domenica, ottobre 23, 2011

Rapporto sulla ricchezza globale 2011

Qualche mese fa ho scritto un articolo, dal titolo “Povera Italia”, nel quale mettevo in evidenza come il nostro paese, un po’ a sorpresa, occupasse uno dei primi posti al mondo per quanto riguarda un parametro economico, la ricchezza netta, che misura la somma delle attività reali e finanziarie al netto dei debiti, in altre parole il patrimonio mobiliare e immobiliare in possesso degli italiani.

Conviene riprendere l’argomento in occasione della presentazione dell’ultimo Rapporto sulla ricchezza globale 2011 predisposto da Credit Suisse, disponibile sul sito di questa impresa globale nel mercato dei servizi finanziari. E’ uno studio molto interessante che fornisce i dati più aggiornati sulla ricchezza mondiale, sulla sua distribuzione geografica e sulla composizione interna. Potete leggere qui un sintetico ma efficace commento ai contenuti del Rapporto.

Le conclusioni, per quanto riguarda il nostro paese, non si discostano molto da quanto ho già scritto in passato. Ho cercato di sintetizzarle in alcuni grafici che ho elaborato personalmente a partire dai dati disponibili o che ho estratto direttamente dal Rapporto.

Il primo grafico rappresenta la ricchezza netta procapite nei primi trenta paesi al mondo. Possiamo vedere che l’Italia si colloca al 9° posto a livello globale e al 5° posto in Europa (se si esclude la Svizzera che è un paese molto particolare da questo punto di vista), davanti a colossi economici come Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Regno Unito.

Il secondo grafico rappresenta l’andamento di questo parametro negli ultimi dieci anni, che sembrerebbe disegnare un picco negli ultimi quattro anni, in analogia con altri parametri economici ed energetici che abbiamo esaminato più volte su questo blog.

La tabella allegata, mette a confronto alcuni paesi dal punto di vista di un parametro, l’indice di Gini, che misura la concentrazione della ricchezza nelle fasce della popolazione. Anche in questo caso viene confermato, anzi si rafforza quanto segnalato nel mio precedente articolo, cioè una più equa distribuzione della ricchezza in Italia rispetto a molti altri paesi economicamente sviluppati.

L’ultimo grafico ci fa vedere come si suddivide la torta dei possessori individuali di una ricchezza superiore ai 100.000 dollari. In questa classifica, l’Italia si colloca al 3° posto al mondo, con l’8% della totalità di questi facoltosi detentori di ricchezza.

Infine, è opportuno e utile segnalare il valore assoluto della ricchezza netta italiana, 12.700 miliardi di dollari, pari a più di 9100 miliardi di euro, cioè quasi cinque volte il colossale debito pubblico dello Stato il cui rischio di insolvenza pende come una spada di Damocle sul nostro paese e sullo Stato Sociale.

L’insieme delle considerazioni precedenti ci induce a esporre alcune conclusioni politiche connesse a temi di stretta attualità:

1) Le risorse per abbattere drasticamente il debito pubblico italiano sono disponibili e si possono prelevare dalle enormi ricchezze private accumulate nel nostro paese, grazie all’alacrità e allo spirito di iniziativa di molti nostri concittadini, ma anche alla diffusa infedeltà fiscale che li contraddistingue e che sottrae grandi flussi finanziari alle casse dello Stato, alimentando la spirale perversa del debito pubblico.
2) Gli strumenti per rendere disponibili queste risorse sono, a breve termine, un prelievo patrimoniale sulla fasce più ricche della popolazione e, a livello strategico, una lotta inflessibile all’evasione fiscale (come ho scritto qui).
3) Gli organi di informazione, invece di abbandonarsi quotidianamente al piagnisteo nazionale sulla povertà in aumento, sulla disoccupazione dilagante e sulla precarietà dell’esistenza, farebbero bene invece a rendere pubblici e divulgare anche le informazioni e i rapporti che qui abbiamo illustrato, ma che invece continuano a rimanere sconosciuti ai più.
4) Gli "indignati" dovrebbero capire che proposte come quelle della cancellazione del debito, oltre ad essere velleitarie, controproducenti e sostanzialmente inapplicabili, fanno inconsapevolmente il gioco delle ricchezze private accumulate a scapito di quella collettiva.
5) Le forze politiche dovrebbero finalmente realizzare che, finita l’epoca della continua espansione della spesa pubblica (spesso improduttiva) a sostegno della crescita economica, le uniche politiche economiche sensate nell’attuale contingenza storica sono quelle finalizzate a una redistribuzione dei redditi tra le fasce sociali.

giovedì, ottobre 20, 2011

Rinnovabili: Terna schiera le sue batterie

Notizie molto interessanti sul fronte della produzione di energia elettrica da rinnovabili giungono dall’ultimo rapporto mensile di settembre 2011, pubblicato da Terna S.p.A., la società che ha la proprietà e la gestione della rete di trasmissione nel nostro paese. Nei primi nove mesi dell’anno, l’energia fotovoltaica netta prodotta è stata pari a 6776 GWh, con una crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente di ben 356,6%. La produzione fotovoltaica ha addirittura superato quella eolica, che si attesta nello stesso periodo a 6501 GWh (+6%). Si tratta di una crescita che avevamo già annunciato e spiegato in articoli precedenti, che comunque continua a stupire per la sua impetuosità. Complessivamente, eolico e fotovoltaico contribuiscono oggi per circa il 5,3% alla richiesta di energia elettrica italiana (Consumi finali + perdite di rete). Quest’ultima manifesta una leggera crescita rispetto all’anno precedente, non sufficiente però a recuperare del tutto il crollo dei consumi verificatisi nel 2009 a seguito della crisi economica.

La nave delle rinnovabili sembra quindi procedere spedita con il vento in poppa e il sole in fronte. Ma, continuando nella metafora, il mare energetico finora calmo e tranquillo, rischia presto di mutarsi in tempesta, a causa dell’ostacolo inevitabile costituito dalla natura intermittente delle fonti rinnovabili e dalla difficoltà della rete elettrica di assorbirne la produzione oltre certi limiti di potenza. In un recente ed apprezzato articolo, Domenico Coiante ha analizzato dal punto di vista tecnico la natura e la dimensione di questo limite.

Che non si tratti di un limite solo teorico, lo dimostra in questi giorni anche il duro scontro in corso tra la stessa Terna S.p.A. e i grandi produttori di energia elettrica italiani. In questo articolo di Repubblica è sintetizzato l’oggetto del contendere: Terna vorrebbe realizzare 130 MW di batterie, principalmente nelle regioni meridionali, per accumulare nelle ore di minore richiesta l’energia rinnovabile, da utilizzare nelle ore di punta. I produttori ribattono che sarebbe più economico investire nel potenziamento e integrazione delle reti. Ma Terna ribatte che ogni euro investito in accumulo ne produce due di ritorno economico. La proposta di Terna è descritta in questo documento.

Il giorno successivo, sempre sullo stesso giornale, interviene per Terna Gianni Vittorio Armani, con alcune precisazioni che vale la pena di riportare integralmente:
“Per Terna realizzare batterie non ha a che fare con logiche di business; Terna deve rispettare le leggi della Repubblica… Il primo scopo delle batterie è garantire la sicurezza per evitare blackout e crisi elettriche, che possono derivare dal non corretto e ottimale utilizzo dei crescenti impianti rinnovabili…. Solo le batterie garantirebbero un grande risparmio economico… Terna ha il mandato di ridurre i costi dell’energia che in Italia sono i più alti della media europea… quindi sembra giustificato anche un diverso sistema di remunerazione, come il pay as bid, per ridurre i costi ed evitare rendite di posizione ingiustificate… L’obiettivo dei produttori è di non far produrre le rinnovabili per far funzionare invece sempre e solo i loro impianti termoelettrici. Si ricorda che quando gli impianti rinnovabili non producono, il sistema comunque li remunera in bolletta. Se passasse la loro logica, questa sì di business e di concorrenza non leale, gli italiani pagherebbero quindi due volte: la prima per avere rinnovabili ferme o poco funzionanti, la seconda per remunerare di più gli impianti termoelettrici… E meno male che Armani aveva premesso di non volere polemizzare.

