domenica, febbraio 15, 2009

Il picco dei licenziamenti



Tempo fa ho scritto un post dal titolo "Il picco dei raccomandati", in cui avevo cercato di analizzare il fenomeno della raccomandazione sul lavoro e di studiarne l'evoluzione parallelamente al picco del petrolio. Mi ha colpito il commento di un anonimo, che condivido:

"Al diminuire dei posti disponibili, un uguale numero di raccomandati copre una percentuale crescente di ruoli".
Ora che la crisi industriale si sta facendo più "concreta", mi sento di dire che stiamo per arrivare a vedere il picco dei licenziamenti. Qualcuno percepirà che sto scrivendo un'ovvietà; forse.

La riduzione della crescita industriale (il cui leading factor è la diminuzione di output petrolifero) reca con sè l'impellente necessità di chiusura di stabilimenti, di ridimensionamenti per i siti che si salvano, di ristrutturazioni generali. In questo contesto assisteremo (e assistiamo, garantisco) a un inasprimento del triste fenomeno dei maltrattamenti sul lavoro (mobbing).

Il modo più conveniente per le aziende per procedere con la riduzione del personale è proprio quello delle dimissioni volontarie; però, essendo oggi il mercato del lavoro particolarmenete stantio, non sono in molti a rassegnare le dimissioni di propria iniziativa, in assenza di particolari motivi.
Ed è qui che interviene la macchina infernale: una serie di azioni pianificate e mirate volte a demotivare e stressare psicologicamente le persone obiettivo. Rimproveri per cose di poco conto, esclusione, fino ad arrivare a sfiorare l'illecito con atteggiamenti aggressivi, intimidazioni, offese.

Le azioni sono normalmente attuate dal "responsabile" gerarchico, ma sono quasi sempre coadiuvate da una rete di "persone" (servi) che ne garantiscono la continuità. Ovviamente, dietro le quinte c'è la regia di una funzione aziendale di livello medio-alto che è motore, supervisore delle azioni, nonchè "motivatore" dei mobbers.

Dirigenza e mobbers corrispondono a quei "raccomandati" di cui parla l'anonimo nel suo commento, che cercano di trarre profitto dalla situazione (o anche solo di sopravvivere alla crisi), cavalcando il picco dei licenziamenti.

Il risultato complessivo, comunque, sarà un danno ulteriore alle realtà industriali "vecchiotte" già in difficoltà, legato alla pessima performance della disperata strategia "ognuno per sè" (si veda per un approfondimento il post di Ecoalfabeta "La tragedia dei commons / 1 ).

Una serie di colpi che alla fine della fiera potrebbero avere una contropartita positiva: il decollo e l'implementazione diffusa delle nuove tecnologie rinnovabili.


PS Per un confronto con un altro stile di management, che a mio avviso ha un ritorno energetico molto maggiore di 1, si veda il post "L'arte del management secondo Ugo Bardi"

sabato, febbraio 14, 2009

A Favore dei Veicoli Elettrici

Modello Detroit Electric - 1912
(fonte web: http://www.speedace.info/electric_vehicle_history.htm)


E’ ormai ben accetto che l’emissione di inquinanti nell’ambiente (aria, terra e acqua) rappresenta e rimane uno dei maggiori problemi della società moderna, dovuto in larghissima parte all’uso dei veicoli stradali (soprattutto ad uso privato) con motori a benzina, diesel (in particolar modo) e al gas (in minore misura). Inoltre è fuori da qualsiasi dubbio che il riscaldamento del Pianeta Terra, sia conseguenza della emissione di elevati quantità di CO2 in atmosfera. Altri inquinanti, come gli idrocarburi aromatici policiclici, risultanti dalla combustione incompleta dei combustibili fossili sono responsabili dell’insorgere di molte malattie (cardio - respiratorie) moderne (Funk K, Rabl A. Electric versus conventional vehicles: social costs and benefits in France. Transportation research part D 4. 1999; 397-411).
In 50 anni, le emissioni totali di CO2 da fonti di energia fossile (FEF), sono cresciute partendo da 5,9 miliardi a 29 miliardi di tonnellate (2006) (Energy Information Administration (EIA), Annual Carbon Report, 2008, http://www.eia.doe.gov/iea/carbon.html). Nel 2002, negli Stati Uniti d’America, il 30% circa dei NOx emessi, provengono dai veicoli a motore Diesel. Sempre negli USA, nel 2005 sono stati stimati emissioni dovuti a motori Diesel, come segue: 657000 tons NOx , 1100000 tons CO, 63000 tons PM10 e 94000 tons SO2 (Abolhasani S. Assessment of on-board emissions and energy use of non-road construction vehicles. A thesis for the degree of Master of Science in North Carolina State University. 2006).
Funk el al. (1999) hanno calcolato che i costi sociali dei danni dovuti agli agenti inquinanti sono pari al 7% del costo del ciclo di vita di un nuovo veicolo a benzine, mentre il valore sale a 120% del costo dei nuovi veicoli a motore Diesel. Una frazione importante degli inquinanti prodotti dai combustibili fossili proviene dalle attività agricole. Infatti, Mayeres et al. (Mayeres I, Proost S, Vandercruyssen D, Nocker L D, Panis L I, Wouters G, Borger B D. The external costs of transportation. 2001. Final report. Sustainable mobility program federal office for scientific, technical and cultural affairs, state of Belgium, prime minister’s services) hanno valutato che 40% della produzione mondiale di NOx proviene prevalentemente dalle attività agricole.

Posti i fatti indicati sopra, e prima di andare avanti con questa breve analisi, vanno affermati dei concetti chiave e semplici, difficili da confutare (non necessariamente esaustivi):
1- Non esiste un settore della nostra società moderna che non produce inquinamento.
2- Le fonti tecniche che producono energie rinnovabili passano in una fase produttrice di inquinanti, in particolare durante i processi di produzione iniziale dei vari elementi e alla fine del loro ciclo vitale qualora il riuso ed il riciclo non sono attuati.
3- Il passaggio da una società fondata sul Petrolio ad una fondata sulle Energie Rinnovabili, non potrà mai verificarsi in modo automatico, rapido e breve: esso necessita di una strategia capace di attuare cambiamenti (graduali, integrati e virtuosi), investimenti, formazione e conversione culturale.

Secondo molti autori (Granovskii et al., 2001; Moussazadeh, Bardi e El Asmar, 2009 – le fonti sono citate più avanti) il modo più rapido e semplice per ridurre l’inquinamento dovuto all’uso massiccio e incongruo dei combustibili fossili è quello di un intervento sul settore del trasporto privato (questo articolo non prende in considerazione il trasporto pubblico del quale abbiamo molto appreso grazie a Terenzio Longobardi): cioè sostituire (per quanto possibile) i veicoli convenzionali con motori a benzina o diesel, con veicoli a motore elettrico con energia fornita da batterie.

In un recentissimo studio in corso di pubblicazione (Hossein Mousazadeh, Alireza Keyhani, Hossein Mobli, Ugo Bardi,Ginevra Lombardi, Toufic el Asmar. Environmental assessment of RAMseS multipurpose electric vehicle compared to a conventional combustion engine vehicle. Journal for Clean Production (2009), Elsevier) abbiamo analizzato gli effetti ambientali dell’uso di un veicolo elettrico (in questo caso il veicolo RAMseS (www.ec-ramses.org)) comparandolo con un veicolo con motore a combustione interna (ICEV). L’analisi è stata eseguita applicando il “Lyfe Cycle Assessment – LCA” per la maggior parte dei processi implicati in entrambi i casi (RAMseS e convenzionale); per i veicoli abbiamo applicato una altro tipo di LCA ossia la metodologia Well-to-Wheel (dal pozzo alla ruota). Per il confronto abbiamo considerato il trattore modello John Deer 3120 da 40 CV (considerando che RAMseS a parità di coppia ha la stessa potenza). Abbiamo dimostrato che, rispetto ai veicoli ibridi e a quelli convenzionali, un veicolo elettrico a batterie alimentate da FER, presenta dei vantaggi notevoli sia dal punto di vista ambientale che economico. Questi vantaggi si mantengono anche se il veicolo elettrico è alimentato direttamente dalla rete elettrica. I risultati del nostro lavoro concordano benissimo con quelli di un altro svolto da Granovskii et al. (Granovskii M, Dincer I, Rosen M A. Economic and environmental comparison of conventional, hybrid, electric and hydrogen fuel cell vehicles. Journal of power sources. 2006; 159: 1186–1193).

Schema sistema RAMseS (Stand-Alone or On Grid)

L’analisi LCA prende in considerazione tutti i carichi e gli oneri ambientali associati ad un sistema, dall’acquisto delle materie prime grezze fino alla fine del suo ciclo vitale (fino alla posa in discarica e/o smaltimento). I maggiori elementi critici riscontrati sono:
A- Veicolo Elettrico: l’elemento inquinante è rappresentato dalle batterie, in particolar modo a fine ciclo; e se il loro smaltimento non rispetta le procedure richieste, si possono verificare rischi: emissione di piombo e arsenico – tuttavia esistono pochi dati in bibliografia; (figura 1)
B- Impianto Fotovoltaico (il sistema RAMseS è stand-alone alimentato da un sistema FV da 10kWp): gli elementi inquinanti sono rappresentati in particolare dai metalli pesanti, gas tossici ed emissione di gas serra (prima fase del ciclo di vita); (figura 1)

Figura 1
C- Veicolo ICEV: in questo caso a prescindere dal tipo di combustibile (diesel o benzina) gli elementi critici sono numerosi: Produzione di combustibile ed oli (lubrificanti), consumo e rifornimento di combustibile, impianto di emissione di inquinanti (marmitta per esempio), emissione di vapori, costruzione del veicolo, fine vita del veicolo; (figura 2)

Figura 2
Inoltre, l’analisi ha considerato le fasi di manutenzione e riparazione (numerosi nel corso della vita del veicolo) durante le quali si verificano perdite o immissione di inquinanti nell’ambiente (suolo, acqua, …) di migliaia di litri di oli bruciati, filtri, altri inquinanti (contenitori di plastica degli oli ad esempio, …). Non solo, rispetto ai veicoli elettrici, i veicoli convenzionali VMCI producono altri tipi di inquinanti come i rumori e le vibrazioni ed emettono nell’aria quantità importanti di articolati e prodotti estremamente fini con impatto negativo sulla salute delle persone e dell’ambiente.

