giovedì, giugno 04, 2009

Risorse petrolifere: l'errore di Maria Antonietta



Si racconta che la regina di Francia, Maria Antonietta, abbia risposto "che mangino brioche" quando le dissero che il popolo non aveva pane. E' probabile che Maria Antonietta non abbia mai detto una cosa del genere; ma la storia illustra comunque un errore più comune di quanto non si pensi: confondere la quantità con il costo.

Se l'errore di Maria Antonietta era di non aver capito che il popolo affamato non poteva permettersi di comprare le brioche in vendita nelle pasticcerie di Parigi, un errore molto simile si fa spesso con le riserve petrolifere. Ovvero, si elencano le riserve senza considerare che non tutto il petrolio è uguale: c'è petrolio a buon mercato (il pane) e petrolio molto caro (le brioche). Se siamo affamati di petrolio, il suggerimento di sfruttare giacimenti difficili e costosi ha lo stesso valore del suggerimento di Maria Antonietta al popolo di Parigi: "mangiate brioche."

Una recente versione di questo errore lo troviamo in un articolo di Riccardo Varvelli apparso su "La Stampa" del 27 Maggio, intitolato "La favola dei 40 anni di petrolio". Qui, ci viene ripetuto che non c'è un problema di disponibilità di petrolio: troveremo nuovi giacimenti, useremo altre forme di petrolio, estrarremo di più dai giacimenti esistenti. Ma tutte queste strategie hanno un problema: l'estrazione costa cara, molto più cara di quanto non costi quella dai pozzi di petrolio "convenzionale" che sono quelli che generano la maggior parte della produzione oggi.

E' probabile che già oggi, molte fonti di petrolio non convenzionale siano così costose che l'economia mondiale non ce la fa a sfruttarle o, comunque, le può sfruttare soltanto a livelli di produzione molto inferiori a quelli ai quali ci siamo abituati fino ad oggi. Questa è la ragione del calo della produzione petrolifera mondiale che si sta osservando ormai da tempo. E' questo calo produttivo che ci deve preoccupare. Questo è un problema reale, di fronte al quale è inutile mettersi a elencare risorse che stanno solo sulla carta. E' altrettanto inutile perdersi a elucubrare sull'andamento del "rapporto R/P"; sia perché "R" include queste riserve difficilmente sfruttabili, sia perché il rapporto assume che la produzione sia costante quando non lo è mai stata in tutta la storia petrolifera mondiale.

Non è un problema di quantità, è un problema di costo. Di petrolio ce n'è ancora - anche se ne rimane sempre meno - ma non tutto questo petrolio è estraibile a costi accettabili. Intendiamo qui costi economici ma anche energetici. Quanta energia ci vuole per estrarre e trattare il petrolio? Negli anni '30, negli Stati Uniti, bastava un barile di petrolio per produrne altri 100, circa. Oggi siamo vicini a 1 barile necessario per produrne 6-7. E in futuro? Se non si tiene conto di questo fatto, facciamo di nuovo l'errore di Maria Antonietta.

___________________________________________________________________

La favola dei 40 anni del petrolio
di Riccardo Varvelli
http://www.lastampa.it/_settimanali/tst/PDF/1.pdf

Abbiamo petrolio ancora per 40 anni. L'affermazione viene spesso citata e anche ripresa dalle riviste «scientifiche ». Se c'è qualcosa di vero, significherebbe che intorno al 2050 mezzo mondo dovrà fermarsi, a meno che non si trovino delle alternative. La colpa (o il merito) di questa minacciosa previsione va a un indicatore utilizzato da oltre un secolo dall'industria petrolifera (e quindi da gente esperta): l'indicatore R/P. Non è altro che il rapporto tra le riserve petrolifere (R) e la produzione petrolifera (P). C'è un R/P mondiale, un R/P per ogni Stato produttore e anche un R/P per ogni giacimento. R si misura in barili e P si misura in barili prodotti all'anno: quindi R/P si misura in anni.

Nel 2007 (manca ancora il dato del 2008) il rapporto R/P mondiale è stato di 39 anni. Nel 2006 era stato di 38 anni, come all' inizio di questo secolo e come a metà del secolo scorso. Da decine di anni, dunque, il rapporto è sempre quello: intorno ai 40 anni. Se da tanto tempo vale lo stesso numero e di petrolio ce n'è sempre, qualcosa nell'interpretazione non funziona. Per capirne le ragioni bisogna riprendere i singoli fattori e rileggerli. Le riserve petrolifere (R) si dividono in tre categorie: quelle possibili, quelle probabili e quelle accertate. Nel calcolo di R/P si tiene conto solo di queste ultime. Se si dovesse tener conto delle possibili e delle probabili, il valore di R aumenterebbe del 60% circa. Inoltre, R viene definito come «la quantità di petrolio che può essere estratta con le tecnologie note al momento da un giacimento alle condizioni del prezzo di mercato». Se il prezzo del petrolio aumenta normalmente, le riserve aumentano (i giacimenti delle sabbie bituminose dell'Athabaska in Canada sono sfruttabili solo se il prezzo del petrolio è superiore ai 60 dollari al barile). Se il prezzo diminuisce, R normalmente diminuisce. Inoltre, il valore iniziale di R di un giacimento tende ad aumentare grazie all'innovazione tecnologica di sfruttamento del giacimento stesso. Le riserve del più grande al mondo, quello di Ghawar in Arabia Saudita, sono raddoppiate grazie a innovativi criteri di estrazione.

Nel calcolo del coefficiente R/P, quindi, il fattore P viene definito come «la produzione realizzata al momento del calcolo del rapporto R/P». Ma la produzione può variare enormemente nel futuro e quindi far cambiare R/P in modo significativo. Negli Anni 90 del secolo scorso, quando la produzione irachena era di 200 milioni di barili/anno, il valore dell'R/P iracheno era di 470 anni, perché con la guerra la produzione si era quasi azzerata (mentre le riserve dichiarate all'epoca rimanevano costanti ed a valore molto elevato). Oggi con la ripresa della produzione a valori intorno ai 700 milioni di barili/anno, il rapporto R/P iracheno è sceso a 170 anni, rimanendo comunque il più elevato fra tutti gli Stati produttori di petrolio al mondo. In un lontano futuro, tra 40-60 anni, il rapporto R/P mondiale rimarrà pressoché costante ancora intorno ai 40 anni. A quella data, è sicuro, si troverà sempre meno petrolio, ma si ridurrà anche il consumo, perché altre fonti energetiche lo sostituiranno (il gas naturale in primis). In un futuro più prossimo(10-20 anni) il rapporto R/P rimarrà quello attuale, ma per altre ragioni: aumenterà ancora il consumo mondiale di petrolio, fino a 40 miliardi circa di barili all'anno (contro gli attuali 30), ma aumenteranno ulteriormente le attuali riserve pari a 1166 miliardi di barili) grazie a tre ragioni: l'individuazione di nuovigiacimenti (nel Mar Glaciale Artico nella Siberia orientale, in Cina, nel Centro Asia e ancora in Arabia Saudita e nel mare profondo); l'utilizzo di nuove tecnologie di estrazione dagli attuali giacimenti; la messa in produzione dei giacimenti già noti del cosiddetto «olio pesante» e cioè del petrolio molto denso o allo stato solido (nell'Athabaska in Canada, nel Bacino dell'Orinoco in Venezuela, in Congo e in Russia).

E ancora, tra 10-20 anni, giornali e televisioni dichiareranno minacciosamente: «Il mondo ha petrolio soltanto per 40 anni!».

mercoledì, giugno 03, 2009

I Garamanti

La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamento





created by Enrico Battocchi



Quella dei Garamanti fu una popolazione berbera che sarebbe stata relegata ad una nota a piè di pagina, o ad un posto di non particolare rilievo negli elenchi di popoli delle versioni di latino, se non ci fossero state sorprendenti scoperte nelle campagne archeologiche condotte nel Fezzan della Libia sudoccidentale. Il loro nome, legato alla capitale Garama (l'attuale Germa), era noto fin dai racconti un po' fantasiosi di Erodoto, che li descriveva come degli eremiti sprovvisti di armi e ciononostante cacciatori di “Etiopi trogloditi”, che inseguivano a bordo di carri trainati da quattro cavalli; le fonti romane, più tardi, li citano con tono quasi sprezzante, per segnalare i trionfi dell'Urbe contro genti rozze, primitive, dedite alla razzia. Dai ritrovamenti più recenti si sono rivelati invece una vera e propria civiltà, con almeno una decina di centri urbani, dotata di scrittura (un antenato diretto dell'attuale alfabeto Tuareg) e di un'organizzazione statale accentrata, di tipo monarchico, che gli archeologi talvolta si spingono a definire impero.

Il Fezzan, pur essendo in pieno Sahara, non è solo erg, ovvero deserto pianeggiante popolato da enormi dune sabbiose in movimento continuo, come quello che ci è familiare da tanti film. È invece una zona con montagne e altipiani, solcata da numerose valli (wadi) di fiumi scomparsi o torrenti stagionali. I berberi che sarebbero diventati Garamanti, probabilmente, si trovavano già in quei luoghi quando il Sahara era ancora umido e rigoglioso: ma quel periodo stava terminando a favore dell'attuale fase arida. Gli abitanti del Fezzan, da nomadi cacciatori-raccoglitori che erano, risposero ai mutamenti climatici in maniera apparentemente controintuitiva: adottando cioè la pastorizia e l'agricoltura. Può in effetti suonare strano, abituati come siamo a considerare questi modi di produzione come “più avanzati” rispetto a quello “primitivo” delle popolazioni nomadi, che i berberi non avessero sfruttato la fortuna di trovarsi in un Sahara fertile, fintanto che durò, usandolo come terreno agricolo. Il passaggio all'agricoltura come risposta a condizioni (in questo caso climatiche) mutate verso il peggio ricorda invece la posizione espressa da un vecchio articolo di Jared Diamond.