La spinosa e cruciale faccenda merita alcuni commenti:
1) Non c’è dubbio che la realizzazione di sistemi di accumulo servirebbe ad impedire o limitare lo “spreco” di energia rinnovabile, che già ora avviene a seguito delle interruzioni di fornitura operate da Terna su molti impianti eolici per modularne la potenza e garantire la stabilità della rete. Inoltre, l'energia eolica non immessa in rete viene comunque remunerata. Ne ho scritto tempo fa in due articoli, qui e qui.
2) Gli interventi di potenziamento e connessione delle reti elettriche, pur essendo necessari, non sono in antitesi con la realizzazione di sistemi di accumulo. Terna ha già investito e programmato interventi importanti sulla rete.
3) E’ probabile che, come ha scritto Francesco Meneguzzo in questo articolo, i grandi produttori siano danneggiati economicamente dalla concorrenza delle rinnovabili nella produzione “di punta”, ma è anche vero che la necessità di mantenere una quota di “riserva” in alcune centrali a ciclo combinato per rispondere a improvvise fluttuazioni di potenza rinnovabile, rappresenta un costo che il sistema è costretto a remunerare attraverso il meccanismo del prezzo marginale (corrispondente al prezzo più alto offerto dai vari produttori in un determinato momento), alternativo al pay as bid proposto da Terna.
4) Il sistema di accumulo a grande scala con batterie appare scarsamente conveniente sul piano economico. Quindi, l’espansione delle nuove rinnovabili verso quote di produzione nazionale paragonabili a quelle termoelettriche, richiede la sperimentazione di altri sistemi di accumulo, come l’idrogeno.
5) La generazione distribuita del solare fotovoltaico, attualmente privilegiata dal sistema di incentivazione nazionale, non si adatta molto bene a un modello di produzione integrato con sistemi di accumulo.

Concludendo queste brevi considerazioni, la risoluzione del problema dell’intermittenza delle rinnovabili è un problema talmente strategico che richiederebbe un ampio dibattito nazionale e internazionale, anche fuori dell’ambito specialistico in cui è attualmente confinato.

domenica, ottobre 16, 2011

Quinto Convegno ASPO-Italia


Quinto convegno nazionale ASPO-Italia

Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio
in collaborazione con Climalteranti

Venerdì 28 ottobre 2011
Ore 9:00 – 19:00

Cassandra nel XXI secolo

Clima, energia e cibo: fra informazione e disinformazione,
crescita della consapevolezza pubblica e politiche appropriate



Sala delle Feste - Palazzo Bastogi
Consiglio Regionale della Toscana
via Cavour, 18 - Firenze


Il convegno sarà trasmesso in diretta video sulla homepage del portale del Consiglio Regionale della Toscana
www.consiglio.regione.toscana.it


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PROGRAMMA
Apertura e Saluti 9.00-9.30

Ugo Bardi, Presidente di ASPO - Italia

Mauro Romanelli, Segretario Questore Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale

Saluti dei rappresentanti della Regione Toscana.

09:30 Ian Johnson, Segretario generale del Club di Roma. 40 years of Limits to growth.

10:15 Nicole Foss, ricercatrice economica coeditore del blog “The Automatic Earth”. Un secolo di sfide.

10:45 -11:15 Coffee Break

11:15 Toufic el Asmar, Segretario ASPO - Italia e consulente FAO. Climate Smart Agriculture.

11:45 Enrico Euli, Università di Cagliari. Informazione, apprendimento e pedagogia delle catastrofi.

12:15 Luca Mercalli, Presidente Società Meteorologica Italiana. Prepariamoci. Consapevolezza e ritardi nella percezione dei problemi ambientali.


Break pranzo 12:45-14:30

Nella sessione pomeridiana i seminari saranno intercalati da intermezzi teatral-musicali di circa 10 minuti.

14:30- 18:00 I grandi problemi dell'Umanità su web, carta stampata, editoria, radio e televisione.

Sylvie Coyaud, Giornalista. Il clima nella rete.

Pietro Cambi, Geologo esperto indipendente e blogger. Il picco nella rete. La benedizione di Cassandra.

Sergio Castellari, Centro Euro - Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici / Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. IPCC, climategate e i media.

Stefano Caserini, DIIAR Politecnico di Milano. Il Clima sulla carta stampata.

Mirco Rossi, Divulgatore indipendente. Energia e futuro – le opportunità del declino. Tre lenti per leggere meglio.

18:00-18:15 Conclusioni e chiusura

giovedì, ottobre 13, 2011

Consumismo energetico: confronti internazionali

Tra i molti commenti pervenuti al mio articolo di qualche giorno fa “Sono un antiamericano”, mi sono sembrati degni di particolare attenzione quelli che chiedevano di esplicitare analiticamente la mia critica al “consumismo” americano. In particolare, una lettrice, ne contestava la validità, rilevando analoghi comportamenti consumistici in Italia e in Europa. Si tratta di un errore di valutazione che spesso compie chi si limita a un’analisi qualitativa dei fenomeni. Se infatti è vero che l’intero occidente è responsabile della dissipazione delle risorse, una valutazione quantitativa del fenomeno mette in evidenza sensibili differenze.

Cominciamo con l’osservare il primo grafico in alto (tutti i grafici si possono ingrandire cliccandoci sopra), che ho costruito a partire dai dati dell’ultimo Rapporto 2010 di British Petroleum (BP) e dai dati sulla popolazione desunti dalle ultime stime ONU del 2010. Descrive i consumi di energia primaria (cioè la totalità dei consumi energetici) procapite, cioè per abitante, dei principali stati mondiali. Si può osservare che gli Stati Uniti hanno consumi procapite di 7,27 tep/ab, 2,56 volte superiori a quelli dell’Italia (2,84 tep/ab.), 1,87 volte superiori di quelli della Germania, 1,89 volte superiori di quelli della Francia e, mediamente, circa due volte (cioè il doppio) dei consumi procapite europei. In linea generale, gli Stati Uniti, con una popolazione di circa il 4,7% di quella mondiale, consumano 2285,70 Mtep, circa il 19% dell’energia primaria mondiale.

Passiamo ora al secondo grafico, che descrive i consumi di energia elettrica procapite dei vari Stati, desunti dai dati disponibili sul sito di Terna S.p.A.. Come sappiamo, l’energia elettrica rappresenta “solo” circa il 35% dell’energia primaria, ma si tratta di una fonte strategica, destinata ad aumentare la sua quota produttiva, molto correlata all’andamento dell’economia. Ebbene, anche in questo caso, la situazione è analoga a quella dell’energia primaria. Gli Stati Uniti hanno un consumo procapite di 11.748 kWh/ab., 2,36 volte superiore di quello italiano (4.970 kWh/ab.), rispettivamente 1,93 volte e 1,73 volte superiore di quello tedesco e francese. Complessivamente, gli Stati Uniti consumano circa il 21% dell’energia elettrica mondiale, con la popolazione che abbiamo detto prima.
Il terzo grafico, rappresenta i consumi procapite di petrolio desunti, per una platea di Stati più ridotta rispetto a quella precedente, dai dati disponibili sul sito dell’Unione Petrolifera. Anche qui, gli Stati Uniti presentano consumi specifici ad abitante (2,68 ton./ab.) circa il doppio dei paesi europei più popolosi e sviluppati. Per la precisione, 2,16 volte di più dell’Italia, 2,01 volte di più della Francia, 1,94 volte di più della Germania. I consumi totali di petrolio degli Stati Uniti sono circa il 22% di quelli mondiali.

Infine, mi sembra opportuno aggiungere anche un quarto grafico, che riporta i dati relativi ai consumi assoluti di energia primaria nei vari Stati. Esso evidenzia come paesi caratterizzati ancora da bassi consumi procapite, in forza del fattore demografico, presentino consumi assoluti molto elevati. E' il caso della Cina che negli ultimi anni ha addirittura superato al primo posto, in questa preoccupante classifica, gli Stati Uniti.

Concludendo, il consumo smodato di energia e, in particolare di petrolio (quest’ultimo dipendente prevalentemente dai trasporti), è un dato costitutivo del modello di sviluppo americano, molto di più dell’Italia e in genere dei paesi europei che, evidentemente per ragioni storiche e culturali, hanno assegnato una maggiore attenzione al contenimento dei consumi energetici.

lunedì, ottobre 10, 2011

Solare termico e fotovoltaico

Scritto da Domenico Coiante
La situazione
La Fig.1 in alto mostra un impianto domestico per il riscaldamento dell’acqua per usi sanitari con i collettori solari termici piani, collocati sulla terrazza.

La Fig.2 mostra il grafico dell’efficienza di conversione (dalla radiazione solare incidente all’energia termica del fluido convettore) tipica dei collettori solari termici piani sigillati in vetro, quelli usati nella maggioranza dei casi per riscaldare l’acqua per gli usi sanitari e/o per il riscaldamento domestico. Si può costatare come l’efficienza vari da circa l’80% fino al 25% in funzione della richiesta d’incremento termico dT del fluido.

