sabato, marzo 21, 2009

Il risparmio energetico come forma pregiata di volontariato



Quando si parla di volontariato, spesso ci si riferisce a scelte personali di varia forma, che dovrebbero (sottolineo il condizionale) essere dettate da criteri di gratuità. Si pensi ad attività di animazione in ospedali e case di riposo, organizzazione negli oratori, visite alle carceri, donazione di sangue solo per citarne alcune. Sono tutte forme pregiate di interazione con la società.

Ora, quando parliamo di risparmio energetico, il più delle volte viene pensato come una forma di tirchieria, o di convenienza. Nulla di più falso. Almeno, nella sua connotazione "sana".

Risparmiare energia e materia, e studiare forme migliori di trasformazione/utilizzo costituisce una forma (un po' nuova, forse) di volontariato, anch'essa pregiata. Come ogni volontariato, molte volte può richiedere dei piccoli "sforzi" per vincere le abitudini consumistiche, andare contro la maggioranza, dedicare il tempo e il denaro necessario per documentarsi, ideare, attuare, comunicare. Naturalmente, non deve essere una cosa fatta "contro natura", e ognuno dovrebbe scegliere di volta in volta le proprie azioni di miglioramento, nel caso fosse interessato a questa via.

Puntare al "tutto e subito", come ogni cosa, comporterebbe un inevitabile scontro con un sistema di meccanismi consolidato, con un'inerzia elevatissima.

A me ad esempio piacerebbe fare un sacco di cose, traendo ispirazione da idee e azioni di altri blogger. Ma mi rendo conto che ci sono alcuni limiti contingenti. Al lavoro continuo ad andare in auto (26 km di distanza), e vorrei procurarmi un mezzo elettrico; continuo a riscaldare la casa a gas, e vorrei passare ad altre tecnologie; continuo ad acquistare insaccati avvolti in carta oleata, e vorrei dotarmi di contenitori lavabili da riutilizzare ogni volta. Però, mi devo accontentare di andare con il mio passo e di gioire di ogni piccola conquista quotidiana.

Il risparmio energetico e l'anticonsumismo (che non vuol dire dissipazione=zero, vietata dalla termodinamica) sono scelte che se attuate in modo massivo possono avere effetti positivi anche a lunghissimo raggio, contribuendo alla stabilizzazione di dinamiche che sembrano sfuggire dal nostro controllo.

Per essere brevi, nel '900 gli Stati "sviluppati" sono riusciti gradatamente ad allontanare alcuni spettri (fame, carestie, povertà) grazie alla notevole e crescente disponibilità energetica e di materie prime. Non è un caso che i Paesi che non hanno potuto (o, meglio, non è stato loro permesso) partecipare al "banchetto" - essendo la torta "finita" - sono cresciuti molto più lentamente o, peggio, hanno visto aumentare la loro povertà.

Ora che la torta sta effettivamente perdendo di consistenza anche per noi, forse, avremo modo di verificare questa semplice ma troppo trascurata teoria.

venerdì, marzo 20, 2009

Mi ricordo!

La ghiacciaia di Monte Senario, nel Comune di Vaglia (Firenze)


created by Armando Boccone



Ogni tanto sulla lista di discussione di Aspo-Italia si parla di tecniche agricole o d’altro genere che sono state praticate nel passato. Alle volte è necessario fare un notevole sforzo per capire la profonda intelligenza che molte popolazioni di un passato più o meno lontano hanno immesso in quelle tecniche.
Ricordo che quando ero bambino sentivo dagli anziani del mio paese che una volta non c’erano i gelati (che avrebbero richiesto l’uso del frigorifero) e che d’estate si gustavano i sorbetti fatti utilizzando il ghiaccio conservato dall’inverno passato.
Il punto era proprio questo: pensavo che queste notizie non fossero vere perché non riuscivo a capire come si potesse conservare il ghiaccio per alcuni mesi visto che con la primavera e poi con l’estate si sarebbero raggiunte delle temperature notevolmente superiori a zero gradi, e che quindi la neve o il ghiaccio si sarebbero sciolti anche se fossero stati conservati in grotte fresche.
Molti anni dopo sono arrivato a Bologna e anche qui ho sentito la stessa storia: d’estate si faceva uso di sorbetti utilizzando il ghiaccio conservato dall’inverno precedente.
In seguito facendo delle escursioni sull’appennino fra Bologna e Pistoia ho visto le ghiacciaie, cioè delle trincee dove di inverno si compattava la neve per conservarla per l’estate successiva.

Ricordo ancora che d’estate le nostre madri scaldavano l’acqua al sole disponendola in vasche di ferro zincato o di plastica. L’acqua tiepida serviva per farci il bagno. Ma noi bambini eravamo restii a queste usanze per cui l’igiene non era notevole anche se, in compenso, non avevamo allergie (che sembra siano dovute agli scompensi sul sistema immunitario provocati dalla troppa igiene sia personale che ambientale).

Un'altra cosa che mi ricordo è che negli anni settanta, nel rione in cui è situata la mia casa, furono dissotterrati i tubi dell’acquedotto e, per motivi di sicurezza dato l’instabilità del terreno, furono messi nell’incavo fra il marciapiede e la strada e tenuti fermi con un po’ di calcestruzzo. Sui tubi però di giorno batteva il sole ed in questo modo l’acqua era molto calda.

Adesso quando torno al paese per trascorre alcuni giorni ho notato che si può utilizzare l’acqua per farsi la doccia, senza accendere lo scaldabagno, già dalle 11.00 di mattina. Dopo le 13.00 circa l’acqua diventa molto calda per cui per farsi la doccia è necessario miscelare l’acqua fredda (che è molto calda visto che proviene direttamente dalla strada) con l’acqua proveniente dello scaldabagno (tenuto ovviamente rigorosamente spento). E’ possibile farsi la doccia senza utilizzare lo scaldabagno fin verso le 18.00-19.00. Per la verità, è possibile anche in orari successivi, ricorrendo all’espediente di fare scorrere, nel primo pomeriggio quando l’acqua è molto calda, molta acqua aprendo il rubinetto dell’acqua calda (che è fredda visto che lo scaldabagno viene tenuto spento) in modo che l’acqua contenuta nello scaldabagno sia sostituita da quella (molto calda) proveniente dalla strada.

Alle volte dopo pranzo ho tentato di lavare i piatti e, nonostante le mani fossero protette da guanti di gomma, ho dovuto desistere per l’acqua troppo calda. Per questo motivo ho preso l’abitudine di lavare i piatti di mattina. Sempre di mattina riempio alcune bottiglie di acqua per metterle in frigorifero perché, come dicono le istruzioni per l’utilizzo del frigorifero stesso, non va bene metterci cose ancora calde.

mercoledì, marzo 18, 2009

La reazione auto-immune della società

Pablo Picasso: "La guerra" (1952)



Nella Bibbia leggiamo di come Mosé, tornato dalla montagna con le tavole della legge, trovò gli Israeliti intenti ad adorare un vitello d'oro, che lui distrusse. Meno nota è la storia della strage che ne seguì; nella quale ognuno uccise "il proprio fratello, il proprio amico, il proprio parente".

Questa strage di tempi molto remoti è forse il primo esempio storico di quello che vorrei chiamare la "reazione auto-immune" della società. Una reazione immunitaria in cui una società si comporta in modo analogo a un essere vivente. identificando e eliminando quello che percepisce essere una minaccia al suo interno. La minaccia, tuttavia, è del tutto immaginaria e la società danneggia se stessa.

Non è cosa nuova l'idea che ci siano delle analogie fra il comportamento della società e quello degli organismi viventi. Richard Dawkins ha suggerito il concetto di "meme", equivalente culturale del materiale genetico detto "gene". I memi si riproducono, crescono, evolvono, sotto molti aspetti in modo simile ai geni. Ci sono tanti esempi, come una lingua, una melodia, un modo di dire e persino il "mi consenta" berlusconiano. Il concetto di meme rimane controverso, ma ha avuto un certo successo essendo esso stesso un meme.

Ora, se i memi sono equivalenti ai geni e la società a un organismo, ne consegue che altre strutture della società possono essere viste in termini di equivalenza con il sistema genetico. Le analogie, si sa, ti possono portare facilmente fuori strada; tuttavia una volta che entriamo in questo ordine di idee, le analogie fra il sistema immunitario genetico e quello memetico sono molte e ci danno un angolo di visione particolare di quello che è il comportamento delle società umane. La polizia e il sistema giudiziario sono sistemi destinati a difendere la società da elementi interni al sistema percepiti come pericolosi. Ma un'altra analogia interessante si trova in quel fenomeno che chiamiamo oggi "pulizia etnica", dove la società si rivolge contro uno specifico gruppo etnico o culturale al suo interno.


Queste reazioni aggressive sono patologie abbastanza comuni delle società umane e possono prendere diversi aspetti. A volte, la reazione aggressiva si rivolge contro gruppi facilmente identificabili per caratteristiche etniche, linguaggio e abitudini. Spesso, questi gruppi vivono in aree separate, scarsamente integrati dal punto di vista economico e sociale con lo stato di cui si trovano a far parte. Questo tipo di pulizia etnica l'abbiamo vista all'opera di recente, per esempio, nei paesi dell'ex-Jugoslavia.

Tuttavia, esiste una versione di pulizia etnica che è anche più distruttiva e terribile; quando la società si rivolge contro persone che sono bene integrate nella società stessa e - a volte - poco o per niente distinguibili per caratteristiche etniche, religiose o linguistiche. Questa è una vera e propria reazione auto-immune, o allergica, dove la società rivolge il proprio sistema immunitario contro se stessa.