Secondo Diamond il confronto con la situazione degli ultimi cacciatori-raccoglitori rimasti, e i dati che si possono evincere dall'analisi paleopatologica delle sepolture risalenti al periodo di transizione tra vita nomade e modo di produzione agricolo-pastorale, mostra che tale passaggio fu drammatico: l'alimentazione peggiorò in qualità, le epidemie infettive si diffusero col loro tributo di sangue, l'organizzazione sociale virò verso strutture piramidali basate sulla forza e sul furto. Insomma, tanti e tali erano i “contro” dell'agricoltura che essa fu adottata solo come risposta ad una situazione di difficoltà, in cui il modo di vita dei cacciatori-raccoglitori non era più possibile.
La teoria di Diamond può apparire antimoderna e provocatoria, ma in questo caso spiega piuttosto bene la concomitanza temporale tra peggioramento delle condizioni climatiche e l'avvicendamento dei modi di produzione nel caso dei berberi del Fezzan, anche alla luce di una ulteriore difficoltà: nel Sahara che si desertificava, non solo stavano scomparendo la flora e la fauna selvatiche che avevano sostenuto per lungo tempo la sparuta popolazione locale, ma stava venendo meno la base stessa della vita, l'acqua. Le tribù si concentrarono quindi nei pochi luoghi in cui restavano delle sorgenti attive, che ebbero però breve durata, e a quanto pare si esaurirono prima del 1000 a.C.
Il modo di produzione agricolo, pur richiedendo anche maggiori quantità di acqua rispetto allo stile di vita dei nomadi, aveva tuttavia un atout. Permetteva infatti l'elevato grado di complessità sociale necessario perché i berberi potessero recuperare l'acqua dall'unico posto in cui la si può trovare in mezzo ad un deserto: le falde sotterranee. Costruirono quindi una gigantesca rete di foggara, ovvero dei tunnel “quasi orizzontali” che intercettavano le falde sulle alture e sfruttavano la pendenza per convogliare l'acqua verso valle. Pur essendo una tecnica che non richiede grandi quantità di energia per il funzionamento - a differenza dei pozzi verticali in cui bisogna fare lavoro per portare l'acqua al livello del suolo - la costruzione e il mantenimento in attività erano questioni decisamente complicate, soprattutto considerando le proporzioni di cui parliamo: decine di gallerie lunghe anche centinaia di chilometri. Serviva quindi una civiltà di tipo urbano (si calcola che le città fossero almeno una decina) e con un'organizzazione statale e accentrata, quindi sotto il comando di un sovrano: innovazioni che, sempre seguendo Diamond, non sono affatto aliene, ma anzi sempre conseguenti, all'adozione dell'agricoltura.
La tecnica dei foggara fu importata in Nord Africa dalla Persia, dove furono inventati col nome di qanat. Nell'immagine da Wikipedia, uno schema di un tipico qanat, che ne mostra il principio di funzionamento.
Serviva soprattutto una fonte energetica sufficientemente potente e versatile. Questa, all'epoca, era rappresentata dal lavoro degli schiavi, di cui i Garamanti divennero mercanti, sfruttando con spirito d'intraprendenza molto mediterraneo la vicinanza con Roma e il vantaggio territoriale in un luogo facile da difendere ma difficile da attaccare. I Romani infatti non riuscirono mai a conquistarli, nonostante alcune campagne nel I sec. a.C. e nel I d.C., in cui si ipotizza - le fonti non sono troppo esplicite al riguardo - che il massimo risultato fu quello di ridurre i Garamanti a stato cliente: una sorta di formalizzazione di un rapporto di interdipendenza che sussisteva già da tempo.

In effetti, anzi, i Garamanti durarono più a lungo di Roma: dai ritrovamenti possiamo dedurre che fossero già una potenza in ascesa intorno al 500, quando i Romani erano ancora dominati dagli Etruschi; sopravvissero inoltre all'Impero d'Occidente, tanto da stringere, nel 569 d.C., una tregua con Giustino II di Bisanzio, convertendosi al Cristianesimo. Furono infine conquistati dagli Arabi solo nel 668.
In realtà gli ultimi secoli della loro storia videro un sostanziale declino. È vero che i Garamanti poterono attingere alle falde acquifere per più di 1000 anni, ma alla fine l'acqua finì, o meglio, divenne troppo scarsa e difficile da estrarre. Possiamo immaginare che in questo millennio di storia le tecniche usate venissero affinate, ma ciò non impedì che la risorsa si esaurisse, probabilmente con una curva come quella di Hubbert, e con ritorni decrescenti, in cui ad un certo punto gran parte dell'acqua faticosamente estratta serviva solo a mantenere le strutture sociali e materiali impiegate per recuperarla. Mano a mano che si esaurivano le falde più ricche e “facili”, dovevano essere scavati nuovi foggara, sempre più dispendiosi in termini di lavoro e meno fruttuosi in termini di resa (insomma, l'EROEI nel tempo andò a decrescere). Nel frattempo, il Sahara continuava a desertificarsi e le condizioni ambientali peggioravano. Completava il quadro il declino del principale partner commerciale, l'Impero Romano.
E nonostante 1000 anni di acqua dove non ve ne era, di forza lavoro sotto forma di schiavi, e di “civilizzazione” capace di uno sviluppo agricolo rilevante, i Garamanti non riuscirono a sfuggire alla condanna del mutamento climatico e ai limiti fisiologici della loro situazione. Il cambiamento che avevano apportato al deserto era fragile, basato su una fonte - benché non energetica in senso stretto - non rinnovabile: possiamo definirlo epidermico, troppo effimero e superficiale per essere duraturo. Per analogia con altre curve di crescita e declino, è anche possibile ipotizzare che il “picco” dell'acqua di falda di cui si servivano sia sopraggiunto circa a metà della loro storia, magari proprio intorno al 70 d.C., quando Valerio Festo, a capo di una spedizione punitiva, impose loro lo status di clientes, assoggettandoli quindi ad un tributo. In quell'occasione, i Romani usarono per la prima volta i cammelli in una campagna militare e, secondo Plinio, scoprirono una via più diretta per il Fezzan, quella che ai berberi era ben nota e che usavano per i propri traffici: un segno del fatto che stava venendo meno il vantaggio grazie al quale i Garamanti avevano tenuto testa al più potente impero dell'epoca. Forse si salvarono dalla conquista effettiva perché anche i Romani cominciavano a trovarsi in affanno a gestire l'elevato livello di complessità raggiunto: in altre parole, non era possibile controllare direttamente un territorio così inospitale, e un equilibrio così fragile, senza la spinta dinamica che Roma stava ormai perdendo.
Le dimensioni dell'opera dei Garamanti, intuite solo in tempi recenti, non erano ancora note quando il governo libico di Gheddafi lanciò il progetto del Grande Fiume Artificiale. Questa titanica impresa permette di attingere ad una riserva d'acqua sotterranea, di estensione tanto grande da poter sulla carta durare migliaia d'anni al tasso attuale di sfruttamento. Ma le cose non sono così lineari, come impararono a proprie spese i Garamanti: l'acqua non sarà interamente recuperabile, perché è difficile che si trovi in forma libera, e di solito è contenuta in rocce porose impregnate come spugne. Inoltre, l'estrazione è molto energivora, e se oggi può contare sul petrolio abbondante e a buon mercato, le circostanze non saranno sempre così favorevoli. Infine, prima o poi l'estrazione passerà un picco, e quello che sembrava facile diventerà ogni giorno più difficile.
C'è un epilogo, che se creato per la narrativa o il cinema sarebbe probabilmente didascalico, ma - in quanto reale - non può essere taciuto per amore della forma, anche astenendosi dal volerlo inquadrare in un apologo.Secoli dopo il declino dei Garamanti, in quegli stessi luoghi fu scoperto il petrolio. Il principale giacimento, di oltre mezzo miliardo di barili, è chiamato “Elefante”: non per le sue dimensioni, tutto sommato non eccezionali per gli standard libici, ma per la vicinanza con un petroglifo raffigurante un pachiderma. Uno dei lasciti dei Garamanti del Fezzan, oltre alle centinaia di chilometri di gallerie scavate nelle montagne e ai circa 100.000 condotti verticali usati per la loro costruzione, è infatti una ricca serie di graffiti rupestri risalenti al loro periodo preagricolo: si tratta della collezione più importante dell'Africa e forse tra le più estese al mondo. Il petrolio che viene estratto, insieme con l'acqua del Grande Fiume Artificiale, sta facendo tornare l'agricoltura nel deserto, sotto la curiosa forma di campi circolari giustapposti come se fossero fiches di un megapoker. Ma, nell'imitare i Garamanti, l'estrazione petrolifera sta mettendo a serio rischio il patrimonio artistico dell'antico popolo. Secondo gli esperti i danni causati sono già paragonabili alla perdita dei Buddha di Bamyan, fatti esplodere dai talebani nel 2001.
Le fonti usate per la redazione di questo articolo, oltre ai link segnalati nel testo:
· http://www.cru.uea.ac.uk/~e118/Fezzan/fezzan_home.html
· Louis Werner. Libya's Forgotten Desert Kingdom. Saudi Aramco World May/June 2004 , pp.8-13
· Gabriel Camps. Les Garamantes, conducteurs de chars et bâtisseurs dans le Fezzan antique. Clio.fr (2002).
· http://www.livinghistoryengineer.com/roman/north_africa.htm

martedì, giugno 02, 2009

Il Quinto Problema: il Picco del Capitale

I cinque elementi fondamentali del "modello del mondo" secondo lo studio noto in Italia come "I limiti dello sviluppo". Immagine di Magne Myrtveit.

Ho pubblicato ieri su "The Oil Drum" una riflessione sulla recente notizia sullo stato del sistema di posizionamento GPS (global positioning system): Secondo l'agenzia GAO, il sistema non è stato oggetto di sufficiente manutenzione negli ultimi anni e potrebbe degradarsi o, addirittura, collassare.

L'interpretazione che ne do è che siamo di fronte a un fenomeno atteso secondo gli scenari dei "Limiti dello Sviluppo". Dei cinque elementi che sono alla base del modello, uno è quello degli investimenti nelle infrastrutture. Il "capitale" si forma con l'uso delle risorse naturali ma anche si degrada spontaneamente. Via via che le risorse naturali diminuscono, vediamo il decadimento delle infrastrutture. Il caso del GPS è solo uno dei molti casi in cui l'economia di oggi non è in grado di tenere in piedi le infrastrutture costruite decenni fa.

Abbiamo quattro problemi ben noti: sovrappopolazione, esaurimento delle risorse, declino dell'agricoltura, inquinamento. Il quinto è meno noto, ma importante allo stesso modo: è il picco del capitale.

