sistema di governo, a parte tutti gli altri che sono stati provati". Probabilmente, qualcosa del genere vale anche per il libero mercato.
Nel caso del petrolio, il libero mercato ha il problema che l'informazione disponibile è limitata sia per i compratori come per i venditori. Entrambi vedono bene cosa esce dalla pompa, ma non altrettanto bene cosa c'è in fondo al pozzo. Sulle reali disponibilità delle riserve, chi commercia petrolio deve normalmente fidarsi delle stime - notoriamente gonfiate - dei produttori. Così, finisce che il libero mercato reagisce agli stimoli a breve termine e gli operatori non agiscono sulla base del concetto che il petrolio deve finire, prima o poi. Il libero mercato non vede neanche i "costi esterni" dovuti agli effetti dell'inquinamento e dell'effetto serra. Non li vede, ma qualcuno li deve pagare e il conto del riscaldamento globale, potrebbe essere molto salato.
Ma qui entriamo in un altro discorso, molto più complesso. Quello che volevo dire che in un libero mercato, i prezzi sono una reale indicazione della scarsità di un bene rispetto alla domanda, perlomeno a breve termine. Ovvero, gli alti prezzi che abbiamo visto ultimamente sono un'indicazione di una reale difficoltà dell'offerta a tener dietro alla domanda. Quindi, non diamo tutte le colpe agli speculatori e sarebbe sbagliatissimo intervenire con provvedimenti statali per creare il prezzo che a noi potrebbe sembrare "giusto". Per certe cose, lasciamo che il libero mercato faccia il suo mestiere.
Nota: questo post è stato ispirato dall'interessante libro di Tim Harford "The Undercover Economist", Abacus, 2007