Abbiamo visto l'esempio raccontato dalla Bibbia dove ciascuno uccise "il proprio fratello, il proprio amico, il proprio parente". Questo sterminio era diretto contro quelli che avevano adorato il vitello d'oro ma, così come la storia ci viene raccontata, sembra difficile pensare che ci sia stata una vera e propria selezione delle vittime che, in ogni caso, erano israeliti come gli altri. Non era una pulizia etnica, ma una vera e propria reazione auto-immune della società.

Ci sono altri esempi storici di questa reazione autodistruttiva. Uno è quello della "caccia alle streghe" che si è svolta in Europa per un paio di secoli a partire dal sedicesimo. Anche qui, abbiamo una reazione violenta verso persone che erano perfettamente inserite nel tessuto sociale fino a che non sono state isolate e espulse dallo stesso. Si ritiene che il numero di vittime sia stato dell'ordine di 50.000-100.000. Più tardi, la rivoluzione francese ha generato il periodo detto del "terrore" che ha colpito vittime in tutti gli strati della società. Si ritiene che il numero di vittime ghigliottinate sia dell'ordine di 20.000-40.000.

Ma questi esempi sono poca cosa rispetto a quelli avvenuti in tempi recenti, come l'olocausto degli ebrei in Germania durante il governo nazista, con i suoi milioni di vittime. Gli ebrei tedeschi erano cittadini tedeschi, parlavano tedesco, erano perfettamente inseriti nella società tedesca e avevano combattuto nell'esercito tedesco durante la prima guerra mondiale. In Germania a quel tempo, non si sterminavano soltanto ebrei, ma anche zingari; la cui strage ha preso il nome di "porrajmos" in Romany, ovvero "la grande devastazione". Si sterminavano anche cittadini tedeschi di etnia tedesca; bastava essere definiti come "un peso per lo stato" per essere fatti sparire senza troppi complimenti. A parte l'orrore di questa storia, sterminando i propri cittadini la società tedesca si era auto-inflitta un enorme danno che sicuramente contribuì alla sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale.

In Unione Sovietica al tempo della "grande purga" di Stalin, a partire dal 1936, si sono sterminati un numero di persone stimato fra 600.000 e due milioni di persone, in gran parte, cittadini Sovietici, con l'accusa di essere "sabotatori" e "nemici del popolo." Non c'è dubbio che l'Unione Sovietica si inflisse danni spaventosi ed è possibile che una delle conseguenze sia stata la scarsissima resistenza che l'Armata Rossa, indebolità dalle esecuzioni di ufficiali, riuscì ad opporre durante le prime fasi dell'attacco tedesco del 1941.

C'è poi il caso dei "Killing Fields" (i campi di sterminio) in Cambogia dove, dal 1975 al 1979 furono sterminate circa 200.000 persone e molte di più morirono per cause indiretta. Questo è un caso particolarmente impressionante di strage auto-immune le cui vittime erano tutti cittadini cambogiani. Da notare anche la particolare brutalità dei metodi usati: vanghe, picconi o canne di bambù acuminate. L'effetto indebolì enormemente la società cambogiana al punto che non riuscì a opporsi all'invasione vietnamita che seguì alla fase delle stragi, nel 1979. Ci sono molti altri casi, per esempio l'Iraq, impegnato in vari tipi di pulizie etniche interne: contro i Curdi al tempo di Saddam Hussein, adesso impegnato in una guerra interna fra Sciiti e Sunniti.

La caratteristica comune di tutti questi casi storici è la condizione di grave stress economico o militare (o ambedue le cose) della società. Sembrerebbe che la reazione auto-immune avvenga in conseguenza di queste condizioni. La cosa somiglia molto alla pratica del sacrificio umano, sia pure su scala più grande. Il sacrificio umano è comune in molte società umane. Ci racconta René Girard nel suo libro "Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo" di come la vittima del sacrificio, un membro regolare della società, viene isolata e espulsa per diventare un elemento espiatorio che - in qualche modo - raccoglie e dissipa tutte le tensioni accumulate. In sostanza, la società cerca di liberarsi delle proprie tensioni interne reagendo fisicamente contro alcuni dei suoi membri.

Se questa reazione è una conseguenza di tensioni sociali ed economiche, la dovremmo vedere anche oggi, dato che queste tensioni non mancano di certo. La società occidentale oggi maggiormente sotto stress a causa della crisi è l'Italia. Senza risorse minerali proprie, l'Italia si trova ad affrontare l'impossibilità di continuare a sostenere un certo modello industriale basato sull'importazione di materie prime. Non solo non riesce a prendere provvedimenti in proposito, ma non sembra riuscire nemmeno a identificare qual'è il problema. Ed è proprio in Italia dove si vedono i sintomi più evidenti di una reazione auto-immune nelle sue fasi iniziali. E, come è tipico delle reazioni auto-immuni, la società danneggia se stessa. Prendendosela contro gli "immigrati" in generale, la società italiana si è scelta come bersaglio delle persone senza le quali il suo sistema industriale e sociale non potrebbe funzionare nella sua forma attuale. Particolarmente rivelatrice della reazione auto-immune è l'enfasi contro i Rom, che sono in gran parte cittadini italiani e residenti in italia ormai da generazioni. Contro i Rom, vediamo tutti i sintomi della reazione montante; a partire dall'accusa di "rapire i bambini" che, ci ricordiamo, era la stessa lanciata contro gli Ebrei prima dell'olocausto. Per il momento, per fortuna, questa reazione non ha ancora raggiunto un livello veramente violento, ma i sintomi sono preoccupanti.

Vista la situazione di degrado crescente, non solo in Italia ma ovunque, ci dobbiamo aspettare di vedere di nuovo i campi di sterminio? Non necessariamente. In realtà, c'è una caratteristica degli stermini del passato che non si ripete oggi. In quasi tutti gli esempi che abbiamo visto, abbiamo delle società sottoposte a forti stress militari, ma che anche avevano ancora abbondanti risorse minerali e che si trovavano in una fase di espansione economica. Nell'analogia con i sistemi biologici, erano organismi fortemente vitali. Ovviamente, ci vuole un organismo relativamente in buona salute per avere un sistema immunitario efficiente, tanto efficiente da poter generare una reazione auto-immune. Se l'organismo è malato, lo è anche il sistema immunitario che difficilmente è in grado di montare una reazione del genere.

Sembra che sia questo un caso comune degli ultimi tempi: ci sono delle società in grave crisi che, pure, non sono state in grado di ripetere gli eccessi di violenza auto-immune del passato. Valga l'esempio della Russia che, in una crisi economica terrificante negli anni '90 dopo aver passato il proprio picco del petrolio, non ha ripetuto le grandi purghe del tempo di Stalin. Al contrario, i Russi hanno stretto la cinghia, lavorato sodo, e rimesso in sesto il paese. Parrebbe che una società post-picco petrolifero non abbia risorse sufficienti per montare una pulizia etnica e/o sterminio di propri membri su vasta scala. Di conseguenza reagisce in modo più positivo alle difficoltà.

Quindi, sembrerebbe che ci sia anche qualcosa che possiamo chiamare il "picco della pulizia etnica." Passato questo picco, si possono mettere sotto controllo i peggiori fanatici, smetterla con i maltrattamenti delle minoranze e dedicarsi a fare cose utili. Con un po' di fortuna, anche nel caso dell'Italia dovrebbe andare così.

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Sulla somiglianza fra il sistema immunitario biologico e quello sociale, ho trovato questo riferimento:

TAPIA, Felix J.
Immune system and society. INCI. jul. 2007, vol.32, no.7, p.434-434. . ISSN 0378-1844.

martedì, marzo 17, 2009

Abitudini, inerzie e altre patologie / 8 : asciugamani colposi e insoddisfacenti



Quello che vediamo nell'immagine è un modello di asciugamano elettrico automatico. Ce ne sono di vari tipi in commercio, e i prezzi variano da 100 e più €, fino a 400 (!) €. Sono piuttosto diffusi e infestano autogrill, pizzerie, ristoranti e mense aziendali. Perchè "infestano" ? Non sono forse il risultato di anni e anni di evoluzione degli asciugamani tradizionali? Purtroppo no ...

- sono colposi: impiegano il riscaldamento a effetto Joule, per cui una corrente elettrica attraversa un elemento resistivo e dissipa completamente la sua potenza in calore. E' il sistema di trasformazione dell'energia più ridondante e inefficiente che si conosca, che potrebbe essere solo in parte "sopportato" se si utilizzasse energia elettrica rinnovabile*;

- sono insoddisfacenti: ogni volta che in un locale mi ritrovo a tu per tu con questa diavoleria mi viene male, per cui se lì vicino non ci sono tovaglioli di carta mi riduco a strappare pezzi di carta igienica o a passarmi le mani sul fazzoletto/pantaloni. Per asciugarsi decentemente le mani sotto quel getto d'aria occorre starsene lì impalati per un paio di minuti ...



* In effetti, la trasformazione di 1 kWh elettrico rinnovabile (ad esempio, se si hanno i pannelli fotovoltaici) in calore porta a 1 kWh di energia termica, per conversione completa. E' chiaro che trattandosi di energia "gratuita" non è un abominio, ma si tratta comunque di una scelta tecnica poco oculata. Utilizzando quel kWh per alimentare una pompa di calore potremmo ottenere almeno 3 kWh termici, semplicemente perchè sfruttiamo un ciclo più efficiente. Ad essere preziosa e limitata non è l'energia che riceviamo dal Sole (che è ordini di grandezza superiore all'attuale fabbisogno) , ma lo sono le infrastrutture rinnovabili necessarie per intercettarla. Per costruirle, infatti, abbiamo bisogno ancora di energia, di materie prime a elevato standard di purezza, di materie ausiliarie (fluidi, lubrificanti ...) , di macchinari ...

lunedì, marzo 16, 2009

Il Picco


Gli ultimi dati di Rembrandt Koppelaar sembrano confermare in pieno l'ipotesi che il picco globale del petrolio - inteso come produzione di "tutti i liquidi" - sia stato nel 2008. A Dicembre del 2008, secondo i dati dell'IEA, siamo scesi a poco più di 82 milioni di barili al giorno; un valore così basso non si vedeva dal 2004.