Ecco il link all'articolo completo.

sabato, maggio 30, 2009

Un desiderio chiamato tram

Lo dico senza ironia, domenica scorsa ho assistito direttamente a quello che secondo me è stato il più importante evento della giornata nazionale dopo le confessioni dell’ex fidanzato di Noemi Letizia, il completamento dei lavori della linea tranviaria Scandicci – Firenze, con l’arrivo del tram nei pressi della Stazione ferroviaria di S.Maria Novella, dopo aver percorso l’intero tracciato utilizzando completamente l’alimentazione aerea. Quando il tram silenziosamente ha fatto ingresso nel piazzale antistante la stazione, è stato accolto da uno sventolio di bandiere, dagli scatti delle macchine fotografiche e dall’applauso liberatorio di una piccola folla raccoltasi lì per l’occasione. Ho avvicinato l’assessore comunale Matulli che, essendo riuscito con grande tenacia a portare in fondo questa opera pubblica strategica, in un paese che non riesce a concludere quasi nulla, andrebbe trattato alla stregua di un eroe nazionale. Mi ha inanellato la solita infinita giaculatoria di problemi non solo tecnici che hanno accompagnato l’andamento dei lavori precisando che, quando a ottobre, dopo la fine del collaudo, partirà ufficialmente il servizio, saranno passati ben cinque anni dalla posa della prima pietra. L’ho consolato dicendogli che la media europea di realizzazione di tali infrastrutture in fondo non è molto più bassa, circa tre anni, tre anni e mezzo e che, aver raggiunto questo primo obiettivo è un passo fondamentale per il prosieguo dell’intero programma tranviario fiorentino, che prevede la realizzazione di altre due linee molto contestate. L’esperienza europea dimostra infatti che, dopo l’entrata in servizio di linee tranviarie moderne, le opposizioni e le contestazioni magicamente svaniscono, con cittadini e operatori economici che si affrettano a chiedere estensioni del servizio e la costruzione di nuove linee.
Come ho spiegato in questo mio precedente articolo, le sorti dell’intero programma tranviario fiorentino e, in particolare della linea che dovrebbe attraversare il cuore del centro storico, sono tuttora in discussione a causa delle imminenti nuove elezioni comunali.
Ennio Flaiano definiva gli italiani “un gruppo di uomini indecisi a tutto” e aveva ragione, però la riconversione della mobilità verso il trasporto collettivo su ferro è a mio parere obbligata, per i motivi contenuti nei miei precedenti articoli 1, 2, 3, e, alla fine con il solito ritardo, anche l’Italia spero si metterà al passo dei paesi europei più evoluti.

venerdì, maggio 29, 2009

Il paradosso di Epimenide

Uno dei paradossi più famosi è quello espresso dal cretese Epimenide, sinteticamente così: “I cretesi sono tutti bugiardi, io sono cretese, quindi questa affermazione non è vera. Ne deduco che i cretesi dicono sempre la verità, quindi la mia affermazione è vera”
In questo paradosso circolare sembrano in questi giorni impigliati gli analisti energetici, gli economisti e i politici a proposito dell’evoluzione dei prezzi energetici.
Secondo il Rapporto presentato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, la crisi economica ha provocato una forte riduzione della domanda di energia. Come si vede in questo grafico contenuto nel Rapporto consultabile tra gli allegati di questo articolo, i consumi di energia elettrica mondiale hanno subito per la prima volta dal dopoguerra un sensibile calo. Ma il calo della domanda ha determinato una forte riduzione dei prezzi del barile, la cui conseguenza è stata un crollo drammatico degli investimenti in tutti i settori: ricerca ed esplorazione, raffinazione, distribuzione di idrocarburi, ricerca e sviluppo delle tecnologie verdi e dell’energia nucleare. Una sintesi della situazione è contenuta in questo articolo di Federico Rendina sul sito del Sole 24 ore.
L’attuale abbondanza nei mercati di petrolio e metano sarebbe solo illusoria, perché, come afferma Fatih Birol, capo economista dell’Agenzia, con la ripresa economica, la richiesta trainata dai paesi emergenti potrebbe crescere ben oltre la capacità produttiva, determinando un nuovo squilibrio tra domanda e offerta, che farebbe riprendere la crescita esponenziale dei prezzi petroliferi precedente alla crisi finanziaria ed economica in corso.
E allora, per i grandi riuniti a Roma, il Presidente dell’Eni Roberto Poli ha individuato una brillante soluzione al paradosso petrolifero: il prezzo del petrolio dovrà attestarsi tra i 60 e i 70 dollari al barile, così ritornerà conveniente estrarre petrolio dalla sabbie bituminose, e si potrà rilanciare lo sviluppo di fonti rinnovabili e nucleare. Ma ammette che "mantenere il prezzo in questo intervallo non è un compito né semplice né immediato". Il vice direttore generale del Fondo monetario internazionale, John Lipsky, sempre in occasione del G8 energia in corso a Roma, dispensando ottimismo, ha spiegato che “all’inizio del 2009 i prezzi del petrolio si sono stabilizzati. Nelle ultime settimane sono risaliti a quasi 60 dollari al barile, a riflettere un generale miglioramento del 'sentiment' sui segnali che la fase più acuta della discesa dell'economia globale é conclusa, che la crescita in Cina potrebbe rafforzarsi, ma anche che la contrazione della domanda di greggio potrebbe finire presto".
Mi hanno convinto, aveva ragione Epimenide, i cretesi sono bugiardi e sinceri contemporaneamente.

giovedì, maggio 28, 2009

Che cosa bruceremo per produrre energia?


La batmobile, mezzo di trasporto di Batman e Robin, in un'interpretazione degli anni '60. Si supponeva che la batmobile avesse un piccolo reattore nucleare come motore - ma notate le fiamme allo scappamento. Una bella illustrazione del concetto di "combustibile nucleare"


Da quando i nostri remoti antenati hanno imparato ad accendere il fuoco sfregando pietre o legnetti, il fascino della fiamma ci è rimasto dentro. Tanto è vero che non riusciamo a concepire muoversi o generare energia senza bruciare qualcosa. Persino l'uranio viene quasi sempre definito come "combustibile" delle centrali nucleari. E' come se la gente pensasse che dentro la centrale c'è un fuoco acceso (*). Esattamente come per la batmobile (atomica) dei film anni '60 che mandava fuoco e fiamme fuori dalla marmitta.

Ecco un piccolo esempio di questo atteggiamento. Viene dal programma del "Festival dell'Energia" che si è tenuto a Lecce dal 14 al 17 Maggio 2009. Nella descrizione di un "talk show" di Sabato, intitolato "I combustibili del futuro", leggiamo

"Celle combustibili, idrogeno, biocarburanti, biomasse. Che cosa bruceremo per produrre energia, in particolare nel settore dei trasporti?"

Vedete che non si concepisce neanche la possibilità di produrre energia o muoversi senza bruciare qualcosa. Cose come l'energia fotovoltaica o il trasporto elettrico sono, apparentemente, troppo aliene per essere prese in considerazione. Siamo condannati a bruciare e bruciare sempre di più. Fino a che non resteremo al buio.



(*) mi ricordo, ma non so più ritrovare, un mitico episodio di Flash Gordon (credo) in cui il comandante dell'astronave ordinava di "mettere più uranio nei motori" per aumentare la velocità. Nella vignetta successiva, si vedevano anche gli addetti ai motori, tutti sudati che spalavano l'uranio dentro una grande caldaia!

mercoledì, maggio 27, 2009

Tutto sotto controllo







Quante volte abbiamo sentito affermazioni del tipo "Perchè ci dobbiamo preoccupare di cose più grandi di noi, ci sarà senz'altro qualcuno che ha pensato a risolvere i problemi del petrolio e delle risorse, e aspetta solo il momento buono per tirare fuori LA soluzione e guadagnarci su".

Personalmente, credo di aver smesso si credere a questo tipo di cose in epoca preadolescenziale, intorno ai 12 anni; si tratta di quegli spartiacque che ti segnano, un po' come quando a 6-7 anni smetti di credere a Babbo Natale.

Pensiamo all'energia rinnovabile. Da un calcolo razionale, è verissimo che l'ammontare annuale di cui beneficiamo è enormente superiore all'odierno fabbisogno, sempre annuale. Il Sole investe con la sua radiazione la Terra, e genera energia in varie forme rinnovabili: flussi di acqua dolce, vento, moto ondoso e accumulo in biomasse. Abbiamo poi altri flussi energetici sempre rinnovabili, legati alla Terra (geotermia) e alla Luna (maree).

Fin qui è tutto molto rassicurante. Il problema insorge nel momento in cui si pensa a ciò che occorre fare per intercettare i suddetti flussi energetici: realizzazione di infrastrutture come dighe, parchi eolici, pannelli termici/fotovoltaici, e la loro manutenzione. Qui i problemi si intrecciano con altre questioni, che sono quelle minerarie in senso largo, di superficie dedicata e di demografia.

Per realizzare un pannello fotovoltaico occorre una certa disponibilità di materiali a elevata purezza e di energia sufficiente da investire. E' vero che il pannello restituirà nella sua vita (di alcuni decenni) un'energia superiore a quella che è stata impiegata per realizzarlo; tuttavia dobbiamo essere certi di avere a disposizione tutto quanto serve per lo "start up". Naturalmente, il senso è quello di riuscire a estendere questo concetto fino al livello di installare pannelli su tutte le falde di tetto appetibili di un Paese, o di un continente.

A questo proposito, i tradizionalisti dei tetti all'italiana dovranno scegliere tra morire in una villa o sopravvivere in una casa discreta, perchè non potremo permetterci di strappare chilometri quadrati di terreno coltivabile, in relazione al già esteso grado di cementificazione e alla pressione demografica odierna


Per gli aerogeneratori ci vuole un po' di sana metallurgia, e di capacità mineraria per realizzare e manutenere pale eoliche efficienti, dunque in leghe particolarmente leggere.

Parimenti, per sfruttare il moto ondoso marino occorrono materiali a elevata tecnologia e resistenza alla corrosione, affatto gratuiti, in quanto è necessaria la capacità produttiva di leghe speciali e di tecnopolimeri che, ancora, dipendono da minerali rari, dal petrolio e altri fossili.

Per analogia, il problema non è avere il legno potenziale per scaldare tutti, ma avere fiammiferi a sufficienza per molti, e riuscire a bruciare il legno a una velocità inferiore del ritmo di crescita dei boschi vicini, mantenendo una combustione ininterrotta e condivisa.

Le energie rinnovabili rappresentano comunque la via più realistica per superare la crisi energetica imminente, pur con i loro limiti.

Sperare che, al momento giusto, "qualcuno scopra qualcos'altro", o "tiri fuori la soluzione sepolta in gran segreto" mi pare un trastullarsi nell'illusione, soprattutto vedendo le enormi difficoltà che abbiamo nel gestire i quotidiani problemi degli squilibri nel mondo e la famigerata crisi economica.