Confronti produzione inquinanti tra RAMseS e ICEV

Il nostro lavoro dimostra il seguente:
- Le tecnologie di produzione di energia da fonte fossile (centrale elettrica ad olio, a petrolio, a carbone, ecc.) producono inquinamento durante tutte le fasi del loro ciclo vitale;
- Le tecnologie di produzione di energia da fonte rinnovabile (fotovoltaico, eolico, idroelettrico, ecc.) possono produrre inquinamento durante la prima e/o durante l’ultima fase del loro ciclo vitale;
- I veicoli con motore a combustione interna inquinano l’ambiente (aria, terra e acqua) e sono responsabili di molte malattie tediose e terminali;
- Alla stregua delle tecnologie FER, i veicoli elettrici possono essere inquinanti durante l’inizio o alla fine del loro ciclo di vita. In particolar modo le batterie. Tale impatto negativo potrebbe essere attenuato qualora si applicassero le regole di recupero, ri-uso e riciclaggio.

In conclusione:
Per quanto riguarda il trasporto privato, il rapporto di Greenpeace Germania (qualora fosse vera la fonte) è privo di qualsiasi consistenza scientifica; non esistono dati e/o riferimenti tecnici e bibliografici. L’autore si basa soltanto su convinzioni personali e con molta probabilità su una avversione verso i veicoli elettrici.
Forse con quella uscita Greenpeace Germania abbia voluto spingere di più verso una incentivazione del trasporto pubblico (tram, treno, …) ma ha completamente sbagliato strategia volendo colpire una tecnologia nata a metà dell’800 e che ha un futuro sempre più promettente sotto tutti i punti di vista.

Quando s'alza il vento

Buone notizie sul fronte dell’eolico. Dai dati provvisori disponibili sul sito di Terna S.p.A., nel 2008 in Italia, la potenza eolica installata è cresciuta sensibilmente fino a 3736 MW. I valori provvisori forniti da Terna per la produzione sono leggermente incongrui, in quanto la produzione annua di energia eolica sarebbe di 6.637.000 MWh, mentre la somma delle produzioni mensili fornisce un valore di 6.332.000 MWh. In attesa dei risultati definitivi, anche considerando il valore più basso, si tratterebbe comunque di un ottimo risultato. Infatti, il fattore di carico del parco eolico nazionale, corrisponderebbe a 1695 ore equivalenti, migliorando sensibilmente il dato del 2007 che, come avevo segnalato in un articolo precedente, era stato inferiore alle 1500 ore equivalenti. Questo fatto importante dimostrerebbe che la nuova potenza eolica installata è stata localizzata in siti più produttivi in termini di velocità del vento. Se consideriamo l’intero sistema elettrico nazionale, l’eolico oggi quindi produce circa l’1,8% del Consumo Interno Lordo, ma può crescere ancora sensibilmente. Secondo uno studio dell’Anev, l’associazione delle aziende eoliche italiane, il potenziale eolico italiano è di circa 16000 MW. Se le ore equivalenti rimanessero al valore attuale, avremmo una produzione potenziale di 16000 MW x 1695 h = 27.120.000 MWh = 27,1 TWh, cioè circa il 7% del Consumo Interno Lordo di energia elettrica. Se invece utilizzassimo prevalentemente i siti più ventosi (crinali e off-shore) e riuscissimo a conseguire un obiettivo di 2000 ore equivalenti, avremmo una produzione potenziale di 16000 MW x 2000 h = 32.000.000 MWh = 32 TWh cioè circa il 9% del Consumo Interno Lordo. La differenza, cioè 5 TWh, corrisponderebbe all'incirca all'energia prodotta da una centrale termoelettrica di 800 MW - 1000 MW. Per ottimizzare la producibilità energetica dall'eolico sarebbe però necessario applicare il regime dei certificati verdi esistente in Italia solo ai siti con maggiore intensità del vento (dalle 2000 ore equivalenti in su).
Per quanto detto, e considerando che la produzione di energia elettrica italiana da olio combustibile (derivato del petrolio) è attualmente pari al 6,3% del Consumo Interno Lordo, l’utilizzazione completa delle potenzialità eoliche italiane permetterebbe quindi di annullare del tutto la dipendenza da un combustibile fossile che sarà sempre più scarso in futuro a causa del raggiungimento del picco produttivo. Inoltre eviteremmo la costruzione di centrali a carbone al posto di quelle a olio combustibile per circa 4000 MW (cioè quattro centrali da 1000 MW), risparmiando l'emissione in atmosfera di circa 20 milioni di tonnellate di CO2, cioè quasi la riduzione richiesta dal protocollo di Kyoto per le emissioni del settore elettrico italiano (e il 20% di quelle del settore energetico nel suo complesso).
Per il conseguimento della potenza massima indicata deve però essere risolto un problema non marginale, cioè la compatibilità della produzione intermittente di energia eolica con la rete elettrica nazionale. Le possibili soluzioni, messe confronto con le strategie di altri paesi europei, sono contenute in un brillante articolo di Eugenio Saraceno, sempre su questo blog.
Concludendo, l’eolico convenzionale può dare un importante ma non risolutivo contributo alla produzione di energia elettrica nazionale, ha un valore tattico ma non strategico nelle politiche energetiche nazionali. In prospettiva è necessario ricercare e sperimentare soluzioni in grado di superare i limiti dell’attuale tecnologia descritti in precedenza. Un modo efficace per risolverli potrebbe essere il progetto dell’eolico di alta quota Kitegen.

giovedì, febbraio 12, 2009

Un pezzo di ASPO Italia a Bruxelles

Il Martedi sera sono stato a Bruxelles, invitato alla cerimonia annuale organizzata dalla Commissione Europea nell'ambito del Sustainable Energy Europe Campain (http://www.sustenergy.org/). Si tratta di un evento annuale durante il quale la Commissione Europea, Direzione Energia, premia i 6 migliori progetti sull'efficienza energetica, l'uso intelligente dell'energia e la sua sostenibilità ambientale. Due volte all'anno, la Commissione Europea, nell'ambito del programma Intelligent Energy Europe (http://ec.europa.eu/energy/intelligent/index_en.html) pubblica dei bandi (il prossimo esce verso fine marzo) per la presentazione di proposte di progetto sull'Energia.
Quest'anno ci sono state 5 nominations Italiane, tutte incluse nella strategia congiunta del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del mare. Una delle nomination ha vinto il premio. Si tratta del Consorzio Produttori Agricoli Acque Minerali Umbre (AMU), il cui Presidente è il Dr. Agronomo Renato Cami. Il premio era stato ritirato dal Dr. Cami e dal nostro Associato e amico il Dr. Giovanni Mastino (nella foto). Il consorzio AMU, insieme alle sue associate, è da anni impegnato nel settore dell'agroenergetico. Il progetto si affida ad un Distretto Agricolo Energetico Territoriale al quale partecipano i vari attori locali, pubblici e privati, coinvolti nella filiera agroenergetica. Ciascun territorio del distretto, è caratterizzato dalle proprie risorse naturali, grazie alle quali può ottenere energia pulita. Ciascun territorio sempre nell'ambito del Distretto, produce, trasforma e consuma energia, attraverso le risorse agroforestali locali. Il risultato è risparmio economico, occupabilità, tutela dell'ambiente. Il Distretto ha lo scopo principale di migliorare la coesione e la collaborazione locale rendendo così più condiviso ed efficiente la gestione del sistema

A dire la verità, Giovanni non l'ho mai conosciuto personalmente. Durante il buffet post premiazioni, mi ero presentato a lui e al Dr. Cami. Allora Giovanni mi ha sorriso dicendomi il suo nome .. è stato una gran bella coincidenza ritrovarci lì.

A lato dell'evento devo ammettere che sono stato particolarmente sorpreso dalle politiche poco coerenti della CE. Accanto al palazzo di Governo della Commissione, c'è un'altro altrettanto alto (non ho contato i piani) tutto occupato proprio dal programma Sustainable Energy Campain. E' un palazzone di vetro, quasi sempre illuminato e riscaldato. A mio parere c'era poco risparmio energetico o efficienza, ma non posso giudicare dato che non so che tipo di sistema di riscaldamento/raffreddamento usano .. tuttavia dubito che sia solare.

Una cosa interessante a Bruxelles è l'illuminazione stradale, almeno le strade che avevo visitato: erano quasi tutti illuminati con lampioni a led.

Per quanto riguarda il trasporto, Bruxelles, malgrado un ottimo sistema di Metropolitana, e almeno nelle ore di punta era intasata dal traffico. Ieri, andando verso l'aeroporto Charleroi c'era una coda di ben 10 Km ... pazzesco. Tuttavia oltre ai parchi eolici ho visto accanto all'aeroporto un palazzo (foto in basso) sul tetto del quale c'era due rotori eolici verticali funzionanti alla grande; di sicuro alimentano il fabbisogno del palazzo stesso.