Di per se, i dati non ci dicono se questo è "il" picco oppure semplicemente una fluttuazione statistica. Tuttavia, accoppiando i dati alle predizioni di ASPO, sembrerebbe che ci sia una discreta probabilità che, in effetti, il massimo storico di tutti i tempi potrebbe essere stato il valore di quasi 87 milioni di barili al giorno della metà del 2008. Poi, come per tutte le previsioni, una certa cautela è d'obbligo.

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Ah... quando faccio vedere questi dati c'è sempre qualcuno che salta su è dice "ma questo calo di produzione è dovuto alla crisi economica". Evidentemente, questi credono che la produzione deve aumentare sempre finché uno non si ritrova a guardare dentro il buco del pozzo e a grattarsi la testa per lo stupore dicendo "Oddio, non ce n'è più!"  Sembra curiosamente difficile far passare il semplice messaggio che economia e geologia vanno a braccetto e che insieme causano il picco di produzione. 

domenica, marzo 15, 2009

Armageddon climatico

Immagine da "Armageddon" (1998), forse uno dei peggiori film della storia.


L'idea che la Terra potrebbe essere distrutta dall'impatto di un'asteroide vagante è parte degli orizzonti filmici e letterari da ben prima che si scoprisse che i dinosauri erano stati spazzati via da un evento del genere, 65 milioni di anni fa.

Ci sono degli elementi tipici nella trama in questo genere. Li vediamo bene nei due ultimi film prodotti, entrambi 10 anni fa, nel 2008: Armageddon e Deep Impact. In entrambi, il governo degli Stati Uniti viene avvertito in anticipo dagli scienziati del disastro imminente e decide di evitare il panico tenendo nascosta la notizia. Nel frattempo, si lavora alacremente per costruire astronavi in grado di deviare o distruggere l'asteroide per mezzo di bombe nucleari. Quando la minaccia viene finalmente rivelata, tutto è pronto e i popoli della terra guardano con ansia in ansia i risultati della missione di intercettazione che salverà la vita degli esseri umani e del pianeta intero.

Ahimé, la distanza fra realtà e fantasia è notevole in questi film. Non è tanto questione dell'armamentario fantascientifico anti-asteroide, ma nel comportamento degli esseri umani quando la minaccia viene scoperta. Questo lo possiamo dire vedendo come si sta evolvendo il dibattito sul cambiamento climatico; un evento che, potenzialmente, potrebbe avere effetti altrettanto gravi di quelli dell'impatto di un asteroide. Allora, possiamo riscrivere la trama di "Armageddon" e di "Deep Impact" in modo più simile a quello che potrebbe succedere davvero come segue:

  1. Alcuni astronomi si accorgono che la traiettoria di un asteroide di dimensioni importanti potrebbe intercettare quella della Terra nel futuro.
  2. Si pubblicano i primi articoli scientifici sulla traiettoria dell'asteroide che vengono discussi fra specialisti in astronomia
  3. Si sviluppa un consenso generale fra gli scienziati sul fatto che c'è una probabilità molto alta di una collisione.
  4. Si forma un comitato di scienziati per studiare l'impatto e le sue conseguenze: IPCC, International Panel for Cosmic Collision.
  5. L'attività dell' IPCC porta alla diffusione della conoscenza del pericolo. Si fanno congressi internazionali e si propongono misure collaborative per ridurre il rischio di collisione. A Kyoto, si raggiunge un accordo internazionale che prevede di destinare una frazione del bilancio di tutti i paesi industrializzati per la costruzione di un'astronave destinata a raggiungere l'asteroide e deviarlo mediante una testata nucleare.
  6. Al Gore realizza un film dal titolo "una verità scomoda" in cui descrive le conseguenze della collisione dell'asteroide contro la Terra e propone misure per evitarla.
  7. L'asteroide si avvicina e i calcoli dell'IPCC danno una certezza sempre maggiore che la collisione si verificherà. Tuttavia, la costruzione dell'astronave va a rilento. Non tutti i paesi industrializzati, fra cui l'Italia, riescono a dare il contributo previsto. I paesi non industrializzati si rifiutano di contribuire in quanto sostengono che spetti a quelli industrializzati accollarsi le spese.
  8. L'economista Nicholas Stern pubblica un rapporto in cui compara i danni presumibile della collisione asteroidale con i costi dell'astronave necessaria per evitarla. Arriva alla conclusione che i costi dell'impatto sarebbero molto superiori a quelli dell'astronave. Questa conclusione, tuttavia, viene contestata da molti economisti che sostengono che non si può rallentare la crescita economica per difendersi da un rischio ancora troppo incerto.
  9. Il lavoro dell'IPCC viene criticato da più parti. C'è chi dice che il film di Al Gore è inesatto e emozionale. Si sostiene che le incertezze sono troppo ampie per essere sicuri che l'asteroide si schianterà contro la terra. C'è chi sostiene che gli asteroidi sono sempre passati vicino alla terra e che non c'è prova che questo asteroide in particolare la colpirà veramente.
  10. Il senatore degli Stati Uniti Inhofe pubblica una tabella di 650 scienziati che si dichiarano in disaccordo con le interpretazioni dell'IPCC e che sostengono che l'asteroide non colpirà la terra. Quasi nessuno di questi scienziati è un astronomo o sa qualcosa di astronomia, ma la pubblicazione si diffonde per i mass media.
  11. I mass media continuano la loro politica di presentare sempre due opinioni contrapposte dando visibilità ai critici dell'IPCC. Il pubblico è confuso, non è in grado di capire i dettagli dei complessi calcoli astronomici dell'IPCC. Le critiche degli oppositori sono basate su elementi molto più semplici e immediatamente comprensibili ("l'asteroide è passato vicino a Marte, ma non lo ha colpito, e allora perché la Terra dovrebbe essere colpita?" e poi "La Terra è già stata colpita da altri asteroidi, per esempio da uno in Siberia nel 1922, ma non ci sono stati grossi danni. Perché questo asteroide dovrebbe essere diverso?)
  12. Il pubblico si divide in due fazioni più o meno di pari entità: una a favore di prendere misure contro la collisione asteroidale, l'altra sfavorevole. Parlare di impatto asteroidale diventa politicamente scorretto se non si specifica che deve essere considerato come un'ipotesi non provata. Molti considerano provato il fatto che la storia della collisione asteroidale è un complotto di scienziati che cercano di ottenere fondi per la loro ricerca.
  13. L'asteroide si avvicina al punto da essere visibile a occhio nudo. A questo punto, si decide finalmente di completare l'astronave che lo deve intercettare e a farla partire in fretta e furia. Ma il suo equipaggio è ormai anziano, la costruzione lascia a desiderare, mancano dei pezzi e l'astronave manca clamorosamente l'asteroide, perdendosi nello spazio.
  14. L'asteroide si avvicina sempre di più.............

venerdì, marzo 13, 2009

Lettera di uno psicologo picchista



Alcune considerazioni sul principio di realtà

created by Claudio Rava (psicologo)

Preg.mo Dott Bardi:
Scriveva Freud nel 1911 che alla base del funzionamento psichico, assieme e subito dopo il principio del piacere, compare un poco alla volta il principio di realtà, che si apre faticosamente la strada nell'infante a causa dell'ineguatezza, dell'insufficienza del soddisfacimento allucinatorio dei desideri. Il bambino impara che non è sufficiente accontentarsi dell'immagine interna, del desiderio che la madre sia presente per vedere soddisfatti molti suoi bisogni, ma occorre che arrivi realmente e che risponda adeguatamente alle sue necessità. Con il pianto e col sorriso, il bambino attua un adeguamento alla realtà attraverso un sistema comunicativo innato; la sensazione di efficacia nello stabilire e nel mantenere una comunicazione soddisfacente con la madre andranno poi a rinforzare questo passaggio che avverrà, se tutto andrà per il meglio, nel senso di una progressivo accantonamento di forme di autogratificazione arcaiche poiché piacevolmente sostituite dalla qualità della relazione diadica.

Questo principio dovrebbe essere un caposaldo di qualsivoglia corrente psicologica, anche se adattato alla terminologia specifica di ogni Scuola, intendendo con questo che si può illustrare lo stesso fenomeno con molte sfumature di senso, ma almeno il nocciolo della questione dovrebbe essere universalmente condiviso.

La presente lettera intende però raccontare, in forma quasi aneddotica, una personale esperienza che testimonia da una parte la singolarità delle circostanze che mi hanno portato alla comprensione della situazione mondiale rispetto al Picco di Hubbert del petrolio, dall'altra il facile viraggio e l'arretramento verso un funzionamento più legato al principio del piacere (o sarebbe meglio dire dell'evitamento del dispiacere) allorché si provvede ad informare della concreta possibilità che nel nostro imminente futuro si vada verso un marcato peggioramento delle condizioni di vita della società, questo inteso ovviamente in senso statistico, senza riferirsi a questa o a quella persona in particolare. Per farlo, dovrò giocoforza narrare la mia vicenda, non per un velleitario anelito di protagonismo, ma per maggiore chiarezza, e occorre purtroppo iniziare da molto lontano, per fortuna senza arrivare alla primissima infanzia (tentazione cui è veramente difficile resistere per uno Psicologo). E sarà necessario mostrare come, anche all'interno di un gruppo di Psicologi, questi meccanismi difensivi siano tutt'altro che accantonati o superati.