Idrogeno, fusione calda e fredda, fissione nucleare di nuova generazione sono tutte cose interessanti, su cui è possibile riservare un po' di risorse per la ricerca, ma non dovrebbero oscurare le rinnovabili, nè tantomeno diventare un rifugio psicologico per un domani senza problemi. Il picco del petrolio sta bussando oggi.



martedì, maggio 26, 2009

Immigrazione, una questione morale, politica ed ecologica.




created by Luca Pardi



Mi sorprende sempre l’ingenuità ecologica di quei pochi che si occupano di popolazione (e quindi anche di immigrazione- emigrazione), e che traspare in uno scambio di opinioni che mi è capitato di leggere recentemente in un forum americano, mentre con un orecchio seguivo distrattamente le banalità dei nostri politici di maggioranza e di minoranza sulla questione degli immigrati clandestini.

Il primo intervento che ho letto è di Mathias Risse [1] . La tesi di Risse è abbastanza semplice: le risorse naturali appartengono in egual misura a tutti gli uomini, la densità di popolazione di un dato paese è un indicatore indiretto del livello di sfruttamento delle risorse naturali in quel paese. Ladensità degli USA è relativamente bassa dunque è impossibile trovare una base morale alle norme giuridiche atte ad impedire l'immigrazione clandestina. I suoi critici Ryan Pevnick, Philip J. Cafaro, gli rispondono che le risorse naturali non sono tutto, ma che ci sono anche risorse culturali, sociali e politiche che si riassumono in una lista dei beni pubblici come: uno stato di diritto ordinato, una società governata in modo efficiente, un mercato funzionante e regolato in modo efficiente, un sistema di ammortizzatori sociali, pensioni, sostegno ai poveri ecc che l'immigrazione (in particolare di lavoratori a basso reddito) tende a ridurre con particolare danno per le classi più povere. Cafaro fa anche un passetto in più parlando dell'aumento di popolazione locale (parlano sempre degli USA) che comprometterebbe qualsiasi programma di sostenibilità.

La mia opinione variamente espressa in questi anni e che credo dovremmo cercare di mettere nero su bianco è la seguente e si basa su considerazioni scientifiche prima che morali.

La densità di popolazione è un indicatore insufficiente per qualificare l’intensità di sfruttamento di un dato territorio. Il consumo di energia e l'energia pro-capite sono i veri surrogati di territorio e densità di popolazione e a loro volta si traducono in altri indicatori come l'impronta ecologica. Le risorse socio-politiche e culturali di Revnick e Cafaro sono conseguenze del consumo di energia. Si tolgano i consumi esagerati di energia dei paesi sviluppati e sparisce il wellfare, l'educazione pubblica, le infrastrutture, la difesa dell'ambiente e, probabilmente, anche lo stato di diritto la democrazia parlamentare e i suoi splendori. La mappa del mondo deve essere ridisegnata su qualcosa che tenga conto di questi fatti. Si potrebbe assumere come surrogato dell’estensione di territorio la mappa del deficit ecologico delle nazioni come riportata di seguito (presa dal sito del Global Footprint Network: http://www.footprintnetwork.org/) che indica la differenza fra consumo di risorse e bioproduttività di una data nazione.

I paesi sviluppati sono immensi e quelli poveri sono striminziti. La mappa non è altro che la rappresentazione dell'estensione artificiale del "territorio" ed è un effetto del dominio violento che si concretizza con un patto non scritto fra classi dirigenti dei paesi industrializzati e classi dirigenti dei paesi fornitori di materie prime. Il trasferimento di materia contro denaro ha permesso la crescita industriale (con tutte le belle cose descritte da Revnick e Cafaro, inclusa la cosiddetta difesa dell’ambiente nei paesi ricchi) e arricchito le classi dirigenti tenendo a bada i popoli dei paesi sviluppati con il consumo bulimico di merci.
E' ovvio che le persone in grado di farlo, quindi non i morti di fame, ma coloro che provano un certo appetito per il meglio e hanno il minimo di mezzi per tentare di soddisfarlo, cerchino di spostarsi in "territori" più ampi. Spesso attratti dalla narrativa dominante del sogno americano in versione Hollywood. L'equilibrio si rompe quando il flusso di materia/denaro rallenta e i patti saltano (questa sarebbe un possibile obbiettivo di ricerca dei pensatoi globali) anche per l'entrata in gioco di grandi paesi come Cina e India che, essendo sede di antiche civilizzazioni, possono tranquillamente ingoiare molto senza perdere la loro spinta e la loro natura.

Il flusso di materia che rallenta è rappresentato in forma di ipostasi dal picco del petrolio, il flusso di denaro che rallenta è rappresentato dalla perdita di valore del denaro in seguito alla creazione di moneta a fronte di debiti inesigibili (ciò che spesso sbrigativamente e con rischio di malintesi, viene definita creazione di moneta dal nulla) operata per sostenere la crescita.

Al diminuire del flusso deve necessariamente diminuire anche il "territorio" e quindi arrestarsi anche lo spostamento di popolazione (lo avevamo gia detto anni fa), ma questo succederà con l'inevitabile inerzia di tutti i processi demografici. Il periodo di passaggio non sarà divertente, ma probabilmente molto interessante.

Il non detto, potremmo chiamarlo il tabù, di questi specialisti dell'immigrazione, anche di quelli che come Cafaro si pongono correttamente il problema della fertilità dei paesi poveri, è il concetto di riduzione del metabolismo socio-economico dei paesi ricchi. Il massimo a cui si arriva (con Cafaro) è che si debba barattare un po' della nostra ricchezza (fatta di cosa? Di denaro o di risorse solide?) con la decrescita demografica dei poveri.

Il concetto di rientro dolce è secondo me più egualitario, eticamente inoppugnabile, e semplice da capire per chiunque abbia una visione termodinamica del mondo. Il flusso materia/denaro si deve assottigliare, le estensioni artificiali dei diversi paesi si devono riequilibrare nello stesso tempo in cui la popolazione decresce artificialmente attraverso la riduzione del tasso di natalità ben al di sotto dell'attuale tasso (la cui decrescita è, probabilmente e almeno secondo il mio parere, il risultato del manifestarsi delle prime resistenze ecologiche).

Lo spostamento dei popoli e degli individui è ingovernabile e solo un cambio di paradigma può determinare l'uscita dalla situazione attuale. Il rientro dolce è forse un’utopia, ma meno idiota di quella di chi vorrebbe tenersi il proprio territorio artificiale intatto e pulito in cambio di carte false e promesse non mantenibili.



[1] L’intero scambio di opinioni che ha ispirato questo contributo può essere letto all’URL: http://www.cceia.org/resources/journal/22_3/exchange/001.html#_footnote1

lunedì, maggio 25, 2009

Petrolio, mercurio e fosforo


I partecipanti al "Talk Show" del 17 Maggio al Festival dell'Energia di Lecce. Da sinistra nella foto, Carlo Stagnaro, Ugo Bardi, Ugo Bilardo e Stefano Agnoli - il moderatore. Il testo che segue non è una trascrizione della mia presentazione. E' scritto a memoria, usando uno stile per quanto possibile vicino alla lingua parlata.


Per prima cosa, vorrei ringraziare il professor Bilardo per il suo intervento. Di solito tocca a me spiegare certe cose, ma il professor Bilardo mi risparmia questo dovere con la sua spiegazione esauriente della situazione delle riserve petrolifere mondiale.

Bene, allora si tratta di partire da questo per cercare di capire che cosa ci aspetta. Abbiamo sentito parlare di un numero - vi ricordate che Bilardo ha detto "1350 miliardi di barili". E' un numero che mi trova daccordo, nel complesso, e trova daccordo molti esperti - certo c'è anche chi da numeri completamente diversi; come quello che citava prima il nostro moderatore. Che mi pare avesse detto qualcosa come 12 mila miliardi di barili secondo le stime del presidente di Saudi-ARAMCO. Bene, su questi numeri credo che sia legittimo avere un qualche piccolissimo sospetto; ovvero che il presidente di una delle maggiori compagnie petrolifere mondiali abbia un zinzino di interesse a gonfiare un po' le stime.

Ma non entriamo in questi discorsi. Quello che vi volevo dire è un'altra cosa. Dato un certo numero, un po' più di mille miliardi di barili, a questo punto ci dobbiamo domandare cosa significa. Quello che potremmo fare è dividere per il consumo annuale mondiale e ottenere quanto durerebbero le riserve se il consumo rimanesse costante. Lo fanno tutti e viene fuori qualcosa come 37-38 anni. Ma questa cosa del rapporto riserve-produzione non è una grande idea. I consumi non sono mai stati costanti da quando si estrae il petrolio - un buon secolo e mezzo - allora come possiamo pensare che rimangano costanti da qui ai prossimi 40 anni? Questa misura, però, vi da facilmente un falso senso di sicurezza. Me ne accorgo spesso quando discuto con i politici. Mi chiedono: c'è ancora petrolio? Io rispondo di si, per forza, è ovvio. Allora loro mi ringraziano, tanti saluti e arrivederci. Non riescono a capire dove stia il problema. E' un modo di ragionare molto grezzo e limitato. Vi sembra possibile che fra 37 anni guarderemo nel buco del pozzo grattandoci la testa e dicendo "oops - non c'è più petrolio?

Le cose non sono così semplici. In realtà non sono mai semplici. Sapere quanti barili ci sono sottoterra - più o meno - è utile; ma non è il solo parametro. I barili ci sono, stanno lì fermi. Sono stati lì per milioni di anni. Ma è una decisione umana di estrarli oppure no. E come tutte le decisioni umane, dipende dalla convenienza. Si estrae se conviene. Altrimenti i barili stanno li ancora qualche milione di anni.

Allora, il professor Bilardo vi ha parlato della curva di Hubbert. E' una cosa osservata per la prima volta negli Stati Uniti. Si è visto che la produzione di petrolio negli USA è cresciuta fino a un certo punto; ha raggiunto un massimo è poi è diminuita inesorabilmente fino ad oggi. Oggi si produce circa un terzo di quello che si produceva ai tempi d'oro del petrolio americano.

Questo della curva di Hubbert è un fatto sperimentale. E' un fatto storico. E non è certamente il solo caso. Ve ne posso citare decine per il solo petrolio in varie regioni del mondo. E anche per altre risorse minerali. Ma perché c'è questa curva? Nella geologia, questa curva non c'è. Ci sono dei barili che stanno sottoterra - ovviamente non sono barili, è petrolio che noi per usanza descriviamo in termini di barili. Ma questi barili non hanno nessuna curva di Hubbert scritta sopra. Non c'è scritto sul petrolio sottoterra quando verrà estratto. Non c'è scritto nemmeno se verrà estratto. La curva di Hubbert non sta nella geologia.