Nella pratica, la richiesta termica si colloca intorno a dT = 40 °C, a cui corrisponde un’efficienza di conversione del collettore intorno al 50%. Considerando in cascata le perdite di calore lungo l’impianto, (serbatoio d’accumulo, scambiatore termico e tubazioni) stimabili intorno al 10%, il rendimento all’utilizzo finale s’abbassa intorno al 45%.
Questo valore, senza dubbio, può essere ritenuto molto buono, soprattutto in rapporto ai rendimenti delle altre opzioni solari. Inoltre, i collettori di elevata qualità, che si trovano oggi sul mercato, costano intorno ai 300 - 350 euro/m2, sono garantiti per 5 anni da difetti di fabbrica e la loro durata media è superiore ai 15 anni. Un serbatoio d’accumulo di capacità adeguata permette di superare facilmente gli effetti delle variazioni d’illuminazione nell’arco del giorno e garantisce la fornitura di acqua calda anche nel periodo notturno. A livello di un impianto per un’utenza domestica famigliare di 4 persone (circa 4 m2 di pannelli), il costo chiavi in mano si aggira in media intorno a 500 euro/m2.
Abbiamo, quindi a che fare con una tecnologia ormai matura che offre prodotti affidabili e a basso costo e che, in aggiunta, gode di varie forme d’incentivazione pubblica, stimabili per un totale medio intorno al 30% del costo d’impianto. Stanti queste interessanti caratteristiche, il mercato italiano ha dato negli anni recenti una notevole risposta positiva, illustrata nel grafico di Fig.3.

La capacità termica complessiva dei collettori solari è aumentata negli ultimi tre anni da 1120 MW termici (MWth) a 1870 MWth con una crescita media pari a 375 MWth all’anno.
La superficie totale dei collettori, che corrisponde alla potenza istallata, è 2,67 106 m2, avendo tenuto presente l’equivalenza generalmente usata dall’ESTIF: 1 m2 = circa 0,7 kWth di picco.
Il contributo annuale, apportato al bilancio energetico nazionale, si ricava considerando un’insolazione media italiana di 1500 kWh/m2 all’anno e l’efficienza di conversione dei collettori sopra indicata pari al 45%. Si ottiene una produzione energetica annua di 1,8 TWhth, cioè 0,155 Mtep (1 TWhth = 0,086 Mtep), cifra molto piccola in confronto al fabbisogno energetico di 180 Mtep del 2009 (ultimo dato noto del Bilancio Energetico Nazionale).

Confronto con il fotovoltaico
La Fig.4 a lato riporta sullo stesso grafico l’andamento negli ultimi 11 anni della crescita della potenza cumulata per i due casi: solare termico e fotovoltaico. Il dato del 2011 per il solare termico è stato ottenuto per estrapolazione lineare dei dati precedenti, mentre per il fotovoltaico la cifra indicata rappresenta il valore sperimentale parziale al 5 ottobre 2011 registrato dal Gestore Servizi Elettrici.

Si può notare immediatamente la grande differenza di comportamento nei due casi. I collettori solari termici hanno avuto una diffusione notevole a partire dai primi anni 2000, con una crescita pressoché lineare, mentre il fotovoltaico ha iniziato a farsi notare sulla scala del grafico solo dopo il 2006, ma con un tasso di sviluppo decisamente superiore, che in pochi anni ha assunto carattere esponenziale.
Una valutazione di confronto tra le due tecnologie può essere ottenuta considerando i rispettivi contributi energetici al bilancio energetico nazionale.
Assumiamo per difetto che nel 2011 la potenza fotovoltaica rimanga pari a quella istallata fino al 5 ottobre, cioè 11102 MWp. Nell’anno 2012 tale potenza produrrà 13,3 TWh di elettricità, avendo supposto una produttività degli impianti uguale alla media nazionale certificata dal GSE, cioè 1200 kWh/kWp.
Trattandosi di energia elettrica, si può applicare l’equivalenza: 1 TWh = 0,22 Mtep, con ciò indicando la quantità equivalente di combustibili fossili risparmiata dal sistema di generazione termoelettrico italiano (a cui è attribuita un’efficienza = 39%). In definitiva, il contributo al bilancio energetico nazionale sarà pari a 2,9 Mtep, con un’incidenza, che inizia ad essere significativa: 1,6% rispetto a 180 Mtep del consumo totale.
Ricordando quanto calcolato sopra per il solare termico, il confronto si pone tra 2,9 e 0,155 Mtep: il contributo del fotovoltaico ha assunto una dimensione almeno 18 volte superiore a quella del solare termico.
Quali sono i motivi della grande differenza di comportamento nello sviluppo delle due tecnologie?
Per gli operatori del solare termico la causa principale risiede nella scarsa entità delle incentivazioni pubbliche erogate al solare termico in confronto al fotovoltaico.
Senza entrare nel merito di questo argomento, ci sembra doveroso registrare il differente tipo di normativa adottato nei due casi, che non permette un confronto economico immediato. Infatti, nel caso dei collettori termici, le incentivazioni derivano da provvedimenti, in parte, statali e, in parte, regionali e comunali. La filosofia delle erogazioni è comunque basata su benefici in conto capitale, senza alcuna relazione con l’effettiva produzione d’energia termica da parte degli impianti.
Nel caso del fotovoltaico, l’incentivazione è regolata dal decreto di legge, detto del Conto Energia, dove la filosofia delle incentivazioni pubbliche è basata strettamente sulla quantità d’energia prodotta dagli impianti, che è contabilizzata all’atto della sua immissione nella rete elettrica nazionale.
Non essendoci elementi in comune, appare, pertanto, chiaro come non sia possibile una comparazione economica diretta e come invece occorrerebbe procedere attraverso un confronto analitico dei costi rispettivi di produzione dell’unità d’energia nei due casi, incentivazioni incluse. Solo dal paragone tra tali costi e i prezzi esistenti nei rispettivi mercati può venire fuori un giudizio motivato sui vantaggi tra le due normative d’incentivazione.
Indubbiamente l’argomento è interessante, ma sarebbe molto dispersivo da affrontare qui. D’altra parte, esiste un’altra via, un po’ approssimata, ma più sintetica per arrivare ad una conclusione.
Il criterio che ha guidato il legislatore in entrambi i casi è stato lo stesso. Poiché il costo di produzione dell’unità d’energia non è competitivo, è necessario incentivare il mercato in modo da creare un vantaggio economico da parte dell’utente. L’entità dell’incentivo deve permettere di recuperare l’investimento entro la vita utile dell’impianto con un margine economico positivo. Il criterio adottato nei due casi è stato quello che si potesse rientrare dall’investimento a circa metà vita, in modo da avere un utile netto nella seconda metà della vita operativa. Per gl’impianti termici la vita operativa è stata considerata di circa 15 anni e per il fotovoltaico di 25 anni.
L’entità delle incentivazioni in conto capitale per il solare termico è fissata in modo tale che l’utente possa rientrare dall’investimento in circa 7 anni e realizzare in seguito un piccolo profitto. Analogamente la tariffa del Conto Energia per la vendita alla rete dei kWh fotovoltaici permette il recupero dell’investimento nei primi 10-12 anni e poi il profitto. Quindi, per gli utenti, le incentivazioni in entrambi i casi garantiscono un ritorno finale positivo dell’investimento.
In conclusione, dal punto di vista del diritto, entrambe le tecnologie sono state trattate allo stesso modo. Evidentemente esistono altri motivi per cui il mercato sta privilegiando il fotovoltaico, tanto più che ciò non accade solo in Italia, ma anche in altri paesi, dove le incentivazioni hanno entità e normative diverse da quelle italiane. A titolo d’esempio, vediamo che cosa sta accadendo in Germania, dove una grande attenzione pubblica fu posta sul solare termico fin dai primi anni ’80, cosa che ha consentito al settore un grande e duraturo sviluppo.
La Fig.5 mostra il grafico circa l’andamento nell’ultimo decennio della potenza cumulativa istallata nel Paese per il solare a collettori termici piani, a confronto con il fotovoltaico.