Darwin: il primo scienziato dei sistemi complessi

Una certa visione tradizionale dell'evoluzione darwiniana la vede come un processo di progressiva crescita da forme "primitive" verso forme "superiori". Spesso, si considera l'uomo (l'uomo bianco) come la creatura in cima a questa piramide di perfezione. Questa visione è lontanissima da quello che Darwin pensava e proponeva.


Ricorre oggi il bicentenario della nascita di Charles Darwin. Dopo tanti anni, stiamo ancora scoprendo nuove conseguenze della sua grande intuizione: quella che lui aveva chiamato "evoluzione per selezione naturale". Una visione che era il primo tentativo di esaminare scientificamente quello che oggi chiameremmo un "sistema complesso": la biosfera terrestre, tuttora probabilmente il sistema più complesso che conosciamo. Darwin non sapeva niente di biologia molecolare, eppure la sua ipotesi si è rivelata perfettamente compatibile con tutto quello che sappiamo in biologia. Darwin è stato veramente un pilastro della scienza moderna.

Uno dei suoi pochi errori fu quello di aver usato il termine "evoluzione". "Adattamento" sarebbe stato più appropriato (meglio ancora "omeostasi adattativa"), per descrivere le variazioni delle specie in funzione del tempo. Sfortunatamente, il termine "evoluzione" è stato costantemente interpretato nel senso di "progresso", ovvero come se le specie terrestri avessero percorso una lunga strada verso una sempre maggiore perfezione formando una piramide sul cui vertice stava, miracolosamente, l'uomo e - secondo alcuni - l'uomo bianco.

Non c'è bisogno di dire che questa interpretazione è completamente falsa. Non esiste una graduatoria di perfezione fra gli esseri viventi. Tutti hanno percorso strade della stessa lunghezza e sono altrettanto adatti a sopravvivere nelle condizioni in cui vivono. Giustificare l'odio razziale e gli stermini di massa degli ultimi secoli sulla base delle idee di Darwin è stato, e resta, solo una perversione del pensiero di un uomo che sarebbe rimasto sicuramente disgustato se avesse potuto vedere quello che è stato perpetrato in suo nome.

La storia delle idee di Darwin è quella di una lentissima penetrazione nel pensiero comune che, a tutt'oggi, non è ancora completa. In effetti, Darwin ha subito periodiche demonizzazioni ideologiche a partire dal famoso dibattito di Thomas Huxley con il vescovo Wilberforce nel 1860. Per molti versi, il dibattito sull'evoluzione riecheggia quello che è successo al lavoro dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972 e a quello che sta succedendo alla scienza del clima oggi. La demonizzazione politica è il destino di ogni idea che forza la società a un cambiamento. Come se fosse un essere vivente, la società riconosce le nuove idee come un virus pericoloso e reagisce scatenando una reazione immunitaria che cerca di distruggerle.

Forse un giorno riusciremo a integrare nel nostro modo di pensare e nella struttura della società anche queste idee "pericolose" (come Daniel Dennett ha definito quelle di Darwin). Non ci riusciamo ancora completamente, ma la loro persistente vitalità ci da una speranza per il futuro.

mercoledì, febbraio 11, 2009

Il disastro australiano: un effetto del riscaldamento globale


Un immagine della NASA degli incendi Australiani degli ultimi giorni: un disastro di proporzioni spaventose. Mancano ancora dati precisi, ma si parla già di di centinaia di migliaia di ettari bruciati.


Il disastro australiano è ancora in atto, ma già se ne cercano le ragioni. Purtroppo, come sempre in questi casi, si cerca il capro espiatorio. Così, il governo australiano se la prende ufficialmente con i "piromani". Curiosamente, per l'esistenza di questi piromani, nessuno chiede prove così schiaccianti come sono chieste per l'influenza umana sul riscaldamento globale. In ogni caso, serve a poco prendersela con questi ipotetici incendiari; così come serve a poco prendersela con gli "speculatori" per il disastro della borsa; così come è servito a poco prendersela con gli untori al tempo della peste di Milano. Sono altre le ragioni del disastro.

L'Australia del sud è soggetta a incendi periodici come quello degli ultimi giorni. Il problema è che la frequenza e l'intensità di questi incendi è molto aumentata negli ultimi anni, e non solo in Australia. E' ovvio che sarebbe sbagliato dare tutta la colpa al riscaldamento globale. Tuttavia, proprio perchè l'Australia è così a rischio, basta poco per far scattare la reazione a catena di un incendio dopo l'altro. Il riscaldamento globale da sicuramente un contributo: gli esperti sono concordi su questo punto.

A parte i danni locali, una cosa preoccupante di questi eventi è che - distruggendo la vegetazione - gli incendi generano ulteriore CO2 immessa nell'atmosfera che aumenta ancora di più il riscaldamento. Questo, a sua volta, rischia di generare ulteriori incendi e ulteriore riscaldamento. E' una reazione di feedback positivo che - al momento - non è stata molto studiata, ma è certo che esiste. I risultati disponibili indicano che da un contributo non trascurabile al riscaldamento globale. (vedi, per esempio, questo link)

Sembra che gli incendi in Australia siano in calo. L'estate dell'emisfero Sud volge al termine e nella zona di Victoria non è rimasto gran che da bruciare. Per l'emisfero Nord, dove stiamo noi, speriamo bene per l'estate in arrivo.

Nota aggiunta posteriormente. Fra i commenti si è discusso sull'opportunità di definire la situazione australiana un "effetto" del riscaldamento globale. Su questo punto, ci sono due estremi che sono ovviamente entrambi sbagliati: il primo è sostenere che gli incendi non hanno niente a che vedere con il riscaldamento globale, il secondo che gli incendi sono in qualche modo la "prova" del riscaldamento globale. La posizione corretta è intermedia fra questi due estremi e qui io credo che non sia il caso di fare delle sottigliezze semantiche. Nel caso del territorio dell'Australia del sud, la catena causale fra "più caldo" e "maggior rischio di incendio" è troppo ovvia per volerla per forza nascondere sotto il tappeto. Quindi, si può e si deve fare la correlazione fra le due cose, sperando che questo porti a dei provvedimenti sia contro i rischi di ulteriori incendi, sia contro l'ulteriore aumento delle temperature. 


Trovate una serie di immagini impressionanti del disastro australiano a questo link.

Abitudini, inerzie e altre patologie / 6 : parrucchieri di se stessi



Dopo il guest post della saga Abitudini, inerzie e altre patologie / 2 : l'etica del rasoio (by Pippo Lillo), vi proponiamo un argomento di una certa attinenza.

Nella foto potete vedere il tagliacapelli che ho acquistato più di un anno fa (non dovrebbe leggersi la marca, dunque nessuna pubblicità occulta). Avevo deciso di procurarmelo un po' per sfizio, un po' per tentare una via di risparmio.

Dopo i primi 2-3 tagli, consacrati a prendere confidenza con l'apparecchio, devo dire che sono molto soddisfatto. In tre quarti d'ora al massimo realizzo il taglio (e regolo pure la barba, quando c'è) , dunque il tempo impegnato è inferiore al caso classico dal parrucchiere prenotazione-spostamento-attesa-taglio-spostamento.

A livello economico il ritorno è interessante: 70 € di spesa; tagliando i capelli ogni mese, risparmio 15 x 12 =180 € l'anno. Supponendo che la batteria ricaricabile vada bene una decina d'anni, risparmio 1.800 € , spendendone 70 + pochi di corrente elettrica. Naturalmente, nel caso di un nucleo familiare con n utenti la resa aumenta di un fattore "quasi" n (facendo più ricariche all'anno la vita potrebbe diminuire).

Rispetto al caso del rasoio a mano c'è una sostanziale differenza. Non ci sono "rifiuti" evidenti in gioco come le lamette, dunque le due optioni "parrucchiere" e "fai da te" sono grossomodo ecologicamente equivalenti. Appurato questo, siamo liberi di scegliere il risparmio e la qualità casereccia, oppure la spesa e la performance. Naturalmente, la mia capacità/qualità di autotaglio è anni luce dalla professionalità e dall'estro di un vero parrucchiere. Ma questa è un'altra storia.


PS Con i capelli corti, risulta del tutto superfluo l'utilizzo del phon nella stagione invernale; anche la quantità di shampoo da impiegare diminuisce significativamente.

martedì, febbraio 10, 2009

Io e il lampredotto

Il panino col lampredotto è un'antica tradizione fiorentina. E' buono, a buon prezzo e nutritivo, anche se non è proprio leggero per lo stomaco. Di solito lo si mangia stando in piedi davanti al banchino e lo si accompagna con un bicchiere di rosso. Questa storia che vi racconto è avvenuta davanti a un banchino come questo.


Io: "Uno col lampredotto, grazie."
Venditrice: "Ecco"
I: "Un bicchiere di rosso, si può avere?"
V: "No. C'è una nuova legge. Non possiamo più vendere vino sfuso"
I: "Ah....?"
V: "Può prendere una bottiglietta. Sono 25 cc., un bicchiere e mezzo"
I: "Va bene, una bottiglietta."
V: "Vuole anche un bicchiere?"
I: "Per forza, non vorrà che lo beva con la cannuccia!"
V (sorride): "Non si sa mai, abbiamo tanti turisti americani...."
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I: "La bottiglia glie la ridò indietro?"
V: "Solo se me la ridà piena"
I: "Non la può riprendere?"
V: "Non si può."
I: "Allora dove la butto?"
V: "La butti nel cestino, lì, a lato."
I: "Ma il vetro non si butta da qualche parte.... sa... separato?"
V: "No."
I: "Ci butto anche il bicchiere di plastica?"
V: "Si."