La curva di Hubbert sta nell'economia. Più esattamente in come l'economia gestisce le risorse geologiche. I barili non sono tutti uguali. Come è ovvio, uno estrae prima i barili cosiddetti "facili"; ovvero quelli che costano poco. Pensate ai giacimenti dell'Arabia Saudita. Sono a bassa profondità, sono in zone facilmente raggiungibili, è petrolio di buona qualità che si trova in grande quantità. Fate il confronto col petrolio del Kazakhstan. E' una zona lontanissima dai porti, sono pozzi nel mezzo del Mar Caspio; è petrolio pieno di zolfo e di altra robaccia. Non c'è da stupirsi che sono più di trent'anni che si estrae in Arabia Saudita, ma dal Kazhakstan ancora non si è riusciti a tirar fuori qualcosa dal pozzo di Kashagan che è uno dei pochi giacimenti giganti rimasti.

Allora, cosa succede nel periodo di sfruttamento di un insieme di risorse petrolifere; diciamo gli Stati Uniti? Beh, all'inizio estrarre costa poco perchè si estrae dai pozzi facili. Si fanno grossi profitti che vengono re-investiti in altra estrazione. Questo fa aumentare la produzione. Piano, piano, però, i costi salgono perché si esauriscono le risorse a buon mercato. A questo punto, i profitti cominciano a diminuire. Si investe di meno, quindi la crescita rallenta. A un certo punto rallenta talmente che la produzione comincia a diminuire. Ecco il picco.

Questo tipo di ragionamento è qualitativo, ma si può quantificare con dei modelli. Ma non servono modelli complicati. Tutta la faccenda di Hubbert è basata semplicemente sui principi di base dell'economia. E' quello che vi insegnano al primo anno di scienze economiche: la gente prende le decisioni secondo quello che gli conviene. Perlomeno in un libero mercato. E, infatti, la curva di Hubbert si osserva in situazioni dove c'è un libero mercato - almeno approssimativamente. Dove c'è un controllo centralizzato, allora no. Se è il governo a decidere cosa estrarre e cosa no, la curva di Hubbert non la vedete. Guardate l'Arabia Saudita - tutto è in mano al governo e li' di picchi di Hubbert non ce ne sono - perlomeno non in modo chiaro. Questo non vuol dire che la produzione Saudita non dovrà andare a zero prima o poi. Ma non c'è quella bella curva che vediamo per il petrolio degli Stati Uniti.

Quindi vediamo che c'è questa curva di estrazione che ha una forma un po' come una campana. Si parla molto del fatto che il picco debba essere al momento in cui si estrae la metà delle riserve. Questo vuol dire, se ci pensate sopra un attimo, che la curva debba essere simmetrica. Questo non è affatto detto che si verifichi nella realtà. La simmetria è un'approssimazione. Come dicevo, il fatto se estrarre o non estrarre è una decisione umana. Non è una legge della fisica; è qualcosa che sta nella nostra testa. E la nostra testa non è proprio il massimo del prevedibile. Però, nella media, la curva di Hubbert è una buona approssimazione. Come dicevo prima, ci sono stati tantissimi casi storici.

Ora, un'obiezione che ho sentito fare su questa faccenda è che la curva - si - è valida per i casi regionali. Come appunto i 48 stati americani. Ma non è valida necessariamente per il mondo intero. Questa obiezione è sensata. In effetti, dicono, se non conviene estrarre non si estrae; ma il fatto che non conviene non deriva solo da fattori geologici ma dal fatto che - per esempio - nel caso degli Stati Uniti a un certo punto conveniva di più importare petrolio dal Medio Oriente o dal Venezuela che estrarlo in casa.

Bene - come dicevo, questa è un'obiezione sensata. Per controbattere, bisognerebbe far vedere che l'estrazione globale del petrolio passa per un picco. Ma il petrolio globale non ha ancora raggiunto il picco e allora questo non lo possiamo dire; non ancora perlomeno. Sembra che ci sia chi dice che se non c'è stato finora un picco del petrolio a livello globale, allora probabilmente non ci sarà mai. Questo è proprio esagerato, se ci pensate sopra, ma comunque è una cosa sulla quale dobbiamo ragionare.

Per capire questa faccenda abbiamo bisogno di dati sperimentali. Se ci limitiamo a ragionarci sopra, allora non arriviamo a niente. Continuiamo a chiaccherare, ma il mondo la fuori ha le sue realtà. Il mondo fa il suo corso, indipendentemente dalle chiacchere che noi facciamo. Allora, se il petrolio mondiale non ha ancora raggiunto il suo massimo, abbiamo dei dati su delle risorse che ci sono arrivate? La risposta è si. Allora possiamo confrontare.

E' un problema che ho studiato in un certo dettaglio. Io e alcuni miei collaboratori ci abbiamo lavorato sopra parecchio. Abbiamo studiato risorse sia minerali che biologiche - la caccia alle balene per esempio. E' un campo di studio molto vasto è interessantissimo. Vi farò soltanto un paio di esempi.

Comincio con una cosa che ho visto proprio questa settimana in farmacia. Non so se l'avete notato anche voi; c'era un cartello con sopra scritto qualcosa come "il vecchio termometro a mercurio va in pensione". Ovvero, i vecchi termometri non si vendono più. Vi ricordate quelli con la colonnina di mercurio? Una volta tutti i termometri erano così.

Ora, il fatto che il mercurio sparisca dai termomentri sembra che sia una cosa ovvia per ragioni di ecologia. Il mercurio è un metallo pesante; è tossico per la salute umana. Cosa c'è di più logico che farlo sparire e sostituirlo con qualche bel microprocessore? Fra le altre cose, non c'è più nemmeno bisogno di fare quella cosa curiosa che era "sbattere" il termometro prima di provarsi la febbre.

Il realtà, però, se andate a vedere i dati storici della produzione di mercurio, vedete una cosa curiosa. La produzione mondiale di mercurio ha seguito una bella curva di Hubbert, con il massimo verso la fine degli anni '60. Ovvero, non è che abbiamo deciso di smettere all'improvviso di usare il mercurio perché lo consideravamo inquinante. C'è stata questa curva che ci dice qualcosa. Certo, uno dice, va bene, è stata una cosa graduale, via via che il mercurio lo eliminavamo dal mercato, la produzione diminuiva perché c'era meno domanda. Forse. Ma forse anche no. Vedete, c'è un piccolo dettaglio da considerare. Se confrontate la curva di produzione storica con i dati geologici; ovvero le stime delle riserve mondiali, allora vedete che le due cose corrispondono bene. Ovvero, abbiamo estratto tutto il mercurio che potevamo estrarre.

Pensateci bene su questa cosa. Vuol dire che il mercurio non lo abbiamo smesso di estrarre perché non ci serviva più. Perlomeno, non solo per questo. Abbiamo smesso, anche e forse soprattutto, perché non ce n'è più in forma estraibile. In economia è sempre difficile disaggregare domanda e offerta ma, in questo caso, chiaramente la produzione non è diminuita soltanto per via di una riduzione della domanda. C'era un problema di offerta. Se non avessimo avuto a disposizione una tecnologia alternativa, oggi i termometri sarebbero cose rare e preziose.

Il mercurio è un caso classico in cui la sostituzione di una risorsa è stata talmente facile che la maggior parte di noi non si è nemmeno accorta che c'era un problema. Non c'è stato nessuno che abbia parlato con preoccupazione di "picco del mercurio", nessun catastrofista che abbia lanciato l'allarme o cose del genere. Può darsi che ci vada così anche per il petrolio ma, ovviamente, il petrolio è una cosa importante e non così facile da sostituire come il mercurio.

Questo ci porta a un'altra domanda. Che cosa succede se una risorsa non è sostituibile? Intendo, proprio per niente? C'è stato un caso storico del genere ed è quello dei fosfati. I fosfati sono usati in agricoltura; sono un fertilizzante. Sono una risorsa minerale che si estrae in varie regioni del mondo. Allora, se guardate la curva della produzione di fosfati, vedrete che la curva ha fatto un bel picco e ora è in declino. Non è la stessa cosa del mercurio; per i fosfati siamo ancora a un buon 80% del massimo della produzione. Quindi, ancora si produce; ma la tendenza e chiara - siamo in declino.

Ora, la differenza fra i fosfati e il mercurio è molto semplice: i fosfati non si possono sostituire. Non mi parlate di ricerca scientifica e di nuove tecnologie; o magari di OGM o cose del genere. Il fosforo è una parte integrante delle proteine biologiche e il fosforo bisogna che le piante lo prendano dai fosfati. Non c'è modo di inventarsi un altro sistema - a meno di fare delle piante con i microprocessori, come per i termometri senza mercurio. Ma le piante elettroniche non sarebbero molto nutrienti, credo.

Allora, cosa succede all'agricoltura senza fosfati? Beh, non siamo ancora arrivati a delle difficoltà gravi. L'agricoltura ha tantissimi problemi, quello della carenza dei fosfati si comincia a sentire, ma non è ancora grave. Però vedremo questo problema farsi molto pesante nel futuro. E non c'è modo di risolverlo a colpi di tecnologie avanzate. Bisognerà ristrutturare l'agricoltura in modo da usare meno fosfati e riciclarli il più possibile. La cosa non sarà per niente facile.

Magari fra qualche anno ci ritroviamo qui a Lecce a discutere al Festival dei Fosfati, invece che al festival dell'energia. Ma quello che vi volevo dire è un'altra cosa. Vi volevo far vedere come il modello della curva di Hubbert sia una cosa reale. Vedete, non è una teoria stramba che qualcuno si è inventato visto che non aveva altro da fare. E' un fatto che si verifica comunemente. Ci sono tantissimi casi storici. Ed è anche un fenomeno "robusto" nel senso che si verifica anche per risorse diverse in condizioni molto diverse.

Allora, vi invito a ragionare su queste cose tenendo conto che l'estrazione di una risorsa - di qualsiasi tipo - è sempre questione delle leggi dell'economia. Non basta che, in principio, la risorsa ci sia sotto terra o da qualche parte. Bisogna avere le possibilità economiche di estrarla. Questo vale per quasi tutte le risorse, incluso il petrolio dove, a mio parere, siamo molto vicini a questo famoso "picco" di cui si è tanto parlato. Secondo me l'abbiamo passato l'anno scorso e su questo ho scommesso un euro con Massimo Nicolazzi che è qui in platea. Lui pensa che la produzione potrà aumentare ancora. Magari ha ragione lui, ma la produzione petrolifera sta diminuendo; quindi fino ad ora vinco io. Ci ritroviamo qui l'anno prossimo e vediamo.