Come si può notare, anche in questo caso la potenza termica cresce in modo pressappoco lineare, mentre il fotovoltaico mostra un tasso di sviluppo esponenziale, che ha consentito di raggiungere e superare nel 2009 la capacità termica istallata, portandosi nel 2010 quasi al doppio di essa.
Pertanto, senza voler generalizzare questa situazione e senza ignorare il fatto che entrambe le tecnologie hanno un grande valore strategico, prendiamo atto dell’esistenza di altre motivazioni, non solo economiche, che favoriscono la diffusione del fotovoltaico in paesi come l’Italia e la Germania.
Proviamo ad elencare alcune caratteristiche del fotovoltaico che ci sembrano vantaggiose e che possono spiegare il differente tasso di sviluppo del mercato.
1. L’energia elettrica è una forma d’energia pregiata. Il significato di questa affermazione, spesso usata in letteratura, apparirà chiaro quando si consideri il caso del fotovoltaico, dove la radiazione solare è trasformata direttamente in energia elettrica. In questo caso, l’energia fotovoltaica è destinata esclusivamente all’uso finale elettrico, che in Italia pesa per circa 1/3 sul bilancio energetico nazionale. Pertanto, fino a che lo sviluppo della produzione avrà dimensioni tali da restare dentro questo settore (ed esiste ancora un enorme margine di sviluppo), i kWh fotovoltaici andranno a sostituire un pari numero di kWh elettrici prodotti dalle centrali termoelettriche convenzionali. Ciò si traduce nel fatto che ogni kWh fotovoltaico, impiegato negli usi elettrici, permette il risparmio della quantità di combustibile fossile che sarebbe necessaria per la sua produzione termoelettrica. Poiché in media, nella situazione italiana, ci vogliono 2200 kcal per produrre 1 kWh termoelettrico, ne segue che il kWh fotovoltaico può essere valorizzato applicando l’equivalenza, (già usata sopra): 1 kWh fotovoltaico = 0,22 kep (kg equivalenti di petrolio). La stessa equivalenza non può essere usata per i kWh del solare termico, perché in questo caso ogni kWh consente il risparmio di soli 0,086 kep di combustibile fossile. La differenza è pari ad un fattore circa 2,5 e gioca tutta in favore del fotovoltaico.
2. Negli anni ’80, mentre esponevo una mia relazione sul fotovoltaico in un convegno tenuto in Campidoglio ed indetto dalla Fondazione Dragan, mi vidi passare un foglietto da parte del presidente dell’ENEL, Prof. Arnaldo Maria Angelini, che mi sedeva a fianco. La nota diceva pressappoco così: “Quello che Lei sta dicendo è molto bello, ma si ricordi che se e quando il fotovoltaico avrà successo, lo dovrà esclusivamente alla presenza della rete elettrica nazionale”. Il significato profondo di questa osservazione mi è divenuto più chiaro in questi giorni, mentre osservo lo sviluppo esponenziale di questa tecnologia a confronto con la crescita minore del solare termico. Indubbiamente entrambe le tecnologie sono versatili e duttili nel senso che sono applicabili in una estesa gamma di applicazioni sparse sul territorio. Ma la caratteristica più vantaggiosa del fotovoltaico si chiama vettoriabilità energetica. Al contrario del calore, l’elettricità si può trasportare facilmente con basse perdite per lunghe distanze, anche per centinaia di chilometri. Questo fatto svincola completamente la localizzazione degli impianti di produzione dai luoghi d’utenza, permettendo un grande grado di libertà nella scelta dei siti. A parte il caso particolarmente conveniente dell’impianto di generazione sul tetto degli edifici domestici, la presenza diffusa sul territorio nazionale della rete elettrica offre immense possibilità di localizzazione delle centrali, la cui produzione può essere facilmente messa a disposizione degli utenti vicini e lontani tramite la linea. In questo modo, è divenuto conveniente collocare un impianto fotovoltaico dovunque esista un terreno marginale non coltivabile, una discarica abbandonata, un capannone industriale, ecc, purché bene assolati e prossimi alla rete elettrica. E ciò è quanto sta avvenendo in tutta Europa, anche in paesi molto meno assolati dell’Italia come la Germania. E’ evidente che questo tipo d’opportunità non esiste per il solare termico, i cui impianti sono tecnicamente vincolati alla vicinanza con le utenze.
3. La normativa del Conto Energia, indipendentemente dall’entità dell’incentivazione offerta sui kWh prodotti, possiede un vantaggio sulle norme degli incentivi in conto capitale, di cui usufruisce il solare termico. Si tratta della possibilità di monetizzare la resa economica nel corso dell’esercizio degli impianti. Chiunque possieda un sito dove sia possibile realizzare un impianto fotovoltaico può divenire produttore elettrico e, una volta collegato alla rete, può percepire un reddito in euro erogato dal GSE, sia dalla tariffa d’incentivazione, sia dalla vendita dei kWh alla rete nazionale. Dopo 10-12 anni, una volta ripagato il debito contratto per la costruzione dell’impianto, il proprietario riceve un flusso di cassa reale in moneta corrente, che può destinare ad altri impieghi. Nel caso del solare termico ciò non accade, in quanto il proprietario dell’impianto vede per tutta la durata dell’esercizio un reddito virtuale sotto forma di risparmio sulla spesa energetica. Anche se sul piano economico generale le due opzioni dovrebbero essere equivalenti, tuttavia la monetizzazione del reddito è percepita dagli utenti come una modalità più vantaggiosa.

venerdì, ottobre 07, 2011

Il settemiliardesimo terrestre

Con questo articolo, gentilmente concesso dal celebre ecologista Giorgio Nebbia e già apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 4 Ottobre scorso, qui, proseguiamo la riflessione già avviata da Luca Pardi sulla cruciale questione demografica.





Scritto da Giorgio Nebbia

Una di queste settimane è nato o nascerà, non si sa dove, il settemiliardesimo abitante della Terra. Il cinquemiliardesimo nacque nel luglio 1987; dodici anni dopo, nell’ottobre 1999, nacque il seimiliardesimo terrestre. Adesso, dopo altri dodici anni, la popolazione terrestre raggiunge i sette miliardi di abitanti: circa mille milioni di aumento ogni dodici anni. Probabilmente la velocità della crescita dei terrestri diminuirà; forse ci vorranno quattordici o quindici anni per arrivare, forse verso il 2025, ad una popolazione di otto miliardi di abitanti. Il problema ha molti aspetti demografici, morali (se è bene o male che la popolazione mondiale aumenti), geopolitici (in quali paesi aumenta di più la popolazione). A chi si occupa di ambiente interessa piuttosto pensare come sarà possibile far fronte alla crescente richiesta di risorse materiali estratte dalla natura, di merci e alla crescente produzione di rifiuti.

Il demografo Alfred Sauvy (1898-1990) nel 1952 suggerì che esisteva il mondo dei paesi industriali capitalistici, quello dei paesi industriali comunisti e il “terzo mondo”. Dopo la fine del comunismo si classificarono gli abitanti della Terra a seconda dell’appartenenza al Nord (ricco) o al Sud (povero) del mondo. Nel corso di dieci anni, contrapposti ai vecchi imperi del “primo mondo”, l’Europa, il Nord America, l’Australia e poi il Giappone, complessivamente circa un miliardo di persone, sono nati tre giganti industriali, la Cina, l’India, il Brasile, più alcuni altri, che stanno inondando il mondo di acciaio, navi, prodotti chimici, automobili, apparecchiature elettroniche, prodotti agricoli e forestali. In cifra tonda un “impero” di circa 4 miliardi di persone. C’è poi un nuovo “terzo mondo”, un altro paio di miliardi di persone sparsi in Africa, Asia, America Latina, in piena agitazione politica, alla ricerca di cibo, acqua, beni materiali, energia, abitazioni, lavoro.

Un libro intitolato ”Terra”, pubblicato da Carocci nei mesi scorsi, contiene fra l’altro qualche conto su quante tonnellate di “natura” i terrestri assorbono. Per mangiare assorbono ogni anno, oltre 10 miliardi di tonnellate di biomassa vegetale e animale per la cui produzione occorrono, oltre ai gas dell’atmosfera, anidride carbonica e ossigeno, circa 3000 miliardi di tonnellate di acqua all’anno. A cui va aggiunto un fabbisogno di altri circa 500 miliardi di tonnellate all’anno di acqua necessaria per usi alimentari e per usi igienici. Ma le attività umane hanno bisogno di molte altre cose la cui quantità supera i 200 miliardi di tonnellate all’anno: minerali, combustibili fossili, materiali da costruzione, legname, eccetera, tutti materiali che si trasformano in prodotti di consumo, insieme alle scorie di lavorazione. E i prodotti di consumo si trasformano, a loro volta, più meno rapidamente, in rifiuti solidi, liquidi e gassosi. Fra scorie e rifiuti i beni fisici e materiali estratti dalla natura ritornano alla natura in ragione di circa 300 miliardi di tonnellate all’anno (circa 40 miliardi di tonnellate all’anno solo l’anidride carbonica che influenza negativamente il clima planetario).