Nel mio lontano passato c'è stato un amore giovanile ed adolescenziale per lo studio della natura, in particolare ero attratto da tutto ciò che riguardava la Geologia, la Mineralogia, la Petrografia, la tettonica dei continenti, le miniere, le attività estrattive ed il petrolio. Ero anche interessato, in modo evidentemente proporzionato all'età, alla chimica e alla fisica, in particolare all'energia.
Una piccolissima conferma di questi interessi venne palesata anche al momento dell'elaborato di maturità liceale, in cui – caso o sincronicità – l'argomento affrontato riguardava la relazione intercorrente tra l'uomo, l'energia utilizzata e la possibilità di continuare a percorrere la strada del progresso tecnologico. Ero già da allora convinto della reciprocità, dell'interconnessione fra i due fattori, ma ero anche ottimisticamente convinto che entro un tempo imprecisato dell'ordine di alcuni decenni i progressi della fisica delle particelle ci avrebbero messo in grado di imbrigliare le poderose forze della fusione nucleare, fornendo all'umanità una fonte di energia praticamente illimitata – cosa purtroppo tecnologicamente ancora lontana.
Quegli stessi interessi si sono poi concretizzati nella decisione di proseguire gli studi presso la facoltà di Ingegneria Mineraria, impegno mantenuto solo per alcuni anni, perché irrimediabilmente rimpiazzato da un interesse del tutto nuovo, pressante e non ulteriormente procrastinabile che (come si vede) ha portato alla laurea in Psicologia Clinica (un bel salto!).
In sintesi sono giunto poi a conoscenza dell'arrivo in prossimità del picco di Hubbert per il petrolio e per gli altri combustibili fossili verso la metà del 2006.
Da diversi mesi prima di allora, direi forse da circa un anno, mi sentivo gravato da un crescente e tutto sommato immotivato timore di miseria, o di perdita del lavoro, mentre di notte continuavo a fare sogni a contenuto monotonamente catastrofico, in cui il tema principale era una situazione di imminente pericolo di vita. Nella mia analisi elaboravo queste tematiche e le associavo ad arcaiche angosce abbandoniche e a specifici accadimenti infantili di disaccudimento. Anche dopo averle sviscerate in tutti i modi possibili, dovevo accettare il fatto che questi sogni e questi vissuti angosciosi non accennavano a diminuire, in barba alle teorie di Freud e dei suoi successori. Allo sconforto per l'inefficacia terapeutica e per l'incapacità di uscire dal quei circoli viziosi si aggiunse una nuova sintomatologia depressiva, un'astenia e una mancanza di entusiasmo che malgrado avvertissi come fondamentalmente egodistoniche, ugualmente andavano ad aggravare la situazione.
Una serie di riflessioni, di meditazioni sulla bioenergia mi hanno riportato a pensare a quei tempi adolescenziali, a quegli interessi giovanili, e per estensione, a tutte le forme di energia, anche in un senso ben più materiale, concreto, notando come proprio in quel periodo anche il mondo sembrava manifestare problemi energetici, specialmente nei costi dei carburanti. Mi è bastato poi collegarmi a internet per accertarmi, in pochi minuti, che stava accadendo in questi anni ciò che avevo sempre ipotizzato sarebbe successo alla generazione successiva alla mia, se non addirittura a quella dopo ancora. Eravamo già arrivati in prossimità del picco!
Da quel momento qualcosa è scattato, tant'è che da allora non ricordo di aver fatto più nemmeno un sogno catastrofico, e inoltre ho energie da vendere! E' pur vero che la psicologia sminuisce tutto ciò, ed è molto chiara in merito a quanto accaduto: l'aver potuto spostare all'esterno, sul piano del reale dei timori fantasmatici soggettivi profondi, produce un effetto liberatorio come quello verificatosi, anche se questa operazione psichica è sostanzialmente difensiva, e generalmente instabile, non definitiva.
A questo punto sorgono diversi quesiti (a parte l'evidente anomalia per cui nel mio caso la ricerca è nata da una pressante sensazione interiore e da strani sogni sulla cui origine e finalità tralascio di cavillare ulteriormente), che pericolosamente ruotano attorno alla necessità di districarsi fra paure soggettive e realtà, tra teoria e osservazione empirica, tra ciò che è pertinenza del Geologo e cosa concerne l'attività dello Psicologo. Cercherò di spiegare meglio questa non semplice commistione di piani diversi di osservazione riportando accadimenti più recenti.
Conscio della perniciosità della situazione e delle allarmanti implicazioni del peak oil su molte situazioni macro e microsociali e su professioni come quella dello Psicologo, mi son preso la briga di stilare un opuscolo informativo con i concetti principali ed una sintetica analisi della situazione socio-economica e delle sue possibili evoluzioni, e ho commesso l'errore di distribuirla ai miei colleghi Psicologi più di sei mesi prima della crisi finanziaria. Invariabilmente, a parte qualche sporadico caso di genuino ascolto del problema esposto, il vero motivo d'interesse dei presenti era questa strana manifestazione delirante, della sua collocazione sul DSM4, delle libere associazioni sul tema, della terapia psicologica o ancor meglio farmacologica da somministrarmi. La qualità degli sguardi che si posavano sulla mia persona era mutata drasticamente. Ero sicuramente affetto da un delirio di catastrofe, abbastanza ben sistematizzato in una complessa e arzigogolata produzione di poco credibili assunti pseudoscientifici. Del resto, come era possibile mettere in dubbio la pluriennale continuità ed evidenza di un mondo in corsa verso il progresso e l'espansione attaccandolo con le profezie catastrofiste di una moderna Cassandra senza subire il medesimo ostracismo, la stessa incredulità? Il mondo avrebbe sicuramente provveduto, il problema, se mai esisteva, sarebbe stato risolto, e si poteva stare tranquilli. La probabilità che ciò accadesse deve essere apparsa paragonabile a quella di essere colpiti da un meteorite, e i miei timori altrettanto infondati.
Non provo alcun risentimento nei confronti dei miei colleghi, ma sono costretto in qualche modo a notare uno scotoma veramente poderoso che impedisce di considerare come reale, non solamente ipotetica, teorica, o meramente speculativa una chiave di lettura della realtà che porti a ipotizzare conseguenze drasticamente peggiorative del nostro livello di esistenza.
L'attenzione per la realtà interiore che contraddistingue l'attività dello psicologo non può prescindere, a mio modesto parere, almeno dalla curiosità di conoscere e di prendere in considerazione anche altri aspetti e livelli di realtà, una fra tutte, il lavoro di esperti del settore che ricavano le loro teorie dai dati empirici ed elaborano teorie universalmente accettate. Per completezza, anche l'attività del Geologo e le sue previsioni non possono misconoscere aspetti peculiari del comportamento e dello psichismo umano. Anche da questo solo esempio vediamo che ogni attività d'informazione e divulgazione si scontra contro pesanti meccanismi difensivi che rischiano di invalidare qualsivoglia tentativo di responsabilizzazione. Chi ha provato ad informare parenti o amici ovviamente sa cosa intendo dire.
Un'ulteriore risvolto per me intriso di un vago sentimento dereistico, di totale inefficacia comunicativa, è avvenuto durante uno degli ultimi incontri con quegli stessi esimi colleghi, allorché, suppongo per evitare il disagio di rimettere in discussione quanto stabilito sul mio conto e sulla mia evidente follia, si è fatto massiccio ricorso a spiegazioni alternative fornite da economisti e dai tanti esperti apparsi alla televisione.
La tesi condivisa dei colleghi, che il mio delirio fosse esclusivamente uno sfogo emotivo, paragonabile ad un'infantile capriccio che per giunta non porta ad azioni concrete, ha un tantino vacillato quando li ho informati che l'ordine dato per tempo alle banche di effettuare il rientro di quanto avevo investito in comparti azionari era un atto concreto, i cui effetti si erano dimostrati piuttosto tangibili poiché non ci avevo rimesso un solo centesimo, a differenza di tutti loro che nonostante le mie esortazioni adesso erano lì a lamentarsi delle perdite e a chiedersi cosa fare. Suppongo sia per loro una compensazione sufficiente il ritenere che si sia trattato di una semplice coincidenza, ma ho comunque avvertito una sfumatura di rabbia che nel loro sguardo prendeva il posto del compatimento, e mi sono sorpreso a sorridere.
Questi semplici accadimenti mi hanno comunque portato a formulare una riflessione riguardo a problemi ben più importanti di questo piccolo incidente. Le mie considerazioni riguardano l'etica stessa della professione di Psicologo. Mi sono trovato ad esempio a chiedermi se è onesto e lecito cercare di esercitare una qualche forma di terapia o di semplice relazione con un altra persona portandosi dentro convinzioni di questo tipo senza esplicitarle in alcun modo, e senza scadere nel proselitismo. Finora la risposta più soddisfacente che mi son dato è che questo dipende dalla capacità di sopportazione di questa consapevolezza che può avere l'interlocutore. Molte persone in terapia (e non solo) sono momentaneamente o purtroppo stabilmente regredite o comunque non sufficientemente attrezzate a sopportare questa dolorosa ipotesi (anche se non è detto che se non ci riescono degli Psicologi, non possano far meglio i nostri pazienti). In questi casi non è comunque saggio aggiungere carico ulteriore all'equilibrio precario della personalità frammentata o destrutturata. Meglio posticipare o omettere considerazioni che sarebbero comunque dolorose e ansiogene. Più in generale ci si può regolare – almeno così ritengo necessario procedere – come se si dovesse parlare a una persona molto giovane che non graveremmo con problematiche penose troppo precocemente. A parziale sgravio della coscienza c'è il fatto non trascurabile che non si è stati contattati con questa richiesta. E' allora qualcosa che può essere relegato ad altri contesti comunicativi (conferenze, dibattiti), nei quali l'adesione sia implicita nella presenza in quella diversa situazione.
Ma come dirlo – qualora sia corretto farlo – e cosa comunicare? Mi è sembrato interessante notare come esistano persone che appena “annusato” il sentore pericoloso di quanto stavo affermando si sono affrettate a zittirmi (o a cercare di farlo), adducendo una legittima preferenza per non sapere questo genere di cose. Premesso che ritengo questo atteggiamento perfettamente legittimo, mi affretto a dissociarmi da esso. Ho quindi pensato che si potrebbe quasi premettere una sorta di test per scoprire questo atteggiamento. Si potrebbe ad esempio chiedere alle persone se, in caso venisse scoperta una loro patologia molto pericolosa (Aids, tumore, ecc..), preferirebbero saperlo oppure no. Sono certo che esiste una gran percentuale di persone che desiderano vivere senza conoscere questa realtà e forse non avremmo il diritto di costringerle a sapere.
A parte l'evidente considerazione che nessuno può sottoscrivere ciò che accadrà nel futuro, quanto è alto in effetti il rischio di sostituire dei fatti con delle nostre ataviche paure? D'altra parte, l'inconsistenza del modo di vivere della stragrande maggioranza della popolazione, l'atteggiamento avido e consumistico della nostra generazione, la facile distraibilità che fa sì che la maggior parte delle persone aborrisca ogni forma di responsabilità e di autocoscienza personale, per non parlare di una generalizzata insensibilità nei confronti di problemi legati alla sostenibilità e all'utilizzo delle risorse, sono tutti vettori inerziali che concorrono a lasciare che gli eventi seguano un percorso irreversibilmente votato ad essere alterato solo dalla ineluttabilità della crisi, forse dalla violenza delle circostanze, e costituiscono un ostacolo insormontabile alla possibilità di correzione di rotta.
Tra le conseguenze che hanno avuto un effetto immediato a livello personale, c'è uno stravolgimento per quanto concerne la pianificazione del futuro. Progetti che stavo coltivando e aspettative e speranze sono stati tutti in qualche misura modificati dalle anticipazioni di un futuro dalle caratteristiche tutt'altro che rosee e che si intravede arrivare a grandi passi.
In questa situazione che possiamo dire di condividere con molti abitanti di questo pianeta, fermi restando tutti gli sforzi talvolta donchisciotteschi di portare informazione, di sollecitare dibattiti e di tirare per la giacca i nostri poco lungimiranti governanti e politici, cosa è concretamente possibile fare per affrontare le prossime evoluzioni della situazione mondiale e locale? Questo lo chiedo nonostante appaiano sempre più spesso molteplici pubblicazioni (oltre alle Sue di inizio anno) anticipatrici degli anni a venire, e la sensazione che si prova è molto vicina ad un ben poco edificante senso d'impotenza.
Sarei veramente grato che si portasse il dibattito già presente in internet da un piano molto velleitario, da progetti talvolta ridicoli o eccessivamente intrisi di paure, di istinto di autoconservazione, verso ciò che è realisticamente (ancora questa parola?) possibile fare a diversi livelli e dimensioni di intervento, (familiare, locale, regionale, nazionale), e incrociare questi dati con previsioni di massima in un arco temporale di molti anni, per comprendere almeno se gli sforzi intrapresi sono adeguati alle necessità.
Il mio modestissimo contributo riguardo alla situazione che ritengo in progressivo peggioramento, è finora consistito in questo artigianale lavoro di informazione, di sensibilizzazione, alternando momenti di impegno verso gli altri a momenti di ripiego verso la determinazione di “badare prima al mio di orticello”, incentivato in questo ritiro dall'incredulità, dalle mortificazioni, dall'esposizione al ridicolo.
Sono certo che al di là della pusillanimità dimostrata da questi tentennamenti, da queste mie ambivalenze, pulsa una marcata convinzione presente in me da sempre di appartenere (almeno idealmente) alla tribù dei peak-oilers.