Un ultimo punto: il nostro moderatore ha accusato ASPO di essere una "setta". Non so bene da dove derivi questa idea; non mi pareva che i membri di ASPO fossero dediti a pratiche religiose esoteriche. Però è vero che c'è gente la fuori che ha mitizzato il picco del petrolio come se fosse la fine del mondo. Ma non è affatto detto. Avete visto, per esempio, come del picco del mercurio non ce ne siamo neanche accorti. In fin dei conti è una questione di sostituzione: se una risorsa la possiamo sostituire, il picco è un travaso naturale da una risorsa a un'altra. Non succede niente di orribile; non casca il mondo. Però, certe risorse sono difficili da sostituire - anche impossibili come i fosfati. Il picco dei fosfati ci darà dei grossi problemi. Il petrolio è in qualche modo intermedio; si può sostituire, ma non è ovvio. Ci sono tante altre fonti di energia, ma per il momento ancora un po' più care. Bisogna lavorarci sopra.

L'errore che potremmo fare è attaccarci al petrolio come se fosse insostituibile e sprecare tutte le nostre risorse per cercare di mantenere la produzione il più a lungo possibile. Questo sarebbe veramente un disastro e per evitarlo bisogna capire come stanno le cose - incluso il discorso della curva di estrazione della quale vi ho parlato oggi. Pensateci sopra, perché è una cosa importante. Grazie.





venerdì, maggio 22, 2009

La vita dopo il petrolio (reloaded)



Già Ugo Bardi, in un post di qualche mese fa, aveva fatto una presentazione del libro "La vita dopo il petrolio"; anche Marco Pagani ne aveva lanciato uno. Inserisci linkCome promesso a Gianluca Ruggieri, che gentilmente mi ha passato una copia, mi cimento in questa mini-recensione, da un punto di vista un po' più da "esterno".
Non si tratta di voler rigirare e propinare sempre la stessa minestra. Il problema del petrolio e della disponibiltà mineraria in generale non si esaurisce con l'uscita di un libro, che magari tra un annetto sarà sfidato da un altro per confutarne i ragionamenti, e così via in uno sterile ping pong di "favorevoli" e "contrari" (un po' come era successo con "I limiti dello sviluppo" del club di Roma negli anni settanta).
La questione delle risorse è triviale negli "affari dell'uomo", soprattutto in quelli che molti libri di storia si limitano a presentare come recensioni di film: i conflitti politici, sia militari che diplomatici, sia nazionali che internazionali.

Questo libro ha l'enorme pregio di condensare in 150 paginette, sottoforma di intervista a professori e intellettuali, una moltitudine di scenari, solo apparentemente indipendenti. Le tematiche trattate si intrecciano nella complessità dei sistemi, sono facce di uno stesso poliedro. E' impensabile voler affrontare e gestire i problemi globali cercando di "mettere a posto" una sola faccia, trascurando le altre; un po' come avviene nella ricomposizione del cubo di Rubik, se ci si accanisce a comporre in fretta e furia e senza un metodo "globale" il colore di una certa faccia, tutte le altre risulteranno invariabilmente scomposte, a meno di una fortuna da superenalotto.

Per obiettivi ampi, occorrono tecniche più lungimiranti e algoritmi che interpretino la complessità. Le risorse per raggiungerli sono ad alta rinnovabilità: conoscenza distribuita, potenza di calcolo, tempo (e voglia).

Ad esempio, consideriamo il problema dell'alimentazione. Il fatto che nessuno (o quasi) in Europa abbia il problema della fame sembra scontato, ma non lo è. Se immaginiamo un mondo a petrolio scarso o razionato, realizziamo immediatamente che sarà molto più difficile concimare i terreni agricoli, fare i fitotrattamenti, impacchettare gli alimenti e distribuirli capillarmente. A questo, si lega in maniera praticamente automatica il discorso della crescita demografica.

Altro esempio: il problema della disoccupazione. Interi comparti industriali stanno sfoltendo le maestranze. E' giusto impedire ad ogni costo questa emorragia? E' giusto continuare a produrre enormi surplus di beni che non sono più recepiti dai mercati, e la cui realizzazione e manutenzione sta diventando sempre più costosa in termini di materie prime e di energia? Aiuti e sussidi saranno la nostra salvezza, o piuttosto una droga su un organismo malato?

Dobbiamo continuare con questo modello che si basa sulla combustione e trasformazione di idrocarburi fossili, e che influenza il clima e la vivibilità del pianeta per i prossimi secoli?

Il libro è stato scritto a più mani. Per ogni autore, riporto una frase che mi ha colpito, sperando di stimolare la curiosità dei lettori, in modo che acquistino o rintraccino nelle biblioteche il volumetto. I suoi contenuti, chiusi a fine 2008, ci accompagneranno per decenni. Buona lettura.



"Da bambini tutti noi ci siamo chiesti da dove venisse la benzina che mamma e papà mettevano nel serbatoio della macchina"

(Ugo Bardi, professore di Chimica e presidente di Aspo Italia)


"L'inceneritore è una macchina di una tale inefficienza, che se anche non inquinasse sarebbe una follia"
(Guido Viale, scrittore)

"E' del tutto evidente che non serve un veicolo da 2 tonnellate per spostare una persona con i suoi 70 kg"
(Andrea Poggio, funzionario ecologista)

"Non possiamo più pensare a città che salgono in verticale"
(Federico Butera, professore di Fisica Tecnica)

"Richard Heinberg ha scritto che l'agricoltura industriale è di gran lunga la forma di produzione alimentare meno efficiente che sia mai stata applicata"
(Toufic El Asmar, agronomo)

"Il vero dramma della medicina contemporanea, però, è che l'80% delle spese in ricerca è dedicato ai disagi del 20% della popolazione ricca, per gli altri restano solo briciole"
(Enzo Ferrara, ricercatore in Chimica)

"I demografi che trattano la popolazione come uno dei fattori socio-economici con metodi statistici si basano su analisi che costantemente ignorano gli aspetti legati alla disponibilità di materie prime e ai limiti ecologici"
(Luca Pardi, ricercatore in Chimica)
"In università c'è grande difficoltà a creare delle cose nuove e a superare e trasformare le cose vecchie"
(Enrico Euli, ricercatore e pedagogista)

"Il prezzo non è più una variabile indicativa: non sappiamo più dire se il prezzo di una merce, a partire dal petrolio fino al grano, sia quello corretto"

(Alessandro Volpi, docente di Storia e Geografia)

"E' possibile che nel prossimo decennio il prezzo del petrolio arrivi a oscillare tra i 200 e i 300 dollari al barile"

(Gianni Silvestrini, ricercatore in Fisica)



"A breve dovremo preoccuparci dei rischi di conflitto per l'accaparramento delle risorse residue, e al limite del rischio di utilizzo di armi nucleari"

(Michael Dittmar, ricercatore in Fisica)



"Il limite che l'ecosfera ci impone rispetto alle emissioni di gas è molto più vicino di quelli che ci imporrà la scarsità di risorse. Stiamo parlando dei prossimi due decenni"
(Hermann Scheer, presidente di Eurosolar)


"Quando incontri conflitti definiti 'etnici', se scavi un po' troverai una problematica ecologica, ad esempio fertilità e spostamento di popolazione. Il conflitto non si esprime in modo ecologico ma etnico, assume una vita propria, e le origini si nascondono"
(Wolfgang Sachs, sociologo)


"Più sconvolgimenti politici, più povertà e instabilità, portano maggiore immigrazione. Nonostante la 'fine' del petrolio, i Paesi consumatori continueranno ad avere un livello di benessere invidiabile per tutti gli altri"
(Sherif El Sabaie, docente di cultura araba)



"Se una data risorsa ha raggiunto il picco non significa affatto che sia esaurita o in esaurimento, ma solo che gli 'anni ruggenti' sono ormai un ricordo e che l'estrazione d'ora in avanti sarà sempre più difficile e costosa"
(Marco Pagani, docente di Fisica)



"L'enorme sviluppo tecnologico degli ultimi decenni era una conseguenza di una disponibilità energetica a buon mercato e non viceversa. Era un suo effetto collaterale. Prepariamoci a una vita molto più dura e reale"
(James Howard Kunstler, scrittore)



"La società non è preparata ad affrontare la diminuzione delle risorse. Mi sarebbe piaciuto che l'umanità avesse preso atto degli allarmi lanciati tanti anni fa, e optato per un uso più razionale delle risorse"
(Luca Mercalli, climatologo)




PS 1 Le frasi sono estrazioni da contesti, per coglierle al massimo dell'espressione è consigliata la lettura dei capitoli-intervista in cui è strutturato il libro

PS 2 Per alimentare la dialettica con chi ha altre visioni, si veda un mio vecchio post, in cui ho cercato un confronto con il prof. Riccardo Varvelli, autore di un libro dal titolo molto simile a quello appena presentato, "Petrolio e dopo?"

giovedì, maggio 21, 2009

Il festival dell'energia di Lecce




Il "diamante" che troneggiava in una piazza di Lecce durante il festival. Costruito dall'ENEL, è una struttura sferoidale dove l'energia prodotta da alcuni pannelli fotovoltaici viene immagazzinata in forma di idrogeno all'interno di serbatoi sferici. Per dirla con Paolo Villaggio: per me, è una boiata pazzesca. (vedi anche la critica di Gianni Comoretto)


Di ritorno dal Festival dell'Energia di Lecce, tenuto dal 14 al 17 Maggio, vi passo qualche impressione, necessariamente limitata, di un convegno organizzato veramente "in grande". Non ho idea di quanto sia costato tutto l'ambaradan, ma siamo certamente su cifre stratosferiche. Lecce era tappezzata da manifesti, c'erano chioschi e stand del convegno a decine, in più c'erano concerti e spettacoli, come pure ragazze in uniforme che pattugliavano le strade distribuendo volantini. Insomma, se stavi a Lecce il convegno non lo potevi proprio ignorare.

La spettacolarizzazione ha dei vantaggi ma, come per tutte le cose, se si esagera si ottiene un risultato controproducente. Così, i vari aggeggi erano indubbiamente spettacolari, ma con quale risultato? Di fronte a un aggeggio come il "diamante energetico", non è che se ne ricavava l'impressione che l'energia rinnovabile è un costoso e inutile giocattolo per bambini?