“All’anno” significa che ogni anno la stessa, se non maggiore, quantità di beni sarà estratta dalle risorse limitate della natura, e di rifiuti sarà immessa nell’aria, nel suolo, negli oceani peggiorandone la qualità, cioè la possibilità di essere utilizzati dagli esseri umani. A questo gigantesco flusso di materia il nuovo primo mondo (il 15 % della popolazione totale) partecipa per circa il 50 %; il 50 % della popolazione mondiale che abita i ”nuovi imperi” usa circa il 35 % dei beni della Terra; ai due miliardi di abitanti del nuovo ”terzo mondo”, il 35 % della popolazione totale, resta la possibilità di usare appena un 15 % delle risorse naturali e ambientali.

Fino a quando questi ultimi accetteranno una così sfacciata disuguaglianza ? Senza contare che “i poveri” si affacciano alla scena del mondo con una popolazione giovane, aggressiva, arrabbiata, disposta ad accedere ai beni materiali immigrando nei paesi ricchi del primo mondo, “vecchi” di età, sempre più bisognosi di nuova mano d’opera, sempre meno capaci di produrre e fabbricare cose utili, di innovazione, dilaniati da gelosie politiche, privi di una “visione di futuro”, come la chiamava il pensatore Aurelio Peccei (1908-1984). “Poveri” disposti ad appropriarsi con la forza del potere che, lo si vede nei paesi islamici e africani, si chiama petrolio, diamanti, minerali, terre coltivabili; si chiama, terribile parola, democrazia popolare

Il settemiliardesimo bambino nasce, dovunque sia, in un mondo turbolento, pieno di ingiustizie e contraddizioni ma ricco di speranze di mutamenti. E ricco di beni naturali che possono soddisfare i bisogni di tutti se i ricchi si accontenteranno di meno per lasciare ai poveri la possibilità di una vita decente. Utile rilettura: la enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI (1967) che parlava proprio di “sviluppo dei popoli”, specialmente dei poveri.

martedì, ottobre 04, 2011

Ambiente: la popolazione conta

Pubblichiamo volentieri questo stimolante articolo scritto da Luca Pardi, attuale Vice-presidente di Aspoitalia, su una questione tanto cruciale quanto trascurata, quella demografica.


Scritto da Luca Pardi


Nel corso di questi anni, dal 2003 in poi, con l'associazione Rientrodolce (qui il sito) che ha appena finito il suo quinto congresso eleggendo i suoi nuovi responsabili, abbiamo investigato la questione demografica e le possibili strategie, necessariamente transnazionali, con cui affrontarla in un quadro di rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali.
Abbiamo visto che (dati della Banca Mondiale) al mondo ogni anno si stimano 85 milioni di gravidanze indesiderate (leggi qui).

Di queste 33 milioni risultano in nascite non programmate, 41 milioni in interruzioni di gravidanza e 11 milioni in aborti spontanei. Lavorando un po’ sull’educazione sessuale e riproduttiva, ma anche solo distribuendo anticoncezionali gratis si potrebbe ridurre il numero totale di nati di alcune decine di milioni. Sarebbe un primo passo, senza bisogno di aspettare che tutto il mondo abbia percorso la via dell’autodistruzione industriale.

Come ho scritto qui, Robert Engelmann ci ha insegnato che nei posti più reconditi del mondo sottosviluppato le donne sanno dell’esistenza degli anticoncezionali e vorrebbero averli a disposizione per aver pieno (e sacrosanto) controllo della propria fertilità. E questo prima che tutto il mondo sottosviluppato percorra la via dell’autodistruzione consumista.
Nel giugno scorso Engelmann è succeduto a Lester Brown alla guida del World Watch Institute. Speriamo di sentir parlare più spesso di sovrappopolazione e riduzione della natalità.
Bill Ryerson del Population Media Center ci ha mostrato come attraverso l'uso dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione con le soap operas, sia possibile far passare in una popolazione con alto tasso di natalità il messaggio che sia il controllo della fertilità attraverso l'uso degli anticoncezionali, sia la dimensione ridotta delle famiglie sono fattori positivi nella lotta alla povertà.

E’ ovvio che non si tratta di iniziative di paternalismo colonialista, ma proprio il contrario. Alle oligarchie del denaro fa comodo una grande massa di disgraziati pronti a fare gli schiavi togliendo alle masse di lavoratori- consumatori del mondo sviluppato le conquiste di due secoli di lotte. Forse sono battaglie che si infrangono su tradizioni ancora vive nei paesi del terzo mondo e non solo. Ma su questo francamente sono d’accordo con chi sostiene che non esiste una sola tradizione che valga la pena di difendere.
Vogliamo difendere le mutilazioni genitali, la ius primae noctis, lo schiavismo degli arabi sugli animisti in alcuni paesi subsahariani? Certamente no. Ne possiamo accettare quella sottomissione femminile che genera la perdita di controllo del proprio corpo e della scelta di quanti figli fare e in quale momento della propria vita da parte delle donne. E l’empowerment femminile è infatti il punto di partenza affinché le donne prendano controllo sulla propria fertilità. Dopodiché si tratterà di convincerle che una famiglia più piccola è meglio di una più grande.
Non torniamo a proporre all'infinito il tormentone della transizione demografica, una legge che non ha alcun valore predittivo essendo solo la descrizione di quello che è successo in un determinato periodo storico-economico in una parte del mondo. Altrimenti sembra che con la transizione demografica i demografi (il compianto Luigi De Marchi, che con i suoi editoriali sul tema demografico ha arricchito le mattine di Radio Radicale per molti anni, li considerava mediocri studiosi di statistica) abbiano scoperto una legge naturale come la Gravitazione Universale. E neanche torniamo sulla storia che le società povere fanno più figli perché bla bla bla e via con gli economicismi, i sociologismi, e le giustificazioni a posteriori di quanto osservato.
E’ proprio su questo che dovremmo lavorare. Invece si passa gli anni a lavorare sui sintomi. Lo disse anche il “nostro” Jay Forrester prima dell'incontro sul clima del 2009 a Copenaghen (la traduzione è qui).

I due elefanti nella stanza, che in pochi siamo disposti a vedere, sono: la dimensione della popolazione e quella della produzione industriale. La dimensione della popolazione fa parte del problema ambientale e l'ecologismo politico non dovrebbe mai dimenticarlo.
Viene a proposito in questi giorni l'invito di un'associazione francese dal nome azzeccato: Demographie Responsable a sottoscrivere una petizione (disponibile qui) a favore della contraccezione gratuita.

giovedì, settembre 29, 2011

Aspoitalia e il dibattito italiano sul picco del petrolio

Pubblichiamo il documento inviato alla stampa dal Comitato Scientifico di Aspoitalia per controbattere ad alcune affermazioni pubbliche che negano la realtà del picco petrolifero.