(butto bottiglia di vetro, bicchiere di plastica, carta e nylon dove era avvolto il panino, tutto insieme del bidoncino dove c'è altra carta, plastica, bottiglie, lattine, tappi in plastica e in metallo e resti di panini vari)

I: "Grazie e arrivederci"
V: "Arrivederci"
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Questo dialogo si è svolto a duecento metri dalla sede della provincia di Firenze dove ho passato una mattinata a parlare con vari assessori e funzionari a proposito della necessità di incrementare la frazione della raccolta differenziata dei rifiuti.

Che succede al nucleare?



Andamento della produzione elettrica per varie fonti in Gran Bretagna (immagine segnalata da Gail Tilverberg).
Coal: carbone; natural gas: gas naturale; nuclear: nucleare; oil: petrolio; hydro: idroelettrico; other: altro.

Un piccolo set di dati interessanti per far vedere le tendenze della produzione di elettricità in un paese vicino; la Gran Bretagna. Notate come il carbone sia il combustibile più importante. Notate anche come la produzione segue il ciclo stagionale, sicuramente spegnendo e accendendo una parte degli impianti. Il gas, invece, viene utilizzato per seguire i cicli giornalieri, ma questa variazione non appare nel grafico.

E' interessante vedere l'andamento della produzione di energia nucleare che, apparentemente, non segue il ciclo stagionale ma mostra una netta tendenza alla diminuzione. Negli ultimi cinque anni la produzione si è dimezzata!

Questo crollo del nucleare inglese si spiega con il fatto che gli impianti sono vecchi e ormai prossimi alla pensione. In Gran Bretagna ci sono 24 reattori in azione, alcuni risalgono agli anni 1960, il più recente è del 1988. Evidentemente il sistema di produzione nucleare inglese è destinato a sparire in qualche decennio se i vecchi reattori non vengono sostituiti. In questo senso, i "20 nuovi reattori" che il governo inglese sta considerando venno visti come una sostituzione dei vecchi e non certamente come un espansione della produzione nucleare. Non è per niente ovvio, tuttavia, che si trovino le risorse per costruire questi reattori.

La Gran Bretagna evidenzia in modo particolarmente netto una tendenza che si vede anche a livello globale: l'anziana flotta di reattori costruita a partire dagli anni '60 non è stata sostituita e ora comincia a mostrare gli anni. Nel 2007, la produzione globale di energia nucleare è calata per la prima volta nella storia. Si aspettano i dati per il 2008, ma sembra che la tendenza continui.

La spiegazione standard per il declino del nucleare è che negli anni '80 gruppi di ambientalisti fanatici abbiano tagliato le gambe a una fiorente industria che, altrimenti, si sarebbe sviluppata rapidamente e così oggi non avremmo più problemi di energia. Può darsi. Ma ho qualche dubbio considerando il successo che gli ambientalisti fanatici stanno avendo in altri campi, per esempio nel fare qualcosa di serio contro il riscaldamento globale. La mia impressione è che il nucleare abbia fatto il suo ciclo, proprio come lo ha fatto e lo sta facendo il petrolio. Così, se il picco del petrolio è stato nel 2008, può darsi che il nucleare abbia piccato con un anno di anticipo.

lunedì, febbraio 09, 2009

L'EROEI degli attori non è cosa da EROI


Con mia grande sorpresa, l'altra sera al quiz serale di Raiuno "L' eredità" è stata formulata la domanda: "Tra i seguenti attori, qual è quello che ha fatto guadagnare di più per ogni dollaro investito su di lui/lei" ?
Non ricordo assolutamente la sequenza completa, ma ad esempio Tom Cruise fa in media guadagnare alla macchina organizzativa del cinema e indotto circa 4 dollari per ogni dollaro con cui viene pagato; Nicole Kidman si è invece recentemente assestata su un dollaro prodotto per ogni dollaro di cachet (!), con grandi preoccupazioni degli impresari che lavorano per niente.

E' incredibile quanto i concorrenti riuscissero ad afferrare perfettamente il concetto.

Invece, far passare quest'idea in termini energetici (EROEI: ritorno energetico per unità energetica investita) a proposito del tramonto delle risorse fossili "facili" da estrarre, è un'impresa da EROI...


P.S. : è un po' come tornare alle scuole dell'obbligo, dove per spiegare che il binomio algebrico (2x+2y) non è ulteriormente semplificabile si fa il giro largo: "Se ho 2 mele e 2 pere e le sommo, ottengo sempre 2 mele e 2 pere, non 4 mere" ...

domenica, febbraio 08, 2009

Ma cos'è questo picco di Hubbert?

Lo so, che cos'è il picco di Hubbert lo abbiamo detto e stradetto. Ma c'è sempre gente che cade dalle nuvole e scambia il picco di produzione per un "picco dei prezzi" o altre cose. Quindi fatemi ripetere un'altra volta che cos'è questo benedetto picco di Hubbert; con tante scuse per quelli di voi che già lo sanno benissimo.



Il picco del petrolio (o picco di Hubbert) è un picco di produzione, ovvero il momento in cui si raggiunge il massimo storico di produzione di una risorsa finita. Esaminando i dati storici, si è visto che il picco si verifica approssimativamente quando metà della risorsa estraibile è stata estratta e la forma della curva di produzione è "a campana", questa viene anche detta "curva di Hubbert". Questo comportamento si vede tipicamente per il petrolio ma anche per la maggior parte delle risorse minerali.

La forma della curva di Hubbert deriva principalmente dal fatto che i costi di estrazione aumentano gradualmente dato che si estraggono prima le risorse meno costose. All'inizio, l'estrazione costa poco, i profitti sono alti e li si ri-investono in nuove ricerche e estrazione. Questo causa una rapida crescita della produzione. Ma, col tempo, i costi aumentano e diminuiscono i profitti. Così, si investe di meno nella ricerca e lo sviluppo di nuove risorse. La rapida crescita iniziale rallenta fino ad arrestarsi. La produzione diminuisce dopo essere passata da un massimo. In sostanza, non si arriva mai a un esaurimento improvviso. Nessuno estrae per rimetterci e, di conseguenza, può succedere che si smetta di estrarre la risorsa ben prima di averla fisicamente esaurita.

Il concetto di picco, di per se, non dice nulla sui prezzi. Tuttavia, è ovvio che i produttori cercano di mantenere i loro profitti aumentando i prezzi di vendita per compensare gli aumenti dei costi di estrazione. Questo è quello che causa gli aumenti di prezzi nelle vicinanze del picco: è la fase in cui l'industria produttiva fa uno sforzo per cercare di continuare ad aumentare la produzione. Ma gli alti prezzi finiscono per ridurre la domanda; a questo punto il mercato si contrae e i prezzi diminuiscono. Questo è quello che è successo negli ultimi anni.

I meccanismi del mercato finanziario (chiamateli "speculazione" se volete) amplificano la portata di questi effetti causando un aumento spettacolare dei prezzi e una caduta altrettanto spettacolare. Queste oscillazioni hanno effetti abbastanza modesti sulla produzione che ha un'"inerzia" che la rende poco sensibile alla volatilità dei prezzi. Bastano 3 secondi per decidere se comprare o non comprare petrolio mentre per mettere in produzione un giacimento ci vogliono tipicamente 10 anni. Per questa ragione, la produzione di oggi deriva da scelte fatte anni fa, anche molti anni fa. Non c'è da stupirsi che la produzione sta continuando a seguire la curva di Hubbert. Sembrerebbe proprio che siamo nelle vicinanze del picco e che presto comincerà il declino.

Alla fine dei conti, il messaggio di ASPO è sempre quello ed è molto semplice: nel futuro avremo meno petrolio a disposizione. Il resto; prezzi, speculazioni, bolle finanziarie, crisi delle borse e tutto quanto non cambia gran che la situazione della produzione. Sarà bene cominciare ad abituarsi.

Spigolature: linkoteca di ASPO - Italia

Nove volte sette

created by Maurizio Tron


Ancorché in ritardo di un paio di mesi, grazie a un socio Aspo ho ritrovato un articolo che la dice lunga sulla situazione scolastica inglese e, di riflesso, su quella europea. Oltre all'articolo di cui al primo link consiglio di leggere il vecchio racconto di Isaac Asimov, vedi secondo link. Temo che abbiamo passato da un bel po' il picco dell'intelligenza media .

'Sui banchi i ragazzi hanno trovato un compito in classe di matematica dell’epoca, uno di quelli che i loro coetanei sedicenni nati nel 1949-50 risolvevano senza penare e senza copiare troppo. Pochissimi tra gli studenti arrivati dal futuro (il 15%) sono riusciti a farcela, gli altri hanno consegnato il foglio in bianco. È andata meglio nelle tappe intermedie che la macchina del tempo ha fatto: nel 2005 i compiti erano già più facili e il 35% li ha risolti. Ma, complessivamente, gran parte dei 1300 piccoli geni delle scuole inglesi si è rivelato incapace di venire a capo dei problemi di matematica e algebra che i loro genitori risolvevano [....] In Gran Bretagna (e un po’ in tutti i Paesi) la qualità del livello di insegnamento e di apprendimento sta precipitando e secondo gli esperti, se non si rimedia subito, le future generazioni non saranno in grado di fare la più semplice delle divisioni, figuriamoci una radice quadrata [....] Frank Field, un autorevole e ascoltato membro del Parlamento laburista, in un discorso all’Università di Leicester ha anche dato la colpa ai genitori, che non esercitano più quel rigore educativo indispensabile alla formazione dei ragazzi. Secondo Field, l’epoca d’oro della famiglia britannica è culminata negli Anni Cinquanta, l’ultima era nella quale i genitori stavano sempre dalla parte degli insegnanti e mai dei loro figli, e famiglia e scuola contribuivano in ugual misura alla crescita culturale dei ragazzi. Si dice che fra qualche anno i robot avranno una capacità di elaborazione superiore a quella del cervello umano, mentre a quanto pare i cervelli delle nuove generazioni faticheranno a fare una moltiplicazione'

'Affrontando il tema (oggi più che mai attuale) dei rapporti fra scienza ed etica, Asimov ci propone due paradossi. Il primo è che il ritorno dai giganteschi elaboratori elettronici all'umile matita, al semplice pezzo di carta, all'elementare memorizzazione della tavola pitagorica, non è una regressione ma costituisce un progresso. Con ciò l'autore, inconsapevolemte ci ricorda la massima di Alessandro Manzoni, secondo il quale "non tutto ciò che vien dopo è progresso". Il secondo è che questo ritorno possa anche costituire un mortale pericolo
«Quando cominciai a studiare la scienza che oggi si chiama grafitica, la consideravo alla stregua di un passatempo privato. Non vedevo, in essa, altro che un divertimento stimolante, un esercizio mentale. Quando il Progetto 63 venne istituito, io ritenevo che i miei superiori vedessero più lontano di me; che la grafitica potesse essere messa al servizio dell'umanità, potesse contribuire, per esempio, alla realizzazione di congegni veramente pratici per il trasporto individuale. Ma ora capisco che sarà usata solo per spargere morte e distruzione.»'