Prendete un altro esempio: il palco dove si esibivano i vari artisti e che era definito come "alimentato al 100% da energia rinnovabile". Ora, questo palco aveva un totale di 16 pannelli fotovoltaici connessi a dei grossi pacchi-batteria. Sufficienti per alimentare sempre al 100% amplificatori e luci di scena? Non ve lo so dire con esattezza, ma ho dei forti dubbi. In ogni caso, la sistemazione era molto criticabile con due set di otto pannelli ciascuno, orientati in verticale in direzioni opposte su due lati del palco: una sistemazione estremamente inefficiente, specie alle nostre latitudini. Come minimo, un grande spreco di pannelli e batterie per un uso dove nessuna delle due cose è necessaria. Se da tutto questo uno si fa l'idea che l'energia rinnovabile è un inutile spreco di soldi, non gli si possono dare tutti i torti.

Anche sul programma delle presentazioni, avrei qualche critica. Il concetto di "energia" è vastissimo e gli organizzatori hanno cercato di coprire un po' tutto senza però riuscire a trovare un filo conduttore. Forse avrebbe dovuto esserlo la "lectio magistralis" affidata a Piergiorgio Odifreddi, ma anche questo mi ha lasciato perplesso. Odifreddi ha dei grossi meriti in tante cose, ma non lo si può definire un esperto di energia. Immagino che anche la sua presenza sia stata dettata più che altro dalla ricerca della spettacolarizzazione mediante un personaggio noto. Ma i risultati non sono stati entusiasmanti. Non ho sentito la lectio magistralis perchè sono arrivato il giorno dopo, ma ho sentito parlare Odifreddi in un altra presentazione che ha dato Venerdì sera. Francamente, quando ha parlato di energia non è riuscito a far di meglio che inanellare una serie di banalità, una dopo l'altra.

La spettacolarità del convegno si vedeva anche nel modo in cui sono stati gestiti gli interventi. Si parlava, infatti, di "talk show" piuttosto che di conferenze. Da un certo punto di vista, è bene vivacizzare un po' gli interventi. Nella media, le conferenze sull'energia consistono in una parata di esperti che straparlano al minimo per una mezzoretta ciascuno. Non c'è dibattito di nessun tipo e il tutto è solo leggermente meno noioso di una lezione sui Promessi Sposi tenuta all'ultim'ora di un Sabato mattina.

Invece, al festival il dibattito era moderato attivamente. Era anche proibito l'uso di quell'arma di distruzione di massa dei cervelli umani che è il Power Point. I risultati sono stati spesso interessanti. Tuttavia, si può anche esagerare se si trasforma il dibattito in una rissa. Questo è successo più di una volta, per esempio nel caso della presentazione di Odifreddi che ho citato prima. Oltre a trovarsi un po' sperduto in un campo che non è il suo; Odifreddi si è anche trovato di fronte una "moderatrice" estremamente aggressiva che ha trasformato la presentazione in un battibecco a due; cosa decisamente poco interessante per chi stava a sentire.

Altro cattivo esempio è stato il dibattito che ha messo a confronto Sergio Castellari, climatologo serio, e due totali incompetenti di clima dei quali, per carità di patria, taccio il nome. Il talk show era intitolato "Cambiamenti climatici fra psicosi e verità". Già il titolo vi dice qualcosa sull'intenzione degli organizzatori. Considerate poi che il moderatore era fortemente "di parte" (ovvero dalla parte degli incompetenti) e vedete che Castellari si è trovato in minoranza e messo in mezzo in un fuoco di fila di polemiche di basso livello. Fortunatamente, Castellari ha ribattuto colpo su colpo, senza mai lasciarsi intimidire o sommergere. Ciononostante, combattere uno contro tre è sempre difficile e la tattica dei negazionisti non è tanto di portare argomenti seri quanto di creare confusione per confondere le idee al pubblico e ai politici e fermare ogni provvedimento contro il riscaldamento globale. Non si può negare che questa tattica stia avendo un certo successo in Italia.

Per quanto riguarda la mia presentazione al convegno (intitolata "Petrolio, siamo al punto critico?"); avevo il dubbio che qualcuno volesse farmi lo stesso scherzo fatto a Castellari. Perlomeno, il moderatore si è rivelato sfacciatamente di parte, definendo ASPO come una "setta", citando non so più quale petroliere saudita che parlava di 12 mila miliardi di barili di riserve (un buon 10 volte di più del valore comunemente accettato) e in generale riferendosi con evidente supponenza nei riguardi delle "teorie di Hubbert". Nella pratica, tuttavia, il dibattito è stato equilibrato. Insieme a me c'era il prof. Ugo Bilardo, persona molto competente sul petrolio e che mi è parso avere una posizione simile alla mia sulla questione del picco (forse perché si chiama Ugo anche lui?). L'altro partecipante era Carlo Stagnaro, che si definisce a volte "anti-picchista". Ma Stagnaro è persona intelligente e preparata; a un livello anni luce superiore a quello dei due pataccari che hanno assaltato Castellari al dibattito sul clima. Fra me e Stagnaro, se c'è stato un duello è stato un duello di fioretto, dove alla fine ci siamo trovati daccordo su molti punti. Dovremmo rifarlo con più calma, un giorno o l'altro.

Ripensando a tutta la faccenda di Lecce, mi viene da pensare come le cose si siano evolute in pochi anni. C'è stato un periodo, 7-8 anni fa, quando avevamo fondato ASPO-Italia, in cui l'energia non interessava a nessuno. Facevamo dei convegni malinconici davanti a delle platee vuote. Poi, evidentemente, il fatto che l'energia sia un problema ha cominciato a diventare una cosa che sanno tutti. Purtroppo, non sono del tutto sicuro che mega-eventi come quello di Lecce siano la strada giusta per trovare una soluzione. Diciamo che, come cosa positiva, perlomeno rinforzano il concetto che c'è un problema serio. Ma, se lo vogliamo veramente risolvere, non basta inventarsi giocattoli costosi. Vedremo nei prossimi anni se riusciremo a fare qualcosa di più concreto.

mercoledì, maggio 20, 2009

Obama, la Fiat e il picco del petrolio

In questo mio articolo avevo brevemente recensito il film W., citando in particolare un illuminante e secondo me veritiero dialogo nello Studio Ovale della Casa Bianca, che spiega i veri motivi della guerra in Iraq, contrariamente alla versione ufficiale, rivelatasi poi infondata, della presenza di armamenti nucleari in possesso del satrapo Saddam Hussein.
Pensionato Bush, gli americani si sono affrettati a smentire uno dei luoghi comuni e degli argomenti più frequenti dell’antiamericanismo ideologico nostrano, quello di essere un popolo razzista, eleggendo il primo Presidente di colore della propria storia democratica.
In questo mio precedente articolo avevo preso nettamente posizione a favore della sua rivale Hillary nelle primarie del Partito Democratico. La mia beniamina è arrivata a un soffio dalla nomination e a una presidenza ancora più improbabile di quella di Obama, in un immaginario politico ancora profondamente maschile, ma anche per questo è stata insignita di una delle più alte cariche governative, quella di Segretario di Stato.
Devo dire però che, almeno in parte, mi sono ricreduto sulle capacità di Obama che, con il suo invidiabile stile disinvolto e rilassato (in inglese “understatement”) sta prendendo delle decisioni difficili in un momento storico terribile. E’ troppo accondiscendente nei confronti delle lobbies bancarie e finanziarie che con delinquenziale spregiudicatezza hanno causato la crisi economica che stiamo vivendo, ma sul piano energetico si sta muovendo bene. Ha annunciato una “rivoluzione verde” nel settore delle rinnovabili e del risparmio energetico promettendo un cambio di linea radicale degli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici, ma è soprattutto nel settore dei trasporti che la sua strategia si differenzia radicalmente da quella del suo predecessore. Obama sembra aver capito chiaramente che il modello di mobilità preferito dai propri concittadini, fondato sull’uso smodato del trasporto individuale su gomma e del trasporto aereo, non ha futuro energetico e, nel recente viaggio in Europa, ha pubblicamente manifestato apprezzamento per gli efficienti sistemi di trasporto collettivo su ferro molto diffusi nel nostro continente (per fortuna non è venuto in Italia).
Si rende però conto che una svolta radicale in comportamenti profondamente connaturati allo stile di vita americano è poco praticabile. Come ho scritto in quest’altro articolo, il mito di libertà pionieristica racchiuso in quegli scatoloni metallici divoratori di benzina su cui amano passare gran parte della propria vita gli americani, sarà duro a morire. In termini di immaginario collettivo, chiunque abbia letto “On the road” di Jack Kerouac o abbia visto film come “Thelma e Louise” capirà quello che dico.
Allora, il Presidente Obama sta provando a procedere per gradi. Evita il fallimento delle potenti industrie automobilistiche nazionale con cospicui aiuti di Stato, ma in cambio impone l’accordo della Chrysler nientepopodimenoche con il topolino italiano Fiat che entra alla grande nel colosso americano senza metterci una lira (pardon euro), in cambio solo del Know how tecnologico accumulato nella produzione di macchine di serie a bassi consumi. E annuncia un piano per la riduzione drastica dei consumi energetici delle automobili americane entro il 2016.
Si tratta ovviamente di una scommessa difficile da vincere, ma la strategia è chiara: la riduzione della produzione conseguente al picco del petrolio sarà affrontata questa volta dagli Stati Uniti in maniera radicalmente opposta a quella di Bush: fine, anche se più lenta e graduale del previsto, dell’occupazione militare in Iraq per controllare i flussi petroliferi del medio Oriente, e riduzione dei faraonici consumi petroliferi interni con l’utilizzo di tecnologie più efficienti. Auguri, Mr. Obama!

martedì, maggio 19, 2009

La bufala del raffreddamento globale

Il riscaldamento globale? E' una bufala, infatti negli anni '70 gli scienziati prevedevano un'imminente era glaciale. Allora si temeva che la Terra si stesse raffreddando, ora si teme che si riscaldi troppo, in realtà sono solo fisime di persone che scambiano oscillazioni casuali per tendenze a lungo termine.
Quante volte abbiamo sentito o letto queste frasi (ad es. qui)? Molto citato un articolo del Newsweek, che si rifà ad un articolo di Science News del 1975 in cui si paventava l'arrivo imminente di una nuova era glaciale. L'articolo esiste veramente, e si intitola "Climate change: chilling possibilities".