Raccontando un incontro al Festival dell'Energia di Firenze, Lorenzo Pinna, uno dei giornalisti della rubrica televisiva SuperQuark, scrive un articolo dal titolo roboante “Balle energetiche: il Peak Oil e altri falsi miti“.
Nell'articolo si riprendono alcune delle opinioni sul Picco del Petrolio del Prof. Vaclav Smil da questi già espresse nel suo recente libro: “Energy Myths and Realities” e in un articolo reperibile in rete [1].
Il Picco del Petrolio sarebbe un falso mito. Nella sostanza l'articolo di Pinna e le pubblicazioni citate non aggiungono nulla di nuovo rispetto alla ricca letteratura meta-scientifica che si occupa di sfatare il mito del Picco del Petrolio.
Pinna, Smil e recentemente Yergin del Cambridge Energy Research Association adottano argomentazioni datate: non è vero che il petrolio è finito, anzi ne abbiamo sempre di più. Con questo essi intendono dire che ne abbiamo sempre di più da annoverare fra le risorse conosciute.
L'affermazione è tanto discutibile quanto inutile e non risolve il problema dell'offerta di combustibili liquidi.
E' infatti essenziale estrarlo quel petrolio, cioè produrlo.
L'impegno delle compagnie petrolifere, tutte le tecnologie dispiegate e il prezzo del barile (che nel decennio 1998-2008 è aumentato di un fattore 10 e oggi oscilla su valori non lontani dai 100 USD/barile) hanno permesso di impedire il declino della produzione di liquidi combustibili, ma lo hanno fatto attingendo a risorse assai più costose energeticamente ed economicamente, bilanciando il calo di produzione del petrolio convenzionale che, come previsto dagli stessi geologi citati nell'articolo di Pinna, ha avuto il suo picco attorno al 2005.
I fatti sono quantitativamente descritti nel seguente grafico tratto da The Oil Drum [2].
Qui è visibile il “plateau” (l’altopiano disegnato dalla stasi produttiva) nel quale ci troviamo dal 2004 e che viene faticosamente mantenuto a causa delle crescenti difficoltà di individuazione e di estrazione, nonché legate alla inferiore qualità del greggio.
Dalla prima metà del secolo scorso ad oggi il costo energetico di estrazione (determinato dal rapporto tra la quantità di energia investita e quella che se ne ricava, definito ERoEI), su cui pesano anche le sempre più onerose azioni di ripulitura ambientale (come quelle del Golfo del Messico), è aumentato in media di 10-15 volte. Un processo negativo che riduce di fatto la risorsa netta estraibile e quindi realmente disponibile.
Le nuove tecnologie introdotte possono in realtà solo allungare di qualche anno questo stato di stallo produttivo, dopodiché l'inizio della discesa della disponibilità di greggio sarà inevitabile.
Considerazioni analoghe sono contenute in recenti documenti del JOE (The Joint Operating Environment) del Comando delle Forze Armate USA, del Dipartimento dell’Energia del governo USA (DoE) e del Zentrum für Transformation der Bundeswehr, un Centro di Ricerca dell’esercito tedesco.
Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia nel suo ultimo rapporto colloca nel 2008 il picco della produzione di greggio convenzionale dei giacimenti già in produzione e nel 2015 quello deigiacimenti che si stanno ora sviluppando.
Successivamente il mantenimento del livello di produzione risulterebbe garantito solo da improbabili nuove scoperte che si potessero estrarre tempestivamente.
Le altre energie fossili (gas e carbone) seguono trend ed evoluzioni peggiorative dell’ERoEI analoghe, anche se non temporalmente coincidenti. Possibili processi di sostituzione di una fonte energetica primaria con un’altra non sarebbero comunque in grado di soddisfare una domanda di energia globale tendenzialmente in costante crescita.
Il problema non è la quantità di energia fossile che possiamo contemplare attraverso i sofisticati mezzi della prospezione geologica, ma la quantità di petrolio (o di gas o carbone) che possiamo estrarre a costi che il sistema economico globalizzato (largamente dipendente da un flusso ininterrotto di energia a buon mercato) può permettersi senza andare in tilt come nell'estate del 2008.
Allora, in concomitanza con il picco assoluto del prezzo del barile, il sistema finanziario inciampò nella realtà fisica che è alla base della ricchezza monetaria, piombando in un crisi da cui ancora nessuno sa quando e se si potrà uscire.


[1] Vaclav Smil - Peak oil: A Catastrophist Cult and Complex Realities - http://www.vaclavsmil.com/wpcontent/
uploads/docs/smil-article-2006-worldwatch.pdf
[2] http://www.theoildrum.com/node/8391

Comitato Scientifico ASPO-Italia.

martedì, settembre 27, 2011

Dati energetici planetari

Dal Rapporto annuale di British Petroleum pubblicato qualche mese fa, contenente le statistiche energetiche mondiali per il 2010, estraggo e vi propongo due grafici di sintesi tanto colorati quanto significativi. Il primo riguarda l'andamento storico, dal 1985 ad oggi, dei consumi energetici mondiali, espressi in milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Osserviamo che, dopo il calo epocale dei consumi verificatosi nel 2009 durante il dispiegarsi della crisi economica, nel 2010 tali effetti sono terminati e i consumi hanno ripreso a crescere superando il valore pre - crisi. Tutto torna come prima? Staremo a vedere, però le crisi dei debiti sovrani e le nuove tendenze recessive di questi mesi sembrerebbero indicare il contrario.

Il secondo grafico, mostra l'evoluzione della produzione mondiale di petrolio, scomposta anche per regione, nello stesso periodo considerato per i consumi energetici, misurata in milioni di barili al giorno. Notiamo il cosiddetto plateau produttivo, definito così nell'ambito degli addetti ai lavori, cioè la sostanziale stasi della produzione petrolifera dal 2004 ad oggi, con un calo netto nel 2009 e una ripresa nel 2010. Preludio alla riduzione graduale e irreversibile preconizzata da ASPO? Ai posteri l'ardua sentenza.

Infine, inserisco anche un grafico a torta che ho ricavato personalmente dagli stessi dati BP. Rappresenta la ripartizione percentuale dei consumi totali di energia del 2010 per fonte. Il mondo continua drammaticamente ad essere fossile - dipendente. Infatti, petrolio, carbone e gas naturale coprono circa l'87% della domanda energetica mondiale, lasciando poche briciole alle rinnovabili e ancora meno al nucleare. E qui sorge l'ultima e più drammatica domanda: riusciremo a liberarci della schiavitù energetica dei combustibili fossili, senza ritornare a un Medio Evo prossimo venturo?

Tutti i grafici si possono ingrandire cliccandoci sopra.








sabato, settembre 24, 2011

La fine della crescita

Richard Heinberg è un noto giornalista americano, senior fellow del Post Carbon Institute che ha scritto numerosi libri sul picco del petrolio e sui limiti della crescita economica. Di recente ha pubblicato il libro The end of growth, "La fine della crescita", che affronta in maniera non convenzionale il tema cruciale dell'attuale crisi economica e delle sue possibili conseguenze.

Tra le sue molte interviste che circolano sul web vi propongo questa, che mi pare la più interessante e che esprime bene il suo pensiero.
Egli sostiene che la crescita economica, almeno nelle forme che abbiamo conosciuto negli ultimi sessanta anni, sia terminata a causa di limiti intrinseci allo stesso meccanismo di espansione illimitata della produzione e consumi che la caratterizza. La parte della sua analisi che condivido particolarmente, che coincide abbastanza con quanto ho scritto di recente qui, è quella relativa ai motivi che hanno prodotto l'attuale crisi economica. Egli infatti considera che il picco del petrolio sia una delle cause della fine della crescita, ma non l'unica. Infatti, a un certo punto dell'intervista afferma: "Ebbene, il rialzo del prezzo del petrolio è stata l'unica causa della recessione? Assolutamente no. E sono d'accordo con Nicole Foss nel sostenere che l'economia finanziaria era destinata a crollare." e cita il superamento del limite del debito pubblico e privato su cui si basa il sistema finanziario, tra le cause della crisi economica.

Insomma, va oltre quell'approccio riduzionista alle questioni economiche che considera il picco del petrolio come "primum movens" di ogni trasformazione della società. Si tratta di una riflessione presente in tutte le discussioni di chi si occupa di limiti delle risorse, e anche in Aspoitalia. Le idee di Heinberg mi pare che facciano pendere la bilancia maggiormente a favore dei sostenitori della "complessità".

La parte dell'intervista di Heinberg che mi convince di meno, ma devo ancora leggere il libro e potrei sbagliarmi, è quella relative alle soluzioni per superare la crisi. Lo sviluppo delle economie locali è un fattore senz'altro importante, ma andrebbe inserito in un processo di riorganizzazione economica e sociale più ampio e articolato. Inoltre, mi pare che Heinberg sottovaluti un pò troppo il ruolo delle energie rinnovabili nel processo di trasformazione che ci attende.

giovedì, settembre 22, 2011

I limiti del paradosso di Jevons

Pubblichiamo questo interessante articolo di Eugenio Saraceno sui consumi di carburante in Italia, che si può considerare una prosecuzione e un'utile integrazione del mio precedente "Un picco al giorno ..." (la tabella richiede un piccolo sforzo interpretativo in quanto non sono riuscito a mettere in fila i dati).



Scritto da Eugenio Saraceno



Il paradosso di Jevons descrive una situazione ben nota a chi si occupa di efficienza e risorse. Quando un nuovo processo o una nuova tecnologia consentono di utilizzare una risorsa con più efficienza, tale guadagno di efficienza viene ben presto vanificato da un aumento del consumo della risorsa stessa.
L'esempio più lampante è quello dell'efficienza dei motori delle automobili. Nonostante un continuo miglioramento dei consumi specifici km/l dei motori delle autovetture più popolari disponibili sul mercato, il risparmio di ogni automobilista veniva mediamente reinvestito per percorrere molti più km.
Esaminiamo però la seguente tabella, relativa ai consumi di carburante per autotrazione in Italia (fonte UP).
Come si nota dalla prima riga il processo di miglioramento dell'efficienza dei motori è presente per tutto il periodo considerato.
Ciononostante il consumo totale di carburanti presenta un picco nel 2004 e poi scende sensibilmente negli anni successivi, in modo inversamente correlato all'aumento del costo medio dei carburanti riportato nell'ultima riga.