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The party's over .... Well, sometimes it's there, sometimes it's not there anymore

David Addison

sabato, febbraio 07, 2009

Dalla mailing list di Al Gore



Riceviamo sulla lista Aspo questa recente risposta dalla mailing list di Al Gore, cui Giovanni Marocchi (socio Aspo) è iscritto.


Dear Giovanni,

Today, I will be testifying before the Senate Foreign Relations Committee about repowering America and the need for us to resume global leadership on the climate crisis. As you know, it's acritical time in our country and we all have a role to play. I've recorded a short video message to share my perspective on what's at stake right now. Take a moment and please watch it. In Congress, our leaders are debating an economic recovery package. It includes unprecedented support for putting Americans back towork building a clean energy economy. But entrenched interests in Washington will be working hard toweaken the legislation -- opposing funding for clean energy programs that support things like wind, solar, energy efficiency and a new national electric grid. As members of Congress work out the details of a bill that can pass both the House and the Senate, it's important that you let each of your elected representatives know that you want the recovery to be about repowering America. You and I know that continuing with the status quo will not revitalize the U.S. economy. Please make sure your elected officials know, too. Watch the video and send a quick note to Congress:




Today, we can start to get America back on track.

Thanks for everything,
Al Gore

venerdì, febbraio 06, 2009

Il messaggio travisato: ASPO come "I Limiti dello Sviluppo" e come l'IPCC


E' probabile che un grafico di questo genere sia incomprensibile per una frazione importante della popolazione.
(Predizioni per la produzione di gas e petrolio, da ASPO Newsletter, Dicembre 2008)


Tempo fa, Dennis Meadows, uno degli autori dei "Limiti dello Sviluppo" del 1972, mi ha raccontato delle tante difficoltà che hanno avuto con il loro studio. Mi diceva che uno dei problemi è stato che hanno scoperto che la maggior parte della gente non è in grado di leggere i grafici cartesiani. Infatti, i detrattori dello studio hanno basato le loro critiche non sui grafici pubblicati nel libro, ma su dati numerici estratti da una delle tabelle. Se la gente fosse stata in grado di capire i grafici, si sarebbe resa conto immediatamente che le critiche erano infondate; invece la demolizione delle tesi del libro ha avuto successo.

Un grafico cartesiano è una forma di linguaggio. Non è un linguaggio difficile, ma comunque deve essere appreso - altrimenti uno si ritrova perduto come di fronte a una lingua straniera della quale non conosce una parola. Il linguaggio dei grafici si può imparare a scuola o nella pratica, ma la maggior parte della gente non lo conosce, nessuno glie lo ha spiegato. Fateci caso: sulla stampa i grafici cartesiani dove si vede una linea continua che connette i dati sono molto rari. Quasi sempre, troverete piuttosto dei "diagrammi a barre". Sembra che per la maggior parte dei lettori sia difficile capire che le barre sono connesse fra di loro da una tendenza storica. E' un po' come una patologia nota della corteccia cerebrale: certe persone sono in grado di vedere gli oggetti che si spostano da un punto all'altro, ma non sono in grado di vederli "in movimento".

Non ho trovato dati su quale frazione della popolazione sia affetta da questa forma di cecità ai grafici cartesiani. Ho il dubbio, però, che Dennis Meadows avesse perfettamente ragione e che questa frazione non sia per niente piccola. Questo lo sto vedendo con la questione del picco del petrolio che, dopo tutto, è comprensibile più che altro in termini di un grafico cartesiano. Negli ultimi tempi, con la caduta dei prezzi del petrolio, mi sono trovato in discussioni accese sulla questione con gente che mi sono accorto, con orrore, non aveva la minima idea di cosa si stesse parlando. Non so se avete avuto anche voi la stessa esperienza ma, per esempio, Mario Tozzi scriveva qualche tempo fa su "La Stampa": "si sta per raggiungere il cosid­detto picco del petrolio, cioè il mo­mento in cui costerà troppo." Anche lui, evidentemente, non ha capito niente del picco.

Molta gente non ha capito che il picco è un picco di produzione e lo ha inteso invece come correlato ai prezzi, più o meno come ha detto Tozzi. Dal fatto che i prezzi si sono abbassati, sono saltati alla conclusione che ASPO ha "sbagliato le previsioni". E' una cosa molto simile a quello che è successo con "I Limiti dello Sviluppo", dove alcuni numeri estratti da una singola tabella sono stati presi come prova che, anche qui, lo studio aveva "sbagliato le previsioni".

Gli autori dei "Limiti dello Sviluppo" hanno passato almeno vent'anni a cercare di spiegare che non avevano mai detto le cose che erano accusati di aver detto, senza riuscirci. Sfortunatamente, sembra che non sia un esempio isolato. Verso la fine del 2008, 2 settimane di neve e l'abbassamento dei prezzi del petrolio sono stati sufficienti per convincere moltissima gente che sia il concetto di "picco del petrolio" come di "riscaldamento globale causato dall'uomo" sono delle pure e semplici fesserie. Non è un buon sintomo della nostra capacità di reagire a questi problemi.


(ringrazio mia figlia Donata per avermi segnalato la patologia della corteccia cerebrale di cui parlo in questo articolo)

giovedì, febbraio 05, 2009

Modelli economici e sociali a confronto

Non sono mai stato antiamericano, anzi mi ha sempre infastidito l’antiamericanismo ideologico e fazioso di una parte della sinistra. Gli Stati Uniti erano “l’impero del male”, i giovani gridavano “yankee go home” e chi osava contestare queste posizioni difendendo le ragioni di quella grande e pura Democrazia, come minimo veniva tacciato di “servo del capitale”, come massimo si beccava un bel po’ di legnate.
Ma ora, allo stesso modo, mi irrita alquanto l’improvvisa omologazione culturale filoamericana e l’unanimismo acritico con cui una sinistra non più alternativa ripone speranze messianiche nel primo presidente nero degli Stati Uniti d’America.
Eppure dovrebbe essere del tutto evidente che la grave crisi economica in corso, di cui tutti stiamo subendo le conseguenze, abbia avuto origine proprio negli Stati Uniti e rappresenti il colossale fallimento di un modello di sviluppo sociale ed economico insostenibile, fondato su un’espansione parossistica dei consumi individuali finanziata dal ricorso irresponsabile all’indebitamento delle famiglie.
Con circa il 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti consumano il 25% della produzione petrolifera per alimentare prevalentemente un assurdo sistema di mobilità individuale, il consumo procapite di energia elettrica di ogni cittadino americano è circa il doppio di quello di un europeo e circa 30 volte quello di un africano.
Mai come oggi viene rivalutata l’economia sociale di mercato, il modello economico nato in Europa su ispirazione di John Maynard Keynes, per attenuare gli effetti negativi di un liberismo senza freni attraverso il ruolo regolatore e redistributore dello Stato.
In campo politico è una vittoria senza prigionieri del pensiero socialdemocratico, a cui anche i partiti conservatori alla fine hanno aderito, modellando in tal senso l’economia e le società europee. Lo stesso Obama e ancor di più la sua ex rivale Hillary, sono un’evidente espressione oltreoceano di questo pensiero e rappresentano politicamente una sorta di resa culturale del popolo americano al modello europeo.
Eppure, c’è ancora qualcuno, soprattutto qui in Italia, che si ostina a considerare ineguagliabile il sistema di vita americano, proponendo le ricette anti crisi del nuovo presidente americano come originale antidoto alla crisi: infrastrutture magari ecologiche e politiche dei redditi per far ripartire i consumi. Mi sbaglierò, ma a me sembra che siano proprio gli yankees a copiare noi.
L’Europa sta tirando faticosamente da anni la volata della lotta ai cambiamenti climatici, con gli Stati Uniti staccati in fondo al plotone e ora che finalmente cambiano linea siamo sempre pronti a dipingerli come i primi della classe.
Aveva ragione Alberto Sordi in un celebre film, la mostarda e il ketchup diamoli al gatto, “Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo…! Io me te magno, ahmm!”.

mercoledì, febbraio 04, 2009

C'è qualcosa che non va?


Confindustria, per espressione della sua leader Emma Marcegaglia, chiede "più sforzi e più aiuti pubblici", ovviamente a favore dell'industria dell'auto (e non solo) per evitare una crisi senza precedenti, con quasi un milione di nuovi disoccupati in Italia entro il 2009.

I sindacati sono pronti a scendere in piazza perchè "bisogna garantire la conservazione del posto ai lavoratori".

In sintesi, tutti si battono per continuare a fare i prodotti di sempre e per perpetuare l'attuale stile di vita.