Ma come stanno le cose? Cosa pensava davvero il mondo scientifico nel 1975?

Mi è appena arrivato l'ultimo numero di "Skeptical Inquirer", il giornale del Committe for Scientific Inquiry, l'analogo statunitense del nostro CICAP. Dentro ben due articoli sul riscaldamento globale, affrontati cercando di riportare su un terreno scientifico bufale che di scientifico han poco. Uno dei due affronta proprio il "grande mito del raffreddamento globale".

L'autore parte dalla storia delle ricerche sul clima. Che l'anidride carbonica prodotta dall'uomo potesse produrre un riscaldamento globale lo si sapeva già dai lavori di Arrhenius del 1896. Che il rischio fosse concreto lo si sospettava almeno dal secondo dopoguerra. Nei primi anni 70 cominciano ad essere utilizzabili le serie storiche di temperature medie globali, e con una discreta sorpresa gli scienziati scoprirono, contrariamente alle attese, che era in atto un raffreddamento. La questione è evidentemente molto più complessa, c'entrano gli aerosol atmosferici (no, non quelli delle scie chimiche), l'attività solare, eccetera. E durante gli anni '70 gli scienziati mettono insieme tutti questi pezzi, valutano gli effetti di queste cose, arrivando rapidamente ad avere un quadro del problema non distante dall'attuale.


L'autore passa quindi in rassegna gli articoli sul tema pubblicati in riviste scientifiche tra il 1965 e il 1979, trovando che la stragrande maggioranza (44 su 71) considerava probabile un riscaldamento globale nel prossimo futuro. Solo 7 ipotizzavano un possibile raffreddamento. Anche l'articolo di Science News del 1975 è in realtà molto cauto, parla di una possibilità ma evidenzia tutte le incertezze del caso, e nota come il riscaldamento globale antropico sia comunque dietro l'angolo e possa rovesciare la tendenza al raffreddamento (come è successo).

Un' altra frequente citazione riguarda un rapporto del National Science Board del 1974, in cui si diceva che "A giudicare dalle misure storiche delle ere interglaciali passate la situazione attuale di clima mite terminerà ... e ci condurrà alla prossima era glaciale". La citazione appare anche nell'appello del sen. Inhofe (quello dei 700 scienziati che negano il riscaldamento globale), ma non cita la frase successiva del rapporto, che colloca l'imminente era glaciale "nei prossimi 20.000 anni".

In conclusione anche la storia degli scienziati che 30 anni fa ci minacciavano un'era glaciale imminente è un mito. Con un grano di verità, allora i modelli climatici erano ai primordi e il riscaldamento era molto meno evidente di ora, mascherato da altri effetti. Ma anche allora l'idea diffusa tra gli scienziati era quella di un riscaldamento globale dovuto all'anidride carbonica che produciamo.

Un po' come la storia della verde Groenlandia, di Marte, Giove e Nettuno che si riscaldano, dei ghiacci artici tornati ai livelli del 1979, e dei tanti miti che alimentano il negazionismo climatico.

Riferimenti:


  • J. Fleck: "The Great Global Cooling Myth and the Politics of Science", Skeptic Inquirer, 33(3), pag. 20 (2009)

  • J. Douglas, "Climate change, chilling possibilities", Science News 107(9), pag. 138 (1975)

  • T. Peterson, T. Connolley, J. Fleck "The myth of the 1970s Global Cooling scientific consensus", Bulletin of the American Meteorological Society, 89(9), pag. 1325-1337

  • La voce "Global cooling" della wikipedia contiene una buona rassegna delle posizioni sull'argomento negli anni '70.

lunedì, maggio 18, 2009

Breve analisi sul calo dei consumi energetici in Italia

Oss. : l'articolo con grafici e tabelle nella loro interezza è visionabile all'archivio Aspo, a questo link . Questo dovrebbe bypassare il problema dei link non funzionanti nel post, che ho rimosso (FG)
In un mio articolo precedente dal titolo “Senza fine” analizzavo l’andamento dei consumi energetici italiani a partire dai dati forniti annualmente dal Ministero dello Sviluppo Economico, rilevando una tendenza alla stasi e alla riduzione dei consumi energetici, contrariamente alle previsioni di crescita dello stesso Ministero. I dati del 2007, recentemente pubblicati, confermano, anzi accentuano, la tendenza al calo dei consumi energetici complessivi, come si può vedere nel grafico allegato. Sembrerebbe, quindi, che le prime avvisaglie della crisi economica in Italia, probabilmente a causa della competizione internazionale dei paesi emergenti e dell’aumento dei prezzi delle materie prime, siano emerse molto prima dell’esplodere globale della crisi finanziaria in corso. Gli Stati Uniti hanno tentato di reagire alla crisi causata dal nuovo scenario economico internazionale, provocando irresponsabilmente l’indebitamento insostenibile delle famiglie, all’origine della disastrosa crisi finanziaria che ha ulteriormente alimentato la crisi economica. Quindi, considerando il crollo della domanda mondiale di energia post crisi finanziaria, che i comportamenti riproduttivi degli italiani determineranno comunque una stabilizzazione della popolazione italiana nonostante gli intensi flussi migratori degli anni scorsi (vedi scenario Istat) e che il sistema industriale ed economico mostra da alcuni anni una tendenza alla saturazione della capacità produttiva, è facile prevedere il permanere della tendenza alla decrescita anche dopo il 2007 e nei prossimi anni. Potremmo cioè aver vissuto in diretta al picco dei consumi energetici italiano, anche perché eventuali scenari di ripresa economica e della domanda energetica rischiano di essere tarpati sul nascere da una nuova impennata dei prezzi del barile.
Conseguenza diretta di questa situazione è chiaramente anche la tendenza alla riduzione delle emissioni di gas serra, come si può facilmente evincere dal grafico allegato che riporta sinteticamente i valori di tali emissioni comunicati annualmente dall’ISPRA (ex APAT) alla Commissione Europea nell’ambito dei meccanismi di applicazione del Protocollo di Kyoto. Le emissioni di CO2 equivalente sono passate da 577,94 Mton. del 2005 a 567,92 Mton. del 2006, con un calo di circa l’1,8% e, ipotizzando per i motivi citati in precedenza, cautelativamente un analogo trend per gli anni successivi, potremmo avere a fine 2009 un valore emissivo di circa 545 Mton. Questo fatto dimostra in maniera concreta il potente ruolo della decrescita economica nel limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente. Naturalmente, anche la tecnologia può dare un contributo importante alla riduzione delle emissioni. Alcune indicazioni per il settore elettrico sono contenute in un mio precedente articolo; nel settore dei trasporti, il sistema energeticamente ed economicamente più efficiente per ridurre i consumi è quello di trasferire quote rilevanti dal trasporto individuale su gomma a quello collettivo su ferro, sia in ambito urbano che extraurbano. I moderni sistemi di trasporto su ferro hanno infatti consumi specifici pari a circa 1/3 dei consumi dovuti al trasporto passeggeri e merci su gomma, quindi è facile calcolare la riduzione teorica di consumi collegata al trasferimento di quote di mobilità verso tram e treni. Ad esempio, un trasferimento del 30% genererebbe un risparmio di almeno 0,3 * 43,385 * 2/3 = 8,677 Mtep, cioè del 20% dei consumi, pari a circa 25 Mton. di emissioni evitate.

Analizzando nel dettaglio l’evoluzione dei consumi energetici degli ultimi tre anni, osserviamo che il Consumo Interno Lordo di energia è passato dai 197,776 Mtep del 2005 ai 194,2 Mtep del 2007, con un calo di ben 1,81%, ma dalla sua scomposizione ricaviamo che, mentre aumentano i consumi di carbone (+1,02%) e rinnovabili (+5,87%), diminuiscono quelli di petrolio (-3,27%) e di gas naturale (-1,58%), e cala il saldo tra importazioni ed esportazioni di energia elettrica (-5,84%).
Passando all’analisi dei consumi finali di energia, che si ottengono dal Consumo Interno Lordo sottraendo i consumi e perdite del settore energetico, osserviamo un’analoga e più accentuata tendenza alla riduzione, dai 146,591 Mtep del 2005 ai 143,211 Mtep del 2007 (-2,31%), ma i tre settori di consumo principali mostrano comportamenti diversi: i consumi dell’industria calano del 3,15% e quelli del settore civile calano del 7,91%, mentre, in controtendenza, i consumi dei trasporti crescono del 2,2%, a dimostrazione che, nel periodo considerato, la dinamica dei prezzi petroliferi ha inciso solo marginalmente nel calo dei consumi energetici complessivi. Anche la ripartizione percentuale dei consumi finali per settore registra il sorpasso dei trasporti (31,37%) rispetto a civile (30,26%) e industria (27,71%).
La dipendenza dal petrolio dei trasporti italiani è arrivata al 96,6% e i consumi finali di petrolio sono assorbiti per il 62,8% dai trasporti, con una tendenza alla crescita determinata dalla progressiva riduzione di questo combustibile fossile nelle centrali termoelettriche.
I Consumi e perdite del settore energetico sono circa il 25% del Consumo Interno Lordo e sono localizzati prevalentemente, per circa l’84%, nel settore elettrico. Il peso di quest’ultimo nel sistema energetico italiano ha superato nel 2006 il 35% del consumo totale di energia.
Nel foglio excel allegato all'articolo sono riportate le tabelle dei dati energetici italiani relativi agli ultimi tre anni e i grafici esplicativi di alcuni parametri che ho ricavato dai dati stessi. Nel primo grafico, relativo al Consumo Interno Lordo, si può osservare la quasi totale dipendenza del nostro paese dai combustibili fossili (87,39%), con una leggera tendenza alla riduzione del petrolio a favore del gas naturale. Le rinnovabili contribuiscono per “solo” il 7,37%. Nel secondo grafico, osserviamo la ripartizione per settore degli usi finali di energia già commentata in precedenza e nel terzo grafico la stessa ripartizione per fonte. Ma il grafico più interessante è a mio parere l’ultimo, quello relativo al Consumo Interno Lordo suddiviso per usi, che scompone l’uso delle fonti energetiche nella produzione di energia elettrica e negli altri usi (termici, trasporti ecc.). Osserviamo, oltre al ruolo sempre più rilevante dell’Energia elettrica citato in precedenza, anche una tendenza sensibile alla riduzione del gas naturale per usi termici (-9,01%) probabilmente conseguenza della riduzione della produzione industriale e di fattori climatici e una stabilizzazione degli altri usi petroliferi (trasporti + termici).