E' questo il motivo per cui continuerò a leggere i contributi e le pubblicazioni Sue e dei Suoi collaboratori, cercando nel frattempo, anche grazie a questi e per quanto possibile, di affinare la preparazione e l'efficacia divulgativa, al momento di molto inferiori alle aspettative.
Le sottopongo la mia personale opinione riguardante la necessità di approfondire questa relazione intercorrente fra la gravità della situazione energetica, economica e sociale e l'impossibilità psicologica da parte dei più di accettarla, di attivarsi maggiormente, di tenerla presente nelle scelte e nelle strategie per il futuro, e ancor di più per il presente.

Non credo occorra essere come il sottoscritto Psicologi con qualche conoscenza di materie Geologiche, energetiche ed estrattive per comprendere i semplici concetti da Voi propugnati, ma ritengo comunque che esistano fortissime resistenze da vincere, e credo di averne individuate (oltre che subite) alcune.
Ringraziando per la Sua sobria opera di divulgazione La prego di perdonare la prolissità di quanto scrivo.

Cordialmente, Claudio Rava

giovedì, marzo 12, 2009

Case passive e comportamenti attivi



Negli anni a seguire sentiremo sempre più parlare di efficienza energetica delle abitazioni. In funzione della sensibilità che gli Stati dimostreranno verso questo problema, ci si avvicinerà più o meno allo standard passivehouse europeo dei paesi continentali centro-settentrionali. Si tratta di case a elevato isolamento e autosufficienti: ponti termici tendenti a zero, ampie vetrate esposte a sud, spiovente del tetto calibrato sulla latitudine, doppi-tripli vetri e infissi a tenuta, ricambio d'aria con recupero di calore, pannelli fotovoltaici e solari con integrazione al riscaldamento a bassa temperatura, integrazione con pompe di calore, illuminazione a led, domotica, ...

Naturalmente, questo standard risulta fattibile sulle nuove costruzioni, per cui ci si potrebbe aspettare un fenomeno imitativo del mercato dell'auto da parte del settore cementi-costruzioni, che pure sta piccando, anche qui per la causa combinata "plateau di ricoprimento quasi raggiunto" e "picco del petrolio e del gas".

Chi ha una casa non vecchissima e non vuole abbatterla per ricostruirne una nuova può benissimo fare degli investimenti medio-piccoli su tecnologie che fanno la differenza.

Ad esempio, ecco come immagino una casa risparmiosa, senza necessariamente stravolgerne la struttura. La filosofia è quella di partire dall'alimentazione solare, quando c'è; quando non c'è, passare alle pompe di calore e altri sistemi basati sull'energa elettrica; quando non bastano, agganciarsi alle biomasse; solo come ultima scelta, agganciarsi a fonti fossili quali il gas.

Innanzitutto occorre avere un buon isolamento, cominciando dal sottotetto, poi con infissi-doppi vetri; se si riesce è buona cosa realizzare un cappotto sui muri esterni (io non ce l'ho fatta, sigh).

Poi, con pannelli fotovoltaici si punta a raggiungere l'autosufficienza elettrica, dimensionandoli in base all'assorbimento annuo (ad esempio, io consumo circa 1.500 kWh/anno, per cui un'area di circa 10-12 m2 esposti a sud è sufficiente).
Con i pannelli termici si ottiene l'acqua sanitaria e l'integrazione al riscaldamento; quando il sole non c'è (mattino presto, sera, meteo), una pompa di calore può intervenire a supporto. Se non si dispone di riscaldamento radiante a bassa temperatura (ad esempio quello a pavimento), è possibile continuare a utilizzare i "vecchi" termosifoni, facendo circolare acqua fino a un max di 45-50 °C (supponendo di integrare con tecnologie a condensazione); per i giorni più freddi dell'anno si può fare l'ultima integrazione con una stufa a legna [per questo aspetto del riscaldamento avevo chiesto un parere a Luca Mercalli e a Maurizio Tron, che ringrazio per le dritte]

Aggiungo alcune ultime considerazioni "risparmiose", che sfociano più nel settore dell'autosufficienza e della brico-ottimizzazione.

Per cucinare, quando il cielo è limpido, si possono utilizzare cucine e forni solari; quando il sole non è disponibile si può passare a stufe-forni a legna, opportunamente "piazzati" nella zona più frequentata dell'abitazione, in modo da sfruttare il calore sia per cucinare-cuocere che per riscaldare. Il forno elettrico, che "preleva" dal fotovoltaico, può essere usato preferibilmente nella stagione calda, in modo da mixare opportunamente con la biomassa, evitando di riscaldare eccessivamente gli ambienti, ma anche di "stressare" troppo un reservoir vitale a ciclo più inefficiente (fotosintesi).
Il frigorifero: sarebbe buona cosa piazzarlo a nord, "interfacciandolo" con l'edificio, in modo che lo scambiatore lavori con l'esterno.
Lavatrice e lavastoviglie: se possibile, inserirle nel circuito dell'acqua calda sanitaria citato sopra.
Infine: può essere buona cosa avere uno stock dell'acqua piovana a qualche decina di metri quadrati da adibire ad orto.


PS Si tratta di una miscellanea di idee, non necessariamente esaustive, e nemmeno fattibili contemporaneamente per tutti (ad esempio io non posso fare il cappotto, modificare il frigo, costruire il forno per il pane...). Se chi legge vuole integrare in brainstorming, ringraziamo in anticipo.

mercoledì, marzo 11, 2009

Debbie Cook speaks


Debbie Cook alla conferenza ASPO-6, a Cork, in Irlanda nel 2007. Debbie è stata sindaco di Huntington Beach, in California, è presidente del Post Carbon Institute e membro del "board" di ASPO-USA. Recentemente, ha scritto per "The Oil Drum" un articolo molto interessante sulla desalinizzazione in California intitolato "la prossima peggiore idea" che vale decisamete la pena di leggere dal quale estraggo la frase che segue. Finché gli Americani hanno persone come lei, c'è ancora speranza.



La desalinizzazione dell'acqua marina è un esempio della nostra completa incapacità di capire che esistono realtà dure - acqua, cibo, energia, suolo fertile, aria e oceani sono limitati e la popolazione continua ad aumentare come pure i consumi. Ancora una volta stiamo cercando di risolvere con la sola tecnologia a una sfida che richiede invece adattamento. Ci stiamo rapidamente avvicinando al momento in cui non avremo abbastanza soldi da buttare nei nostri problemi. Ci possiamo già essere, oppure possiamo ancora essere in grado di tirar fuori ancora qualche risorsa risicata prima che il nostro futuro si metta in linea col nostro presente. Su questo "business as usual" ci scommetto.