Siamo sicuri di quello che vogliamo?


PS Anche Barack Obama parla della necessità di un piano di stimoli, che se visto in ottica transizione può avere un suo significato di sopravvivenza.

E' come essere di fronte a una persona stremata da giorni di condizioni ambientali invivibili e in deficit idrico e alimentare. Quella persona, viva per miracolo, non è più in grado di procurarsi da vivere e va aiutata a riprendersi, mettendola in condizioni umane e dandole i giusti tempi. A nulla servirà prenderla a schiaffi urlando: "Forza, riprenditi! Ce la puoi fare ! Guarda, ora ti presto 500 € a fondo perduto!" in quanto ci sono motivazioni bioenergetiche che ne dimostrano l'inutilità.

martedì, febbraio 03, 2009

Riscaldamento globale: dov'è la prova?


C'è gente che continua imperterrita a sostenere che è il sole che causa il riscaldamento globale. Bene, date un'occhiata alla figura qui sopra: cosa ve ne pare? (dal "solar center" dell'università di Stanford). Ultimamente, però, i negatori si sono fatti anche più rumorosi del solito chiedendo a gran voce "la prova" che il riscaldamento globale è causato principalemente dalla CO2. Qui, discuto come ribattere a questa richiesta.


Nel 1860, Thomas Huxley, scienziato, e Samuel Wilberforce, arcivescovo, si incontrarono a Oxford per un dibattito sulla teoria dell'evoluzione darwiniana. Wilberforce, oppositore delle idee di Darwin, era noto come oratore sottile e in questa occasione aveva fatto ampio ricorso alle sue arti retoriche. Aveva terminato il suo intervento con la richiesta a Thomas Huxley "se fosse per parte di madre o di padre che riteneva di discendere dalle scimmie". Huxley rispose con "preferirei discendere da una scimmia piuttosto che da qualcuno che fa uso del suo intelletto per oscurare la verità in questo modo." Pare che questa risposta abbia sanzionato la sconfitta totale di Wilberforce.

Quell'antico scontro fra Huxley e Wilberforce è ormai leggendario e non è detto che le cose siano andate esattamente come sono raccontate di solito. Ma non importa; è una storia che ci illustra comunque alcune delle tecniche più comuni della retorica. Anche oggi, chi si oppone al concetto di riscaldamento globale causato dall'uomo, si trova quasi subito a corto di argomenti e deve fare uso di tattiche di guerriglia retorica per cercare di sviare il dibattito. Come tutte le tattiche di guerriglia, si tratta di colpire di sorpresa dove possibile sfruttando le caratteristiche del terreno. I guerriglieri della negazione riciclano continuamente i vecchi argomenti (il vino in Inghilterra, la Groenlandia come "terra verde", anche Marte si scalda, ecc.) e non perdono occasione ogni volta che nevica per dire "e allora dov'è questo riscaldamento globale?"

L'ultima tattica che è venuta di moda fra i negatori del mondo anglosassone è quella della "richiesta della prova". Questa tattica la si trova con grande chiarezza nel testo (in inglese) Il manuale dello scettico scritto da Joanne Nova. Sostanzialmente, Nova ammette che il riscaldamento globale esiste e ammette anche che l'incremento della concentrazione della CO2 nell'atmosfera è causato dall'attività umana. Tuttavia, nega che questa CO2 sia la causa del riscaldamento. La richiesta della "prova" che il riscaldamento è causato dalla CO2 è quasi ossessiva nel documento; dov'è questa prova?

Per chi conosce appena un pò la faccenda del riscaldamento globale, le prove del ruolo della CO2 sono molteplici e evidentissimi e mi sono provato a descrivere il meccanismo fisico dell'effetto dei gas serra in questo post. Ma Il punto è che mettersi a spiegare alla sig.ra Nova i principi fisici del meccanismo di "forcing" causato dalla CO2 sarebbe cadere nella trappola. Eh, no, qualunque cosa tu gli possa dire, quella farà un sorrisetto e ti risponderà "ma questo è soltanto un modello". Sarebbe come se Huxley si fosse messo a spiegare a Wilberforce che l'accoppiamento fra scimmie e umani non è fertile. L'arte della retorica somiglia molto all'arte militare: mai combattere sul terreno scelto dal nemico.

Invece, bisogna contrattaccare sfruttando la debolezza del nemico. Infatti, si dice che Huxley, prima di parlare dopo l'intervento di Wilberforce, abbia detto a un suo amico "il signore me lo ha messo nelle mani". Wilberforce si era messo in una posizione indifendibile per chi avesse saputo sfruttarla, come ha fatto Huxley.

Allora, nel campo del cambiamento climatico, la Sig.ra Nova e i suoi seguaci si mettono in una posizione indifendibile andando ad ammettere esplicitamente che, si, il riscaldamento globale esiste e che, si, la CO2 nell'atmosfera aumenta a causa dell'attività umana. A questo punto, si tratta di contrattaccare dicendo qualcosa tipo: "signora Nova, vedo che lei ammette che il riscaldamento globale esiste. Vedo anche che lei chiede una *prova* della causa di questo riscaldamento. Allora, io le chiedo - che cosa, secondo lei causa il riscaldamento? Se non è il CO2, mi aspetto da lei una *prova* di che cosa sia."

Se, a questo punto, questa menziona il sole, beh, il signore l'ha messa nelle nostre mani. Cara signora, questa non è prova!! E qualsiasi cosa dica, si può rispondere: ma questo è solo un modello. Per darle il colpo finale, basta farle vedere il grafico all'inizio di questo post.


lunedì, febbraio 02, 2009

L’intelligenza connettiva e collettiva



Riflessioni antropologiche su un documento di Aspoitalia



created by Armando Boccone


Il problema dell’informazione
Nei primi giorni di gennaio del 2009 compaiono sulla stampa italiana articoli che parlano di un ripristino nel 2008 dei ghiacci artici al livello del 1979 (già alcuni giorni prima però alcuni quotidiani avevano fatto dell’ironia sulla “teoria” del riscaldamento globale mettendo in evidenza le forti nevicate avvenute in Italia).
Questi articoli fanno riferimento a quanto detto dal Centro di Ricerca sul Clima Artico dell’Università dell’Illinois.
I soci di Aspoitalia iniziano un duro e lungo lavoro con cui dimostrare scientificamente l’infondatezza del contenuto di quegli articoli di stampa.
I contatti e gli scambi di informazioni fra i soci di Aspoitalia per la preparazione di un documento da mettere sul sito avvengono soprattutto in una mailing list della stessa associazione. Sono fatte ricerche sul Web per recuperare le informazioni necessarie alla stesura del documento e soprattutto per vedere cosa effettivamente ha scritto il Centro di Ricerca sul Clima Artico dell’Università dell’Illinois. Sono contattati via e-mail Bill Chapman (ricercatore del predetto centro di ricerca) e un responsabile del National Snow and Ice Data Center del governo USA.
Il lavoro è svolto soprattutto da Claudio Della Volpe, Luca Mercalli, Alessio Zanol, Ugo Bardi ma tanti altri soci ed amici di Aspoitalia hanno dato il loro apporto creando, tutti insieme, il nuovo “spazio antropologico” che ha reso possibile la stesura del documento “Ghiaccio agghiacciante” di Claudio Della Volpe, che viene pubblicato sul sito Aspoitalia il 12 gennaio cui un articolo di Luca Mercalli, intitolato “I negazionisti dei gas serra” e pubblicato su Repubblica on-line del 13 gennaio, rimanda con un link.
Il documento redatto da Claudio Della Volpe è un vero e proprio lavoro scientifico e arriva alla conclusione finale che le notizie giornalistiche hanno dato informazioni false sulla situazione dei ghiacci artici. Ovviamente si rimanda alla lettura di questo lavoro per conoscere tutti gli aspetti della questione.

Ma come è stato possibile risolvere in questo modo il problema posto dalle erronee informazioni comparse sulla stampa a proposito dei ghiacci artici?
E’ stato possibile grazie ad una nuova cultura e a nuove personalità che sono maturate in seno alla rivoluzione nella gestione dell’informazione avvenuta negli ultimi decenni; ma anche grazie all’adeguato soddisfacimento dei bisogni fondamentali alimentari, sanitari e di istruzione che è avvenuto nell’ultimo secolo. Questa nuova cultura e queste nuove personalità hanno preso il posto di quelle vecchie (che sono però ancora dominanti), che affondano le loro radici nella rivoluzione neolitica avvenuta circa diecimila anni fa.
Questo discorso culturale è importante non solo per mettere in evidenza il modo in cui è stato possibile dimostrare la falsità di quelle notizie giornalistiche (il ripristino dei ghiacci artici al livello del 1979) ma anche perché lo scontro fra energie rinnovabili ed energie da combustibili fossili (che sono i temi centrali di questo blog e dell’associazione Aspoitalia) è uno scontro fra diversi valori culturali.

E’ bene andare per ordine!