ANNO 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011
consumo medio km/l 14 14,1 14,3 14,6 15 15,5 15,9 16,2 16,3 16,4 16,5
consumo annuo kton 19764 20010 20087 20128 19652 19057 18734 18286 17885 17293 16910
consumo medio annuo l 912 902 886 870 834 801 778 753 735 709 691
prezzo medio euro/l 1 1 1 1,1 1,15 1,25 1,2 1,3 1,15 1,3 1,35

Da questo andamento potremmo dedurre che il paradosso di Jeavons vale nei periodi di crescita economica per le risorse che sono commodity, cioè il cui prezzo sui mercati è determinato dall'offerta, ovvero per ogni delta di domanda aggiuntiva il mercato è in grado di fornire istantaneamente la corrispondente offerta.
In uno scenario dominato dalla domanda, come il mercato dei prodotti petroliferi nei paesi importatori nell'ultimo decennio il paradosso di Jeavons si è attenuato e poi si è invertito come mostrano questi dati.
Si fanno meno km per risparmiare sul carburante, e se si acquista una nuova auto più efficiente, non si utilizzano i risparmi per percorrere più km, ma per ridurre l'impatto dei maggiori costi, visto che non c'è una crescita economica che permette di assorbire questi aggravi.

lunedì, settembre 19, 2011

Berlinguer e i limiti dello sviluppo

Qualche giorno fa ero per lavoro a Roma. La sera, bighellonando per la città, ho letto un manifesto che presentava una festa della CGIL alle Terme di Caracalla, articolata in diversi giorni di convegni e iniziative, per ricordare le figure di Luciano Lama ed Enrico Berlinguer. Quella sera c'era proprio un dibattito sullo scomparso segretario del PCI, con la partecipazione di noti politici. Non potevo perdere una simile occasione, essendo un profondo estimatore del lungimirante pensiero politico di Berlinguer.

Lo spazio dibattiti era gremito come sempre meno accade agli incontri politici italiani, di una folla attenta e partecipe. Tutti i relatori hanno messo in evidenza le straordinarie doti del politico sardo che tanto lo distinguevano dai politici di oggi: la riservatezza, il rifiuto della personalizzazione della politica, il rigore morale, la serietà. Io avrei aggiunto il rifiuto della demagogia, ed è stupefacente ricordare il misterioso carisma di questo personaggio nei confronti di un popolo come quello italiano storicamente incantato da politici populisti, retorici e, appunto, demagogici.

Ma soprattutto è stata ricordata la straordinaria attualità delle sue tesi, come il primato della democrazia anche in una società socialista, la "questione morale" annunciata in una celebre intervista ad Eugenio Scalfari nel 1981, per finire con la visione profetica, ma all'epoca poco compresa e vilipesa, dell'"austerità", il tentativo politico forse più avanzato nell'occidente consumistico di porre la società di fronte ai problemi e alle contraddizioni dei "limiti dello sviluppo".

Ci voleva una nuova e forse più devastante crisi per rivalutarne le intuizioni, ho pensato con un pò di soddisfazione personale, avendo pubblicato su questo blog, ormai più di tre anni fa, l'articolo "Berlinguer ti voglio bene" citando alcuni passi dei suoi discorsi pubblici sull'argomento. Invito a rileggerli con attenzione, sono di una stupefacente attualità.

Sono i grandi uomini che influenzano i fatti della storia o sono le condizioni storiche che fanno emergere i grandi uomini? E' un pò come rispondere al quesito se è nato prima l'uovo o la gallina. Però, pensando alla drammatica situazione che stiamo vivendo e alla pochezza dei politici italiani, ottusamente fermi in attesa di "tempi migliori" che non arriveranno più, sto cominciando a convincermi cha la risposta possa essere la prima.

venerdì, settembre 16, 2011

Irisbus, Legambiente e il trasporto pubblico

Dopo qualche articolo sui trasporti in Italia, allo scopo di non annoiare l'uditorio, stavo per cambiare argomento, ma in questi giorni sono successi altri fatti rilevanti che meritano un commento. Spero che i lettori comprendano i motivi dell'insistenza, tutti legati al fatto che crisi del petrolio e crisi economica hanno conseguenze immediate e più evidenti proprio nel settore dei trasporti.

La prima notizia è l'annuncio ufficiale di Fiat riguardante la chiusura della Irisbus di Valle Ufita, unico stabilimento italiano di produzione degli autobus urbani. Il motivo, spiegato dall'azienda, è che le amministrazioni locali sempre più prive di risorse economiche, non comprano più autobus. Ieri sera, mentre assistevo a un dibattito sulla figura di Enrico Berlinguer (che, pensandoci, potrebbe essere l'oggetto di una prossima riflessione sui limiti dello sviluppo), ho ascoltato Nichi Vendola apostrofare pesantemente Marchionne proprio per la chiusura di Irisbus, interpretata come un ennesimo attentato contro i servizi pubblici.

La seconda notizia, è la proposta di Legambiente di finanziare con un aumento di 3 centesimi dell'accisa sui carburanti, il salvataggio dei servizi (e delle aziende) di trasporto pubblico locale.

A mio parere, sia Vendola che Legambiente, non comprendendo la natura profonda della crisi in atto e le profonde conseguenze sul meccanismo della spesa pubblica, propongono soluzioni superate e inefficaci a giuste esigenze.

In condizioni strutturali di stagnazione economica (che Berlinguer definì profeticamente "austerità), non è più possibile espandere la spesa pubblica all'infinito, tanto più nella direzione di servizi estremamente inefficienti sul piano economico e gestionale, come quello del trasporto pubblico su gomma (il rapporto ricavi costi raggiunge a malapena il 30%). Si pone pertanto come condizione essenziale per il mantenimento e la crescita del trasporto pubblico, il miglioramento della produttività del servizio, attraverso una profonda riconversione verso i moderni sistemi ferro - tranviari che garantiscono costi specifici (vedere qui) nettamente inferiori, introiti maggiori e un minore impatto sulla casse dello Stato.

A Vendola consiglio di battersi per la riconversione della fabbrica italiana dalla produzione di autobus a sistemi di trasporto più moderni ed efficienti. A Legambiente consiglio di proporre l'aumento delle accise, come faccio io da anni, per la realizzazione di un grande piano di riconversione del trasporto pubblico italiano (ne ho accennato qui). Ad entrambi, consiglio di essere meno provinciali, visitando e studiando gli innumerevoli esempi di successso europei nel campo dei trasporti pubblici.

lunedì, settembre 12, 2011

Ciao Ciao Messina

Si possono parafrasare le parole di una celeberrima canzone di Domenico Modugno, per commentare la notizia apparsa ieri sul Sole 24 Ore della probabile bocciatura da parte della Commissione Europea del Ponte sullo Stretto di Messina.
Infatti, la Commissione ha presentato una prima proposta di “core network” (è la rete delle infrastrutture europee prioritarie) che esclude la parte finale del corridoio 1 fra Napoli e Palermo, cancellando così anche il Ponte. A sorpresa, nel “core network” che sarà approvato a fine settembre, è stata invece inserita la Ferrovia ad Alta Velocità Napoli – Bari. Il governo, per bocca del Sottosegretario Castelli, ha vivacemente protestato per l’esclusione del Ponte sullo Stretto, sembra riuscendo a lasciare aperta la trattativa con la Commissione.

Noi invece saremo contentissimi se l’Unione Europea escluderà quest’opera stradale tanto mastodontica quanto inutile a favore di una infrastruttura ferroviaria effettivamente utile per il Sud, che proietta il sistema dell’alta velocità ferroviaria in un’area economicamente importante finora malamente collegata al resto del paese.
Ma non basta. Bisogna accantonare altri progetti stradali e autostradali inutili in epoca post picco petrolifero, per concentrare gli investimenti nell'estensione dell'alta velocità ferroviaria anche in altre aree del sud, nella riqualificazione delle ferrovie locali esistenti e nel potenziamento del trasporto collettivo su ferro nelle aree urbane in tutto il paese.