Originale

Ocean desalination is an example of our complete failure to recognize stark realities—water, food, energy, soil, air, and oceans are limited and our population and consumption keeps growing. Once again we are applying a technical fix to an adaptive challenge. We are rapidly approaching the time when we will not have enough money to throw at our problems. We may be there now or we may be able to squeak out a few more stranded assets before our future catches up with our present. I’m betting on business as usual.

Debbie Cook is the former Mayor of Huntington Beach, President of Post Carbon Institute, and board member of ASPO-USA.

martedì, marzo 10, 2009

Il bambino e i gettoni

Il bambino aveva ricevuto in regalo dei gettoni per le giostre del luna park. Avrebbe potuto fare una decina di giri, e poteva scegliere le giostre che preferiva. Anche lui, come alcuni suoi amici più grandi e importanti, avrebbe potuto provare dei divertimenti che non fossero i soliti giochi nel cortile con la palla.

Un giorno andò al luna park, ma con enorme dispiacere si sentì rispondere che le giostre erano ferme per manutenzione.

Il giorno seguente ritornò, ma di nuovo: non si poteva andare sulle giostre per un problema ai cavi dell'elettricità.

Il bambino tornò una terza volta, ma andò peggio: il luna park avrebbe riaperto, forse, solo tra un paio di settimane, per mancanza di fornitura da parte della vicina centrale idroelettrica.

Il bambino, che non capiva tutte queste spiegazioni, esclamò: "Ma io ho i gettoni ... ! ".

Il gestore comprese la tristezza del bambino, e gli spiegò con calma che non potevano farci niente. Dopo qualche istante decise di raccontargli la sua storia.

"Vedi, quando ero piccolo io le giostre non esistevano nemmeno. Non per questo non si giocava, anzi! I migliori ricordi sono proprio quelli dei pomeriggi passati a correre e a divertirsi a costruire le cose più semplici. Poi aprirono il luna park. All'inizio mi piaceva, ma mi sono annoiato molto presto. Oggi mi ritrovo a fare il giostraio, ma per me è un lavoro come un altro, nulla di più".

Il bambino tornò a giocare con i suoi vecchi amici della vicina borgata, e dimenticò dove aveva riposto i gettoni.

Il grande crollo del mercato immobiliare: cosa c'entra il picco del petrolio?

Questo diagramma (da www.ritholtz.com) mostra l'andamento delle nuove costruzioni di unità immobiliari negli Stati Uniti. E' solo uno dei tanti indici che mostrano come il mercato immobiliare stia crollando ovunque, non solo negli USA.



Il grande crollo è cominciato col mercato immobiliare; con la crisi dei famosi "subprime" che poi si è propagata a catena in tutti i settori della finanza. I mutui "subprime" sono quei mutui considerati a rischio dagli istituti di credito. La storia è spiegata molto bene in un video linkato sul blog "crisis" in un post di Debora Billi. E' veramente illuminante, se appena masticate un po' di inglese, perdeteci 10 minuti per guardarlo. Dopo, capirete perché siamo in grossi guai.

ASPO aveva previsto il crollo del sistema finanziario già da anni (per esempio, da parte di Colin Campbell). Ma quando questo è avvenuto, non tutti hanno colto il legame con il picco del petrolio. In effetti, il legame non è evidente: cosa c'entrano i mutui subprime con il petrolio?

Seguendo questa linea di pensiero, molti hanno parlato di un "economia reale" contrapposta all' "economia finanziaria". La prima sarebbe sana, mentre la seconda sarebbe un covo di speculazione e corruzione. Da qui, si potrebbe concludere che la crisi riguarda soltanto questo mondo etereo di grandi pescecani della finanza, ma non questa mitica economia reale che continuerà comunque a produrre beni e servizi. Il picco del petrolio, secondo questa visione, in questa faccenda non c'entra proprio niente

A mio parere, questo modo di vedere le cose è completamente sbagliato. E' proprio l'economia reale a essere nei guai; e in dei guai molto profondi. Purtroppo, la nostra tendenza a dare molta importanza alle vicende finanziarie, prezzi e mercati azionari, ci rende ciechi di fronte alle difficoltà reali di chi produce qualcosa. Ma non possiamo ignorare il profondo effetto che la crisi delle materie prime ha avuto sulla produzione industriale negli ultimi anni. Sebbene i prezzi siano andati in su e in giù, la media è rimasta molto alta e, in ogni caso, non è tanto questione di prezzi quanto di costi. I costi di estrarre, trattare e distribuire le risorse minerali sono in continuo aumento: è un effetto inevitabile del progressivo esaurimento delle risorse "facili", quelle che vengono estratte per prime.

Ma non è solo una questione di costi delle materie prime. Le industrie (soprattutto nei paesi occidentali) si trovano a fronteggiare un vero tsunami di burocrazia regolatoria che fa aumentare sempre di più i costi di produzione. I burocrati di oggi sembrano appositamente pagati per mettere i bastoni fra le ruote a chi cerca di produrre qualcosa. Si sa che la burocrazia è in gran parte un'entità autoreferenziale che si nutre di se stessa, ma ci sono anche dei motivi oggettivi che portano a questo uragano regolatorio. L'inquinamento ambientale è una realtà e i suoi costi qualcuno li deve pagare: sono costi di sistema.

Abbiamo pochi studi integrati che tengono conto di tutti questi fattori: uno è quello della serie "I Limiti dello Sviluppo". A partire dal primo studio, del 1972, fino a quello più recente, del 2005, il modello dinamico del sistema economico mondiale ci dice che la combinazione di costi crescenti delle materie prime e dell'effetto dell'inquinamento deve portare il sistema industriale mondiale a cessare di crescere e a cominciare a contrarsi.

Sembrerebbe esattamente quello che sta succedendo: il sistema produttivo mondiale sta cominciando a contrarsi, iniziando una fase di declino che durerà decenni e che si potrà invertire soltanto quando (e se) saremo in grado di sviluppare nuove fonti energetiche e nuovi metodi produttivi a basso consumo di risorse e a basso inquinamento.

Ma allora, se il guaio è nel sistema industriale, come mai abbiamo visto crollare per primi e così rovinosamente i mutui subprime e poi tutto il mercato immobiliare? In realtà, non ci dovremmo stupire di questo comportamento. Al momento in cui il sistema economico ha preso atto che non poteva più continuare a crescere come prima, chi ne ha fatto le spese è stata la frazione del sistema stesso che era più vulnerabile: il mercato immobiliare.

Il mercato immobiliare è un classico schema piramidale, o "schema di Ponzi". Questi sistemi piramidali sono basati sulla moltiplicazione delle risorse finanziarie con vari trucchi; possono esistere soltanto finché gli investitori non richiedono tutti insieme i loro capitali. A quel punto, crollano rovinosamente. Non importa che succeda niente di particolare per causare il crollo: è inevitabile a un certo punto. Ma il crollo può essere fatto scattare da un evento scatenante. Nel caso dell'attuale crisi, è probabile che questo evento scatenante sia stato il grande picco del prezzo del petrolio di metà 2008. I prezzi altissimi hanno costretto le imprese e gli investitori a trasferire capitale nel settore petrolifero. Questo ha tolto al mercato immobiliare quel tanto di liquidità che è bastato per mettere a nudo lo schema di Ponzi che c'era dietro. A quel punto, il crollo era inevitabile: effetto valanga.

Questo tipo di analisi è necessario per capire il comportamento di sistemi complessi come quello economico mondiale. Non possiamo trovarci semplici legami di causa-effetto. Sarebbe sciocco dire che il mercato immobiliare è crollato a causa del picco del petrolio. Non è così, ma sarebbe altrettanto sciocco dire che il petrolio non c'entra niente con il crollo. Non ci sono molte certezze nell'evoluzione di un sistema complesso come l'economia mondiale, ma una è che la crisi è strutturale e durerà a lungo.

lunedì, marzo 09, 2009

Che cos'è il catastrofismo?

- Che cos'è il "riscaldamento globale", nonno?
- E' quella cosa che chiamavamo "estate"


Estratto dal Sole24Ore (7 marzo 2009):


«No ai catastrofisti» Poi il premier ha puntato il dito ancora una volta con « i catastrofisti e i profeti di sciagura» perchè per uscire dalla crisi «bisogna essere ottimisti». «Con il pessimismo si fa soltanto il male dei cittadini», ha proseguito Berlusconi.

La domanda successiva da porsi è: "Che cos'è il catastrofismo"? Se lo dobbiamo combattere, dobbiamo almeno conoscerlo.

Recita il Garzanti:
catastrofismo, s.m. (geol.) teoria secondo la quale la Terra e gli esseri viventi sarebbero mutati, nel corso delle ere geologiche, attraverso improvvisi cataclismi e conseguente apparire di nuove forme.
Questo è quanto riporta il mio datato dizionario; in ogni caso, la teoria in gioco è quella dei "cataclismi", formulata intorno al 1815 dal naturalista francese Georges Cuvier. Questo tipo di teoria è perfettamente compatibile con quella dell'evoluzionismo darwiniano, anche se pone l'accento sugli effetti di fenomeni eccezionali e relativamente improvvisi, più che sul lento adattamento delle specie in condizioni soft.