La cultura iniziata col neolitico
I valori fondamentali della cultura iniziata col neolitico e venuti a maturazione nella bassa Mesopotamia nel quarto millennio a.C., e che costituiscono il sangue di tutte le attuali culture umane, sono quelli di “individuo” (inteso come centro di iniziativa e di interessi, prima solamente diversi ma in seguito, in presenza di penuria di risorse, anche contrapposti a quelli di altri individui), di “gerarchia” (inteso come l’orizzonte, il contesto, in cui si situavano gli individui, indicandone le diverse posizioni e i connessi oneri e diritti nella distribuzione di beni e servizi), le “derive sociali” (intese come quel fenomeno per cui ogni parte di un gruppo umano, in relazione alle caratteristiche delle mansioni che svolge, acquisisce degli interessi particolari e, in presenza di penuria di risorse disponibili, in contrapposizione a quello di altre parti dello stesso gruppo umano, formando corporazioni e classi) e le “derive culturali” (intese come quel fenomeno per cui ogni gruppo umano, a contatto con un ambiente ecologico particolare, acquisisce un pacchetto culturale particolare e, in presenza di condizioni di penuria di risorse materiali, in contrapposizione a quello di altri gruppi umani).
Tutto iniziò con gli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del pleistocene (12-15 mila anni fa). La temperatura aumentò di circa 8 gradi centigradi e aumentò anche la piovosità. Ciò porto ad una forte crescita delle foreste e ad contemporaneo e connesso forte restringimento delle savane e delle praterie, dove vivevano i grandi erbivori oggetto di caccia da parte dell’uomo. La situazione si fece molto critica per i piccoli e radi gruppi umani: c’era il pericolo della loro estinzione. La soluzione che venne presa, all’interno di un complesso contesto che lo rese possibile, fu l’adozione della agricoltura e della pastorizia al posto della caccia e della raccolta, in modo che così si ottenesse incremento demografico. Si ebbe però un peggioramento delle loro condizioni di vita ma il pericolo dell’estinzione dei piccoli e radi gruppi umani fu scongiurato.
Si innescò così una reazione a catena che portò al progresso tecnologico, alla specializzazione del lavoro e in seguito all’urbanizzazione.
Le causa più immediata della nuova cultura che si creò dipese dalla soluzione di un grosso problema che intervenne nella gestione del know how in una situazione di penuria di risorse. (si preferisce l’uso del concetto di “know how” in questo contesto piuttosto che quello di “informazione”)
Per centinaia di migliaia di anni infatti l’uomo visse in piccoli gruppi di circa trenta persone fra uomini, donne e bambini. Circa la metà di questi gruppi umani erano fatti da bambini e l’altra metà da persone adulte, quindi poco meno di dieci uomini adulti e poco meno di dieci donne adulte per villaggio, fra cui c’era una divisione del lavoro (gli uomini addetti alla caccia e alla preparazione delle strumentazione necessaria e le donne, aiutate dai bambini, alla raccolta, alla costruzione delle capanne e ad altre mansioni. I rapporti erano diretti (interazioni “faccia a faccia”) e improntati a una forte solidarietà. L’attività lavorativa avveniva in comune. Non esistevano capi, gerarchie o leggi. C’era parità fra uomini e donne. Le questioni che riguardavano tutti venivano discusse in comune intorno al fuoco.
Con l’incremento demografico che avvenne nel neolitico in seguito all’adozione dell’agricoltura e della pastorizia i villaggi diventarono consistenti con alcune centinaia di persone. Come conseguenza e opportunità offerta dall’incremento demografico e dallo sviluppo tecnologico si ebbe la specializzazione del lavoro. Sorsero così dei problemi nella gestione del know how e ciò si risolse con l’elaborazione dei valori dell’individuo e della gerarchia così come sono stati intesi appena sopra. Non era infatti più possibile risolvere i problemi stando la sera accanto al fuoco. Non era più possibile svolgere insieme l’attività lavorativa visto che ogni villaggio era formato da centinaia di individui. Ogni individuo-corporazione poteva svolgere (e, necessariamente, in esclusiva) solamente una fra le tante mansioni che si erano create con la specializzazione del lavoro. Per esempio, nelle prime civiltà storiche, uno scriba (la cui mansione si acquisiva con un lungo apprendistato nelle scuole scribali) non poteva discutere con un artigiano che forgiava i metalli sul modo di redigere un contratto sulle tavolette di terracotta; così pure un artigiano non poteva discutere con un pastore sul modo in cui forgiare i metalli. Molti rapporti sociali non poterono più essere diretti e iniziarono un processo, lungo e lentissimo, di spersonalizzazione e burocratizzazione.
La nascita dell’individuo come centro di interessi prima solamente diversi e poi in contrapposizione con gli altri individui e la connessa gerarchia che indicava l’orizzonte in cui si situavano gli individui indicandone le diverse posizioni e i connessi e diversi oneri e diritti nella distribuzione di beni e servizi derivò dalla soluzione del problema nella gestione del know how in un contesto di endemica penuria di risorse.

Internet e il Web
Il termine Internet deriva dall’abbreviazione delle due parole inglesi interconnected (interconnesso) e network (rete) e indica sia la più grande rete di computer mondiale ad accesso pubblico sia come uno dei principali mezzi di comunicazione di massa, insieme con le informazioni e i servizi che sono offerti agli utilizzatori per mezzo di questa rete.
Internet offre i più svariati servizi, i principali dei quali sono il World Wide Web, la posta elettronica, mailing list, forum, blog, e-commerce, e-learning, ecc. Internet è utilizzata per le comunicazioni più disparate: private e pubbliche, ricreative e lavorative, scientifiche e commerciali.
Il Web (sigla con cui viene indicato il World Wide Web, conosciuto come la grande ragnatela mondiale) è uno dei principali servizi offerti da Internet. Il servizio mette a disposizione degli utenti uno spazio per la pubblicazione di contenuti multimediali (testi, immagini, audio, video, ipertesti, ipermedia, ecc.) oltre che per la distribuzione di programmi, dati, applicazioni, videogiochi, ecc.
Questi contenuti sono costantemente on-line e sono costantemente fruibili da chiunque disponga di un computer, di un accesso a Internet e degli opportuni programmi che consentono, come si dice in gergo, di navigare nel Web, salvo il caso che il titolare di uno spazio web metta dei limiti all’accesso ai contenuti del proprio spazio web.

L’intelligenza connettiva e collettiva: un nuovo spazio antropologico
Con Internet, intesa come infrastruttura tecnologica, e il Web, intesa come nuovo spazio umano fatta di reti relazionali, si assiste ad una rivoluzione che non è da meno di quella avvenuta molti millenni fa con l’incremento demografico, la specializzazione del lavoro e con l’urbanizzazione. Il periodo in cui questa rivoluzione fa passi significativi sono gli anni novanta del secolo scorso.
Il fenomeno di Internet e del Web è abbastanza recente e non è certamente possibile fare delle affermazioni certe su di esse però alcune cose si riescono già ad intravedere. Con Internet, il Web e gli altri servizi resi possibili da Internet ogni persona dotata di un computer e della possibilità di connettersi alla rete si mette in contatto in tempo reale praticamente con tutto il mondo. L’intelligenza di ogni persona si connette alle intelligenze di tutte le altre persone connesse a Internet. Si crea, come dicono alcuni studiosi, un nuovo spazio antropologico. Ogni persona connessa vede espandere in modo incredibile le sue possibilità di conoscenza. Si crea, secondo alcuni studiosi, una intelligenza collettiva resa possibile dall’intelligenza connettiva. Si crea così una nuova cultura e una nuova personalità degli attori, basi per nuovi valori come la collaborazione e, in molti casi, la gratuità. Ogni attore vale per quello che pensa e comunica e ciò che pensa e comunica dipende anche da ciò che altri attori hanno pensato e comunicato. Una caratteristica delle relazioni che avvengono sul Web prescindono dallo status socio-economico-lavorativo degli attori di queste reti. Internet e il Web sono potenti strumenti ma alcuni studiosi si sono sbilanciati nel considerare questi strumenti l’unica causa della nuova cultura e della nuova personalità che si è creata. Internet e il Web sono diffusi nel mondo sviluppato, in un mondo in cui, in un contesto caratterizzato da un notevole sviluppo tecnologico, sono soddisfatti adeguatamente le esigenze fondamentali di alimentazione, salute e istruzione. Sono anche questi ultimi aspetti della realtà che creano attori che sono considerati per le informazioni e le esperienze che mettono in rete e non per il loro status socio-economico-lavorativo o per altri titoli. Questo stesso fenomeno si nota anche in altre nuove realtà come Wikipedia, le banche del tempo, i G.A.S. (gruppi di acquisto solidali) e in tanti altri fenomeni (non è un caso che anche questi fenomeni siano nati negli anni novanta del secolo scorso). Il comportamento umano non è dovuto ad una fantomatica “natura umana” ma ad una serie di condizioni storiche di cui l’uomo e tutta la natura sono attori. Come la vecchia cultura iniziata col neolitico (che è l’attuale e predominante cultura, basata sull’individuo e la gerarchia) fu determinata dalla necessità di risolvere il problema della gestione del know how in una situazione di endemica penuria di risorse, così le condizioni che stanno creando una nuova cultura adeguata alla nuova realtà sono rappresentate dalla rivoluzione nel campo della gestione dell’informazione dovuta a Internet e al Web, però all’interno di un contesto caratterizzato dallo sviluppo tecnologico, dalla sviluppo economico e dall’adeguato soddisfacimento dei bisogni fondamentali (alimentari, sanitari, di istruzione e di pochi altri).

E’ questa nuova realtà, con la nuova cultura e con le nuove e adeguate personalità, che ha reso possibile la redazione di un documento per dimostrare l’infondatezza delle notizie giornalistiche di cui si parlava agli inizi. E saranno proprio queste a rendere possibile la diffusione delle energie rinnovabili al posto di quelle derivanti da combustibili fossili, perché lo scontro fra questi diversi tipi di fonti energetiche è uno scontro fra quelle diffuse sul territorio e quelle concentrate, fra quelle democratiche e quelle gerarchiche: è uno scontro fra la vecchia cultura basata sull’individuo e la gerarchia (a cui però bisogna aggiungere anche le derive culturali a proposito dei rapporti fra le varie parti del mondo) e la nuova, basata sulla collaborazione, la gratuità e altri valori ancora.
Quanto detto è solo una parte di una analisi ancora più complessa che questo tema richiederebbe.

domenica, febbraio 01, 2009

L'arte del management secondo Ugo Bardi


Per qualche ragione, Attila l'Unno (qui interpretato da Diego Abatantuono) è stato portato ad esempio di buon management in un libro dal titolo "Leadership Secrets of Attila the Hun" di Wess Roberts (nel 1987). Non sono troppo sicuro che Attila sia un esempio da imitare, ma il fatto che sia proposto come tale è una buona indicazione di come sia difficile gestire le organizzazioni, specialmente quando sono grandi. In questo post, sostengo che le grandi organizzazioni soffrono di qualcosa di simile alla sindrome della "Tragedia dei Commons" come l'ha descritta Garrett Hardin.