Quest'ultimo obiettivo può essere perseguito attraverso un grande progetto nazionale di costruzione di linee ferro – tranviarie moderne in grado di fornire un servizio qualitativamente elevato ed economicamente efficiente. Un progetto che ho definito “Mille chilometri di nuove linee tranviarie in cento città d’Italia”, che prenda spunto da quanto si sta realizzando da decenni nei paesi europei più evoluti in materia di trasporto pubblico: linee tranviarie moderne, spesso integrate totalmente con la rete ferroviaria locale attraverso la tecnologia del tram treno in grado di percorrere indifferentemente tracciati urbani e binari ferroviari. Ne ho scritto di recente qui.
Ho stimato il costo di realizzazione del progetto in circa 20 miliardi di euro, da attuare attraverso un piano decennale finanziabile con fondi europei, nazionali, regionali e con procedure di gara che favoriscano un processo di liberalizzazione dei servizi, coinvolgendo privati ed enti terzi nel finanziamento delle opere.

Traendo lezione dal sostanziale fallimento dell’esperienza precedente di finanziamento dei trasporti rapidi di massa avviata con la Legge n. 211 del 1992, causata principalmente dall’arretratezza, inettitudine e incapacità amministrative di molti Sindaci italiani, è necessario a mio parere adottare un piano nazionale degli interventi necessari supportato da una struttura di controllo dotata di poteri sostitutivi, in grado di verificarne l’avanzamento.
E’ il momento, come in altri settori cruciali della nostra economia, delle scelte tempestive. Se vogliamo sostituire all'agonizzante trasporto pubblico su gomma un’alternativa efficace in termini energetici ed economici al progressivo ma inevitabile declino del trasporto privato motorizzato la strada obbligata non può essere che la trazione elettrica su ferro.

venerdì, settembre 09, 2011

Un picco al giorno...

Ad Aprile scrissi un articolo "I consumi dei carburanti in Italia", nel quale inserii e commentai due grafici che avevo elaborato a partire dai dati disponibili sul sito dell'Unione Petrolifera. Essi esprimevano in maniera evidente il raggiungimento di un picco, sia nei consumi totali di carburanti, sia nei consumi dei mezzi privati per il trasporto delle persone, in analogia con l'andamento di altre grandezze energetiche del nostro paese.

Vi propongo ora tre nuovi grafici, dedotti sempre dalla stessa fonte, che rappresentano rispettivamente i consumi totali dei carburanti venduti sulla rete di distribuzione italiana, le vendite di carburanti in alcuni paesi europei, la domanda procapite di carburanti nell'Unione Europea. Nel primo, anche se la base temporale è più stretta, osserviamo anche in questo caso un bel picco, frutto di un discesa costante dei consumi di benzina e una saturazione dei consumi di gasolio.

Nel secondo, vediamo che nel confronto con altri paesi europei la tendenza al calo dei consumi in Italia è più accentuata, con la Germania in evidente controtendenza (grazie a una migliore situazione economica). Nel terzo, che illustra meglio, attraverso il consumo specifico, la domanda di carburanti nei paesi europei, notiamo invece che la Germania ha una domanda procapite addirittura inferiore a quella italiana, probabilmente anche a causa di un minore uso nelle aree urbane dell'automobile.

Tornando all'Italia, gli automobilisti e i consumatori continuano a strepitare contro un presunto cartello dei petrolieri per tenere alti i prezzi dei carburanti, ma abbiamo spiegato in varie occasioni che si tratta di un falso obiettivo. La vera causa, come abbiamo spiegato ad esempio qui e qui, è la dinamica dei prezzi petroliferi mondiali e, conseguentemente, del prezzo dei prodotti raffinati. Se poi guardiamo quest'ultimo grafico tratto da uno studio di Nomisma Energia, ci accorgiamo che i prezzi al consumo dei carburanti sono bassi in confronto ai prezzi degli altri beni acquistati dagli italiani. Quindi non si capiscono tutte queste proteste, se non con l'inveterata abitudine della politica italiana alla demagogia, di cui parleremo anche in prossimi articoli.

Nel frattempo, il governo ha tagliato altri soldi al trasporto pubblico locale e lo spettro del fallimento delle aziende di trasporto pubblico locale si fa sempre più concreto. Ma la responsabilità è di tutta la politica italiana che, a differenza degli altri paesi europei, ha colpevolmente evitato negli ultimi decenni di riconvertire l'inefficiente trasporto pubblico su gomma nelle aree urbane nei moderni sistemi ferro - tranviari.











mercoledì, settembre 07, 2011

La casa brucia

Oggi siamo purtroppo costretti a parlare della drammatica crisi dalle conseguenze imprevedibili, che si sta di nuovo abbattendo sullo Stato italiano a causa dell'incapacità dell'attuale governo di adottare una manovra economica efficace e credibile che tranquillizzi i mercati e tarpi sul nascere le nuove ondate speculative sui titoli di Stato.

La crisi dei debiti sovrani, diretta conseguenza della crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008, ha colpito anche altri paesi europei e d'oltreoceano, ma l'Italia ha una peculiarità che la distingue dalle altre Nazioni: un debito pubblico elevatissimo (120% del PIL) abbinato a una ricchezza privata tra le più rilevanti al mondo (come ho scritto in dettaglio qui), accumulata anche grazie ad un'abnorme e anomala evasione fiscale (da me descritta qui).

Nella tabella allegata (per ingrandire cliccare sopra), tratta da uno studio effettuato per Manageritalia e Confedir-Mit dal Professor Nicola Quirino, docente di Finanza pubblica all’Accademia della Guardia di Finanza e alla Luiss (una sintesi è disponibile qui), possiamo leggere la paradossale e poco credibile condizione reddituale delle categorie economiche italiane. Di fatto, lavoro dipendente e pensionati forniscono nel nostro paese la stragrande maggioranza del gettito fiscale.
Nel grafico qui sotto vediamo anche la poco credibile curva dei redditi italiani, caratterizzata da una platea bassissima di contribuenti "ricchi".
Questa situazione di ingiustizia sociale è ancora più intollerabile in un momento di crisi profonda delle finanze dello Stato, dissestate anche grazie all'infedeltà fiscale di tanti soggetti economici.

Per tutti questi motivi, l'unica proposta seria per farci uscire dalla crisi drammatica che stiamo vivendo prima che la casa bruci è secondo me quella avanzata da alcuni economisti, in particolare dal Presidente di Nomisma, Pietro Modiano: una patrimoniale sulla ricchezza accumulata dal 20% degli italiani (2200 miliardi, pari al 25% della ricchezza totale deli italiani), grazie anche all'evasione fiscale. Avrebbe un gettito di circa 200 miliardi e porterebbe drasticamente il debito pubblico al 100% del PIL. Ma dubito che questo governo farà mai una cosa del genere in quanto diretta espressione politica degli interessi coinvolti, inoltre mi pare che la Lega punti decisamente allo sfascio del paese.
Spero che il Presidente Napolitano abbia il polso della situazione, e se la situazione si dovesse ulteriormente aggravare, assuma la difficile responsabilità di affidare un incarico a una personalità di indiscusso prestigio e provate capacità in campo economico, in grado di farsi carico delle decisioni indispensabili per la salvezza economica del paese.

venerdì, settembre 02, 2011

In ricordo di due combattenti per la libertà

Oggi, 5 Settembre, è il primo anniversario della vile uccisione di Angelo Vassallo, il Sindaco di Pollica nel Cilento, distintosi per il suo impegno a favore dell'ambiente e della legalità. Gli inquirenti non sono ancora riusciti a scoprire mandanti ed esecutori del delitto, ma ci auguriamo che le indagini ancora in corso riescano finalmente a fare luce sull'oscura vicenda e a restituire almeno un pò di giustizia ai familiari di Angelo e ai cittadini del paesino campano.

Qualche giorno fa è ricorso anche il ventennale dell'uccisione di Libero Grassi, l'imprenditore siciliano ucciso perchè si era ribellato alla mafia, rifiutandosi di pagare il "pizzo" e sottostare alle richieste di estorsione. Per il suo assassinio alcuni boss di Cosa Nostra sono stati condannati nel 2004.

Sono solo due esempi più avanzati e nobili della reazione che una società meridionale tutt'altro che assuefatta tenta di opporre alla piaga storica della criminalità organizzata e che ha visto tra i suoi esponenti personaggi del calibro di Falcone e Borsellino.

Come ho scritto proprio un anno fa in questo articolo, la mafia è un complesso fenomeno antropologico e sociale che secondo alcuni studiosi affonda le sue radici addirittura nell'età del bronzo. Quindi il percorso di emancipazione e civilizzazione sarà lungo e graduale. Molte volte, come nel caso delle barbare uccisioni di Vassallo e Grassi, ci sembrerà venir meno la speranza, ma è proprio il loro sacrificio che ci deve spronare a continuare la loro battaglia di libertà per l'Italia.