Quella che credo vada evitata come la peste è la propaganda catastrofica malata, che punta alla spettacolarizzazione di fenomeni presunti ma gonfiati ad arte. A spingere questo tipo di comunicazione ci possono essere motivi "gratuiti", cioè la depressione vera e propria, oppure motivi "lucrativi", per cui chi fa certe affermazioni estreme lo fa per partito preso e per garantire continuità a possibili rendite.
Personalmente, non mi ritengo catastrofista, ma un realista scientifico. Ad esempio, sarei molto contento che venisse formulata una teoria climatica più ampia che dimostrasse l'infondatezza o la "valenza locale" della tendenza al global warming; che ci fossero riserve nascoste di petrolio; che con l'equidistribuzione delle risorse risolvessimo le enormi disuguaglianze tra nord e sud del mondo. Purtroppo, non è questo il caso.
Chi ignora le previsioni dei modelli scientifici, lo può fare per pigrizia, per indifferenza o per rifiuto.
Pigrizia: avventurarsi nei modelli dinamici comporta un certo impegno, sia mentale che di tempo
Indifferenza: qui subentra una sottovalutazione degli ordini di grandezza in gioco e la confusione generata dalle leggende.
- "Sì, è da anni che sentiamo parlare della fine del petrolio, ma finora non si vede nessun problema ... "
- "Nel mondo ci sono riserve di metano inimmaginabili"
- "Il problema della fame nel mondo? La terra è talmente grande e ci sarebbe talmente tanto cibo ..."
- "Il rialzo delle temperature è definitivamente smentito dalle abbondanti nevicate di quest'inverno in Italia"
[...]
Rifiuto: qui la cosa si fa patologica. Il rifiuto ideologico è normalmente legato a interessi politici e/o industriali, per cui risulta difficile dichiarare che il giocattolino che si vuole propagandare è rotto.
Quando si "ignora", gli effetti sono praticamente segnati. Se a farlo sono persone di peso politico, si parla di irresponsabilità. Se invece è una moltitudine di persone senza potere decisionale, ma con una enorme inerzia, possiamo parlare di "occasioni perse".

PS Curioso il fatto che vicino alle dichiarazioni del premier ci sia un link a certe esternazioni di Giorgio Napolitano [ " ... La crisi finanziaria ed economica globale «dà segni piuttosto di ulteriore aggravamento che non di allentamento» ... " ].
Cribbio, pure il presidente catastrofista & menagramo ci voleva ...

domenica, marzo 08, 2009

Il silenzio degli innocenti

Questa giovane e bellissima ragazza è una delle ultime vittime degli incidenti stradali in Italia. Attraversava le strisce, quando un criminale alla guida di un motorino ha sorpassato a destra un autobus investendola in pieno e togliendole la vita. Il padre della ragazza ha dichiarato di sentirsi morto insieme a lei.
L’Istituto Superiore della Sanità ha effettuato una stima degli effetti sanitari degli incidenti stradali in Italia correggendo gli errori per difetto delle statistiche ufficiali che conteggiavano sino a qualche anno fa solo i decessi avvenuti entro i sette giorni dall’incidente. Solo di recente le statistiche hanno iniziato a tenere conto dei morti entro trenta giorni dall’incidente, riducendo l’errore dal 40% al 10%. Il grafico e la tabella seguenti descrivono meglio di qualsiasi parola l’immane carneficina che avviene annualmente nel nostro paese nella sostanziale indifferenza di un’opinione pubblica pronta a indignarsi e allarmarsi per emergenze sociali proporzionalmente meno cruente. A titolo d’esempio, il gravissimo fenomeno delle morti sul lavoro produce circa un terzo dei decessi causati dagli incidenti stradali e, secondo un’analisi dell’Istat, circa la metà delle morti sul lavoro avviene sulla strada durante uno spostamento di lavoro.
Secondo uno studio di Amici della Terra e Ferrovie dello Stato, i costi esterni della mobilità in Italia, cioè i costi economici sostenuti dalla collettività invece che dall’attività che li genera, sono circa 100 miliardi di euro all’anno. Di questi, ben il 29% sono attribuibili agli incidenti stradali.
Ma il bollettino quotidiano che registra i morti e feriti di questa guerra planetaria che fa più vittime di tutte le guerre mondiali dell’ultimo secolo non induce le coscienze contemporanee a mettere in discussione un modello di mobilità insostenibile dal punto di vista, ambientale, energetico, economico e sociale. Sembra quasi che questo enorme tributo di vite umane rappresenti l’impronunciabile sacrificio umano da dedicare alla divinità laica delle moderne società consumistiche, l’automobile.
Perché la Chiesa Cattolica è pronta a mobilitarsi contro il diritto delle persone di poter scegliere di interrompere terapie sanitarie che le tengano artificialmente in vita e tace ipocritamente di fronte a questa negazione quotidiana del diritto alla vita?
Diciassette anni fa, una giovane e bella ragazza come quella uccisa nei giorni scorsi dal pirata della strada, prese la BMW dei genitori e, nel pieno della notte andò a schiantarsi contro un muro perdendo per sempre conoscenza. Quella ragazza si chiamava Eluana.

sabato, marzo 07, 2009

Fuoco e Ghiaccio

Fuoco e ghiaccio: immagine da "purplebliss"


Esce oggi su "The Oil Drum" un mio post intitolato "Fuoco e ghiaccio, l'effetto del picco dei combustibili fossili sui modelli climatici. " Nel post discuto i risultati di un certo numero di articoli apparsi recentemente nella letteratura scientifica e su internet a proposito di come il picco del petrolio e dei combustibili fossili modifica le conclusioni dei modelli climatici.

Non ci sono molti articoli in questo campo: è stato un review molto facile a farsi. Ma quelli che ci sono sono molto interessanti perché concordano sul fatto che lo scenario "business as usual" (bau) dell'IPCC non sara veramente bau. Ovvero, con tutta la buona volontà, non riusciremo mai ad arrivare ai livelli di oltre 1000 parti per milione (ppm) di CO2 nell'atmosfera che lo scenario prevede se non si prende nessun provvedimento per ridurre le emissioni. I modelli che tengono conto del picco indicano che ci dovremmo attestare fra 450 e 550 ppm, circa, per il solo effetto del graduale esaurimento delle risorse.

Un respiro di sollievo? Forse si; però c'è poco da stare tranquilli. Le incertezze sono immense e anche entro questi livelli di concentrazione di CO2 la temperatura potrebbe salire di oltre un grado e mezzo. Le conseguenze sarebbero molto pesanti sull'agricoltura e sul modo di vivere degli abitanti delle regioni tropicali e temperate. Da notare che, se il picco del petrolio può evitare certi estremi di temperatura, rende anche difficile adattarsi per via della minore disponibilità di energia. Per esempio ci sarà difficile rispondere con aria condizionata negli edifici e con il trasporto di generi alimentari verso le regioni danneggiate dal cambiamento. Su tutto questo, poi, aleggia la spada di Damocle degli idrati di metano che potrebbero partire a far danni per conto loro, indipendentemente dal picco o non picco.

Insomma, una situazione molto difficile; nel mio post su TOD concludo che non è detto che ci troveremo davanti a una scelta fra fuoco (riscaldamento globale) e ghiaccio (esaurimento dei combustibili). Piuttosto, ci potrebbero arrivare addosso tutte e due le cose: fuoco e ghiaccio.

Il picco dei mix



In ogni contesto produttivo-industriale è fondamentale il concetto di mix, cioè la gamma di prodotti offerti per un certo comparto. Ad esempio i vari tipi di pneumatici, i diversi modelli di autovetture di media gamma, le varietà di sacchetti di patatine, il campionario di colori per una certa pittura, e così via. Gli esempi potrebbero essere migliaia e migliaia, a seconda di quale mercato andiamo ad esplorare.

Quello che i peakoiler hanno sempre avuto in mente fin dai tempi de "I limiti dello sviluppo" è che stiamo guadagnando la vetta di un picco di produzione industriale . Questo, essenzialmente in termini di volumi/quantità prodotte. Non a caso IL problema del giorno è relativo alla perdita di occupazione ad un tasso estremamente veloce, con il 2009 - 2010 come periodo "peggiore".

Quello che invece non viene molto discusso è l'aspetto della diversificazione dei prodotti. La diminuita disponibilità energetica si rifletterà non solo nella quantità "fisica" di merci immesse e scambiate sui mercati, ma anche sui loro mix. Oggi l'industria offre, addirittura a parità di marchio, una varietà di prodotti inimmaginabile anche solo 15 anni fa. Quello che dà da pensare è che i costi energetici per mantenere questa diversificazione sono estremamente alti: moltiplicazione di linee produttive, manutenzione e ricambi, distribuzione, personale eccetera. Oltretutto, se si fa un'analisi dell'effettività di differenziazione, si scoprono peculiarità poco significative, legate essenzialmente all'estetica, al design e poco altro.

Un esempio su tutti: le automobili. La loro tecnologia di base e gli scopi sono la ripetizione nel tempo e nello spazio di concetti che hanno circa un secolo. Per un certo bisogno, ad esempio una city-car per andare al lavoro, un ipotetico acquirente deve operare scelte su un insieme di una cinquantina di casi, che nella pratica e nel prezzo sono grossomodo equivalenti.
Quello che possiamo aspettarci negli anni a seguire, allora, sarà una clusterizzazione tra prodotti simili.

venerdì, marzo 06, 2009

Illusioni


Immagine dal sito della NOAA del 14 Gennaio 2009. Le temperature medie planetarie attuali sono le più alte registrate in tempi storici. Tuttavia, negli ultimi due o tre anni abbiamo visto una pausa nella tendenza all'aumento della temperatura. Da questa pausa, molti sono saltati alla conclusione che il problema del riscaldamento globale è scomparso e che non c'è più niente di cui preoccuparsi.


Poco tempo fa, Maria - che assiste mia zia di 93 anni - mi ha raccontato della morte di sua madre, avvenuta qualche mese prima nella sua città di Kishnova, in Moldavia. Mi spiegava Maria che al suo paese è usanza mettere vicino ai moribondi, o addirittura in mano, una candela accesa. Si dice che chi muore deve avere un po' di luce, l'anima ne ha bisogno per dirigersi verso il cielo.