Quando ero "postdoc" all'università di Berkeley, il mio capo cercava di far lavorare di più i suoi collaboratori mettendoli uno contro l'altro. Ci chiamava nel suo ufficio, uno per uno, e ci raccontava di come il nostro vicino di stanza stava facendo di più e di meglio e come mai tu non riesci a tenere il passo? L'idea era di stimolarci. Bene, poi noi ci ritrovavamo tutti insieme a bere birra e ci raccontavamo le cose che il capo ci aveva detto singolarmente e ci facevamo sopra delle gran risate.

Quel capo non era un cattivo capo. Aveva solo certe piccole manie, una delle quali era di volere il premio Nobel. Questa idea lo faceva diventare nervoso e lo spingeva a rompere le scatole ai suoi collaboratori. A parte questa forma di lieve follia (e il premio Nobel non è riuscito a prenderlo) nel complesso era una brava persona e procurava a tutti le risorse necessarie per lavorare. Questo è quello che il capo deve fare. C'è solo un errore irrimediabile che il capo può fare: fregarsene dei suoi collaboratori.

Gli anni sono passati, e oggi sono il "capo" di un piccolo gruppo di ricerca all'università. Non so quanto a lungo questo gruppetto di 7-8 persone potrà continuare a esistere, vista la situazione attuale di disastro finanziario. Ma finora ha funzionato benino. Vi posso dire anche che la mia tecnica di gestione del gruppo è una tecnica di "non-management". Ovvero, cerco di procurare ai miei collaboratori le risorse di cui hanno bisogno e poi li lascio lavorare in pace.

Tuttavia, se appena esco dalla situazione abbastanza idillica del mio gruppo (o dei gruppi dei colleghi), vedo subito che le cose cambiano. L'università intesa come istituzione è un disastro. Vi ricordate la storia del ragionier Fracchia, personaggio di Paolo Villaggio? Era un impiegato statale a cui avevano rubato la gomma il primo giorno di lavoro e aveva passato tutto il resto della sua carriera a cercarla. Beh, nell'amministrazione dell'università ci sono veramente situazioni del genere; magari non proprio a livello del mitico Fracchia, ma non tanto distanti. Certe volte ti prende la disperazione e ti verrebbe voglia di chiamare, non solo il ministro Brunetta, ma Attila in persona; inteso come lo storico "flagello di Dio."

Ma, nella mia esperienza di ricerca per tanti anni per la Fiat e per altre grandi industrie, la loro efficienza non mi è parsa molto migliore di quella dell'università. Se la sindrome di Fracchia è tipica degli enti statali, nelle industrie c'è la "sindrome di Wally". Wally è un personaggio della striscia di "Dilbert" che ha passato un intera vita nella ditta senza mai aver fatto nulla anche se ha dovuto ingegnarsi un po' per non farsi scoprire.

Gestire una grande industria o un'amministrazione statale è una cosa molto difficile. Ho visto più di un caso di industrie partite come un gruppetto di amici entusiasti che poi si sono ingrandite con operai, dirigenti, rappresentanti, contabili, quality manager, personale di pubbliche relazioni, eccetera. Non puoi gestire tutta questa gente semplicemente lasciandoli tranquilli. La faccenda non è più soltanto un problema; è diventata un incubo.

Deve essere per questo motivo che ci sono tanti libri che ti spiegano come essere un buon manager; per esempio quello che si intitola "I segreti di management di Attila l'Unno". Ce ne sono tanti altri che si trovano, tipicamente, nelle librerie degli aereoporti dove i manager passano molte ore della loro vita. Evidentemente, se si vendono vuol dire che hanno una ragione di esistere e la sola ragione che si può pensare per la loro esistenza è che essere un buon manager è cosa difficile. In effetti, se uno compra un libro che ti spiega come fare una certa cosa, vuol dire che quella cosa non la sa fare bene. Pensate a vostra nonna che cucinava così bene e non aveva certamente bisogno do comprare libri di cucina. Ma non è affatto detto che comprare un libro vi faccia diventare un bravo manager (o un bravo cuoco).

L'efficacia di questi libri deve essere piuttosto modesta; almeno per quello che ne posso dire io dalla mia esperienza. Libri o non libri, l'efficienza delle grandi organizzazioni rimane sempre molto modesta e, a mio parere, peggiora più sono grandi. Le organizzazioni veramente grandi, come le università o le industrie automobilistiche, sono terribilmente inefficienti. Se poi saliamo su di qualche tacca in dimensioni, troviamo gli stati nazionali i cui governi hanno fatto le più grandi bestialità che la storia riporti.

La mia impressione è che le grandi organizzazioni siano soggette a una forma di "tragedia dei commons". Vi ricordate di Garrett Hardin, che propose questo concetto: c'è un pascolo comune, ci sono dei pastori che ci portano le loro pecore. Ogni pastore ha un vantaggio a portare al pascolo quante più pecore può; ma il pascolo non può sostenere più di un certo numero di pecore. Va a finire che tutti i pastori portano qualche pecora in più; il pascolo si rovina irrimediabilmente e pastori e pecore muoiono di fame.

Il modello di Hardin non è stato tanto citato come applicabile alle industrie e ai sistemi statali, ma credo che spieghi molte cose. Quello che succede, a mio parere, è che quando l'organizzazione supera una certa dimensione, chi ci lavora dentro cessa di lavorare "per il bene dell'azienda", ma piuttosto per il bene di se stesso o dei collaboratori vicini. Vale il principio di Hardin: il manager cerca di accaparrarsi risorse al massimo possibile. Se l'organizzazione è piccola, facendo così danneggerebbe prima di tutto se stesso. Ma, se è grande, il vantaggio personale che ne ricava è superiore al danno che ne subisce in quanto membro dell'organizzazione stessa. Del resto, se leggete i libri di management che si trovano negli aeroporti, non ci troverete istruzioni su come agire per il bene dell'azienda, ma per il proprio bene come manager (chiamato "sviluppo", "realizzazione", "successo" e simili).

Questo credo che sia un meccanismo talmente comune che non ci facciamo nemmeno caso, se non quando il contrasto fra il bene del manager e quello dell'azienda non appare talmente eccessivo da non poterlo ignorare. Mi risulta, per esempio, che Giancarlo Cimoli, amministratore delegato dell'Alitalia, aveva uno stipendio di 2 milioni e 700 mila euro all'anno fino a non molto tempo fa. Questa è una delle cose che ha fatto gridare allo scandalo. Ma, se l'Alitalia non fosse andata in crisi, chi avrebbe protestato? Cimoli ha semplicemente agito secondo le linee di un classico modello dei commons: l'andamento dell'Alitalia non dipende dal suo stipendio e anche se lui se lo fosse dimezzato - o anche avesse lavorato gratis - questo non avrebbe avuto alcun effetto pratico su un deficit di parecchie centinaia di milioni di Euro. Il problema è che, ho l'impressione, tutti all'Alitalia, un po' a tutti i livelli, hanno ragionato in questo modo e i risultati si sono visti.

Quasi tutte le organizzazioni sono afflitte da questo problema, contro il quale non c'è veramente molto da fare. Non c'è libro di management che tenga contro la tendenza umana ad accaparrarsi quel che si può, quando si può. Pugno di ferro, regole severe, controlli capillari; si, possono aiutare. Ma chi controlla i controllori che, anche loro, sono soggetti alle stesse tentazioni dei controllati?

Alla fine dei conti, sembrerebbe che la soluzione migliore per questo problema sia la "distruzione creativa". Ovvero, tornando ai commons di Hardin, se i pastori sono appena arrivati nel pascolo, possono decidere che gli conviene piuttosto cercare zone ancora non utilizzate piuttosto che rovinare quelle in cui già si trovano. Ci vuole un po' di tempo prima che la "tragedia dei commons" si instauri. Così, una possibile ricetta per migliorare le prestazioni delle organizzazioni è di smantellare le strutture ormai irrecuperabili e costruirne di nuove. Questo è quello che dovrebbe fare il libero mercato con le aziende obsolete. Anche per le organizzazioni statali, può darsi che il fatto che la democrazia sia normalmente un sistema più efficiente delle dittature non è tanto che gli elettori scelgono i governanti migliori, ma piuttosto che ogni tanto si fa una distruzione creativa e si cambiano le persone ai vertici.

Purtroppo, queste forme di distruzione creativa sembrano avere un'efficacia abbastanza limitata. Non solo, ma nei momenti in cui una ditta o una società si trovano in gravi difficoltà, gli stati tendono ad abbandonare la democrazia per affidarsi all'uomo forte del momento e le ditte invocano aiuti statali per la salvezza. Proprio le cose che perpetuano la stasi e fanno i danni peggiori.

Ci troviamo oggi nella necessità di gestire un intero pianeta; per esempio per controllare le emissioni di gas-serra. La cosa non è facile; anzi, è un compito qualitativamente molto più difficile di qualsiasi cosa che la storia ricordi. Vedremo se ci riusciremo; se non ci riusciamo può darsi che la distruzione che ne conseguirà non sarà per niente creativa.