Così, quando è parso che la madre di Maria, sofferente di cuore, fosse vicina all'ultimo respiro, le hanno messo sul comodino una candela accesa. A un certo punto, nella notte, lei si è svegliata e ha visto la candela. Deve aver capito benissimo che cosa significava. Ma, curiosamente, mi racconta Maria che in quel momento sua madre ha riacquistato colore e vivacità. Per una mezz'oretta ha chiaccherato con i suoi figli e nipoti, raccolti intorno al letto, come se stesse bene. Per poco tempo è sembrato a tutti che la malattia fosse sparita anche come ricordo. Poi la madre di Maria si è assopita. La mattina, la candela era spenta e lei se n'era andata, serenamente.

giovedì, marzo 05, 2009

La sottile differenza tra taccagneria e risparmiosità



Zio Paperone è il taccagno per antonomasia


A volte chi mi conosce, scherzosamente (spero) mi attribuisce doti di "spilorceria". Da come lo interpreto io, si tratta di un pourparler, in quanto non mi pare esistano motivazioni energetiche che supportano il discorso.

Più che tutto deve trattarsi di un'impressione legata al fatto che parlo spesso di ritorni energetici, distanze medie coperte con un litro di carburante, metri cubi o kWh annui impiegati, "rifiuti" prodotti per unità abitativa eccetera. Cioè, paio uno che "contabilizza" tutto [in ASPO per fortuna questo non succede, in quanto c'è gente che ne sa ben più di me].

Ma qual è la vera differenza tra taccagneria e risparmiosità?

La taccagneria è un male che risiede in chi non sa, o non vuole vedere al di là del proprio naso. Si è tirchi ad esempio quando si scrocca sistematicamente la sigaretta, il caffè, un passaggio; oppure, quando non ce la sentiamo di fare delle spese oggi in quanto non ne "immaginiamo" un'utilità futura.

Molti, ad esempio, non credono nella spesa di qualche migliaio di euro per aumentare l'autonomia energetica della propria casa. Intanto, anno dopo anno, i contatori macinano numerini e divorano migliaia di euro; e nel contempo, magari, si riescono a spendere cifre anche 3-4 volte maggiori in veicoli inefficienti e in altri beni/servizi voluttuari.

Possiamo associare la taccagneria all'attaccamento morboso al denaro accumulato, che impedisce di vedere la giusta via.

Al contrario, la risparmiosità tende ad astrarre dal denaro, per legarsi alla sensatezza dei cicli termodinamici. Il risparmioso cerca di risolvere problemi di ottimizzazione, minimizzando le risorse necessarie per il raggiungimento di obiettivi di interesse generale. Tende ad acquistare e a condividere beni durevoli che si interfacciano con flussi energetici rinnovabili, anche se "costano" qualche sacrificio iniziale in più. E' consapevole che ogni "benessere" opulento e consumistico è l'immagine speculare di un malessere profondo da qualche altra parte del mondo.
Il risparmioso organizza di tanto in tanto delle sobrie (si fa per dire) feste con gli amici, in cui tra l'altro non riesce mai a evitare discorsi relativi ai problemi energetici, ed è consapevole che la festa è bella perchè non è tutti i giorni.

Il risparmioso sa che la conoscenza scientifica (e non solo), distribuita e gratuita è il più prezioso bene rinnovabile.

Personalmente, quando riesco ad essere un "risparmioso doc", mi sento molto bene con me stesso e con gli altri.

mercoledì, marzo 04, 2009

Mettiamoci la faccia

Uno dei problemi della comunicazione via internet è la tendenza a esagerare con le critiche che, facilmente, si trasformano in insulti. E' quel fenomeno che ha il nome in inglese di "flaming".

In effetti, è strano come persone che nella vita reale sono tranquillissime, si trasformano in piccoli mostriciattoli stile "Gremlins" una volta messi alla tastiera e davanti al monitor. E' una specie di sindrome Jeckyll/Mr. Hide, che colpisce placidi impiegati statali che assumono improbabili "nick" per vagare su internet in forma di piccoli dracula in forma di pipistrello alla ricerca di vittime addormentate. Sui commenti dei blog, poi, regna o l'anonimato o il nick più strampalato. Sembra la battaglia dell'Atlantico al tempo dei sommergibili dell'ammiraglio Doenitz. Emerge il sottomarino, spara i siluri, poi si immerge e sparisce.

Questi ragionamenti mi sono venuti in mente in questi giorni quando c'è stato un attimo di flaming particolarmente selvaggio in una delle liste di discussione correlate a ASPO-Italia. Come mai succedono queste cose? Beh, io credo che tutto quello che avviene abbia una ragione per avvenire; in particolare, il flaming è così comune su internet perché la comunicazione non mette in gioco i nostri neuroni-specchio. Questa è una cosa che mi ha spiegato mia figlia che studia neurologia; i neuroni specchio sono una particolare struttura cerebrale che fa si che tutti noi continuamente riproduciamo ("specchiamo") nel nostro cervello le azioni di chi ci sta intorno. E' la sorgente di quello che si chiama "empatia"; sono i neuroni specchio che ci permettono di interagire con il nostro prossimo in modi gentili e cortesi.

Ovviamente, parlandosi attraverso la tastiera e lo schermo i neuroni specchio non hanno modo di essere attivati. In più, spesso ti trovi a parlare con una persona senza nome o con un nick improbabile, tipo "Galactic Dominator". Non c'è da stupirsi se l'empatia è un po' scarsina, alle volte. Allora, per evitare gli screzi, bisognerebbe veramente cambiare un po' stile nel fare certe cose. Per prima cosa, bisognerebbe usare sempre nome e cognome. Capisco che se uno si chiama, che so, Ubaldo Castracipolle, preferisca presentarsi come Knight of Darkness, ma insomma bisogna essere anche realistici. Ma, soprattutto, è importante presentarsi con una fotografia; metterci la faccia, insomma. Questo è il modo migliore per mettere in azione i neuroni a specchio dei tuoi interlocutori.

Dopotutto è con questo semplice trucco che facebook è riuscito ad avere così tanto successo. Fateci caso: tutti si presentano su facebook con la loro foto ed è un ambiente di solito rilassato e amichevole. E' un punto che i politici hanno capito molto bene; infatti le campagne elettorali sono tutte basate su grandi faccioni che imperversano sui muri e in TV. Cercano di attivare i vostri neuroni specchio e - alle volte - ci riescono anche. Non è che dobbiamo trasformarci in politici, ma possiamo imparare da loro anche se non tutti sono particolarmente simpatici.

Certo, uno potrebbe imbrogliare con il nome, e anche con la faccia. Ma è proprio un imbroglio, a differenza del presentarsi anonimo e senza faccia, che è solo pigrizia. Dopotutto, diceva Bertolt Brecht che è faticoso esser cattivi, per cui se eliminiamo la scusa per essere pigri è probabile che i cattivi veri siano molto pochi.

Quindi, su questo post vi presento la mia faccia. Sto modificando i vari account che ho per metterci, dove possibile, la mia foto. Suggerisco che lo facciate anche voi. Ma, in fin dei conti, ricordatevi anche che esiste un mondo al di là di facebook e di internet.


martedì, marzo 03, 2009

Abitudini, inerzie e altre patologie / 7: la forza d'inerzia dei sistemi legislativi


Sono ormai alcuni anni che sentiamo parlare di questo fantomatico "decreto milleproroghe", che immancabilmente si manifesta per procrastinare di mesi/anni azioni e scadenze che avrebbero già dovute giungere a un termine. Naturalmente, la mia ignoranza in materia giuridica è tanta, tuttavia voglio provare ad avanzare qualche congettura.

Questo stato dell'arte, questa esistenza ricorrente di una legge che agisce su un insieme di leggi mi ricorda vagamente il famoso paradosso di Bertrand Russel, in cui la definizione di insieme autoinclusivo (ad esempio, " l'insieme di tutti gli insiemi ", " l'insieme dei barbieri che si radono da soli ") conduce a un apparato logico con contraddizioni, dunque in certe condizioni indecidibile, per la possibilità di formulare asserti che risultano contemporanemente sia veri che falsi.

I paradossi, normalmente, creano feedback positivi e accelerano la transizione al caos.

Ma perchè riusciamo a produrre cose così perverse, che assorbono potenza decisionale che potrebbe essere utilmente impiegata nella transizione alle energie rinnovabili?

Sicuramente, avere tantissime leggi (circa 350.000 in Italia) crea una complessità mostruosa, che rende qualunque cambiamento estremamente difficoltoso. E' molto più facile "trascinare" ancora per un po' l'esistente, e poi chi arriverà dopo se la vedrà ...

Inoltre, fisiologicamente e per colpa di nessuno, i sistemi a "tanti corpi" hanno un'inerzia intrinseca, quindi prima che un'idea diventi proposta, venga accolta da tanti, poi da (quasi) tutti, poi venga attuata da molti, poi da (quasi) tutti passano 2-3 anni. Uno dei modi per accelerare questi tempi potrebbe essere quello di utilizzare l'intelligenza collettiva e connettiva; quest'ultima risorsa presuppone però un grado di evoluzione dei sistemi di informazione che l'Italia politica, per ora, sembra rifuggire.
PS Tra le azioni insabbiate dal milleproroghe risulta, tra l'altro, quella relativa agli impianti rinnovabili per i nuovi edifici, voce " Costruzioni (articoli 29, commi 1-quinquies e 1-sexies, 38, comma 1-bis e 40, comma 2-bis) ". Qui il link al Sole24Ore.
Ci sono molte altre cose sicuramente interessanti (es. " Motoscafi e barche " , " Servizi radiotelevisi Italia-San Marino " ... ) , ma mi permetto di ricordare che esiste una scala di priorità. Le energie rinnovabili dovrebbero essere al punto 1, e non banalizzate in un calderone di argomenti presi qua e là.